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Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

La Finlandia è stata eletta da Travel Leisure and World of Wanderlust una delle migliori destinazioni nel 2017 per viaggiatori solitari. Inoltre è l’unico Paese europeo a figurare nella lista di Lonely Planet delle dieci migliori destinazioni al mondo del 2017.

Da un punto di vista economico, la Finlandia fatica a star dietro alle “stars” del Nord (Danimarca, Svezia e Norvegia) eppure, non ha nulla da invidiare ai Paesi Scandinavi in quanto a bellezza del territorio.

La Lapponia, in particolare, è un posto autentico e ospitale che celebra quotidianamente l’unione tra l’uomo e la natura.

Paesaggio Lapponia

Vi racconto di un posto speciale, Ivalo, un piccolo villaggio del comune di Inari, nella parte più a nord della Lapponia. Ivalo è una delle principali destinazioni  per chi vuole visitare la Lapponia, insieme a Levi, conosciuta per essere una buona località sciistica, e alla più famosa Rovaniemi, la sede del Papà di tutti i bambini: Santa Claus.

Ivalo è un grande villaggio in Lapponia: un aeroporto, due supermercati, qualche negozietto e due o tre bar e ristoranti in tutto. Quel che basta.

aeroporto ivalo Lapponia

L’areoporto di Ivalo

In questi luoghi, sembra che il Natale si viva tutto l’anno. Eppure, nonostante il bianco sia il colore predominante dell’anno, il decorrere delle stagioni muta i colori dei paesaggi così intensamente.

Siamo quasi ad Aprile. Le immense distese bianche sono interrotte da laghi, che dopo un lungo inverno di fermo, riprendono il loro corso naturale. Tutto intorno è silenzio, foresta di betulle e neve; pace e neve.

paesaggio lapponia

Non distante, si trova il villaggio di Inari, dove, quel giorno, come ogni anno, sarebbe avvenuto uno degli eventi più importanti per la comunità locale: la corsa delle renne. Si tratta di una competizione di due giorni, che vede sfidarsi adulti e bambini, anche piccolissimi, con le proprie renne in una corsa di due chilometri su scii. La corsa delle renne è alla 63esima edizione e attrae ogni anno sempre più gente. È il derby più atteso del circolo polare e c’è chi arriva da Helsinki o addirittura dal Belgio e l’Italia appositamente per assistervi.

corsa renne Inari Lapponia

Corsa delle renne a Inari

Tuttavia, non si tratta propriamente di un evento turistico e la sensazione che si ha, appena arrivati, è la stessa di quando si entra in casa di uno sconosciuto. Si prosegue con passo discreto e ci si guarda intorno per cercare di trarre da ogni singolo dettaglio un’ informazione in più sul posto e le persone che vi abitano.

Siamo nel vivo della competizione ma la gente non mostra un eccessivo entusiasmo. Il suono degli applausi ad ogni fine corsa fatica ad uscire dall’imbottitura dei guanti. Fa davvero freddo. Una donna arriva con suo figlio in passeggino e una renna al guinzaglio, come se stesse portando il suo cane a spasso.

renna al guinzaglio lapponia

Una donna tiene la sua renna al guinzaglio a Inari

La maggior parte della gente indossa cappelli ingombranti di vera pelliccia, abbinati a moderne giacche antivento e  scarpe di pelo fatte con pelle di renna. Le scarpe di renna, infatti, sono un simbolo di della popolazione locale, e che ci crediate o no rappresentano oggi un vero prodotto di design, realizzato completamente a mano.

Per chi giunge a Inari, una tappa obbligatoria, è la visita al Museo Siida, dedicato alla storia e le tradizioni della popolazione dei Sámi. I Sámi sono un popolo indigeno di origine nomade che occupa principalmente le terre al nord della Finlandia, contando circa 90000 abitanti, e della Svezia. Oggi è un popolo moderno e stanziale, che vive ancora di forti tradizioni come l’allevamento delle renne.

I Sámi sono l’unico popolo indigeno d’Europa. Se, come me, state pensando a quanto siano coraggiosi ad abitare le estreme terre del nord, allora dovreste saper che non sono gli unici: il Circolo Polare è abitato da 72 diverse etnie in totale, qui sotto elencate (in inglese).

etnie circolo polare artico

Oltre all’incontro con i Sámi, in Lapponia troverete una serie di abitudini autentiche e di attività curiose, dalle corse in motoslitta, o trainati dagli Huskies, alla pesca sul ghiaccio, hiking e per finire lo spettacolo mozzafiato dell’aurora boreale.

È importante ricordare che la Finlandia celebra quest’anno 100 anni di indipendenza dalla Russia, occasione che ha spinto la Norvegia, in un’iniziativa a dir poco singolare, a regalarle un picco delle sue montagne, nella località di Kåfjord.

bandiera finlandia lapponia

 

[Foto in evidenza di  Ferdinando Castaldo]

 

 

Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

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Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Ho cercato una nuova meta senza un motivo preciso. Anzi, non l’ho cercata, è stata lei a trovare me, ha sentito il mio bisogno latente di respirare la vita, di perdermi, di allontanarmi da me stessa e di ritrovarmi sempre nuova.

Ho cercato la giusta compagnia, programmato tutto in due giorni, chiuso la valigia in un’ora e via.

Direzione Budapest. La Venezia del nord. La città accarezzata dal Danubio blu, che a me più che blu è sembrato grigio e triste, forse perché anche la mia anima lo era un po’. E anche tutto intorno sembrava cupo e decadente.

Vecchi palazzi, vecchie strade, vecchia gente, vecchia metropolitana. Sembra

va tutto troppo serio e composto.

Ciò che si percepiva era un senso di isolamento, di distanza tra me e tutto il resto. Un’atmosfera ovattata.

Poca arte per le strade, pochi musei, tante case dell’orrore e del terrore, memorie della seconda guerra mondiale. Troppe cicatrici lasciate dalla storia.

Come le scarpe sulla riva del Danubio che ricordano il massacro di cittadini ebrei. Un’opera isolata, nascosta al caos della città, ma allo stesso tempo vicinissima ad una zona centrale.

E lì ti perdi nelle tue riflessioni, ti siedi accanto a quelle scarpe di ogni misura. Scarpe di bronzo, pesanti. 60 paia e molte più vittime. La fine di una fuga.

Ti alzi e ti sembra ancora più difficile trovare la bellezza in una città così ambigua e sfuggente.

Forse avevo risposto alla chiamata sbagliata. Forse mi ero mossa al cieca.

Ma era solo una prima errata e superficiale impressione.

Ho tolto il velo della compostezza e ho scoperto che dietro gli edifici severi e imponenti, dietro un’aria autorevole si nascondeva una festa di luci. Ho avuto un nuovo benvenuto.

La città si è rivelata come un’altra me, grigia, misteriosa, velata, fugace. Ma anche gentile, equilibrata e luminosa.

Allora ho continuato a seguire quel richiamo che mi aveva condotta fin lì, che ha continuato ad ipnotizzarmi e che mi ha portata su una piccola isola pedonale in mezzo al traffico e mi ha lasciata lì incantata per un’ora.

A destra e a sinistra le aut

o si rincorrevano, ogni tanto sovrastate da un tram giallo d’altri tempi.

E poi nulla,tutto rimaneva fermo per alcuni secondi. Un insieme di rumori e silenzi, frenesia e pace, ombre e bagliori.

Di fronte un ponte, verde, maestoso, accarezzato dal lento fiume illuminato dalla vita che vi si rifletteva.

E anche la mia anima iniziava a schiarirsi un po’. Il ponte della Libertà di fronte a me e la libertà vera che bussava dall’interno e iniziava a uscire, a compiere i primi passi.

E con questa nuova piccola conquista nello zaino è iniziato il cammino del giorno seguente.

Lungo e stancante, sotto un sole che non mi aspettavo di trovare, lungo una collina che non credevo così interminabile, diretta verso un panorama che non poteva che togliermi ancora un po’ di fiato.

Il bastione dei Pescatori: una costruzione fuori dal tempo, un’architettura indefinita, un bianco puro e candido, lontano dal grigiore del passato e una sinagoga colorata a sovrastare tutto.

E al di là dei piccoli archi, oltre le tante torrette, l’altra riva, la città in miniatura, lontana, che iniziava ad accendersi con il buio. Si accendeva e si trasformava, come ogni sera. Rivelava un nuovo volto. Profili e campanili di chiese di giorno confusi con altri edifici, le luci dei ponti che iniziano a danzare allegre, i fari delle auto che corrono, il percorso della funicolare che porta al bastione, riflessi che tremano nell’acqua del fiume.

E’ questa l’immagine che ti lascia questa città, il primo elemento a cui associarla è la luce, poi l’acqua e infine la calma.

Bisogna essere pazienti e attenti, tenderle la mano, aspettare che riveli il suo vero volto.

 

Tutte le foto ad inizio articolo a cura di Daniele Alvarez

Lisbona mon amour. A postcard from Portugal

Lisbona mon amour. A postcard from Portugal

In copertina: vista panoramica di Lisbona. Fonte Lisbona.info

Ho Bon Iver nelle cuffie. Una stanza senza finestra di appena due metri per un metro: fuori piove. Per la prima volta da quando sono qui oggi piove. Ieri sera, in compagnia di alcuni amici abbiamo camminato tra la pioggia, fra vicoli che si inerpicano su per il centro della città e nessun turista a zonzo, nessun ombrello: solo libertà. Questa non è una città che ami subito, soprattutto se provieni dal Sud dell’Italia. Il fruttivendolo all’angolo della strada, le macchine parcheggiate un po’ a caso, le salite ripidissime. Così, è molto difficile apprezzare fino in fondo un nuovo contesto. A poco a poco però, Lisbona ti entra nel cuore.

Il Portogallo è una terra meravigliosa. E’ come se avessero nel Dna il fatto di essere sempre stati un crocevia di popoli. Lisbona è invece una finestra spazio-temporale nel passato. Qui il tempo si ferma, pur volando. Ogni giorno non sai dove mettere gli occhi per la meraviglia e gli innumerevoli e innumerabili posti da visitare. Puoi passeggiare per ore, scalare faticosamente mille salite, ma non sarà mai abbastanza.

In questo posto ritorni a vivere, puoi amare dieci sconosciuti contemporaneamente, essere allo stesso tempo italiano, inglese, francese, cattolico o musulmano, essere come i mille Io di Pessoa, ma tutte queste personalità, non si scontrano fra loro e non provocano alcun senso di distanza ed inquietudine. Assorbi dalla città quello che essa è: un po’ San Francisco, col ponte sul fiume Tago, un po’ Rio de Janeiro per il Cristo Redentore. Lisbona é un caleidoscopio di posti nel mondo racchiuso in una sola sfera. E non sono i tram, il caffè La Brasileira, non il bachalau, ma l’aria che respiri, la gente che incontri, l’arte che cammina per le strade, i mille locali carini ed economici sparsi qua e là. Tutto è un’alternarsi di bom dia e boa tarde, col sorriso sempre stampato sulle labbra.

A volte la città é decadente ma ciò non le offre una atmosfera trasandata. Fa parte del modo portoghese di affrontare la vita, ed è un continuo ‘let it be’. Non ho ancora trovato una parola per definire questo atteggiamento degli uomini fuori dai bar, in pieno giorno, aspettando semplicemente che la vita passi, senza vivere con troppe ansie. E poi la saudade, che ha che fare con la nostalgia, ma che nella mia visione delle cose è qualcosa di simile alla serenità, ad una perfezione così breve che a volte intristisce.

Così ci si ritrova a percorrere vicoli, a rubare scorci di tetti ammassati gli uni sugli altri. Non servono Canon, o almeno quotidianamente: rubi con gli occhi piccole polaroid di momenti ed attimi, tipo il barbiere fuori dal negozio vecchio stile. E una città ‘old fashioned’ questa. E poi gli anziani coi baffi, gli occhiali e gli abiti in velluto. Non dovrai nemmeno chiudere gli occhi per immaginarli in una comparsa di Sostiene Pereira.

Ed ancora: la gente alle finestre che osserva il corso degli avvenimenti, il rumore del tram che attraversa la mia dimora, il 28 che porta a Martin Moniz e Pessoa seduto in piazza centrale, a ricordare la malinconia d’ottobre cantata da Lucio Dalla assieme alle pene d’amore.

A Lisbona non puoi non avere la mente in festa, perché in giro é sempre Carnevale. Sono venuta qui per respirare un po’, riprendere in mano la mia vita ma anche per perdermi. La città mi sta insegnando che fra i diversi modi di vivere che uno può scegliere forse il metodo portoghese é quello giusto. Una volta nella vita, allora, bisognerebbe prendere la valigia per venire a dare un occhio a questi tetti. Ai miliardi di colori, ad annusare l’odore del pesce per le strade, ascoltando il fado che esce dai ristoranti,  per perdersi nel tempo e nello spazio. E ritrovare sé stessi, in un groviglio di sensazioni disarmanti e meravigliose.

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