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From Aaron Mithcell/Charlton Amlie to Daniel Lloyd

Cupcake Town, 22/08/2103

Caro Daniel,

Permettimi di ringraziarti per aver sperimentato assieme a me questo meraviglioso labirinto che difficilmente avrei sperato di portare a termine. Ma vi sono stati tanti fattori decisivi alla riuscita di questa mia (spero definitiva) fuga. In primis, la tenacia che tu e Dustin Sharedown avete riposto in questo ‘difficile caso’. E permettimi inoltre di congratularmi con te per la scoperta ottenuta con invidiabile caparbietà. Sono convinto che avrai già capito tutto dal penultimo biglietto che ti ho recapitato. Certo, non è stato facile. Ho dovuto spesso fingere. A te, a Dustin, al dottor Waterloo. Ma come si sentirebbero queste persone se tu riferissi del reale andamento dei fatti?

Pensa al dottor Waterloo: cosa diavolo dovrebbe pensare quando scoprirà di ogni mio atto sessuale con la sua ‘assistente non più assistente’ Meredith Mellby? Ed ancora. Cosa potrebbe provare dinanzi ad una assistente che lo ha ingannato in ogni istante di quella prolifica collaborazione professionale? Io penso che ne soffrirebbe, venendo a conoscenza di questa storia del ‘paziente non paziente’. Capisci cosa intendo? Forse è il caso di consegnare a questa gente la verità che loro detengono. Lasciamo perdere dunque la verità reale. E’ la verità personale ciò di cui uno ha bisogno, in un secolo nel quale il soggettivismo, persino in ambito filosofico, è tutto.

Ma torniamo al punto, agli albori di questa fantomatica e teatrale macchinazione. Tutto è cominciato circa 21 anni fa, all’epoca della mia prima rottura con Cecily. Forse non ci crederai mai, ma quel giorno la mia clessidra s’è dissolta nella futilità e nell’amore per il rischio. Quando Cecily Burns decide di lasciarmi, la mia vita cambiò completamente. Ora so che invece ha totalmente divorato il mio spazio tempo, ormai disperso nel mio perenne dolore esistenziale.

Ho trascorso giorni, mesi e anni prima di ritrovare il suo pentimento, i suoi sentimenti e il suo amore per me. Ho continuato a percepirlo e tutto sembrava essere tornato come un tempo. Ma qualcosa si era ormai rotto e spero capirai. Un’altra dimensione temporale aveva danneggiato il corso degli eventi. Avevo barattato i miei fallimenti sentimentali con una confortante solitudine da ghostwriter, che mi permise a lungo di rifugiarmi in un confortevole nascondiglio divenuto arduo da abbandonare. Poi, il richiamo di Cecily risvegliò in me il senso della mia esistenza. Era così tornato quello spazio-tempo perduto.

Ma un ordine, che aggiunge improvvisamente un tassello al disordine, automaticamente diviene generatore di un irreversibile caos esistenziale. Così, un bel giorno, decisi che tale caos dovesse terminare. Ricordo benissimo le mie parole prima di quell’incidente: «Cecily, ti va di morire? E’ il nostro tempo».

E lo era. Avevamo fallito e dovevamo ammazzare il nostro amore. Lo schianto però non fu sufficiente ad eliminare la mia vita, limitandosi a cagionare la morte di Cecily. Mi sono sentito vuoto ma poi sono ripartito dopo essermi aperto con l’unica persona che mi abbia davvero capito: Meredith Mellby. Pensavo avrebbe chiamato subito la polizia, ma dovevo liberare il mio corpo da questa atrocità, sbarazzandomi del dolore di essere uomo. Invece mi sussurrò: «Dimentica Cecily, progetteremo nuove maschere nella recita più grande della nostra esistenza».

Al termine di quella confessione, Meredith Mellby mi lasciò in eredità un pensiero di James Dean: «Capire il completo significato della vita è compito dell’attore, interpretarla il suo problema, ed esprimerla la sua missione. Essere un attore è la cosa più solitaria al mondo. Sei completamente da solo con la tua concentrazione e con la tua immaginazione, e quello è tutto ciò che hai. Essere un buon attore non è facile. Essere un uomo è ancora più difficile. Voglio essere entrambi prima di morire».

Poi ho capito. Meredith era interessata ad afferrare con mano le ragioni del mio gesto, progettando un assurdo passaggio da una giocosa e sadica recita, seppur ben congegnata, ad un mio completo recupero di persona e di uomo. Ciò che avevo smesso di essere non per causa di Cecily, ma per una storia maledettamente controversa e desolatamente malata. Una storia che ho dovuto uccidere.

Siamo molto simili io e te, Daniel Lloyd. Non credere che questa tua onniscienza, questo tuo continuo ricorrere ad un perenne dietro le quinte, cancellerà tutto il tuo passato. Un passato che conosco e comprendo ancor più. Voglio che tu sappia che a Charlton Amlie non volevamo fare assolutamente nulla. Abbiamo semplicemente cercato un perfetto corrispondente anagrammatico, muovendo dai nomi dei pazienti presenti al Waterloo Studio’s. Abbiamo poi depistato totalmente le indagini modificando le cartelle di Amlie. Quell’uomo non ha mai conosciuto Cecily, né ha mai comprato un biglietto per la Spagna o frequentato l’Università alla Highboury di Lakewood. Abbiamo pilotato tutto, persino il trasferimento ordinato da Meredith per la riabilitazione di Amlie, facendovi credere in una latitanza del sospettato. Non lo avremmo comunque mai ucciso o lasciato marcire in galera. Naturalmente ho dovuto fingere anche sulla storia dei messaggi, camuffando la mia scrittura stessa e depositando quei messaggi nella mia stessa dimora, oltre a portare gli uomini di Richards nella dimora di Amlie.

Ma questa è solo parte della storia. Una storia che ti racconterò ancor più dettagliatamente dopo aver passato del tempo assieme a Meredith. Te ne racconteremo. Ora mi auguro, da scrittore a scrittore, che tu possa essere capace di lanciare il tuo primo vero grande libro. Essere giornalisti è arte nobile, ma non ti basterà economicamente. Tu scriverai questo libro perché hai una grande storia da raccontare. Ovviamente, ti raccomando di evitare gli ultimi particolari. Romanzare e recitare è tutto in questa breve ed effimera esistenza.

Ti lascio a una delle mie citazioni preferite, e questa volta Hemingway e Morrissey resteranno alla finestra. Ne ho scelta una da ‘Petrolio’. Immagino tu conosca l’autore. Non lo nominerò perché non sono un grande uomo mentre lui lo fu. Almeno da ciò che il nostro amore per la letteratura ha saputo tramandarci, spero tu possa capire che avrei voluto essere un grande uomo. Ma ormai, giunto alla soglia di un cinquantennio, non potrò mai più esserlo. Forse.

«Ci sono persone che non credono in niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale. La scoperta del “nulla” per essi, però, è una novità che implica altre cose: implica cioè non solo il proseguire dell’azione, dell’intervento, dell’operosità (intesi ora non più come doveri ma come atti gratuiti), ma anche la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco».

Con riconoscenza,

Sir Aaron Mithcell

E vennero i tempi  del congedo tra me e Aaron Mithcell, chissà se momentaneo o definitivo, culminato in una lettera dalle elevate qualità stilistiche sopraggiunte da notevoli richiami storico-letterari. Mi riproposi di replicare con modi e tempi adeguati. Avevo bisogno di rielaborare uno degli anni più terribili dei miei trascorsi a Cupcake Town. Una città ormai svuotata da qualsiasi forma di esplicazione sentimentale: rabbia, odio, ira, menzogna, ossessione, gelosia, tradimento, amicizia, lealtà, verità, amore. Non restava più niente, se non l’abbandono di una città che aveva già a sua volta abbandonato me stesso ormai da un pezzo.

In attesa di trovare le parole giuste per Aaron Mithcell, ebbi chiaramente a riflettere sul da farsi rispetto alla risoluzione del caso Burns. Ma c’era qualcosa in quell’uomo che sembrava ancora risplendere. Nonostante gli omicidi, le collaborazioni scomode, un tentato suicidio, l’amore per il depistaggio, la follia comportamentale tramite la degenerazione giustificatoria per mezzo dell’arte e della letteratura. Dovevo pertanto fermarmi un attimo. Poi ripartire e rielaborare. Volevo un romanzo sulla paura, ma mai come oggi resterò condannato ad averne ancor più dei miei potenziali lettori, indugiando negli abissi di una funesta ed incontrovertibile solitudine condita da una del tutto personale, ignobile e zelante viltà.

 

 

Author: Cosimo Cataleta

E’ laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano. Collabora con le testate web Infooggi e Retro. Grande appassionato di musica, letteratura e politica estera.

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