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Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

[In copertina: Palazzo della Civiltà Italiana o Colosseo quadrato. Fonte qui]

Alla fine degli anni trenta, mentre Benito Mussolini si preparava ad ospitare a Roma la Fiera del Mondo prevista per il 1942, supervisionava la costruzione del nuovo quartiere, Esposizione Universale Roma, a sud-ovest della città, per mostrare la rinvigorita grandezza imperiale d’Italia. Il fiore all’occhiello era il Palazzo della Civiltà Italiana, una prodigiosa meraviglia rettangolare formato da archi astratti sulle facciate e una fila di statue neoclassiche che fiancheggiano la base. Successivamente la fiera fu annullata per colpa della guerra, ma il palazzo, noto proprio come Colosseo Quadrato, esiste ancora oggi con all’esterno ancora incisa una frase del discorso di Mussolini, quando nel 1935, annunciando l’invasione dell’Etiopia, descrisse gli italiani come “un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmutanti”. L’invasione, e la sanguinosa occupazione che seguirono, portarono ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio, in altre parole, è una reliquia dell’aggressività fascista. Eppure, lungi dall’essere ostracizzato, l’edificio è diventato un’icona del modernismo. Nel 2004 l’Italia l’ha riconosciuto come sito di “interesse culturale” mentre nel 2010 è stato completato un restauro parziale, e cinque anni dopo la Fendi l’ha utilizzato come base amministrativa.

L’Italia, primo stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi nel 1994 il Paese portò per primo al potere un partito neofascista, come parte della coalizione di centro-destra di Berlusconi. Ma questo da solo non è sufficiente a spiegare la comodità degli italiani con la vita in mezzo  a simboli fascisti. Dopo tutto, l’Italia è stata la dimora della più grande resistenza antifascista dell’Europa occidentale e del suo partito comunista più robusto del dopoguerra. Fino al 2008, le coalizioni di centro-sinistra hanno mantenuto tale eredità, spesso ottenendo più del 40% del voto nelle elezioni. Allora, perché se gli Stati Uniti si sono impegnati in un contenzioso processo di smantellamento dei monumenti legati al suo passato confederato e la Francia si è liberata di tutte le strade chiamate dopo il leader nazionalista di collaborazione Marshall Pétain, l’Italia ha lasciato che i suoi monumenti fascisti sopravvivessero senza problemi?

Il gran numero di queste reliquie è una prima ragione. Quando Mussolini è entrato al potere, nel 1922, guidava un nuovo movimento in un Paese con un terribile patrimonio culturale e sapeva che aveva bisogno di una moltitudine di segni per imprimere l’ideologia fascista sul paesaggio. Progetti pubblici, come il complesso sportivo Foro Mussolini a Roma, dovevano competere con quelli dei Medici e del Vaticano, mentre la figura del Duce, sorvegliava gli italiani sotto forma di statue, fotografie in uffici, poster alle fermate del tram, e perfino le stampe su costumi da bagno. Era facile sentire, come fece Italo Calvino, che il fascismo aveva colonizzato il regno pubblico italiano. “Ho trascorso i primi venti anni della mia vita con il volto di Mussolini sempre in vista”, ha ricordato lo scrittore.

In Germania, una legge promulgata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava i saluti di Hitler e altri riti pubblici, facilitava la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito alcun programma comparabile di re-educazione. Sbarazzarsi di migliaia di memoriali fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le forze alleate che avevano la priorità di stabilizzare il Paese e limitare il potere crescente del partito comunista. Dopo la guerra, i bollettini e le relazioni della commissione di controllo alleata raccomandavano di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più ovvie e non estetiche, come i busti di Mussolini; il resto potrebbe essere spostato nei musei o semplicemente essere coperto di stoffa e compensato. Questo approccio ha posto un precedente. La Legge di Scelba del 1953 è stata progettata per bloccare la ricostituzione del Partito fascista ed è stata notevolmente vaga su tutto il resto. Il blocco cristiano-democratico dominante, che comprendeva molti ex fascisti, non ha visto l’abbondante eredità del regime come un problema e pertanto non è mai stata istituita una politica che fosse più pro attiva.

Ciò significa che, quando Berlusconi ha portato al potere il Movimento Sociale Italiano, la sua riabilitazione del fascismo è stata aiutata dall’esistenza di luoghi di pellegrinaggio e monumenti. Il più notevole è stato Predappio, luogo di nascita di Mussolini, dove si trova la sua cripta di sepoltura e dove i negozi vendono camicie fasciste e naziste e altre mercanzie. La Legge Mancino, passata nel 1993, aveva risposto a questa “rinascita! della destra sanzionando la propagazione dell’odio razziale ed etnico, ma fu applicata in modo non uniforme. Vivevo a Roma in occasione di una borsa Fulbright nel 1994, e sono rimasta sveglia più di una volta dalle grida di “Heil Hitler” e “Viva il Duce!” Proveniente da un pub vicino.

Per quanto ne so, il fatto che Berlusconi abbia preso il potere a più riprese ha fatto sì che siti come Predappio crescessero in popolarità e che i conservatori di tutti i partiti politici abbiano forgiato alleanze con il diritto di salvare i monumenti fascisti, che sono stati sempre più considerati parte integrante del patrimonio culturale italiano. Il Foro Mussolini, come il “Colosseo quadrato”, è un soggetto di particolare ammirazione. Nel 2014, Matteo Renzi, primo ministro di centro-sinistra, ha annunciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 proprio all’interno del complesso, ora noto come il Foro Italico, davanti a “l’Apoteosi del Fascismo”, un dipinto coperto dagli Alleati nel 1944, perché rappresenta il Duce come figura divina. Sarebbe difficile immaginare che Angela Merkel fosse in piedi davanti a un dipinto di Hitler in un’occasione simile.

Negli ultimi anni, ci sono stati alcuni sforzi fermi per esaminare il rapporto italiano con i simboli fascisti. Nel 2012, Ettore Viri, sindaco di destra di Affile, ha incluso un memoriale al generale Rodolfo Graziani, un collaboratore nazista e un criminale di guerra accusato, in un parco costruito con fondi approvati dal governo regionale a sinistra. Dopo una audizione pubblica, il governo ha annullato i fondi. Recentemente, Viri è stato accusato di apologia fascista, ma il memoriale resta al suo posto.

A Predappio è in costruzione un nuovo Museo de Fascismo. Alcuni vedono il museo, che è costruito sul modello del Centro Documentazione di Monaco di Baviera per la Storia del nazionalsocialismo, come un esercizio molto necessario nell’istruzione pubblica. (Nel 2016 ero membro del comitato internazionale di storici che si è riunito in Italia per valutare il progetto.) Altri temono che la sua posizione nella città di Mussolini significhi alimentare ulteriormente la nostalgia. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha lottato per la rimozione dei più famosi monumenti fascisti. La sua proposta, nel 2015, di togliere un’iscrizione del nome di Mussolini dall’obelisco di Foro Italico, suscitò l’opinione che un “capolavoro” sarebbe stato sfregiato.

La Boldrini ha spesso messo in evidenza la messa al bando dei simboli nazisti in Germania come esempio per l’Italia da seguire. Ma anche quel modello potrebbe essere presto testato. In una forte vittoria nelle elezioni del 24 settembre, l’Alternativa per la Germania (AfD) è diventata il primo partito di destra a vincere dei seggi nel parlamento tedesco dal 1945. La destra in Germania, priva del beneficio di monumenti pubblici emotivamente impegnati, ha organizzato i suoi incontri intorno ad eventi marginali come i concerti di musica “rock di destra”. Tuttavia, negli eventi dell’AfD, come la marcia tenutasi a nei primi di Settembre a Jena, i canti nazisti hanno cominciato a risentirsi. E, a meno che il partito non prenda una linea dura contro i simboli nazisti, è solo una questione di tempo affinché anche i simboli riappaiano. In Italia, dove non sono mai andati via, il rischio è diverso: se i monumenti vengono trattati semplicemente come oggetti estetici depoliticizzati, allora l’estrema destra può sfruttarne l’ideologia brutale mentre tutti gli altri finiscono per abituarsene. Ci si chiede se i dipendenti di Fendi si preoccupino delle origini fasciste del Palazzo della Civiltà Italiana quando arrivano al lavoro ogni mattina, mentre i loro tacchi calpestano pavimenti in travertino e marmo, i materiali preferiti del regime. Come disse una volta Rosalia Vittorini, capo dell’organizzazione per la conservazione dell’architettura moderna docomomo, quando le si si chiedeva come si sentono gli italiani a vivere tra le reliquie della dittatura: “Perché secondo te dovrebbero pensarci?”


[Traduzione dall’originale: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? di Ruth Ben-Ghiat per “The New Yorker” Fonte qui]

Esiste una soluzione per la Macedonia?

Esiste una soluzione per la Macedonia?

[In copertina: manifestazione in Macedonia. Fonte: realclearworld.com ]

Appena entrati nella FYROM, l’interclusa Repubblica dei Balcani compie uno sforzo di non poco conto nel ricordare che la Macedonia è esattamente lì dove ti trovi. Tutte le svariate asserzioni sull’identità macedone risulteranno gradevoli come la sua bandiera, un esuberante sole a raggiera dicromo meglio noto come il Sole della Libertà.

Le medesime possono presentarsi sgargianti come la lascivia ristrutturazione in stile Las Vegas del centro storico di Skopje, o possono addirittura prendere una forma piumosa, come il pavone lasciato libero di vagare alla frontiera con la Grecia. Il pennuto incede impettito in quell’idillio, tra gli indistinti monti dei laghi di Ocrida e Prespa in lontananza, e lo stretto fossato dove gli ufficiali frontalieri si infilano per ispezionare i veicoli in transito. (Il pavone è un simbolo nazionale, o qualcosa di simile).

Quando gli orpelli di una statualità indipendente risultano particolarmente fragili, spesso i simboli della nazionalità emanano più luce. È la lezione dei Balcani, e in particolar modo della Macedonia – un granello di Stato i cui territori sono stati da sempre contestati. Con la sfaldatura di secoli di controllo imperiale Ottomano cominciata nel XIX secolo, la “Questione Macedone” divenne tra le controversie più sanguinose e difficili da gestire, con in campo battaglie etniche in ultima analisi intraprese per manipolazioni di potenze straniere, come Gran Bretagna e Germania. Attualmente, a creare tensioni che potrebbero minare il controllo territoriale di Skopje è l’Albania; in passato è stata la Grecia ad opporsi attivamente al nome stesso del paese, portando alla bizzarra denominazione ufficiale di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; mentre, negli anni ‘90, le proteste scoppiate ad Atene costrinsero Skopje a cambiare la propria bandiera. Troppo da gestire, per un paese di 2,1 milioni di abitanti. La storia della FYROM rimane oltremodo confusa, e risulta perciò facile per un viaggiatore comprendere il motivo per cui gli sfoggi di una capitale come Skopje tendono all’esuberante. Si tratta in un certo senso della celebrazione di ciò che il paese agogna a diventare: uno stato-nazione stabile al pari dei suoi consimili europei.

E a tale scopo, la Macedonia sa di aver bisogno di un aiuto dall’esterno. Ma le dispute regionali l’hanno frenata, colpendo proprio al cuore dell’identità nazionale: la Grecia, contrariata per il nome del paese, ha chiuso le porte della NATO proprio quando un invito alle procedure di ingresso sembrava prossimo, e insieme alla Bulgaria ha messo i freni anche all’ingresso nell’Unione Europea. Dieci anni dopo, tutti i paesi limitrofi risultano virtualmente molto più prossimi all’obiettivo NATO o a quello europeo (o a entrambi), in un’area dove una sorta di integrazione euro-atlantica è ritenuta vitale al consolidamento
nazionale.

Successivamente, la Macedonia ha cominciato a frenarsi da sola. In carica da circa dieci anni (a partire dal 2006), il governo dell’ex Primo Ministro Nikola Gruevski ha portato al degrado le istituzioni del paese, chiudendosi nei propri palazzi e mettendo sotto assedio la libertà di stampa, mentre rigonfiava l’apparato burocratico nazionale in modo da ottenere maggiore fedeltà al partito, il VMRO-DPMNE (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Ad ogni modo, in seguito ad uno smaccato cambio di politica verso un nuovo governo, avvenuto questa estate, d’improvviso la Macedonia è apparsa molto meglio preparata a portare avanti il processo di integrazione europea. L’Occidente ritiene oggi che è nel suo stesso interesse avere buoni rapporti con Skopje.

Un cammino tortuoso

Il nuovo governo macedone, guidato dal devoto filo-occidentale Zoran Zaev (Unione Socialdemocratica di Macedonia – partito di centro-destra), ha davanti a sé un cammino alquanto tortuoso per reggere un potere piuttosto fragile.

Appena un decennio fa, la Macedonia si prestava benissimo ad un ruolo che simboleggiava progresso nei Balcani, tuttavia è stata rifiutata. Scampata appena alle guerre civili che hanno coinvolto i suoi vicini con la caduta della Jugoslavia, i macedoni elessero il governo di Gruevski sulla base di un cammino di riforme proiettato verso l’accesso all’Unione Europea
e alla NATO. Da ex ministro delle finanze con fare da tecnocrate, Gruevski era diventato un modello di potere politico altamente partitico e alimentato dal clientelismo, condito di fervore nazionalista. Gli analisti che ho avuto modo di incontrare a Skopje hanno descritto una situazione in cui l’impresa privata è tutta nelle mani delle élite – un destino toccato pure ai
più popolari canali di informazione, una situazione che ha costretto la maggior parte del giornalismo indipendente ad affidarsi a sostegni esterni. Il debito è salito alle stelle: la dimostrazione più evidente delle spese scellerate del VMRO è il tempio della pacchianeria del XXI secolo in Piazza Macedonia a Skopje, dove i moderni palazzoni sono stati ricoperti da bizzarre facciate neoclassiche dai costi esorbitanti.

Il precedente governo avrebbe potuto continuare il proprio percorso senza ostacolo alcuno, se non fosse per uno scandalo saltato fuori secondo cui, a quanto si dice, agenti dei servizi segreti avrebbero passato delle registrazioni ai socialdemocratici, allora all’opposizione. Tra le tante accuse, ve ne è una legata al coinvolgimento in brogli elettorali. Le indiscrezioni portarono a massicce proteste nel 2015, la nomina di un procuratore speciale, nuove elezioni, per arrivare infine alla formazione di un nuovo governo, guidato dai socialdemocratici con il supporto della coalizione dei partiti della minoranza etnica albanese.
In seguito al clamoroso attacco al Parlamento per mano dei sostenitori del VMRO, lo scorso maggio il vacillante presidente della Macedonia, Georgi Ivanov, ha approvato il mandato per un nuovo gabinetto. Zaev ha portato i socialdemocratici al potere, mentre Gruevski si ritrova adesso a respingere accuse che potrebbero portarlo a scontare ben 27 anni di carcere.

Nuovi scenari pericolosi

Nessuna delle considerazioni precedenti è intesa a prendere una posizione nelle politiche interne della Macedonia – piuttosto, le medesime dimostrano quanto velocemente le cose possano peggiorare. Skopje ha evitato per un pelo una guerra civile tra le fazioni etniche albanesi e macedoni, quando ha preso parte alla stesura dell’Accordo di Ocrida nel 2001 insieme a partner esterni. I principali partiti del paese si sarebbero volentieri scambiati il potere subito dopo le elezioni. L’intrinseco interesse macedone di ottenere il consenso occidentale nasce dalla necessità di solidificare le proprie istituzioni e di ammodernare la
propria economia. Le istituzioni occidentali sembrano garantire una via d’uscita alle fasi di transizione di Stati come quelli balcanici.

Quando le ambizioni NATO e UE della Macedonia giunsero allo stallo, l’Europa era in una fase diversa – un periodo in cui i pacifici confini della democrazia parevano protesi al solo progresso. Era la stessa fase in cui gli sforzi della Turchia di entrare nell’Unione venivano trattati con derisione e quando a paesi come Ucraina e Georgia veniva offerta la remota possibilità di entrare a far parte della NATO (facendo arrabbiare la Russia) ma senza fornire un chiaro piano di adesione. Come ha sottolineato Michael O’Hanlon, ciò ha reso i due paesi doppiamente vulnerabili. In effetti, con un minimo di premura in più, numerosi errori erano evitabili.

Attualmente i Balcani Occidentali sono tornati sulla scena e rappresentano la nuova sfida per i leader occidentali; per la Macedonia, in condizioni peggiori rispetto a dieci anni fa, sono state ipotizzate delle pessime soluzioni. La Questione Macedone è tornata alla ribalta negli ultimi anni, spogliata di qualsiasi contesto storico e conseguenza geografica, come si evince dalle parole del repubblicano Dana Rohrabacher (R-Calif.), il quale lo scorso febbraio ha dichiarato, ai microfoni di una rete televisiva albanese, che la Macedonia non è una nazione e che dovrebbe concedere il proprio territorio ai paesi limitrofi seguendo le linee etniche territoriali. Iterazioni in campo accademico di questa errata argomentazione sono state riciclate più volte negli ultimi mesi.

Il modo in cui l’etnicità ammanta l’intera mappa dei Balcani non è affatto semplice, da un punto di vista topografico o politico, ma la sua manifestazione risulta ancor più irruente quanto più il suo potere è messo in discussione. Il profondo rosso del drappo albanese tappezza le strade e i villaggi di tutto il nord-ovest della Macedonia, laddove la popolazione albanese risiede in maggioranza – molto più “rosso” e “profondo” di quanto se ne possa vedere nella stessa Albania. Esattamente come nella Repubblica Serba in Bosnia, dove il vessillo di tale entità costituzionale dominata dai serbi addobba le strade che perimetrano Sarajevo, capitale della Bosnia. Così si presentano le micro-realtà sulle linee di confine della civilizzazione.

E risulterebbe particolarmente facile giungere ad erronee conclusioni partendo da tali presupposti. La partizione etnica possiede una sorta di attrazione “ctonia”, che riemerge continuamente dalle profondità per offrire una nuova epifania, come se l’identità fosse scolpita nella roccia o come se le linee etniche fossero tracciate nitide e nette sulla mappa. L’ultima cosa di cui ha bisogno l’intera regione è una nuova revisione dei confini.

Di certo, in Macedonia ci sono ragioni a sufficienza da lasciar comprendere che la minoranza albanese ambirebbe ad una maggiore partecipazione all’interno dello Stato esistente, piuttosto che forgiare un’alleanza alternativa con l’Albania. Vorrebbe vedersi garantiti i propri diritti all’interno dello stato, il che spiega pure il motivo per cui nel 2001 l’Accordo di Ocrida ha fermato un conflitto crescente. Analogamente in Montenegro, il governo ha alla fine riconosciuto l’indipendenza del Kosovo nonostante una dura opposizione iniziale, ammettendo in questo modo di aver agito per i propri interessi. Al di là della retorica nazionalista, è probabile che la Serbia vorrebbe fare lo stesso.

Le aspirazioni etniche all’interno di un paese necessitano di un determinato contesto politico per potersi affermare, a meno che non siano tese a scatenare un conflitto. La Macedonia ha vissuto un prolungato periodo di transizione dal comunismo, in cui le élite economiche hanno instaurato una cleptocrazia, mentre le masse sono rimaste irreparabilmente povere, e in cui le deboli istituzioni hanno limitato l’ambito della democrazia a favore di una feroce competizione tra partiti politici per accaparrarsi il potere assoluto. Il fallimento dei processi di ingresso nella NATO e nell’Unione Europea rischia di provocare sfiducia e disillusione crescenti che potrebbero peggiorare ulteriormente le cose.

Nessuna soluzione semplice

L’Unione Europea non si trova oggi nella posizione di poter pensare ad una sua espansione, presa com’è dai suoi problemi interni, e di certo dovrebbe presentarsi come modello più solido prima di provare ad attrarre nuovi paesi nella propria orbita. I problemi che intercorrono tra l’UE e l’Est Europa delucidano al meglio la situazione: l’ultima cosa che Bruxelles si auspica in questo momento è di portare tra i propri membri paesi che traghetterebbero al Consiglio un nuovo Orban, un nuovo Szydlo, o un futuro Gruevski. E così rimarrà, tanto a lungo finché l’Unione Europea continuerà a considerarsi come un progetto civilizzazionale omnicomprensivo. Allo stesso modo in cui Bruxelles si scontra con Budapest sull’immigrazione, molti dei principi normativi che l’Unione esige dai suoi membri falliscono miseramente in condizioni come quelle in cui vessa Skopje. In ultima analisi, anche se il processo di adesione UE risulta lento, la tutela a lungo termine che garantisce è piuttosto considerevole.

La NATO avrebbe maggiore rapidità d’azione, nonostante il supporto ai propri membri risulti pressoché limitato. Un piano di adesione per la Macedonia era operativo qualche anno fa, e le forze armate macedoni erano considerate altamente competenti — probabilmente molto più di quelle montenegrine, che hanno aderito alla NATO di recente. Come ha fatto notare
O’Hanlon, la NATO è passata da un precedente ruolo di pura autodifesa, a una funzione attraverso la quale tenderebbe ad aprire un varco per tutta una serie di Stati, affinché questi possano migliorare i propri governi e portare a termine le proprie transazioni da politiche post-comuniste.

Non v’è nessun traguardo prossimo o alla portata. Ma un’opportunità per entrare in Occidente è stata offerta alla Macedonia, un paese che è interno all’Europa, a circa 1.000 km da Vienna. Se l’Europa non definisce appieno le proprie azioni nei Balcani, vi sono in verità già numerosi attori esterni pronti a farlo al posto suo.


[Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto. Analisi di Joel Weickgenant su RealClearWorld. Originale in inglese (13/08/2017) qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

[In copertina: Mansudae Great Monument, Pyonyang, Nord Corea. Bjørn Christian Tørrissen. Fonte qui]

L’atteggiamento della Nord Corea è divenuto sempre più ostile nel corso degli ultimi anni. Il 19 Giugno, la morte di Otto Warmbier, uno studente americano prigioniero della Nord Corea per oltre un anno, la cui salute durante la detenzione è peggiorata a tal punto da portarlo in uno stato comatoso fatale, è stata solo l’ultima provocazione. La Nord Corea ha condotto test missilistici per circa due settimane dall’inizio dell’anno. Sanzioni occidentali e le promesse di azioni forti da parte della Cina non sono riuscite ad imbrigliare il programma nucleare del regime coreano. Meno noti ma probabilmente più sorprendenti sono i deboli effetti delle sanzioni, che non hanno colpito negativamente l’economia nordcoreana. Sebbene tutte le statistiche e calcoli sulla povera economia coreana rimangano pure supposizioni di settore, la maggior parte degli esperti concordano sulla crescita della Nord Corea, che si aggirerebbe tra l’1% e il 5%. Cosa la rende così resistente?

Questo in parte perchè non tutte le sanzioni sono state pensate per colpire l’economia. La maggior parte, anzi, hanno un obiettivo ristretto. Congelamento di beni e risorse ma anche divieti di viaggio hanno coinvolto personalità vicine al regime, La proibizione del commercio militare è stata intesa per colpire l’efficacia ed efficienza dell’esercito. Ma anche le sanzioni più generiche non hanno sortito l’effetto sperato.

Le Nazioni Unite hanno tentato di bloccare l’accesso a valute forti da parte della Nord Corea mettendo un tetto alla quantità massima di carbone che lo Stato possa esportare. Questa opzione, potenzialmente, depriverebbe la Nord Corea di più di un quarto dei propri ricavi da esportazione. La Cina, il compratore che detiene il 99% delle vendite dichiarate di carbone della Nord Corea, ha dichiarato in Febbraio che avrebbe sospeso ogni tipo di commercio della materia prima. Eppure, nei porti di carbone cinesi attraccano ancora navi merce nordcoreane. La Nord Corea, inoltre, può utilizzare altri canali per guadagnare valuta estera: utilizzando prestanome stranieri, il regime vende droga, armi e merce contraffatta. Il governo di Kim Jong-un può contare anche su più di 1 miliardo di dollari all’anno dalla vendita forza di lavoratori all’estero.

Una struttura di imposizione debole limita gli sforzi per sopprimere il commercio illegale, e le sanzioni potrebbero essere maggiormente estese. Stati e individui che aiutano la Nord Corea nella conduzione di affari non sono stati soggetti di “sanzioni secondarie” che isolerebbero ulteriormente il governo. Tali sanzioni furono essenziali nel persuadere l’Iran ai tavoli di negoziato per il proprio piano nucleare nel 2015. E ciò nonostante, secondo Anthony Ruggiero, ex ufficiale del Tesoro statunitense, collaboratore degli Stati Uniti durante gli ultimi negoziati con la Nord Corea, entità nordcoreane in lista nera continuano ad avere accesso al sistemo bancario internazionale attraverso l’aiuto di reti ed attività fantoccio cinesi. Nuovi sforzi si stanno compiendo per chiudere le falle. Rex Tillerson, Segretario di Stato statunitense ha dichiarato questo mese al Congresso che l’Amministrazione si sta muovendo per porre sanzioni sugli Stati che non rispettano le misure imposte dalle Nazioni Unite.

Ma l’economia nordcoreana potrebbe resistere a questa accresciuta pressione. Sebbene sia ufficialmente illegale, è cresciuto il numero di aziende private che, a seguito delle riforme incoraggiate da Kim Jong-un, hanno reso possibile ad individui di generare profitto. Oltre ciò che deve essere prodotto per lo Stato, agricoltori ed imprenditori industriali hanno ora margine di libertà per cercare clienti in autonomia. Immagini satellitari mostrano una chiara crescita in numero e grandezza di aree mercatali in varie realtà. Piccole e medie aziende stanno proliferando, secondo Rudiger Frank dell’Università di Vienna, sottolineando come sei imprese taxi operano ora nell’area della capitale Pyongyang.

Miniso, una multinazionale cinese operante nella vendita di oggettistica domestica, è stata la prima catena ad aprire le proprie sedi in Nord Corea, in Aprile. Marginali riforme hanno inoltre permesso al regime risolvere parte del proprio deficit in dollari: il Donju, la nuova classe di imprenditori e commercianti della Nord Corea, compra protezione per sé stessa con delle “donazioni” di valuta forte a favore del governo.


[Traduzione dall’originale Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita: “The Economist explains: Why the North Korean economy is growing”. Fonte qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

 

 

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’uomo più ricco mai vissuto: vita e tempo di Jacob Fugger

L’uomo più ricco mai vissuto: vita e tempo di Jacob Fugger

[In copertina: ritratto di Jacob Fugger. Fonte: gospelherald.com]

Il ritratto di Albrecht Dürer raffigurante Jacob Fugger mostra un uomo con le labbra sottili e gli occhi che non perdonano. Indossa una mantellina di pelliccia sulle spalle e un cappello marrone. Un abbigliamento incredibilmente comune per il suo tempo, insomma. Greg Steinmetz, ex giornalista del Wall Street Journal e attualmente analista di titoli finanziari a New York, sostiene che Fugger sia stato l’uomo più ricco mai esistito.

Banchiere tardo-medioevale del sud della Germania, Fugger non è mai stato considerato alla pari di personalità come i De Medici, conosciuti soprattutto per l’interesse all’arte rinascimentale. Eppure è stato un banchiere migliore.

Se oggi fosse vivo, avrebbe saputo destreggiarsi perfettamente tra Wall Street e la City. Tuttavia la sua storia, se pur notevole, è ancora poco conosciuta.

Il racconto di Steinmetz non sempre brilla e alcuni aspetti della storia delle banche sono ambigui, tuttavia l’ambizione di Fugger, il suo essere spietato e la sua avidità sono dettagli affascinanti.

Nacque da una famiglia di agiati commercianti di tessuti e banchieri ad Asburgo nel 1549. Divenne ricco e potente rischiando il capitale e la reputazione per finanziare le mire espansionistiche degli Asburgo. Jacob saldò la relazione con la famiglia asburgica iniziata quando Federico III, sovrano del Sacro Romano Impero, ricevette un prestito dal fratello di Fugger nonostante fosse conosciuto come un cattivo pagatore. Jacob divenne il banchiere del figlio di Federico III, l’imperatore Massimiliano I, colui che costituì l’impero Austro-Ungarico e di Carlo V di Spagna, la cui vittoria nella Battaglia di Pavia favorì il consolidamento dell’egemonia asburgica. I suoi enormi prestiti erano sostenuti dalle garanzie e spesso i clienti asburgici pagavano attraverso donazioni.

Fugger fu in grado di controllare le materie prime come l’argento in Austria e il rame in Ungheria. Costruì una fonderia per raffinare il rame, e lo commerciava in maniera alquanto spietata. Quando si unì al cartello di produttori di rame di Venezia questi si accordarono per innalzare il prezzo del rame riducendo la produzione, Fugger  invece fece pressione sui rivali e sui cospiratori.

Inondò il mercato con così tanti metalli che il prezzo si abbassò vertiginosamente e i suoi rivali vennero profondamente indeboliti. Successivamente, aiutò le finanze portoghesi riorganizzando il mercato del pepe e delle spezie a Lisbona, una mossa talmente produttiva che distrusse definitivamente il commercio di Venezia. Egli inoltre aveva una sete di informazione riguardo il commercio e l’economia tale da portarlo a istituire una rete di corrieri che riportavano informazioni che venivano stampate e successivamente distribuite sotto forma di giornali arcaici. Fugger quindi si può dire essere stato l’inventore del primo sistema d’informazione.

L’uomo d’affari raccolse nuovo capitale per la sua banca sfruttando i conti di risparmio, i quali furono per la prima volta introdotti ad Asburgo e pagati il 5% all’anno, contravvenendo così al divieto di usura posto dalla Chiesa Cattolica. Fugger ne discusse personalmente con il papa Leone X (membro della famiglia dei Medici, per inciso) il quale trasse personalmente beneficio dalla sua generosità. Il papa rispose con indulgenza e il divieto di usura fu opportunamente riscritto nel 1515, quando la pratica fu ridefinita come “un profitto acquisito senza lavoro, costi o rischi.” Rischiare con i risparmi dei clienti è diventata una pratica leggittima “L’economia moderna” sostiene Steinmetz “stava ponendo le sue basi”.

La relazione di Fugger con il Vaticano era basata su una estesa rete di filiali attraverso cui poteva trasferire le donazioni dalla Germania a Roma in cambio di una commissione del 3%. Ma il risultato maggiormente sorprendente e al contempo inaspettato che ottenne, secondo Steinmetz, fu accendere involontariamente la miccia che fece scoppiare la Riforma. Fugger lavorò con un altro cliente Asburgico, per il quale comprò l’arcivescovato di Mainz, ed insieme iniziarono a vendere indulgenze (un perdono dei peccati che garantiva, in cambio di denaro, una scorciatoia per il paradiso) dividendo i guadagni con il papa che utilizzò i proventi per costruire la Basilica di San Pietro. Nel 1517 Martin Lutero fu particolarmente indignato da questo metodo e scrisse le “95 tesi”, le quali condannavano la chiesa di Roma e diedero il via alla Riforma Protestante.

Con il tempo collezionò una serie di nemici che desideravano vederlo morto. In primo luogo i Cavalieri Teutonici, un ordine militare del medioevo, e la classe contadina della Germania che insorse contro lo sfruttamento messo in atto dalla classe dei mercanti, dei quali Fugger era il maggior esponente. Uno dei leader della rivolta contadina tedesca avvenuta nel 1520 era Thomas Müntzer, un prete, considerato un primitivo “comunista” analfabeta, che promise che Dio avrebbe ucciso Fugger. (Durante la Guerra Fredda il ritratto di Müntzer apparve come simbolo della Germania Est, mentre quello di Fugger a rappresentazione della Germania Ovest). Fugger e i mercanti finanziarono l’armata che si battè a difesa dei loro interessi. Si spense indisturbato nel 1525.

Da giovane Fugger giurò che avrebbe guadagnato per tanto tempo quanto avrebbe potuto. E così fece. Al momento della sua morte era multimilionario. Visse spensierato nel lusso di un palazzo ad Asburgo. Qualunque sia la verità dietro la pubblicazione di Stenmetz, Jacob Fugger si sarebbe compiaciuto al pensiero di essere l’uomo più ricco che sia mai esistito.


[ Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento. Articolo originale del The Economist qui ]

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L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

[In copertina: un uomo prega e legge il Corano. Fonte: middleeastmonitor.com]

Quando si tratta di trovare una soluzione all’attuale violenza politica nel nome dell’Islam, la risposta più comune è che “l’Islam ha bisogno di essere riformato” per essere reso compatibile con i principi politici liberali. Una valutazione del genere lascia piuttosto perplessi, perchè riforme religiose sotto l’influenza dei valori liberali sono state fatte quasi due secoli fa.

Tali riforme sono iniziate sotto la spinta dell’era ottomana, in particolare grazie a due eventi: la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, nel 1798 e il Trattato di Parigi del 1856. Il primo ha stabilito le basi dell’infinito dibattito su Islam e modernità, con la nascita di movimenti riformisti-modernisti come il movimento Salafita e il pan-Islamismo, progetto politico di coesione politica basato sull’appartenenza all’Islam. Il trattato di Parigi, invece, provocò la simbolica inclusione dell’Impero Ottomano nell’ordine polito occidentale, quando per la prima volta dalla guerra di Crimea, un rappresentante dell’Impero Ottomano fu invitato a negoziati diplomatici.

Dopo questa simbolica inclusione, tre diversi fattori hanno contribuito all’adozione, in terre musulmane, del sistema statale vestfaliano (Stato nazionale, con sovranità sui propri confini, ndr) nella prima metà nel 1900:

  1. La caduta del governo imepriale nella regione;
  2. la nascita di movimenti nazionalisti locali in centri urbani come Cairo, Tunisi, Baghdad e Damasco;
  3. l’emergere di Stati nazionali con confini definiti che perseguivano propri interessi e dispute territoriali con gli Stati vicini.

La civilizzazione-nazionalistica di stampo liberale, sul modello Europeo-occidentale, divenne il paradigma dominante anche dei riformisti e modernisti ottomani, nonostante la forte resistenza interna, da sempre contraria all’imperialismo occidentale. Questa opposizione nasceva dall’ostilità del popolo verso le critiche fatte dall’occidente, secondo cui il califfato non era abbastanza civilizzato da ottenere la lealtà delle entità cristiane. Questa resistenza guidò successivamente verso due differenti movimenti: pan-Islamismo e pan-Arabismo.

L’obiettivo del pan-Islamismo era l’unità politica della popolazione islamica, che andava unita sotto l’Islam piuttosto che sotto una razza o nazionalità. Il pan-Arabismo, invece, riconosceva le affinità culturali e linguistiche tra gli arabi e voleva riunire tutti i popoli arabi sotto una unica nazione. Nonostante gli scopi politici differenti, questi due movimenti si svilupparono entrambi nello stesso periodo, cioè durante l’ultima fase dell’impero ottomano, e furono entrambi ispirati da principi politici europei.

Dalla metà del XIX secolo, con la nascita del movimento dei Giovani Turchi, il costituzionalismo e il parlamentarismo furono supportati in quanto considerati prerequisiti necessari ad una rinascita imperiale, e per la volontà di conciliarli con le norme islamiche, come il concetto di shura (consultazione). I Giovani Turchi, spesso presentati come un modello di elite occidentalizzata, non concepiva un regime secolare (laico, ndr); piuttosto, immaginavano la shari’ah come il fondamento per riforme e libertà. Il culmine delle conquiste fatte dai Giovani Turchi, la costituzione ottomana del 1876, che fu stesa sull’esempio di quella Belga del 1831 – stabili un senato nominato e una camera eletta con autorità legislativa.

Una serie di eventi simili ma ancor più rilevanti accaddero in Egitto sotto Muhamad Ali (1805-1848) e i suoi successori, i quali sperimentarono le assemblee rappresentative che furono la scena principale per la teorizzazione islamica modernista di politica.

Questi cambiamenti politici furono affiancati dal pensiero politico riformista noto come Salafiyyaanche se non è provato che tale termine venisse utilizzato in quanto tale dai modernisti dell’epocaSalafiyya, che prende Salaf (compagni vicini al profeta Muhammad e i legittimi predecessori) come riferimento ha ottenuto significati molto confusi, a causa dell’uso odierno da parte dei seguiaci della dottrina di Muhammad Ibn Abd Al-Wahhab, o Wahabismo, che si differenzia notevolmente nel suo orientamento  e negli obiettivi, dal movimento riformista modernista del XIX secolo. Il primo rigetta gli insegnamente delle quattro scuole sunnite di giurisprudenza o madhahib e supporta l’imitazione del profeta enfatizzando la Ahadith (le trascrizioni delle parole e dei gesti del profeta). Il secondo rifiuta allo stesso modo l’osservazione delle scuole di giurisproduenza ma, a differenza del Wahabismo, incoraggia nuove interpretazioni.

Il movimento riformista-modernista è passato come un tentativo di resistere all’influenza culturale occidentale ed è quindi presentato come un modello di religiosità autentica, che ha assorbito l’eredità culturale islamica per competere con gli input culturali occidentali. All’inizio, il movimento Salafiyya non prevedeva una diretta opposizione al governo imperiale europeo sui musulmani. Piuttosto, le figure intellettuali del movimento, lo vedevano come una riforma islamica interna per competere con il potere scientifico ed economico dell’occidente, attraverso istruzione e scolarizzazione. Quello che viene sempre minimizzato è che il revivalismo religioso fu influenzato in realtà da concetti culturali e politici occidentali. Questa influenza cambiò irrimediabilmente il significato di concetti tradizionali quali shari’ah, ijtihad, ummah jihad. Nel periodo coloniale, e ancora di più dopo le indipendenze nazionali, l’assoggettamento dell’Islam agli Stati consolidò la connotazione politica di questi concetti tradizionali, rendendoli “naturali” per le masse e per i clericali. Esplorato meno frequentemente, ma in realtà molto importante, è che questo pensiero islamico “occidentalizzato” ha cambiato irrimediabilmente i principi della tradizione islamica. Tuttavia, è totalmente sbagliato discutere sulla natura dell’Islam politico facendo riferimento a concetti medievali a cui stiamo assistendo nei dibattiti sulla radice islamica dell’Isis/Daesh. È fuorviante, infatti, pensare che gli islamisti si riferiscono ai termini shari’ahijtihad nel loro significato “pre-modernizzazione”.

Senza dubbio, c’è il sostegno da parte di diversi gruppi islamici, ad includere la legge islamica all’interno di sistemi legali laici, ma il sostegno alla legge islamica non tiene conto che essa non è aggiornata ai principi di legge classici, perchè non c’è nulla che possa essere considerato legge di stato nella tradizione dell’Islam. Gli islamisti, infatti, stanno operando su concetti di “legge islamica” occidentalizzati, così come fanno i nazionalisti laici. La differenza è che gli islamisti vogliono espandere le loro regole verso nuovi territori, mentre i laici preferiscono lo status quo. Ad esempio, nessun attore laico si è mai domandato perchè una certa visione dell’Islam è stata “nazionalizzata” mentre altre visioni dell’Islam o altre religioni non sono nemmeno riconosciute, permesse o trattate equamente dalla legge. I laici non contestano nemmeno il fatto che il diritto civile e il diritto di famiglia siano regolati da principi islamici nei Paesi musulmani (tranne in Turchia). Per questo motivo, la distinzione tra riformismo islamico e nazionalismo occidentale non è così chiara come sostengono gli attori politici. In altre parole, solo perchè il primo (riformismo islamico) sia opposto al secondo (nazionalismo), non significa che il primo non ne sia stato influenzato. Infatti, il riformismo islamico fu il risultato dell’importazione di idee europee all’interno di concetti e metodologie tradizionali. Nella sua fase iniziale, come detto in precedenza, il riformismo islamico era effettivamente modernista e pro-occidentale. In sè, non era ne buono e ne cattivo, ma la sua transizione anti-occidentale è avvenuta dopo, al tempo della decolonizzazione e sotto la grande pressione degli autoritari Stati-nazione.

Inoltre, la ragione principale di mancanza di democrazia e della violenza politica è un certo tipo di cultura politica che chiamo Islam egemonico (The Awakening of Muslim Democracy; Religion, Modernity and the State, Cambridge University Press, 2014). Egemonia si riferisce all’assorbimento di istituzioni di una religione dentro l’amministrazione di uno stato, nel suo sistema legale e nella sua politica di istruzione. In netto contrasto con la storia politica europea, la riforma dell’islam ha portato alla sua subordinazione al potere politico, in maniera sconosciuta fino a prima della fonadzione degli Stati nazione. Quando erano gli imperi musulmani a governare, le istituzioni islamiche, educazione e il clero erano strutturalmente e finanziariamente indipendenti dal potere politico. Ho evidenziato la correlazione tra egemonia e mancanza di democrazia, ma al di là dal caso dell’Islam, ad esempio, c’è il caso del Buddhismo in Sri Lanka.

In queste condizione, non è una riforma dell’Islam la cosa necessaria, ma un ritorno al suo modo di pensare tradizionale, indipendente dal potere politico. Questo non significa necessariamente separazione tra Islam e Stato, ma un trattamento equo di tutte le religioni da parte dello Stato. Ciò vuole anche dire il ritorno di modi tradizionalmente islamici di pensare, che sono stati seriamente indeboliti da politiche statali verso le istituzioni di scuola Islamica così come la invasiva influenza della dottrina religiosa Saudita, cioè il prima menzionato Wahabismo.


[ Traduzione di Samy Dawud. Articolo originale di Jocelyne Cesari per Middle East Monitor qui ]

I punti di vista e le opinioni espresse in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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