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Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

[In copertina: Mansudae Great Monument, Pyonyang, Nord Corea. Bjørn Christian Tørrissen. Fonte qui]

L’atteggiamento della Nord Corea è divenuto sempre più ostile nel corso degli ultimi anni. Il 19 Giugno, la morte di Otto Warmbier, uno studente americano prigioniero della Nord Corea per oltre un anno, la cui salute durante la detenzione è peggiorata a tal punto da portarlo in uno stato comatoso fatale, è stata solo l’ultima provocazione. La Nord Corea ha condotto test missilistici per circa due settimane dall’inizio dell’anno. Sanzioni occidentali e le promesse di azioni forti da parte della Cina non sono riuscite ad imbrigliare il programma nucleare del regime coreano. Meno noti ma probabilmente più sorprendenti sono i deboli effetti delle sanzioni, che non hanno colpito negativamente l’economia nordcoreana. Sebbene tutte le statistiche e calcoli sulla povera economia coreana rimangano pure supposizioni di settore, la maggior parte degli esperti concordano sulla crescita della Nord Corea, che si aggirerebbe tra l’1% e il 5%. Cosa la rende così resistente?

Questo in parte perchè non tutte le sanzioni sono state pensate per colpire l’economia. La maggior parte, anzi, hanno un obiettivo ristretto. Congelamento di beni e risorse ma anche divieti di viaggio hanno coinvolto personalità vicine al regime, La proibizione del commercio militare è stata intesa per colpire l’efficacia ed efficienza dell’esercito. Ma anche le sanzioni più generiche non hanno sortito l’effetto sperato.

Le Nazioni Unite hanno tentato di bloccare l’accesso a valute forti da parte della Nord Corea mettendo un tetto alla quantità massima di carbone che lo Stato possa esportare. Questa opzione, potenzialmente, depriverebbe la Nord Corea di più di un quarto dei propri ricavi da esportazione. La Cina, il compratore che detiene il 99% delle vendite dichiarate di carbone della Nord Corea, ha dichiarato in Febbraio che avrebbe sospeso ogni tipo di commercio della materia prima. Eppure, nei porti di carbone cinesi attraccano ancora navi merce nordcoreane. La Nord Corea, inoltre, può utilizzare altri canali per guadagnare valuta estera: utilizzando prestanome stranieri, il regime vende droga, armi e merce contraffatta. Il governo di Kim Jong-un può contare anche su più di 1 miliardo di dollari all’anno dalla vendita forza di lavoratori all’estero.

Una struttura di imposizione debole limita gli sforzi per sopprimere il commercio illegale, e le sanzioni potrebbero essere maggiormente estese. Stati e individui che aiutano la Nord Corea nella conduzione di affari non sono stati soggetti di “sanzioni secondarie” che isolerebbero ulteriormente il governo. Tali sanzioni furono essenziali nel persuadere l’Iran ai tavoli di negoziato per il proprio piano nucleare nel 2015. E ciò nonostante, secondo Anthony Ruggiero, ex ufficiale del Tesoro statunitense, collaboratore degli Stati Uniti durante gli ultimi negoziati con la Nord Corea, entità nordcoreane in lista nera continuano ad avere accesso al sistemo bancario internazionale attraverso l’aiuto di reti ed attività fantoccio cinesi. Nuovi sforzi si stanno compiendo per chiudere le falle. Rex Tillerson, Segretario di Stato statunitense ha dichiarato questo mese al Congresso che l’Amministrazione si sta muovendo per porre sanzioni sugli Stati che non rispettano le misure imposte dalle Nazioni Unite.

Ma l’economia nordcoreana potrebbe resistere a questa accresciuta pressione. Sebbene sia ufficialmente illegale, è cresciuto il numero di aziende private che, a seguito delle riforme incoraggiate da Kim Jong-un, hanno reso possibile ad individui di generare profitto. Oltre ciò che deve essere prodotto per lo Stato, agricoltori ed imprenditori industriali hanno ora margine di libertà per cercare clienti in autonomia. Immagini satellitari mostrano una chiara crescita in numero e grandezza di aree mercatali in varie realtà. Piccole e medie aziende stanno proliferando, secondo Rudiger Frank dell’Università di Vienna, sottolineando come sei imprese taxi operano ora nell’area della capitale Pyongyang.

Miniso, una multinazionale cinese operante nella vendita di oggettistica domestica, è stata la prima catena ad aprire le proprie sedi in Nord Corea, in Aprile. Marginali riforme hanno inoltre permesso al regime risolvere parte del proprio deficit in dollari: il Donju, la nuova classe di imprenditori e commercianti della Nord Corea, compra protezione per sé stessa con delle “donazioni” di valuta forte a favore del governo.


[Traduzione dall’originale Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita: “The Economist explains: Why the North Korean economy is growing”. Fonte qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

 

 

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’uomo più ricco mai vissuto: vita e tempo di Jacob Fugger

L’uomo più ricco mai vissuto: vita e tempo di Jacob Fugger

[In copertina: ritratto di Jacob Fugger. Fonte: gospelherald.com]

Il ritratto di Albrecht Dürer raffigurante Jacob Fugger mostra un uomo con le labbra sottili e gli occhi che non perdonano. Indossa una mantellina di pelliccia sulle spalle e un cappello marrone. Un abbigliamento incredibilmente comune per il suo tempo, insomma. Greg Steinmetz, ex giornalista del Wall Street Journal e attualmente analista di titoli finanziari a New York, sostiene che Fugger sia stato l’uomo più ricco mai esistito.

Banchiere tardo-medioevale del sud della Germania, Fugger non è mai stato considerato alla pari di personalità come i De Medici, conosciuti soprattutto per l’interesse all’arte rinascimentale. Eppure è stato un banchiere migliore.

Se oggi fosse vivo, avrebbe saputo destreggiarsi perfettamente tra Wall Street e la City. Tuttavia la sua storia, se pur notevole, è ancora poco conosciuta.

Il racconto di Steinmetz non sempre brilla e alcuni aspetti della storia delle banche sono ambigui, tuttavia l’ambizione di Fugger, il suo essere spietato e la sua avidità sono dettagli affascinanti.

Nacque da una famiglia di agiati commercianti di tessuti e banchieri ad Asburgo nel 1549. Divenne ricco e potente rischiando il capitale e la reputazione per finanziare le mire espansionistiche degli Asburgo. Jacob saldò la relazione con la famiglia asburgica iniziata quando Federico III, sovrano del Sacro Romano Impero, ricevette un prestito dal fratello di Fugger nonostante fosse conosciuto come un cattivo pagatore. Jacob divenne il banchiere del figlio di Federico III, l’imperatore Massimiliano I, colui che costituì l’impero Austro-Ungarico e di Carlo V di Spagna, la cui vittoria nella Battaglia di Pavia favorì il consolidamento dell’egemonia asburgica. I suoi enormi prestiti erano sostenuti dalle garanzie e spesso i clienti asburgici pagavano attraverso donazioni.

Fugger fu in grado di controllare le materie prime come l’argento in Austria e il rame in Ungheria. Costruì una fonderia per raffinare il rame, e lo commerciava in maniera alquanto spietata. Quando si unì al cartello di produttori di rame di Venezia questi si accordarono per innalzare il prezzo del rame riducendo la produzione, Fugger  invece fece pressione sui rivali e sui cospiratori.

Inondò il mercato con così tanti metalli che il prezzo si abbassò vertiginosamente e i suoi rivali vennero profondamente indeboliti. Successivamente, aiutò le finanze portoghesi riorganizzando il mercato del pepe e delle spezie a Lisbona, una mossa talmente produttiva che distrusse definitivamente il commercio di Venezia. Egli inoltre aveva una sete di informazione riguardo il commercio e l’economia tale da portarlo a istituire una rete di corrieri che riportavano informazioni che venivano stampate e successivamente distribuite sotto forma di giornali arcaici. Fugger quindi si può dire essere stato l’inventore del primo sistema d’informazione.

L’uomo d’affari raccolse nuovo capitale per la sua banca sfruttando i conti di risparmio, i quali furono per la prima volta introdotti ad Asburgo e pagati il 5% all’anno, contravvenendo così al divieto di usura posto dalla Chiesa Cattolica. Fugger ne discusse personalmente con il papa Leone X (membro della famiglia dei Medici, per inciso) il quale trasse personalmente beneficio dalla sua generosità. Il papa rispose con indulgenza e il divieto di usura fu opportunamente riscritto nel 1515, quando la pratica fu ridefinita come “un profitto acquisito senza lavoro, costi o rischi.” Rischiare con i risparmi dei clienti è diventata una pratica leggittima “L’economia moderna” sostiene Steinmetz “stava ponendo le sue basi”.

La relazione di Fugger con il Vaticano era basata su una estesa rete di filiali attraverso cui poteva trasferire le donazioni dalla Germania a Roma in cambio di una commissione del 3%. Ma il risultato maggiormente sorprendente e al contempo inaspettato che ottenne, secondo Steinmetz, fu accendere involontariamente la miccia che fece scoppiare la Riforma. Fugger lavorò con un altro cliente Asburgico, per il quale comprò l’arcivescovato di Mainz, ed insieme iniziarono a vendere indulgenze (un perdono dei peccati che garantiva, in cambio di denaro, una scorciatoia per il paradiso) dividendo i guadagni con il papa che utilizzò i proventi per costruire la Basilica di San Pietro. Nel 1517 Martin Lutero fu particolarmente indignato da questo metodo e scrisse le “95 tesi”, le quali condannavano la chiesa di Roma e diedero il via alla Riforma Protestante.

Con il tempo collezionò una serie di nemici che desideravano vederlo morto. In primo luogo i Cavalieri Teutonici, un ordine militare del medioevo, e la classe contadina della Germania che insorse contro lo sfruttamento messo in atto dalla classe dei mercanti, dei quali Fugger era il maggior esponente. Uno dei leader della rivolta contadina tedesca avvenuta nel 1520 era Thomas Müntzer, un prete, considerato un primitivo “comunista” analfabeta, che promise che Dio avrebbe ucciso Fugger. (Durante la Guerra Fredda il ritratto di Müntzer apparve come simbolo della Germania Est, mentre quello di Fugger a rappresentazione della Germania Ovest). Fugger e i mercanti finanziarono l’armata che si battè a difesa dei loro interessi. Si spense indisturbato nel 1525.

Da giovane Fugger giurò che avrebbe guadagnato per tanto tempo quanto avrebbe potuto. E così fece. Al momento della sua morte era multimilionario. Visse spensierato nel lusso di un palazzo ad Asburgo. Qualunque sia la verità dietro la pubblicazione di Stenmetz, Jacob Fugger si sarebbe compiaciuto al pensiero di essere l’uomo più ricco che sia mai esistito.


[ Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento. Articolo originale del The Economist qui ]

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L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

[In copertina: un uomo prega e legge il Corano. Fonte: middleeastmonitor.com]

Quando si tratta di trovare una soluzione all’attuale violenza politica nel nome dell’Islam, la risposta più comune è che “l’Islam ha bisogno di essere riformato” per essere reso compatibile con i principi politici liberali. Una valutazione del genere lascia piuttosto perplessi, perchè riforme religiose sotto l’influenza dei valori liberali sono state fatte quasi due secoli fa.

Tali riforme sono iniziate sotto la spinta dell’era ottomana, in particolare grazie a due eventi: la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, nel 1798 e il Trattato di Parigi del 1856. Il primo ha stabilito le basi dell’infinito dibattito su Islam e modernità, con la nascita di movimenti riformisti-modernisti come il movimento Salafita e il pan-Islamismo, progetto politico di coesione politica basato sull’appartenenza all’Islam. Il trattato di Parigi, invece, provocò la simbolica inclusione dell’Impero Ottomano nell’ordine polito occidentale, quando per la prima volta dalla guerra di Crimea, un rappresentante dell’Impero Ottomano fu invitato a negoziati diplomatici.

Dopo questa simbolica inclusione, tre diversi fattori hanno contribuito all’adozione, in terre musulmane, del sistema statale vestfaliano (Stato nazionale, con sovranità sui propri confini, ndr) nella prima metà nel 1900:

  1. La caduta del governo imepriale nella regione;
  2. la nascita di movimenti nazionalisti locali in centri urbani come Cairo, Tunisi, Baghdad e Damasco;
  3. l’emergere di Stati nazionali con confini definiti che perseguivano propri interessi e dispute territoriali con gli Stati vicini.

La civilizzazione-nazionalistica di stampo liberale, sul modello Europeo-occidentale, divenne il paradigma dominante anche dei riformisti e modernisti ottomani, nonostante la forte resistenza interna, da sempre contraria all’imperialismo occidentale. Questa opposizione nasceva dall’ostilità del popolo verso le critiche fatte dall’occidente, secondo cui il califfato non era abbastanza civilizzato da ottenere la lealtà delle entità cristiane. Questa resistenza guidò successivamente verso due differenti movimenti: pan-Islamismo e pan-Arabismo.

L’obiettivo del pan-Islamismo era l’unità politica della popolazione islamica, che andava unita sotto l’Islam piuttosto che sotto una razza o nazionalità. Il pan-Arabismo, invece, riconosceva le affinità culturali e linguistiche tra gli arabi e voleva riunire tutti i popoli arabi sotto una unica nazione. Nonostante gli scopi politici differenti, questi due movimenti si svilupparono entrambi nello stesso periodo, cioè durante l’ultima fase dell’impero ottomano, e furono entrambi ispirati da principi politici europei.

Dalla metà del XIX secolo, con la nascita del movimento dei Giovani Turchi, il costituzionalismo e il parlamentarismo furono supportati in quanto considerati prerequisiti necessari ad una rinascita imperiale, e per la volontà di conciliarli con le norme islamiche, come il concetto di shura (consultazione). I Giovani Turchi, spesso presentati come un modello di elite occidentalizzata, non concepiva un regime secolare (laico, ndr); piuttosto, immaginavano la shari’ah come il fondamento per riforme e libertà. Il culmine delle conquiste fatte dai Giovani Turchi, la costituzione ottomana del 1876, che fu stesa sull’esempio di quella Belga del 1831 – stabili un senato nominato e una camera eletta con autorità legislativa.

Una serie di eventi simili ma ancor più rilevanti accaddero in Egitto sotto Muhamad Ali (1805-1848) e i suoi successori, i quali sperimentarono le assemblee rappresentative che furono la scena principale per la teorizzazione islamica modernista di politica.

Questi cambiamenti politici furono affiancati dal pensiero politico riformista noto come Salafiyyaanche se non è provato che tale termine venisse utilizzato in quanto tale dai modernisti dell’epocaSalafiyya, che prende Salaf (compagni vicini al profeta Muhammad e i legittimi predecessori) come riferimento ha ottenuto significati molto confusi, a causa dell’uso odierno da parte dei seguiaci della dottrina di Muhammad Ibn Abd Al-Wahhab, o Wahabismo, che si differenzia notevolmente nel suo orientamento  e negli obiettivi, dal movimento riformista modernista del XIX secolo. Il primo rigetta gli insegnamente delle quattro scuole sunnite di giurisprudenza o madhahib e supporta l’imitazione del profeta enfatizzando la Ahadith (le trascrizioni delle parole e dei gesti del profeta). Il secondo rifiuta allo stesso modo l’osservazione delle scuole di giurisproduenza ma, a differenza del Wahabismo, incoraggia nuove interpretazioni.

Il movimento riformista-modernista è passato come un tentativo di resistere all’influenza culturale occidentale ed è quindi presentato come un modello di religiosità autentica, che ha assorbito l’eredità culturale islamica per competere con gli input culturali occidentali. All’inizio, il movimento Salafiyya non prevedeva una diretta opposizione al governo imperiale europeo sui musulmani. Piuttosto, le figure intellettuali del movimento, lo vedevano come una riforma islamica interna per competere con il potere scientifico ed economico dell’occidente, attraverso istruzione e scolarizzazione. Quello che viene sempre minimizzato è che il revivalismo religioso fu influenzato in realtà da concetti culturali e politici occidentali. Questa influenza cambiò irrimediabilmente il significato di concetti tradizionali quali shari’ah, ijtihad, ummah jihad. Nel periodo coloniale, e ancora di più dopo le indipendenze nazionali, l’assoggettamento dell’Islam agli Stati consolidò la connotazione politica di questi concetti tradizionali, rendendoli “naturali” per le masse e per i clericali. Esplorato meno frequentemente, ma in realtà molto importante, è che questo pensiero islamico “occidentalizzato” ha cambiato irrimediabilmente i principi della tradizione islamica. Tuttavia, è totalmente sbagliato discutere sulla natura dell’Islam politico facendo riferimento a concetti medievali a cui stiamo assistendo nei dibattiti sulla radice islamica dell’Isis/Daesh. È fuorviante, infatti, pensare che gli islamisti si riferiscono ai termini shari’ahijtihad nel loro significato “pre-modernizzazione”.

Senza dubbio, c’è il sostegno da parte di diversi gruppi islamici, ad includere la legge islamica all’interno di sistemi legali laici, ma il sostegno alla legge islamica non tiene conto che essa non è aggiornata ai principi di legge classici, perchè non c’è nulla che possa essere considerato legge di stato nella tradizione dell’Islam. Gli islamisti, infatti, stanno operando su concetti di “legge islamica” occidentalizzati, così come fanno i nazionalisti laici. La differenza è che gli islamisti vogliono espandere le loro regole verso nuovi territori, mentre i laici preferiscono lo status quo. Ad esempio, nessun attore laico si è mai domandato perchè una certa visione dell’Islam è stata “nazionalizzata” mentre altre visioni dell’Islam o altre religioni non sono nemmeno riconosciute, permesse o trattate equamente dalla legge. I laici non contestano nemmeno il fatto che il diritto civile e il diritto di famiglia siano regolati da principi islamici nei Paesi musulmani (tranne in Turchia). Per questo motivo, la distinzione tra riformismo islamico e nazionalismo occidentale non è così chiara come sostengono gli attori politici. In altre parole, solo perchè il primo (riformismo islamico) sia opposto al secondo (nazionalismo), non significa che il primo non ne sia stato influenzato. Infatti, il riformismo islamico fu il risultato dell’importazione di idee europee all’interno di concetti e metodologie tradizionali. Nella sua fase iniziale, come detto in precedenza, il riformismo islamico era effettivamente modernista e pro-occidentale. In sè, non era ne buono e ne cattivo, ma la sua transizione anti-occidentale è avvenuta dopo, al tempo della decolonizzazione e sotto la grande pressione degli autoritari Stati-nazione.

Inoltre, la ragione principale di mancanza di democrazia e della violenza politica è un certo tipo di cultura politica che chiamo Islam egemonico (The Awakening of Muslim Democracy; Religion, Modernity and the State, Cambridge University Press, 2014). Egemonia si riferisce all’assorbimento di istituzioni di una religione dentro l’amministrazione di uno stato, nel suo sistema legale e nella sua politica di istruzione. In netto contrasto con la storia politica europea, la riforma dell’islam ha portato alla sua subordinazione al potere politico, in maniera sconosciuta fino a prima della fonadzione degli Stati nazione. Quando erano gli imperi musulmani a governare, le istituzioni islamiche, educazione e il clero erano strutturalmente e finanziariamente indipendenti dal potere politico. Ho evidenziato la correlazione tra egemonia e mancanza di democrazia, ma al di là dal caso dell’Islam, ad esempio, c’è il caso del Buddhismo in Sri Lanka.

In queste condizione, non è una riforma dell’Islam la cosa necessaria, ma un ritorno al suo modo di pensare tradizionale, indipendente dal potere politico. Questo non significa necessariamente separazione tra Islam e Stato, ma un trattamento equo di tutte le religioni da parte dello Stato. Ciò vuole anche dire il ritorno di modi tradizionalmente islamici di pensare, che sono stati seriamente indeboliti da politiche statali verso le istituzioni di scuola Islamica così come la invasiva influenza della dottrina religiosa Saudita, cioè il prima menzionato Wahabismo.


[ Traduzione di Samy Dawud. Articolo originale di Jocelyne Cesari per Middle East Monitor qui ]

I punti di vista e le opinioni espresse in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Fethullah Gulen: la Turchia che non riconosco più

Fethullah Gulen: la Turchia che non riconosco più

In copertina: press conference dell’incontro tra il Presidente Turco Recep Tayyip Erdogan e il Presidente Russo Vladimir Putin.

Opinione di Fethullah Gulen su Washington Post (15/05/2017) originale in inglese qui; in turco qui. Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto.

Approfondimento su Fethullah Gulen e la sua storia: Fethullah Gulen: profilo di un nemico giurato [infooggi.it]

Saylorsburg, PA

Con l’incontro dei presidenti di Stati Uniti e Turchia alla Casa Bianca lo scorso martedì, il leader del paese che per quasi due decenni ho chiamato casa si è trovato faccia a faccia con il leader della mia madrepatria. I due paesi hanno numerose questioni in ballo, incluse la lotta allo Stato Islamico, il futuro della Siria e la crisi dei rifugiati.

Ma la Turchia di cui ho ricordo, un paese che ispirava speranza nel suo obiettivo di consolidare la democrazia e una moderata forma di secolarismo, è diventata di dominio di un presidente che sta facendo di tutto per accumulare potere e soggiogare il dissenso.

L’Occidente dovrebbe aiutare la Turchia a tornare sul suo cammino democratico. L’incontro di martedì, e il vertice NATO della prossima settimana, dovrebbero rappresentare un’opportunità per portare avanti tale sforzo.

Dallo scorso 15 luglio, in seguito a un deplorevole tentativo di golpe, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sistematicamente perseguitato persone innocenti – con l’arresto, la detenzione, il licenziamento ed altre attività che hanno rovinato la vita a più di 300.000 cittadini turchi, siano essi curdi, aleviti, secolaristi, attivisti di sinistra, giornalisti, accademici o membri dell’Hizmet, il movimento umanitario pacifista a cui sono io stesso associato.

In seguito al tentato golpe, ho ferocemente denunciato l’accaduto e ho negato qualsiasi coinvolgimento. Inoltre, ho chiarito che tutti coloro che hanno preso parte al putsch hanno tradito i miei ideali. Ciò nonostante, e senza alcuna prova evidente, Erdogan mi ha immediatamente accusato di aver orchestrato il colpo di stato a 5.000 miglia di distanza. Il giorno seguente, il governo ha preparato delle liste di migliaia di persone legate all’Hizmet – che avevano aperto conti bancari, insegnato in una specifica scuola o fatto inchieste per determinati giornali – trattando l’affiliazione come un crimine e cominciando a rovinare le loro vite. Le liste includevano anche persone decedute da mesi, o che avevano lavorato per il quartier generale della NATO in quel periodo. Gli osservatori internazionali hanno denunciato numerosi sequestri di persona, oltre a episodi di tortura e di decesso in carcere. Il governo perseguita persone innocenti anche all’estero, come nel caso delle pressioni sul governo della Malesia la scorsa settimana, per la deportazione di tre simpatizzanti dell’Hizmet, incluso un dirigente scolastico che vive lì da più di dieci anni, il quale andrà di certo incontro alla prigione e probabilmente sarà torturato.

In aprile, il presidente ha vinto un referendum di misura – con seri sospetti di presunti brogli – per formare una “presidenza esecutiva” senza controlli né equilibri, che gli consente di controllare tutti e tre i rami governativi. Ad essere sinceri, con le purghe e la corruzione, grossa parte di tale potere era già nelle sue mani. Sono molto preoccupato per i cittadini turchi che stanno entrando in questa nuova fase di autoritarismo.

Non è cominciato tutto in questo modo. Il partito dell’AKP è salito al governo nel 2002 promettendo riforme democratiche nella volontà di diventare un membro della comunità europea. Ma con il passare del tempo, Erdogan è diventato sempre più intollerante al dissenso. Ha facilitato il trasferimento di numerose testate nelle mani dei suoi compari, attraverso agenzie di regolamentazioni governative. Nel giugno del 2013 ha spazzato via le proteste del Gezi Park. Nel dicembre dello stesso anno, quando i membri del suo gabinetto erano implicati in una massiccia inchiesta sulla corruzione, lui ha risposto sottomettendo il sistema giudiziario e i media. Il “temporaneo” stato di emergenza dichiarato dopo il 15 luglio è a tuttora in corso. Secondo Amnesty International, un terzo dei giornalisti imprigionati nel mondo si trovano nelle carceri turche. E le persecuzioni di Erdogan a danno della sua gente non sono soltanto un problema interno. La caccia continua alla società civile, ai giornalisti, agli accademici e ai curdi in Turchia sta minacciando la stabilità a lungo termine del paese. La popolazione turca è già fortemente polarizzata sotto il regime dell’AKP. Una Turchia sotto un regime dittatoriale, che garantisce rifugio ai radicali violenti e spinge i suoi cittadini curdi all’esasperazione, potrebbe rappresentare un incubo per la sicurezza del Medio Oriente.

I turchi necessitano del supporto dei loro alleati europei e statunitensi per ristabilire la democrazia. Dal 1950 la Turchia ha intrapreso un percorso multipartitico per entrare a far parte della NATO. Come requisito al suo ingresso, la NATO può e dovrebbe esigere che la Turchia onori i suoi impegni nel rispetto delle norme democratiche dell’alleanza.

Due provvedimenti risultano essenziali per il rovesciamento di questa regressione democratica in atto in Turchia.

Primo, andrebbe abbozzata una nuova costituzione civile attraverso un processo democratico, che coinvolga le esigenze di tutte le parti sociali e che sia in linea con le norme internazionali legali e umanitarie, che sappia prendere esempio dalle democrazie di successo a lungo termine dell’Occidente.

Secondo, la necessità di un programma scolastico che enfatizzi i valori democratici e pluralisti, e che incoraggi al pensiero critico. Ogni studente dovrebbe comprendere l’importanza dell’equilibrio dei poteri dello stato attraverso i diritti individuali, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e la libertà di stampa, oltre a conoscere i rischi del nazionalismo estremo, della politicizzazione della religione e la venerazione di uno stato o di un leader.

Prima che tutto questo possa verificarsi, il governo turco dovrebbe smetterla di reprimere la propria gente e ripristinare i diritti dei cittadini che sono stati violati da Erdogan senza giusti processi.

Probabilmente non vivrò tanto a lungo da vedere la Turchia diventare una democrazia esemplare, ma prego affinché la deriva autoritaria possa essere fermata prima che sia troppo tardi.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Editoriale de The Economist (11/05/2017) originale qui. Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento.

I dettagli degli attacchi alla Manchester Arena stanno lentamente emergendo. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco. La polizia ha confermato che l’atto omicida è stato effettuato da un solo attentatore, che ha fatto esplodere l’ordigno imballato improvvisamente nella confusione del concerto. L’uomo è stato identificato come Salman Abedi, un ventiduenne di Manchester con origini libiche. È stato arrestato anche un 23enne in un sobborgo di Manchester connesso con il reato. Le immagini strazianti delle giovani vittime e degli spettatori dispersi sono state pubblicate on-line.

Il resto, fino ad ora, è solo supposizione. La scelta di destinare l’attacco durante un concerto pop ricorda la strage avvenuta al Bataclan di Parigi del novembre 2015. È diventata prassi operativa sia per lo Stato Islamico che per i terroristi ispirati ad Al-Qaeda che cercare di colpire i grandi ambienti ospitanti eventi che simboleggiano ciò che essi considerano la decadenza della cultura occidentale. Il fatto che molte delle vittime dell’attacco erano adolescenti non ha fatto che incoraggiare il gesto del carnefice, perché accresce notevolmente la sensazione di orrore.

L’unica nota positiva per le autorità britanniche è stata la mancanza di uomini muniti di armi automatiche, al contrario di quanto avvenne a Parigi nel cui caso si mirò anche a coloro che fuggivano dal primo attacco. Questo grazie agli stretti regolamenti britannici sulle armi da fuoco e alla mancanza di una complessa organizzazione.

Tuttavia questo non significa che l’attentatore fosse sconosciuto alle forze antiterrorismo britanniche o che egli abbia agito in solitudine. Il MI5, il servizio britannico d’intelligence interna, ha individuato circa 3.000 persone che si potrebbero considerare estremisti religiosi, ma ha le risorse per il monitoraggio costante di solo 40 di loro. La sorveglianza di un singolo sospetto per 24 ore impegna 18 ufficiali. Ci sono inoltre regole severe che determinano la longevità massima della sorveglianza intensiva.

Dati sulla convivenza del terrorismo nell'Europa Occidentale

Dati sulla presenza del terrorismo nell’Europa Occidentale

Di conseguenza, anche coloro che risultano essere altamente pericolosi possono facilmente scivolare fuori dal radar di servizi di sicurezza relativamente dotati come quello della Gran Bretagna. L’intensità della minaccia da gestire e affrontare è scoraggiante. Nei 18 mesi precedenti a marzo di quest’anno almeno 12 complotti terroristici sono stati sventati, secondo Dominic Grieve, presidente della Commissione Parlamentare Intelligence e Sicurezza.

Recentemente è stato fatto molto dai cosiddetti “lone wolf” (lupi solitari): individui che agiscono più o meno da soli utilizzando qualsiasi arma che possa successivamente incriminarli. Il 22 marzo Khalid Masood, un cinquantaduenne britannico convertito all’Islam, uccise cinque persone nel centro di Londra con una macchina a noleggio e un coltello da cucina. Il fatto che l’attacco di Manchester sia stato un bombardamento rende molto più probabile che l’autore sia stato aiutato. Anche se esistono numerosi siti web jihadisti con le istruzioni utili su come assemblare una bomba improvvisata, abbastanza piccola da poter essere nascosta nella cintura o nel gilet di un suicida e facilmente da disattivare in un momento di difficoltà.

Se l’attentatore di Manchester non faceva parte di una cellula terroristica che opera in Gran Bretagna, potrebbe aver acquisito altrove le competenze necessarie per compiere l’attacco. Circa 800 persone hanno viaggiato dalla Gran Bretagna con differenti motivazioni per combattere in Siria, e più di 400 di loro potrebbero essere ritornati. Alcune di queste potrebbero essere state addestrate per compiere attacchi di massa nei paesi di provenienza. Se questa descrizione riguardasse l’attentatore di Manchester significherebbe veder materializzato il peggior incubo dei servizi di sicurezza.

Si rifletterà inoltre sui tempi dell’attacco. Alcuni hanno notato che ha avuto luogo in occasione dell’anniversario dell’omicidio di un soldato britannico, Lee Rigby, avvenuto quattro anni fa in una strada nel sud-est di Londra. E ‘inoltre possibile che l’attacco mirasse a distogliere l’attenzione dalle elezioni generali dell’8 giugno, anche se in Gran Bretagna non c’è un partito di estrema destra che potrebbe trarre beneficio.

Questo non vuol dire che questo attacco non avrà alcun impatto sulle elezioni nonostante la sospensione temporanea della campagna elettorale. Le carenze di Theresa May, qualunque esse siano, dopo sei anni al Ministero degli Interni, possono plausibilmente presentarsi come quelle di un “primo ministro della sicurezza”. Al contrario, il leader del partito laburista all’opposizione, Jeremy Corbyn, ha un record come un simpatizzante del Esercito Repubblicano Irlandese e ha descritto i membri di Hamas e Hezbollah, nonostante siano considerati gruppi terroristici da UE e USA, come “amici”. I sondaggi hanno recentemente mostrato che la leadership della signora May sul signor Corbyn si restringe, a seguito del lancio della settimana scorsa di un manifesto conservatore impopolare. Con il terrorismo che torna a far notizia, cosa dovremo aspettarci?

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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