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U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

“Un uomo mi viene incontro
Il suo viso rosso come una rosa su di un cespuglio di spine
Come tutti i colori di una scala reale
E sta contando quelle banconote di dollari
Cento, duecento
E posso vedere quegli aerei da guerra
Sopra le baracche di fango mentre i bambini dormono
Attraverso i vicoli di una tranquilla strada di città 
Su per le scale fino al primo piano
Giriamo la chiave e lentamente apriamo la porta
Mentre un uomo soffia forte dentro un sassofono
Attraverso i muri sentiamo gemere la città
Fuori c’è l’America”

(U2- Bullet the blue sky)

 

Prendete un ragazzo irlandese di venticinque anni, innamorato dell’America, dell’idea dell’America e della musica. Fatelo correre lungo i deserti del Mohave o nelle steppe della California e otterrete “The Joshua Tree”.

The Joshua Tree è un album che appartiene molto più all’America che agli U2 come collettivo. Si nutre dell’America, la scruta, la critica e prova a entrare dentro di lei da straniero; parlando degli obiettivi dell’album Bono fu categorico dicendo che voleva qualcosa che doveva smantellare la mitologia dell’America.
Nel 1985 il cantante partecipò al progetto di alcuni artisti uniti contro l’apartheid e mentre Keith Richards e Mick Jagger stavano suonando dei pezzi blues, lo invitarono a unirsi a loro. Il problema era che Bono non conosceva affatto quel mondo e questo spinse tutti i componenti del gruppo alla radice delle loro origini musicali fino alla musica folk irlandese e cercando di capire quali similitudini ci fossero con quella americana.

L’album inteso come lettera d’amore al continente è evidente all’interno di “In God’s country”: “Una rosa nel deserto/Ho sognato una rosa nel deserto/Dal vestito strappato in nastri e fiocchi/Come una sirena lei mi chiama”. The Joshua Tree è l’album di “With or without you”, singolo che ne ha trascinato il successo.

La canzone nasce da un profondo dissidio interiore creato dai doveri familiari di Bono combinati al senso di appartenenza alla band e alla musica. Il verso finale del ritornello( “I can’t live…” e credo sappiate come finisca il verso) deriva quindi da una consapevolezza che è raffinata e per nulla scontata: non è una delle due cose a definire Bono come uomo, ma piuttosto la costante tensione che le regge entrambe.

E’ un album dove la religione, presente da sempre nei testi delle canzoni della band, emerge in “I still haven’t found what I’m looking for”, brano in cui soprattutto nel ritornello emergono forti influenze gospel (America, che strano!) che si combinano con il testo che esprime la ricerca spirituale di un individuo che nonostante abbia raggiunto la realizzazione sente una sensazione di mancanza e l’unica cosa da fare, in quanto non riesce a riconoscere di cosa tratta, è prenderne atto. E dopo, continuare a correre.  

 

Fede, amore, musica, temi universali che fanno di The Joshua Tree un capolavoro riconosciuto fin da subito. Ma questo come continua a toccarci? Trent’anni dopo, le cose sono cambiate? E se si, come? 

Gli U2 hanno recentemente annunciato che torneranno in Italia per una data a Roma a luglio 2017, il tour celebra il trentennale della pubblicazione dell’album che verrà riproposto interamente dal vivo. Potrebbe sembrare una mera operazione commerciale da parte di un gruppo che ormai è diventato a tutti gli effetti una vera e propria multinazionale e il dubbio soprattutto per chi è abituato a pensar male, rimane. Eppure perché non farlo per i 25 anni di Achtung Baby? C’è qualcosa in The Joshua Tree che traccia un fil rouge che arriva fino a noi, soprattutto oggi.

 

Se sei nel 1985 e devi iniziare a lavorare ad un album che deve smantellare l’iconografia americana, devi rivolgerti non solo alla bellezza sconfinata del Paese, ai suoi immensi generi musicali. C’è un’altra medaglia, più oscura da guardare negli occhi e si chiama Ronald Reagan. Non che Reagan abbia fatto nulla di speciale, ha semplicemente cercato di proteggere gli interessi dell’America in politica estera come avevano fatto i suoi predecessori, appoggiando iniziative che conservassero una stabilità politica nell’area sudamericana, anche se spesso si trattava di regimi dittatoriali.

Parliamo di un album che si apre con una canzone-manifesto: “Where the streets have no name”(nel video, che omaggia l’esibizione dei Beatles,gli U2 si esibirono creando un vero ingorgo per le strade di Los Angeles), un brano dove Bono parte da un aneddoto che gli avevano riferito: si dice che a Belfast in base alla via in cui abiti si possa risalire al tuo reddito e alla tua religione d’appartenenza, addirittura a seconda del lato della via perchè più si risalgono le colline, più la casa è costosa. Streets invece parte dall’idea di un viaggio immaginario, che porta a un luogo dove le strade non hanno un nome, dove si rovescia totalmente l’idea dell’identità basata su questi dati: tu non sei la tua religione, tu non sei il tuo reddito (due concetti parecchio cari al buon Reagan, come a qualsiasi conservatore).
Come se l’antipatia e lo spirito critico non dovessero palesarsi ancora di più, in Bullet the blue sky, Bono fa direttamente riferimento allo scandalo che coinvolse gli USA per la vendita delle armi ai Contras, l’armata che faceva capo al regime dittatoriale di Somoza in Nicaragua, contro il movimento rivoluzionario sandinista. Le immagini di desolazione, di aggressività bellica evocate nella canzone fanno capire quale concezione abbiano gli U2 nei confronti della guerra, avendo vissuto fin da ragazzi in una Dublino sottoposta alle repressioni della madre-patria inglese.

Sono canzoni potentissime che risuonano come una vera presa di posizione, netta e senza mezze misure.

In una recente intervista a Rolling Stone, The Edge stesso ha spiegato come l’idea di un tour celebrativo sia venuto in mente alla band. Dopo le elezioni americane e la Brexit, The Edge si è sentito come trascinato in un periodo già vissuto, alla destra della Thatcher e di Reagan: è stato per lui una sorta di dejà-vu politico che ha permesso, una volta riascoltato l’album, di vedere come le sfumature delle canzoni fossero perfettamente a loro agio nel contesto odierno, in una sorta di rinascita inaspettata ma con un potere descrittivo che non è stato minimamente intaccato.

Non conta che gli U2 siano cambiati nè che il mondo sia cambiato in quanto la forza delle parole risiede nell’essere insensibili alla vecchiaia e questo vale anche per la musica: per questo tanti auguri “The Joshua Tree”.  

30 anni dopo, così lontano, così vicino.

Brunori Sas: la voce della crisi

Brunori Sas: la voce della crisi

All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Dichiara invece per questo nuovo album, A casa tutto bene, in un’intervista a Rock.it “Ho iniziato a scrivere questo disco un anno fa, durante un viaggio in Aspromonte, un luogo che ho sempre accostato alla paura, all’oscurità, a ciò che mi spaventa. La paura anzitutto di dover affrontare le paure. La paura di chi pensa di avere qualcosa da perdere. La paura di cambiare, la paura di deludere le aspettative, di perdere ciò che hai conquistato con fatica, la paura di non farsi trovare pronti all’appuntamento. La paura di cambiare direzione, di osare, di trasformarsi. La paura di ciò che non conosci, che vedi come altro da te, come una minaccia. Ma anche la paura dell’adolescenza incompleta che ti chiede il conto, della giovinezza che scalpita perché sta finendo e non tornerà.”

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

L’invadenza del Kitsch

L’invadenza del Kitsch

“Nella maggior parte dei casi il kitsch consiste non nell’oggetto, bensì nello sguardo”

Sono le parole di Umberto Eco, tratte da “La Bustina di Minerva” del settembre 2014 che definiscono la funzione assunta dal termine “Kitsch” nel contemporaneo. A partire da una affermazione di tale portata, il Kitsch non è più soggetto di una invadenza d’opere d’arte di cattivo gusto, ma lo sguardo della gente mediamente acculturata (e non) nella sua preponderante intromissione tesa a scombinare il rapporto tra arte e persona.

La società culturale del nostro secolo è più interessata al fine economico delle opere ed all’apprezzamento della maggioranza. Perciò, piuttosto che tendere ad una sensibilità poetica determinante al fine di formulare un pensiero critico, si preferisce aprire le porte del sapere alla gentile concessione di chiunque. Infatti, se da un lato l’accessibilità alle bellezze e ai musei che le raccolgono muove le masse ad interessarsi sempre più alla sfera artistica, dall’altro la massa stessa costituisce un problema, dal momento che, essendo per definizione un gruppo allargato riunito attorno ad un’ideologia comune, finisce per uniformarsi ad un’unica identità condivisa. Una identità che spesso si realizza nel bisogno di conservare attraverso i comuni mezzi tecnologici i momenti della vita, anche quelli più banali, solo per farne sfoggio a terzi.

Il Kitsch è un processo che presuppone una sorta di degradazione dell’opera d’arte ed in tal senso la gente è la migliore realizzazione del decadimento della cultura. Siamo sempre più abituati a fingerci degli intellettuali dato che provare ad esserlo è difficile. Richiede impegno e costanza, il che non è da tutti: anzi, è sempre più raro trovare qualcuno che rientri in questa categoria. E’ più facile, invece, mostrare agli altri tutte le cose che pensiamo possano arricchirci, ma che nella realtà rappresentano solo un accumulo di roba messa qua e là.

In tal senso si può riportare il caso del fenomeno musicale che investe la sfera del cantautorato. Il riferimento è ad “artisti” come Calcutta, aka Edoardo D’Erme, simbolo del disagio che non si sbandiera come posa, tradito dall’ondata di giovani adolescenti (esistono anche gli adulti adolescenti) che lo segue con occhi annebbiati dalla difficoltà di quel periodo di transizione complicato per ognuno di noi. E che dire di Pop X, gruppo formato da Davide Panizza, che guarda caso ha spopolato tra le masse con testi che recitano cose tipo “la mucca fa mu mu”.

Attualmente, è vergognoso che vengano messi a confronto con nomi che hanno fatto la storia come Battisti e gli Elio e le Storie Tese. Ma questo è il modello esemplificativo del fenomeno di massa realizzato in musica. Il Kitsch in sé non è invadente, anzi. Il vero problema siamo noi, con il nostro bisogno di accettazione tale da renderlo a livelli stomachevoli. Perciò, in ogni azione che muoviamo dovremmo chiederci sempre le motivazioni delle stesse. Per quale motivo lo stiamo facendo? A quale fine, a quale pro e soprattutto per chi?

L’individuo dovrebbe riacquistare sicurezza, eppure non si tratta un processo che si realizza dall’oggi al domani. Sicché siamo presi, trascinati e scaraventati nei social network che distorcono la percezione della realtà e la configurano in maniera tale da spaventarci. Da farci paura. Ci espongono al giudizio e si sa che a nessuno piace essere giudicati, men che meno sulla propria persona o peggio sulle proprie scelte di vita. Specie se si tratti di conoscenti e/o soprattutto di estranei.

In conclusione, nelle numerose forme di cultura che ci circondano dovremmo ricercare quelle che ci incuriosiscono, che muovono le nostre membra al fine di accumulare sapere, bellezza e felicità, senza includere il riconoscimento da parte di chi, con uno scrolling di un telefono, ha già dimenticato ciò che abbiamo visto o fatto. Alla fine dei conti, ciò che accumuliamo ci sostiene e ci aiuta a crescere e maturare, elevandoci di conseguenza a persone capaci di attuare un progresso culturale. Nella consapevolezza di riuscire ad affrontare il mondo in tutta la sua complessità.

immagine da: hmcf.me

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

foto da: seatgeek.it

Codes and Keys

Ovvero: come affrontare la vita con i Death Cab for Cutie in poche semplici mosse.

“So this is the new year and I don’t feel any different”: si apre in maniera così lapidaria il celebre album Transatlanticism (2003), che ci introduce oggi alla band americana. Chi scrive è non a caso a poche ore dall’inizio di questo 2017.

Già, ma perché Death Cab? Il leader Ben Gibbard dichiara in una intervista:

“Nel 1999 abbiamo suonato in South Carolina, e siamo stati presentati come i “Death Camp for Cutie”. E quest’errore era anche sui poster affissi giorni prima del concerto! C’era un enorme equivoco in tutta la città, e al momento del concerto ci sentivamo strani e divertiti al tempo stesso. Allora abbiamo deciso di introdurre una sorta di booking contract, in cui affermavamo che chiunque decidesse di organizzare un nostro concerto avrebbe dovuto scrivere il nome della nostra band in modo corretto, oppure ci sarebbero state delle conseguenze finanziarie: niente di particolare, soltanto 50 dollari. Quindi, se qualcuno vorrà mai storpiare il nome della nostra band, che sia pronto a sborsare!”

 

A parte ciò, la loro storia è presto delineata. Mettiamo un gruppo di ingegneri di Washington che decidono di unirsi assieme nel 1997 e formare una band, col semplice scopo di strimpellare fra una derivata e un’equazione. Mettiamo che tra i fan siano considerati fuoriclasse nel descrivere amori impossibili e non solo. Che vengano selezionati per scrivere colonne sonore per diverse serie tv americane. Mettiamo tutto questo insieme e avremo la ricetta e il segreto del loro successo. Senza evidentemente banalizzare: i Death Cab non sono certo unicamente frutto della loro potenziale e possibile commercializzazione.

 

Con 8 album all’attivo, gli esperti Death Cab si erigono a sperimentatori di quelle melodie che gli inglesi definirebbero ‘mellow’: canzoni in cui ci si sente fluttuare nello spazio, carezzati dalla voce di Gibbard, ma allo stesso tempo con richiami passati di ‘Cure-iana’ memoria. Che siano ingegneri questo pare evidente. E pare che i ritmi siano perfettamente calcolati, con nulla lasciato al caso. Si avverte una sensazione di precisione anche nel disordine (apparente) che attraversa l’opera musicale della loro fondamentale presenza indie. Disordine che richiama spesso e volentieri non solo i Beatles, ma anche i Joy Division, influenze più palpabili nell’album 2008 ‘Narrow Stairs’. E anche quella Some Boys rimanda ai The Smiths e all’influenza britannica, ricordando vagamente (almeno per quanto riguarda l’incipit) la ‘indimenticata’ e indimenticabile Some Girls Are Bigger Than Others.

 

Mi chiederete: ma perché i Death Cab allora possono fornire un decalogo per affrontare la vita? Beh, scorrendo bene ed ascoltando l’ottima discografia sembrerebbe avvertirsi la presenza di almeno un suggerimento sul come affrontare determinate situazioni. Quasi un identikit cui riallacciarsi e sentirsi liberi ma al tempo stesso con cui proteggersi, a gentile concessione della poesia di Gibbard e soci. Se Plans rappresenta, a detta di molti critici e fan, forse l’album più incisivo dei Death Cab, in grado di tenere botta al piccolo capolavoro di Translatlanticism, non si sottovaluti nemmeno l’ultimo Kintsugi: una piccola perla che riporta in auge la band dopo quattro anni di silenzio compositivo.

 

In Transatlanticism si dipinge la vita quotidiana su una nave, come un moderno e rivisitato Titanic. A farla da padrone, il tema del viaggio e degli amori non corrisposti. Non ingannino i temi apocalittici o le composizioni più ‘problematiche’: lo stesso tema della morte è affrontato tutto sommato serenamente, con quella positiva prospettiva di chi crede ancora ai piccoli spazi, agli sprazzi e agli spiragli. Un apparente a volte, ed in altre avvertito, pessimismo universale che paradossalmente spesso sfocia in melodie spensierate e rassicuranti. Come quando ci si sente adolescenti e sprovvisti di quella serenità che i Death Cab raramente hanno fatto mancare al proprio pubblico, nonostante i loro dischi rappresentino spesso e volentieri amare caramelle da digerire. Provare per credere.

 

I Death Cab hanno bisogno di finestrini abbassati e facce controvento. A volte sarebbe invece sufficiente ballare nel salone di casa propria, come si usava fare un tempo, nell’intimità e nella familiarità di un ambiente domestico. Per assaporare ogni singola nota, goccia a goccia. Un rifugio sicuro in ogni momento, un porto che offre comprensione per ogni malinconia.

 

La nostra gioventù è passeggera

La vecchiaia è proprio dietro l’angolo

E non posso aspettare che i miei capelli diventino grigi.

Starò qua a pensare

Ad ogni amore che avrei potuto vivere.

Se solo avessi pensato a qualcosa di affascinante da dire.

 

E qui si torna al senso del titolo, che dunque a volte un senso lo possiede al di là del potere di catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. Codes and Keys: una specie di foglietto di istruzioni per una vita felice. Come dimenticare a riguardo la vivace The Tourist. Una sorta di training autogeno in musica, un manifesto che attraversa le fasi emotive dell’essere umano. Rabbia, stupore, estraneità ai propri luoghi e persino a noi stessi. I Death Cab non si riservano dal profondersi in consigli vari, accompagnando i dolori e le incertezze dell’ascoltatore.

 

Non tragga in inganno, come si osservava precedentemente, la commercializzazione che ha contribuito alla loro maggiore presenza ‘televisiva’ e dunque appunto ad espandere la loro veste commerciale. I Death Cab sono un patrimonio da difendere, anche dalle minimizzazioni e dalle critiche spesso concretizzatesi nell’assenza di idee o nella presunta monotonia della voce di Gibbard. Perché no, Seth Cohen non è certo stato l’unico ad averli sperimentati (do you remember?!)

 

Accogliamo dunque i nostri Death Cab nei buoni propositi dell’anno nuovo con annessi e connessi, because this is the new year and they will possess your heart. With no esitation.

Ha collaborato: Cosimo Cataleta

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

original pic from: consequenceofsound.net

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. O almeno dovrebbe provare a (non) farlo.

Perché? Ecco una serie di dichiarazioni dei fratelli Gallagher sui Radiohead e nei confronti del loro frontman, Thom Yorke.

Liam Gallagher: «Non ho mai ascoltato Ok Computer ma qualunque cosa dei Radiohead per me non ha un senso. Tutti pensano che siano all’avanguardia ma sono famosi solo per canzoni come Creep, no? Per il resto della loro carriera sono andati proprio fuori strada. Non capisco. Voglio dire, tutti abbiamo scritto canzoni come Creep, che sono le loro canzoni classiche. Sono queste che rendono i Radiohead quelli che sono ora. Karma Police è carina ma mica stiamo parlando dei Beatles».

 

Liam Gallagher: «Ho ascoltato quel fottuto album dei Radiohead e ho subito pensato: ’Cosa??’ Mi piace pensare che quello che facciamo lo facciamo fottutamente bene (riferendosi peraltro ai Beady Eye, successivi agli Oasis). Loro scrivono una canzone su un fottuto albero? Ma per cortesia! Un albero di mille anni? Ma andate a farvi fottere!

(il disco al quale si riferisce è “The King Of Limbs”)

 

Noel Gallagher: «Sono consapevole del fatto che i Radiohead non abbiano mai avuto una brutta recensione. Ma probabilmente se Thom Yorke facesse i suoi bisogni in una lampadina e poi la cominciasse a gonfiare, avrebbe un punteggio di 9 dalla rivista Mojo. Ecco di cosa sono consapevole. Tecnicamente ci sono songwriter migliori di me, almeno stando a quello che scrivono giornalisti del Guardian. Ma ci sono stati gruppi che sono stati in grado di influenzare una generazione? I Radiohead lo hanno fatto? A me sembra che nessuno li ascolti. Appena Thom Yorke riesce a scrivere una canzone come ‘Mony Mony’ allora fatemi uno squillo. Qualche anno fa eravamo al Coachella, io e la mia signora, e c’erano i Radiohead e abbiamo deciso di dargli (si riferisce proprio a Yorke) una possibilità. Sono saliti sul palco ed hanno attaccato con questa cosa post-techno. Eravamo incazzati, ed abbiamo deciso che non faceva per noi».

 

Tre dichiarazioni a caso, o meglio selezionate tra le tante, indicative della rivalità Oasis-Radiohead. Cosa deve fare dinanzi a questo un vero fan dei Radiohead? Queste dichiarazioni non possono essere tollerate. Non scherziamo. Non si può ignorare Ok Computer o sminuire album eclettici come The King Of Limbs.

 

Cosa dovrebbero dire allora Yorke e Radiohead di “Be Here Now”? A prescindere dalle vendite, per quanto mi riguarda nel 1997 uscirono due grandi album: i loro nomi sono proprio Ok Computer e Urban Hymns dei The Verve. Be Here Now non lo fu e non resse affatto il confronto con l’esplosione dei primi due lavori “Definitely Maybe” e “(What’s the story) Morning Glory”.

 

Forse, sarà proprio quello l’anno cardine nel quale gli Oasis perderanno lo smalto e le fortune degli anni Novanta. Lo stesso Noel non esitò a definire i testi di Be Here Now in una intervista a Singapore «una merda». Sinceramente è un disco che non ricordo (a parte Stand By Me, Don’t Go Away e All Around The World) e che ho faticato ad ascoltare per la sua complessità e lunghezza. E’ un disco noioso. Aggettivo che invece collide con le caratteristiche e con la genialità dei Radiohead. Avete capito? Non dovete ascoltare gli Oasis, tanto meno Be Here Now.

 

Complesso di inferiorità. Giacciono in tale teoria le dichiarazioni dei fratelli Gallagher nei riguardi dei Radiohead? Qui si potrebbe richiamare il complesso di inferiorità coniato da Alfred Adler (1870-1937), lo psicologo della psicologia individuale. Lo studio dell’uomo in rapporto al contesto sociale. Nel libro “Conoscenza dell’uomo” si fa riferimento all’inferiorità organica del bambino, nella sua lotta e nel tentativo di emergere.

 

Ogni bambino, posto a contatto con il mondo adulto, è indotto a considerarsi piccolo e debole. In compenso, l’antidoto professato da Adler è la ricerca di un fine, con le possibilità di raggiungerlo e perfezionarlo. Forse il loro fine gli Oasis lo hanno comunque raggiunto, uscendo pertanto dalle difficoltà del mondo dell’infanzia. I Radiohead sono invece ancora in piedi e continuano la propria opera musicale. Ma non è il caso di fare paragoni, tanto meno farne un dramma. Chi è un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. Chiaro, no?

P.S: Non chiedeteci più di suonare e cantare Wonderwall: semmai vi beccate dieci minuti di All Around The World.

(Il seguente articolo è ironico e la teoria di Adler non ha un collegamento logico)

Baustelle: il nuovo album ed una nuova era

Baustelle: il nuovo album ed una nuova era

In copertina: i Baustelle, da sinistra a destra Claudio Brasini, Francesco BianconiRachele Bastreghi. Fonte qui

Aspettando il nuovo album dei Baustelle..

“Che fine hai fatto? Ti sei sistemato? Che prezzo hai pagato? Che effetto ti fa? Vivi ancora in provincia? Ci pensi ogni tanto alle rane? “ Se fossimo di fronte a Bianconi e co, magari chiederemmo loro questo. Dopo 3 anni di assenza, ecco i Baustelle. Ritornano e pubblicano il singolo Lili Marleene, che però non sarà nel prossimo e nuovo album.

Francesco Bianconi, d’origine toscana, diventa celebre con Charlie fa Surf: una storia di crescita disturbata. Un racconto di formazione ma anche una sorta di inno alla sindrome di Peter Pan. Il videoclip, mandato in loop su Mtv neppure molti anni fa è nella memoria di tutti. Così come lo è quel “non voglio crescere, andate a farvi fottere” nel bel mezzo della canzone. Stiamo parlando di singoli noti alla gran parte della popolazione musicale. Come dimenticare inoltre ‘Un romantico a Milano’? Bianconi giocava allora con le parole e con gli omonimi (il Manzoni che lui preferisce non è l’Alessandro bensì l’artista Piero, quello della famosa Merda d’artista). Da qui comincerà a mixare storia personale e affreschi di una società contemporanea a volte dipinta come terribile ed incompatibile alla positività.

I Baustelle offrono una interpretazione della società da un punto di vista diverso. Gente disillusa, che cresce in un contesto sociale che cambia. Non secondo le proprie aspettative, non secondo gli ideali perseguiti. Rappresentazione piuttosto dark e tutt’altro che morettiana, per dirne una.

Alcuni dei loro versi sono diventati slogan. Perché le parole sono importanti. Risuonano e danzano anche all’interno dei party dell’ipocrisia. Come un “mi si nota di piu se vengo e me ne sto in disparte oppure se non vengo” o il “come sono fatto male, come mi disprezzo”, così “io vi amo, vi amo ma vi odio però” ed “ho scaricato tonnellate di filmati porno” restano negli annali di un’attenzione elevata per la lirica. Prendendosene anche adeguatamente beffe. Non inganni l’unicità dei versi cult: i Baustelle sono molto altro. Un fenomeno da analizzare nel complesso del loro lavoro discografico puntuale ed accurato.

I Baustelle rappresentano un mondo musicale mischiato ad un tocco di sociologia e filosofia. E’ il fascino di storytellers in un modo raffinato, per quanto qualcuno possa criticarlo definendolo in termini elitari. I continui rimandi alla letteratura come la passione per Baudelaire o per il Decadentismo fungono da elementi non trascurabili, in grado di porli come rare eccezioni di un panorama musicale italiano attuale a dir poco deludente ed illusorio.

Cinecittà, la Dolce Vita, il Neorealismo, Alain Delon. E’ un mondo bellissimo quello in quota Baustelle, innamorato di una nostalgia di quegli anni tanto fecondi per la cultura cinematografica italiana.

Bianconi non lascia nulla al caso. Non risparmia nemmeno la religione, tra un Padre Nostro ed un ‘Alleluiah’, con il richiamo a valori e caratteristiche che rappresentano pregi e difetti del provincialismo italiano. A questo si aggiunga quella sana voglia di non crescere, il romanzo di formazione, gli amori ed anche le droghe.

Cosa dovremmo aspettarci da questo album invece? Altre pillole di Decadentismo, forse? Altri musicali romanzi di formazione? E avremo forse così ancora la sensazione che non ci stiano dicendo proprio tutto? E diventeremo alunni, ancora una volta. Pronti a fare i compiti a casa e a rimettere in gioco le nostre convinzioni nei loro riguardi.

Secondo Bianconi il prossimo sarà un disco “pop, oscenamente pop. Come una bestemmia”

Forse sì: assisteremo alla nascita di un album tipicamente pop.Una specie di sfida per la band di Montepulciano? Nell’ennesimo tentativo di rompere la monotonia della musica italiana, letteralmente stanca, richiamando il maestro Battiato. Nell’attesa di attendere una nuova luce ed un nuovo grande e piacevole ritorno. In qualsiasi momento si manifesti.

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