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Rodriguez, il Bob Dylan di Cape Town

Rodriguez, il Bob Dylan di Cape Town

immagine da: sugarman.org

Rodriguez sta al successo come Einstein alle bocciature, e come le 13 volte della Rowling cestinata prima della pubblicazione del primo libro di Harry Potter. Storie di geni incompresi sentite e risentite mille volte. Ma non vi dirò come è andata a finire per lui. O forse ve ne parlerò.

C’era una volta un cantautore sudamericano di grande talento nato in una famiglia molto povera, operaio fino al 1974. Viene scoperto in un bar di Detroit per caso, mentre canta di spalle. Il produttore racconta di aver solo sentito la sua voce e di averlo sulle prime confuso con Dylan. I suoi primi due album passano tuttavia inosservati nel panorama musicale statunitense, dove appunto sembra non ci sia spazio alcuno per Rodriguez. A questo punto la sua carriera sarebbe potuta giungere immediatamente al termine prima di cominciare.

Ed invece, per uno strano scherzo del destino, raggiunge la fama in Sudafrica. Qui diventa il cantante della lotta contro l’apartheid. In un Paese nel quale regnava il partito conservatore, canzoni come I wonder, in cui si parla liberamente di sesso, o come This In Not A Song, It’s An Outburst: Or, The Establishment Blues, vero e proprio  grido di ribellione verso l’establishment, fanno subito crescere la fama dei suoi album. Ogni giovane cominciò in quegli anni a vedere Rodriguez come un idolo. Un modello da seguire, senza sapere esattamente chi fosse.

Del Bob Dylan ispanico non si sa più nulla. Si dice sia morto per overdose, fino a quando un giornalista non lo scova, aprendo sul web The Great Hunt Rodriguez: una caccia all’uomo per raccogliere informazioni su di lui, che intanto aveva ricominciato il corso della sua impopolare vita. L’impegno dei fan è fondamentale e decisivo. Rodriguez  viene così rintracciato. Finalmente nel 1998 si recherà a Cape Town dove terrà un concerto per i suoi fan.

Up and down: questa è la sintesi della la carriera di questo immenso cantautore. Sino al 2012, quando il documentario sulla sua vita Searching for Sugar Man viene presentato  al Sundance Film Festival, mentre vincerà l’Oscar l’anno successivo.

Rodriguez può essere identificato con una delle sue ballate più belle, contenuta nel suo ultimo album, Crucify your mind. La storia quasi solenne di un amore non ricambiato, sofferto, combattuto. Le immagini, sfocate quasi, sono sempre indefinite e fumose. Ma è quasi un lampo, prima della rabbia e di un dolore sprigionato in versi inequivocabili.

 

So con, convince your mirror
As you’ve always done before
Giving substance to shadows
Giving substance ever more

And you assume you got something to offer
Secrets shiny and new
But how much of you is repetition
That you didn’t whisper to him too.

 

Questa è l’immagine che se ne ricava. Un rock quasi violento, che viene dalla periferia. Loschi figuri si aggirano nelle canzoni di Sixto Rodriguez. Gente della strada, spesso oscurata e dimenticata. Facile richiamare Lou Reed, così come immaginare i propri componimenti alla ‘carrellata di perdenti’ in Desolation Row di Dylan.Diversi sono anche i nomi delle sue canzoni. Gente ai margini della società disonesta, sopraffatta da insormontabili difficoltà. In Rodriguez ritroviamo l’umanità, il rifugio dei più deboli e di coloro che il capitalismo ha da subito dimenticato.

Questa è la storia di Rodriguez: simbolo di una working class hero che sogna, si innamora, e spera prima o poi di realizzare i suoi sogni.

I suoi due album Coming from Reality e Cold facts, attraversano tutti questi scorci di vita, attraverso la rassegnazione e lo sporco. Un viaggio tra le periferie,in giro per il mondo.

Il successo, a volte, è come un animale libero e selvaggio. E’ roulette: non lo si può mai prevedere (o quasi). E con Rodriguez non è certo stato gentile, sino a quando non sono arrivati i primi riconoscimenti musicali.

Un successo che tuttavia non ha mai cercato e nemmeno rincorso. Lo dimostra l’inconsapevolezza del successo in terra africana o il ritorno alla propria dura attività di operaio. In tutti questi anni ha continuato a fare musica per il semplice gusto di farlo. A 72 anni, quasi cieco, ha ripreso a fare concerti. La sua resterà così una specie di leggenda musicale. Ma che si nasca Jesus Rodriguez a Detroit o Robert Zimmerman a Duluth, il talento emergerà comunque. La vita è capace (alle volte) di essere anche paradossalmente giusta. Forse.

Quando non sai cos’è…allora è Jazz!

Quando non sai cos’è…allora è Jazz!

Originale qui

Gli schiavi afroamericani, pressati dalle loro condizioni, si abbandonavano per non pensare e svagare a esecuzioni improvvisate di canto. Voci particolarissime che caratterizzeranno tutto il ‘900 e daranno vita al fenomeno musicale e sociale del genere Jazz.

Oggi, la musica jazz, in quanto prodotto di un’accurata conoscenza della musica classica delle varie etnie musicali e di sviluppi armonici complessi, è definita “musica colta”. Ciò è curioso poiché Buddy Bolden, uno dei suoi pionieri, era affetto da schizofrenia. Attivo nel 1904, gli sarà attribuito il titolo di “padre del jazz”. A detta del Dr. Sean Spence, professore di psichiatria presso l’università di Sheffield, le condizioni mentali di Bolden sarebbero state presupposti determinanti per l’attitudine all’improvvisazione.

“Se non ci fosse stata questa musica improvvisata, essa avrebbe continuato ad essere ragtime”.

Il jazz quindi sarebbe nato a causa degli handicap cognitivi di un malato mentale. Ovviamente è solo un’ipotesi…

.. ma parliamo di certezze:

Originariamente questo fenomeno musicale veniva indicato con il termine ”jass”. Poco dopo verrà sostituito con “jazz”(parola che viene stampata per la prima volta da un quotidiano nel 1913). JAZZ.

Nasce a New Orleans quando, nel 1906, il pianista Jelly Roll Morton (che “le prende” nel noto film “La leggenda del pianista sull’Oceano”) compose il brano “King Porter Stomp”. Per questo motivo negli anni a seguire, il musicista amò autocelebrarsi come “l’inventore del jazz-stomp-swing” e “il più grande compositore di temi hot nel mondo”. In realtà, sarà la Original Dixieland Jass Band(O.D.J.B.), composta da soli bianchi e diretta dal cornettista di origini italiane, Nick La Rocca, ad accaparrarsi il titolo tanto bramato da Jelly Roll di “inventori del jazz” con il brano “Livery Stable Blues” del 1917.

La musica jazz visse una diffusione eclatante e si affermò anche come musica da ballo nei locali notturni. Durante i primi anni venti del secolo scorso si verifica una vera e propria migrazione di musicisti. Da New Orleans si diressero verso il Nord mirando in particolar modo a Chicago: la nuova patria del jazz.
Anche il cornettista Joe “King” Oliver (per dirne uno) ne fu attratto e dopo aver letteralmente strappato dalla strada un emergente Louis Armstrong, facendolo esordire come seconda cornetta nella sua jazz band, si unÌ anch’egli alla migrazione, creando attorno a se una vera e propria scuola. È il periodo della Jazz-age.

Si arriva così al fatidico 1929. Al crollo della borsa seguì un inevitabile azzeramento dell’intrattenimento musicale. Azzeramento che ebbe vita breve. Infatti un giovane Goodman, animato da passione e ingegno, ideò una “cosetta” chiamata SWING. Si avvalse di una grande orchestra con una ricca sezione di fiati per rendere ancor più gradevole il suono.

Un po’ meno gradita fu la sua simpatia per gli afroamericani, tra cui i grandi Roy Eldridge e Billie Holiday, che coraggiosamente inserì nella sua formazione con esiti più che positivi. Ma questa è un’altra storia…

Più intriganti invece sono le vicende legate agli anni successivi. Durante il 1945 si saluterà la nascita di un nuvo stile, il bebop: ritmi velocissimi e armonie complesse.
Uno stile che però dovette fronteggiare una forte critica di stampo sociale derivante dall’atteggiamento e dallo stile di vita dei musicisti, che in particolare si focalizzò sulla corrispondenza tra il mondo del jazz e la droga. Nei primi anni cinquanta, infatti, si registrarono vittime di alto profilo in particolare tra i bopper, più famoso tra tutti Charlie “Bird” Parker. E per rimanere in tema di critica (ormai padrona) arriviamo ad una delle tendenze musicali più discusse in assoluto: il “free Jazz”. Quest’ultimo praticava una forma di improvvisazione collettiva la cui conseguenza è la totale frantumazione della maggior parte delle idee tradizionali di forma, armonia, melodia e ritmo.
Per questi motivi fu al centro di violente polemiche che durarono per decenni. I critici più accesi affermarono addirittura che il free jazz rimuoveva la distinzione tra chi fosse in grado di  suonare e chi no. In seguito, furono tante le vie che il jazz intraprese. Esemplare è l’esperienza Bossa Nova, nella quale assistiamo a un mischiarsi di toni caldi con la musica latina. Grazie alle varie collaborazioni di diversi musicisti (come Stan Gets con Jao e Astrud Gilberto) si creò il “jazz samba”.
Si realizzò anche una tendenza che favoriva i suoni più decisi del Rock. Subì anche forti influenze dall’elettronica che iniziò a spopolare portandoci così il cosiddetto “fusion” (tra le prime incisioni si notano quelle del doppio album “Bitches Brew” di Miles Davis e “Hot Rats” di Frank Zappa).
Molte di queste esperienze furono bollate come commerciali, e iniziò a serpeggiare tra molti l’idea che il jazz fosse ormai morto assieme a molti dei “Big” che avevano iniziato a lasciare la scena. Personalmente non amo questa visione alquanto superflua della cosa. E allora è il caso forse di ricordare un certo Zappa, nel caso in cui sentiate qualcuno professare e sproloquiare circa la morte di questo genere: il jazz non è morto, ha solo un odore un po’ più curioso. 
This must be the place: le immagini di Paolo Sorrentino

This must be the place: le immagini di Paolo Sorrentino

 

Il 2016 è stato l’anno di Paolo Sorrentino.

Il regista italiano già con l’Oscar a “La Grande Bellezza” aveva conquistato l’America. Un prodotto, il suo, con saldi punti forti nella scrittura, nelle interpretazioni maestose – prima fra tutti quella di Toni Servillo – ma soprattutto nella sua regia concettuale eppure piena di movimento. Quest’anno il regista napoletano è riuscito a conquistare tutto il pubblico, rapito da un prodotto più aderente ad suo calibro poiché gli permette di esplorare in maniera molto più profonda l’animo umano e di esprimere ciò che ha da dire, con una forza che da sempre gli appartiene. Sapete tutti di cosa sto parlando.
Bene, oggi non parleremo di The Young Pope.

 

C’è un film che è una piccola gemma di Sorrentino e che contiene alcuni dei suoi più riusciti momenti cinematografici, il film che ha permesso all’America di conoscerlo e stupirsi della forza delle parole che nei dialoghi tra i personaggi fuoriescono, mai aggressive ma sempre calibrate a far riflettere e sorridere lo spettatore. Questo film è This must be the place.

 

Il personaggio

Cheyenne (uno splendido Sean Penn in versione Robert Smith dei Cure), è una rockstar che da anni non calca le scene. L’esilio a Dublino, in una villa dove vive con la moglie che è il suo punto fermo, che di fronte alla sua autodiagnosi di depressione lo contesta (“Un depresso non fa l’amore con la donna con la quale sta insieme da 35 anni come se fosse la prima volta. Tu non sei depresso.”). Se lo incontraste al supermercato, probabilmente avreste quella specie di timore che va esorcizzato ridendo di lui, del suo rossetto, del cerone che traveste quel viso. Lui per tutta risposta, come farebbe un bambino libero da ogni inibizione, prenderebbe il tetrapak che contiene il vostro latte, rompendolo e facendo uscire il liquido. Le peggiori giornate iniziano così. È un uomo atipico, nulla suggerirebbe la sua saggezza spropositata e la sua consapevolezza dell’apparato umano.

Cheyenne sa che passiamo da un’età in cui diciamo “un giorno farò così” al dire “è andata così”, sa e spiega a Desmond, infatuato di Mary -la sua (non) biografa ufficiale- che è il tempo che lusinga e da’ sicurezza alle persone, spronandolo a non mollare con lei.

La sua apparenza sembra non scalfire la maschera da rockstar dei tempi che furono, ma in realtà è divorato da dei sensi di colpa dovuti alla “responsabilità” della sua musica nel suicidio di due ragazzi che ogni settimana va a trovare al cimitero,di fronte a una lapide emblematica che cita un suo verso: “Dark flowers bloom in this autumnal garden that grows inside of me”. Questo viene fuori in un confronto con David Byrne,cantante e songwriter dei Talking Heads, dopo un suo concerto a cui Cheyenne assiste. È  l’unica volta nel film in cui  alza i toni, come se la maschera crollasse di fronte a questo senso di colpa e fuoriuscisse la rabbia e il senso di colpa covato per tutto questo tempo.

 

Il Viaggio

L’esilio e la non vita a cui Cheyenne ha votato sè stesso si interrompe con la morte del padre. È questo che lo spinge ad intraprendere un viaggio che gli serve per evolversi e ritrovare la bussola. Sorrentino non pensa al personaggio in maniera meccanica, lo vede come se avesse molteplici significati e questi uscissero in modi sempre nuovi attraverso il confronto con gli altri. Il colloquio con Byrne è il primo tra tanti, durante il suo viaggio Cheyenne incontra un tatuatore in un bar che sembra uscito da un quadro di Hopper , che vuole farlo riflettere sul significato artistico dei disegni stampati sul suo corpo. La chiosa è pragmatica, come non ti aspetteresti: ”Hai notato che ormai non lavora più nessuno ma tutti fanno qualcosa di artistico?”. Non esattamente quello che ti aspetteresti da un musicista.

Il confronto più didattico avviene con Rachel – che ha perso il marito – e suo figlio. Le confessioni di Cheyenne fanno riflettere entrambi sulla paura e sul suo effetto protettivo che però sopisce le persone. In questo viaggio lui ha scelto di non avere paura delle conseguenze e di dove questo cammino lo porterà. Ciò migliorerà Rachel e anche suo figlio che ha paura dell’acqua. Il montaggio in cui il nostro fugge via per continuare il suo percorso mentre le immagini mostrano il bambino galleggiare col suo corpo goffo in una piscina gonfiabile è uno dei punti più alti del film, una catarsi in fotogrammi.

 

La Vendetta.

Cheyenne è andato in New Mexico, non sta cercando sé stesso, altrimenti sarebbe andato a Bombay, come dice lui stesso. Sta seguendo le tracce che il padre ha lasciato in un diario dove mostra tutto il trauma da lui subito durante il periodo trascorso da ragazzino in un lager nazista. Le immagini descritte dalle righe del padre sono potentissime: Il campo decreta la perdita dell’intimità mentale stabilendo cosi una nuova morte che respira. Ci sono molti modi di morire il peggiore è rimanendo vivi. […] Poi, durante l’inferno, anche noi dall’altra parte del filo spinato guardavamo la neve. E guardavamo Dio. Dio è così: una forma infinita che stordisce. Bella, pigra e ferma, che non ha voglia di fare nulla. Come certe donne che, da ragazzi, abbiamo solo sognato.

A muovere Cheyenne è la volontà di compiere la vendetta che il padre non aveva raggiunto, punire un soldato tedesco che gli aveva fatto uno sgarbo durante la prigionia. Cheyenne arriva nella casa del soldato con una pistola, trovando un uomo prossimo quasi alla morte. Lo punisce umiliandolo con un contrappasso crudele ma esteticamente geniale: l’uomo esce fuori dalla sua casa, nudo, in un paesaggio innevato dove il bianco della neve viene interrotto solo dalle forme del suo corpo, stantio, che sembra comunicare più morte che vita e rimane lì, a privarsi di quella poca vita rimasta mentre il pick up guidato da Cheyenne va’ via.

 

 

La Musica

Il nome del film è preso in prestito da un singolo dei Talking Heads, di cui assistiamo ad una versione live cantata dallo stesso David Byrne. Le immagini sono piene e respirano meglio grazie alla musica che le pervadono.Anche il viaggio di Cheyenne è accompagnato dal cd che un giovane gli consegna perchè vuole l’opinione di Cheyenne a riguardo. La sua band si chiama I pezzi di merda perché è il nome giusto per l’epoca in cui viviamo. Il brano omonimo al film ne accompagna alcune sequenze ed è il mezzo che permette la redenzione artistica di Cheyenne.

In una scena viene cantata dal figlio di Rachel, che prima di farlo, mette sul tavolo una foto del padre morto, come se la stesse dedicando a lui. Cheyenne si fa pregare all’inizio ma mentre suona e il bambino canta -anche se il piccolo pensa che la canzone la cantino gli Arcade Fire e invece Cheyenne lo corregge come farebbe un professore- si assiste all’instaurazione di un legame tra di loro. Quando Cheyenne suona l’ultima nota alla chitarra sorride, consapevole di aver espresso lui stesso qualcosa come non gli era mai successo e di aver fatto esprimere qualcosa al ragazzino.

 

Questo film, come tutte le pellicole di Sorrentino segue il suo impeccabile stile e dimostra come parlare per immagini sia più efficace di un monologo, non perché le parole contino meno, ma perché a volte si ha bisogno di ricordare per mezzo di una canzone o di simboli. Quando immagini di una tale forza riescono a scavare nella nostra memoria visiva, contribuiscono a svelare una ad una le sensazioni che il ricordo provoca quando si sprigionano in noi.

La visione fiabesca dei The Lumineers

La visione fiabesca dei The Lumineers

Foto: The Lumineers. Originale qui.

Perché piacciono tanto i Lumineers?

Li avevamo lasciati nel 2012 con l’album omonimo. Ora i The Lumineers ritornano con Cleopatra, loro secondo album, suscitando notevole consenso.

La band del Colorado si forma nel 2002, dal tentativo di evasione da un lutto familiare per il frontman Jeremiah Fraites. Il successo arriva con il singolo ‘Hey oh’. Questo tormentone estivo, noto alle cronache nostrane poiché colonna sonora di alcune pubblicità, sembrava il classico singolo di quelle band destinate a scomparire dopo aver raggiunto l’apice del successo. Invece, contrariamente alle aspettative, tornano con un album pregevole: una vera e propria chicca.

Il singolo Sleeping on the floor ha raggiunto milioni di visualizzazioni in pochi giorni. In maniera tipicamente americana (in stile The Killers nel cartoons Mr Brightside e anni dopo con Miss Atomic Bomb, suo sequel) hanno intessuto una storia romantica o più parti di esse, attraverso videoclip che si guardano come parte di uno stesso cortometraggio. Se dovessimo dare credito ad un famoso tormentone degli anni 80, non è affatto vero che “videos kill the radio star”. Anzi.

 

Sleeping on the floor è la storia di due ragazzi di provincia che fuggono per vivere insieme. I due protagonisti non hanno null’altro all’infuori del loro amore, nonostante debbano “dormire sul pavimento” dopo un matrimonio ‘fake’. In realtà, a dormire sul pavimento è la sola protagonista femminile, che non ha mai avuto il coraggio di partire col suo amato. Questo album inizia così a delinearsi come collezione di occasioni mancate. Anche Ophelia, che niente ha a che fare con Otello, rappresenta una ragazza da cui si è ossessionati. Colei che rimane ancora oggetto di pensieri indimenticati, dopo una storia d’amore dissolta nel silenzio e nel tormento.

 

La rassegnazione cresce con Cleopatra, ex attrice sempre in ritardo in amore, persino nel giorno del suo matrimonio. Non lo sarà il giorno della sua morte, momento in cui descrive questo amore ed un passato mai sopito. E così scorrendo sino alla decima traccia, con un disco che crea dipendenza e nuoce gravemente ai deboli di cuore e ai delusi dal passato.

 

Come in un cerchio, fatto di donne diverse ma toccate e ferite, ritorna la ragazza del primo singolo nel videoclip di Angela. Questa volta ella aspetta un bambino e fugge ancora ma per ritornare nella sua città. La scelta di dare alle canzoni nomi di donne, come i marinai li davano alle loro barche, è un’abitudine tipicamente ‘Lumineers’, confermata anche all’interno del secondo disco.

 

Reduci da due date in Italia, piacciono e anche tanto. Ma cosa li distingue ad esempio dai Mumford and Sons o da altri prodotti tipici del mondo indie-folk?

 

Rolling Stone scriveva qualche settimana fa che i Lumineers pubblicano album di “arrogante semplicità”, dovuta alla composizione delle musiche e alle pochissime parole nei testi. Il loro successo, secondo chi scrive è invece dovuto proprio a quella semplicità. Una molla vera e propria, tra un battito di mani e l’intonazione di un coretto certamente rassicurante.

 

E piacciono perché raccontano storie come fossero fiabe moderne, tuttavia spesso senza lieto fine. Ma i ritmi e le note leniscono e rendono meno amare occasioni mancate ed avversi destini. Se questa può essere considerata nuova era del folk non è dato saperlo, ma certo è che prodotti simili sanno sempre di nuovi e piacevoli inizi. Ciò che conta mi pare proprio questo: checché Rolling Stone e critici ne dicano. Perché c’è un mondo a parte, quello del pubblico, che è non sempre concorde con la critica e rivendica il sano diritto di disperdersi in ciò che risulta più congeniale alle proprie orecchie.

 

Playlist:

SLEEP ON THE FLOOR: And by the time she wakes
We’ll have driven through the state
We’ll have driven through the night, baby come on
CLEOPATRA: But I was late for this, late for that, late for the love of my life
And when I die alone, when I die alone, when I die I’ll be on time

ANGELA: Strangers in this town,
They raise you up just to cut you down
Oh Angela it’s a long time coming
Oh Angela spent your whole life running away
Home at last

GALE SONG: And he fell apart
with his broken heart,
and this blood, this blood, this blood.
Oh, it drains from my skin, it does.

 

 

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Articolo originale di Chris Jordan, pubblicato il 27 Novembre 2016, qui.

“Ladies and gentlemen, Fidel Castro?”

Fidel CastroNoto per aver presentato Elvis e i Beatles all’America durante il suo varietà “The Ed Sullivan Show” in onda per molti anni sulla CBS, nel 1959, Sullivan presentò in un contesto totalmente differente una personalità d’alto rilievo: Fidel Castro.

Il modo in cui ottenne l’intervista nasconde una storia fatta d’intrighi e pericoli, poiché i tizzoni della rivoluzione bruciavano ancora. Nel 1958 la maggior parte dell’America ancora non sapeva chi fosse Castro, né quali fossero le sue inclinazioni politiche. Sullivan chiese “in prestito” uno scrittore del Chicago Tribune*, posseduto dal New York Daily News, per impostare l’intervista.  Dopo un viaggio in aereo ed un “giretto” di sei ore per le vie secondarie della città di Matanzas, Sullivan e la sua troupe si ritrovarono in una piccola stanza con Castro ed i suoi seguaci, armati di mitragliatrici.

Sullivan e Castro sedevano ad una scrivania.

“I due erano circondati da soldati, uno dei quali aveva un mitra puntato alla testa di Ed,” scrive Maguire.

“L’atteggiamento di Sullivan non era il solito rigido ed innaturale che adottava durante il suo programma il sabato sera, ma piuttosto esuberante e vivace.”

Sullivan, un Anti-Comunista convinto, chiese a Castro s’egli lo fosse. La domanda provocò una reazione violenta.

“(Castro) quasi saltò dalla sedia” disse il cameraman Andrew Laszlo “si strappò la camicia e fece vedere un bellissimo crocifisso e gridò: “Sono un Cattolico, come potrei essere un Comunista?!”

Sullivan gli chiese in seguito se fosse il George Washington cubano, il che aumentò facilmente la tensione in quella stanza. Concluse infine l’intervista chiedendo a Castro in che modo riuscire ad impedire l’ascesa di futuri dittatori, come Fulgencio Baptista, il Leader cubano che Fidel Castro riuscì ad abbattere.

“Sarà facile” disse Castro in un inglese imperfetto:

“Non permettendo a dittatori futuri di venire a governare il nostro Paese. Potete starne certi, Baptista è e sarà l’ultimo dittatore di Cuba”. 

Sullivan

All’insaputa di Sullivan, Castro si prestò ad un’intervista durante il programma “Face the Nation”, in onda poche ore prima della sua intervista col conduttore, ma Sullivan condusse il primo.

Castro divenne una sorta di star dei media, ed eroe della contro-cultura negli Stati Uniti prima che i rapporti fra i due paesi s’inacidissero. In seguito al 1959 apparve al “Jack Paar’s Tonight Show”, ed al  “Person to Person” di Edward R. Murrow. Bob Dylan, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Gabriel García Márquez espressero il loro supporto al rivoluzionario.

Dopo l’invasione della Baia dei Porci nel 1961, Castro divenne un nemico dello stato, e le sue apparizioni sulla TV americana calarono sempre di più. Un’eccezione vi fu nel 1976 quando il giornalista sportivo Howard Cosell intervistò Castro per la ABC durante un incontro amatoriale di box nell’Avana. Castro gli parlò dei suoi primi tiri a Baseball.

Sullivan, che presentò Elvis Presley durante il suo show nel 1959, causerà un’onda d’urto ben maggiore nel 1964, portando i Beatles in America.  Le apparizioni di Presley, i Beatles e Castro hanno una cosa in comune: al termine delle interviste Sullivan, dall’imponenza del suo palco,  li dichiara tutti “cittadini modello” dei loro paesi.

“È un bravo giovanotto” disse Sullivan di Castro nella trasmissione dell’11 Gennaio 1959 “un giovanotto intelligentissimo”

 

*Il Chicago Tribune è il quotidiano principale dell’area metropolitana di Chicago e del Midwest degli Stati Uniti

Il fenomeno Bon Iver tra misticismo ed ermetismo

Il fenomeno Bon Iver tra misticismo ed ermetismo

A pochi giorni dall’uscita del suo ultimo album, il fenomeno Bon Iver continua a crescere e Justin Vernon e colleghi non deludono.

Chi scrive ha (sempre) creduto che Bon Iver fosse un’artista solista. In realtà, dopo una inaspettata scoperta, è proprio il loro essere gruppo a rendere le tonalità delle canzoni particolari ed a tratti tenebrose. Un canto mistico, una preghiera. Il nome in francese Bon Hiver viene dal saluto finale di una famosa serie tv. Ed è così che salutiamo il nostro secondo sabato formato jukebox.

 

I Bon Iver si formano nel 2007. Originario del Wisconsin, Vernon registra in totale solitudine nella sua baita “For Emma Forever ago”. Il resto è storia recente, ma pur sempre storia.

 

Vernon ha una voce riconoscibile che proviene dal basso. Dallo stomaco, dalla parte più profonda del suo cuore. Graffia, lacera quasi. Un qualche dispositivo diabolico le conferisce un sapore metallico, come metallico può essere il sapore del sangue, associazione richiamata dal singolo ’Blood Bank’. Quest’ultimo, rappresenta la storia di un incontro davanti alla banca del sangue, per scegliere una sacca come si sceglie un gioiello. Se ne scorge la neve, custodita da un groviglio di baci. Una perfetta storia dark da San Valentino. O meglio, dai richiami natalizi (ormai il countdown è partito per tutti).

 

I testi appaiono dunque spesso criptici. Le parole a volte sembrano essere state poste lì senza una ragione precisa, seguendo un flusso di coscienza che solo chi ne è l’autore può identificare. In principio però, galeotta fu ‘Skinny Love’ e il suo martellante ritornello. Quest’amore magro e denutrito è divenuto il trampolino di lancio della band americana.

I told you to be patient
I told you to be fine
I told you to be balanced
I told you to be kind
In the morning I’ll be with you.

 

Fa freddo e c’è gelo nelle canzoni dei Bon Iver. Dopo Skinny love che gela il cuore, ecco The Wolves. Quasi la tempesta di neve si tasta con mano. Potrebbe sembrare un concept album. Forse Vernon aveva in mente di raccontare una storia, sgangherata ed apparentemente incomprensibile? La storia di un ragazzo solo in una baita, che passa attraverso i cunicoli delle sue emozioni e ne esce con meravigliose liriche.

 

Il ritmo lento ma accattivante e le ripetizioni di alcuni versi, non ridondanti, sanno di fraseggio alla Lou Reed. Forse. Le stesse parole infinite volte ripetute danno una impronta ben definita alla canzone. I Bon Iver passano, feriscono, e scivolano via.

 

Nel 2016, esce ‘22, A Million’. Al primo ascolto, subito qualcosa sfugge. I Bon Iver si spingono musicalmente parlando in ed a territori inesplorati. La musica diventa opera di ingegneria e tecnicismo, senza smettere tuttavia di raccontare se stessi ed il mondo. E’ un album che parla di futuro, o meglio della paura di un futuro non molto lontano. I testi si fanno più cupi e Vernon si serve di numerosi termini religiosi per descrivere la propria inquietudine. Titoli, numeri. Quasi come a costruire una simbologia particolare.

 

Il primo pezzo è ‘22’. Un inizio col botto, nel quale le tonalità cupe esplodono con il ‘might be over soon’. Vernon pare più maturo ed incisivo in questo terzo disco. 22 è il suo numero artistico, come il 9 per John Lennon e l’11 per i Radiohead. I richiami alla religione sono anche nei numeri in 33God, con un Vernon a fungere da varco di una profonda disillusione.

 

Vernon ha non a caso raccontato come quest’album sia stato scritto in una fase delicata della sua vita ed in cui ha affrontato una brutta depressione. Vernon ne esce ed uscirà tuttavia a testa alta, con un prodotto che musicalmente parlando segnerà un traguardo importante nella musica e nel folk: Dylan e Neil Young docet.

 

L’apice si percepisce e raggiunge in ‘8circle’. Domande su domande, futuro in bilico. Perdono, amore. Tutto scorre, tutto ritorna e si riparte da zero. Come un cerchio infinito. A chiudere il viaggio di Vernon nell’inconscio, nella storia dell’uomo e allo stesso tempo nel presente, passato e futuro, vi è appunto 00000 million.

 

Il titolo suggerisce una vaga idea di nulla, ma anche di tutto l’Altro. Vernon stesso, affascinato dal Taoismo e dal dualismo vede nel 22 sé stesso e in 00000million l’universo: due unità in perfetta sintonia. Un lavoro egregio, chiuso degnamente con questa preghiera. Lo si può immaginare in cima ad una montagna ed in una preistoria molto lontana. In un’altra vita a chiederti il perché di tutto. Solo, in contemplazione, alla scoperta della vita e del significato del dolore. Perforandolo con astuto coraggio, anche se a volte (troppo spesso) potrebbe farci male.

PLAYLIST:

00000 MILLION:  And I walked it off: how long I’d last
Sore-ring to cope, whole band on the canyon
(‘Cause the days have no numbers)
Well it harms me, it harms me, it harms me, I’ll let it in

FOR EMMA: “With all your lies,
You’re still very lovable.”

“I toured a light
So many foreign roads
For Emma, forever ago.”
22 (OVER S{\displaystyle \infty }ooN): Where you gonna look for confirmation?
And if it’s ever gonna happen

 

BLOOD BANK: That secret that we know
That we don’t know how to tell
I’m in love with your honor
I’m in love with your cheeks
What’s that noise up the stairs babe?
Is that Christmas morning creaks?

LUMP SUM: Fit it all, fit it in the doldrums
Or so the story goes
Color the era
Film it as historical
8(circle): Too much for me to pick up, oh
Not sure what forgiveness is
We’ve galvanized the squall of it all
I can leave behind the harbour

foto da: myspace.com

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