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Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Quando pensiamo alla Luna, dobbiamo pensare a una specie di orologio biologico del nostro pianeta e non solo: se dovessimo pensare alla piscina della Terra, senza dubbio ci riferiremmo agli oceani. È la Luna a guidare le maree degli stessi tramite la spinta gravitazionale. C’è una forte componente ecologica nel titolo dell’ultimo album dei Radiohead, uscito esattamente un anno fa, ma non bisogna sottovalutare la forza delle metafore.

Durante la lavorazione dell’album Thom Yorke si è separato dalla sua compagna di vita, Rachel Owen, e Nigel Godrich (il quinto Radiohead a tutti gli effetti, il loro ingegnere del suono) ha perso il padre. La Luna che influenza i periodi delle maree somiglia alla vita che influenza ogni atto che un uomo compie, tra cui si include qualsiasi forma d’arte.

Quanto di quello che ci accade ci smussa emotivamente? Siamo noi gli oceani. Tutto quello che ci accade è la Luna.

A Moon Shaped Pool è un’esplorazione fortissima del concetto di perdita, legata al divorzio di Thom Yorke, che gravita sull’album con una potenza inaudita, continuamente ricordato attraverso molteplici canali espressivi.

DAYDREAMING

“This goes
Beyond me
Beyond you”

Daydreaming parte da un riferimento classico, l’allegoria della caverna di Platone. I sognatori, dice Yorke nel brano, hanno il difetto di preferire i loro sogni alla realtà e in questa categoria rientra anche lui. Un’analisi migliore si può fare alla luce del video che accompagna il brano, diretto dal premio Oscar Paul Thomas Anderson (regista di capolavori come il Petroliere e Magnolia). Il video vede Yorke attraversare, solo, una serie di scenari che passano da una cucina ad un locale di lavatrici a secco, fino ad arrivare su una montagna innevata ed addormentarsi in una caverna. Il numero di porte che attraversa nel video è simbolico e cosa significano ce lo ripete lui stesso ossessivamente alla fine della canzone. Lo fa in un sample che recita: efil ym fo flah. Al contrario, half of my life.

Metà della mia vita.

23 sono gli anni che hanno tenuto insieme Thom a Rachel, e il verso rievoca un’influenza forte della Divina Commedia che non sembra casuale, essendo lei una esperta di letteratura italiana specializzata nelle illustrazioni del capolavoro di Dante.

DESERT ISLAND DISK

“Now as I go upon my way
So let me go upon my way
Born of a light”

Rinascita è quello a cui Thom aspira e Desert Island Disk è probabilmente il momento in cui Thom rivela maggiore positività. La luce è un’immagine ricorrente dell’album, viene evocata per alcuni versi anche in Daydreaming, ma con significato opposto: se qui il bianco è quello di uno spirito che luccica, totalmente vivo, in Daydreaming il bianco era quello di una stanza vuota, simbolo di solitudine e perdita.

La dimensione cromatica non è da sottovalutare: il bianco che ricorre così tanto spesso in A Moon shaped pool ed è inoltre il colore del satellite terrestre definisce un’assenza di colore che sembra simboleggiare il vuoto dovuto alla separazione e a quei momenti di mezzo, tra la fine e l’inizio di qualcosa e c’è un contrasto fortissimo con In Rainbows, dove ogni colore e ogni canzone si sommano, esplorando totalmente lo spettro emotivo derivante da una relazione.

La copertina di In Rainbows

Thom in questa canzone si sveglia da un torpore che l’ha tenuto per troppo tempo sordo e muto, una situazione di cui la persona che aveva di fronte era consapevole (quel “You know what I mean” ripetuto ossessivamente in sottofondo) e realizza che “different types of love are possible”, che l’amore per quanto sia mutato e abbia cambiato forma, rimane.

L’evoluzione musicale che più di tutti Yorke e Jonny Greenwood hanno attraversato esce fuori particolarmente in due tracce: Burn the witch, il cui testo è stato protagonista di una delle mosse di marketing che hanno preannunciato il disco, e “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”. Yorke, anche nella sua carriera solista ha giocato molto con l’elettronica, esplorata anche in TKOL, mentre Greenwood ha avviato con grandissimo successo un lavoro sulle colonne sonore che l’ha portato a collaborare tra gli altri con P.T. Anderson e appare evidente nell’uso che fa degli archi e dei contrappunti.

BURN THE WITCH

“Abandon all reason

Avoid all eye contact

Do not react”

Non è la prima volta che questo titolo ha a che fare con i Radiohead, in quanto appariva nell’artwork di Hail to the Thief e il testo ha definito la campagna che ha preceduto il lancio dell’album.

L’artwork di Hail to the Thief: Burn the witch è leggibile in basso a sinistra

Burn the Witch esplora i temi della paranoia e del controllo di massa: la via preferibile è l’anonimità, di contro chi è disubbidiente rischia che la cosa gli si ritorca contro, in una delle tante spedizioni punitive dell’autorità. La strega è semplicemente chiunque abbia visioni impopolari o un gruppo le cui verità non sono ortodosse e accettate dall’autorità (un episodio del genere viene esplorato in Harrodown Hill, canzone del repertorio solista di Yorke), che minaccia la gente. Sappiamo dove vivete.

La reazione è quella di una forte paranoia, dove si invita ad abbandonare ogni forma di comunicazione, evitare l’eye-contact, creando una forma di panico che giustifica l’esercizio punitivo e le decisioni forti.

Il video è un’integrazione che amplia in maniera ancora maggiore il significato della canzone: l’animatore Virpi Kettu ha affermato di come attraverso il video si cercasse di alimentare la consapevolezza verso la posizione della crisi dei rifugiati in Europa che unita all’odio per i musulmani porta al sentimento tipico della caccia alle streghe. La stessa cartolina ricevuta dai fan durante la campagna per l’album che recava la scritta “We know where you live” era un invito alla riflessione sul controllo di massa e il conseguente gioco di potere politico.

TRUE LOVE WAITS

“And true love waits
In haunted attics
And true love lives
On lollipops and crisps”

True love waits è il perfetto esempio di canzone che si adatta all’album, nonostante sia una vecchia conoscenza. Scartata sia da Kid A che da Amnesiac, qui si trova ed essere il respiro perfetto nel corpus del disco. È uno dei momenti più vivi della scrittura di Thom ed è stata inoltre, scritta ai tempi in cui aveva iniziato a frequentare la ex-moglie. Il testo evoca una fine nella relazione, che rimane sospesa. Pur di non farla lasciar andar via,l’autore è disposto a rivestire panni femminili, a lavare i piedi alla compagna (l’analogia cristiana nell’incontro tra la Maddalena e Gesù è fortissima) e ad abbandonare ciò che lo definisce come persona, i suoi valori e le sue certezze. La revisione del significato della canzone, che non cambia in nulla nel testo, c’è a livello musicale invece e ci porta a trarre delle conclusioni: il don’t leave finale, che veniva cantato in maniera trionfale nei live, nella versione in studio l’armonia rimane identica, a voler testimoniare la fine della storia e l’abbandono da parte di lei.

 

In definitiva, quanti avvenimenti tracciano un confine nella nostra vita? Quante volte la Luna influenza le nostre decisioni e le nostre maree? Ognuno di noi, di fronte a ciò ha un processo che lo porta a metabolizzare le proprie emozioni in maniera diversa. A Moon Shaped Pool è stato quello di Thom Yorke in primis e dei Radiohead in toto.

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Ricordo quando eri indeciso
E abusavi dell tua influenza.
A volte ho fatto la stessa cosa:
Ho abusato del mio potere, pieno di risentimento.
Risentimento che si è trasformato in una depressione nera.
Mi sono trovato a urlare in una stanza d’albergo.
Non volevo autodistruggermi,
Il male di Lucy1 era tutto attorno a me.
E così sono corso via in cerca di risposte.

Kendrick Lamar, Alright.

 

Ormai l’industria artistica vive di hype e periodicamente rivolge i suoi occhi in maniera adorante ad un artista. Tutti, gli addetti ai lavori, la stampa, la scena specifica in cui l’artista si colloca ne tessono le lodi per poi girare gli occhi e, a cadenza mensile, adorare qualcun altro. Altre volte la adorazione è giustificata, accompagnata da artisti ed opere il cui status più che un riconoscimento, sono il giusto tributo da pagare per ciò che riescono a fare e dire con i loro linguaggi, qualsiasi essi siano. E’ il caso di Kendrick Lamar, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo nuovo album: DAMN. E a giustificare ciò ci sono le mosse di marketing di cui il rapper di Compton non ha fatto a meno, rilasciando a fine marzo il primo singolo, HUMBLE., che ha fatto salire le aspettative dei fan.

L’artista losangelino ha dato alle stampe quello che personalmente ho trovato uno dei più bei album del 2015, To Pimp a Butterfly: l’album è musicalmente eccelso, dove la sezione musicale sfocia nel free-jazz e ha ispirato Blackstar, l’ultimo album di David Bowie, parola del produttore storico Tony Visconti. I testi partono da alcune riflessioni molto intime di Kendrick, non è un mistero sia nato da un periodo di forte depressione ma si allarga così tanto da riflettere in un disegno sempre più ampio il rapporto col denaro, il potere politico e la sua relazione con la comunità nera. L’artwork, che è sempre importantissimo nella cultura rap, ha il suo punto di forza nella copertina, che vede un gruppo di ragazzi neri davanti alla casa Bianca che stappano bottiglie e mostrano “verdoni” sul cadavere di un giudice.

La foto è stata scattata da Denis Rouvre, sotto la supervisione di Kendrick Lamar e Vlad Sepeltov, che ha anche curato l’artwork di DAMN.

Pochi album rivendicano il ruolo sociale e l’orgoglio nero quanto To Pimp a Butterfly, la Casa Bianca non è un posto scelto a caso, gli edifici del potere americano come la stessa Casa Bianca, il Campidoglio, sono stati costruiti infatti da afro-americani schiavi e non. Due anni fa inoltre eravamo ancora nell’era Obama, un presidente che mai come nessuno ha aperto le porte agli artisti neri (tra cui lo stesso Lamar) chiamandoli in causa per riflettere insieme sulla riforma della giustizia.

                                    Uno scatto della visita di Kendrick Lamar nello studio Ovale.

La genialità di Kendrick Lamar sta nella costruzione: i suoi testi hanno migliaia di riferimenti, che passano dalla cultura di massa alla religione senza dimenticare il suo legame con Los Angeles e in particolare la zona di Compton. E il disegno si amplia quando si passa ad analizzare l’album: l’opera è concepita come un  “concept album”, racconta una storia attraverso i brani, pieni di collegamenti e autoriferimenti. Per capire bene la magnificenza dell’opera di Lamar bisogna quindi viaggiare con lui nei suoi brani, parola dopo parola.

BLOOD.

 

Anche DAMN. racconta una storia, che racchiude al suo interno le confessioni del rapper, che si mischiano alla storia che racconta. Il disco si apre con un BLOOD., un interludio, ossia una parte che di solito è all’interno dell’album e contiene una traccia parlata: il rapper ci racconta di aver visto una vecchia non-vedente per strada ed essersi avvicinato per aiutarla. La vecchietta però lo spara.
Un inizio del genere lascia di stucco ma se c’è un modo di seguire K-Dot (il soprannome di Kendrick) è solo attraverso i testi e gli indizi nascosti nei suoi versi.

Ma c’è un interrogativo che Kendrick pone a chi ascolta, anche se a posteriori sembra più una domanda rivolta a se’ stesso: deve riconoscere quale indole si nasconde dentro di sé, se quella di un uomo debole, schiavo dei suoi vizi ma nonostante la natura di peccatore, di indole buona oppure quella di un uomo malvagio. Questa dicotomia guida la comprensione e le due facce della personalità del rapper di Los Angeles che emergono a fasi alterne.

Metaforicamente la vecchia rappresenterebbe, usando una simbologia che risale al Deuteronomio, le conseguenze che portano alla dannazione, e in base alla scelta tra l’obbedienza a Dio o la ribellione al suo messaggio, spiega i due destini possibili a Kendrick: vita o morte.

DNA.

 

In DNA., probabilmente una delle vette dell’album a livello metrico, ritorna il tema dell’orgoglio black che però viene anche criticato adottando una visione a tutto tondo di ciò che ne circonda la cultura: Kendrick adotta il concetto del DNA vedendo se stesso e il suo sangue come immagine per il popolo afroamericano, il suo sangue contiene la regalità, di cui Lamar risale al significato etimologico citando la radice della parola negus: negus, è un vocabolo etiope che può significare sia Imperatore nero che regalità.

Non ha paura nel dire che ha la cocaina nel sangue, per i trascorsi di suo padre e addirittura paragona la sua nascita all’Immacolata Concezione per il ruolo che ha, sia per la scena rap americana che per la comunità nera.

YAH.

 

Il motivo religioso però esplode in YAH, dove cerca di allontanarsi dalla politicizzazione a tutti i costi della sua musica, preferendo vedersi come promotore di un messaggio di amore. Kendrick si identifica con la visione religiosa degli israeliti di colore: questa comunità vede gli afro-americani, i neri e i latino-americani come i discendenti delle tribù di Israele e per questo, essendo gli Israeliti i prescelti da Dio, lui li punirà per le loro iniquità, riferisce Kendrick attraverso una telefonata del cugino che cita una profezia contenuta nel Deuteronomio.

FEEL.

 

Un altro dei motivi ricorrenti e forse il più difficile da affrontare ed elaborare per lui, è la negatività con cui affronta la sua vita e che è alla base di una conclamata ed ammessa depressione. In FEEL. Kendrick diventa intimo e confessa di essere il suo stesso peso sulle spalle, ammette una disillusione fortissima per gli amici che non si son dimostrati tali, la paura per chi verrà dopo di lui, in quanto sente che partirà in una condizione di forte svantaggio economico e sociale, di chi lo guarda dall’alto in basso per capire perché ce l’abbia fatta. In To Pimp a Butterfly, la depressione era stata esplorata in “u”, dove Kendrick aveva detto di aver scelto “la strada, l’alcool e le troie” (cit.) riferendosi allo stile di vita in tour. Qui si esplorano le conseguenze: Lamar rimpiange la scelta rinchiudendosi nell’isolamento più totale. Il bersaglio, a metà del brano si sposta e ad essere sotto torchio ci va l’America, dove i neri vengono uccisi (non a caso, Alright di Kendrick è stato uno dei  brani simbolo di Black Lives Matter) o costretti alla strada da un sistema economico esclusivo, e alla contemporaneità, riempita di inutilità e gossip.

(Kendrick mentre si esibisce ai BET Awards del 2015, foto di Christopher Polk, Getty Images)

LUST.

 

In LUST., c’è un’analisi sul vizio come rappresentativa del mondo umano, in cui Lamar immerge anche se’ stesso. Il ritornello in cui domina la frase “I need some water” rievoca il bisogno di purezza a cui Kendrick aspira nonostante il mondo pieno di peccato che lo domina e lo strozza. L’immagine metaforica dell’acqua è stata utilizzata con lo stesso intento in un’altra opera nera che quest’anno è stata lodata, ossia Moonlight.

Bisogna vedere l’evoluzione di questi pezzi come dei piccoli passi che avvicinano la testa di Kendrick a quel proiettile sparato all’inizio del disco.

XXX.

 

In XXX, brano che vede la collaborazione degli U2, se nella prima strofa c’è un K-Dot che scivola ancora di più nel peccato, incitando un amico il cui figlio era stato ucciso per un debito di gioco ad una vendetta violenta, la seconda strofa è una dichiarazione lucidissima dell’America, impaurita e aggressiva, al termine della presidenza Obama e con lo spettro Trump alle porte: ricordiamo che il giorno in cui è uscito il disco, l’America ha sganciato la MOAB in Afghanistan.

Ave Maria, Gesù e Giuseppe,
La grande bandiera americana
È piegata e avvolta di esplosivi.
Disordine compulsivo, figli e figlie,
Quartieri barricati e confini.
Guardate quello che ci avete insegnato!
Ci sono morti sulla mia strada, sulla vostra strada, nei vicoli,
Negli uffici di Wall Street.
Banche, impiegati e boss con
Pensieri omicidi; Donald Trump è il presidente,
Abbiamo perso Barack e ci siamo promessi di non dubitare mai più di lui.
Ma l’America è onesta? O ci stiamo crogiolando nel peccato?

DUCKWORTH.

 

La chiusura dell’album è quasi nietszcheana, mostra un disegno ciclico, tutto basato sul rapporto tra vita e morte. DUCKWORTH racconta di come il padre di Kendrick e Top Dawg, al secolo Anthony Tiffith, il patron dell’etichetta discografica del rapper si conobbero: Ducky, Lamar Sr. lavorava in un KFC ed era a conoscenza dei giri in cui Top Dawg era immischiato. Per scongiurare qualsiasi illecito violento, era p solito offrire pane e pollo in più quando Tiffith visitava il negozio. Sarà questo a far sì che nella rapina al KFC, Top Dawg non sparerà al padre di Kendrick, lasciandolo libero.

La decisione cambierà totalmente le loro vite: grazie a questa decisione, la catena degli eventi porterà innanzitutto Kendrick ad avere un modello paterno che eviterà il suo coinvolgimento nella criminalità e nelle gang che avrebbero potuto portarlo alla morte. E Top Dawg avrebbe potuto essere arrestato, di conseguenza non avrebbe fondato la etichetta discografica che ha messo sotto contratto Kendrick a 15 anni. La traccia, che si interrompe con degli spari, vede tornare la voce di Kendrick nel finale, che ripete il primo verso dell’album, che introduce l’incontro con la vecchia cieca, mostrando la natura ciclica e contraria dell’album.

Come una moneta lanciata verso il soffitto. Testa, vivi. Croce, muori.

 

Con Kendrick Lamar, il rap ha raggiunto un nuovo livello di trama. Divisa, costantemente in bilico, che rispecchia la personalità dicotomica del suo creatore. DAMN. è immagine e somiglianza di Kendrick. E’ una estensione allegorica del suo cervello. E’ una metafora in costante evoluzione, da psicanalizzare. E’ la sua storia, filtrata e adattata per connettersi ad un tempo, ad un luogo specifico e soprattutto a noi che ascoltiamo.

 

 

 

note:

1) Lucy si riferisce a Lucifero, soggetto dell’album e simbolo delle tentazioni terrene che causano conflittualità nella psiche dell’autore.

Chet Faker: dal jazz all’elettronica

Chet Faker: dal jazz all’elettronica

Un bambino australiano, nato a Melbourne nel 1988, cresciuto a pane e Chet Baker, una rivelazione degli anni dieci del duemila, che probabilmente mai si sarebbe immaginato di calcare i palcoscenici di tutto il mondo, vincendo diversi premi musicali. Nick Murphy, decide di cantare sotto lo pseudonimo di Chet Faker.  Un po’ ironicamente, con questo cambio di consonante, si propone al suo pubblico come il fake di Chet Baker, ma lo fa con devozione, come in una sorta di omaggio. Così ce lo immaginiamo passare dal giradischi alla consolle e al sintetizzatore.

Lui stesso ha dichiarato di aver ascoltato nella sua vita moltissima musica jazz, che gli ha concesso di apprezzare le tonalità vocali del jazzista americano, di averne apprezzato le movenze. Comincia un po’ tutto per gioco, come la cover di No Diggity in origine dei Blackstreet, gruppo R&B statunitense. Il riarrangiamento diventa virale su Youtube. La sua versione fa il giro, tanto che la Beck’s la sceglie come colonna sonora per la sua pubblicità per il Super Bowl.(1)

Da qui piovono su Faker valangate di premi, tra cui quello per il migliore artista rivelazione del 2012. Chet Faker si diletta con l’elettronica, genere che è l’anima del suo primo album del 2014, Built on Glass. Si passa da pezzi come 1998 a Cigarettes and loneliness in 7 e passa minuti di groove coinvolgenti.

Rolling Stone Australia recensendo l’EP Built on Glass dice che Faker è riuscito a utilizzare e riadattare la stessa intimità delle canzoni del trombettista americano. Era agli albori della sua carriera, ai tempi, e il giornale avvertiva gli ascoltatori di tenerlo d’occhio, perché con Cigarettes and Loneliness puntava in alto e, infatti, il ritmo accattivante unito ad un testo introspettivo riduce l’ascoltatore all’ascolto in loop (2). Nel singolo I am into you, inveceviene quasi da chiedersi come una cosa  così tecnica come l’elettronica possa essere così intima e, allo stesso tempo, quasi romantica.

Certo potrà sembrare folle il voler riutilizzare lo stile di Baker nell’elettronica, tanto che, prima di Faker, era quasi impensabile accostare il jazz all’elettronica. Però Faker ha le qualità per farlo; infatti, oltre che essere un musicista degno di tale appellativo, si autoproduce e suona anche più di venti strumenti. Risulta, allora, quasi ad un primo ascolto il fatto che, se Chet Baker parlava con la tromba, si potrebbe quasi dire che Chet Faker lo fa attraverso i sintetizzatori. Faker come Baker (e sembra quasi uno scioglilingua) suona e canta col cuore, e, la passione, si sa, muove il mondo.

Dichiara più spesso di non voler essere considerato una pop star, di non cantare per il suo ego, sentendosi già molto realizzato, tweetta addirittura che lo fa per i suoi fan, quelli che lo hanno sempre spinto ad essere creativo, che, se fosse per lui, più che tour massacranti sarebbe seduto a cazzeggiare sulla riva di un lago, proprio in Italia.(3)

Dopo essere stato ospite al Coachella, fra le altre cose, esausto e pieno di sensazioni più diverse, pieno di umanità, che invita sempre a connettere durante i suoi show, ha subito una fase di blocco. Per lui, che compone da quando ha 15 anni è stato abbastanza scioccante. Faker ama l’umanità dei suoi concerti, parla di  momenti personali anche senza averli vissuti, mette insieme la gente, come solo la musica sa fare, mette insieme i generi, perchè non si può non apprezzare il modo in cui lui fa elettronica, anche per i non amanti del genere stesso. (4)

Numerose sono, poi, le collaborazioni con altri artisti dell’elettronica, di successo è Drop the Game realizzata con Flume, dj australiano. Nel 2016, intanto annuncia di voler abbandonare lo pseudonimo e tornare al suo nome di battesimo Nick Murphy. L’ultimo Ep non segnerebbe allora la fine dell’era Faker, bensì sarebbe una metamofosi. Si sente però, nell’ultimo album, Fear Less, che Faker, da essere l’artista che componeva per gioco e per diletto, uno che ha sempre sperimentato, vira un po’ di più sul commerciale.

Forse sembrerà iperbolico, ma questo ragazzo ha del geniale, impossibile non vederlo, e sicuramente la strada da percorrere per lui è ancora lunga, ma bisogna tenerlo d’occhio, perchè questo crossover tra jazz ed elettronica ce ne farà vedere ancora delle belle, nonostante, e lo diciamo fra i denti, ci piacerebbe un ritorno ai tempi d’oro, al tempo in cui il grammofono incontrava il sintetizzatore, e il jazz l’elettronica.

NOTE:

(1)Chet Faker wins big at music awards, smh.com.au, nella pagina Wikipedia dell’artista

(2) Rolling Stones Australia, Built on Glass, http://rollingstoneaus.com/reviews/post/chet-faker

(3) (4)Chet Faker Just Wants a Genuine Emotional Connection, Earnest Australian singer explains why seeks out live-show “vibes” even when his ego “wants is to be sitting by a lake in Italy” di Arielle Castillo, Rolling Stone, 22 Aprile 2015

Foto: http://www.sonofmarketing.it

Dal Vangelo secondo De Andrè: La Buona Novella

Dal Vangelo secondo De Andrè: La Buona Novella

Atei, scettici e non, ci si ritrova, nel bene o nel male, a sentirsi più o meno coinvolti dall’atmosfera pasquale. Restano, al di là del credo professato, le tradizioni. Pare che non molti anni fa, in queste giornate, i genitori, nelle famiglie cattoliche, chiedessero ai loro bambini di non accendere la TV (quando l’avevano). Il silenzio doveva regnare, perché qualcuno era morto. Colpisce forse, oltre all’essere anacronistico (tanto quanto assurdo) del gesto, anche un senso di rispetto che, oggi, difficilmente riusciremmo a mettere in pratica. Al di là della retorica e delle omelie che lasciamo ai parroci nelle chiese, oggi ci proviamo, nel solco di questa usanza demodè a fare silenzio, un silenzio che ha lo scopo di essere provocatorio, pur restando comunque silenzio perché i pensieri, come la neve, non fanno rumore.

Nel 1970, un certo Fabrizio De André, dopo un concerto tenuto a Brancaccio dichiarava:

Quando scrissi “La Buona Novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

De André scrive La Buona Novella con Roberto Danè, leggendo passo dopo passo i Vangeli Apocrifi, il Protovangelo di Giovanni e il Vangelo arabo dell’infanzia in particolare. Lo scopo che De André voleva raggiungere era quello di una demitizzazione di queste figure che, volenti o nolenti, ci raccontano sin dall’infanzia. Faber ne avrebbe voluto (e ci riesce) cogliere l’umanità, le passioni, le sofferenze. Ci racconta una favola rivoluzionaria, che nelle navate delle chiese spesso ci ha annoiati. La prima traccia, di pochissimi secondi, è Laudate Dominum, che sembra un canto liturgico ed è anche un inizio che ritornerà nell’ultima traccia.

Si comincia con la storia di una donna, Maria. Il ritmo della canzone, con gli intermezzi del coro, sta a sottolineare le ingiustizie che Maria ha dovuto subire, dal matrimonio che le venne imposto alle ore di penitenza trascorse “a cibo e Signore“. Accanto a Maria c’è Giuseppe, più in là con l’età, a cui questa bambina fu affidata come sposa. Due personaggi che sembrano non avere voce in capitolo, due umani che si muovono come burattini, vittime e prescelti di decisioni più grandi di loro. E siccome la Buona Novella è un concept album, la canzone precedente si chiude con Giuseppe che va via per quattro anni e continua con Il ritorno di Giuseppe. Quest’ultima comincia con melodie orientali e finisce con una parte lenta e dolcissima in cui Giuseppe, nell’abbracciare di nuovo Maria al suo ritorno, quando la stringe, scopre “vita recente”. Maria è incinta e Giuseppe che cerca la ragione delle rotondità di sua moglie, ottiene come responso il fatto che quella risposta in realtà si trova in un sogno. De André racconta in questa canzone (e chissà che non sia il solo), l’essere coppia di Giuseppe e Maria, come si narra di due persone che si amano profondamente, nonostante tutto.

Il sogno di Maria, che segue, è una canzone che ha in sé qualcosa di ineffabile. La sua valenza icastica è così alta che forse nemmeno nelle Annunciazioni di Leonardo o Beato Angelico ci si sente così coinvolti, tanto il cantautore genovese delinea nitidamente la scena. Gabriele e Maria, in un atmosfera primaverile, nella brezza, si parlano, Maria ha paura per quello che l’aspetta, vuole quasi fuggire, ma poi vede “l’angelo mutarsi in cometa” e capisce. Una rappresentazione questa che vale, appunto, più di mille quadri.

Qui, De André, alla traccia numero 4 compie, non a caso, il miracolo. Della Buona Novella, che si ama integralmente, probabilmente ogni conoscitore ha la sua canzone-rifugio, quella che continua a fargli lo stesso effetto anche se ascoltata infinite volte, Ave Maria è potenzialmente una di queste. Ave Maria è un’ode a Maria degna di Dante, è un’ode alla maternità, alla femminilità che solo la grazia delle parole del poeta genovese poteva osare. De André in poco più di due minuti, racchiude l’essenziale dell’essere donna in una melodia che forse gran parte di noi avrebbe voluto durasse di più, per l’immensa dolcezza. Che non ci tragga in inganno però questa dolcezza, perché quest’ Ave Maria è una canzone che vuole condannare un modello tradizionale di famiglia, criticandone anche la componente patriarcale.

Qui la storia fa un salto nel tempo: siamo nella bottega di Giuseppe, martelli e pialle scandiscono il ritmo della canzone. I gesti dell’artigiano vengono descritti meticolosamente nel costruire quella che sarà la tomba del suo essere un padre a metà. E così siamo arrivati a Via Della croce, una delle canzoni più politiche di quest’album, in cui oltre alla reazione del popolo, oltre alla vicenda della crocifissione, fanno capolino temi come le logiche di potere, i servi di partito, la crudeltà umana che si manifesta in tutta la sua natura. I dettagli quasi macabri della violenza sul corpo hanno come sottofondo gli ultimi pensieri di Gesù. La canzone trasuda così tanto dolore, che nemmeno il tamburello in sottofondo ha la capacità di nascondere e lenire. La rabbia è rivolta a chi non ha saputo riconoscere il Messia, ma anzi lo ha fatto diventare capro espiatorio. L’uomo, simbolo di un cambiamento rivoluzionario, sta morendo, sembra quasi che il Male abbia già vinto sul Bene. Ma non è così, ci sono i poveri che piangono altrove, ci sono i ladroni, che insospettabilmente e paradossalmente stanno accanto a Gesù. In Tre madri, sono le tre madri dei condannati, Tito, Dimaco e il  Messia, ai piedi della croce, che soffrono per un dolore straziante, il più straziante che ci possa essere. Maria, è lì con loro e, a lei nonostante sia la madre di Dio, non viene fatto nessuno sconto, perché le è riservata la stessa sofferenza.

Siamo alla fine e questa De André la bollò come una delle canzoni meglio riuscite. Tito in croce con Gesù, ripercorre attraverso i comandamenti la sua vita dissoluta, lui che ha violato ogni genere di legge divina. De André quasi sfiora la blasfemia con questa canzone, anzi la confessione di Tito è una continua bestemmia. Tito è il cattivo della storia, ma è meno cattivo degli altri, dei farisei, di coloro che non hanno riconosciuto questo eroe rivoluzionario che era Gesù, di chi ha rubato, ucciso, bestemmiato fingendo di rispettare i comandamenti stessi. Ma ogni volta, ad occhi chiusi, si  trattiene il fiato, aspettando l’ultima strofa, Tito, ultimo fra gli ultimi, sulla croce si guadagna la redenzione, perché “nella pietà che non cede al rancore“, nel vedere un uomo che muore, Tito impara l’amore. I versi non c’erano nella versione precedente della canzone, furono aggiunti dopo. Faber ci piazza davanti l’umanità, gli errori, la malvagità, il sozzume del mondo e lo distrugge alla fine con la parola Amore, come se ci avesse sganciato addosso un’atomica. L’amore, che non ha nessuna connotazione teologica e che, per questo, pugnala e meraviglia rendendoci tutti Tito, nessuno escluso.

Crediamo che questa sia la Buona Novella che De André ci ha lasciato in dono per sempre, certo alla sua maniera, con toni provocatori, irrispettosi, blasfemi quasi, mettendosi con precisione a sdoganare tutto: la divinità, la famiglia tradizionale, la normalità, la concezione della donna, la “cognizione del dolore”, il potere e la morte. Faber, come già aveva fatto con l’Antologia di Spoon River, rivisita qualcosa di noto, dandogli una nuova forma e un nuovo significato. Attraverso La Buona Novella ci lancia un messaggio di speranza, ci insegna che non è mai troppo tardi per lottare, che non è mai troppo tardi per cambiare, nemmeno in punto di morte, nemmeno per la Pace.

Foto: Copertina dell’album La Buona Novella

 

 

 

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

Il Principe, alias Francesco De Gregori, lo scorso 4 aprile ha compiuto 66 anni. Raccontare però dal principio la sua lunga carriera è impresa ardua, infatti di lui tanto si è detto, lui stesso tanto ha composto, che sembra quasi superfluo raccontare o dare giudizi. Siamo di fronte ad un gigante della musica e, ci sarebbe poco altro da aggiungere.

De Gregori è uno schivo, uno che nei concerti va dritto come un treno, niente intermezzi, dialoghi, niente riferimenti all’attualità. L’interesse per la politica e la Storia lo dimostra nelle sue canzoni, che parlano per lui, fino al punto che, anni fa, venne persino accusato di avere usato i temi della Sinistra per farsi pubblicità e guadagnare fior di quattrini. L’immagine che abbiamo di lui oggi, è l’immagine di quest’ uomo col cappello, che non toglie mai, un uomo allampanato, che sul palco si muove dinoccolato come Cohen o Dylan a cui si ispira. Lui, che,si dice, nei concerti cambiasse le parole delle sue canzoni, affinché i fan non gli cantassero sopra, non per atteggiarsi a divo, solo per questioni tecniche, confessa, for the show’s sake. Un uomo che fa il cantautore perché ci è nato e non ne può fare a meno , perché si capisce che sul palcoscenico, come davanti ai riflettori, non si sente proprio a suo agio.

Impossibile, poi, è anche ripercorre il mare magnum di tutto ciò che è stato scritto sinora, sono troppe le canzoni che andrebbero spiegate verso per verso. I testi spesso oscuri lasciano poco spazio alla comprensione e, a volte, è difficile decifrarli; li accettiamo infatti serenamente, ci piacciono anche nel loro essere dei rompicapi. Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo: Rimmel da riascoltare e ascoltare ancora, mentre tra chiromanti e pellicce, ci si perde nel testo a dimostrazione del fatto che le parole sono importanti è vero, ma che più importanti sono le sensazioni comunicate, e a volte “non c’è niente da capire”, come dice la canzone omonima.

Oggi, in una sorta di omaggio, ci soffermiamo a cercare di raccontare cinque delle sue canzoni (e sono sempre troppo poche), fra quelle meno note e, le peschiamo qua e là, alternando quelle più politiche a quelle d’amore, per arrivare a quelle rivisitate o prese in prestito.

Un guanto è tratta da una raccolta di incisioni di Max Klinger di fine Ottocento, una graphic novel ante litteram. L’artista si era infatuato di una bella brasiliana che girava per Berlino nel 1878 e che continuò a corteggiare anche dopo che la giovane si sposò.  Molti artisti del XX secolo si sono ispirati all’opera di Klinger da De Chirico a Max Ernst e Dalì (3).  De Gregori segue la storia di questo guanto caduto ad una dama, quella amata da questo gentiluomo, mentre siamo sempre immersi in un’atmosfera da Titanic. Il guanto fluttua attraverso la canzone, il protagonista lo segue, cerca di raccoglierlo ma il guanto, come fosse animato, scompare come la sua padrona.  L’epilogo della storia? Senza spoilerare troppo, possiamo solo dire, usando le parole del Principe, che il guanto si era già posato in quel cielo infinito dove Psiche e Cupido sorridono insieme, dove Psiche e Cupido governano insieme.

La Ballata dell’Uomo Ragno, scritta negli anni di Mani Pulite, è una canzone criptica come e forse più di tante altre. De Gregori sa parlare di politica senza farsi notare, come fa anche nè Il Signor Hood, elogio di Marco Pannella o in Vai in Africa Celestino, in cui pare ce l’abbia con Walter Veltroni. L’uomo Ragno è l’arrampicatore, l’arrivista o così almeno fu presentata in un tour da De Gregori stesso. Erano gli anni in cui un’intera classe politica veniva messa alla berlina, sono anni di delusione, anni in cui anche “gli impensabili” avevano scheletri nell’armadio e quelli in fila davanti al bagno o davanti ad un segno della canzone sono cittadini italiani disillusi. In alcuni versidi questa canzone che è satira pura si celerebbe addirittura la caricatura di Craxi (il capobanda che sembra un faraone e che si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone). (1)

De Gregori ha poi una specie di ossessione per navi e annessi equipaggi, barche, reti, marinai, pescatori e Sirene. I muscoli del Capitano, che fa parte dell’album Titanic, diventa una sorta di apologo. De Gregori stesso, in un live, presenta la canzone come la colonna sonora di un evento della storia che dovrebbe assurgere ad ammonimento. La storia del Titanic intera, di questa nave che nemmeno Dio avrebbe potuto affondare, è la storia di un fallimento colossale, che il cantautore romano ci descrive un po’ come un atto di hybrìs, un po’ come invito alla diffidenza nei confronti di chi inneggia al progresso, a nuove soluzioni semplici. Il progresso, affascinante e maschio, come i muscoli di questo capitano, che se vuole,si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde, guida l’equipaggio verso il futuro, ma ahimè, quella volta, il futuro significò la fine.

Caterina è una canzone che ha la stoffa e tutte le carte in regola per essere una canzone d’amore, ma non lo è, perchè, invece, è un ricordo delicato e profondo per un’amica, appunto Caterina Bueno, con cui De Gregori aveva collaborato a inizio carriera. La canzone si apre in maniera dylaniana, con il suono stridente dell’armonica a bocca, il resto è poesia. Il testo è semplice, mentre si parte da un ritratto di questa donna incontrata in un mattino qualunque. Ironicamente De Gregori ricorda nella canzone quanto la Bueno suonasse male la chitarra. Le cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, invece, vengono riprese da una canzone popolare toscana, già interpretata dalla stessa Bueno (2). Il ritornello è un inno d’incoraggiamento di notevole pregio: E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno/quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo/ Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia/ la solitudine e le valigie di un amore che vola via.

La canzone L’angelo di Lyon è il racconto di una storia d’amore quasi straziante. L’idea della canzone in origine fu di Steve Young. La storia parla di uno “stregone”  che, innamoratosi a prima vista, decide di mettersi alla ricerca della donna amata, descritta all’uso stilnovistico. L’uomo abbandona le sue ricchezze, facendo voto come San Francesco, tanto da sembrare uno straccione, tanto da impazzire. Il testo fu tradotto da De Gregori, e non si sa nemmeno se la donna in questione fosse reale, uno spirito o un’allucinazione..

Le storie e le interpretazioni (azzardate) delle canzoni del Principe sarebbero ancora tante e poi altre tante, insieme alla disarmante bellezza di altre canzoni che vorremmo almeno citare, da Souvenir a Signora Aquilone, Piccola Mela e Gambadilegno a Parigi, da Bambini Venite Parvulos a Le storie di ieri e a Il cuoco di Salò. Una carriera degna di tutto rispetto la sua, lui stesso un cantautore di quelli con la C maiuscola, la voce dell’Italia dagli anni 70 a oggi, ancora fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei. Sappiamo che a lui non piacerebbe essere definito Principe della musica italiana, icona, né tantomeno poeta, ma è quello che è, e con grande rispetto misto quasi a devozione gli auguriamo buon compleanno, consapevoli che sempre e per sempre dalla stessa parte ci troverà.

NOTE:

(1)Il sermone di un predicatore postmoderno. La ballata dell’Uomo Ragno di Francesco De Gregori, in Paolo Squillacioti, (http://www.academia.edu/9215800/Il_sermone_di_un_predicatore_postmoderno._La_ballata_dellUomo_Ragno_di_Francesco_De_Gregori)

(2) Diapasone, coanzoni compresse orosolubili, http://diapasone.altervista.org/caterina-francesco-de-gregori-significato-interazioni-effetti-collaterali/

(3)ArtMSko Ahttps://artmasko.wordpress.com/2009/12/02/parafrasi-sul-ritrovamento-di-un-guanto-storia-di-un-amore-impossibile-e-di-unossessione/

Foto: Dagospia

 

POP_X: l’indie è quasi morto, chiamatelo pure elettropop

POP_X: l’indie è quasi morto, chiamatelo pure elettropop

Guardando i loro video allucinati e surreali (ne viene pubblicato anche più di uno a settimana) non si direbbe mai che Davide Panizza, genio o folle attorno al quale gravita il progetto POP_X, possa essere un padre di famiglia. E invece è proprio così. Della vita privata di questo personaggio strano ed estremamente eccentrico non si conosce molto, se non che ha certamente almeno un figlio, proprio quel figlio a cui Calcutta aveva offerto in regalo in tempi non sospetti, l’unica cosa che poteva permettersi, l’oramai famosissima Oroscopo (già, siamo sempre nel nuovo pop nato da una costola di quell’indie italiano che non sa più bene cosa sia realmente, sempre che sia mai esistito davvero).

Più che una band, si definiscono performers: il loro è un progetto musicale e audiovisivo. Il trash, l’estetica kitsch e le proiezioni lo-fi, con una grafica degna di un dodicenne alle prese con Paint, sono i loro biglietti da visita. Ma chi sono i POP_X? Il gruppo si forma a Trento, quando in realtà Panizza e Biondani avevano precedentemente militato nel gruppo Jengiskà. Davide Panizza, si è detto, ma anche Walter Biondani, Luca Babic, Niccolò di Gregorio, Andrea Agnoli. In realtà i nomi non contano più di tanto, questo perché durante un loro live sul palco potreste trovare chiunque: dai loro amici convocati per spogliarsi e ballare scoordinatamente. sino a pubblici casuali, cui viene affidato un microfono ed un qualsiasi oggetto da mettere in testa.  È certamente questo l’elemento caratterizzante e che suscita tanto entusiasmo nei loro live. Chiunque ne abbia desiderio, può sentirsi parte di questa scoordinata e delirante carovana di lucine ed effetti dagli echi vaporwave. Il punto di forza è dunque il clima di euforia collettiva che si viene a creare. Rolling Stone, in un recente articolo, ha parlato di “un’agitazione mista ad ignoranza cinetica”, definizione azzeccatissima. Mentre la Repubblica li ha definiti “folli contrabbandieri di elettropop”.

Troppo ardito l’accostamento con il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina? Non se pensiamo all’importanza dell’happening come strumento di realizzazione dell’equazione Arte=Vita. Avanguardia quindi. Durante la serata di presentazione del film dei The Pills all’Ex Dogana a Roma, l’ormai celeberrimo (su Facebook) “er Bassista de Calcutta”, nonché ex membro dei Vanilla Sky, che ricordiamo tutti per il meraviglioso video parodia di Umbrella di Rihanna, ha ironicamente (oppure no?) definito Panizza come il nuovo Battiato.

È abbastanza evidente, anche guardando agli altri soggetti citati, che il fenomeno abbia inevitabilmente affondato le radici nel web e trovato nei vari social network un certo sviluppo. Si tratta di un elemento sconvolgente e da non sottovalutare: il gruppo nasce nel 2009 e fino al 2015, quando l’etichetta Dischi di Plastica pubblica un best of, i pezzi sono semplicemente sparsi su Youtube. L’esplosione vera e propria del fenomeno POP_X, sulla cui pronuncia circolano tra l’altro diverse versioni proposte dagli stessi componenti, si è avuta con il passaggio all’etichetta Bomba Dischi, ormai fortunatissima grazie al già citato Calcutta. Ma non è un caso che tale momento abbia coinciso con la spinta da parte di un ‘fandom’ estremamente consistente e straordinariamente influente nella creazione di una vera e propria sottocultura con proprio linguaggio specifico anche metalinguistico. Basti guardare al fenomeno Indiesagio, pagina Facebook che ha riunito quasi 30.000 appassionati veri e non del nuovo indie italiano, anche attraverso raduni sempre più frequenti che hanno portato all’emersione di nuovi gruppi ormai portati all’attenzione di molti locali in tutta Italia.

Il politicamente scorretto per questi ragazzi è pane quotidiano, dai “froci con le nike” al quasi turpiloquio delle loro canzoni. In un’intervista ai giornalisti stessi di Repubblica che chiedevano loro quale fosse la loro missione risposero:

Benedire tutti, a proposito segnalo l’inchiesta di Edoardo Camurri che uscirà su Linus di Dicembre che ha analizzato il progetto Pop X rivelandone l’essenza magica e oscura. Non c’è nessuna missione, c’è piuttosto una forza subrenatural che opera in ognuno di noi come nei porci abitati dal demonio di Gerasa. Per chi è interessato ad approfondire  consiglio di acquistare la versione cartàcia.

 

Dunque un fenomeno da approfondire, non tanto per l’aspetto qualitativo, certamente visionario ma non eccelso, anzi in alcuni casi definito da molti mediocre, quanto perché testimone di un passaggio fondamentale nelle strategie di comunicazione tra band e pubblico, che vanno ben oltre l’abbattimento della quarta parete.

 

Silvia Casilli

 

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