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I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

Il Principe, alias Francesco De Gregori, lo scorso 4 aprile ha compiuto 66 anni. Raccontare però dal principio la sua lunga carriera è impresa ardua, infatti di lui tanto si è detto, lui stesso tanto ha composto, che sembra quasi superfluo raccontare o dare giudizi. Siamo di fronte ad un gigante della musica e, ci sarebbe poco altro da aggiungere.

De Gregori è uno schivo, uno che nei concerti va dritto come un treno, niente intermezzi, dialoghi, niente riferimenti all’attualità. L’interesse per la politica e la Storia lo dimostra nelle sue canzoni, che parlano per lui, fino al punto che, anni fa, venne persino accusato di avere usato i temi della Sinistra per farsi pubblicità e guadagnare fior di quattrini. L’immagine che abbiamo di lui oggi, è l’immagine di quest’ uomo col cappello, che non toglie mai, un uomo allampanato, che sul palco si muove dinoccolato come Cohen o Dylan a cui si ispira. Lui, che,si dice, nei concerti cambiasse le parole delle sue canzoni, affinché i fan non gli cantassero sopra, non per atteggiarsi a divo, solo per questioni tecniche, confessa, for the show’s sake. Un uomo che fa il cantautore perché ci è nato e non ne può fare a meno , perché si capisce che sul palcoscenico, come davanti ai riflettori, non si sente proprio a suo agio.

Impossibile, poi, è anche ripercorre il mare magnum di tutto ciò che è stato scritto sinora, sono troppe le canzoni che andrebbero spiegate verso per verso. I testi spesso oscuri lasciano poco spazio alla comprensione e, a volte, è difficile decifrarli; li accettiamo infatti serenamente, ci piacciono anche nel loro essere dei rompicapi. Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo: Rimmel da riascoltare e ascoltare ancora, mentre tra chiromanti e pellicce, ci si perde nel testo a dimostrazione del fatto che le parole sono importanti è vero, ma che più importanti sono le sensazioni comunicate, e a volte “non c’è niente da capire”, come dice la canzone omonima.

Oggi, in una sorta di omaggio, ci soffermiamo a cercare di raccontare cinque delle sue canzoni (e sono sempre troppo poche), fra quelle meno note e, le peschiamo qua e là, alternando quelle più politiche a quelle d’amore, per arrivare a quelle rivisitate o prese in prestito.

Un guanto è tratta da una raccolta di incisioni di Max Klinger di fine Ottocento, una graphic novel ante litteram. L’artista si era infatuato di una bella brasiliana che girava per Berlino nel 1878 e che continuò a corteggiare anche dopo che la giovane si sposò.  Molti artisti del XX secolo si sono ispirati all’opera di Klinger da De Chirico a Max Ernst e Dalì (3).  De Gregori segue la storia di questo guanto caduto ad una dama, quella amata da questo gentiluomo, mentre siamo sempre immersi in un’atmosfera da Titanic. Il guanto fluttua attraverso la canzone, il protagonista lo segue, cerca di raccoglierlo ma il guanto, come fosse animato, scompare come la sua padrona.  L’epilogo della storia? Senza spoilerare troppo, possiamo solo dire, usando le parole del Principe, che il guanto si era già posato in quel cielo infinito dove Psiche e Cupido sorridono insieme, dove Psiche e Cupido governano insieme.

La Ballata dell’Uomo Ragno, scritta negli anni di Mani Pulite, è una canzone criptica come e forse più di tante altre. De Gregori sa parlare di politica senza farsi notare, come fa anche nè Il Signor Hood, elogio di Marco Pannella o in Vai in Africa Celestino, in cui pare ce l’abbia con Walter Veltroni. L’uomo Ragno è l’arrampicatore, l’arrivista o così almeno fu presentata in un tour da De Gregori stesso. Erano gli anni in cui un’intera classe politica veniva messa alla berlina, sono anni di delusione, anni in cui anche “gli impensabili” avevano scheletri nell’armadio e quelli in fila davanti al bagno o davanti ad un segno della canzone sono cittadini italiani disillusi. In alcuni versidi questa canzone che è satira pura si celerebbe addirittura la caricatura di Craxi (il capobanda che sembra un faraone e che si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone). (1)

De Gregori ha poi una specie di ossessione per navi e annessi equipaggi, barche, reti, marinai, pescatori e Sirene. I muscoli del Capitano, che fa parte dell’album Titanic, diventa una sorta di apologo. De Gregori stesso, in un live, presenta la canzone come la colonna sonora di un evento della storia che dovrebbe assurgere ad ammonimento. La storia del Titanic intera, di questa nave che nemmeno Dio avrebbe potuto affondare, è la storia di un fallimento colossale, che il cantautore romano ci descrive un po’ come un atto di hybrìs, un po’ come invito alla diffidenza nei confronti di chi inneggia al progresso, a nuove soluzioni semplici. Il progresso, affascinante e maschio, come i muscoli di questo capitano, che se vuole,si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde, guida l’equipaggio verso il futuro, ma ahimè, quella volta, il futuro significò la fine.

Caterina è una canzone che ha la stoffa e tutte le carte in regola per essere una canzone d’amore, ma non lo è, perchè, invece, è un ricordo delicato e profondo per un’amica, appunto Caterina Bueno, con cui De Gregori aveva collaborato a inizio carriera. La canzone si apre in maniera dylaniana, con il suono stridente dell’armonica a bocca, il resto è poesia. Il testo è semplice, mentre si parte da un ritratto di questa donna incontrata in un mattino qualunque. Ironicamente De Gregori ricorda nella canzone quanto la Bueno suonasse male la chitarra. Le cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, invece, vengono riprese da una canzone popolare toscana, già interpretata dalla stessa Bueno (2). Il ritornello è un inno d’incoraggiamento di notevole pregio: E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno/quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo/ Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia/ la solitudine e le valigie di un amore che vola via.

La canzone L’angelo di Lyon è il racconto di una storia d’amore quasi straziante. L’idea della canzone in origine fu di Steve Young. La storia parla di uno “stregone”  che, innamoratosi a prima vista, decide di mettersi alla ricerca della donna amata, descritta all’uso stilnovistico. L’uomo abbandona le sue ricchezze, facendo voto come San Francesco, tanto da sembrare uno straccione, tanto da impazzire. Il testo fu tradotto da De Gregori, e non si sa nemmeno se la donna in questione fosse reale, uno spirito o un’allucinazione..

Le storie e le interpretazioni (azzardate) delle canzoni del Principe sarebbero ancora tante e poi altre tante, insieme alla disarmante bellezza di altre canzoni che vorremmo almeno citare, da Souvenir a Signora Aquilone, Piccola Mela e Gambadilegno a Parigi, da Bambini Venite Parvulos a Le storie di ieri e a Il cuoco di Salò. Una carriera degna di tutto rispetto la sua, lui stesso un cantautore di quelli con la C maiuscola, la voce dell’Italia dagli anni 70 a oggi, ancora fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei. Sappiamo che a lui non piacerebbe essere definito Principe della musica italiana, icona, né tantomeno poeta, ma è quello che è, e con grande rispetto misto quasi a devozione gli auguriamo buon compleanno, consapevoli che sempre e per sempre dalla stessa parte ci troverà.

NOTE:

(1)Il sermone di un predicatore postmoderno. La ballata dell’Uomo Ragno di Francesco De Gregori, in Paolo Squillacioti, (http://www.academia.edu/9215800/Il_sermone_di_un_predicatore_postmoderno._La_ballata_dellUomo_Ragno_di_Francesco_De_Gregori)

(2) Diapasone, coanzoni compresse orosolubili, http://diapasone.altervista.org/caterina-francesco-de-gregori-significato-interazioni-effetti-collaterali/

(3)ArtMSko Ahttps://artmasko.wordpress.com/2009/12/02/parafrasi-sul-ritrovamento-di-un-guanto-storia-di-un-amore-impossibile-e-di-unossessione/

Foto: Dagospia

 

POP_X: l’indie è quasi morto, chiamatelo pure elettropop

POP_X: l’indie è quasi morto, chiamatelo pure elettropop

Guardando i loro video allucinati e surreali (ne viene pubblicato anche più di uno a settimana) non si direbbe mai che Davide Panizza, genio o folle attorno al quale gravita il progetto POP_X, possa essere un padre di famiglia. E invece è proprio così. Della vita privata di questo personaggio strano ed estremamente eccentrico non si conosce molto, se non che ha certamente almeno un figlio, proprio quel figlio a cui Calcutta aveva offerto in regalo in tempi non sospetti, l’unica cosa che poteva permettersi, l’oramai famosissima Oroscopo (già, siamo sempre nel nuovo pop nato da una costola di quell’indie italiano che non sa più bene cosa sia realmente, sempre che sia mai esistito davvero).

Più che una band, si definiscono performers: il loro è un progetto musicale e audiovisivo. Il trash, l’estetica kitsch e le proiezioni lo-fi, con una grafica degna di un dodicenne alle prese con Paint, sono i loro biglietti da visita. Ma chi sono i POP_X? Il gruppo si forma a Trento, quando in realtà Panizza e Biondani avevano precedentemente militato nel gruppo Jengiskà. Davide Panizza, si è detto, ma anche Walter Biondani, Luca Babic, Niccolò di Gregorio, Andrea Agnoli. In realtà i nomi non contano più di tanto, questo perché durante un loro live sul palco potreste trovare chiunque: dai loro amici convocati per spogliarsi e ballare scoordinatamente. sino a pubblici casuali, cui viene affidato un microfono ed un qualsiasi oggetto da mettere in testa.  È certamente questo l’elemento caratterizzante e che suscita tanto entusiasmo nei loro live. Chiunque ne abbia desiderio, può sentirsi parte di questa scoordinata e delirante carovana di lucine ed effetti dagli echi vaporwave. Il punto di forza è dunque il clima di euforia collettiva che si viene a creare. Rolling Stone, in un recente articolo, ha parlato di “un’agitazione mista ad ignoranza cinetica”, definizione azzeccatissima. Mentre la Repubblica li ha definiti “folli contrabbandieri di elettropop”.

Troppo ardito l’accostamento con il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina? Non se pensiamo all’importanza dell’happening come strumento di realizzazione dell’equazione Arte=Vita. Avanguardia quindi. Durante la serata di presentazione del film dei The Pills all’Ex Dogana a Roma, l’ormai celeberrimo (su Facebook) “er Bassista de Calcutta”, nonché ex membro dei Vanilla Sky, che ricordiamo tutti per il meraviglioso video parodia di Umbrella di Rihanna, ha ironicamente (oppure no?) definito Panizza come il nuovo Battiato.

È abbastanza evidente, anche guardando agli altri soggetti citati, che il fenomeno abbia inevitabilmente affondato le radici nel web e trovato nei vari social network un certo sviluppo. Si tratta di un elemento sconvolgente e da non sottovalutare: il gruppo nasce nel 2009 e fino al 2015, quando l’etichetta Dischi di Plastica pubblica un best of, i pezzi sono semplicemente sparsi su Youtube. L’esplosione vera e propria del fenomeno POP_X, sulla cui pronuncia circolano tra l’altro diverse versioni proposte dagli stessi componenti, si è avuta con il passaggio all’etichetta Bomba Dischi, ormai fortunatissima grazie al già citato Calcutta. Ma non è un caso che tale momento abbia coinciso con la spinta da parte di un ‘fandom’ estremamente consistente e straordinariamente influente nella creazione di una vera e propria sottocultura con proprio linguaggio specifico anche metalinguistico. Basti guardare al fenomeno Indiesagio, pagina Facebook che ha riunito quasi 30.000 appassionati veri e non del nuovo indie italiano, anche attraverso raduni sempre più frequenti che hanno portato all’emersione di nuovi gruppi ormai portati all’attenzione di molti locali in tutta Italia.

Il politicamente scorretto per questi ragazzi è pane quotidiano, dai “froci con le nike” al quasi turpiloquio delle loro canzoni. In un’intervista ai giornalisti stessi di Repubblica che chiedevano loro quale fosse la loro missione risposero:

Benedire tutti, a proposito segnalo l’inchiesta di Edoardo Camurri che uscirà su Linus di Dicembre che ha analizzato il progetto Pop X rivelandone l’essenza magica e oscura. Non c’è nessuna missione, c’è piuttosto una forza subrenatural che opera in ognuno di noi come nei porci abitati dal demonio di Gerasa. Per chi è interessato ad approfondire  consiglio di acquistare la versione cartàcia.

 

Dunque un fenomeno da approfondire, non tanto per l’aspetto qualitativo, certamente visionario ma non eccelso, anzi in alcuni casi definito da molti mediocre, quanto perché testimone di un passaggio fondamentale nelle strategie di comunicazione tra band e pubblico, che vanno ben oltre l’abbattimento della quarta parete.

 

Silvia Casilli

 

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Sono sulle scale della metropolitana, dopo quattro lunghissime rampe uscirò “a riveder le stelle”, ho in cuffia una riproduzione casuale, la solita, ma so che tra poichi secondi gioirò. Mi guardo intorno, per capire chi c’è, per capire se posso ondeggiare sul ritmo dolcissimo di questa canzone meravigliosa, ci penso un po’, poi ignoro il resto dei passanti e comincio a muovere la testa e a canticchiare con Eddie Vedder.

Society è contenuta nell’ album che è colonna sonora del film Into the Wild, che non ha alcun bisogno di presentazioni. Certo, in quegli anni, siamo nel 2007, l’ignoto (ai tempi) Alexander Supertramp entrava a gamba tesa nelle vite di molti di noi, allora adolescenti. Questo giovane americano, attraverso un film che è diventato un cult, con la sua storia ci ha insegnato la libertà, il coraggio di una scelta, la voglia di scoprire, rendendoci consci e facendoci apprezzare Sean Penn che ne fu regista e mise in scena il viaggio in maniera sublime. La colonna sonora non poteva che scriverla Eddie Vedder, che con i temi del film un po’ ci sta a pennello, si può dire quasi che ne abbia sposato la causa. Nel 2000 sostiene infatti il candidato indipendente alle presidenziali Ralph Nader, per i suoi interessi nella causa ambientalista, mentre nelle presidenziali del 2004 partecipa alla campagna Vote for Change a favore del candidato democratico John Kerry. È anche sostenitore del movimento ecologista radicale Earth First!.(1)

Lo scorso mese ha annunciato che il suo tour toccherà l’Italia: il 4 giugno sarà al nuovo Firenze Rocks Festival, e passerà poi per Taormina, all’interno dello storico Teatro Antico per un doppio concerto in programma il 26 e 27 giugno. La notizia è stata accolta con giubilo dai suoi fan, che più volte avevano richiesto, tramite la pagina internet ufficiale del cantante, una data in Italia. Le polemiche non sono mancate, per i costi;  pare, infatti, che i biglietti per i suoi concerti si aggirino ormai intorno ai 130 euro, cosa che fa specie, quando proprio Vedder ha condotto una campagna contro l’imposizione di prezzi alti per i concerti della sua band, i Pearl Jam. Questa però è la solita polemica trita e ritrita che ha visto anche protagonisti i Radiohead, e ora, come allora, nonostante tutto, resta il fatto che i biglietti siano andati a ruba.

Vedder, comunque, si prende il suo spazio per scoprirsi come artista solista, non senza subire critiche, come ogni volta accade ai membri delle band che prendono pause dal resto delle truppa ma, il suo essere solista funziona. Funziona perchè i Pearl Jam perderebbero di valore senza la sua voce cavernosa e allo stesso tempo calda, senza il suo volto, immagine a cui si è spesso ricondotto l’impegno della band in canzoni altrettanto impegnate come Jeremy, la storia del ragazzino uccisosi in Texas in classe, davanti al suo professore e ai suoi compagni di classe, per citare un esempio.

Eddie Vedder non è mai veramente solo sul palco, lo si capisce da vari live pregressi, in cui ha sempre un amico del mondo dello spettacolo a fargli da spalla, da Johnny Depp a Beyoncè e chissà che non ne porti anche in Italia di ospiti. Il cantante, inoltre, non esegue solo le sue di canzoni, farà a suo piacimento, pezzi estrapolati dall’opera magna dei Pearl Jam, ma canta spesso anche Tom Waits, Bruce Springsteen, Neil Young. L’America del rock, con lui, insomma, pulsa sul palco.(2)

Suona spesso con Glen Hansard che è quello che non manca mai, perchè suo amico da sempre. Per chi non lo conoscesse, l’irlandese Hansard appare sugli schermi nel film Once, uscito in Italia per la Sacher distribuzione, nel 2008, la casa cinematografica di Nanni Moretti. Vedder e Hansard cantano insieme Falling Slowly, la canzone che fece vincere l’Oscar allo stesso Hansard dieci anni fa circa. Il film, di una delicatezza sconfinata, parla di un giovane musicista che aggiusta elettrodomestici per vivere e, nel tempo, libero suona per le strade di Dublino. Nel film, questo musicista un po’ vagabondo incontrerà una ragazza, di orgine ceca,  madre di un bambino. La loro passione per la musica li unirà, producendo duetti che restano memorabili, come appunto quello di Falling Slowly.

Gli album da solista del cantante dei Pearl Jam sono due, uno è appunto quello  in cui si trovano Rise, Guaranteed ( vincitrice del Golden Globe per la miglior canzone originale), Society, le canzoni di Into the Wild per l’appunto che costituiscono poi un concept album, perchè seguono pedissequamente le vicende del film .La bravura di Vedder sta nell’aver descritto con le sue canzoni la libertà, la solitudine, in maniera così dolce e appassionata che ci si chiede come un’artista del genere sia passato dal grunge nudo e crudo di Alive, Crazy Mary ,ma soprattutto Black, a pezzi come Long Nights. Anche se, c’è da dire che l’anima dolce di Vedder l’avevamo già scoperta nell’inflazionatissima Just Breathe.

L’altro album, da solista, quello più  recente, Ukulele Songs, approfondisce la vena intimistica e se vogliamo piu disimpegnata del cantante. Per quanto riguarda l’ukulele poi, forse si deve anche a Vedder il suo sdoganamento e la sua diffussione massiccia. Vedder, oltre ad essere un grande performer, è anche un musicista  straordinariamente bravo; nei suoi concerti passa con nonchalance dalla chitarra all’ukulele ,dal sitar alla batteria. Ha cominciato da solista nel 2008, e da questo concerto è nato un film documentario, Water on the Road.  Da allora non si è più fermato. Vedder ha in Italia un grande stuolo di fan che, siamo sicuri lo accoglieranno come merita un artista del suo calibro. E noi? Che facciamo, non ci andiamo?

NOTE

(1) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(2) Eddie Vedder in Italia: le 7 cose da sapere, 16 marzo 2017, Barracudastyle, http://barracudastyle.com/it/eddie-vedder-in-italia-7-cose-sapere/

Foto: http://www.progettoitalianews.net

Blur-Oasis: Memorie dal sottosuolo britannico

Blur-Oasis: Memorie dal sottosuolo britannico

Come avevamo già precedentemente annunciato, qualche giorno fa sono tornati i Gorillaz. E mica l’hanno fatto da soli. Nossignore. Nella loro Londra si sono trascinati sul palco un gran numero di collaboratori, tra cui i De La Soul e Noel Gallagher, che ha collaborato per una delle nuove canzoni, “We’ve got the power”. Si, proprio Noel Gallagher. Quel Noel Gallagher che ad un certo punto negli anni ’90 augurò a Damon Albarn e Alex James, rispettivamente cantante e bassista dei Blur, l’AIDS. Tenero da parte sua.

 

La parola d’ordine è nostalgia. Chiunque fosse un teenager negli anni ’90 si è trovato a scegliere tra due schieramenti. Londra o Manchester. Manchester City o Chelsea. Middle class o working class. E il tuo parka doveva decidere da che parte andare, come tutto il resto dei parka del mondo. In un periodo dove i Nirvana avevano sdoganato il grunge ma il pubblico si era dovuto arrendere al suicidio di Kurt Cobain, gli inglesi che, per quanto riguarda la musica come con il codice stradale, seguono altre regole dovevano trovare la loro voce. E tra mille gruppi che si influenzavano a vicenda, emerse, anche grazie alla pervasività dei tabloid uno scontro su tutti: Damon Albarn e Graham Coxon dei Blur contro i Gallagher, frontmen degli Oasis.

I Blur nascevano tra i banchi del Goldsmiths College, zona New Cross di Londra. Tutti benestanti, avevano studiato musica e incarnavano l’immaginario perfetto dell’Inghilterra. E di Londra parlavano le loro canzoni, orecchiabilissime ma semplici solo in apparenza, di una Londra veloce e piena di uomini senza eleganza che erano stufi della città, molto meglio la campagna.

Gli Oasis invece crescono con i Beatles nel sangue e un profondo sentimento di rivalsa. I Gallagher sono poveri, schiavi di un padre alcolista, crescono in un ambiente difficile e duro ma a unire Liam e Noel è l’amore per la musica. Liam la scopre in maniera tardiva, sono gli Stone Roses a catturarlo durante un concerto mentre Noel aveva già fatto alcuni tour come roadie, innamorato già di Beatles, Smiths (“Sognavo di essere Johnny Marr”, dirà) e altri gruppi inglesi. Liam fonda un gruppo ma è a Noel che si affida in seguito, sapendo che il fratello è uno degli autori più ispirati dell’intera Inghilterra quando ancora non lo sa nessuno. E infatti sforna singoli del genere.

I rapporti tra le band, prima tranquilli, si fanno tesi. Albarn non è noto per essere poco competitivo e Liam e Noel, che lo iniziano a schernire (indimenticabile l’esibizione del 1994 a Top of The Pops, dove Albarn che presenta gli Oasis viene sfottuto dai Gallagher dietro di lui) avendo raggiunto la cima delle classifiche, si trovano davanti uno che difficilmente la da’ vinta. Tutte le tensioni, sapientemente montate dai media si trasformano in una data.

La copertina del New Musical Express del 12 Agosto 1995

 

14 agosto 1995. Non tira vento, in Inghilterra. Gli Oasis avevano annunciato la pubblicazione di “Roll with it”, pezzo killer che precedeva un album destinato a rimanere nella storia e Damon, che aveva un’ottima memoria decise di pubblicare “Country House” nello stesso identico giorno. Inutile dire cosa abbia significato per le rispettive case discografiche, per le band, per l’Inghilterra tutta. Si parlava di battaglia delle band e lo champagne, nonostante fosse legato molto di più agli Oasis per ovvi motivi, quella domenica venne stappato a Londra.

Nel giro di un anno, dal ’95 al ’96, d’un tratto le cerimonie dei premi musicali inglesi divennero sicuramente più interessanti degli Oscar, senza dubbio più interessanti di Grignani e di Baglioni che viveva una seconda giovinezza nella nostra umile patria. Tutto parte da Damon Albarn, che nel 1995 durante una premiazione ai Brit Awards, dichiara “Troviamo giusto condividere questo con gli Oasis”, sbattendo il trofeo in faccia ai Gallagher. E’ stato come lanciare l’osso ad un cane che l’ha preso al volo. Gli Oasis risponderanno un anno più tardi nello stesso posto, sullo stesso palco scimmiottando nei ringraziamenti tre parole, “All the people”, citazione del successo dei Blur “Parklife”, che per l’occasione diventò un meno gentile “Shitlife”.

Non è necessaria la traduzione.

 

I Blur vinsero la sfida e vendettero più singoli, ma alla lunga distanza “What’s the story(Morning Glory?)” vendette più copie rispetto all’album dei Blur, “The Great Escape”. I pezzi scelti per la “battaglia” non erano assolutamente i singoli migliori della discografia delle due band, ma confrontando i due album, prima che le loro vendite, il giudizio è impossibile da controvertire. Gli Oasis avevano avuto la loro rivincita. Damon Albarn, in “No Distance left to run”, il film che racconta la storia del gruppo, riferisce che in quel periodo ogni volta che camminava per strada o entrava in un negozio di dischi, chiunque cambiava stazione mettendo un singolo degli Oasis e ridendo sotto i baffi. Come se non fosse abbastanza chiaro, nel 1996, a Knebworth un pubblico pagante di 250000 persone assistette per due sere a un concerto che più che essere uno show era una dichiarazione di onnipotenza. 

 

Il punto di svolta probabilmente però è ciò che avviene dopo. Con l’album omonimo e 13, i Blur cambiano totalmente sonorità sotto la spinta di Graham Coxon: i testi diventano più aperti e molto autobiografici, vedi alla voce Beetlebum e No distance left to run. Gli Oasis invece con Be Here Now, probabilmente chiesero troppo da se’ stessi, l’album è fatto da brani con code lunghissime,testi a volte approssimativi ma anche singoli che sono maturi e riusciti come Stand by me. Le vette dei primi due album rimangono ineguagliate tuttora.

 

Nel 2013, per un evento benefico, Damon Albarn (che nel frattempo non aveva contratto nessuna malattia) e Graham Coxon intonano una canzone, Tender, un vero e proprio inno scritto insieme da entrambi per l’album 13.
La cosa più interessante è che con loro c’è Noel Gallagher a suonare. C’è un preciso momento dove i due condividono il microfono, cantando insieme un ritornello il cui urlo è una dichiarazione:” C’mon, C’mon, c’mon, get through it”.

“Andiamo avanti.”

 

A quanto pare, sono andati avanti davvero.

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. (1) L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista (2). A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967(2).  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969. (3)

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

NOTE

(1) Canzoni contro la guerra, https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3080

(2) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(3)Adriana Langtry, Violeta Parra, L’enciclopedia delle donne, http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/violeta-parra/

(3) Chi era Miriam Makeba, Il Post

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Chi lo conosce sa che è un’artista scomodo, di quelli che non hanno peli sulla lingua, un contestatore nato ma anche un professionista della musica. Giorgio Canali comincia come tecnico del suono accanto a gruppi come la PFM e I CCCP, e, come è facile che possa  accadere, poichè l’appetito vien mangiando, mette su i Rossofuoco, gruppo di cui diventa frontman .

Nasce a Predappio, paese di Mussolini, con cui ha ben poco da spartire, lui che ha scritto piu di una volta odi alla Resistenza italiana. Ha vissuto per un periodo in Francia, dove ha collaborato con i Noir Desir. Non tutti sanno che è stato poi lui il fondatore dei CSI e dei PGR con alcuni dei vecchi membri dei CCCP, in cui ha anche suonato come chitarrista. Un curriculum ricchissimo il suo, che lo vede anche in veste di produttore del primo disco dei Verdena, per fare un nome, e come collaboratore di diversi gruppi fra i quali gli Afterhours.(1)

La parte più interessante però è quella lo vede in veste di cantautore. Cinque sono gli album alle spalle: se ne contano tre con i Rossofuoco e due  da solista, l’ultimo viene pubblicato a suo nome nel 2016 e si intitola Perle per porci. Giorgio Canali, come dimostra la sua carriera, è un artista poliedrico, lo si  nota anche nelle sue canzoni dove non tiene affatto un unico registro. Si passa dalla politica a canzoni più intime, utilizzando sempre un cinismo caustico che arriva diretto all’orecchio e all’animo dell’ascoltatore.

Rojo del 2011 con i Rossofuoco è uno degli album più politici. Canali  cha ha sempre atteso la rivolta, non come una chimera, ma come un qualcosa di probabile, esprimendosi in invettive anarchiche contro uno stato che secondo lui mostra sempre più derive autoritarie,in questo album, poichè sente che la situazione politica in cui viviamo è pessima, non si pone alcun freno nel condannare chiunque, sentendosi libero anche di utilizzare il suo peculiare sarcasmo. Più volte, allora, l’artista si è espresso contro gli abusi di potere delle forze dell’ordine, come accade in Falso Bolero o con la dedica dell’album Tutti contro Tutti a Federico Aldovrandi ucciso a Ferrara da degli agenti di polizia nel 2005. Le sue sono quindi canzoni che ritornano attuali, alla vigilia dell’ultima sentenza sul caso Cucchi. Bisogna essere allora molto arditi per trattare temi così delicati, si potrebbe rischiare l’esclusione dal mercato discografico, finire nell’ “indice degli album proibiti”, come è già successo allo stesso Canali, con la canzone Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio. Valerio nella realtà Walter Audisio, ovvero colui che fucilò Mussolini. A causa delle bestemmie presenti nella canzone, questa non viene pubblicata e viene esclusa dalla raccolta Materiali resistenti (2)

La delusione è palpabile nelle sue canzoni, che diventano le colonne sonore di un paese alla deriva. Non crediamo sia nemmeno una descrizione dello stato italiano in particolare, bensì una critica generale al sistema. Si inneggia all’insurrezione e i ritornelli non possono che essere slogan, come in Morire di noja dove Canali chiede una rivolta al giorno nell’ora dell’aperitivo. Le sue canzoni però, come si è già detto, sono come le montagne russe: dallo spirito rivoluzionario si passa alla delusione degli amori finiti, come in Lezioni di poesia,  in cui manda a quel paese i ciarlatani che pretendono di insegnare la poesia, mantre lui non riesce a schiodarsi dalla mente il pensiero della donna che amava, scrivendo così una contro-canzone d’amore. Ma il modo di Canali di raccontare l’amore non è avulso dal contesto socio-politico, bensì diviene strumento di critica e analisi dello stato politico e sociologico attuale, come in Controvento che ha come scenario la Primavera Araba. Canali, anche per questo, lo si può includere tra quegli artisti che praticano il cantatautorato con impegno civile, come lo era la poesia di Pasolini ai suoi tempi.  Non si risparmia nemmeno in Sai dove in cui parla anche dell’assurdità di non avere ancora una legge sul testamento biologico in Italia,  un altro tema che ritorna attuale in questi giorni, dopo la morte “programmata” di dj Fabo.

Canali è bravo a sparare nel mucchio è uno di quelli a cui non va bene niente: la società, le storie d’amore comunemente intese, il sistema politico, le convenzioni, a Canali direbbe Gaber “gli fa male il mondo“, ma nonostante questo, rimane in lui l’interesse di di svelare alcune verità, l’intento di criticare aspramente, non per distruggere ma, forse, per ricostruire il distrutto. Non è facile mandare giù e osannare chi delle regole del sistema se ne frega, chi non ha alcun riguardo per quello che dicono i più, però per questo l’artista romagnolo è un rivoluzionario, uno che con le sue canzoni ti prende dritto a pugni nello stomaco.

Canali è poi musicista e un musicologo a tutto tondo, e, spesso si colgono nelle sue canzoni riferimenti a grandi della musica del passato, italiani e nonNuvole senza Messico, per esempio,  èun chiaro riferimento a Jannacci, che nel frattempo diventa la descrizione di una fenomenologia dell’amore catastrofica, quella di un cuore anoressico ossessionato da ciò che è stato.

I ritmi delle sue canzoni, invece, sono quelli del rock’n roll: i riff di chitarra sparsi qua e là si alternano a passaggi in cui si rabbrividisce al suono dell’armonica a bocca di dylaniana memoria. Canali resta “fedele alla (sua) linea”, così duro e intransigente che non si può non apprezzare quella vena indipendente e fiera di chi continua a scalpitare a denunciare senza censure.

NOTE

(1)Giorgio Canali: Discografia, Biografia, Concerti e molto altro su Rockol nella pagina Wikipedia dedicata all’artista

(2) Canzoni contro la guerra – Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio, nella pagina Wikipedia dedicata all’artista

Foto: http://www.pietraiadeipoeti.it

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