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Dal Vangelo secondo De Andrè: La Buona Novella

Dal Vangelo secondo De Andrè: La Buona Novella

Atei, scettici e non, ci si ritrova, nel bene o nel male, a sentirsi più o meno coinvolti dall’atmosfera pasquale. Restano, al di là del credo professato, le tradizioni. Pare che non molti anni fa, in queste giornate, i genitori, nelle famiglie cattoliche, chiedessero ai loro bambini di non accendere la TV (quando l’avevano). Il silenzio doveva regnare, perché qualcuno era morto. Colpisce forse, oltre all’essere anacronistico (tanto quanto assurdo) del gesto, anche un senso di rispetto che, oggi, difficilmente riusciremmo a mettere in pratica. Al di là della retorica e delle omelie che lasciamo ai parroci nelle chiese, oggi ci proviamo, nel solco di questa usanza demodè a fare silenzio, un silenzio che ha lo scopo di essere provocatorio, pur restando comunque silenzio perché i pensieri, come la neve, non fanno rumore.

Nel 1970, un certo Fabrizio De André, dopo un concerto tenuto a Brancaccio dichiarava:

Quando scrissi “La Buona Novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

De André scrive La Buona Novella con Roberto Danè, leggendo passo dopo passo i Vangeli Apocrifi, il Protovangelo di Giovanni e il Vangelo arabo dell’infanzia in particolare. Lo scopo che De André voleva raggiungere era quello di una demitizzazione di queste figure che, volenti o nolenti, ci raccontano sin dall’infanzia. Faber ne avrebbe voluto (e ci riesce) cogliere l’umanità, le passioni, le sofferenze. Ci racconta una favola rivoluzionaria, che nelle navate delle chiese spesso ci ha annoiati. La prima traccia, di pochissimi secondi, è Laudate Dominum, che sembra un canto liturgico ed è anche un inizio che ritornerà nell’ultima traccia.

Si comincia con la storia di una donna, Maria. Il ritmo della canzone, con gli intermezzi del coro, sta a sottolineare le ingiustizie che Maria ha dovuto subire, dal matrimonio che le venne imposto alle ore di penitenza trascorse “a cibo e Signore“. Accanto a Maria c’è Giuseppe, più in là con l’età, a cui questa bambina fu affidata come sposa. Due personaggi che sembrano non avere voce in capitolo, due umani che si muovono come burattini, vittime e prescelti di decisioni più grandi di loro. E siccome la Buona Novella è un concept album, la canzone precedente si chiude con Giuseppe che va via per quattro anni e continua con Il ritorno di Giuseppe. Quest’ultima comincia con melodie orientali e finisce con una parte lenta e dolcissima in cui Giuseppe, nell’abbracciare di nuovo Maria al suo ritorno, quando la stringe, scopre “vita recente”. Maria è incinta e Giuseppe che cerca la ragione delle rotondità di sua moglie, ottiene come responso il fatto che quella risposta in realtà si trova in un sogno. De André racconta in questa canzone (e chissà che non sia il solo), l’essere coppia di Giuseppe e Maria, come si narra di due persone che si amano profondamente, nonostante tutto.

Il sogno di Maria, che segue, è una canzone che ha in sé qualcosa di ineffabile. La sua valenza icastica è così alta che forse nemmeno nelle Annunciazioni di Leonardo o Beato Angelico ci si sente così coinvolti, tanto il cantautore genovese delinea nitidamente la scena. Gabriele e Maria, in un atmosfera primaverile, nella brezza, si parlano, Maria ha paura per quello che l’aspetta, vuole quasi fuggire, ma poi vede “l’angelo mutarsi in cometa” e capisce. Una rappresentazione questa che vale, appunto, più di mille quadri.

Qui, De André, alla traccia numero 4 compie, non a caso, il miracolo. Della Buona Novella, che si ama integralmente, probabilmente ogni conoscitore ha la sua canzone-rifugio, quella che continua a fargli lo stesso effetto anche se ascoltata infinite volte, Ave Maria è potenzialmente una di queste. Ave Maria è un’ode a Maria degna di Dante, è un’ode alla maternità, alla femminilità che solo la grazia delle parole del poeta genovese poteva osare. De André in poco più di due minuti, racchiude l’essenziale dell’essere donna in una melodia che forse gran parte di noi avrebbe voluto durasse di più, per l’immensa dolcezza. Che non ci tragga in inganno però questa dolcezza, perché quest’ Ave Maria è una canzone che vuole condannare un modello tradizionale di famiglia, criticandone anche la componente patriarcale.

Qui la storia fa un salto nel tempo: siamo nella bottega di Giuseppe, martelli e pialle scandiscono il ritmo della canzone. I gesti dell’artigiano vengono descritti meticolosamente nel costruire quella che sarà la tomba del suo essere un padre a metà. E così siamo arrivati a Via Della croce, una delle canzoni più politiche di quest’album, in cui oltre alla reazione del popolo, oltre alla vicenda della crocifissione, fanno capolino temi come le logiche di potere, i servi di partito, la crudeltà umana che si manifesta in tutta la sua natura. I dettagli quasi macabri della violenza sul corpo hanno come sottofondo gli ultimi pensieri di Gesù. La canzone trasuda così tanto dolore, che nemmeno il tamburello in sottofondo ha la capacità di nascondere e lenire. La rabbia è rivolta a chi non ha saputo riconoscere il Messia, ma anzi lo ha fatto diventare capro espiatorio. L’uomo, simbolo di un cambiamento rivoluzionario, sta morendo, sembra quasi che il Male abbia già vinto sul Bene. Ma non è così, ci sono i poveri che piangono altrove, ci sono i ladroni, che insospettabilmente e paradossalmente stanno accanto a Gesù. In Tre madri, sono le tre madri dei condannati, Tito, Dimaco e il  Messia, ai piedi della croce, che soffrono per un dolore straziante, il più straziante che ci possa essere. Maria, è lì con loro e, a lei nonostante sia la madre di Dio, non viene fatto nessuno sconto, perché le è riservata la stessa sofferenza.

Siamo alla fine e questa De André la bollò come una delle canzoni meglio riuscite. Tito in croce con Gesù, ripercorre attraverso i comandamenti la sua vita dissoluta, lui che ha violato ogni genere di legge divina. De André quasi sfiora la blasfemia con questa canzone, anzi la confessione di Tito è una continua bestemmia. Tito è il cattivo della storia, ma è meno cattivo degli altri, dei farisei, di coloro che non hanno riconosciuto questo eroe rivoluzionario che era Gesù, di chi ha rubato, ucciso, bestemmiato fingendo di rispettare i comandamenti stessi. Ma ogni volta, ad occhi chiusi, si  trattiene il fiato, aspettando l’ultima strofa, Tito, ultimo fra gli ultimi, sulla croce si guadagna la redenzione, perché “nella pietà che non cede al rancore“, nel vedere un uomo che muore, Tito impara l’amore. I versi non c’erano nella versione precedente della canzone, furono aggiunti dopo. Faber ci piazza davanti l’umanità, gli errori, la malvagità, il sozzume del mondo e lo distrugge alla fine con la parola Amore, come se ci avesse sganciato addosso un’atomica. L’amore, che non ha nessuna connotazione teologica e che, per questo, pugnala e meraviglia rendendoci tutti Tito, nessuno escluso.

Crediamo che questa sia la Buona Novella che De André ci ha lasciato in dono per sempre, certo alla sua maniera, con toni provocatori, irrispettosi, blasfemi quasi, mettendosi con precisione a sdoganare tutto: la divinità, la famiglia tradizionale, la normalità, la concezione della donna, la “cognizione del dolore”, il potere e la morte. Faber, come già aveva fatto con l’Antologia di Spoon River, rivisita qualcosa di noto, dandogli una nuova forma e un nuovo significato. Attraverso La Buona Novella ci lancia un messaggio di speranza, ci insegna che non è mai troppo tardi per lottare, che non è mai troppo tardi per cambiare, nemmeno in punto di morte, nemmeno per la Pace.

Foto: Copertina dell’album La Buona Novella

 

 

 

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

Il Principe, alias Francesco De Gregori, lo scorso 4 aprile ha compiuto 66 anni. Raccontare però dal principio la sua lunga carriera è impresa ardua, infatti di lui tanto si è detto, lui stesso tanto ha composto, che sembra quasi superfluo raccontare o dare giudizi. Siamo di fronte ad un gigante della musica e, ci sarebbe poco altro da aggiungere.

De Gregori è uno schivo, uno che nei concerti va dritto come un treno, niente intermezzi, dialoghi, niente riferimenti all’attualità. L’interesse per la politica e la Storia lo dimostra nelle sue canzoni, che parlano per lui, fino al punto che, anni fa, venne persino accusato di avere usato i temi della Sinistra per farsi pubblicità e guadagnare fior di quattrini. L’immagine che abbiamo di lui oggi, è l’immagine di quest’ uomo col cappello, che non toglie mai, un uomo allampanato, che sul palco si muove dinoccolato come Cohen o Dylan a cui si ispira. Lui, che,si dice, nei concerti cambiasse le parole delle sue canzoni, affinché i fan non gli cantassero sopra, non per atteggiarsi a divo, solo per questioni tecniche, confessa, for the show’s sake. Un uomo che fa il cantautore perché ci è nato e non ne può fare a meno , perché si capisce che sul palcoscenico, come davanti ai riflettori, non si sente proprio a suo agio.

Impossibile, poi, è anche ripercorre il mare magnum di tutto ciò che è stato scritto sinora, sono troppe le canzoni che andrebbero spiegate verso per verso. I testi spesso oscuri lasciano poco spazio alla comprensione e, a volte, è difficile decifrarli; li accettiamo infatti serenamente, ci piacciono anche nel loro essere dei rompicapi. Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo: Rimmel da riascoltare e ascoltare ancora, mentre tra chiromanti e pellicce, ci si perde nel testo a dimostrazione del fatto che le parole sono importanti è vero, ma che più importanti sono le sensazioni comunicate, e a volte “non c’è niente da capire”, come dice la canzone omonima.

Oggi, in una sorta di omaggio, ci soffermiamo a cercare di raccontare cinque delle sue canzoni (e sono sempre troppo poche), fra quelle meno note e, le peschiamo qua e là, alternando quelle più politiche a quelle d’amore, per arrivare a quelle rivisitate o prese in prestito.

Un guanto è tratta da una raccolta di incisioni di Max Klinger di fine Ottocento, una graphic novel ante litteram. L’artista si era infatuato di una bella brasiliana che girava per Berlino nel 1878 e che continuò a corteggiare anche dopo che la giovane si sposò.  Molti artisti del XX secolo si sono ispirati all’opera di Klinger da De Chirico a Max Ernst e Dalì (3).  De Gregori segue la storia di questo guanto caduto ad una dama, quella amata da questo gentiluomo, mentre siamo sempre immersi in un’atmosfera da Titanic. Il guanto fluttua attraverso la canzone, il protagonista lo segue, cerca di raccoglierlo ma il guanto, come fosse animato, scompare come la sua padrona.  L’epilogo della storia? Senza spoilerare troppo, possiamo solo dire, usando le parole del Principe, che il guanto si era già posato in quel cielo infinito dove Psiche e Cupido sorridono insieme, dove Psiche e Cupido governano insieme.

La Ballata dell’Uomo Ragno, scritta negli anni di Mani Pulite, è una canzone criptica come e forse più di tante altre. De Gregori sa parlare di politica senza farsi notare, come fa anche nè Il Signor Hood, elogio di Marco Pannella o in Vai in Africa Celestino, in cui pare ce l’abbia con Walter Veltroni. L’uomo Ragno è l’arrampicatore, l’arrivista o così almeno fu presentata in un tour da De Gregori stesso. Erano gli anni in cui un’intera classe politica veniva messa alla berlina, sono anni di delusione, anni in cui anche “gli impensabili” avevano scheletri nell’armadio e quelli in fila davanti al bagno o davanti ad un segno della canzone sono cittadini italiani disillusi. In alcuni versidi questa canzone che è satira pura si celerebbe addirittura la caricatura di Craxi (il capobanda che sembra un faraone e che si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone). (1)

De Gregori ha poi una specie di ossessione per navi e annessi equipaggi, barche, reti, marinai, pescatori e Sirene. I muscoli del Capitano, che fa parte dell’album Titanic, diventa una sorta di apologo. De Gregori stesso, in un live, presenta la canzone come la colonna sonora di un evento della storia che dovrebbe assurgere ad ammonimento. La storia del Titanic intera, di questa nave che nemmeno Dio avrebbe potuto affondare, è la storia di un fallimento colossale, che il cantautore romano ci descrive un po’ come un atto di hybrìs, un po’ come invito alla diffidenza nei confronti di chi inneggia al progresso, a nuove soluzioni semplici. Il progresso, affascinante e maschio, come i muscoli di questo capitano, che se vuole,si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde, guida l’equipaggio verso il futuro, ma ahimè, quella volta, il futuro significò la fine.

Caterina è una canzone che ha la stoffa e tutte le carte in regola per essere una canzone d’amore, ma non lo è, perchè, invece, è un ricordo delicato e profondo per un’amica, appunto Caterina Bueno, con cui De Gregori aveva collaborato a inizio carriera. La canzone si apre in maniera dylaniana, con il suono stridente dell’armonica a bocca, il resto è poesia. Il testo è semplice, mentre si parte da un ritratto di questa donna incontrata in un mattino qualunque. Ironicamente De Gregori ricorda nella canzone quanto la Bueno suonasse male la chitarra. Le cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, invece, vengono riprese da una canzone popolare toscana, già interpretata dalla stessa Bueno (2). Il ritornello è un inno d’incoraggiamento di notevole pregio: E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno/quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo/ Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia/ la solitudine e le valigie di un amore che vola via.

La canzone L’angelo di Lyon è il racconto di una storia d’amore quasi straziante. L’idea della canzone in origine fu di Steve Young. La storia parla di uno “stregone”  che, innamoratosi a prima vista, decide di mettersi alla ricerca della donna amata, descritta all’uso stilnovistico. L’uomo abbandona le sue ricchezze, facendo voto come San Francesco, tanto da sembrare uno straccione, tanto da impazzire. Il testo fu tradotto da De Gregori, e non si sa nemmeno se la donna in questione fosse reale, uno spirito o un’allucinazione..

Le storie e le interpretazioni (azzardate) delle canzoni del Principe sarebbero ancora tante e poi altre tante, insieme alla disarmante bellezza di altre canzoni che vorremmo almeno citare, da Souvenir a Signora Aquilone, Piccola Mela e Gambadilegno a Parigi, da Bambini Venite Parvulos a Le storie di ieri e a Il cuoco di Salò. Una carriera degna di tutto rispetto la sua, lui stesso un cantautore di quelli con la C maiuscola, la voce dell’Italia dagli anni 70 a oggi, ancora fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei. Sappiamo che a lui non piacerebbe essere definito Principe della musica italiana, icona, né tantomeno poeta, ma è quello che è, e con grande rispetto misto quasi a devozione gli auguriamo buon compleanno, consapevoli che sempre e per sempre dalla stessa parte ci troverà.

NOTE:

(1)Il sermone di un predicatore postmoderno. La ballata dell’Uomo Ragno di Francesco De Gregori, in Paolo Squillacioti, (http://www.academia.edu/9215800/Il_sermone_di_un_predicatore_postmoderno._La_ballata_dellUomo_Ragno_di_Francesco_De_Gregori)

(2) Diapasone, coanzoni compresse orosolubili, http://diapasone.altervista.org/caterina-francesco-de-gregori-significato-interazioni-effetti-collaterali/

(3)ArtMSko Ahttps://artmasko.wordpress.com/2009/12/02/parafrasi-sul-ritrovamento-di-un-guanto-storia-di-un-amore-impossibile-e-di-unossessione/

Foto: Dagospia

 

POP_X: l’indie è quasi morto, chiamatelo pure elettropop

POP_X: l’indie è quasi morto, chiamatelo pure elettropop

Guardando i loro video allucinati e surreali (ne viene pubblicato anche più di uno a settimana) non si direbbe mai che Davide Panizza, genio o folle attorno al quale gravita il progetto POP_X, possa essere un padre di famiglia. E invece è proprio così. Della vita privata di questo personaggio strano ed estremamente eccentrico non si conosce molto, se non che ha certamente almeno un figlio, proprio quel figlio a cui Calcutta aveva offerto in regalo in tempi non sospetti, l’unica cosa che poteva permettersi, l’oramai famosissima Oroscopo (già, siamo sempre nel nuovo pop nato da una costola di quell’indie italiano che non sa più bene cosa sia realmente, sempre che sia mai esistito davvero).

Più che una band, si definiscono performers: il loro è un progetto musicale e audiovisivo. Il trash, l’estetica kitsch e le proiezioni lo-fi, con una grafica degna di un dodicenne alle prese con Paint, sono i loro biglietti da visita. Ma chi sono i POP_X? Il gruppo si forma a Trento, quando in realtà Panizza e Biondani avevano precedentemente militato nel gruppo Jengiskà. Davide Panizza, si è detto, ma anche Walter Biondani, Luca Babic, Niccolò di Gregorio, Andrea Agnoli. In realtà i nomi non contano più di tanto, questo perché durante un loro live sul palco potreste trovare chiunque: dai loro amici convocati per spogliarsi e ballare scoordinatamente. sino a pubblici casuali, cui viene affidato un microfono ed un qualsiasi oggetto da mettere in testa.  È certamente questo l’elemento caratterizzante e che suscita tanto entusiasmo nei loro live. Chiunque ne abbia desiderio, può sentirsi parte di questa scoordinata e delirante carovana di lucine ed effetti dagli echi vaporwave. Il punto di forza è dunque il clima di euforia collettiva che si viene a creare. Rolling Stone, in un recente articolo, ha parlato di “un’agitazione mista ad ignoranza cinetica”, definizione azzeccatissima. Mentre la Repubblica li ha definiti “folli contrabbandieri di elettropop”.

Troppo ardito l’accostamento con il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina? Non se pensiamo all’importanza dell’happening come strumento di realizzazione dell’equazione Arte=Vita. Avanguardia quindi. Durante la serata di presentazione del film dei The Pills all’Ex Dogana a Roma, l’ormai celeberrimo (su Facebook) “er Bassista de Calcutta”, nonché ex membro dei Vanilla Sky, che ricordiamo tutti per il meraviglioso video parodia di Umbrella di Rihanna, ha ironicamente (oppure no?) definito Panizza come il nuovo Battiato.

È abbastanza evidente, anche guardando agli altri soggetti citati, che il fenomeno abbia inevitabilmente affondato le radici nel web e trovato nei vari social network un certo sviluppo. Si tratta di un elemento sconvolgente e da non sottovalutare: il gruppo nasce nel 2009 e fino al 2015, quando l’etichetta Dischi di Plastica pubblica un best of, i pezzi sono semplicemente sparsi su Youtube. L’esplosione vera e propria del fenomeno POP_X, sulla cui pronuncia circolano tra l’altro diverse versioni proposte dagli stessi componenti, si è avuta con il passaggio all’etichetta Bomba Dischi, ormai fortunatissima grazie al già citato Calcutta. Ma non è un caso che tale momento abbia coinciso con la spinta da parte di un ‘fandom’ estremamente consistente e straordinariamente influente nella creazione di una vera e propria sottocultura con proprio linguaggio specifico anche metalinguistico. Basti guardare al fenomeno Indiesagio, pagina Facebook che ha riunito quasi 30.000 appassionati veri e non del nuovo indie italiano, anche attraverso raduni sempre più frequenti che hanno portato all’emersione di nuovi gruppi ormai portati all’attenzione di molti locali in tutta Italia.

Il politicamente scorretto per questi ragazzi è pane quotidiano, dai “froci con le nike” al quasi turpiloquio delle loro canzoni. In un’intervista ai giornalisti stessi di Repubblica che chiedevano loro quale fosse la loro missione risposero:

Benedire tutti, a proposito segnalo l’inchiesta di Edoardo Camurri che uscirà su Linus di Dicembre che ha analizzato il progetto Pop X rivelandone l’essenza magica e oscura. Non c’è nessuna missione, c’è piuttosto una forza subrenatural che opera in ognuno di noi come nei porci abitati dal demonio di Gerasa. Per chi è interessato ad approfondire  consiglio di acquistare la versione cartàcia.

 

Dunque un fenomeno da approfondire, non tanto per l’aspetto qualitativo, certamente visionario ma non eccelso, anzi in alcuni casi definito da molti mediocre, quanto perché testimone di un passaggio fondamentale nelle strategie di comunicazione tra band e pubblico, che vanno ben oltre l’abbattimento della quarta parete.

 

Silvia Casilli

 

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Sono sulle scale della metropolitana, dopo quattro lunghissime rampe uscirò “a riveder le stelle”, ho in cuffia una riproduzione casuale, la solita, ma so che tra poichi secondi gioirò. Mi guardo intorno, per capire chi c’è, per capire se posso ondeggiare sul ritmo dolcissimo di questa canzone meravigliosa, ci penso un po’, poi ignoro il resto dei passanti e comincio a muovere la testa e a canticchiare con Eddie Vedder.

(altro…)

Blur-Oasis: Memorie dal sottosuolo britannico

Blur-Oasis: Memorie dal sottosuolo britannico

Come avevamo già precedentemente annunciato, qualche giorno fa sono tornati i Gorillaz. E mica l’hanno fatto da soli. Nossignore. Nella loro Londra si sono trascinati sul palco un gran numero di collaboratori, tra cui i De La Soul e Noel Gallagher, che ha collaborato per una delle nuove canzoni, “We’ve got the power”. Si, proprio Noel Gallagher. Quel Noel Gallagher che ad un certo punto negli anni ’90 augurò a Damon Albarn e Alex James, rispettivamente cantante e bassista dei Blur, l’AIDS. Tenero da parte sua.

 

La parola d’ordine è nostalgia. Chiunque fosse un teenager negli anni ’90 si è trovato a scegliere tra due schieramenti. Londra o Manchester. Manchester City o Chelsea. Middle class o working class. E il tuo parka doveva decidere da che parte andare, come tutto il resto dei parka del mondo. In un periodo dove i Nirvana avevano sdoganato il grunge ma il pubblico si era dovuto arrendere al suicidio di Kurt Cobain, gli inglesi che, per quanto riguarda la musica come con il codice stradale, seguono altre regole dovevano trovare la loro voce. E tra mille gruppi che si influenzavano a vicenda, emerse, anche grazie alla pervasività dei tabloid uno scontro su tutti: Damon Albarn e Graham Coxon dei Blur contro i Gallagher, frontmen degli Oasis.

I Blur nascevano tra i banchi del Goldsmiths College, zona New Cross di Londra. Tutti benestanti, avevano studiato musica e incarnavano l’immaginario perfetto dell’Inghilterra. E di Londra parlavano le loro canzoni, orecchiabilissime ma semplici solo in apparenza, di una Londra veloce e piena di uomini senza eleganza che erano stufi della città, molto meglio la campagna.

Gli Oasis invece crescono con i Beatles nel sangue e un profondo sentimento di rivalsa. I Gallagher sono poveri, schiavi di un padre alcolista, crescono in un ambiente difficile e duro ma a unire Liam e Noel è l’amore per la musica. Liam la scopre in maniera tardiva, sono gli Stone Roses a catturarlo durante un concerto mentre Noel aveva già fatto alcuni tour come roadie, innamorato già di Beatles, Smiths (“Sognavo di essere Johnny Marr”, dirà) e altri gruppi inglesi. Liam fonda un gruppo ma è a Noel che si affida in seguito, sapendo che il fratello è uno degli autori più ispirati dell’intera Inghilterra quando ancora non lo sa nessuno. E infatti sforna singoli del genere.

I rapporti tra le band, prima tranquilli, si fanno tesi. Albarn non è noto per essere poco competitivo e Liam e Noel, che lo iniziano a schernire (indimenticabile l’esibizione del 1994 a Top of The Pops, dove Albarn che presenta gli Oasis viene sfottuto dai Gallagher dietro di lui) avendo raggiunto la cima delle classifiche, si trovano davanti uno che difficilmente la da’ vinta. Tutte le tensioni, sapientemente montate dai media si trasformano in una data.

La copertina del New Musical Express del 12 Agosto 1995

 

14 agosto 1995. Non tira vento, in Inghilterra. Gli Oasis avevano annunciato la pubblicazione di “Roll with it”, pezzo killer che precedeva un album destinato a rimanere nella storia e Damon, che aveva un’ottima memoria decise di pubblicare “Country House” nello stesso identico giorno. Inutile dire cosa abbia significato per le rispettive case discografiche, per le band, per l’Inghilterra tutta. Si parlava di battaglia delle band e lo champagne, nonostante fosse legato molto di più agli Oasis per ovvi motivi, quella domenica venne stappato a Londra.

Nel giro di un anno, dal ’95 al ’96, d’un tratto le cerimonie dei premi musicali inglesi divennero sicuramente più interessanti degli Oscar, senza dubbio più interessanti di Grignani e di Baglioni che viveva una seconda giovinezza nella nostra umile patria. Tutto parte da Damon Albarn, che nel 1995 durante una premiazione ai Brit Awards, dichiara “Troviamo giusto condividere questo con gli Oasis”, sbattendo il trofeo in faccia ai Gallagher. E’ stato come lanciare l’osso ad un cane che l’ha preso al volo. Gli Oasis risponderanno un anno più tardi nello stesso posto, sullo stesso palco scimmiottando nei ringraziamenti tre parole, “All the people”, citazione del successo dei Blur “Parklife”, che per l’occasione diventò un meno gentile “Shitlife”.

Non è necessaria la traduzione.

 

I Blur vinsero la sfida e vendettero più singoli, ma alla lunga distanza “What’s the story(Morning Glory?)” vendette più copie rispetto all’album dei Blur, “The Great Escape”. I pezzi scelti per la “battaglia” non erano assolutamente i singoli migliori della discografia delle due band, ma confrontando i due album, prima che le loro vendite, il giudizio è impossibile da controvertire. Gli Oasis avevano avuto la loro rivincita. Damon Albarn, in “No Distance left to run”, il film che racconta la storia del gruppo, riferisce che in quel periodo ogni volta che camminava per strada o entrava in un negozio di dischi, chiunque cambiava stazione mettendo un singolo degli Oasis e ridendo sotto i baffi. Come se non fosse abbastanza chiaro, nel 1996, a Knebworth un pubblico pagante di 250000 persone assistette per due sere a un concerto che più che essere uno show era una dichiarazione di onnipotenza. 

 

Il punto di svolta probabilmente però è ciò che avviene dopo. Con l’album omonimo e 13, i Blur cambiano totalmente sonorità sotto la spinta di Graham Coxon: i testi diventano più aperti e molto autobiografici, vedi alla voce Beetlebum e No distance left to run. Gli Oasis invece con Be Here Now, probabilmente chiesero troppo da se’ stessi, l’album è fatto da brani con code lunghissime,testi a volte approssimativi ma anche singoli che sono maturi e riusciti come Stand by me. Le vette dei primi due album rimangono ineguagliate tuttora.

 

Nel 2013, per un evento benefico, Damon Albarn (che nel frattempo non aveva contratto nessuna malattia) e Graham Coxon intonano una canzone, Tender, un vero e proprio inno scritto insieme da entrambi per l’album 13.
La cosa più interessante è che con loro c’è Noel Gallagher a suonare. C’è un preciso momento dove i due condividono il microfono, cantando insieme un ritornello il cui urlo è una dichiarazione:” C’mon, C’mon, c’mon, get through it”.

“Andiamo avanti.”

 

A quanto pare, sono andati avanti davvero.

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. (1) L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista (2). A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967(2).  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969. (3)

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

NOTE

(1) Canzoni contro la guerra, https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3080

(2) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(3)Adriana Langtry, Violeta Parra, L’enciclopedia delle donne, http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/violeta-parra/

(3) Chi era Miriam Makeba, Il Post

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