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I See You: l’evoluzione catartica degli XX

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

 

“When you think the night has seen your mind
That inside you’re twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands
‘Cause I see you”

Velvet Underground- I’ll be your mirror

 

I see you. Il titolo del nuovo lavoro degli XX è rubato direttamente dalle mani di Mr. Lou Reed e suona come un vero e proprio monito, un patto interno alla band, costituita da un triumvirato londinese. Cosa ti succede quando il tuo disco d’esordio vende due milioni di copie, vinci il Mercury Prize a 20 anni, dopo pochissima gavetta nella periferia di Londra? Gestire un successo tale a quell’età senza venirne travolti è quasi impossibile e questo ha sicuramente influenzato Coexist, il secondo album. Gestirne l’influenza e le conseguenze è quello che più ha influenzato quest’ultimo lavoro.

Molte recensioni parlano di un disorientamento nel momento in cui si sono approcciati alla nuova fatica del trio. Spingere il tasto play, ascoltare 30 secondi di “Dangerous” a cassa dritta e con le fanfare è effettivamente quanto di più diverso rispetto allo stile etereo a cui gli XX avevano abituato.

Per fare un paragone con l’illusionismo, il pubblico si è abituato alla promessa che gli XX avevano fatto: prendete due voci grandiose che si commistionano alla grande, gli arpeggi di chitarra studiati per fondersi con la raffinata produzione e le basi di Jamie e otterrete il sound caratteristico dei primi album. Chiunque pensasse che non ci fossero stati cambiamenti e la formula rimanesse identica ha avuto però molti indizi per abituarsi a un cambio di stile così radicale. Il primo indizio è stato l’album solista di Jamie: In Colour. L’album, accolto benissimo dalla critica e dal pubblico, ha trasformato di fatto Jamie in un nome noto al grande pubblico, mentre Romy ha collaborato, uscendo di fatto dalla comfort zone stilistica degli XX, con nomi come Ryan Tedder degli One Republic.

 

4 anni di distanza e il fatto che i tre si siano divisi per lavorare in maniera distaccata testimoniano comunque delle difficoltà univoche nel processo creativo che in realtà sono un riflesso di un momento difficile nella vita soprattutto di Romy e Oliver Sim, entrambi cantanti, una chitarrista e l’altro bassista della band.

L’album è stato registrato tra Marfa, Texas (il video di On Hold, primo singolo tratto da I See you è un omaggio alla città), l’Islanda e Los Angeles. Los Angeles doveva essere parte di un processo di relax e divertimento, cercando di mettere quelle sensazioni su nastro. In realtà, le situazioni son andate un po’ oltre, ci sono stati degli screzi anche col loro produttore a causa di episodi come l’after-party del compleanno di Miley Cyrus: i ragazzi del gruppo hanno invitato un sacco di gente nella loro villa in affitto ad Hollywood, in generale ci sono stati troppe feste che hanno distolto il gruppo dal lavoro. Dopo questo periodo, Jamie tornò in tour per il disco solista e Romy a Los Angeles a lavorare con altri autori. Oliver trovò conforto nella bottiglia, che di fatto lo accompagnava da due anni, passati a festeggiare i successi della band tra feste e alcol.

Non è un caso che in questo periodo, Oliver abbia lavorato a canzoni come Replica. Il punto di vista da cui Oliver affronta la dipendenza è molto interessante: il nostro stile di vita è influenzato in maniera genetica, quindi siamo condannati a compiere determinate azioni o queste sono frutto di nostre scelte? (They all say I will become a replica/Your mistakes were only chemical/25 and you’re just like me/Is it in our nature to be stuck on repeat?/Another encore to an aftershow/Do I chase the night or does the night chase me?).

Oliver Sim, via Instagram

 

Non è neanche una coincidenza il fache nelle canzoni in cui canta Romy si esplori l’idea del lutto, avendo perso la madre a 11 anni e il padre a 20 anni, mentre era in tour per il primo album. Il tema è forte in questo album, pensiamo a “Brave for you”, una sorta di lettera che esprime come in ogni cosa che faccia, il ricordo dei genitori sia vivo, soprattutto nell’approccio dal vivo ( And when I’m scared/I imagine you’re there/Telling me to be brave/So I will be brave for you/Stand on a stage for you/Do the things that I’m afraid to do).

Romy Madley-Croft con Oliver e Jamie, foto di Tony Cenicola

I see you è il primo album dove le voci non sono due ma tre: Jamie ha usato dei campionamenti, ne parla come se questi fossero la sua voce, oltre ad essere il modo in cui è riuscito a guidare il lavoro degli altri due componenti per la prima volta. Al posto di lavorare sulle basi dopo aver letto i testi o le melodie di Romy e Oliver, per la prima volta ha presentato lui la base con i campionamenti (è accaduto ad esempio per Lips, che campiona Just di David Lang, una canzone presente nella colonna sonora di Youth, ultimo film di Paolo Sorrentino) e gli altri due hanno dovuto costruirci il testo sopra. E lo schema ricorre in On Hold, che campiona un successo degli anni ’80, “I can’t go for that(No, can’t do)” di Hall & Oates, ma l’uso dei sample che Jamie fa diventa molto chiaro nella bonus track, “Naive”. Naive è un’ammissione molto sincera di Sim, che mette in un testo quello che non riusciva ad ammettere per un certo periodo ai suoi stessi compagni di band (“Everyone’s trying to save me/Can’t they see I’m having fun?/Something’s wrong but I choose to be naive) e in risposta c’è un campionamento di Jamie, che sampla Drake e in risposta gli dice “that’s the wrong thing to do”, quasi parlando dall’alto di una sicurezza e di una maturità ormai totalmente acquisita.

Il disco si chiude con “Test me” che come “Our Song”, il pezzo di chiusura di Coexist, parla apertamente delle dinamiche interne alla band. Oliver durante la sua battaglia ha avuto dei forti dissapori con Romy, questo perché, ha spiegato in varie interviste, sapeva come e cosa dire per ferire i suoi sentimenti e arrivare ad un punto di rottura. Nonostante tutto, la canzone parla proprio di quanto se le radici di un legame sono forti, anche nei momenti più difficili, questo sopravviverà a qualsiasi momento complicato (Test me/See if I stay/How could I walk the other way?).

 

Le difficoltà hanno portato ad un disco che si preannuncia tra i migliori del 2017 e ad una catarsi personale attraverso i brani che lo compongono. Nonostante il difficile periodo che ha caratterizzato la lavorazione, gli XX si sono evoluti aprendosi apertamente al pop ma mantenendo un’estrema raffinatezza negli arrangiamenti.
Come se non bastasse, una settimana fa, ospiti a “Che tempo che fa”, hanno annunciato che dopo la data sold out di lunedì 20 febbraio, saranno in Italia per due nuove date, a Firenze e al Rock in Roma rispettivamente l’8 e il 10 luglio.

E dal palco, riescono finalmente non solo a guardarsi e a vedersi tra di loro, ma anche a vedere molto bene il pubblico.

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

Il lettore più in là con l’età (ma non per forza) ricorda quanto si sia dovuto penare sui versi di qualche celebre poesia del Manzoni, quanta fatica nel ricordare gli endecasillabi del Sabato del villaggio, mentre ai più “sfortunati” potrebbero essere capitati i canti della Divina Commedia da imparare a memoria. Infatti, la poesia nelle scuole italiane, durante gli anni di scuola obbligatoria, non si apprezza mai fino in fondo, la si studia come se fosse un dovere. Sono pochi i docenti a cui va riconosciuto il merito di trasmettere il grande valore di questa forma di letteratura che pian piano diventa obsoleta, e che nel contemporaneo a volte non ha la forza di esprimersi fra il grande pubblico. La letteratura classica poi è caduta nell’oblio, non per una questione di gradimento, ma per il fatto che viene studiata e non letta, vista e non guardata. C’è poi chi ha addirittura proclamato la morte della poesia.

La parola “lirica” richiama la prassi greca di proclamare i versi di questo genere poetico accompagnati da strumenti a corda come appunto la lira. Questo è solo il primo esempio di quanto il mondo della musica e quello della poesia siano in realtà strettamente connessi. L’esempio più recente arriva invece da Stoccolma, per altre ragioni, ma può sempre essere considerato come un aver sancito l’interconnessione tra questi due mondi rendendolo noto ai più. Si parla ovviamente del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan lo scorso anno.

Può capitare inoltre che, inaspettatamente, dietro una melodia canticchiata a caso, può nascondersi un verso o un’intera poesia. Uno fra i tanti che hanno messo poesie in musica è lo stesso Bob Dylan che, per esempio, in A hard rain’s day A-gonna fall si ispira liberamente Lord Randal, ballata tradizionale scozzese del XIII secolo. Molti interpreti la collegano ad una ballata italiana cantata anche da Angelo Branduardi, L’avvelenato. Si tratta di un dialogo tra un uomo e una donna che l’ha ferito. Bob Dylan ne fa una canzone contro la guerra, ai tempi della crisi dei missili a Cuba nel 1962, mentre c’è anche chi legge in questa canzone significati biblici e cabalistici. Pare che Dylan l’avesse prima scritta in forma di poesia decidendo poi di metterla in musica, producendo così con questo rimaneggiamento una canzone che passerà alla storia.

Leonard Cohen, che poeta lo è anche stato, in Take this waltz interpreta meravigliosamente una poesia di Federico García Lorca, ovvero Piccolo valzer viennese, e mette insieme i versi realizzando qualcosa di divino a metà fra un quadro e un romanzo breve, in cui musica e poesia si fondono in quel modo unico di cui solo Cohen può essere artefice. Nella poesia si racconta di una donna che chi narra sta inseguendo,il tutto ricreando un po’ un’ atmosfera da club parigino, pur essendo la vicenda ambientata a Vienna. Non si può che ringraziare Cohen per aver conferito ancor più splendore ad una poesia già bella, che altrimenti sarebbe rimasta in un libro polveroso, magari nelle nostre librerie, magari senza che mai ce ne accorgessimo. Cohen compone un vero e proprio valzer e in un attimo ci si ritrova a immaginarsi volteggiare nella sala di un qualche palazzo imperiale.

Ovviamente in questa carrellata di poesie-canzoni non poteva mancare Fabrizio De Andrè che diverse volte ha musicato versi. Interessante è il retroscena del ritrovamento de’ Le passanti, anche questa ispirata ad una poesia, anche se di un poeta minore. Il testo è di tale Antoine Pol che combatté nella “Grande guerra” come capitano di artiglieria e poi divenne presidente del sindacato degli importatori di carbone francesi. Pol aveva, segretamente, la passione della poesia. Nella primavera del 1943, un ragazzo di 23 anni che trainava la sua vita nella Parigi occupata dai nazisti scovò un suo libro su una bancarella della Porte de Vanves. Il resto è storia nota agli ascoltatori. In realtà questa è la storia del prestito di un prestito, perchè primo a musicarla fu il cantautore francese George Brassens e De Andrè la tradusse e reinterpretò come è noto ai più.

Certo, per i cantautori è molto più facile oltrepassare il guado, prendere un testo e musicarlo, resta però il fatto che far rivivere opere come queste è un atto di estrema importanza dal punto di vista della divulgazione e della diffusione. L’intento è allora quello di mettere a disposizione di tutti un sapere che altrimenti, ancora oggi, rimarrebbe elitario. Tra gli artisti emergenti l’ha capito Ettore Giuradei che mette in musica una poesia di Pasolini, che porta il nome dello stesso poeta, dedicata alla morte di suo fratello Guido, partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il pianoforte nella canzone addolcisce le parole forti, aspre e deluse del poeta confluendo in un connubio di melodia e versi di grande pregio.

Non poteva farsi scappare un’occasione del genere,il professor Roberto Vecchioni che mette in musica reinterpretandola Saffo,ne’ Il cielo capovolto, e prova a dare un colore con le note alla descrizione dello strazio provato nell’abbandonare la sua amante Anattoria. Resta da menzionare Angelo Branduardi che canta William Butler Yeats, nonché Lorenzo de’ Medici con Il trionfo di Bacco e Arianna, o il poeta russo Sergej Esenin. Branduardi stesso afferma:

Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca. Tecnicamente è però sbagliato mettere delle note su ciò che è poeticamente preesistente, sarebbe come mettere note su qualcosa che è già musicale: un po’ come ascoltare due dischi diversi in contemporanea, il risultato è una cacofonia. Questa è la teoria, naturalmente, poi uno fa la pratica e succede come a me con Yeats, che ho fatto proprio questa cosa ‘sbagliata’.Yeats mi piaceva talmente tanto che lo volevo musicare assolutamente che me ne sono fregato di queste regole.

Branduardi stesso dichiara allora quanto poesia e musica siano facilmente sovrapponibili e a noi ascoltatori non resta che prenderne atto e assaporare i risultati sublimi che l’incontro di questi due mondi può regalarci. Noi, che spesso “sommersi da immondizie musicali”, con la poesia nelle canzoni inspiriamo una boccata di bellezza salutare.

 

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz.

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz.

Link dell’articolo originale qui: http://www.italoamericano.org/story/2016-9-25/sicily-jazz-band

Non molti lo sanno, ma i musicisti di origine italiana hanno lasciato un marchio indelebile nella storia del Jazz.

Jazz, figlio illegittimo del ragtime e del blues, delle ballate americane spirituali e tradizionali, ha anche sangue italiano che gli scorre nelle vene. Concepito nell’aria dolce, accogliente, della New Orleans d’inizio novecento, il jazz ha ereditato il ritmo e il tempo dei suoi antenati di colore e la voce potente, ma anche eterea delle melodie degli ottoni italiani. Non molti lo sanno, tuttavia.

Un po’ di background

Cominciò tutto con un gruppo d’ottoni del sud italia: la maggior parte di coloro che sono stati in un piccolo paese del sud Italia sanno che abbiamo un fetish per le trombe. Il sud, in particolare, è conosciuto per la cura speciale che dedica al mantenimento delle tradizioni musicali. Non dovrebbe destare sorpresa, dunque, sapere che molti musicisti italiani decisero di portare i loro strumenti con sé quando la povertà e l’abbandono li costrinsero ad abbandonare il paese, verso le lussureggianti, e salubri coste americane.

…E fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, era la Louisiana “il posto”: Il governo degli Stati Uniti aveva deciso di offrire appezzamenti di terra gratuiti a chi avesse deciso di abbracciare il mestiere di fattore e agricoltore nel Nuovo Mondo. Quindi, molti italiani, uomini e donne, specialmente dal sud della nazione, si imbarcarono su uno di questi “viaggi della vita”, portando con sé le loro abitudini, i ricordi, gli amori e, inoltre, la musica.

Forse a causa dell’affinità, dell’intenso attaccamento alla distante terra natale e, naturalmente, grazie ad un innato senso musicale, gli immigrati italiani e la comunità nera di New Orleans cominciarono a suonare insieme: ed è così che i ritmi carichi del ragtime e del blues, tipici degli afro-americani, e l’uso di percussioni e ottoni, si sono uniti alla musica tradizionale italiana, fondendosi e creando le primissime melodie jazz.

Il primo italiano che ha reso ciò noto ad un pubblico più vasto è stato Renzo Arbore, noto musicista jazz e blues proveniente da Napoli*, con il documentario “Ed è subito Jazz”, in cui ha raccontato come uno dei simboli più tipici della tradizione musicale americana abbia anche radici italiane.


Un calzolaio italiano, suo figlio e il primo disco jazz al mondo

Girolamo La Rocca era un calzolaio nel suo paese nativo, in Sicilia, nella provincia di Trapani. Come molte persone a quel tempo, suonava nella banda locale: il suo strumento era il corno. Quando i tempi si fecero duri e l’opportunità di ottenere terra gratis in Louisiana diventò una realtà, Girolamo mise il suo corno in valigia e si diresse verso le spiagge d’America.
Suo figlio, il giovane James Dominick, suonava il corno con suo padre da bambino. Presto, imparò a suonarlo. In quegli anni gli Stati Uniti erano stati testimoni dell’ascesa di un altro musicista e direttore jazz Italo-Americano, Giorgio Vitale (conosciuto anche come Jack Papa Laine), padre della “Reliance Brass Band” attiva fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo.Ci si chiede quanto l’esempio di Papa Laine abbia influenzato il giovane Nick La Rocca e la sua musica. E’ certo che la sua stella brillava fino a Chicago, dove lui e la sua “Original Dixieland Jass Band” (diremo di più sul curioso nome della band fra qualche riga) ottennero un contratto. Potreste anche notare che c’è qualcosa di strano nel nome della band di La Rocca: dice “jass”, non “jazz”. Dunque, il jazzista Lino Patruno, che spesso si esibiva con il figlio di Nick La Rocca, sa cosa successe. Dice che il figlio di La Rocca avrebbe chiamato suo padre dicendogli che dovevano cambiare il nome della band dopo che un gruppo di ragazzi a New York aveva strappato la “j” del poster della band, cambiando “jass” in…beh, l’avete capito. Per evitare ulteriori problemi (dopo tutto era l’inizio del 20° secolo e la censura era molto più rigida di adesso) la parola venne cambiata in “jazz” e così restò.

Il gruppo “Original Dixieland Jazz Band” di La Rocca, era famoso? Assolutamente, se dobbiamo credere alla figura più iconica fra tutti i jazzisti, Louis Armostrong, che ci ricorda come la band – “guidata da un italiano”, disse – abbia continuato a suonare jazz per almeno quattro anni, dopo che lui ha cominciato a suonare la tromba nella “Waif’s Home Orchestra” nel 1909.

La Rocca è solo uno fra i molti nomi italiani associati alla storia del jazz: Leon Poppolo è considerato uno dei migliori clarinettisti jazz e Jimmy Durante ha fatto fortuna come jazzista ad Hollywood; Henry Mancini ha messo la sua creatività in moto diventando uno dei più acclamati compositori jazz in America. E non dimentichiamoci dei nomi più usuali come Frank Sinatra, Dean Martin (il cui vero nome era Dino Crocetti) e Tony Bennett (detto anche Tony Benedetto), che hanno inciso la storia della musica americana e la cui impronta jazz è rimasta riconoscibile lungo tutto l’arco della loro carriera.

* Renzo Arbore non è di Napoli ma di Foggia. In vari eventi americani e italiani ha specificato di essere un napoletano d’adozione. Nell’articolo originale l’autrice, Francesca Bezzone, fa fede alle dichiarazioni dell’artista.

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte.

Lucio Battisti - Don Giovanni cover 1986

Lucio Battisti – Don Giovanni cover 1986

Sono le parole di Lucio Battisti nella sua ultima intervista pubblica. Sono parole quasi arrabbiate, di un artista che non si sente più a suo agio con l’immagine di icona pop attribuitagli negli anni precedenti, quelli del maggior successo. Lucio Battisti, si avvia in questa fase a riscrivere la storia della musica italiana. Fa una scelta difficile, si ritira dalle scene, e per questo, per chi non lo capì, il suo fu un gesto di falsa modestia, aspramente criticato e contestato da critica e fan. Ma Lucio, con un gesto di profonda onestà intellettuale, decide che val la pena applicare il canone dell’ art for art sake, solo per il semplice piacere di spingersi oltre i confini della musica contemporanea.

Tutto comincia con un incontro fortuito con il poeta Pasquale Panella, grazie ad Adriano Pappalardo nel 1980: qui comincia una fase diversa, una fase che ci consente di dire che negli ultimi album, i celeberrimi e contestatissimi album bianchi, Lucio Battisti smette di fare canzonette e si eleva, dimostrando tutta la potenza del suo genio.

Lucio Battisti e Mogol

Lucio Battisti e Mogol

Gli album in questione sono cinque, definiti album bianchi, per il fatto che il cantante ne disegna a mano le copertine, con sfondo bianco su cui emergono semplici tratti, quasi scarabocchi puerili. Il genio musicale incontra la poetica di Panella e questo binomio se non fortunato come quello costituito con Mogol, appare di un pregio elevatissimo. Pasquale Panella si muoveva già da tempo nella scena musicale e della letteratura italiana. Prima di incontrare Battisti, aveva infatti già scritto per Enzo Carella e per il teatro. Il paroliere più volte definito ermetico, dadaista e futurista dà un tocco di avanguardia alle musiche dell’artista romano, che al contrario di quanto accadeva per le canzoni scritte con Mogol, vengono dopo la scrittura dei testi.

 

Lucio Battisti - L'apparenza cover 1986

Lucio Battisti – L’apparenza cover 1986

Già nel 1988, L’apparenza, secondo album bianco dimostra quanto non ci si ritrovi più di fronte al Battisti de’ La canzone del Sole. Il linguaggio è forbito, le immagini minimal ma efficaci. I ritmi richiamano il rithm’n blues di cui Battisti era molto appassionato, ed anche l’elettronica. I cultori di Battisti ne parlano spesso come si parla dei Beatles, ovvero si dice che Battisti abbia sperimentato ogni sorta di genere musicale, prima ancora che alcuni di questi fossero catalogati come generi musicali. Battisti, inoltre, esce con tutta la forza che ha dall’etichetta di cantante nazional-popolare, si guarda indietro e quasi non si riconosce. La scelta del cantante romano è elitaria ma giustificabile con il fatto che l’istinto del genio  brama nuovi percorsi. Il risultato però è che tutti e cinque gli album fecero calare vertiginosamente le vendite. I testi, poi, sono pieni di immagini spezzettate, apparenti nonsense, onomatopee, aulicismi, accompagnati dagli usuali falsetti. Nonostante ciò,  questo divincolarsi di Battisti dalla precedente immagine avviene gradualmente, infatti il vecchio Lucio ritorna in pezzi come Per Nome e Don Giovanni.

 

Lucio Battisti - La Sposa Occidentale cover 1990

Lucio Battisti – La Sposa Occidentale cover 1990

Nel 1986, l’aveva preceduto l’album Don Giovanni, in cui Panella supera Battisti: i virtuosismi in Le cose che pensano, dove i passati remoti sono la chiusa di quasi tutti i versi e confluiscono in un insieme di assonanze che hanno lo scopo quasi di dilatare il tempo, come quando l’amore finisce e si vuole rimandare all’infinito la realizzazione di ciò che è successo. Sono abili giochi di parole per descrivere ciò che resta dell’amore, quando l’amore non c’è più, quando restano solo gli oggetti e i ricordi. Panella sa anche bene dove andare a parare con le immagini, accostando frasi che sembrano proprio non centrare le une con le altre, che confondono l’ascoltatore, sfuggono. Perchè, si, Panella è Dada, è anche Aldo Palazzeschi, ovvero il Futurismo.

Se sbatti un addio c’esce un’omelette.
Le cosce dorate van fritte.
Coi sorrisi fai croquettes.
E tu dici ancora che non parlo d’amore.
Batte in me un limone giallo basta spremerlo.
Con lacrime salate agli occhi tuoi,
ben condita amata t’ho. (da Fatti un pianto)

A chiudere questo album, nel lato B, c’è Il diluvio, che potrebbe benissimo essere una reinterpretazione, tra la beffa e il reale de’ La pioggia nel Pineto. Piove anche qui, e anche qui i due protagonisti sono un uomo e una donna. Come D’Annunzio seppe dare un tono al rumore che faceva la pioggia sulla vegetazione e reinterpretare la pioggia come metafora di rinascita, così Panella descrive in maniera moderna l’acquazzone come metafora di vita (tragicomica).

Lucio Battisti - Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Lucio Battisti – Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Così si arriva al terzo album, La sposa occidentale, che segna quai una sorta di pareggio fra questi due geni. Ne’ I ritorni, lo stream of counsciousness regna sovrano, mentre si descrivere il ritorno sia nell’amore che nella vita,con versi che restano sempre confinati nell’area dell’inafferrabile.

Il quarto album C.S.A.R., acronimo che sta per Cosa succederà alla ragazza in cui si distingue il pezzo La Metro eccetera, che è descrizione di luoghi affollati in cui ci si sente soli, in cui ci si incontra senza incontrarsi mai in realtà. Si parla di luoghi dove tutto potrebbe succedere, ma non accadrà mai, in cui decine di vite si scontrano camminando però sempre su strade parallele, come in una solitudine di numeri primi.

Battisti e Panella mettono, poi, il punto con Hegel, copertina dell’album una E, Come the end, perché questo è il testamento musicale di Battisti, oltre ad essere l’album più oscuro e incomprensibile di tutti.

Questi cinque album, progettati al secondo, di un ordine quasi psicotico, suddivisi in otto pezzi per album, sono il testamento

Lucio Battisti - Hegel cover 1994

Lucio Battisti – Hegel cover 1994

di un Battisti che per i fan del primo periodo diventa freddo e calcolatore, razionale a discapito della passionalità e del coinvolgimento di mogoliana memoria. Lucio Battisti se ne va così,  il 9 settembre 1998, lontano dai palchi che per più di  vent’anni ha calcato, se ne va incompreso dai più, come i geni, sul più bello perché Hegel probabilmente segnava l’inizio di un’altra fase ancora. Un artista che l’Italia ha visto crescere, evolvere, passando dal rock all’ R&B alla dubstep e all’ elettronica new wave: visionario, istrionico, colto e appassionato. Battisti diventa quindi esempio del genio, di chi rifiuta gli onori per perseguire l’arte, per il semplice gusto di farlo, il bambino che non perde la  meraviglia  e vuole ancora scoprire e sperimentare, che offre il suo talento musicale ad un poeta di alto calibro quale è stato Panella.

Al di là delle simpatie o meno che tutti possiamo provare per il cantante, questi ultimi cinque album sono la prova che qualcosa di grande è accaduto in questa fucina musicale in cui Battisti e Panella si porgevano la mano. Gli ascoltatori, anche i più scettici, non possono che restare inermi e affascinati dai ritmi e dagli estrosi incastri di parole perfettamente calzanti con le melodie sincopate create da tastiere e basi elettroniche. Restiamo allora quasi come si sta davanti ad un quadro di arte moderna, consapevoli di non aver tutti gli strumenti per comprenderlo, ma altrettanto certi che si è di fronte a qualcosa di originale e intramontabile destinato a cambiare il corso degli eventi.

Hallelujah, stanno tornando i Gorillaz!

Hallelujah, stanno tornando i Gorillaz!

Quando parliamo di qualsiasi forma artistica, ci sono gli artisti. E poi ci sono i pionieri. Inutile dire a quale categoria appartenga Damon Albarn. Everyday robots, il suo disco solista [pubblicato nel 2014, ndr] contiene alcune delle più belle canzoni scritte negli ultimi anni ed è inutile dire cosa siano stati i Blur per chiunque  sia stato inondato dalla “Febbre a 90” del Britpop. Scadere nel confronto con gli Oasis è semplice, entrambe le band si sono alimentate della “rivalità” dal punto di vista delle vendite, ma a noi non serve. Non serve nemmeno a un uomo che un giorno suona per la chiusura delle Olimpiadi ad Hyde Park un mega-concerto coi Blur e il giorno dopo suona con l’ensemble dell’Orchestra dei Musicisti Siriani. Tutto ciò per dire cosa? Traiamo due conclusioni. Il nostro ha una forte coscienza sociale, essendosi schierato contro la guerra in Iraq. Non solo,durante il Live 8 ha denunciato l’inesistenza di performer di colore, solo dopo ciò al cartellone si sono aggiunti Youssou N’Dour e Snoop Dogg.

E musicalmente parlando, davvero bisogna provare a definire un artista così poliedrico?
Damon è anche il cervello musicale dei Gorillaz, a cui il fumettista Jamie Hewlett contribuisce attraverso i disegni e le animazioni dei 4 membri fittizi di questa cartoon band. I Gorillaz si configurano come una cartoon band anche dal vivo, dove vengono accompagnati da un collettivo di musicisti a volte “diretti” da Albarn stesso, che spesso agisce senza mostrarsi, dietro degli specchi.

Senza essere megalomani, non appare ardito affermare che da circa 20 anni Mr. Albarn sta influenzando la musica internazionale in un percorso continuamente fatto di scelte rischiose e in continuo mutamento, che risente fortemente della geografia e delle influenze dei diversi continenti: The Magic Whip, l’ultimo album dei Blur, è caratterizzato dalla claustrofobia e dall’atmosfera della Corea del Nord vista dai suoi occhi, critici verso la società dittatoriale e le conseguenze di quest’ultima. (ascoltate il singolo There are too many of us, per capire di cosa sto parlando.)

La definizione più azzeccata se si parla di Gorillaz è quella di collettivo. Sebbene sia la mente di Albarn a concepire le melodie, il progetto musicale ha una marcia in più per la rete di artisti che negli anni ne ha preso parte, gente come Lou Reed, Bobby Womack e De La Soul. Un esempio?

Dopo Plastic Beach e The Fall (pubblicato nel 2011), le voci su un ritorno del gruppo si sono fatte insistenti alla fine del 2016 nonostante lo stesso Albarn avesse parlato di divergenze creative tra lui ed Hewlett. Qualche giorno fa, senza nessun avviso, attraverso l’account Twitter di Uproxx, un’organizzazione media americana, i Gorillaz sono usciti allo scoperto in tono quasi profetico. Il link della nuova canzone,Hallelujah Money”, recava una didascalia piuttosto schierata: “Questo è un lampo di verità in una notte nera. Ora levatevi dalle scatole! La nuova roba non si scrive da sola”. La didascalia quindi non lascia dubbi, i Gorillaz sono in studio a comporre per il nuovo album, ma intanto hanno voluto palesarsi non a caso con una canzone fortemente politica, che vede la partecipazione del raffinato Benjamin Clementine.

Il solco è stato tracciato nello stesso giorno anche dagli Arcade Fire, il cui nuovo singolo “I give you power” è una riflessione sul totalitarismo e sugli effetti che esso ha sull’uso del potere. Entrambe le riflessioni non arrivano a caso il giorno stesso dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Albarn invece utilizza il potere delle immagini citando il progetto del neo-presidente.

Here is our tree 
That primitively grows 
And when you go to bed 
Scarecrows from the far east 
Come to eat 
Its tender fruits 
And I thought the best way to perfect our tree 
Is by building walls 

“Ed ho pensato che il miglior modo per perfezionare il nostro albero è quello di costruire muri.”

Il bridge della canzone arriva a metà tra la speranza e la responsabilità:

When the morning comes 
We are still human 
How will we know? 
How will we dream? 
How will we love? 
How will we know?

E allora Hallelujah Money!

Alleluia al potere del denaro, alleluia. L’ironia del titolo che ricorre nella canzone è devastante, una rappresentazione dell’iconografia del Trump uomo e presidente, nient’altro che una maschera imprenditoriale.

L’unica nota positiva di tutto ciò è quel “la roba nuova non si scrive da sola”, i Gorillaz stanno tornando.

Alleluia, alleluia.

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Metti una sera a cena, nella cucina di casa propria, con un ragazzo e una ragazza inaspettati, due sconosciuti… Lei indossa un pantalone militare e un paio di anfibi, lui, maglione vecchio e denti neri, si rolla una sigaretta con uno strano aggeggio di metallo,una specie di portatabacco. Sono ucraini: lei si è unita da volontaria due anni fa alle truppe ucraine, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia. Pilotava droni perchè ha studiato Geografia all’università e sa leggere le mappe. Lui aspirante scrittore, sembra uscito da un film di Buster Keaton. Ci raccontano l’Ucraina, il freddo, la città, ovvero Kiev. Si parla di musica, di Prokofiev, quando lei racconta di essere stata chitarrista di un gruppo rock composto da sole ragazze, prende la chitarra che porta sempre con sè, anche in questo viaggio in Portogallo, dove entrambi sono arrivati in autostop. Esegue Tribal Connection in versione acoustic e nella stanza ormai aleggia un solo nome: Gogol Bordello. Le si illuminano gli occhi, quando pronuncia  il nome del cantante, Eugene Hütz, ucraino d’origine, di Kiev  ma cresciuto negli States, dove i genitori si rifugiano durante la sua infanzia per scappare dal disastro di Chernobyl del 1986.

Il cantante, Hütz, baffone da vero uomo dell’Est, occhio blu, denti d’oro, sempre in abiti gitani, fonda i Gogol Bordello ed esporta la musica dell’Europa dell’Est, o meglio, parte di essa nel mondo. La band si forma nel 1993, e subito ha un grande successo. I testi mescolano inglese, ucraino e a volte spagnolo, in una lingua che somiglia un po’ all’idea del patchanka di Manu Chao. Preponderanti nella loro musica sono il violino suonato dal russo Sergey Ryabtsev e la fisarmonica… Ed è subito folk, tanto che il gruppo è stato spesso paragonato agli irlandesi Pogues.

Scrivono la colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata di cui il frontman è anche protagonista, non a caso, perché il film racconta del viaggio fisico (e metafisico) di un ragazzo ucraino, l’autore, partito alla ricerca della sua famiglia, delle sue origini. Il film è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Jonathan Safran Foer e la colonna sonora è una ballata dolce e melanconica, diversa da quello a cui i fan dei Gogol Bordello sono abituati e, si intitola Through the roof’n’ Underground.

Nelle canzoni dei Gogol Bordello l’anima gipsy emerge forte: ci si trova davanti ad un mix di punk, rock, folk, in una ricetta che fornisce una dose esorbitante di energia, perché spesso e volentieri, i testi cantati sono potenti come la stessa Tribal Connection, che è il lamento arrabbiato di chi sente di non avere possibilità nel proprio paese d’origine :

No can do this, no can do that.
What the hell can you do, my friend?
In this place that you call your town.

Il primo album, Voi-La Intruder del 1999, non tralascia la politica, o meglio la storia della politica, sempre interpretandola con tono scanzonato, disordinato, scomposto, scorretto, irriverente: basta ascoltare Mussolini vs Stalin in cui si traccia questo sarcastico e pittoresco quadretto in cui i due dittatori ballano insieme la tarantella. Con l’album Super Taranta fanno il botto nel 2007, per poi regalarci canzoni che sono ormai diventate inni come Immigraniada (We Comin’ Rougher) o My Companjera, indiscutibili successi dell’album successivo. Il mondo gitano si sente, si vede anche, per esempio, nel videoclip di Wanderlust King in cui troviamo Hütz  che, più sfrenato che mai, strimpella e balla (che sembra quasi in preda al ballo di San Vito) con una cartina dietro le spalle mentre scorrono immagini di posti diversi in Europa dell’Est e non solo: è una sorta di sintesi dei suoi viaggi, in cui parla di questo Re delle meraviglie perdute, facendo venire a tutti la voglia di girovagare per il mondo sulle note gipsy-punk della sua musica.Nel frattempo, i Gogol Bordello, per non farsi  mancare nulla, non si lasciano scappare nemmeno l’occasione di inneggiare e scrivere un elogio all’alchool in una canzone omonima.

Il cantante che ha vissuto per un po’ nel borgo di Santa Marinella vicino Roma, a cui è dedicata la canzone che porta lo stesso titolo e, che fece scalpore all’Umbria Jazz perché le bestemmie nella canzone risultarono offensive, ha raccontato inoltre, che nel periodo in cui suonava per vivere in Piazza Navona fu arrestato perché scambiato per uno zingaro e accusato di furto. Le loro canzoni sono la perfetta colonna sonora della vita da nomadi, loro sono una meravigliosa e spumeggiante carovana di artisti pronta a far saltare e ballare i propri fan. Ci si trova di fronte a ritmi di contrabbando, per dirla con le parole di Eugenio Bennato. I Gogol Bordello si atteggiano a bad boys, cantando le rivoluzioni ma continuando ad usare la musica per affrontare temi caldi in Ucraina, sempre presente nelle loro canzoni che, nonostante il ritmo sgangherato, offrono spunti di riflessione. Sbeffeggiano persino motti pro globalizzazione in Think locally, fuck globally. In più, le loro canzoni, sull’immigrazione, tema caro al cantante,non sono state mai attuali quanto ai giorni nostri.

Gli album più famosi sono probabilmente gli ultimi tre, in cui si dà più importanza all’ energia della taranta (genere di cui Hütz ha fatto incetta nel suo periodo italiano), e al folk. Nelle innumerevoli clip dei loro live emerge quanto siano coinvolgenti i giri di violino, quanto irriverente, folle e sfrenato sia il loro atteggiamento e chi riesce a stare fermo deve avere delle qualità fuori dal comune. Indimenticabile è a questo proposito il mash -up live con Madonna, di cui il cantante è grande amico, fra La Isla Bonita e Pala tute, storia d’amore cantata dai Gogol Bordello in romani, la lingua parlata da alcuni rom dell’Europa . Emerge, in questa memorabile performance al Live Earth nel 2009, quanto i Gogol Bordello siano più una band da live che da studio di registrazione .Infatti, il 2017 sarà l’anno del nuovo loro tour che prevede anche date italiane, il 14 luglio a Trento e poi il Pistoia Blues Festival, perché a Hütz manca, come lui stesso ha dichiarato più volte, il periodo italiano. Nel frattempo ci si accontenta di ascoltarli in cuffia perché certamente, they’re coming rougher again e il divertimento è assicurato.

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