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The National: siate inquieti, siate folli

The National: siate inquieti, siate folli

foto da: outsidersmusica.it

Matt Berninger è uno degli artisti americani più fuori dagli schemi degli ultimi dieci anni. Tutto comincia in Ohio grazie alla testardaggine del frontman, capace di mettere assieme questa band composta da cinque musicisti. In America, i The National sono considerati degli dei. La prova schiacciante è la loro presenza avvertita in film e serie tv americane che hanno utilizzato la loro canzoni recentemente: da Grey’s Anatomy ( in cui troviamo Vanderlyle Baby Cry) a Il trono di spade. Tra i film invece ritroviamo ‘Before We Go‘, film diretto e prodotto da Chris Evans, e la Torcia umana dei Fantastici 4, la cui colonna sonora è England. In Italia li conoscono in pochi: chi ha avuto la fortuna di sperimentali è sicuramente a conoscenza della loro partecipazione al Pistoia Blues Festival, uno dei rari eventi nazionali avvicinabili ad avvenimenti annuali come lo Sziget o il Primavera Sound Festival, ormai frequentatissimi nel panorama musicale europeo.

I National vivono esordio in sordina nel 2001, quando producono Dirty songs for Dirty Lovers, mescolando il country al pop. La critica li acclama con Alligator nel 2007, prima del loro più recente masterpiece nel 2013 dal titolo abbastanza inquietante: “Trouble Will find me.”

Matt, frontman dalla personalità disturbata, che non esime di mostrare nei concerti e nei videoclip, sorprende per personalità e carisma. E ‘disturbate’ sono anche le sue canzoni, flussi di coscienza sotto effetti di stupefacenti, come Abel, nella quale ripete innumerevoli volte “My mind is not right” e si agita col microfono in mano, dimostrando tanta inquietudine da farci sprofondare letterariamente in un libro di David Foster Wallace.

L’ultimo album appunto è una rivelazione: il secondo ed il terzo brano, Demons and Don’t swallow the cup, ci parlano di demoni e ossessioni che tutti (o quasi) tendiamo a nascondere. In Don’t swallow the cup, i demoni hanno la meglio e il cantante invita qualcuno (o forse se stesso) a non mandar giù il liquido di un misterioso bicchiere. Forse una specie di nostrano Breve invito a rinviare il suicidio del maestro Battiato?

Si va giù per le tracce, sospesi, ma anche confusi un po’. Dopotutto i National fanno questo effetto: ti sradicano dalla realtà catapultandoti in pianeti interiori paralleli. Nelle musiche troviamo ritmi diversi ma riconoscibili. Nelle canzoni dei National troviamo marce, ritmi martellanti, ma anche accostamenti di melodie dolci-amare intonate dalla voce oscura di Berninger che può diventare piacevolmente tetra.

It’s a terrible love that I’m walking in
It’s a terrible love
That I’m walking with spiders
It’s a terrible love that I’m walking in
It’s quiet company

In High Violet, acclamato dalla critica in maniera unanime, ci si ritrova di fronte ad un Berninger ancora al cospetto di una vita difficile, travagliata, mentre si fluttua con lui in atmosfere mondane newyorkesi.

Ci sono poi The Virginia EP e The Boxer con copertina facilmente confondibile in modo non casuale. Un unico album per lo stile delle canzoni eseguite. Si passa qui attraverso pezzi come Slow Show alla rivisitazione di Mansion on the Hill, vecchia canzone country, cantata anche da Bruce Springsteen ma riadattata dalla band dell’Ohio magistralmente con l’aggiunta di archi in sottofondo, per arrivare a Mistaken for strangers nonchè a Fake empire.

Ma l’apice è toccato con Sons and daughters of Soho riots: il quartiere è Soho a New York, quartiere degli artisti, scenario di una storia d’amore ormai al termine, in cui la band canta la disillusione dopo le grandi speranze all’inizio di ogni relazione. Nel quartiere di Soho ebbe luogo una rivoluzione culturale in cui alcuni artisti emergenti resero il precedente centro industriale un luogo di ritrovo appunto per gli artisti stessi. Nonostante lo scopo di questi artisti fosse rendere accessibile a tutti questo quartiere, la generazione successiva ha fatto di questa rivolta un simbolo radical chic, trasformando il quartiere popolare in zona residenziale di prima classe, cosa che gli artisti fautori della rivolta avevano previsto. Berninger, con classe, paragona la fine prevedibile di questa relazione al risultato di questo episodio di Storia americana contemporanea.

Ascoltando i The National, insomma, è impossibile rimanere impassibili, incollati alla sedia, mentre è facile ascoltare le vibrazioni che rilasciano. La loro abilità nel descrivere complessi e paranoie comuni attraverso ritmi ossessivi offre una adeguata pennellata di Impressionismo a gran parte dei componimenti. A tre anni di assenza dalla scena musicale internazionale, ci auguriamo che la follia di Bernigner e compagni ci accompagni ancora, e che le loro canzoni continuino a psicanalizzarci sempre. Anche l’Italia li attende al varco, con spasmodica attesa.

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

“Un uomo mi viene incontro
Il suo viso rosso come una rosa su di un cespuglio di spine
Come tutti i colori di una scala reale
E sta contando quelle banconote di dollari
Cento, duecento
E posso vedere quegli aerei da guerra
Sopra le baracche di fango mentre i bambini dormono
Attraverso i vicoli di una tranquilla strada di città 
Su per le scale fino al primo piano
Giriamo la chiave e lentamente apriamo la porta
Mentre un uomo soffia forte dentro un sassofono
Attraverso i muri sentiamo gemere la città
Fuori c’è l’America”

(U2- Bullet the blue sky)

 

Prendete un ragazzo irlandese di venticinque anni, innamorato dell’America, dell’idea dell’America e della musica. Fatelo correre lungo i deserti del Mohave o nelle steppe della California e otterrete “The Joshua Tree”.

The Joshua Tree è un album che appartiene molto più all’America che agli U2 come collettivo. Si nutre dell’America, la scruta, la critica e prova a entrare dentro di lei da straniero; parlando degli obiettivi dell’album Bono fu categorico dicendo che voleva qualcosa che doveva smantellare la mitologia dell’America.
Nel 1985 il cantante partecipò al progetto di alcuni artisti uniti contro l’apartheid e mentre Keith Richards e Mick Jagger stavano suonando dei pezzi blues, lo invitarono a unirsi a loro. Il problema era che Bono non conosceva affatto quel mondo e questo spinse tutti i componenti del gruppo alla radice delle loro origini musicali fino alla musica folk irlandese e cercando di capire quali similitudini ci fossero con quella americana.

L’album inteso come lettera d’amore al continente è evidente all’interno di “In God’s country”: “Una rosa nel deserto/Ho sognato una rosa nel deserto/Dal vestito strappato in nastri e fiocchi/Come una sirena lei mi chiama”. The Joshua Tree è l’album di “With or without you”, singolo che ne ha trascinato il successo.

La canzone nasce da un profondo dissidio interiore creato dai doveri familiari di Bono combinati al senso di appartenenza alla band e alla musica. Il verso finale del ritornello( “I can’t live…” e credo sappiate come finisca il verso) deriva quindi da una consapevolezza che è raffinata e per nulla scontata: non è una delle due cose a definire Bono come uomo, ma piuttosto la costante tensione che le regge entrambe.

E’ un album dove la religione, presente da sempre nei testi delle canzoni della band, emerge in “I still haven’t found what I’m looking for”, brano in cui soprattutto nel ritornello emergono forti influenze gospel (America, che strano!) che si combinano con il testo che esprime la ricerca spirituale di un individuo che nonostante abbia raggiunto la realizzazione sente una sensazione di mancanza e l’unica cosa da fare, in quanto non riesce a riconoscere di cosa tratta, è prenderne atto. E dopo, continuare a correre.  

 

Fede, amore, musica, temi universali che fanno di The Joshua Tree un capolavoro riconosciuto fin da subito. Ma questo come continua a toccarci? Trent’anni dopo, le cose sono cambiate? E se si, come? 

Gli U2 hanno recentemente annunciato che torneranno in Italia per una data a Roma a luglio 2017, il tour celebra il trentennale della pubblicazione dell’album che verrà riproposto interamente dal vivo. Potrebbe sembrare una mera operazione commerciale da parte di un gruppo che ormai è diventato a tutti gli effetti una vera e propria multinazionale e il dubbio soprattutto per chi è abituato a pensar male, rimane. Eppure perché non farlo per i 25 anni di Achtung Baby? C’è qualcosa in The Joshua Tree che traccia un fil rouge che arriva fino a noi, soprattutto oggi.

 

Se sei nel 1985 e devi iniziare a lavorare ad un album che deve smantellare l’iconografia americana, devi rivolgerti non solo alla bellezza sconfinata del Paese, ai suoi immensi generi musicali. C’è un’altra medaglia, più oscura da guardare negli occhi e si chiama Ronald Reagan. Non che Reagan abbia fatto nulla di speciale, ha semplicemente cercato di proteggere gli interessi dell’America in politica estera come avevano fatto i suoi predecessori, appoggiando iniziative che conservassero una stabilità politica nell’area sudamericana, anche se spesso si trattava di regimi dittatoriali.

Parliamo di un album che si apre con una canzone-manifesto: “Where the streets have no name”(nel video, che omaggia l’esibizione dei Beatles,gli U2 si esibirono creando un vero ingorgo per le strade di Los Angeles), un brano dove Bono parte da un aneddoto che gli avevano riferito: si dice che a Belfast in base alla via in cui abiti si possa risalire al tuo reddito e alla tua religione d’appartenenza, addirittura a seconda del lato della via perchè più si risalgono le colline, più la casa è costosa. Streets invece parte dall’idea di un viaggio immaginario, che porta a un luogo dove le strade non hanno un nome, dove si rovescia totalmente l’idea dell’identità basata su questi dati: tu non sei la tua religione, tu non sei il tuo reddito (due concetti parecchio cari al buon Reagan, come a qualsiasi conservatore).
Come se l’antipatia e lo spirito critico non dovessero palesarsi ancora di più, in Bullet the blue sky, Bono fa direttamente riferimento allo scandalo che coinvolse gli USA per la vendita delle armi ai Contras, l’armata che faceva capo al regime dittatoriale di Somoza in Nicaragua, contro il movimento rivoluzionario sandinista. Le immagini di desolazione, di aggressività bellica evocate nella canzone fanno capire quale concezione abbiano gli U2 nei confronti della guerra, avendo vissuto fin da ragazzi in una Dublino sottoposta alle repressioni della madre-patria inglese.

Sono canzoni potentissime che risuonano come una vera presa di posizione, netta e senza mezze misure.

In una recente intervista a Rolling Stone, The Edge stesso ha spiegato come l’idea di un tour celebrativo sia venuto in mente alla band. Dopo le elezioni americane e la Brexit, The Edge si è sentito come trascinato in un periodo già vissuto, alla destra della Thatcher e di Reagan: è stato per lui una sorta di dejà-vu politico che ha permesso, una volta riascoltato l’album, di vedere come le sfumature delle canzoni fossero perfettamente a loro agio nel contesto odierno, in una sorta di rinascita inaspettata ma con un potere descrittivo che non è stato minimamente intaccato.

Non conta che gli U2 siano cambiati nè che il mondo sia cambiato in quanto la forza delle parole risiede nell’essere insensibili alla vecchiaia e questo vale anche per la musica: per questo tanti auguri “The Joshua Tree”.  

30 anni dopo, così lontano, così vicino.

Brunori Sas: la voce della crisi

Brunori Sas: la voce della crisi

All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Dichiara invece per questo nuovo album, A casa tutto bene, in un’intervista a Rock.it “Ho iniziato a scrivere questo disco un anno fa, durante un viaggio in Aspromonte, un luogo che ho sempre accostato alla paura, all’oscurità, a ciò che mi spaventa. La paura anzitutto di dover affrontare le paure. La paura di chi pensa di avere qualcosa da perdere. La paura di cambiare, la paura di deludere le aspettative, di perdere ciò che hai conquistato con fatica, la paura di non farsi trovare pronti all’appuntamento. La paura di cambiare direzione, di osare, di trasformarsi. La paura di ciò che non conosci, che vedi come altro da te, come una minaccia. Ma anche la paura dell’adolescenza incompleta che ti chiede il conto, della giovinezza che scalpita perché sta finendo e non tornerà.”

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

L’invadenza del Kitsch

L’invadenza del Kitsch

“Nella maggior parte dei casi il kitsch consiste non nell’oggetto, bensì nello sguardo”

Sono le parole di Umberto Eco, tratte da “La Bustina di Minerva” del settembre 2014 che definiscono la funzione assunta dal termine “Kitsch” nel contemporaneo. A partire da una affermazione di tale portata, il Kitsch non è più soggetto di una invadenza d’opere d’arte di cattivo gusto, ma lo sguardo della gente mediamente acculturata (e non) nella sua preponderante intromissione tesa a scombinare il rapporto tra arte e persona.

La società culturale del nostro secolo è più interessata al fine economico delle opere ed all’apprezzamento della maggioranza. Perciò, piuttosto che tendere ad una sensibilità poetica determinante al fine di formulare un pensiero critico, si preferisce aprire le porte del sapere alla gentile concessione di chiunque. Infatti, se da un lato l’accessibilità alle bellezze e ai musei che le raccolgono muove le masse ad interessarsi sempre più alla sfera artistica, dall’altro la massa stessa costituisce un problema, dal momento che, essendo per definizione un gruppo allargato riunito attorno ad un’ideologia comune, finisce per uniformarsi ad un’unica identità condivisa. Una identità che spesso si realizza nel bisogno di conservare attraverso i comuni mezzi tecnologici i momenti della vita, anche quelli più banali, solo per farne sfoggio a terzi.

Il Kitsch è un processo che presuppone una sorta di degradazione dell’opera d’arte ed in tal senso la gente è la migliore realizzazione del decadimento della cultura. Siamo sempre più abituati a fingerci degli intellettuali dato che provare ad esserlo è difficile. Richiede impegno e costanza, il che non è da tutti: anzi, è sempre più raro trovare qualcuno che rientri in questa categoria. E’ più facile, invece, mostrare agli altri tutte le cose che pensiamo possano arricchirci, ma che nella realtà rappresentano solo un accumulo di roba messa qua e là.

In tal senso si può riportare il caso del fenomeno musicale che investe la sfera del cantautorato. Il riferimento è ad “artisti” come Calcutta, aka Edoardo D’Erme, simbolo del disagio che non si sbandiera come posa, tradito dall’ondata di giovani adolescenti (esistono anche gli adulti adolescenti) che lo segue con occhi annebbiati dalla difficoltà di quel periodo di transizione complicato per ognuno di noi. E che dire di Pop X, gruppo formato da Davide Panizza, che guarda caso ha spopolato tra le masse con testi che recitano cose tipo “la mucca fa mu mu”.

Attualmente, è vergognoso che vengano messi a confronto con nomi che hanno fatto la storia come Battisti e gli Elio e le Storie Tese. Ma questo è il modello esemplificativo del fenomeno di massa realizzato in musica. Il Kitsch in sé non è invadente, anzi. Il vero problema siamo noi, con il nostro bisogno di accettazione tale da renderlo a livelli stomachevoli. Perciò, in ogni azione che muoviamo dovremmo chiederci sempre le motivazioni delle stesse. Per quale motivo lo stiamo facendo? A quale fine, a quale pro e soprattutto per chi?

L’individuo dovrebbe riacquistare sicurezza, eppure non si tratta un processo che si realizza dall’oggi al domani. Sicché siamo presi, trascinati e scaraventati nei social network che distorcono la percezione della realtà e la configurano in maniera tale da spaventarci. Da farci paura. Ci espongono al giudizio e si sa che a nessuno piace essere giudicati, men che meno sulla propria persona o peggio sulle proprie scelte di vita. Specie se si tratti di conoscenti e/o soprattutto di estranei.

In conclusione, nelle numerose forme di cultura che ci circondano dovremmo ricercare quelle che ci incuriosiscono, che muovono le nostre membra al fine di accumulare sapere, bellezza e felicità, senza includere il riconoscimento da parte di chi, con uno scrolling di un telefono, ha già dimenticato ciò che abbiamo visto o fatto. Alla fine dei conti, ciò che accumuliamo ci sostiene e ci aiuta a crescere e maturare, elevandoci di conseguenza a persone capaci di attuare un progresso culturale. Nella consapevolezza di riuscire ad affrontare il mondo in tutta la sua complessità.

immagine da: hmcf.me

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

foto da: seatgeek.it

Codes and Keys

Ovvero: come affrontare la vita con i Death Cab for Cutie in poche semplici mosse.

“So this is the new year and I don’t feel any different”: si apre in maniera così lapidaria il celebre album Transatlanticism (2003), che ci introduce oggi alla band americana. Chi scrive è non a caso a poche ore dall’inizio di questo 2017.

Già, ma perché Death Cab? Il leader Ben Gibbard dichiara in una intervista:

“Nel 1999 abbiamo suonato in South Carolina, e siamo stati presentati come i “Death Camp for Cutie”. E quest’errore era anche sui poster affissi giorni prima del concerto! C’era un enorme equivoco in tutta la città, e al momento del concerto ci sentivamo strani e divertiti al tempo stesso. Allora abbiamo deciso di introdurre una sorta di booking contract, in cui affermavamo che chiunque decidesse di organizzare un nostro concerto avrebbe dovuto scrivere il nome della nostra band in modo corretto, oppure ci sarebbero state delle conseguenze finanziarie: niente di particolare, soltanto 50 dollari. Quindi, se qualcuno vorrà mai storpiare il nome della nostra band, che sia pronto a sborsare!”

 

A parte ciò, la loro storia è presto delineata. Mettiamo un gruppo di ingegneri di Washington che decidono di unirsi assieme nel 1997 e formare una band, col semplice scopo di strimpellare fra una derivata e un’equazione. Mettiamo che tra i fan siano considerati fuoriclasse nel descrivere amori impossibili e non solo. Che vengano selezionati per scrivere colonne sonore per diverse serie tv americane. Mettiamo tutto questo insieme e avremo la ricetta e il segreto del loro successo. Senza evidentemente banalizzare: i Death Cab non sono certo unicamente frutto della loro potenziale e possibile commercializzazione.

 

Con 8 album all’attivo, gli esperti Death Cab si erigono a sperimentatori di quelle melodie che gli inglesi definirebbero ‘mellow’: canzoni in cui ci si sente fluttuare nello spazio, carezzati dalla voce di Gibbard, ma allo stesso tempo con richiami passati di ‘Cure-iana’ memoria. Che siano ingegneri questo pare evidente. E pare che i ritmi siano perfettamente calcolati, con nulla lasciato al caso. Si avverte una sensazione di precisione anche nel disordine (apparente) che attraversa l’opera musicale della loro fondamentale presenza indie. Disordine che richiama spesso e volentieri non solo i Beatles, ma anche i Joy Division, influenze più palpabili nell’album 2008 ‘Narrow Stairs’. E anche quella Some Boys rimanda ai The Smiths e all’influenza britannica, ricordando vagamente (almeno per quanto riguarda l’incipit) la ‘indimenticata’ e indimenticabile Some Girls Are Bigger Than Others.

 

Mi chiederete: ma perché i Death Cab allora possono fornire un decalogo per affrontare la vita? Beh, scorrendo bene ed ascoltando l’ottima discografia sembrerebbe avvertirsi la presenza di almeno un suggerimento sul come affrontare determinate situazioni. Quasi un identikit cui riallacciarsi e sentirsi liberi ma al tempo stesso con cui proteggersi, a gentile concessione della poesia di Gibbard e soci. Se Plans rappresenta, a detta di molti critici e fan, forse l’album più incisivo dei Death Cab, in grado di tenere botta al piccolo capolavoro di Translatlanticism, non si sottovaluti nemmeno l’ultimo Kintsugi: una piccola perla che riporta in auge la band dopo quattro anni di silenzio compositivo.

 

In Transatlanticism si dipinge la vita quotidiana su una nave, come un moderno e rivisitato Titanic. A farla da padrone, il tema del viaggio e degli amori non corrisposti. Non ingannino i temi apocalittici o le composizioni più ‘problematiche’: lo stesso tema della morte è affrontato tutto sommato serenamente, con quella positiva prospettiva di chi crede ancora ai piccoli spazi, agli sprazzi e agli spiragli. Un apparente a volte, ed in altre avvertito, pessimismo universale che paradossalmente spesso sfocia in melodie spensierate e rassicuranti. Come quando ci si sente adolescenti e sprovvisti di quella serenità che i Death Cab raramente hanno fatto mancare al proprio pubblico, nonostante i loro dischi rappresentino spesso e volentieri amare caramelle da digerire. Provare per credere.

 

I Death Cab hanno bisogno di finestrini abbassati e facce controvento. A volte sarebbe invece sufficiente ballare nel salone di casa propria, come si usava fare un tempo, nell’intimità e nella familiarità di un ambiente domestico. Per assaporare ogni singola nota, goccia a goccia. Un rifugio sicuro in ogni momento, un porto che offre comprensione per ogni malinconia.

 

La nostra gioventù è passeggera

La vecchiaia è proprio dietro l’angolo

E non posso aspettare che i miei capelli diventino grigi.

Starò qua a pensare

Ad ogni amore che avrei potuto vivere.

Se solo avessi pensato a qualcosa di affascinante da dire.

 

E qui si torna al senso del titolo, che dunque a volte un senso lo possiede al di là del potere di catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. Codes and Keys: una specie di foglietto di istruzioni per una vita felice. Come dimenticare a riguardo la vivace The Tourist. Una sorta di training autogeno in musica, un manifesto che attraversa le fasi emotive dell’essere umano. Rabbia, stupore, estraneità ai propri luoghi e persino a noi stessi. I Death Cab non si riservano dal profondersi in consigli vari, accompagnando i dolori e le incertezze dell’ascoltatore.

 

Non tragga in inganno, come si osservava precedentemente, la commercializzazione che ha contribuito alla loro maggiore presenza ‘televisiva’ e dunque appunto ad espandere la loro veste commerciale. I Death Cab sono un patrimonio da difendere, anche dalle minimizzazioni e dalle critiche spesso concretizzatesi nell’assenza di idee o nella presunta monotonia della voce di Gibbard. Perché no, Seth Cohen non è certo stato l’unico ad averli sperimentati (do you remember?!)

 

Accogliamo dunque i nostri Death Cab nei buoni propositi dell’anno nuovo con annessi e connessi, because this is the new year and they will possess your heart. With no esitation.

Ha collaborato: Cosimo Cataleta

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

original pic from: consequenceofsound.net

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. O almeno dovrebbe provare a (non) farlo.

Perché? Ecco una serie di dichiarazioni dei fratelli Gallagher sui Radiohead e nei confronti del loro frontman, Thom Yorke.

Liam Gallagher: «Non ho mai ascoltato Ok Computer ma qualunque cosa dei Radiohead per me non ha un senso. Tutti pensano che siano all’avanguardia ma sono famosi solo per canzoni come Creep, no? Per il resto della loro carriera sono andati proprio fuori strada. Non capisco. Voglio dire, tutti abbiamo scritto canzoni come Creep, che sono le loro canzoni classiche. Sono queste che rendono i Radiohead quelli che sono ora. Karma Police è carina ma mica stiamo parlando dei Beatles».

 

Liam Gallagher: «Ho ascoltato quel fottuto album dei Radiohead e ho subito pensato: ’Cosa??’ Mi piace pensare che quello che facciamo lo facciamo fottutamente bene (riferendosi peraltro ai Beady Eye, successivi agli Oasis). Loro scrivono una canzone su un fottuto albero? Ma per cortesia! Un albero di mille anni? Ma andate a farvi fottere!

(il disco al quale si riferisce è “The King Of Limbs”)

 

Noel Gallagher: «Sono consapevole del fatto che i Radiohead non abbiano mai avuto una brutta recensione. Ma probabilmente se Thom Yorke facesse i suoi bisogni in una lampadina e poi la cominciasse a gonfiare, avrebbe un punteggio di 9 dalla rivista Mojo. Ecco di cosa sono consapevole. Tecnicamente ci sono songwriter migliori di me, almeno stando a quello che scrivono giornalisti del Guardian. Ma ci sono stati gruppi che sono stati in grado di influenzare una generazione? I Radiohead lo hanno fatto? A me sembra che nessuno li ascolti. Appena Thom Yorke riesce a scrivere una canzone come ‘Mony Mony’ allora fatemi uno squillo. Qualche anno fa eravamo al Coachella, io e la mia signora, e c’erano i Radiohead e abbiamo deciso di dargli (si riferisce proprio a Yorke) una possibilità. Sono saliti sul palco ed hanno attaccato con questa cosa post-techno. Eravamo incazzati, ed abbiamo deciso che non faceva per noi».

 

Tre dichiarazioni a caso, o meglio selezionate tra le tante, indicative della rivalità Oasis-Radiohead. Cosa deve fare dinanzi a questo un vero fan dei Radiohead? Queste dichiarazioni non possono essere tollerate. Non scherziamo. Non si può ignorare Ok Computer o sminuire album eclettici come The King Of Limbs.

 

Cosa dovrebbero dire allora Yorke e Radiohead di “Be Here Now”? A prescindere dalle vendite, per quanto mi riguarda nel 1997 uscirono due grandi album: i loro nomi sono proprio Ok Computer e Urban Hymns dei The Verve. Be Here Now non lo fu e non resse affatto il confronto con l’esplosione dei primi due lavori “Definitely Maybe” e “(What’s the story) Morning Glory”.

 

Forse, sarà proprio quello l’anno cardine nel quale gli Oasis perderanno lo smalto e le fortune degli anni Novanta. Lo stesso Noel non esitò a definire i testi di Be Here Now in una intervista a Singapore «una merda». Sinceramente è un disco che non ricordo (a parte Stand By Me, Don’t Go Away e All Around The World) e che ho faticato ad ascoltare per la sua complessità e lunghezza. E’ un disco noioso. Aggettivo che invece collide con le caratteristiche e con la genialità dei Radiohead. Avete capito? Non dovete ascoltare gli Oasis, tanto meno Be Here Now.

 

Complesso di inferiorità. Giacciono in tale teoria le dichiarazioni dei fratelli Gallagher nei riguardi dei Radiohead? Qui si potrebbe richiamare il complesso di inferiorità coniato da Alfred Adler (1870-1937), lo psicologo della psicologia individuale. Lo studio dell’uomo in rapporto al contesto sociale. Nel libro “Conoscenza dell’uomo” si fa riferimento all’inferiorità organica del bambino, nella sua lotta e nel tentativo di emergere.

 

Ogni bambino, posto a contatto con il mondo adulto, è indotto a considerarsi piccolo e debole. In compenso, l’antidoto professato da Adler è la ricerca di un fine, con le possibilità di raggiungerlo e perfezionarlo. Forse il loro fine gli Oasis lo hanno comunque raggiunto, uscendo pertanto dalle difficoltà del mondo dell’infanzia. I Radiohead sono invece ancora in piedi e continuano la propria opera musicale. Ma non è il caso di fare paragoni, tanto meno farne un dramma. Chi è un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. Chiaro, no?

P.S: Non chiedeteci più di suonare e cantare Wonderwall: semmai vi beccate dieci minuti di All Around The World.

(Il seguente articolo è ironico e la teoria di Adler non ha un collegamento logico)

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