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Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista. A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967.  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969.

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Chi lo conosce sa che è un’artista scomodo, di quelli che non hanno peli sulla lingua, un contestatore nato ma anche un professionista della musica. Giorgio Canali comincia come tecnico del suono accanto a gruppi come la PFM e I CCCP, e, come è facile che possa  accadere, poichè l’appetito vien mangiando, mette su i Rossofuoco, gruppo di cui diventa frontman .

Nasce a Predappio, paese di Mussolini, con cui ha ben poco da spartire, lui che ha scritto piu di una volta odi alla Resistenza italiana. Ha vissuto per un periodo in Francia, dove ha collaborato con i Noir Desir. Non tutti sanno che è stato poi lui il fondatore dei CSI e dei PGR con alcuni dei vecchi membri dei CCCP, in cui ha anche suonato come chitarrista. Un curriculum ricchissimo il suo, che lo vede anche in veste di produttore del primo disco dei Verdena, per fare un nome, e come collaboratore di diversi gruppi fra i quali gli Afterhours.

La parte più interessante però è quella lo vede in veste di cantautore. Cinque sono gli album alle spalle: se ne contano tre con i Rossofuoco e due  da solista, l’ultimo viene pubblicato a suo nome nel 2016 e si intitola Perle per porci. Giorgio Canali, come dimostra la sua carriera, è un artista poliedrico, lo si  nota anche nelle sue canzoni dove non tiene affatto un unico registro. Si passa dalla politica a canzoni più intime, utilizzando sempre un cinismo caustico che arriva diretto all’orecchio e all’animo dell’ascoltatore.

Rojo del 2011 con i Rossofuoco è uno degli album più politici. Canali  cha ha sempre atteso la rivolta, non come una chimera, ma come un qualcosa di probabile, esprimendosi in invettive anarchiche contro uno stato che secondo lui mostra sempre più derive autoritarie,in questo album, poichè sente che la situazione politica in cui viviamo è pessima, non si pone alcun freno nel condannare chiunque, sentendosi libero anche di utilizzare il suo peculiare sarcasmo. Più volte, allora, l’artista si è espresso contro gli abusi di potere delle forze dell’ordine, come accade in Falso Bolero o con la dedica dell’album Tutti contro Tutti a Federico Aldovrandi ucciso a Ferrara da degli agenti di polizia nel 2005. Le sue sono quindi canzoni che ritornano attuali, alla vigilia dell’ultima sentenza sul caso Cucchi. Bisogna essere allora molto arditi per trattare temi così delicati, si potrebbe rischiare l’esclusione dal mercato discografico, finire nell’ “indice degli album proibiti”, come è già successo allo stesso Canali, con la canzone Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio. Valerio nella realtà Walter Audisio, ovvero colui che fucilò Mussolini. A causa delle bestemmie presenti nella canzone, questa non viene pubblicata e viene esclusa dalla raccolta Materiali resistenti

La delusione è palpabile nelle sue canzoni, che diventano le colonne sonore di un paese alla deriva. Non crediamo sia nemmeno una descrizione dello stato italiano in particolare, bensì una critica generale al sistema. Si inneggia all’insurrezione e i ritornelli non possono che essere slogan, come in Morire di noja dove Canali chiede una rivolta al giorno nell’ora dell’aperitivo. Le sue canzoni però, come si è già detto, sono come le montagne russe: dallo spirito rivoluzionario si passa alla delusione degli amori finiti, come in Lezioni di poesia,  in cui manda a quel paese i ciarlatani che pretendono di insegnare la poesia, mantre lui non riesce a schiodarsi dalla mente il pensiero della donna che amava, scrivendo così una contro-canzone d’amore. Ma il modo di Canali di raccontare l’amore non è avulso dal contesto socio-politico, bensì diviene strumento di critica e analisi dello stato politico e sociologico attuale, come in Controvento che ha come scenario la Primavera Araba. Canali, anche per questo, lo si può includere tra quegli artisti che praticano il cantatautorato con impegno civile, come lo era la poesia di Pasolini ai suoi tempi.  Non si risparmia nemmeno in Sai dove in cui parla anche dell’assurdità di non avere ancora una legge sul testamento biologico in Italia,  un altro tema che ritorna attuale in questi giorni, dopo la morte “programmata” di dj Fabo.

Canali è bravo a sparare nel mucchio è uno di quelli a cui non va bene niente: la società, le storie d’amore comunemente intese, il sistema politico, le convenzioni, a Canali direbbe Gaber “gli fa male il mondo“, ma nonostante questo, rimane in lui l’interesse di di svelare alcune verità, l’intento di criticare aspramente, non per distruggere ma, forse, per ricostruire il distrutto. Non è facile mandare giù e osannare chi delle regole del sistema se ne frega, chi non ha alcun riguardo per quello che dicono i più, però per questo l’artista romagnolo è un rivoluzionario, uno che con le sue canzoni ti prende dritto a pugni nello stomaco.

Canali è poi musicista e un musicologo a tutto tondo, e, spesso si colgono nelle sue canzoni riferimenti a grandi della musica del passato, italiani e nonNuvole senza Messico, per esempio,  èun chiaro riferimento a Jannacci, che nel frattempo diventa la descrizione di una fenomenologia dell’amore catastrofica, quella di un cuore anoressico ossessionato da ciò che è stato.

I ritmi delle sue canzoni, invece, sono quelli del rock’n roll: i riff di chitarra sparsi qua e là si alternano a passaggi in cui si rabbrividisce al suono dell’armonica a bocca di dylaniana memoria. La critica Barbara Ponchielli  all’uscita di uno dei primi album di Canali scrive:

L’arrabbiato Canali è un anarco-anacronistico cantautore punk. E il suo rossofuoco è nichilismo decadente di sinistra, sconfitto e incazzato, autoironico e tabagista all’ultimo stadio. Una bestia rara qui da noi. E questo terzo disco a suo nome, dopo un inizio tranquillo alza i volumi e la densità dei testi, fitti fitti di sarcasmo e cinismo da attempato giovane che se ne fotte del tempo che gli appesantisce gli organi interni. Sdegno sparato in faccia senza vergogna: hasta la vista siempre comandante Giorgio Canali.

Canali resta “fedele alla (sua) linea”, così duro e intransigente che non si può non apprezzare quella vena indipendente e fiera di chi continua a scalpitare a denunciare senza censure.

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

 

“When you think the night has seen your mind
That inside you’re twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands
‘Cause I see you”

Velvet Underground- I’ll be your mirror

 

I see you. Il titolo del nuovo lavoro degli XX è rubato direttamente dalle mani di Mr. Lou Reed e suona come un vero e proprio monito, un patto interno alla band, costituita da un triumvirato londinese. Cosa ti succede quando il tuo disco d’esordio vende due milioni di copie, vinci il Mercury Prize a 20 anni, dopo pochissima gavetta nella periferia di Londra? Gestire un successo tale a quell’età senza venirne travolti è quasi impossibile e questo ha sicuramente influenzato Coexist, il secondo album. Gestirne l’influenza e le conseguenze è quello che più ha influenzato quest’ultimo lavoro.

Molte recensioni parlano di un disorientamento nel momento in cui si sono approcciati alla nuova fatica del trio. Spingere il tasto play, ascoltare 30 secondi di “Dangerous” a cassa dritta e con le fanfare è effettivamente quanto di più diverso rispetto allo stile etereo a cui gli XX avevano abituato.

Per fare un paragone con l’illusionismo, il pubblico si è abituato alla promessa che gli XX avevano fatto: prendete due voci grandiose che si commistionano alla grande, gli arpeggi di chitarra studiati per fondersi con la raffinata produzione e le basi di Jamie e otterrete il sound caratteristico dei primi album. Chiunque pensasse che non ci fossero stati cambiamenti e la formula rimanesse identica ha avuto però molti indizi per abituarsi a un cambio di stile così radicale. Il primo indizio è stato l’album solista di Jamie: In Colour. L’album, accolto benissimo dalla critica e dal pubblico, ha trasformato di fatto Jamie in un nome noto al grande pubblico, mentre Romy ha collaborato, uscendo di fatto dalla comfort zone stilistica degli XX, con nomi come Ryan Tedder degli One Republic.

 

4 anni di distanza e il fatto che i tre si siano divisi per lavorare in maniera distaccata testimoniano comunque delle difficoltà univoche nel processo creativo che in realtà sono un riflesso di un momento difficile nella vita soprattutto di Romy e Oliver Sim, entrambi cantanti, una chitarrista e l’altro bassista della band.

L’album è stato registrato tra Marfa, Texas (il video di On Hold, primo singolo tratto da I See you è un omaggio alla città), l’Islanda e Los Angeles. Los Angeles doveva essere parte di un processo di relax e divertimento, cercando di mettere quelle sensazioni su nastro. In realtà, le situazioni son andate un po’ oltre, ci sono stati degli screzi anche col loro produttore a causa di episodi come l’after-party del compleanno di Miley Cyrus: i ragazzi del gruppo hanno invitato un sacco di gente nella loro villa in affitto ad Hollywood, in generale ci sono stati troppe feste che hanno distolto il gruppo dal lavoro. Dopo questo periodo, Jamie tornò in tour per il disco solista e Romy a Los Angeles a lavorare con altri autori. Oliver trovò conforto nella bottiglia, che di fatto lo accompagnava da due anni, passati a festeggiare i successi della band tra feste e alcol.

Non è un caso che in questo periodo, Oliver abbia lavorato a canzoni come Replica. Il punto di vista da cui Oliver affronta la dipendenza è molto interessante: il nostro stile di vita è influenzato in maniera genetica, quindi siamo condannati a compiere determinate azioni o queste sono frutto di nostre scelte? (They all say I will become a replica/Your mistakes were only chemical/25 and you’re just like me/Is it in our nature to be stuck on repeat?/Another encore to an aftershow/Do I chase the night or does the night chase me?).

Oliver Sim, via Instagram

 

Non è neanche una coincidenza il fache nelle canzoni in cui canta Romy si esplori l’idea del lutto, avendo perso la madre a 11 anni e il padre a 20 anni, mentre era in tour per il primo album. Il tema è forte in questo album, pensiamo a “Brave for you”, una sorta di lettera che esprime come in ogni cosa che faccia, il ricordo dei genitori sia vivo, soprattutto nell’approccio dal vivo ( And when I’m scared/I imagine you’re there/Telling me to be brave/So I will be brave for you/Stand on a stage for you/Do the things that I’m afraid to do).

Romy Madley-Croft con Oliver e Jamie, foto di Tony Cenicola

I see you è il primo album dove le voci non sono due ma tre: Jamie ha usato dei campionamenti, ne parla come se questi fossero la sua voce, oltre ad essere il modo in cui è riuscito a guidare il lavoro degli altri due componenti per la prima volta. Al posto di lavorare sulle basi dopo aver letto i testi o le melodie di Romy e Oliver, per la prima volta ha presentato lui la base con i campionamenti (è accaduto ad esempio per Lips, che campiona Just di David Lang, una canzone presente nella colonna sonora di Youth, ultimo film di Paolo Sorrentino) e gli altri due hanno dovuto costruirci il testo sopra. E lo schema ricorre in On Hold, che campiona un successo degli anni ’80, “I can’t go for that(No, can’t do)” di Hall & Oates, ma l’uso dei sample che Jamie fa diventa molto chiaro nella bonus track, “Naive”. Naive è un’ammissione molto sincera di Sim, che mette in un testo quello che non riusciva ad ammettere per un certo periodo ai suoi stessi compagni di band (“Everyone’s trying to save me/Can’t they see I’m having fun?/Something’s wrong but I choose to be naive) e in risposta c’è un campionamento di Jamie, che sampla Drake e in risposta gli dice “that’s the wrong thing to do”, quasi parlando dall’alto di una sicurezza e di una maturità ormai totalmente acquisita.

Il disco si chiude con “Test me” che come “Our Song”, il pezzo di chiusura di Coexist, parla apertamente delle dinamiche interne alla band. Oliver durante la sua battaglia ha avuto dei forti dissapori con Romy, questo perché, ha spiegato in varie interviste, sapeva come e cosa dire per ferire i suoi sentimenti e arrivare ad un punto di rottura. Nonostante tutto, la canzone parla proprio di quanto se le radici di un legame sono forti, anche nei momenti più difficili, questo sopravviverà a qualsiasi momento complicato (Test me/See if I stay/How could I walk the other way?).

 

Le difficoltà hanno portato ad un disco che si preannuncia tra i migliori del 2017 e ad una catarsi personale attraverso i brani che lo compongono. Nonostante il difficile periodo che ha caratterizzato la lavorazione, gli XX si sono evoluti aprendosi apertamente al pop ma mantenendo un’estrema raffinatezza negli arrangiamenti.
Come se non bastasse, una settimana fa, ospiti a “Che tempo che fa”, hanno annunciato che dopo la data sold out di lunedì 20 febbraio, saranno in Italia per due nuove date, a Firenze e al Rock in Roma rispettivamente l’8 e il 10 luglio.

E dal palco, riescono finalmente non solo a guardarsi e a vedersi tra di loro, ma anche a vedere molto bene il pubblico.

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

Il lettore più in là con l’età (ma non per forza) ricorda quanto si sia dovuto penare sui versi di qualche celebre poesia del Manzoni, quanta fatica nel ricordare gli endecasillabi del Sabato del villaggio, mentre ai più “sfortunati” potrebbero essere capitati i canti della Divina Commedia da imparare a memoria. Infatti, la poesia nelle scuole italiane, durante gli anni di scuola obbligatoria, non si apprezza mai fino in fondo, la si studia come se fosse un dovere. Sono pochi i docenti a cui va riconosciuto il merito di trasmettere il grande valore di questa forma di letteratura che pian piano diventa obsoleta, e che nel contemporaneo a volte non ha la forza di esprimersi fra il grande pubblico. La letteratura classica poi è caduta nell’oblio, non per una questione di gradimento, ma per il fatto che viene studiata e non letta, vista e non guardata. C’è poi chi ha addirittura proclamato la morte della poesia.

La parola “lirica” richiama la prassi greca di proclamare i versi di questo genere poetico accompagnati da strumenti a corda come appunto la lira. Questo è solo il primo esempio di quanto il mondo della musica e quello della poesia siano in realtà strettamente connessi. L’esempio più recente arriva invece da Stoccolma, per altre ragioni, ma può sempre essere considerato come un aver sancito l’interconnessione tra questi due mondi rendendolo noto ai più. Si parla ovviamente del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan lo scorso anno.

Può capitare inoltre che, inaspettatamente, dietro una melodia canticchiata a caso, può nascondersi un verso o un’intera poesia. Uno fra i tanti che hanno messo poesie in musica è lo stesso Bob Dylan che, per esempio, in A hard rain’s day A-gonna fall si ispira liberamente Lord Randal, ballata tradizionale scozzese del XIII secolo. Molti interpreti la collegano ad una ballata italiana cantata anche da Angelo Branduardi, L’avvelenato. Si tratta di un dialogo tra un uomo e una donna che l’ha ferito. Bob Dylan ne fa una canzone contro la guerra, ai tempi della crisi dei missili a Cuba nel 1962, mentre c’è anche chi legge in questa canzone significati biblici e cabalistici. Pare che Dylan l’avesse prima scritta in forma di poesia decidendo poi di metterla in musica, producendo così con questo rimaneggiamento una canzone che passerà alla storia.

Leonard Cohen, che poeta lo è anche stato, in Take this waltz interpreta meravigliosamente una poesia di Federico García Lorca, ovvero Piccolo valzer viennese, e mette insieme i versi realizzando qualcosa di divino a metà fra un quadro e un romanzo breve, in cui musica e poesia si fondono in quel modo unico di cui solo Cohen può essere artefice. Nella poesia si racconta di una donna che chi narra sta inseguendo,il tutto ricreando un po’ un’ atmosfera da club parigino, pur essendo la vicenda ambientata a Vienna. Non si può che ringraziare Cohen per aver conferito ancor più splendore ad una poesia già bella, che altrimenti sarebbe rimasta in un libro polveroso, magari nelle nostre librerie, magari senza che mai ce ne accorgessimo. Cohen compone un vero e proprio valzer e in un attimo ci si ritrova a immaginarsi volteggiare nella sala di un qualche palazzo imperiale.

Ovviamente in questa carrellata di poesie-canzoni non poteva mancare Fabrizio De Andrè che diverse volte ha musicato versi. Interessante è il retroscena del ritrovamento de’ Le passanti, anche questa ispirata ad una poesia, anche se di un poeta minore. Il testo è di tale Antoine Pol che combatté nella “Grande guerra” come capitano di artiglieria e poi divenne presidente del sindacato degli importatori di carbone francesi. Pol aveva, segretamente, la passione della poesia. Nella primavera del 1943, un ragazzo di 23 anni che trainava la sua vita nella Parigi occupata dai nazisti scovò un suo libro su una bancarella della Porte de Vanves. Il resto è storia nota agli ascoltatori. In realtà questa è la storia del prestito di un prestito, perchè primo a musicarla fu il cantautore francese George Brassens e De Andrè la tradusse e reinterpretò come è noto ai più.

Certo, per i cantautori è molto più facile oltrepassare il guado, prendere un testo e musicarlo, resta però il fatto che far rivivere opere come queste è un atto di estrema importanza dal punto di vista della divulgazione e della diffusione. L’intento è allora quello di mettere a disposizione di tutti un sapere che altrimenti, ancora oggi, rimarrebbe elitario. Tra gli artisti emergenti l’ha capito Ettore Giuradei che mette in musica una poesia di Pasolini, che porta il nome dello stesso poeta, dedicata alla morte di suo fratello Guido, partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il pianoforte nella canzone addolcisce le parole forti, aspre e deluse del poeta confluendo in un connubio di melodia e versi di grande pregio.

Non poteva farsi scappare un’occasione del genere,il professor Roberto Vecchioni che mette in musica reinterpretandola Saffo,ne’ Il cielo capovolto, e prova a dare un colore con le note alla descrizione dello strazio provato nell’abbandonare la sua amante Anattoria. Resta da menzionare Angelo Branduardi che canta William Butler Yeats, nonché Lorenzo de’ Medici con Il trionfo di Bacco e Arianna, o il poeta russo Sergej Esenin. Branduardi stesso afferma:

Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca. Tecnicamente è però sbagliato mettere delle note su ciò che è poeticamente preesistente, sarebbe come mettere note su qualcosa che è già musicale: un po’ come ascoltare due dischi diversi in contemporanea, il risultato è una cacofonia. Questa è la teoria, naturalmente, poi uno fa la pratica e succede come a me con Yeats, che ho fatto proprio questa cosa ‘sbagliata’.Yeats mi piaceva talmente tanto che lo volevo musicare assolutamente che me ne sono fregato di queste regole.

Branduardi stesso dichiara allora quanto poesia e musica siano facilmente sovrapponibili e a noi ascoltatori non resta che prenderne atto e assaporare i risultati sublimi che l’incontro di questi due mondi può regalarci. Noi, che spesso “sommersi da immondizie musicali”, con la poesia nelle canzoni inspiriamo una boccata di bellezza salutare.

 

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz.

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz.

Link dell’articolo originale qui: http://www.italoamericano.org/story/2016-9-25/sicily-jazz-band

Non molti lo sanno, ma i musicisti di origine italiana hanno lasciato un marchio indelebile nella storia del Jazz.

Jazz, figlio illegittimo del ragtime e del blues, delle ballate americane spirituali e tradizionali, ha anche sangue italiano che gli scorre nelle vene. Concepito nell’aria dolce, accogliente, della New Orleans d’inizio novecento, il jazz ha ereditato il ritmo e il tempo dei suoi antenati di colore e la voce potente, ma anche eterea delle melodie degli ottoni italiani. Non molti lo sanno, tuttavia.

Un po’ di background

Cominciò tutto con un gruppo d’ottoni del sud italia: la maggior parte di coloro che sono stati in un piccolo paese del sud Italia sanno che abbiamo un fetish per le trombe. Il sud, in particolare, è conosciuto per la cura speciale che dedica al mantenimento delle tradizioni musicali. Non dovrebbe destare sorpresa, dunque, sapere che molti musicisti italiani decisero di portare i loro strumenti con sé quando la povertà e l’abbandono li costrinsero ad abbandonare il paese, verso le lussureggianti, e salubri coste americane.

…E fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, era la Louisiana “il posto”: Il governo degli Stati Uniti aveva deciso di offrire appezzamenti di terra gratuiti a chi avesse deciso di abbracciare il mestiere di fattore e agricoltore nel Nuovo Mondo. Quindi, molti italiani, uomini e donne, specialmente dal sud della nazione, si imbarcarono su uno di questi “viaggi della vita”, portando con sé le loro abitudini, i ricordi, gli amori e, inoltre, la musica.

Forse a causa dell’affinità, dell’intenso attaccamento alla distante terra natale e, naturalmente, grazie ad un innato senso musicale, gli immigrati italiani e la comunità nera di New Orleans cominciarono a suonare insieme: ed è così che i ritmi carichi del ragtime e del blues, tipici degli afro-americani, e l’uso di percussioni e ottoni, si sono uniti alla musica tradizionale italiana, fondendosi e creando le primissime melodie jazz.

Il primo italiano che ha reso ciò noto ad un pubblico più vasto è stato Renzo Arbore, noto musicista jazz e blues proveniente da Napoli*, con il documentario “Ed è subito Jazz”, in cui ha raccontato come uno dei simboli più tipici della tradizione musicale americana abbia anche radici italiane.


Un calzolaio italiano, suo figlio e il primo disco jazz al mondo

Girolamo La Rocca era un calzolaio nel suo paese nativo, in Sicilia, nella provincia di Trapani. Come molte persone a quel tempo, suonava nella banda locale: il suo strumento era il corno. Quando i tempi si fecero duri e l’opportunità di ottenere terra gratis in Louisiana diventò una realtà, Girolamo mise il suo corno in valigia e si diresse verso le spiagge d’America.
Suo figlio, il giovane James Dominick, suonava il corno con suo padre da bambino. Presto, imparò a suonarlo. In quegli anni gli Stati Uniti erano stati testimoni dell’ascesa di un altro musicista e direttore jazz Italo-Americano, Giorgio Vitale (conosciuto anche come Jack Papa Laine), padre della “Reliance Brass Band” attiva fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo.Ci si chiede quanto l’esempio di Papa Laine abbia influenzato il giovane Nick La Rocca e la sua musica. E’ certo che la sua stella brillava fino a Chicago, dove lui e la sua “Original Dixieland Jass Band” (diremo di più sul curioso nome della band fra qualche riga) ottennero un contratto. Potreste anche notare che c’è qualcosa di strano nel nome della band di La Rocca: dice “jass”, non “jazz”. Dunque, il jazzista Lino Patruno, che spesso si esibiva con il figlio di Nick La Rocca, sa cosa successe. Dice che il figlio di La Rocca avrebbe chiamato suo padre dicendogli che dovevano cambiare il nome della band dopo che un gruppo di ragazzi a New York aveva strappato la “j” del poster della band, cambiando “jass” in…beh, l’avete capito. Per evitare ulteriori problemi (dopo tutto era l’inizio del 20° secolo e la censura era molto più rigida di adesso) la parola venne cambiata in “jazz” e così restò.

Il gruppo “Original Dixieland Jazz Band” di La Rocca, era famoso? Assolutamente, se dobbiamo credere alla figura più iconica fra tutti i jazzisti, Louis Armostrong, che ci ricorda come la band – “guidata da un italiano”, disse – abbia continuato a suonare jazz per almeno quattro anni, dopo che lui ha cominciato a suonare la tromba nella “Waif’s Home Orchestra” nel 1909.

La Rocca è solo uno fra i molti nomi italiani associati alla storia del jazz: Leon Poppolo è considerato uno dei migliori clarinettisti jazz e Jimmy Durante ha fatto fortuna come jazzista ad Hollywood; Henry Mancini ha messo la sua creatività in moto diventando uno dei più acclamati compositori jazz in America. E non dimentichiamoci dei nomi più usuali come Frank Sinatra, Dean Martin (il cui vero nome era Dino Crocetti) e Tony Bennett (detto anche Tony Benedetto), che hanno inciso la storia della musica americana e la cui impronta jazz è rimasta riconoscibile lungo tutto l’arco della loro carriera.

* Renzo Arbore non è di Napoli ma di Foggia. In vari eventi americani e italiani ha specificato di essere un napoletano d’adozione. Nell’articolo originale l’autrice, Francesca Bezzone, fa fede alle dichiarazioni dell’artista.

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte.

Lucio Battisti - Don Giovanni cover 1986

Lucio Battisti – Don Giovanni cover 1986

Sono le parole di Lucio Battisti nella sua ultima intervista pubblica. Sono parole quasi arrabbiate, di un artista che non si sente più a suo agio con l’immagine di icona pop attribuitagli negli anni precedenti, quelli del maggior successo. Lucio Battisti, si avvia in questa fase a riscrivere la storia della musica italiana. Fa una scelta difficile, si ritira dalle scene, e per questo, per chi non lo capì, il suo fu un gesto di falsa modestia, aspramente criticato e contestato da critica e fan. Ma Lucio, con un gesto di profonda onestà intellettuale, decide che val la pena applicare il canone dell’ art for art sake, solo per il semplice piacere di spingersi oltre i confini della musica contemporanea.

Tutto comincia con un incontro fortuito con il poeta Pasquale Panella, grazie ad Adriano Pappalardo nel 1980: qui comincia una fase diversa, una fase che ci consente di dire che negli ultimi album, i celeberrimi e contestatissimi album bianchi, Lucio Battisti smette di fare canzonette e si eleva, dimostrando tutta la potenza del suo genio.

Lucio Battisti e Mogol

Lucio Battisti e Mogol

Gli album in questione sono cinque, definiti album bianchi, per il fatto che il cantante ne disegna a mano le copertine, con sfondo bianco su cui emergono semplici tratti, quasi scarabocchi puerili. Il genio musicale incontra la poetica di Panella e questo binomio se non fortunato come quello costituito con Mogol, appare di un pregio elevatissimo. Pasquale Panella si muoveva già da tempo nella scena musicale e della letteratura italiana. Prima di incontrare Battisti, aveva infatti già scritto per Enzo Carella e per il teatro. Il paroliere più volte definito ermetico, dadaista e futurista dà un tocco di avanguardia alle musiche dell’artista romano, che al contrario di quanto accadeva per le canzoni scritte con Mogol, vengono dopo la scrittura dei testi.

 

Lucio Battisti - L'apparenza cover 1986

Lucio Battisti – L’apparenza cover 1986

Già nel 1988, L’apparenza, secondo album bianco dimostra quanto non ci si ritrovi più di fronte al Battisti de’ La canzone del Sole. Il linguaggio è forbito, le immagini minimal ma efficaci. I ritmi richiamano il rithm’n blues di cui Battisti era molto appassionato, ed anche l’elettronica. I cultori di Battisti ne parlano spesso come si parla dei Beatles, ovvero si dice che Battisti abbia sperimentato ogni sorta di genere musicale, prima ancora che alcuni di questi fossero catalogati come generi musicali. Battisti, inoltre, esce con tutta la forza che ha dall’etichetta di cantante nazional-popolare, si guarda indietro e quasi non si riconosce. La scelta del cantante romano è elitaria ma giustificabile con il fatto che l’istinto del genio  brama nuovi percorsi. Il risultato però è che tutti e cinque gli album fecero calare vertiginosamente le vendite. I testi, poi, sono pieni di immagini spezzettate, apparenti nonsense, onomatopee, aulicismi, accompagnati dagli usuali falsetti. Nonostante ciò,  questo divincolarsi di Battisti dalla precedente immagine avviene gradualmente, infatti il vecchio Lucio ritorna in pezzi come Per Nome e Don Giovanni.

 

Lucio Battisti - La Sposa Occidentale cover 1990

Lucio Battisti – La Sposa Occidentale cover 1990

Nel 1986, l’aveva preceduto l’album Don Giovanni, in cui Panella supera Battisti: i virtuosismi in Le cose che pensano, dove i passati remoti sono la chiusa di quasi tutti i versi e confluiscono in un insieme di assonanze che hanno lo scopo quasi di dilatare il tempo, come quando l’amore finisce e si vuole rimandare all’infinito la realizzazione di ciò che è successo. Sono abili giochi di parole per descrivere ciò che resta dell’amore, quando l’amore non c’è più, quando restano solo gli oggetti e i ricordi. Panella sa anche bene dove andare a parare con le immagini, accostando frasi che sembrano proprio non centrare le une con le altre, che confondono l’ascoltatore, sfuggono. Perchè, si, Panella è Dada, è anche Aldo Palazzeschi, ovvero il Futurismo.

Se sbatti un addio c’esce un’omelette.
Le cosce dorate van fritte.
Coi sorrisi fai croquettes.
E tu dici ancora che non parlo d’amore.
Batte in me un limone giallo basta spremerlo.
Con lacrime salate agli occhi tuoi,
ben condita amata t’ho. (da Fatti un pianto)

A chiudere questo album, nel lato B, c’è Il diluvio, che potrebbe benissimo essere una reinterpretazione, tra la beffa e il reale de’ La pioggia nel Pineto. Piove anche qui, e anche qui i due protagonisti sono un uomo e una donna. Come D’Annunzio seppe dare un tono al rumore che faceva la pioggia sulla vegetazione e reinterpretare la pioggia come metafora di rinascita, così Panella descrive in maniera moderna l’acquazzone come metafora di vita (tragicomica).

Lucio Battisti - Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Lucio Battisti – Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Così si arriva al terzo album, La sposa occidentale, che segna quai una sorta di pareggio fra questi due geni. Ne’ I ritorni, lo stream of counsciousness regna sovrano, mentre si descrivere il ritorno sia nell’amore che nella vita,con versi che restano sempre confinati nell’area dell’inafferrabile.

Il quarto album C.S.A.R., acronimo che sta per Cosa succederà alla ragazza in cui si distingue il pezzo La Metro eccetera, che è descrizione di luoghi affollati in cui ci si sente soli, in cui ci si incontra senza incontrarsi mai in realtà. Si parla di luoghi dove tutto potrebbe succedere, ma non accadrà mai, in cui decine di vite si scontrano camminando però sempre su strade parallele, come in una solitudine di numeri primi.

Battisti e Panella mettono, poi, il punto con Hegel, copertina dell’album una E, Come the end, perché questo è il testamento musicale di Battisti, oltre ad essere l’album più oscuro e incomprensibile di tutti.

Questi cinque album, progettati al secondo, di un ordine quasi psicotico, suddivisi in otto pezzi per album, sono il testamento

Lucio Battisti - Hegel cover 1994

Lucio Battisti – Hegel cover 1994

di un Battisti che per i fan del primo periodo diventa freddo e calcolatore, razionale a discapito della passionalità e del coinvolgimento di mogoliana memoria. Lucio Battisti se ne va così,  il 9 settembre 1998, lontano dai palchi che per più di  vent’anni ha calcato, se ne va incompreso dai più, come i geni, sul più bello perché Hegel probabilmente segnava l’inizio di un’altra fase ancora. Un artista che l’Italia ha visto crescere, evolvere, passando dal rock all’ R&B alla dubstep e all’ elettronica new wave: visionario, istrionico, colto e appassionato. Battisti diventa quindi esempio del genio, di chi rifiuta gli onori per perseguire l’arte, per il semplice gusto di farlo, il bambino che non perde la  meraviglia  e vuole ancora scoprire e sperimentare, che offre il suo talento musicale ad un poeta di alto calibro quale è stato Panella.

Al di là delle simpatie o meno che tutti possiamo provare per il cantante, questi ultimi cinque album sono la prova che qualcosa di grande è accaduto in questa fucina musicale in cui Battisti e Panella si porgevano la mano. Gli ascoltatori, anche i più scettici, non possono che restare inermi e affascinati dai ritmi e dagli estrosi incastri di parole perfettamente calzanti con le melodie sincopate create da tastiere e basi elettroniche. Restiamo allora quasi come si sta davanti ad un quadro di arte moderna, consapevoli di non aver tutti gli strumenti per comprenderlo, ma altrettanto certi che si è di fronte a qualcosa di originale e intramontabile destinato a cambiare il corso degli eventi.

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