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Imbarcazioni, rotte e commerci del passato

Imbarcazioni, rotte e commerci del passato

La storia delle imbarcazioni è strettamente collegata alla necessità di avere un mezzo di trasporto da usare sull’acqua. Fin dalla più remota antichità la nave ha rivestito un ruolo di primo piano per nuove esplorazioni, per gli scambi commerciali, e per le battaglie che avvenivano via mare, dove le imbarcazioni rivestivano un ruolo ovviamente principale e talvolta a queste venivano effettuate modifiche strategiche, funzionali allo svolgimento della battaglia. Ma facciamo qualche passo indietro, riconducibile proprio all’origine di questo mezzo di trasporto.

La prima imbarcazione della storia

In principio, l’uomo per spostarsi da una riva all’altra del fiume si mise semplicemente a cavalcioni su di un tronco creando così la prima zattera. In seguito, scavando integralmente quel tronco, ovvero legando e cucendo insieme scorze d’alberi si diede origine all’ingegnosa Pigora. Di conseguenza venne ideato il primo remo, grazie all’utilizzo di un ramo per sospingere la Pigora e infine venne aggiunto un telo di tessuto molto robusto che noi tutti conosciamo come vela. Si tratta chiaramente di un’imbarcazione di tipo primitivo, originaria delle Antille e poi diffusasi in vari centri indigeni.

Ricostruzione di una Pigora

Ricostruzione di una Pigora

Gli sviluppi: i fenici, i greci e i romani

Sviluppi concreti nella storia delle imbarcazioni risalgono all’epoca di un popolo di marinai, esploratori e commercianti, noti come i Fenici. A costoro si deve la creazione di un’imbarcazione detta Pentecontera. Con funzione sia commerciale e sia bellica. Una nave a propulsione mista, essendo sospinta sia dalla vela e sia dalla voga. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato, sui due fianchi della nave. La pentecontera era utilizzata anche dagli antichi Greci e non a caso una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia di questo popolo ci riporta una testimonianza: La vicenda degli Argonauti.

Da te sia l’inizio,Febo, a che io ricordi le gesta
degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto
e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,
guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche

Cinquanta eroi, a bordo della nave Argo, giunsero nelle terre ostili della Colchide alla conquista del Vello d’oro.

In seguito il termine Pentecontera andò a designare un’intera classe di navi, anche più potenti. A un ordine dette monere, a due oridini le diere, giungendo anche a tre ordini le triere. Queste ultime erano lunghe circa cinquanta metri e arrivavano a contenere circa trecento uomini. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. L’iniziale destinazione bellica non impedì tuttavia alla pentecontera di essere largamente utilizzata dai Focei della Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali. Ci informa infatti lo storico Erodoto che, proprio utilizzando le Pentecontere, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali e spingendosi molto lontano, addirittura fin sull’Oceano Atlantico presso Tartesso. Furono poi protagoniste di una stagione coloniale che vide sorgere numerose colonie come Alalia ed Elea.

Kylix a figure nere con Pentecontera

Kylix a figure nere con Pentecontera

I romani d’altro canto, conquistatori e naviganti per eccellenza, non poterono non apportare degli sviluppi nella costruzione delle imbarcazioni. Le navi romane erano essenzialmente di due tipi: le Naves Onerariae grosse navi da carico utilizzate per i traffici e in caso di guerra per i trasporti di uomini e materiali e le Naves Longae,  le più lunghe navi da battaglia. In epoca imperiale, le navi commerciali raggiunsero il loro apogeo. Le numerose raffigurazioni e i relitti messi in luce grazie agli scavi sottomarini ci hanno rivelato una straordinaria diversificazione tipologica: dalle imbarcazioni adibite al piccolo e medio cabotaggio alle grandi navi da carico. Un esempio di tale varietà può essere ammirato nell’eccezionale collezione di imbarcazioni conservate nel Museo delle navi romane di Fiumicino e ad Aquileia, nel Museo Archeologico Nazionale, dove è ospitato il relitto di Monfalcone.

 Relitto del Monfalcone

Relitto di Monfalcone

Nel 1972, durante lo scavo di un grande complesso monumentale, forse una villa rustica con annesso impianto termale,presso Monfalcone (Trieste), venne alla luce il relitto di questa imbarcazione antica.

Pianta del grande complesso monumentale

Pianta del grande complesso monumentale

Il relitto fu recuperato nel 1973 e l’anno successivo, venne costruita una centina lignea ed un telaio metallico per poter sollevare e trasportare l’imbarcazione. Successivamente, lo scafo fu collocato in una vasca dove rimase immerso in acqua dolce per sette anni.

Attualmente i visitatori possono ammirare il fondo dell’ imbarcazione, in mancanza di sicuri indizi strutturali, non è stato possibile stabilire quale delle due estremità fosse la poppa e quale la prua.

Fondo dell’ imbarcazione

Fondo dell’ imbarcazione

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

Una giornata particolare è il film del 1977 di Ettore Scola. Adesso, non starò di certo qui ad elencare i vari premi e riconoscimenti e nemmeno a fare l’ennesima recensione lunga e celebrativa della pellicola. Di fondamentale importanza, a mio parere, è tracciare un’analisi dei dettagli più importanti, alcuni anacronistici, scelti dalla regia per migliorare la contestualizzazione del film.

Scola colloca all’interno di un momento storico di grande rilevanza un microcosmo condominiale romano. Il 6 maggio 1938, data dell’ufficiale incontro a Roma tra Hitler e Mussolini, viene aperta una minuscola parentesi sulla vita di Antonietta (Sophia Loren) e Gabriele (Marcello Mastroianni). Lei è una casalinga ignorante e dedita al partito, moglie di un impiegato statale fascista, e lui un ex-voce EIAR (ente italiano per le audizioni radiofoniche) destinato ad essere confinato perché omosessuale. Il film, con questa “giornata particolare” come sfondo, è stato il primo in Italia ad aver affrontato il tema dell’omosessualità.

MACROCOSMO

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

La scena d’apertura con le immagini del cinegiornale dell’istituto Luce sulla settimana di Hitler in Italia, arrivato dal Brennero e diretto a Roma dove l’aspettano l’omologo italiano, il re Vittorio Emanuele III e il conte Galeazzo Ciano, mostra il contesto nel macrocosmo. Hitler, già dittatore, dopo aver destituito il precedente comandante ha assunto da pochi mesi il comando supremo delle forze armate tedesche e ha annesso alla Germania: l’Austria, i territori cecoslovacchi e i Sudeti.

Entrambi i dittatori godono di un momento di pieno consenso dal popolo e di lì a poco avrebbero portato i paesi alla catastrofe già con la successiva proclamazione delle Leggi Razziali. Il Papa Pio XI si ritira a Castel Gandolfo e fa chiudere i musei vaticani per tutto il periodo della                                                                                      visita.

MICROCOSMO

Sono quasi le 6 di mattina; la cinepresa entra nell’appartamento di Antonietta che si sta apprestando ad accendere le luci e a svegliare marito e figli che dovranno prepararsi alla parata fascista. La giornata particolare è cominciata…

Sophia Loren in una scena dal film una giornata particolare

Sophia Loren in una scena dal film “una giornata particolare”

Il figlioletto adolescente di Antonietta canticchia “La Jugoslavia ha detto che la Dalmazia è sua.. e noi je risponnemo ma li mortacci tua!”. La canzoncina si riferisce al territorio (oggi croato) che sbocca a nord del mar Adriatico. Fu motivo di propaganda fascista e del malcontento italiano perché il Regno d’Italia l’avrebbe ottenuta con la sigla del Patto di Londra dall’Austro-Ungheria dopo l’ingresso nella grande guerra. Si parlò di Vittoria Mutilata italiana perché al termine della grande guerra non fu permessa l’annessione completa, a causa del principio di autodeterminazione dei popoli. Questa fu una delle ragioni che portarono alla marcia su Roma e all’occupazione italo-tedesca nella seconda guerra mondiale di quella parte di Jugoslavia.

Nei primi dialoghi un altro dei figli spiega alla mamma che ha perso il suo “Pon Pon”. Suo padre lo rimprovera per aver utilizzato un termine straniero. Gli dice di italianizzare la parola (in ponpono) o di sostituirla con un corrispettivo in italiano. L’italianizzazione è stato un processo volontario o forzato, di assimilazione culturale e linguistica in Italia. Durante il ventennio furono italianizzati non solo i vocaboli ma anche i cognomi degli stranieri residenti e la toponomastica.

I due protagonisti in una scena di una giornata particolare

I due protagonisti in una scena de “una giornata particolare”

In un paio d’ore il condominio si svuota come un formicaio per la grande parata dei Fori imperiali ed emerge subito un dettaglio anacronistico. Antonietta rimasta in casa sospira che “di mamma [purtroppo] ce n’è una sola – poi con lo sguardo sul disordine aggiunge – ma qui ce ne vorrebbero tre: una che pulisce; una che sistema la cucina e la terza, io, che si rificca a letto” e subito intona il ritornello di Mamma di Beniamino Gigli che però uscirà 2 anni dopo.

E’ con la fuga del pappagalletto domestico che si incontrano i due protagonisti. Gabriele che fino ad un attimo prima meditava di suicidarsi con una Beretta 1922, di probabile diffusione civile, soccorre Antonietta ed improvvisamente risollevato inizia a scherzare, accenna passi di rumba con lei e le offre in dono I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Lei riconosce il romanzo perché ricorda la trasmissione radiofonica dell’EIAR ma Gabriele le ricorda che la trasmissione si chiamava i quattro moschettieri, una visione parodistica del romanzo. Tra le altre citazioni radiofoniche nei dialoghi spuntano fuori 2 importanti nomi: Guido Notari un annunciatore, di cui si sente anche la voce alla radio estratta da un documentario dell’epoca sull’incontro dei dittatori dato che i nastri originali sono stati perduti, e Alberto Rabagliati, l’interprete di Baciami Piccina che ogni lunedì sera andava in onda con Canta Rabagliati.

Il personaggio di Mastroianni afferma di essere scapolo e di pagare la tassa sul Celibato. L’imposta mirata agli over-25 fu introdotta dal regime, poi abolita da Badoglio nel 1945, per spronare i matrimoni e le nascite e ne segue poi la critica:“come se la solitudine fosse una ricchezza”. Antitetica è l’altra protagonista che invece spera di ottenere la medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose, degli incentivi economici dedicati alle famiglie con più di 7 figli.

Una giornata particolare scena sul terrazzo

Una giornata particolare, scena sul terrazzo

Di fondamentale importanza sono i dettagli che emergono sulle analoghe condizioni degli omosessuali. Alcuni che mascheravano l’orientamento dietro un certificato medico che attestava la non-omosessualità rilasciato dopo umilianti analisi altri destinati al confino e lavori in miniera a “Carbonia”. La scelta di collocare il film nel 1938 fa capo alle propagande fasciste contro gli omosessuali durate dal 1936 al 1939.

E’ come se il regista avesse tagliato sagittalmente la Roma del 1938, facendoci toccare ed assaporare, grazie all’imponente cascata di dettagli importanti e non, il “recinto” claustrofobico della sfera pubblica e privata dei cittadini marginali o emarginati (che fossero omosessuali o madri, poco importa, data la condizione di “eterne scolare da premiare con stelline” delle seconde) che si ritrovano a vivere, insieme all’Italia intera, una “giornata particolare”

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz.

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz.

Link dell’articolo originale qui: http://www.italoamericano.org/story/2016-9-25/sicily-jazz-band

Non molti lo sanno, ma i musicisti di origine italiana hanno lasciato un marchio indelebile nella storia del Jazz.

Jazz, figlio illegittimo del ragtime e del blues, delle ballate americane spirituali e tradizionali, ha anche sangue italiano che gli scorre nelle vene. Concepito nell’aria dolce, accogliente, della New Orleans d’inizio novecento, il jazz ha ereditato il ritmo e il tempo dei suoi antenati di colore e la voce potente, ma anche eterea delle melodie degli ottoni italiani. Non molti lo sanno, tuttavia.

Un po’ di background

Cominciò tutto con un gruppo d’ottoni del sud italia: la maggior parte di coloro che sono stati in un piccolo paese del sud Italia sanno che abbiamo un fetish per le trombe. Il sud, in particolare, è conosciuto per la cura speciale che dedica al mantenimento delle tradizioni musicali. Non dovrebbe destare sorpresa, dunque, sapere che molti musicisti italiani decisero di portare i loro strumenti con sé quando la povertà e l’abbandono li costrinsero ad abbandonare il paese, verso le lussureggianti, e salubri coste americane.

…E fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, era la Louisiana “il posto”: Il governo degli Stati Uniti aveva deciso di offrire appezzamenti di terra gratuiti a chi avesse deciso di abbracciare il mestiere di fattore e agricoltore nel Nuovo Mondo. Quindi, molti italiani, uomini e donne, specialmente dal sud della nazione, si imbarcarono su uno di questi “viaggi della vita”, portando con sé le loro abitudini, i ricordi, gli amori e, inoltre, la musica.

Forse a causa dell’affinità, dell’intenso attaccamento alla distante terra natale e, naturalmente, grazie ad un innato senso musicale, gli immigrati italiani e la comunità nera di New Orleans cominciarono a suonare insieme: ed è così che i ritmi carichi del ragtime e del blues, tipici degli afro-americani, e l’uso di percussioni e ottoni, si sono uniti alla musica tradizionale italiana, fondendosi e creando le primissime melodie jazz.

Il primo italiano che ha reso ciò noto ad un pubblico più vasto è stato Renzo Arbore, noto musicista jazz e blues proveniente da Napoli*, con il documentario “Ed è subito Jazz”, in cui ha raccontato come uno dei simboli più tipici della tradizione musicale americana abbia anche radici italiane.


Un calzolaio italiano, suo figlio e il primo disco jazz al mondo

Girolamo La Rocca era un calzolaio nel suo paese nativo, in Sicilia, nella provincia di Trapani. Come molte persone a quel tempo, suonava nella banda locale: il suo strumento era il corno. Quando i tempi si fecero duri e l’opportunità di ottenere terra gratis in Louisiana diventò una realtà, Girolamo mise il suo corno in valigia e si diresse verso le spiagge d’America.
Suo figlio, il giovane James Dominick, suonava il corno con suo padre da bambino. Presto, imparò a suonarlo. In quegli anni gli Stati Uniti erano stati testimoni dell’ascesa di un altro musicista e direttore jazz Italo-Americano, Giorgio Vitale (conosciuto anche come Jack Papa Laine), padre della “Reliance Brass Band” attiva fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo.Ci si chiede quanto l’esempio di Papa Laine abbia influenzato il giovane Nick La Rocca e la sua musica. E’ certo che la sua stella brillava fino a Chicago, dove lui e la sua “Original Dixieland Jass Band” (diremo di più sul curioso nome della band fra qualche riga) ottennero un contratto. Potreste anche notare che c’è qualcosa di strano nel nome della band di La Rocca: dice “jass”, non “jazz”. Dunque, il jazzista Lino Patruno, che spesso si esibiva con il figlio di Nick La Rocca, sa cosa successe. Dice che il figlio di La Rocca avrebbe chiamato suo padre dicendogli che dovevano cambiare il nome della band dopo che un gruppo di ragazzi a New York aveva strappato la “j” del poster della band, cambiando “jass” in…beh, l’avete capito. Per evitare ulteriori problemi (dopo tutto era l’inizio del 20° secolo e la censura era molto più rigida di adesso) la parola venne cambiata in “jazz” e così restò.

Il gruppo “Original Dixieland Jazz Band” di La Rocca, era famoso? Assolutamente, se dobbiamo credere alla figura più iconica fra tutti i jazzisti, Louis Armostrong, che ci ricorda come la band – “guidata da un italiano”, disse – abbia continuato a suonare jazz per almeno quattro anni, dopo che lui ha cominciato a suonare la tromba nella “Waif’s Home Orchestra” nel 1909.

La Rocca è solo uno fra i molti nomi italiani associati alla storia del jazz: Leon Poppolo è considerato uno dei migliori clarinettisti jazz e Jimmy Durante ha fatto fortuna come jazzista ad Hollywood; Henry Mancini ha messo la sua creatività in moto diventando uno dei più acclamati compositori jazz in America. E non dimentichiamoci dei nomi più usuali come Frank Sinatra, Dean Martin (il cui vero nome era Dino Crocetti) e Tony Bennett (detto anche Tony Benedetto), che hanno inciso la storia della musica americana e la cui impronta jazz è rimasta riconoscibile lungo tutto l’arco della loro carriera.

* Renzo Arbore non è di Napoli ma di Foggia. In vari eventi americani e italiani ha specificato di essere un napoletano d’adozione. Nell’articolo originale l’autrice, Francesca Bezzone, fa fede alle dichiarazioni dell’artista.

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

La Regione autonoma del Kurdistan iracheno, o, come preferiscono chiamarla i curdi: Kurdistana Başūr (Kurdistan del Sud) riferendosi all’area geografica e all’ideale unitario del Kurdistan, sembra vicino alla sua indipendenza dal governo di Baghdad che potrebbe essere sancito con un referendum.

L’attuale primo ministro curdo Nachirvan Barzani dichiarò: “Uno Stato curdo è il nostro sogno e non ci si può impedire di sognare ma noi oggi siamo una regione dell’Iraq e rispettiamo la Costituzione”. Proprio nella Costituzione approvata nel 2005 che la soluzione è stata parzialmente trovata: formare uno stato federale con un certo grado di indipendenza al Kurdistan.

Nechervan Barzani presidente del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

Nachirvan Barzani primo ministro del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

La questione curda oltre ad avere un forte carattere internazionale ha sempre rappresentato un problema vivo per l’Iraq. Dagli anni Sessanta in poi si contano diverse rivolte con una parentesi negli anni Ottanta dove Saddam Hussein iniziò una dura e feroce repressione anche con l’impiego di armi chimiche. A seguito della disfatta dell’Iraq di Saddam nel corso della prima guerra del Golfo, le forze curde riuscirono a ritagliarsi una parte del territorio curdo iracheno. Dal 2004 in poi, dopo la caduta del regime, il Kurdistan iracheno approfittò delle difficoltà dello Stato centrale iracheno per ricompattarsi e diventare sempre più autonomo ben distinto da Baghdad. Un processo in un territorio dove sono poi piovuti fiumi di investimenti occidentali e turchi.

Oggi Erbil, nonché il capoluogo, è la città più grande e rappresentativa del Kurdistan iracheno lì dove Masud Barzani (nonno di Nachirvan) ha impiantato un vero e proprio feudo che dal 2005 in poi garantisce al suo partito i due terzi dei voti ad ogni elezione. Il fallimento iracheno però ha portato anche quest’area in profonda crisi. Infatti, il Kurdistan iracheno non è più quell’isola prospera, stabile e felice. Anzi, oggi gravi difficoltà finanziarie, forti tensioni interne, dinamiche internazionali e il Daesh minacciano il suo futuro. Dunque, il paese è investito da una crisi economica e sociale, oltre che politica e militare.

L’economia e la società curda dipendono quasi esclusivamente dal petrolio, e nonostante la prosperità degli ultimi anni molti settori critici come l’agricoltura sono rimasti molto arretrati. Il settore privato, come costruzioni, servizi e telefonia, è direttamente o indirettamente nelle mani di pochissime famiglie tra cui quella di Barzani e Talabani (famiglia curda che ha formato un partito d’opposizione a Barzani). Dunque l’economia, sia pubblica che privata, è stata gestita con nepotismo e corruzione.

Ad azzoppare l’economia curda ha soprattutto contribuito l’attuale crisi mondiale del settore petrolifero ovvero l’andamento della domanda e prezzo del petrolio degli ultimi anni (vedi OPEC). Dopotutto, l’esportazione di petrolio, come per alcuni paesi del medio-oriente, è la principale leva della politica estera curda.

Probabilmente è proprio per riacquistare un po’ della legittimità e del supporto popolare perduto, che Barzani sta spingendo, già dal 2014, per indire un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. A fronte della crisi del paese, nonché delle future e probabili (?) problematiche con Baghdad, Ankara e Teheran, sono in molti a considerare questa mossa più diretta a rinvigorire il nazionalismo curdo piuttosto che un piano effettivamente realizzabile.

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

L’obiettivo reale però potrebbe potrebbe essere Kirkuk, abbandonata dagli iracheni con l’avanzata dello Stato Islamico prima e poi occupata dai peshmerga. Anche se in teoria secondo l’art. 1404 della costituzione irachena è prevista “l’espressione popolare per decidere a chi [tra arabi o curdi] assegnare Kirkuk” attualmente sotto il controllo curdo e Barzani ora minaccia il referendum sull’indipendenza dell’intero Kurdistan.

Questa rapida indipendenza stuzzica solamente a una fazione del partito di Barzani che conta sul presunto appoggio politico turco (e non solo) per i proventi della vendita indipendente del petrolio; però molti dei politici curdi temono che, in tal modo, il paese diventerebbe un vassallo incapace di una propria politica finanziaria e militare. 

Semplificando le possibili traiettorie del Kurdistan iracheno sono l’indipendenza, l’autonomia e l’implosione:

  1. Nel dicembre 2016, Barzani ha affermato che la regione potrebbe spingere per l’indipendenza al termine della battaglia per liberare Mosul dall’IS sia terminata. Una mossa non solo malvista dagli USA e dall’Iran ma anche don chisciottesca per le inevitabili implicazioni conflittuali sul controllo di territori strategici senza istituzioni solide e una robusta economia.
  2. L’autonomia, ovvero il permanere dello stato federale iracheno, parrebbe l’opzione più auspicata e saggia, ma nemmeno tanto semplice senonché richiede la stabilizzazione in seno alle forze politiche curde e un riavvicinamento con Bagdad sulla gestione delle risorse petrolifere e per il destino di Kirkuk.
  3. La terza opzione dell’implosione è forse quella che rischia di verificarsi se non si avverano le due precedenti.

Dal suo canto Barzani può far conto su qualcosa di certo, ovvero che alla fine della guerra allo Stato Islamico la pace busserà anche alle porte del Kurdistan.

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Ciondolava per il centro storico di Venezia quando Pierre-Auguste Renoir, un pomeriggio d’autunno del 1881, rimase impressionato dalla maestosità della Basilica di San Marco e dall’atmosfera che quest’ultima suscitava. Quella offertaci dall’artista è una visione totalizzante in cui cerca di rendere, nell’immediatezza, la sensazione di apertura e di vertigine che suggeriva la vista frontale del monumeto nella grande piazza.

Piazza San Marco – Pierre-Auguste Renoir

Il simbolo della Serenissima è da sempre spunto di riflessione artistica e storica. Essa vanta delle origini leggendarie legate al santo di cui porta il nome.

E’ Eusebio di Cesarea, tra le fonti principali relative alla vita dell’Evangelista, a informarci che in seguito a varie peregrinazioni in Oriente, Marco fu ucciso in circostanze misteriose ad Alessandria d’Egitto e il suo corpo trascinato per tutta la città. Nell’828 le sue reliquie vennero trafugate e trasportate a Venezia da due mercanti, traslazione considerata segno del volere divino. Il santo fu eletto a patrono della città in sostituzione del Santo bizantino Teodoro. Il tutto da leggere in chiave ideologica per legittimare l’ascesa della città.

San Marco l’Evangelista-Emmanuel Tzanes

L’edificio, in origine, era la cappella privata del Doge. Nel X secolo essa fu distrutta da un incendio a seguito di una rivolta. Si procedette con la ricostruzione dell’attuale Basilica nel 1064, sotto il doge Contarini. E con la consacrazione, avvenuta trent’anni dopo, Venezia assunse un ruolo di primo piano nella tradizione cattolica infatti nota è la sua partecipazione attiva alle Crociate.

“A volte sulla riva di San Marco giungono velieri che recano nelle loro vele i venti di altri mondi.”
  cit.Mieczysław Kozłowski

Attività principale dell’economia veneziana è rappresentata dall’intenso operato mercantile che guardava ad Est. I commerci con i paesi orientali permettevano l’importazione di pregiate manifatture e le successive influenze nelle arti figurative. Infatti la struttura della Basilica di San Marco prende a modello l’Apostoleion, situata a Costantinopoli, altrettanto fiorente punto di incontro di diverse popolazioni. Come la basilica dedicata agli apostoli in Oriente, quella di San Marco si presentava con pianta a croce greca con le navate, tre per braccio, separate da colonnati tra piloni che sostengono le cinque cupole, distribuite al centro e lungo gli assi della croce.

 

Pianta Apostoleion

 

Pianta Basilica di San Marco

In quanto emblema dell’unione tra cultura occidentale e orientale, la Basilica veneziana presenta tratti strutturali e stilistici peculiari sia dell’una che dell’altra. Di occidentale viene costruita una cripta, e l’altare, conforme alle regole della tradizione romanica europea, viene collocato nella zona absidale del braccio est. L’ampliamento della navata centrale rompe la perfetta simmetria della pianta creando un’asse longitudinale. Di orientale sono le gallerie con pavimento ligneo che coprivano le navate minori. All’interno le pareti sono interamente rivestite da una ricchissima decorazione musiva e le murature sia interne che esterne erano articolate da nicchioni scavati in esse.

Interno della Basilica di San Marco

 

A partire dal XIII sec. viene allargato il vestibolo e prende forma l’attuale facciata. Essa viene arricchita con materiali recuperati direttamente dalla capitale orientale presentandosi così ricoperta da lastre marmoree, bassorilievi e caratterizzata da colonne in due ordini in marmi preziosi. In ultima analisi per quanto riguarda l’esterno non si può non menzionare gli importanti portali strombati costituiti da timpani ad archi inflessi d’ispirazione araba in cui viene rappresentato il martirio di San Marco ad Alessandria D’Egitto.

Le autrici
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Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

Giulia Morra

Studio Scienze dei beni culturali presso l’Università degli studi di Bari. Amo le danze popolari e i racconti di J.R. R. Tolkien. Sogno di diventare un’archeologa specializzata in cultura funeraria tardoantica

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

“Un uomo mi viene incontro
Il suo viso rosso come una rosa su di un cespuglio di spine
Come tutti i colori di una scala reale
E sta contando quelle banconote di dollari
Cento, duecento
E posso vedere quegli aerei da guerra
Sopra le baracche di fango mentre i bambini dormono
Attraverso i vicoli di una tranquilla strada di città 
Su per le scale fino al primo piano
Giriamo la chiave e lentamente apriamo la porta
Mentre un uomo soffia forte dentro un sassofono
Attraverso i muri sentiamo gemere la città
Fuori c’è l’America”

(U2- Bullet the blue sky)

 

Prendete un ragazzo irlandese di venticinque anni, innamorato dell’America, dell’idea dell’America e della musica. Fatelo correre lungo i deserti del Mohave o nelle steppe della California e otterrete “The Joshua Tree”.

The Joshua Tree è un album che appartiene molto più all’America che agli U2 come collettivo. Si nutre dell’America, la scruta, la critica e prova a entrare dentro di lei da straniero; parlando degli obiettivi dell’album Bono fu categorico dicendo che voleva qualcosa che doveva smantellare la mitologia dell’America.
Nel 1985 il cantante partecipò al progetto di alcuni artisti uniti contro l’apartheid e mentre Keith Richards e Mick Jagger stavano suonando dei pezzi blues, lo invitarono a unirsi a loro. Il problema era che Bono non conosceva affatto quel mondo e questo spinse tutti i componenti del gruppo alla radice delle loro origini musicali fino alla musica folk irlandese e cercando di capire quali similitudini ci fossero con quella americana.

L’album inteso come lettera d’amore al continente è evidente all’interno di “In God’s country”: “Una rosa nel deserto/Ho sognato una rosa nel deserto/Dal vestito strappato in nastri e fiocchi/Come una sirena lei mi chiama”. The Joshua Tree è l’album di “With or without you”, singolo che ne ha trascinato il successo.

La canzone nasce da un profondo dissidio interiore creato dai doveri familiari di Bono combinati al senso di appartenenza alla band e alla musica. Il verso finale del ritornello( “I can’t live…” e credo sappiate come finisca il verso) deriva quindi da una consapevolezza che è raffinata e per nulla scontata: non è una delle due cose a definire Bono come uomo, ma piuttosto la costante tensione che le regge entrambe.

E’ un album dove la religione, presente da sempre nei testi delle canzoni della band, emerge in “I still haven’t found what I’m looking for”, brano in cui soprattutto nel ritornello emergono forti influenze gospel (America, che strano!) che si combinano con il testo che esprime la ricerca spirituale di un individuo che nonostante abbia raggiunto la realizzazione sente una sensazione di mancanza e l’unica cosa da fare, in quanto non riesce a riconoscere di cosa tratta, è prenderne atto. E dopo, continuare a correre.  

 

Fede, amore, musica, temi universali che fanno di The Joshua Tree un capolavoro riconosciuto fin da subito. Ma questo come continua a toccarci? Trent’anni dopo, le cose sono cambiate? E se si, come? 

Gli U2 hanno recentemente annunciato che torneranno in Italia per una data a Roma a luglio 2017, il tour celebra il trentennale della pubblicazione dell’album che verrà riproposto interamente dal vivo. Potrebbe sembrare una mera operazione commerciale da parte di un gruppo che ormai è diventato a tutti gli effetti una vera e propria multinazionale e il dubbio soprattutto per chi è abituato a pensar male, rimane. Eppure perché non farlo per i 25 anni di Achtung Baby? C’è qualcosa in The Joshua Tree che traccia un fil rouge che arriva fino a noi, soprattutto oggi.

 

Se sei nel 1985 e devi iniziare a lavorare ad un album che deve smantellare l’iconografia americana, devi rivolgerti non solo alla bellezza sconfinata del Paese, ai suoi immensi generi musicali. C’è un’altra medaglia, più oscura da guardare negli occhi e si chiama Ronald Reagan. Non che Reagan abbia fatto nulla di speciale, ha semplicemente cercato di proteggere gli interessi dell’America in politica estera come avevano fatto i suoi predecessori, appoggiando iniziative che conservassero una stabilità politica nell’area sudamericana, anche se spesso si trattava di regimi dittatoriali.

Parliamo di un album che si apre con una canzone-manifesto: “Where the streets have no name”(nel video, che omaggia l’esibizione dei Beatles,gli U2 si esibirono creando un vero ingorgo per le strade di Los Angeles), un brano dove Bono parte da un aneddoto che gli avevano riferito: si dice che a Belfast in base alla via in cui abiti si possa risalire al tuo reddito e alla tua religione d’appartenenza, addirittura a seconda del lato della via perchè più si risalgono le colline, più la casa è costosa. Streets invece parte dall’idea di un viaggio immaginario, che porta a un luogo dove le strade non hanno un nome, dove si rovescia totalmente l’idea dell’identità basata su questi dati: tu non sei la tua religione, tu non sei il tuo reddito (due concetti parecchio cari al buon Reagan, come a qualsiasi conservatore).
Come se l’antipatia e lo spirito critico non dovessero palesarsi ancora di più, in Bullet the blue sky, Bono fa direttamente riferimento allo scandalo che coinvolse gli USA per la vendita delle armi ai Contras, l’armata che faceva capo al regime dittatoriale di Somoza in Nicaragua, contro il movimento rivoluzionario sandinista. Le immagini di desolazione, di aggressività bellica evocate nella canzone fanno capire quale concezione abbiano gli U2 nei confronti della guerra, avendo vissuto fin da ragazzi in una Dublino sottoposta alle repressioni della madre-patria inglese.

Sono canzoni potentissime che risuonano come una vera presa di posizione, netta e senza mezze misure.

In una recente intervista a Rolling Stone, The Edge stesso ha spiegato come l’idea di un tour celebrativo sia venuto in mente alla band. Dopo le elezioni americane e la Brexit, The Edge si è sentito come trascinato in un periodo già vissuto, alla destra della Thatcher e di Reagan: è stato per lui una sorta di dejà-vu politico che ha permesso, una volta riascoltato l’album, di vedere come le sfumature delle canzoni fossero perfettamente a loro agio nel contesto odierno, in una sorta di rinascita inaspettata ma con un potere descrittivo che non è stato minimamente intaccato.

Non conta che gli U2 siano cambiati nè che il mondo sia cambiato in quanto la forza delle parole risiede nell’essere insensibili alla vecchiaia e questo vale anche per la musica: per questo tanti auguri “The Joshua Tree”.  

30 anni dopo, così lontano, così vicino.

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