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Honoré de Balzac, l’amore per Laure de Berny e “La duchessa di Langeais”

Honoré de Balzac, l’amore per Laure de Berny e “La duchessa di Langeais”

Balzac aveva davanti a sé le sue mani. Mani tremanti che cercò di rilassare allungando il polso della camicia. Fogli, appunti..e l’inchiostro sbavato per una lacrima caduta. “Come concludo?” si chiedeva e si tormentava. Glielo doveva..

“Eccoti rinsavito. Nutri solo delle passioni, d’ora in avanti; ma l’amore bisogna saperlo dare a chi lo merita, e soltanto l’ultimo amore di una donna può soddisfare il primo amore di un uomo.”

Con queste struggenti parole si chiude la seconda edizione del romanzo breve “La duchessa di Langeais”.

Honoré de Balzac, il dandy ribelle di sinistra, fu un abile studioso della realtà.
L’osservazione e l’ascolto furono preliminari all’invidiabile padronanza di argomentazione e descrizione dei molteplici movimenti sociali e storici, a cui intrecciò aspre critiche nei confronti della borghesia francese. Descrisse il mondo e le sue trasformazioni.

Il suo fu un lavoro di storicizzazione dei personaggi e focalizzazione sul dettaglio, sulla scia dei cambiamenti realizzati da Walter Scott nell’ambito del romanzo. Tutta la sua vita sarà finalizzata alla creazione di un’architettura letteraria, che nasce e si sviluppa con la trasformazione di sé stesso come figlio e personaggio di quella stessa società che rigettava e lo rigettava. Sino ad assumersi la paternità del Realismo. Un uomo sensibile all’eleganza, animato, quasi per contrasto, da sorprendente fantasia e immaginazione.

Nel 1821, giovane e curioso trascorse la sua estate a Villeparisis. L’aria fresca e umida e il verde dei paesaggi del Nord della Francia contribuivano ad alimentare il suo animo di sognatore.
Quanto gli era gradito stendersi all’aperto, tra lo sgargiante dei prati e la nebbia offuscante, e cimentarsi nella lettura di un buon libro per deviare i suoi pensieri troppo concentrati sui diverbi famigliari e sulla povertà.

Un fugace incontro cambiò ogni cosa.

Un rapido scambio di idee segnò nel ventiduenne Honorè un’attrazione ossessiva per quella mente matura, e ai suoi occhi così stimolante, della contessa Laure Antoinette Hinner, o semplicemente Laure de Berny, di vent’anni più grande. La donna era sposata con due figli. Dolce e premurosa, di indole romantica, non seppe tuttavia resistere alle lusinghe del caloroso giovane. Nel 1822 cominciava ufficialmente la loro relazione. Relazione a cui tutti si opposero, non condivisa dal punto di vista culturale, e ritenuta offensiva in quanto macchiata di adulterio.

 

Ritratto di Madame Laure de Berny di Henri Nicolas van Gorp
Originale qui

« O Laure,
E’ nel mezzo di una notte piena di te, all’insegna del silenzio, e perseguitato dal ricordo dei tuoi baci deliranti che ti scrivo. E quali idee posso avere, tu le hai prese tutte, si, tutta la mia anima si è attaccata alla tua e ormai tu non camminerai se non con me.
O, sono circondato da un prestigio teneramente incantevole e magico; non vedo che la panchina, non sento che il tuo dolce contatto, e i fiori che sono davanti a me, anche se secchi, conservano un odore inebriante.
Tu testimoni le paure e le esprimi con un tono straziante per il mio cuore. Ahimè, ora sono sicuro di ciò che ho giurato, perchè i tuoi baci non hanno cambiato niente.
Io sono cambiato.
Ti amo alla follia. »

Lettera di Balzac a Laure de Berny 

Il loro era un amore spregiudicato ma non solo passionale. Il loro era, soprattutto, un legame intellettuale. Laure era la sua musa, oltre che benefattrice. Fonte continua di incitazione, fu colei che lo guidò alla conoscenza del suo genio. In qualche modo sostituiva la figura materna, quella autorevole, da cui invece non aveva mai ricevuto approvazione. Gli fu sempre accanto, affettivamente ed economicamente.

Da buon artista, decise di sperimentare. Rimanere ancorato a una sola persona sarebbe stato controproducente per il suo essere ‘oppressato’ dalla noia, e su cui l’ambizione prevalse. Nonostante ciò, lei continuò ad essere la sua “Dilecta”.
Tra le sue altre esperienze amorose decisivo fu per Balzac l’impeto provato per Claire Clemence Henriette Claudine de Maillé de La Tour-Landry , la duchessa di Castries.

La donna era stata protagonista in passato di diversi scandali dovuti alla fuga con Victor Metternich, nipote del cancelliere austriaco, Klemens von Metternich. Rappresentante dell’alta aristocrazia, emblema della raffinatezza, ritratta con una candida pelle e amante della cultura, godeva della reputazione di regina dei salotti quando, una volta morto l’amante per tubercolosi, decise di tornare a Parigi per reintegrarsi nella società di appartenenza. E fu in questo momento, nel 1832, che fece conoscenza dell’ora più maturo Honoré. La donna assunse nei confronti dello scrittore un atteggiamento di subdola civetteria che culminò con un rifiuto e una diatriba dialettica, a Ginevra (come ci è dato sapere da alcune corrispondenze epistolari). Laure, per alleviare le sue pene, spinse Balzac ad abbandonarsi totalmente alla scrittura e a diffidare degli aristocratici. Balzac seguì solo il primo dei suoi consigli.

Decise dunque di comporre ciò che oggi è noto come “La duchessa di Langeais”. Un romanzo di ‘nonamore’ nel quale ogni episodio è portato ad una estremizzazione senza mezze misure. Immediata fu l’associazione tra il racconto e gli ultimi avvenimenti di Balzac. Tutto ciò portò sotto shock la società parigina in quanto vide nel protagonista della narrazione l’alter-ego dello scrittore, personaggio che nella dimensione letteraria si macchia di atti di necrofilia e misoginia in generale. Ma ebbe modo di dare le sue spiegazioni.

La prima pubblicazione si ebbe nel 1834, data segnata anche al termine del libro. Non casuale in quanto, con una condotta che inizialmente verrà valutata come mera vendetta, si lega alla contessa Medame Hanska, di cui si innamorerà follemente.

Due anni dopo, lontano ormai da quelle pene, Honorè si ritrovò a cercare la quiete passeggiando per le piazze milanesi. Quanto aveva auspicato vedere la sua amata Italia, patria e culla dei suoi modelli letterari.
Alzò lo sguardo, si sistemò i baffi, facendo per arricciarseli, e si girò intorno con aria scrutatrice come era sua abitudine. Nonostante l’uscita piacevole, rimase preda di un’intensa malinconia immotivata. ll cielo era grigio e le nubi si stavano infittendo. Nel tornare in albergo venne bloccato da degli uomini. Lo informarono di aver ricevuto una lettera.

“Cosa sarà mai?” La malinconia mista a curiosità, come le nubi, si infittì…
Le mani davanti a sè, una lacrima che cade, l’inchiostro, sul foglio che mantiene, che si sbava:

Laure de Berny est morte.

“Plaque commemorative de Laure de Berny”
Originale qui

“Ho perso più di una madre, più di un’amante, più di quanto una creatura possa rappresentare. Nelle mie peggiori tempeste lei mi ha sostenuto con le parole, con i fatti, con la devozione. Se vivo, lo devo a lei. Era tutto per me”.

Parole con cui Balzac descrive Laure de Berny in una lettera a sua sorella

 

Glielo doveva.

Pensieri frenetici e rimpianti lo dilaniavano. Doveva delle spiegazioni anche a Eva Hanska per quel dolore, Eva Hanska che mai più avrebbe lasciato. Non avrebbe più commesso i medesimi errori:

“Dovrei essere uno stolto se non ammettessi che dal 1823 al 1833, fino alla fine di quella battaglia, un angelo mi ha sostenuto. Mme. de B…, benché sposata, è stata come un angelo per me. È stata una madre, un’amante, la mia dimora, un’amica e una consigliera; lei ha formato lo scrittore,lei ha consolato l’uomo, ha creato il mio gusto; ha pianto e riso con me come una sorella, lei che giorno dopo giorno e tutti i giorni è venuta a cullare le mie sofferenze, conducendomi al sonno benefico. Ma lei ha fatto anche di più, perché, nonostante le sue finanze fossero sotto il controllo di suo marito, ha trovato il modo di prestarmi non meno di 45 000 franchi, e io le ho restituito gli ultimi 6 000 franchi solo nel 1836, con il 5 % di interessi, naturalmente. Ma venne a parlarmi del mio debito solo dopo, con delicatezza. Senza lei io sarei certamente morto. Spesso si rendeva conto che io non avevo nulla da mangiare per parecchi giorni; provvedette a tutti i miei bisogni con angelica bontà. Lei ha fomentato in me quell’orgoglio che preserva un uomo da tutte le bassezze, quello stesso orgoglio che oggi i miei rivali mi rinfacciano come se fosse una sciocca auto-soddisfazione, e che Boulanger nel descrivermi ha un po’ esagerato a evidenziare”.

Lettera di Balzac alla sua amata Mme. E. Hanska

La “Duchessa di Langeais” rappresentava un inno alla rivalsa. Così Balzac decise di rendere onore alla donna più importante della sua vita dedicandole, attraverso la “tecnica occulta”, le ultime parole di questo romanzo nella sua seconda edizione. Un gesto simbolico e di riconoscenza. Dopotutto, dietro ogni suo scritto vi era la mano di Laure. L’immagine di una donna con un amaro sorriso che aveva dato tutto al suo ultimo amore.

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Riprendiamo la lettura del futuro immaginato da Ippolito Nievo in Storia filosofica dei secoli futuri. Nella prima parte (che trovi qui) ci siamo fermati a un anno imprecisato tra XIX e XX secolo: papa Giovanni XXIII in esilio a Sebastopoli stringe un’alleanza con lo zar Nicola II per invadere Italia e Francia (a questa alleanza si unirà anche l’Inghilterra).

Siamo alla fine del secondo capitolo, la Russia e la Germania si contendono il continente. Il 1950 è l’anno della rivoluzione russa (Nievo ha immaginato anche questa seppur in modo diverso): Polonia e Turchia si separano dall’impero dando origine al regno di Polonia e all’impero bizantino. Il 1960 è l’anno di conclusione del secondo capitolo ed è l’anno della federazione di Varsavia. Questa federazione altro non è che l’Unione europea immaginata da alcuni intellettuali risorgimentali italiani come il filosofo Carlo Cattaneo, ovvero un’unione di Stati federali e laici. La federazione di Varsavia è composta da 12 Stati: l’impero russo e l’impero bizantino, i regni d’Inghilterra, di Polonia, d’Italia, d’Irlanda, di Scandinavia e di Spagna, ed infine, le repubbliche di Francia, Germania, Svizzera e Danubio.

Lasciamoci alle spalle il secondo capitolo e procediamo col terzo. Questo si apre con l’introduzione di un personaggio, Giovanni Mayer, agricoltore boemo che afferma di essere il nuovo Messia: «La buona novella ch’io ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna vivere bene, e che a vivere bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l’accettare benefizi […] bisogna mettere via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla». Con il personaggio di Giovanni Mayer, Nievo in un certo senso prefigura la nascita dei trascinatori di masse che noi uomini reali e contemporanei conosciamo fin troppo bene. Lo fa in un modo ironico dicendo che Mayer è riuscito in soli ventotto mesi a crearsi un popolo di credenti, mentre, il filosofo Hegel in quarant’anni di filosofia ne è riuscito a farsene solo uno, il portinaio. Senza dubbio queste pagine mostrano il pensiero del Nievo sociologo e pessimista: il pericolo che le lotte di indipendenza delle masse dai centri di potere politico-religioso possano declinare in forme di decadenza culturale cui solo i “sogni di un visionario” possano riempirle. Il “visionario” forte del numero di adepti acquisiti si autoproclama Papa della buona gente e comincia la sua campagna di conversione nel mondo. Il suo successore Adolf Kurr riuscirà nell’impresa e riuscirà a farsi eleggere “gran patriarca del mondo e benefattore del genere umano”, tanto da ringraziare l’umanità con la distruzione di tutti i libri, colpevoli di determinare la diversità tra le classi.

Il quarto capitolo è quello più fantascientifico e avvincente. Viene descritta la nascita nell’anno 2140 degli omunculi, anche chiamati uomini di seconda mano. Cosa sono? Semplice dei robot. I creatori di questi omuncoli sono i fabbricatori di macchine da cucire e vicini di casa Jonathan Gilles e Teodoro Beridan che assieme hanno creato il primo omuncolo chiamato Adamo. Gilles ordina all’omuncolo di uccidere Beridan, l’omicidio riesce e sia lo scienziato che l’omuncolo vengono arrestati ed entrambi condannati; qui Nievo pone una importante riflessione giuridica, ovvero se sia giusto condannare una macchina artificiale. In queste pagine, inoltre, fuoriesce tutto il pessimismo di Nievo per il progresso tecnologico; è descritto un mondo in balia dell’ozio e delle droghe visto che tutte le semplici mansioni sono affidate agli omuncoli. Per combattere la “peste apatica”, nel 2180 viene ordinata dal Papa la chiusura delle fabbriche di omuncoli e il battesimo per quelli rimasti (attacco sarcastico di Nievo nei confronti del cattolicesimo).

Il viaggio è giunto al termine ed è giunto il momento di tirare le somme sull’opera. Storia filosofica dei secoli futuri non è sicuramente un’opera da affiancare ai classici della letteratura italiana; è un divertissement ricordiamocelo, ma se ne consiglia la lettura anche per capire le aspirazioni e le paure di un uomo che ha scritto questo libricino mentre partecipava alla spedizione dei Mille, ovvero quando si stava facendo la storia.

Oggi 30 novembre ricorre l’anniversario di nascita di Ippolito Nievo e credo sia giusto ricordarlo con l’ultima frase dell’ultimo capitolo: «Sia pace all’anima sua!».

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Articolo originale di Chris Jordan, pubblicato il 27 Novembre 2016, qui.

“Ladies and gentlemen, Fidel Castro?”

Fidel CastroNoto per aver presentato Elvis e i Beatles all’America durante il suo varietà “The Ed Sullivan Show” in onda per molti anni sulla CBS, nel 1959, Sullivan presentò in un contesto totalmente differente una personalità d’alto rilievo: Fidel Castro.

Il modo in cui ottenne l’intervista nasconde una storia fatta d’intrighi e pericoli, poiché i tizzoni della rivoluzione bruciavano ancora. Nel 1958 la maggior parte dell’America ancora non sapeva chi fosse Castro, né quali fossero le sue inclinazioni politiche. Sullivan chiese “in prestito” uno scrittore del Chicago Tribune*, posseduto dal New York Daily News, per impostare l’intervista.  Dopo un viaggio in aereo ed un “giretto” di sei ore per le vie secondarie della città di Matanzas, Sullivan e la sua troupe si ritrovarono in una piccola stanza con Castro ed i suoi seguaci, armati di mitragliatrici.

Sullivan e Castro sedevano ad una scrivania.

“I due erano circondati da soldati, uno dei quali aveva un mitra puntato alla testa di Ed,” scrive Maguire.

“L’atteggiamento di Sullivan non era il solito rigido ed innaturale che adottava durante il suo programma il sabato sera, ma piuttosto esuberante e vivace.”

Sullivan, un Anti-Comunista convinto, chiese a Castro s’egli lo fosse. La domanda provocò una reazione violenta.

“(Castro) quasi saltò dalla sedia” disse il cameraman Andrew Laszlo “si strappò la camicia e fece vedere un bellissimo crocifisso e gridò: “Sono un Cattolico, come potrei essere un Comunista?!”

Sullivan gli chiese in seguito se fosse il George Washington cubano, il che aumentò facilmente la tensione in quella stanza. Concluse infine l’intervista chiedendo a Castro in che modo riuscire ad impedire l’ascesa di futuri dittatori, come Fulgencio Baptista, il Leader cubano che Fidel Castro riuscì ad abbattere.

“Sarà facile” disse Castro in un inglese imperfetto:

“Non permettendo a dittatori futuri di venire a governare il nostro Paese. Potete starne certi, Baptista è e sarà l’ultimo dittatore di Cuba”. 

Sullivan

All’insaputa di Sullivan, Castro si prestò ad un’intervista durante il programma “Face the Nation”, in onda poche ore prima della sua intervista col conduttore, ma Sullivan condusse il primo.

Castro divenne una sorta di star dei media, ed eroe della contro-cultura negli Stati Uniti prima che i rapporti fra i due paesi s’inacidissero. In seguito al 1959 apparve al “Jack Paar’s Tonight Show”, ed al  “Person to Person” di Edward R. Murrow. Bob Dylan, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Gabriel García Márquez espressero il loro supporto al rivoluzionario.

Dopo l’invasione della Baia dei Porci nel 1961, Castro divenne un nemico dello stato, e le sue apparizioni sulla TV americana calarono sempre di più. Un’eccezione vi fu nel 1976 quando il giornalista sportivo Howard Cosell intervistò Castro per la ABC durante un incontro amatoriale di box nell’Avana. Castro gli parlò dei suoi primi tiri a Baseball.

Sullivan, che presentò Elvis Presley durante il suo show nel 1959, causerà un’onda d’urto ben maggiore nel 1964, portando i Beatles in America.  Le apparizioni di Presley, i Beatles e Castro hanno una cosa in comune: al termine delle interviste Sullivan, dall’imponenza del suo palco,  li dichiara tutti “cittadini modello” dei loro paesi.

“È un bravo giovanotto” disse Sullivan di Castro nella trasmissione dell’11 Gennaio 1959 “un giovanotto intelligentissimo”

 

*Il Chicago Tribune è il quotidiano principale dell’area metropolitana di Chicago e del Midwest degli Stati Uniti

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la pittura pompeiana pt.2

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la pittura pompeiana pt.2

Prima parte qui.

Dopo aver precedentemente analizzato i primi due stili di pittura pompeiana, in questo articolo mi soffermerò sui successivi. Determinati da decorazioni vivaci e forti, i due stili rappresentano la testimonianza di una nuova epoca per i romani, più decisa e prepotente: l’epoca imperiale.

Il terzo stile pompeiano viene definito “Ornamentale”. Si sviluppa sotto l’impero di Augusto e si estende per circa mezzo secolo fino all’età di Claudio, quindi fino al 50 d.C. La decorazione delle pareti è ricca e delicata e si prediligono soggetti naturali. Colonne e archi divengono sottilissimi, si trasformano in strutture che ricordano steli di piante e candelabri.

Il più noto degli esempi pompeiani è senza dubbio la casa dei cubicoli floreali a Pompei.

Casa dei cubicoli floreali a Pompei

Casa dei cubicoli floreali, Pompei.

Nel cubicolo nero, come possiamo osservare, la partizione della parete appare come una rigida “griglia geometrica” e le colonne molto sottili che inquadrano gli alberi quasi non hanno rilievo. Arbusti, piante e il serpente che s’inerpica sull’albero al centro sono quasi sagome ritagliate e sovrapposte a uno sfondo nero che toglie alla rappresentazione ogni carattere naturalistico. L’albero su cui si avvolge il serpente è un fico riconoscibile dai frutti.

Un altro esempio di questo stile lo ritroviamo nella decorazione pittorica del tablino nella casa di M. Lucrezio Frontone a Pompei, databile all’anno del regno di Claudio.

Decorazione pittorica del tablino, Casa di M. L. Frontone- Pompei

Decorazione pittorica del tablino, Casa di M. L. Frontone – Pompei

Qui, nella zona mediana, si imposta una struttura divisa in tre parti, ogni parte costituita da un quadro riposto al centro. Quello centrale, di maggiori dimensioni, presenta una scena mitologica, quelli laterali, invece, richiamano paesaggi con ville. Interessante è il registro superiore della parete costituito da una complessa struttura scenografica tripartita e arricchita da preziose ornamentazioni che sembrano anticipare gli stilemi decorativi del IV stile.

A conclusione di questo meraviglioso viaggio nell’antica Roma cito il quarto, nonchè ultimo, stile, detto “Fantastico”. Questo si sviluppa dal regno di Claudio fino a quello Nerone. Dopo l’onda austera e il rigore morale di Augusto, la società romana si abbandona al lusso e il quarto stile ne è una forte testimonianza. I colori divengono carichi con forti contrasti, le decorazioni si affollano e si sovrappongono. Si passa da una rappresentazione “illusiva” degli stili precedenti, ad una pittura “allusiva” che manda un chiaro messaggio sulla ricchezza del proprietario. Testimonianza è la casa dei Vetti a Pompei.

Casa dei vetti, triclinio nord- Pompei

Casa dei Vetti, triclinio nord – Pompei

Nel triclinio settentrionale di questa dimora, la decorazione parietale è ricca di effetti cromatici. Uno zoccolo a finto marmo occupa la parte inferiore. La parte mediana presenta al centro i pannelli a fondo rosso con i grandi quadri mitologici. Nel registro superiore invece su fondo bianco si alternano  a scenografici prospetti figure di offerenti e divinità. I pinakes raffigurano tre storie di legami amorosi tra dei e uomini con esiti difformi. Sul fondo è, per esempio, rappresentata la punizione di Issione per aver tentato di possedere Era, sostituita da Zeus con una nuvola: da questa unione nasceranno i centauri.

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la Pittura Pompeiana Pt.1

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la Pittura Pompeiana Pt.1

Crederanno le generazioni a venire […] che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s’inabissarono?

E’ da questa citazione di Publio Papinio Stazio che introduco il nuovo argomento. Il riferimento sembra chiaro: l’antica città sommersa a cui si riferisce l’autore è Pompei e con essa anche le altre città limitrofe quali Oplontis, Stabia ed Ercolano. Era il 79 d.C quando le città situate nei pressi del Vesuvio vengono spazzate via dalla furia del vulcano. Durante la metà del ’700 furono portate alla luce con intensi lavori di scavo. Oggi possiamo ammirare le vestigia di queste città che rappresentano una testimonianza inconfondibile dell’antica vita romana. Visitando questi siti archeologici passeggiamo proprio attraverso quelle strade che un tempo erano percorse dai cittadini di Pompei e, tra una casa e l’altra, possiamo ammirare le meravigliose testimonianze artistiche che oggi sono motivo di stupore, meraviglia e non solo. Le testimonianze artistiche alle quali mi riferisco sono le pitture parietali che abbellivano le case dei signori della città, un’arte locale che diviene riflesso della propaganda ufficiale di Roma e che per questo testimoniano la realtà del tempo.

L’immensa documentazione pompeiana ha permesso la classificazione dell’arte romana in quattro stili definiti appunto I quattro stili pompeiani. Questa ci venne proposta da August Mau in accordo alle notizie fornite da Vitruvio e da Plinio il Vecchio.

Tutte le pareti delle immense dimore dei signori più potenti venivano decorate secondo uno schema ricorrente, che prevedeva una tripartizione dello sfondo: la parte inferiore, definita zoccolo e alta meno di un metro, era caratterizzata da colori uniformi e leggere decorazioni; la parte mediana, la più grande, era un vero trionfo di colori e abilità pittoriche; a concludere vi era la parte alta, quella che si trova a contatto con il soffitto, spesso contagiata da quella mediana. Proprio in quest’ultima vengono realizzate le decorazioni più belle tra cui troviamo scene mitologiche che servivano a comunicare le virtù alle quali la famiglia era molto legata. Attorno a questi affreschi si presentavano sottili colonne, archi, colonnati per dare profondità a tutta la scena. Le pitture “sfondavano” le pareti facendo allargare la visuale della stanza, facendo così vagare lo sguardo in territori sconfinati. Proprio in questo contesto si parla di pitture di primo, secondo, terzo e quarto stile.

Una testimonianza relativa al primo stile pompeiano, che è datato tra il 150 e l’80 a.C, è l’atrio della casa del fauno di Pompei, dove si trova la celebre statuetta.

Ricostruzione dell’atrio della casa del fauno di Pompei

Ricostruzione dell’atrio della casa del fauno di Pompei.

Il primo stile detto strutturale o “a incrostazione” era già noto ad Atene nel V sec. a.C e si diffuse ben presto nelle città del mondo ellenistico tra cui Alessandria, Delo e Pergamo. Attraverso Delo e Roma questa tradizione si estese in tutto il mondo italico più ricco, come documenta questo caso. La parete, come si può notare dalla casa del fauno, è ricoperta da intonaci che ricreano a rilievo un finto muro con grossi blocchi perfettamente squadrati.

A partire dalla fine del II sec a.C si sviluppa il cosiddetto secondo stile pompeiano. Una testimonianza di questo stile la ritroviamo nella decorazione pittorica dell’Oecus 5 della villa dei Misteri, situata nei pressi di Pompei. Questa è stata recentemente sottoposta ad azioni di restauro ed è quindi finalmente visitabile.

Particolare della decorazione pittorica della Villa dei Misteri a Pompei

Particolare della decorazione pittorica della Villa dei Misteri a Pompei.

Il secondo stile, riferibile quindi all’epoca di Silla, Cesare, Marco Antonio e Cleopatra, è caratterizzato dall’inserimento di nuovi tipi di architetture: colonne, edicole, porticati e quinte di colonnati che si perdono all’orizzonte, spesso presentando anche figure umane a grandezza naturale come nel caso sopra citato.

Le figure della megalografia da cui prende il nome la villa dei Misteri rappresentano personaggi umani e divini che, in vario modo, parteciperebbero ad una cerimonia nuziale legata ai misteri dionisiaci. Dioniso, ebbro, giace sdraiato tra le braccia di Arianna, simbolo dell’unione tra il mondo divino e quello umano. Ancora, presso l’angolo della parete di fondo, una giovane donna viene fustigata da una divinità alata e solo attraverso la sopportazione del dolore la fanciulla potrà dimostrare di essere adulta e diventare così una sposa. Accanto alcune baccanti danzano. Ai margini della composizione vi è la figura di una matrona, il cui viso esprime una forte espressività legata ai riti che anticipano e seguono le nozze.

La prima parte di questo suggestivo viaggio nell’antica arte romana si conclude qui. Nel prossimo articolo approfondiremo i successivi stili pittorici, sempre attraverso le testimonianze materiali che queste antiche città sepolte ci hanno lasciato.

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Prima parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Prima parte

Il 1860 è l’anno della celeberrima spedizione dei Mille: un migliaio di volontari guidati da Giuseppe Garibaldi salpa, tra la notte del 5 e del 6 maggio, dalla città di Quarto per approdare a Marsala, in modo da conquistare il Regno borbonico Delle Due Sicilie affinché l’intero meridione possa essere annesso al nascente Stato italiano. Tra questi vi è il giovane ventinovenne Ippolito Nievo (numero 690) che oltre ad essere un colonnello delle armate garibaldine (grado acquisito dopo le battaglie di Calatafimi e Palermo) è anche giornalista militante, e soprattutto scrittore. La sua opera più famosa sono Le confessioni d’un italiano, romanzo sia storico che di formazione, scritto tra il dicembre 1857 e l’agosto 1858, pubblicato però postumo nel 1867, che racconta cinquant’anni di storia (dalla campagna napoleonica in Italia fino ai moti del 1848) vissuti attraverso gli occhi e sulla pelle del patriota Carlo Altoviti che come lui stesso afferma nacque veneziano e morì italiano.

Se Le confessioni d’un italiano sono un’opera che rivolge lo sguardo al passato, esiste un’altra opera di Nievo che al contrario pensa il futuro. Storia filosofica dei secoli futuri è un romanzo breve, un divertissement composto nel 1860, che può benissimo essere presentato come uno dei primi esempi di fantascienza/fantapolitica all’italiana. Ferdinando De’ Nicolosi è un filosofo e chimico dell’anno 1859; si chiede se sia possibile “anticipare” i prodotti delle vicende umane allo stesso modo dei botanici che riescono nelle serre ad anticipare la fioritura delle rose: «Le rose sbocciate nel calor della serra a mezzo l’inverno raccontano coi loro profumi alle sorelline, addormentate ancora, la storia d’un anno che per queste è ancora da venire[…] Su per su gli uomini somigliano alle piante, e le piante agli uomini[…] Perché non si potranno ottenere anche nel processo del pensiero umano delle fioriture anticipate?»

Dopo la fatidica domanda è messo in scena l’esperimento, primo elemento di tipo fantascientifico: «Presi mezz’oncia di fosforo e una dramma di plutonio, i due elementi di cui si compone l’intima semenza umana; li mescolai ben bene e tolsi dalla dose quella particella infinitesima che forma probabilmente lo strumento passivo dell’intelligenza. Diluito in seguito quest’atomo arcano in una bottiglietta di buon inchiostro nero inalterabile, e versato l’inchiostro sopra una carta convenientemente satura per mezzo del magnetismo animale di volontà e di pensiero, ne ricavai due grandi pagine d’un nero lucente e perfettissimo. Qui cominciava la parte meccanica e delicata del grande esperimento. Assoggettai quella carta alla temperatura media condensata e avvicendata di trecentosessantatré inverni e di trecentosessantatré estati. Il miracolo si operò appuntino; la fioritura pensante di tre secoli avvenire fu ottenuta con tal precisione, che sfido un critico tedesco a trovarci di che ridire. Come su un negativo fotografico alle levature di nitrato d’argento, comparvero dapprima su quella carta apparentemente carbonata alcuni segni bianchi: poi si profilarono alcune lettere, massime le iniziali; indi si disegnarono le intiere parole; da ultimo vi si stese elegantemente calligrafata la storia che ora trascrivo».

La storia che De’ Nicolosi trascrive è l’opera di tale Vincenzo Bernardi di Gorgonzola, storico dell’anno 2222 che ha descritto gli avvenimenti accaduti tra il 1860 e il 2222. L’opera di Nievo è divisa in sette capitoli:

Introduzione
Dalla pace di Zurigo alla pace di Lubiana
Dalla pace di Lubiana alla federazione di Varsavia (1960)
Dalla federazione di Varsavia alla rivolta dei contadini (2030)
Creazione e moltiplicazione degli omuncoli (2066-2140)
Dal 2180 al 2222, o il periodo dell’apatia
Epilogo

Messa da parte l’introduzione che racconta l’esperimento appena descritto, il primo capitolo comincia con un avvenimento storico reale: la pace di Zurigo (10 novembre 1859), ovvero il trattato che mise fine alla Seconda guerra d’indipendenza. In questo primo capitolo vengono descritte le varie battaglie successive alla pace di Zurigo che hanno permesso la scacciata degli austriaci dal Veneto. L’annessione del Veneto avviene con la fantomatica pace di Lubiana di cui però non viene fornita una data poiché Bernardi spiega che nel 2222 tutti i libri precedenti all’anno 2000 sono stati distrutti e sono rimasti solo alcuni frammenti. In questo capitolo Nievo prevede l’apertura del canale di Suez in anticipo di sei anni. Il secondo capitolo è molto sostanzioso. Il nuovo papa Giovanni XXIII (altra previsione?) è costretto a chiedere aiuto alla Russia, guidata dallo zar Nicola II, per via della minaccia dei liberali; i due s’incontrano nella penisola di Crimea e vengono a patti: «“Che volete, Santità?” chiese il Tartaro incivilito. “Quello che volete voi, Maestà”, rispose il Gran Sacerdote latino. “Vale a dire?” “Vale a dire che io voglio il dominio del mondo, come me ne danno diritto le bolle de’ miei santi predecessori”. “Per conquistar il mondo, m’immagino che vorrete cominciare da qualche parte!” “Voglio cominciar da Roma! voglio cacciare dalla sede degli Apostoli quegli scomunicati che vi si sono intrusi per consacrarvi l’empietà e la menzogna”. “Bene; io v’aiuterò a riprender Roma: ma, patti chiari! che la mia parte di mondo la voglio conservar io”. “Ah Maestà, se voleste convertirvi! se…” “Basta! a questo penseremo poi. Intanto io vi assegno a residenza le mine di Sebastopoli, e là potrete pontificare a mie spese finché le navi dell’Inghilterra e le mie truppe abbiano aperto la foce del Tevere e le porte della città eterna. Dio sia con voi!” “E che il cielo benedica le armi di vostra Maestà!” Da quel giorno Sebastopoli diventò la terza Roma o la seconda Avignone, e di colà partivano ogni domenica molti carichi di scomuniche ad uso degli Occidentali». All’alleanza si aggiunge anche l’Inghilterra. Russia e Inghilterra con l’appoggio del papa invadono Italia e Francia.

Che cosa succederà in seguito? Lo scopriremo nella seconda parte.

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