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Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Traduzione da: Why Time’s Trump Cover Is a Subversive Work of Political Art

L’annuncio annuale  del ’ personaggio dell’anno’ del Time è, anno dopo anno,  grossolanamente frainteso. Il periodico tuttavia,  è molto chiaro sul suo unico criterio ” la persona che ha avuto la maggiore influenza, in bene o in male, sugli eventi dell’anno”. Fate una semplice ricerca su Twitter e troverete innumerevoli persone che credono che la scelta del ‘personaggio dell’anno’ equivalga a un’approvazione.

Tra i precedenti vincitori erano inclusi Stalin (1939, 1942), Ayatollah Khomeini (1979), Adolf Hitler (1938), e altre figure che credo si possa presumere non siano appoggiate dallo staff del Time.

Quest’anno, non dovrebbe sorprendere che l’eletto presidente Donald Trump sia stato scelto per onorare la copertina dell’edizione annuale del Time (ripreso dal fotografo ebraico Nadav Kander).

”In bene o in male,” Trump, durante la sua campagna, e ora dopo la sua elezione, è stato certamente tra le maggiori influenze sugli eventi dell’anno.

Per cercare indizi utili a capire come il Time si senta in merito alla domanda – è ” nel bene e nel male?” – si può guardare l’immagine scelta per la copertina del numero. Le decisioni che il Time ha preso sulle modalità di fotografare Trump rivelano uno stratificato, variegato  settore di  riferimento che pone l’immagine tra le migliori copertine della rivista.

Al fine di scomporre l’immagine, concentriamoci su tre elementi chiave (tralasciando la posizione della ‘M’ di ‘Time’ che fa sembrare che Trump abbia delle corna rosse)

IL COLORE

Notiamo come i colori appaiano leggermente slavati, tenui, delicati. La tavolozza crea ciò che possiamo definire un effetto vintage. La nitidezza e i dettagli dell’immagine rivelano la contemporaneità dell’immagine, ma i colori indicano un tipo di pellicola più vecchia, chiamato Kodachrome.

La Kodachrome, la pellicola recentemente sospesa prodotta dalla Kodak, fu progettata all’inizio del 1900 per creare una riproduzione accurata dei colori. Divenne estremamente popolare tra la fine degli anni 30 e gli anni 70, e il suo aspetto distintivo definisce il nostro comune concetto visivo di nostalgia.

Riproducendo la tavolozza dei colori della Kodachrome, il Time ci fa immaginare la copertina  come se l’immagine appartenesse al periodo di popolarità della Kodachrome.

Questo spostamento visivo-temporale in un certo senso rispecchia molte delle guide che hanno alimentato l’ascesa di Trump.

Trump ha condotto una campagna basata su politiche regressive e atteggiamenti Anti- protezione ambientale, anti-aborto, pro-carbone, ecc.

Questa elezione non riguardava solo scelte politiche regressive, ma anche valori tradizionali (definiti in primo luogo dalla destra cristiana), di nostalgia per la grandezza americana e la sicurezza, di nostalgia per un mondo pre-globalizzato.

LA POSA

La posa di Trump può essere interpretata come un gioco sovversivo sulle tradizionali pose dei ritratti dei potenti.

I quadri dei monarchi possono detenere due funzioni estetiche- al suolo l’associazione tra il soggetto e il trono, consolidando in tal modo la metonimia, e aumentare il senso di assoggettamento nello spettatore. Lo spettatore deve avvicinarsi al monarca, il monarca non si scomoda per lo spettatore.

Nella nostra epoca post-monarchica, il potere del trono è ampiamente passato, ma l’importanza della figura seduta rimane. La sedia in se è irrilevante, ciò che conta è l’atto di essere seduti.  Inserendo un ritratto in questa tradizione, la sedia assume il ruolo del trono, e il soggetto il ruolo di re (o regina)- l’effetto visivo è lo stesso.

Consideriamo l’immagine seguente del Memoriale di Lincoln ( per ulteriori riferimenti osservate questa immagine di Putin).

Esse sono una versione esagerata delle pose tradizionali. Vediamo i nostri soggetti con la testa sollevata, ma cosa più importante, li osserviamo dal basso- L’angolazione ci costringe a cercare i soggetti, e fa sembrare che a sua volta il soggetto guardi in basso verso di noi. Questa posizione e angolazione, con lo spettatore apparentemente (e letteralmente nel caso del memoriale di Lincoln ), ai piedi del soggetto, lo  fa apparire dominante, potente, a giudicare.

Ma, capovolgiamo l’immagine, e improvvisamente abbiamo una nuova serie di significati.  Sulla copertina del time invece di vedere Trump con la testa sollevata e dal basso, lo vediamo seduto da dietro e circa all’altezza degli occhi. Il rapporto di potere si è completamente spostato.

La posizione di Trump girato verso la fotocamera rende il tono cospiratorio, piuttosto che di giudizio. Ci sono due immagini in gioco qui-  l’immaginario potere-immagine  dell’immagine presa dalla parte anteriore, e l’immagine reale, in cui Trump sembra offrire allo spettatore un occhiolino complice, come a dire, guardate come abbiamo gabbato quei polli (sia Trump che lo spettatore stanno guardando in basso verso coloro che si trovano davanti). Sovvertendo la tipica potenza dinamica, il Time, in un certo senso, coinvolge lo spettatore nelle elezioni di Trump, nel suo essere in copertina, in primo piano .

Su un altro livello, gran parte di ciò che sappiamo di Donald Trump è stato raccolto aattraverso le immagini. E’ un maestro di branding, una star dei reality che è stata per molto soggetto favorito dei tabloid. Scegliendo di non fotografare Trump con la testa alta, la copertina del Time ci offre quasi uno scorcio ‘dietro le quinte’ dell’uomo che ha passato molto del suo tempo di fronte alla macchina fotografica- aumentando il tono cospiratorio e la complicità dello spettatore. La natura altamente posata ed elaborata della fotografia offre un altro livello di ironia. Infine, dobbiamo notare l’ombra minacciosa in agguato sullo sfondo. E ‘un piccolo, ma importante e brillante dettaglio.  Proprio come questa immagine ci fornisce due punti di vista, ci fornisce anche due Trump- Trump il neoeletto presidente, e il suo spettro, inquietante dietro le quinte, in attesa di prendere forma.

LA SEDIA

Il colpo da maestro, il singolo  dettaglio che completa l’immagine intera, è la sedia.  Trump è seduto su quella che sembra essere una sedia Vintage  “Luigi XV” (così chiamata perché  fu progettata in Francia sotto il regno del re Luigi XV nella metà del XVIII secolo). La sedia non suggerisce solo i regni ciecamente ostentati dei re francesi poco prima della rivoluzione, ma anche, più specificamente, il regno di Luigi XV che, secondo lo storico Norman Davies, “ha prestato maggiore attenzione alla caccia di donne e cervi che al governo del paese”, e il cui regno è stato caratterizzato da “debilitante stasi”, “guerre ricorrenti,” e “continue crisi finanziarie” (suona familiare?). La brillantezza della sedia però, è visiva piuttosto che storica. E ‘un simbolo vistoso di ricchezza e prestigio’, ma se si guarda in alto a destra, si può vedere uno strappo nella tappezzeria, a significare l’immagine deteriorata di Trump stesso.

Dietro la furia, dietro i display luminosi della ricchezza, dietro le promesse scintillanti, abbiamo il debito, la mancanza di gusto, la demagogia, il razzismo, la mancanza di esperienza di governo o conoscenza (tutte cosi che, purtroppo, conosciamo già troppo bene ). Una volta notato lo strappo, le macchie sul legno vengono mese a fuoco, come le crepe nel trucco di Trump, la sottigliezza dei suoi capelli, la macchia nell’angolo in basso a sinistra della sedia – l’intera illusione di grandezza comincia a crollare. La copertina  dona meno l’immagine di un uomo potente rispetto alla ferma immagine di un leader, e il suo paese, in uno stato di degrado. L’ombra spettrale fa gli straordinari qui – suggerisce uno splendore che è già passato, se mai è esistito.

Nel loro insieme, questi elementi si aggiungono ad una profonda interpretazione di ansia per i prossimi anni. Abbiamo il collocamento implicito di Trump a metà del 1900 (guardando attraverso gli archivi delle copertine del Time, non ci sono immagini che somiglino propriamente a questa, salvo quella qui a sinistra [un confronto puramente visivo]). Abbiamo un’ipotesi di complotto, squallore al di sotto del potere. Abbiamo la facciata fatiscente di ricchezza, che, come “Il ritratto di Dorian Gray”, suggerisce più di un deterioramento fisico.

Come  fotografia, è un successo raro. Come copertina, è una dichiarazione.

Moda e cosmesi nella Roma antica

Moda e cosmesi nella Roma antica

In copertina: Affresco della Casa dei Vettii  – Pompei – Ciclo di lavorazione degli olii profumati

L’arte che mira a conservare la bellezza e la freschezza del corpo femminile e maschile è definita cosmesi. Si tratta di una tecnica antica, infatti trae le sue origini in Oriente e in Egitto si diffonde ben presto in Grecia diventando una pratica indispensabile per uomini e soprattutto donne anche nel mondo Romano.

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

 

I Romani una volta conosciuto tale mondo, nonostante le opinioni dei più conservatori, che resistevano al fascino della cosmetica, ne divennero dei consumatori sfrenati. A tal proposito è opportuno citare uno degli autori più “licenziosi” e brillanti della letteratura latina: Ovidio, conosciuto provocatore della regola severa dell’imperatore Augusto, oltre ad altre celebri opere scrive i “Medicamina Faciei femineae”, un trattato sui cosmetici. I primi versi corrispondono a una sorta di introduzione generale al problema della cosmesi, nei successivi l’autore elenca una serie di ricette e di prodotti per la bellezza del corpo. In quest’opera si conferma il contrasto con le regole ufficiali dell’epoca. Secondo le quali il ricorso alla “maschera” per valorizzare le peculiarità fisiche è considerata per lungo tempo dal mondo latino una sorta di contaminazione prodotta dalla mentalità orientale. Ovidio in un ennesimo atteggiamento trasgressivo e con una mirabile modernità di pensiero considera i cosmetici uno strumento essenziale attraverso il quale le donne rispondono ad un obbligo verso se stesse prima che nei confronti degli altri. Il cosmetico in tale prospettiva ha una funzione decisiva: la bellezza d’espressione del volto non ha valore in una dinamica ostentativa e quindi di esibizione narcisistica delle proprie qualità, risulta invece, un’ esigenza profonda del singolo.

Ritratto di Ovidio

Ritratto di Ovidio

Anche se vivono confinate in campagna si pettinano i capelli

Anche se la loro nascosta dimora fosse sull’impervio Atos, l’alto monte accoglierebbe donne curate

Piacere a se stessi ha sempre un certo fascino, alle giovani donne sta a cuore ed è gradita la propria bellezza.

Le donne del monte Atos pur isolate in un ambiente non facile sarebbero truccate e adornate, dice Ovidio. La connessione tra qualità esterne e morali è molto stretta, a tal punto che le prime quando sfioriscono per ragioni anagrafiche devono essere valorizzate dalla virtù.

In cima alle vostre preoccupazioni ci sia o fanciulle un buon comportamento, l’aspetto fisico trova consensi se l’indole è accattivante, l’età cancellerà la bellezza e il volto pur piacevole sarà solcato da rughe, verrà i tempo in cui vi increscerà di guardarvi allo specchio, e il disagio aggiungerà un altro motivo per corrugare il volto. La qualità dell’animo è sufficiente e dura per lungo tempo, e proprio nella sua durata l’amore ha una ragione per esistere.

L’idea Ovidiana sta a metà strada tra l’accettazione dello scorrere inesorabile del tempo e l’intento consolatorio suggerito dalla consapevolezza di un inarrestabile processo di invecchiamento.

Ma passando al lato pratico della questione è importante dire che in antico gli ambienti dedicati alla toeletta erano arricchiti da vari oggetti d’arredo, e i trucchi utilizzati erano prevalentemente di origine naturale.

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Questo rilievo decorava il fianco di un pilastro funerario e rappresenta soggetti tratti prevalentemente dalla vita quotidiana. Al centro, la matrona siede su una poltrona di vimini, mentre le ancelle sono intente a pettinarla.

Gli oggetti relativi alla pratica sono una poltrona di fibre vegetali come nel rilievo, un tavolino con  zampe da leone su cui poggiavano altri utensili utili: specchi di rame e di argento levigato, pettini, spilloni per capelli, cassettine e vasetti per il trucco e profumi.

Per la cura dei capelli oltre ai pettini e agli spilloni a quell’epoca esistevano per fare i ricci, dei ferri riscaldati chiamati Calamistra.

Le pettinature più in voga erano il tutulus di origine etrusca, in cui i capelli erano raccolti con un nastro in modo da formare una sorta di cono sulla sommità del capo, e un’acconciatura detta “all’Ottavia”, inaugurata da Ottavia sorella dell’imperatore Augusto. Imitata da tutte le donne del palazzo: sulla fronte si lasciava solo un ricciolo, mentre gli altri capelli si raccoglievano in trecce sulla nuca.

Ritratto di Giulia, figlia dell'imperatore Tito con acconciatura all'Ottavia

Ritratto di Giulia, figlia dell’imperatore Tito con acconciatura all’Ottavia

 

Per la cura del viso invece si usava il nero fumo di semi di datteri arrostiti per il contorno degli occhi ed esistevano già da allora dei falsi nei. Un impasto particolare a base di hennè serviva per colorare le unghie. Anche il resto del corpo spesso veniva colorato: le labbra, le mani, le piante dei piedi, e in certi casi anche le punte dei seni con polvere d’oro.

Le donne amavano anche tingersi i capelli. Per divenire bionde si impiegava il sapo, un misto di cenere e di grasso animale o vegetale, altrimenti si ricorreva a parrucche fatte con capelli dei popoli nordici o con i capelli delle proprie schiave per risparmiare sui costi .Per la depilazione invece si usava una crema a base di pece greca, oppure le classiche pinzette.

E gli uomini?

Nonostante la pratica della depilazione fosse considerata effemminata, molti uomini si facevano depilare. Tra cui anche personaggi importanti della storia come Cesare e Augusto, che si depilavano le gambe con gusci di noci incandescenti, convinti che così i peli sarebbero ricresciuti più morbidi. La depilazione maschile era tanto derisa quanto diffusa. Alle terme per esempio era sempre presente uno schiavo addetto esclusivamente alla depilazione degli uomini.

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Tutti oggi conosciamo Metaponto come una florida località balneare, in provincia di Matera ma da dove trae le sue origini questa città? Quali sono i fattori che determinano la sua importanza? Come era strutturata in epoca antica? Metapontum fu una polis fondata dai coloni Greci dell’Acaia nel 640-630 a.C. La polis era una colonia agricola richiesta da Sibari, per evitare che questo fertile territorio venisse conquistato dai Tarantini, a loro volta  coloni Spartani, che prendevano sempre più potere e territorio a danno dei centri indigeni e greci nei dintorni. La principale ricchezza economica di questa città proveniva, appunto, dall’agricoltura, le testimonianze archeologiche di tale fenomeno provengono dalle monete raffiguranti la spiga d’orzo che divenne il simbolo della città. Oltre alle testimonianze archeologiche ci sono anche delle origini mitiche attribuite a questa città, secondo le quali Metaponto fu fondata dall’eroe Nestore di ritorno dalla guerra di Troia. Quella che oggi è una frazione di Bernalda, nel VII secolo a.C. era un importantissimo centro conosciuto per diverse motivazioni. La prima di queste è la produzione della ceramica attestata dalle fornaci ritrovate nell’antica città e dai vasi riconducibili a questa produzione, come quelli del Pittore di Pisticci.

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Ulteriore motivazione della sua importanza è che a Metaponto visse e operò uno dei più importanti filosofi Greci: Pitagora, il quale fondò una delle sue scuole e visse qui fino alla fine dei suoi giorni.

La città antica, era strutturata come una vera e propria polis greca, delimitata da mura al cui interno si ergeva l’area sacra.

Pianta del santuario di Metaponto

Pianta del santuario di Metaponto

Tale area era formata da quattro templi, di diverse fasi costruttive, tre templi dorici ed uno ionico, i quali sono databili dal più antico (Tempio C) alla fine del VII secolo a.C. fino al più recente (Tempio D) al V secolo a.C. L’agorà, a est del luogo di culto, era formata oltre che dalla scuola pitagorica, da un oracolo dedicato ad Apollo e dall’ekklesiastèrion. Quest’ultimo fungeva sia da edificio per le riunioni politiche sia da teatro. Al di fuori delle mura, invece, troviamo il tempio di Hera, meglio noto come Tavole Palatine.

Tavole Palatine

Tavole Palatine

Oggi vediamo solo poche colonne di stile dorico ma nel VI secolo a.C. Era un tempio con una peristasi di 6×12 colonne con fregio in terracotta di cui ci restano solo pochi frammenti, che sono però visitabili, al Museo archeologico nazionale di Metaponto.

Ricostruzione del tempio di Hera

Ricostruzione del tempio di Hera

 

 

La rivoluzione musicale “do Brasil”

La rivoluzione musicale “do Brasil”

Nel secondo ‘900 in Brasile, conclusasi la parentesi della dittatura fascista con il suicidio di Getùlio Vargas, un nuovo golpe militare porta il paese in repressivi anni di piombo. Il governo militare censura le opere culturali creando un organo per manomettere tutte le opere, riducendo in brandelli le arti e la stampa.

A causa della loro collocazione politica e delle idee espresse dalle opere, gli artisti brasiliani vennero inizialmente arrestati e successivamente rilasciati in cambio di un esilio “forzatamente spontaneo” che ha poi arricchito le culture occidentali che li ospitavano. È il caso della bossa nova e della samba, dapprima ascoltate dai giovani squattrinati nel bar de Bubu di Santo Amaro poi “detonatori della rivoluzione” non puramente politica ma musicale e filosofica. Due generi musicali latini diventati autentico soft-power della cultura verde-oro che in Italia ha poi distinto molti artisti: da Mina ad Ornella Vanoni; da Pino Daniele a Lucio Battisti.

Geraldo Vandrè canta al festival internazionale della canzone

Geraldo Vandrè canta al festival internazionale della canzone. Immagine da UOL Música

Il ’68 è l’anno che chiama all’appello le masse, e il brasiliano Geraldo Vandrè scuote quelle del suo paese cantando l’inno alla resistenza contro i militari “pra não dizer que não falei das flores” (non si dica che non ho mai parlato dei fiori). Finito in carcere, esilia in Cile. Il caso non sfugge a Sergio Endrigo che in Italia propone al pubblico di Canzonissima una versione tradotta. Endrigo realizzerà anche una cover di samba em preludio di Vinícius de Moraes. Esule anche lui con Toquinho frequentano moltissimo gli ambienti italiani. Il primo oltre che un musicista è anche un poeta eccezionale tant’è che il suo omologo italiano Giuseppe Ungaretti ne traduce una sua raccolta di poesie.

A spalleggiare altri brasiliani in Italia c’è Chico Buarque, musicista e intellettuale che in Italia incise due album, di cui uno arrangiato da Morricone. Ma a lasciare il Brasile nel dicembre ’68 e poi trovare sfogo altrove sono tantissimi: per es. Gilberto Gil e Caetano Veloso, premiati con la Targa Tenco.

Elis Regina fu una delle eroine della protesta contro la dittatura denunciando apertamente i comportamenti del governo nelle sue apparizioni pubbliche e nelle canzoni. Un atteggiamento generato dalla sua strumentalizzazione da parte del governo di “bella e brava cantante” non permettendole di uscire dal paese e di ottenere risultati e successi ancora maggiori all’estero. Diventata orgoglio dei brasiliani, alla sua morte venne avvolta nella bandiera brasiliana con suo nome al posto della scritta “Ordem e Progresso”. Planetaria però è la sua collaborazione con Tom Jobim in Águas de Março. Interpretata anche dalla nostrana Mina in italiano. Ma ne esiste anche una versione in francese, inglese o spagnola.

 

Se c’è una cosa che ho imparato dall’antropologia è che il sangue puro è un’illusione. Ed è meglio così. Il Brasile è basato su questa potente dicotomia, sui conquistadores portoghesi che importano la lingua e gli schiavi neri dall’Angola che trascinano con sè il proprio tribalismo. La Samba, viene da lì. E’ il loro linguaggio, un loro codice che ogni regione, ogni ambiente ha declinato a modo suo.

Tutto parte da dei tamburi (o da fraseggi taglienti di chitarra) e da un ombelico: un danzatore (o danzatrice), al centro di un cerchio, sfiorava l’ombelico ad un altro e questo si aggregava al centro, come a formare un nucleo pulsante di un mondo tenuto fuori, distinguibile e noioso. Da Bahia è partito un esodo che poi ha portato a diffondere questo genere e il ballo annesso in tutto il mondo, ma non possiamo non pensare a quanto Rio e il suo Carnevale ne costituiscano l’esempio più barocco, sfarzoso, sensuale al mondo. Bahia e Rio sono i fianchi innamorati e ballerini del Brasile.

Quando due ballerini eliminano il loro ego e permettono alle loro identità di fondersi, ne viene fuori un pezzo di realtà vera e tangibile. La musica funziona in modo analogo e così succede nei migliori esempi in cui la samba, di cui la Bossa Nova costituisce la variante più cerebrale e timida a causa del ritmo più sincopato, si fonde con la cultura occidentale. Il padrino della Bossa Nova, in Brasile è Antonio Carlos Jobim, che per loro è semplicemente “O maestro”(poche cose mi stimolano come i soprannomi brasiliani). Jobim non poteva rimanere per lunghi periodi fuori dal suo paese, soffriva di una cosa chiamata saudade e nel ’66, mentre era a Rio, ricevette una telefonata. “Vorrei fare un disco con te, ti interesserebbe l’idea?” . A parlare era Frank Sinatra, a cui all’epoca Dio poteva fare solo da guardaspalle.

Ciò che ne è uscito è una gemma raffinatissima.


Una cosa da non sottovalutare, oltre alla musica, ai movimenti, sono le parole dei brasiliani. Sanno usarle come pochi.

“Soy el fuego que arde tu piel, soy el agua che mata tu sed”

Un arpeggio apre una delle più belle serie prodotte da Netflix, Narcos, di cui non credo di dover parlare. Narcos fa con la Colombia, quello che la sua sigla ha fatto con la musica brasiliana. L’America si infiltra dentro una cultura che non è sua e siccome non la può padroneggiare, è costretta a comprenderla e ad adattarsi, trovando un incontro fiorente e disarmante. Rodrigo Amarante ha detto di essersi ispirato ai sentimenti della madre di Pablo Escobar mentre cresceva il futuro boss del Cartello di Medellin. Ed è il folk elettrico, il terreno su cui la sua simil-samba si dispiega: “Mi tesoro basta con mirarlo, y tuyo serà”.

 

Di Roberto Del Latte e Walter Somma

Honoré de Balzac, l’amore per Laure de Berny e “La duchessa di Langeais”

Honoré de Balzac, l’amore per Laure de Berny e “La duchessa di Langeais”

Balzac aveva davanti a sé le sue mani. Mani tremanti che cercò di rilassare allungando il polso della camicia. Fogli, appunti..e l’inchiostro sbavato per una lacrima caduta. “Come concludo?” si chiedeva e si tormentava. Glielo doveva..

“Eccoti rinsavito. Nutri solo delle passioni, d’ora in avanti; ma l’amore bisogna saperlo dare a chi lo merita, e soltanto l’ultimo amore di una donna può soddisfare il primo amore di un uomo.”

Con queste struggenti parole si chiude la seconda edizione del romanzo breve “La duchessa di Langeais”.

Honoré de Balzac, il dandy ribelle di sinistra, fu un abile studioso della realtà.
L’osservazione e l’ascolto furono preliminari all’invidiabile padronanza di argomentazione e descrizione dei molteplici movimenti sociali e storici, a cui intrecciò aspre critiche nei confronti della borghesia francese. Descrisse il mondo e le sue trasformazioni.

Il suo fu un lavoro di storicizzazione dei personaggi e focalizzazione sul dettaglio, sulla scia dei cambiamenti realizzati da Walter Scott nell’ambito del romanzo. Tutta la sua vita sarà finalizzata alla creazione di un’architettura letteraria, che nasce e si sviluppa con la trasformazione di sé stesso come figlio e personaggio di quella stessa società che rigettava e lo rigettava. Sino ad assumersi la paternità del Realismo. Un uomo sensibile all’eleganza, animato, quasi per contrasto, da sorprendente fantasia e immaginazione.

Nel 1821, giovane e curioso trascorse la sua estate a Villeparisis. L’aria fresca e umida e il verde dei paesaggi del Nord della Francia contribuivano ad alimentare il suo animo di sognatore.
Quanto gli era gradito stendersi all’aperto, tra lo sgargiante dei prati e la nebbia offuscante, e cimentarsi nella lettura di un buon libro per deviare i suoi pensieri troppo concentrati sui diverbi famigliari e sulla povertà.

Un fugace incontro cambiò ogni cosa.

Un rapido scambio di idee segnò nel ventiduenne Honorè un’attrazione ossessiva per quella mente matura, e ai suoi occhi così stimolante, della contessa Laure Antoinette Hinner, o semplicemente Laure de Berny, di vent’anni più grande. La donna era sposata con due figli. Dolce e premurosa, di indole romantica, non seppe tuttavia resistere alle lusinghe del caloroso giovane. Nel 1822 cominciava ufficialmente la loro relazione. Relazione a cui tutti si opposero, non condivisa dal punto di vista culturale, e ritenuta offensiva in quanto macchiata di adulterio.

 

Ritratto di Madame Laure de Berny di Henri Nicolas van Gorp
Originale qui

« O Laure,
E’ nel mezzo di una notte piena di te, all’insegna del silenzio, e perseguitato dal ricordo dei tuoi baci deliranti che ti scrivo. E quali idee posso avere, tu le hai prese tutte, si, tutta la mia anima si è attaccata alla tua e ormai tu non camminerai se non con me.
O, sono circondato da un prestigio teneramente incantevole e magico; non vedo che la panchina, non sento che il tuo dolce contatto, e i fiori che sono davanti a me, anche se secchi, conservano un odore inebriante.
Tu testimoni le paure e le esprimi con un tono straziante per il mio cuore. Ahimè, ora sono sicuro di ciò che ho giurato, perchè i tuoi baci non hanno cambiato niente.
Io sono cambiato.
Ti amo alla follia. »

Lettera di Balzac a Laure de Berny 

Il loro era un amore spregiudicato ma non solo passionale. Il loro era, soprattutto, un legame intellettuale. Laure era la sua musa, oltre che benefattrice. Fonte continua di incitazione, fu colei che lo guidò alla conoscenza del suo genio. In qualche modo sostituiva la figura materna, quella autorevole, da cui invece non aveva mai ricevuto approvazione. Gli fu sempre accanto, affettivamente ed economicamente.

Da buon artista, decise di sperimentare. Rimanere ancorato a una sola persona sarebbe stato controproducente per il suo essere ‘oppressato’ dalla noia, e su cui l’ambizione prevalse. Nonostante ciò, lei continuò ad essere la sua “Dilecta”.
Tra le sue altre esperienze amorose decisivo fu per Balzac l’impeto provato per Claire Clemence Henriette Claudine de Maillé de La Tour-Landry , la duchessa di Castries.

La donna era stata protagonista in passato di diversi scandali dovuti alla fuga con Victor Metternich, nipote del cancelliere austriaco, Klemens von Metternich. Rappresentante dell’alta aristocrazia, emblema della raffinatezza, ritratta con una candida pelle e amante della cultura, godeva della reputazione di regina dei salotti quando, una volta morto l’amante per tubercolosi, decise di tornare a Parigi per reintegrarsi nella società di appartenenza. E fu in questo momento, nel 1832, che fece conoscenza dell’ora più maturo Honoré. La donna assunse nei confronti dello scrittore un atteggiamento di subdola civetteria che culminò con un rifiuto e una diatriba dialettica, a Ginevra (come ci è dato sapere da alcune corrispondenze epistolari). Laure, per alleviare le sue pene, spinse Balzac ad abbandonarsi totalmente alla scrittura e a diffidare degli aristocratici. Balzac seguì solo il primo dei suoi consigli.

Decise dunque di comporre ciò che oggi è noto come “La duchessa di Langeais”. Un romanzo di ‘nonamore’ nel quale ogni episodio è portato ad una estremizzazione senza mezze misure. Immediata fu l’associazione tra il racconto e gli ultimi avvenimenti di Balzac. Tutto ciò portò sotto shock la società parigina in quanto vide nel protagonista della narrazione l’alter-ego dello scrittore, personaggio che nella dimensione letteraria si macchia di atti di necrofilia e misoginia in generale. Ma ebbe modo di dare le sue spiegazioni.

La prima pubblicazione si ebbe nel 1834, data segnata anche al termine del libro. Non casuale in quanto, con una condotta che inizialmente verrà valutata come mera vendetta, si lega alla contessa Medame Hanska, di cui si innamorerà follemente.

Due anni dopo, lontano ormai da quelle pene, Honorè si ritrovò a cercare la quiete passeggiando per le piazze milanesi. Quanto aveva auspicato vedere la sua amata Italia, patria e culla dei suoi modelli letterari.
Alzò lo sguardo, si sistemò i baffi, facendo per arricciarseli, e si girò intorno con aria scrutatrice come era sua abitudine. Nonostante l’uscita piacevole, rimase preda di un’intensa malinconia immotivata. ll cielo era grigio e le nubi si stavano infittendo. Nel tornare in albergo venne bloccato da degli uomini. Lo informarono di aver ricevuto una lettera.

“Cosa sarà mai?” La malinconia mista a curiosità, come le nubi, si infittì…
Le mani davanti a sè, una lacrima che cade, l’inchiostro, sul foglio che mantiene, che si sbava:

Laure de Berny est morte.

“Plaque commemorative de Laure de Berny”
Originale qui

“Ho perso più di una madre, più di un’amante, più di quanto una creatura possa rappresentare. Nelle mie peggiori tempeste lei mi ha sostenuto con le parole, con i fatti, con la devozione. Se vivo, lo devo a lei. Era tutto per me”.

Parole con cui Balzac descrive Laure de Berny in una lettera a sua sorella

 

Glielo doveva.

Pensieri frenetici e rimpianti lo dilaniavano. Doveva delle spiegazioni anche a Eva Hanska per quel dolore, Eva Hanska che mai più avrebbe lasciato. Non avrebbe più commesso i medesimi errori:

“Dovrei essere uno stolto se non ammettessi che dal 1823 al 1833, fino alla fine di quella battaglia, un angelo mi ha sostenuto. Mme. de B…, benché sposata, è stata come un angelo per me. È stata una madre, un’amante, la mia dimora, un’amica e una consigliera; lei ha formato lo scrittore,lei ha consolato l’uomo, ha creato il mio gusto; ha pianto e riso con me come una sorella, lei che giorno dopo giorno e tutti i giorni è venuta a cullare le mie sofferenze, conducendomi al sonno benefico. Ma lei ha fatto anche di più, perché, nonostante le sue finanze fossero sotto il controllo di suo marito, ha trovato il modo di prestarmi non meno di 45 000 franchi, e io le ho restituito gli ultimi 6 000 franchi solo nel 1836, con il 5 % di interessi, naturalmente. Ma venne a parlarmi del mio debito solo dopo, con delicatezza. Senza lei io sarei certamente morto. Spesso si rendeva conto che io non avevo nulla da mangiare per parecchi giorni; provvedette a tutti i miei bisogni con angelica bontà. Lei ha fomentato in me quell’orgoglio che preserva un uomo da tutte le bassezze, quello stesso orgoglio che oggi i miei rivali mi rinfacciano come se fosse una sciocca auto-soddisfazione, e che Boulanger nel descrivermi ha un po’ esagerato a evidenziare”.

Lettera di Balzac alla sua amata Mme. E. Hanska

La “Duchessa di Langeais” rappresentava un inno alla rivalsa. Così Balzac decise di rendere onore alla donna più importante della sua vita dedicandole, attraverso la “tecnica occulta”, le ultime parole di questo romanzo nella sua seconda edizione. Un gesto simbolico e di riconoscenza. Dopotutto, dietro ogni suo scritto vi era la mano di Laure. L’immagine di una donna con un amaro sorriso che aveva dato tutto al suo ultimo amore.

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Riprendiamo la lettura del futuro immaginato da Ippolito Nievo in Storia filosofica dei secoli futuri. Nella prima parte (che trovi qui) ci siamo fermati a un anno imprecisato tra XIX e XX secolo: papa Giovanni XXIII in esilio a Sebastopoli stringe un’alleanza con lo zar Nicola II per invadere Italia e Francia (a questa alleanza si unirà anche l’Inghilterra).

Siamo alla fine del secondo capitolo, la Russia e la Germania si contendono il continente. Il 1950 è l’anno della rivoluzione russa (Nievo ha immaginato anche questa seppur in modo diverso): Polonia e Turchia si separano dall’impero dando origine al regno di Polonia e all’impero bizantino. Il 1960 è l’anno di conclusione del secondo capitolo ed è l’anno della federazione di Varsavia. Questa federazione altro non è che l’Unione europea immaginata da alcuni intellettuali risorgimentali italiani come il filosofo Carlo Cattaneo, ovvero un’unione di Stati federali e laici. La federazione di Varsavia è composta da 12 Stati: l’impero russo e l’impero bizantino, i regni d’Inghilterra, di Polonia, d’Italia, d’Irlanda, di Scandinavia e di Spagna, ed infine, le repubbliche di Francia, Germania, Svizzera e Danubio.

Lasciamoci alle spalle il secondo capitolo e procediamo col terzo. Questo si apre con l’introduzione di un personaggio, Giovanni Mayer, agricoltore boemo che afferma di essere il nuovo Messia: «La buona novella ch’io ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna vivere bene, e che a vivere bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l’accettare benefizi […] bisogna mettere via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla». Con il personaggio di Giovanni Mayer, Nievo in un certo senso prefigura la nascita dei trascinatori di masse che noi uomini reali e contemporanei conosciamo fin troppo bene. Lo fa in un modo ironico dicendo che Mayer è riuscito in soli ventotto mesi a crearsi un popolo di credenti, mentre, il filosofo Hegel in quarant’anni di filosofia ne è riuscito a farsene solo uno, il portinaio. Senza dubbio queste pagine mostrano il pensiero del Nievo sociologo e pessimista: il pericolo che le lotte di indipendenza delle masse dai centri di potere politico-religioso possano declinare in forme di decadenza culturale cui solo i “sogni di un visionario” possano riempirle. Il “visionario” forte del numero di adepti acquisiti si autoproclama Papa della buona gente e comincia la sua campagna di conversione nel mondo. Il suo successore Adolf Kurr riuscirà nell’impresa e riuscirà a farsi eleggere “gran patriarca del mondo e benefattore del genere umano”, tanto da ringraziare l’umanità con la distruzione di tutti i libri, colpevoli di determinare la diversità tra le classi.

Il quarto capitolo è quello più fantascientifico e avvincente. Viene descritta la nascita nell’anno 2140 degli omunculi, anche chiamati uomini di seconda mano. Cosa sono? Semplice dei robot. I creatori di questi omuncoli sono i fabbricatori di macchine da cucire e vicini di casa Jonathan Gilles e Teodoro Beridan che assieme hanno creato il primo omuncolo chiamato Adamo. Gilles ordina all’omuncolo di uccidere Beridan, l’omicidio riesce e sia lo scienziato che l’omuncolo vengono arrestati ed entrambi condannati; qui Nievo pone una importante riflessione giuridica, ovvero se sia giusto condannare una macchina artificiale. In queste pagine, inoltre, fuoriesce tutto il pessimismo di Nievo per il progresso tecnologico; è descritto un mondo in balia dell’ozio e delle droghe visto che tutte le semplici mansioni sono affidate agli omuncoli. Per combattere la “peste apatica”, nel 2180 viene ordinata dal Papa la chiusura delle fabbriche di omuncoli e il battesimo per quelli rimasti (attacco sarcastico di Nievo nei confronti del cattolicesimo).

Il viaggio è giunto al termine ed è giunto il momento di tirare le somme sull’opera. Storia filosofica dei secoli futuri non è sicuramente un’opera da affiancare ai classici della letteratura italiana; è un divertissement ricordiamocelo, ma se ne consiglia la lettura anche per capire le aspirazioni e le paure di un uomo che ha scritto questo libricino mentre partecipava alla spedizione dei Mille, ovvero quando si stava facendo la storia.

Oggi 30 novembre ricorre l’anniversario di nascita di Ippolito Nievo e credo sia giusto ricordarlo con l’ultima frase dell’ultimo capitolo: «Sia pace all’anima sua!».

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