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John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

È appena arrivato il circo a Brookfield, New york. È l’estate del 1941. Sotto i tendoni ci sono funamboli, clown, giocolieri e c’è anche lui: John “Bull” Walker, che a vederlo ti mette paura. È l’uomo forzuto che con un pugno ti atterra. All’improvviso un annuncio: il domatore di leoni ha la testa tra le fauci del felino. Quando l’animale molla la presa, lui giace incosciente per terra. Serve un dottore e arriva John Bull Walker a salvarlo con la respirazione bocca a bocca. Nessuno lo sa, ma l’uomo forzuto è uno studente di medicina al terzo anno e il suo vero nome è John Bonica.

È nato nel 1917 a Filicudi, nelle isole Eolie. Il padre è il vicesindaco del paese, la madre ostetrica e infermiera. Assieme alla madre assiste per la prima volta all’intervento di un ascesso al seno; ha soli 8 anni e sviene alla vista dell’incisione, ma l’evento resterà indelebile nella sua memoria.
La vita scorre tranquilla in quella terra della macchia mediterranea, tra ginepri e capperi e l’odore del mare tutto intorno. Forse anche troppo tranquilla, quando sai che dall’altra parte del mondo c’è l’America che sa di successo e fortuna. Così nel 1925 Antonino Bonica, padre di John, lascia Filicudi e parte per dare ai suoi figli un futuro più stabile. Tre anni dopo la famiglia lo raggiunge a Brooklyn.

Nonostante la crisi del 1929 e l’impossibilità di traferire il capitale in America a causa delle restrizioni sulla valuta, Antonio Bonica riesce a mantenere la sua famiglia lavorando come bracciante e successivamente come supervisore in un’agenzia telefonica. Inaspettatamente però, nel 1932, il padre di John muore all’età di 55 anni, lasciando la famiglia con i soli risparmi accumulati in 4 anni.
E’ un periodo di grandi difficoltà economiche e John Bonica inizia a perdere la speranza di realizzare il suo sogno: diventare un medico. Tuttavia, grazie ai sacrifici della madre e alla sua tenacia, riesce a proseguire  gli studi. Tra il ’32 e il ’36 contribuisce alle spese della famiglia lavorando come venditore di giornali la sera e lustrascarpe e commesso in una drogheria nei fine settimana. In questi anni si appassiona anche al wrestling amatoriale e durante uno dei suoi incontri conosce Emma, una ragazza di origini veneziane che presto diventerà sua moglie.

Nel 1936 vince il campionato interscolastico e intercollegiale di wrestling e viene notato da uno dei maggiori esponenti del settore che lo spinge a diventare un wrestler professionista. Lotta nei maggiori centri degli Stati Uniti. Nel ’38 vince il titolo americano di campione nazionale e l’anno successivo quello canadese. Nel ’41 è il campione del mondo dei pesi mediomassimi. D’estate gira con il circo per pagare la retta universitaria. E’ l’uomo forzuto. E’ John “Bull” Walker. Usa uno pseudonimo perché nessuno deve sapere che dietro quei muscoli e l’aspetto da duro, c’è John Bonica,studente di medicina. Neanche i suoi colleghi in ospedale conoscono il suo segreto. Per due volte si presenta in sala operatoria con un occhio così malridotto da non riuscire a vedere, le orecchie storpiate dai combattimenti sembravano due cavolfiori.
In questi anni John vive due vite parallele. E’ un lottatore e uno studente di medicina, infligge dolore e lo cura. E’ John Bull Walker e John Bonica.

Nel 1942 si laurea in medicina e sposa Emma, inizia il tirocinio al Saint Vincent Hospital e proprio qui accade un evento che colpisce profondamente Bonica.
Alla moglie, durante le doglie per la nascita della sua prima figlia,viene somministrato un cattivo anestetico da un medico interno inesperto che ha un effetto quasi fatale per l’ipossia indotta dall’aspirazione del contenuto gastrico. Bonica, che assiste al parto, spinge via il medico, libera le vie aeree della moglie e salva lei e la sua bambina.
Decide così di dedicare la sua vita all’anestesiologia e al trattamento del dolore.

Nei suoi anni tra le corsie degli ospedali, Bonica comincia a notare casi che contraddicevano quello che aveva imparato. Il dolore doveva essere un campanello d’allarme, un segnale che indicava qualcosa che non va. Eppure c’erano casi di persone che,dopo l’amputazione di una gamba, continuavano a sentire dolore proprio nella gamba inesistente, o che lo avvertivano anche in assenza di ferite.
Bonica vuole saperne di più. Incontra altri medici, legge libri, si documenta, ma scopre paradossalmente che il dolore , soprattutto quello cronico, è uno degli argomenti meno affrontati dalla medicina.
E allora scrive lui le pagine mancanti. Scrive “Il trattamento del dolore”,a carattere enciclopedico, che sarebbe diventato la bibbia dell’ anestesiologia. Propone nuove strategie, nuovi trattamenti basati sull’impiego di iniezioni neurobloccanti. Crea una nuova istituzione, “la Clinica del dolore”, consapevole della necessità di un approccio multidisciplinare sulla gestione dello stesso. Contribuisce allo sviluppo dell’epidurale per le partorienti. Nessuno prima di lui aveva mai dato così importanza ad uno degli aspetti più frustranti della malattia.

Bonica vide il dolore da vicino. Lo sentì. Lo visse. Per questo non potè ignorarlo negli altri. Gli anni da wrestler professionista gli procurarono serie lesioni a livello dei muscoli scheletrici. Intorno ai 55 anni soffriva di una grave osteoartrite e fu costretto a sottoporsi a più di 18 operazioni nel corso della sua vita. Camminava con le stampelle e a malapena riusciva ad alzare il braccio e a ruotare la testa. Conosceva il dolore e dedicò la sua intera vita a combatterlo, perché come disse lui stesso, il dolore è l’esperienza umana più complessa e riguarda la vita passata, quella presente, le relazioni, la famiglia. Bonica ha ridefinito lo scopo della medicina: l’obiettivo non è solo curare il paziente, ma anche alleviare le sue sofferenze. Oggi John Bull Walker, l’uomo forzuto che a vederlo ti metteva paura, il wrester professionista che con un pugno ti atterrava, è considerato il padre della  moderna terapia del dolore.

La santa anoressia

La santa anoressia

Venere di Willendorf (Paleolitico superiore)

Da sempre fino a un passato neanche tanto remoto, un parametro che indicasse ottime condizioni di salute e ricchezza era rappresentato dalle “rotondità”. Anche l’arte figurativa e scultorea ci offre una vasta messe di riproduzioni in cui la donna presenta forme prorompenti come simbolo di bellezza.

Digiuni e diete non erano una pratica comune nella dimensione femminile o perlomeno non erano tesi a un mero obiettivo estetico. A tal fine, essi cominceranno ad avere larga diffusione a partire dalla prima metà dell’800.
Nel 1868, per indicare l’atteggiamento di alcune donne che rifiutavano il cibo anche se denutrite, si utilizzerà per la prima volta l’espressione “anorexia nervosa”, coniata da da William W. Gull. Quest’ultimo, insieme a   Charles E. Lasègue, sarà tra i primi a trattare l’argomento dal punto di vista clinico individuando l’origine psichica del disturbo.

In questa prospettiva il Medioevo rappresenta un campo di indagine particolare. Si parla di anorexia mirabilis, “miracolosa mancanza di appetito”, inedia prodigiosa o come la definisce Rudolph M. Bell: “La santa anoressia”, trattasi di una condotta autodistruttiva finalizzata all’appagamento spirituale. Alla base dell’insurrezione di un atteggiamento di questo tipo vi erano comunque cause psicologiche, paura e insicurezza che si esprimevano nella volontà del sacrificio e nella ricerca di consenso divino. Gli strumenti del tempo però portavano a valutare il fenomeno come manifestazione di santità o altrimenti come operazione diabolica, in quanto questi casi erano sottoposti a un severo scetticismo di un clero perlopiù maschilista, soprattutto durante il Rinascimento.

Maria Maddalena de’ Pazzi si nutre del suo unico tozzo di pane mentre le altre sorelle mangiano a tavola.

Angela da Foligno, Santa Chiara d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Margherita da Cortona e tanti altri sono i nomi delle donne che vissero quest’esperienza. Tra i casi più noti spicca quello di Caterina da Siena la quale si nutriva esclusivamente di Eucarestia ed erbe. Laddove veniva costretta a ingerire qualsiasi altro tipo di nutrimento lo espelleva provocandosi il rigetto con un ramoscello in gola. La sua scelta era dettata anche da intenzioni che contrastassero le disposizioni dei suoi genitori, come scelta volta all’autoaffermazione. Lotta individuale e penitenza per i peccati degli altri emergono anche nella biografia di Agnese da Montepulciano, sin da bambina un animo solitario, la quale dormiva per terra con un sasso per cuscino, cibandosi di piccole quantità di pane e un po’ d’acqua. Il rifiuto di nutrimento, a parte l’Eucarestia, era associato ad altri comportamenti riportati alla sfera del misticismo quali: voto di castità, autoflagellazione, mutilazioni, l’atto del riposo sul letto di chiodi. Ad esempio, alla fine del XV sec., Colombia di Rieti sosteneva che il suo spirito era capace di abbattere i confini terreni, di avere visioni nelle quali comunicava con Dio e, tra l’altro,fu risparmiata da un gruppo di uomini che cercarono di stuprarla perchè si resero conto dei seni mutilati.

Caterina da Siena cerca di dimenticare i suoi sensi bevendo una coppa di pus che ha spremuto dall’infiammato petto canceroso di una donna ammalata.

La santa anoressica è dominata dal dolore, dalla staticità e ferma devozione. Quando questo modello era accettato dagli uomini di Chiesa, il fenomeno si presentava al di fuori della categoria “ribellione” e quindi veniva percepito dalle altre donne come una sofferenza superflua e non funzionale. Queste quindi decidevano di dedicarsi sempre meno in maniera volontaria a tal pratica prediligendo le opere pie.

Il contesto mutato dell’800 e del ‘900, le trasformazioni di rapporti interpersonali e famigliari e del concetto di gusto ed estetica comportano di conseguenza approcci e comportamenti, volontari o meno, differenti e molteplici. Ciò legittima anche il nuovo approfondito interesse per la coscienza e l’incoscienza, le emozioni e la dimensione psichica: anche i disturbi alimentari rientrano in quegli atteggiamenti che necessitano una seria analisi.
I disturbi alimentari spengono la vitalità dell’individuo. Il cibo è un nemico con cui il confronto diventa inevitabile, un’ossessione. Lo si guarda e si pensa al suo depositarsi nel nostro corpo. Al’impossibilità di liberarsene. In altri casi diventa rifugio dalle delusioni del quotidiano. Abbuffate al seguito delle quali subentra il senso di colpa e l’individuo finisce per rivolgersi a lassativi o al classico vomito con le dita in gola. Un rapporto conflittuale complesso, ampiamente diffuso, discusso ma anche sottovalutato su cui ci sono troppi luoghi comuni.

Incuriosisce e soprattutto provoca una strana sorpresa sentirsi rifiutare qualcosa che si è preparato o in generale qualsiasi delizia si offra. E spesso non si approfondisce rimanendo sul superficiale giudizio “è una fissata” e si tende a banalizzare improvvisando insulti o inutili consigli. Sembra inconcepibile che le orecchiette della nonna di grano bruciato con la ricotta dura vengano ignorate e lasciate lì, nel piatto per poi essere gettate. Dietro quel gesto ci sono profonde motivazioni per cui l’attenzione di un amico può fare una, seppur minima, differenza. Partendo dal mangiarsi le orecchiette avanzate. Io lo farei per far riscoprire il piacere di gustare con spensieratezza e semplicità un piatto preparato con amore. Se fossi stata nel Medioevo avrei fatto lo stesso e avrei risposto all’irascibilità delle sante anoressiche: Dio non ama gli sprechi.

Imbarcazioni, rotte e commerci del passato

Imbarcazioni, rotte e commerci del passato

La storia delle imbarcazioni è strettamente collegata alla necessità di avere un mezzo di trasporto da usare sull’acqua. Fin dalla più remota antichità la nave ha rivestito un ruolo di primo piano per nuove esplorazioni, per gli scambi commerciali, e per le battaglie che avvenivano via mare, dove le imbarcazioni rivestivano un ruolo ovviamente principale e talvolta a queste venivano effettuate modifiche strategiche, funzionali allo svolgimento della battaglia. Ma facciamo qualche passo indietro, riconducibile proprio all’origine di questo mezzo di trasporto.

La prima imbarcazione della storia

In principio, l’uomo per spostarsi da una riva all’altra del fiume si mise semplicemente a cavalcioni su di un tronco creando così la prima zattera. In seguito, scavando integralmente quel tronco, ovvero legando e cucendo insieme scorze d’alberi si diede origine all’ingegnosa Pigora. Di conseguenza venne ideato il primo remo, grazie all’utilizzo di un ramo per sospingere la Pigora e infine venne aggiunto un telo di tessuto molto robusto che noi tutti conosciamo come vela. Si tratta chiaramente di un’imbarcazione di tipo primitivo, originaria delle Antille e poi diffusasi in vari centri indigeni.

Ricostruzione di una Pigora

Ricostruzione di una Pigora

Gli sviluppi: i fenici, i greci e i romani

Sviluppi concreti nella storia delle imbarcazioni risalgono all’epoca di un popolo di marinai, esploratori e commercianti, noti come i Fenici. A costoro si deve la creazione di un’imbarcazione detta Pentecontera. Con funzione sia commerciale e sia bellica. Una nave a propulsione mista, essendo sospinta sia dalla vela e sia dalla voga. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato, sui due fianchi della nave. La pentecontera era utilizzata anche dagli antichi Greci e non a caso una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia di questo popolo ci riporta una testimonianza: La vicenda degli Argonauti.

Da te sia l’inizio,Febo, a che io ricordi le gesta
degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto
e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,
guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche

Cinquanta eroi, a bordo della nave Argo, giunsero nelle terre ostili della Colchide alla conquista del Vello d’oro.

In seguito il termine Pentecontera andò a designare un’intera classe di navi, anche più potenti. A un ordine dette monere, a due oridini le diere, giungendo anche a tre ordini le triere. Queste ultime erano lunghe circa cinquanta metri e arrivavano a contenere circa trecento uomini. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. L’iniziale destinazione bellica non impedì tuttavia alla pentecontera di essere largamente utilizzata dai Focei della Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali. Ci informa infatti lo storico Erodoto che, proprio utilizzando le Pentecontere, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali e spingendosi molto lontano, addirittura fin sull’Oceano Atlantico presso Tartesso. Furono poi protagoniste di una stagione coloniale che vide sorgere numerose colonie come Alalia ed Elea.

Kylix a figure nere con Pentecontera

Kylix a figure nere con Pentecontera

I romani d’altro canto, conquistatori e naviganti per eccellenza, non poterono non apportare degli sviluppi nella costruzione delle imbarcazioni. Le navi romane erano essenzialmente di due tipi: le Naves Onerariae grosse navi da carico utilizzate per i traffici e in caso di guerra per i trasporti di uomini e materiali e le Naves Longae,  le più lunghe navi da battaglia. In epoca imperiale, le navi commerciali raggiunsero il loro apogeo. Le numerose raffigurazioni e i relitti messi in luce grazie agli scavi sottomarini ci hanno rivelato una straordinaria diversificazione tipologica: dalle imbarcazioni adibite al piccolo e medio cabotaggio alle grandi navi da carico. Un esempio di tale varietà può essere ammirato nell’eccezionale collezione di imbarcazioni conservate nel Museo delle navi romane di Fiumicino e ad Aquileia, nel Museo Archeologico Nazionale, dove è ospitato il relitto di Monfalcone.

 Relitto del Monfalcone

Relitto di Monfalcone

Nel 1972, durante lo scavo di un grande complesso monumentale, forse una villa rustica con annesso impianto termale,presso Monfalcone (Trieste), venne alla luce il relitto di questa imbarcazione antica.

Pianta del grande complesso monumentale

Pianta del grande complesso monumentale

Il relitto fu recuperato nel 1973 e l’anno successivo, venne costruita una centina lignea ed un telaio metallico per poter sollevare e trasportare l’imbarcazione. Successivamente, lo scafo fu collocato in una vasca dove rimase immerso in acqua dolce per sette anni.

Attualmente i visitatori possono ammirare il fondo dell’ imbarcazione, in mancanza di sicuri indizi strutturali, non è stato possibile stabilire quale delle due estremità fosse la poppa e quale la prua.

Fondo dell’ imbarcazione

Fondo dell’ imbarcazione

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

Una giornata particolare è il film del 1977 di Ettore Scola. Adesso, non starò di certo qui ad elencare i vari premi e riconoscimenti e nemmeno a fare l’ennesima recensione lunga e celebrativa della pellicola. Di fondamentale importanza, a mio parere, è tracciare un’analisi dei dettagli più importanti, alcuni anacronistici, scelti dalla regia per migliorare la contestualizzazione del film.

Scola colloca all’interno di un momento storico di grande rilevanza un microcosmo condominiale romano. Il 6 maggio 1938, data dell’ufficiale incontro a Roma tra Hitler e Mussolini, viene aperta una minuscola parentesi sulla vita di Antonietta (Sophia Loren) e Gabriele (Marcello Mastroianni). Lei è una casalinga ignorante e dedita al partito, moglie di un impiegato statale fascista, e lui un ex-voce EIAR (ente italiano per le audizioni radiofoniche) destinato ad essere confinato perché omosessuale. Il film, con questa “giornata particolare” come sfondo, è stato il primo in Italia ad aver affrontato il tema dell’omosessualità.

MACROCOSMO

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

La scena d’apertura con le immagini del cinegiornale dell’istituto Luce sulla settimana di Hitler in Italia, arrivato dal Brennero e diretto a Roma dove l’aspettano l’omologo italiano, il re Vittorio Emanuele III e il conte Galeazzo Ciano, mostra il contesto nel macrocosmo. Hitler, già dittatore, dopo aver destituito il precedente comandante ha assunto da pochi mesi il comando supremo delle forze armate tedesche e ha annesso alla Germania: l’Austria, i territori cecoslovacchi e i Sudeti.

Entrambi i dittatori godono di un momento di pieno consenso dal popolo e di lì a poco avrebbero portato i paesi alla catastrofe già con la successiva proclamazione delle Leggi Razziali. Il Papa Pio XI si ritira a Castel Gandolfo e fa chiudere i musei vaticani per tutto il periodo della                                                                                      visita.

MICROCOSMO

Sono quasi le 6 di mattina; la cinepresa entra nell’appartamento di Antonietta che si sta apprestando ad accendere le luci e a svegliare marito e figli che dovranno prepararsi alla parata fascista. La giornata particolare è cominciata…

Sophia Loren in una scena dal film una giornata particolare

Sophia Loren in una scena dal film “una giornata particolare”

Il figlioletto adolescente di Antonietta canticchia “La Jugoslavia ha detto che la Dalmazia è sua.. e noi je risponnemo ma li mortacci tua!”. La canzoncina si riferisce al territorio (oggi croato) che sbocca a nord del mar Adriatico. Fu motivo di propaganda fascista e del malcontento italiano perché il Regno d’Italia l’avrebbe ottenuta con la sigla del Patto di Londra dall’Austro-Ungheria dopo l’ingresso nella grande guerra. Si parlò di Vittoria Mutilata italiana perché al termine della grande guerra non fu permessa l’annessione completa, a causa del principio di autodeterminazione dei popoli. Questa fu una delle ragioni che portarono alla marcia su Roma e all’occupazione italo-tedesca nella seconda guerra mondiale di quella parte di Jugoslavia.

Nei primi dialoghi un altro dei figli spiega alla mamma che ha perso il suo “Pon Pon”. Suo padre lo rimprovera per aver utilizzato un termine straniero. Gli dice di italianizzare la parola (in ponpono) o di sostituirla con un corrispettivo in italiano. L’italianizzazione è stato un processo volontario o forzato, di assimilazione culturale e linguistica in Italia. Durante il ventennio furono italianizzati non solo i vocaboli ma anche i cognomi degli stranieri residenti e la toponomastica.

I due protagonisti in una scena di una giornata particolare

I due protagonisti in una scena de “una giornata particolare”

In un paio d’ore il condominio si svuota come un formicaio per la grande parata dei Fori imperiali ed emerge subito un dettaglio anacronistico. Antonietta rimasta in casa sospira che “di mamma [purtroppo] ce n’è una sola – poi con lo sguardo sul disordine aggiunge – ma qui ce ne vorrebbero tre: una che pulisce; una che sistema la cucina e la terza, io, che si rificca a letto” e subito intona il ritornello di Mamma di Beniamino Gigli che però uscirà 2 anni dopo.

E’ con la fuga del pappagalletto domestico che si incontrano i due protagonisti. Gabriele che fino ad un attimo prima meditava di suicidarsi con una Beretta 1922, di probabile diffusione civile, soccorre Antonietta ed improvvisamente risollevato inizia a scherzare, accenna passi di rumba con lei e le offre in dono I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Lei riconosce il romanzo perché ricorda la trasmissione radiofonica dell’EIAR ma Gabriele le ricorda che la trasmissione si chiamava i quattro moschettieri, una visione parodistica del romanzo. Tra le altre citazioni radiofoniche nei dialoghi spuntano fuori 2 importanti nomi: Guido Notari un annunciatore, di cui si sente anche la voce alla radio estratta da un documentario dell’epoca sull’incontro dei dittatori dato che i nastri originali sono stati perduti, e Alberto Rabagliati, l’interprete di Baciami Piccina che ogni lunedì sera andava in onda con Canta Rabagliati.

Il personaggio di Mastroianni afferma di essere scapolo e di pagare la tassa sul Celibato. L’imposta mirata agli over-25 fu introdotta dal regime, poi abolita da Badoglio nel 1945, per spronare i matrimoni e le nascite e ne segue poi la critica:“come se la solitudine fosse una ricchezza”. Antitetica è l’altra protagonista che invece spera di ottenere la medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose, degli incentivi economici dedicati alle famiglie con più di 7 figli.

Una giornata particolare scena sul terrazzo

Una giornata particolare, scena sul terrazzo

Di fondamentale importanza sono i dettagli che emergono sulle analoghe condizioni degli omosessuali. Alcuni che mascheravano l’orientamento dietro un certificato medico che attestava la non-omosessualità rilasciato dopo umilianti analisi altri destinati al confino e lavori in miniera a “Carbonia”. La scelta di collocare il film nel 1938 fa capo alle propagande fasciste contro gli omosessuali durate dal 1936 al 1939.

E’ come se il regista avesse tagliato sagittalmente la Roma del 1938, facendoci toccare ed assaporare, grazie all’imponente cascata di dettagli importanti e non, il “recinto” claustrofobico della sfera pubblica e privata dei cittadini marginali o emarginati (che fossero omosessuali o madri, poco importa, data la condizione di “eterne scolare da premiare con stelline” delle seconde) che si ritrovano a vivere, insieme all’Italia intera, una “giornata particolare”

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz

Sicilia, trombe e bande d’ottoni: come gli Italo-Americani hanno fatto la storia del jazz

Link dell’articolo originale qui: http://www.italoamericano.org/story/2016-9-25/sicily-jazz-band

Non molti lo sanno, ma i musicisti di origine italiana hanno lasciato un marchio indelebile nella storia del Jazz.

Jazz, figlio illegittimo del ragtime e del blues, delle ballate americane spirituali e tradizionali, ha anche sangue italiano che gli scorre nelle vene. Concepito nell’aria dolce, accogliente, della New Orleans d’inizio novecento, il jazz ha ereditato il ritmo e il tempo dei suoi antenati di colore e la voce potente, ma anche eterea delle melodie degli ottoni italiani. Non molti lo sanno, tuttavia.

Un po’ di background

Cominciò tutto con un gruppo d’ottoni del sud italia: la maggior parte di coloro che sono stati in un piccolo paese del sud Italia sanno che abbiamo un fetish per le trombe. Il sud, in particolare, è conosciuto per la cura speciale che dedica al mantenimento delle tradizioni musicali. Non dovrebbe destare sorpresa, dunque, sapere che molti musicisti italiani decisero di portare i loro strumenti con sé quando la povertà e l’abbandono li costrinsero ad abbandonare il paese, verso le lussureggianti, e salubri coste americane.

…E fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, era la Louisiana “il posto”: Il governo degli Stati Uniti aveva deciso di offrire appezzamenti di terra gratuiti a chi avesse deciso di abbracciare il mestiere di fattore e agricoltore nel Nuovo Mondo. Quindi, molti italiani, uomini e donne, specialmente dal sud della nazione, si imbarcarono su uno di questi “viaggi della vita”, portando con sé le loro abitudini, i ricordi, gli amori e, inoltre, la musica.

Forse a causa dell’affinità, dell’intenso attaccamento alla distante terra natale e, naturalmente, grazie ad un innato senso musicale, gli immigrati italiani e la comunità nera di New Orleans cominciarono a suonare insieme: ed è così che i ritmi carichi del ragtime e del blues, tipici degli afro-americani, e l’uso di percussioni e ottoni, si sono uniti alla musica tradizionale italiana, fondendosi e creando le primissime melodie jazz.

Il primo italiano che ha reso ciò noto ad un pubblico più vasto è stato Renzo Arbore, noto musicista jazz e blues proveniente da Napoli*, con il documentario “Ed è subito Jazz”, in cui ha raccontato come uno dei simboli più tipici della tradizione musicale americana abbia anche radici italiane.


Un calzolaio italiano, suo figlio e il primo disco jazz al mondo

Girolamo La Rocca era un calzolaio nel suo paese nativo, in Sicilia, nella provincia di Trapani. Come molte persone a quel tempo, suonava nella banda locale: il suo strumento era il corno. Quando i tempi si fecero duri e l’opportunità di ottenere terra gratis in Louisiana diventò una realtà, Girolamo mise il suo corno in valigia e si diresse verso le spiagge d’America.
Suo figlio, il giovane James Dominick, suonava il corno con suo padre da bambino. Presto, imparò a suonarlo. In quegli anni gli Stati Uniti erano stati testimoni dell’ascesa di un altro musicista e direttore jazz Italo-Americano, Giorgio Vitale (conosciuto anche come Jack Papa Laine), padre della “Reliance Brass Band” attiva fra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo.Ci si chiede quanto l’esempio di Papa Laine abbia influenzato il giovane Nick La Rocca e la sua musica. E’ certo che la sua stella brillava fino a Chicago, dove lui e la sua “Original Dixieland Jass Band” (diremo di più sul curioso nome della band fra qualche riga) ottennero un contratto. Potreste anche notare che c’è qualcosa di strano nel nome della band di La Rocca: dice “jass”, non “jazz”. Dunque, il jazzista Lino Patruno, che spesso si esibiva con il figlio di Nick La Rocca, sa cosa successe. Dice che il figlio di La Rocca avrebbe chiamato suo padre dicendogli che dovevano cambiare il nome della band dopo che un gruppo di ragazzi a New York aveva strappato la “j” del poster della band, cambiando “jass” in…beh, l’avete capito. Per evitare ulteriori problemi (dopo tutto era l’inizio del 20° secolo e la censura era molto più rigida di adesso) la parola venne cambiata in “jazz” e così restò.

Il gruppo “Original Dixieland Jazz Band” di La Rocca, era famoso? Assolutamente, se dobbiamo credere alla figura più iconica fra tutti i jazzisti, Louis Armostrong, che ci ricorda come la band – “guidata da un italiano”, disse – abbia continuato a suonare jazz per almeno quattro anni, dopo che lui ha cominciato a suonare la tromba nella “Waif’s Home Orchestra” nel 1909.

La Rocca è solo uno fra i molti nomi italiani associati alla storia del jazz: Leon Poppolo è considerato uno dei migliori clarinettisti jazz e Jimmy Durante ha fatto fortuna come jazzista ad Hollywood; Henry Mancini ha messo la sua creatività in moto diventando uno dei più acclamati compositori jazz in America. E non dimentichiamoci dei nomi più usuali come Frank Sinatra, Dean Martin (il cui vero nome era Dino Crocetti) e Tony Bennett (detto anche Tony Benedetto), che hanno inciso la storia della musica americana e la cui impronta jazz è rimasta riconoscibile lungo tutto l’arco della loro carriera.

* Renzo Arbore non è di Napoli ma di Foggia. In vari eventi americani e italiani ha specificato di essere un napoletano d’adozione. Nell’articolo originale l’autrice, Francesca Bezzone, fa fede alle dichiarazioni dell’artista.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

La Regione autonoma del Kurdistan iracheno, o, come preferiscono chiamarla i curdi: Kurdistana Başūr (Kurdistan del Sud) riferendosi all’area geografica e all’ideale unitario del Kurdistan, sembra vicino alla sua indipendenza dal governo di Baghdad che potrebbe essere sancito con un referendum.

L’attuale primo ministro curdo Nachirvan Barzani dichiarò: “Uno Stato curdo è il nostro sogno e non ci si può impedire di sognare ma noi oggi siamo una regione dell’Iraq e rispettiamo la Costituzione”. Proprio nella Costituzione approvata nel 2005 che la soluzione è stata parzialmente trovata: formare uno stato federale con un certo grado di indipendenza al Kurdistan.

Nechervan Barzani presidente del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

Nachirvan Barzani primo ministro del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

La questione curda oltre ad avere un forte carattere internazionale ha sempre rappresentato un problema vivo per l’Iraq. Dagli anni Sessanta in poi si contano diverse rivolte con una parentesi negli anni Ottanta dove Saddam Hussein iniziò una dura e feroce repressione anche con l’impiego di armi chimiche. A seguito della disfatta dell’Iraq di Saddam nel corso della prima guerra del Golfo, le forze curde riuscirono a ritagliarsi una parte del territorio curdo iracheno. Dal 2004 in poi, dopo la caduta del regime, il Kurdistan iracheno approfittò delle difficoltà dello Stato centrale iracheno per ricompattarsi e diventare sempre più autonomo ben distinto da Baghdad. Un processo in un territorio dove sono poi piovuti fiumi di investimenti occidentali e turchi.

Oggi Erbil, nonché il capoluogo, è la città più grande e rappresentativa del Kurdistan iracheno lì dove Masud Barzani (nonno di Nachirvan) ha impiantato un vero e proprio feudo che dal 2005 in poi garantisce al suo partito i due terzi dei voti ad ogni elezione. Il fallimento iracheno però ha portato anche quest’area in profonda crisi. Infatti, il Kurdistan iracheno non è più quell’isola prospera, stabile e felice. Anzi, oggi gravi difficoltà finanziarie, forti tensioni interne, dinamiche internazionali e il Daesh minacciano il suo futuro. Dunque, il paese è investito da una crisi economica e sociale, oltre che politica e militare.

L’economia e la società curda dipendono quasi esclusivamente dal petrolio, e nonostante la prosperità degli ultimi anni molti settori critici come l’agricoltura sono rimasti molto arretrati. Il settore privato, come costruzioni, servizi e telefonia, è direttamente o indirettamente nelle mani di pochissime famiglie tra cui quella di Barzani e Talabani (famiglia curda che ha formato un partito d’opposizione a Barzani). Dunque l’economia, sia pubblica che privata, è stata gestita con nepotismo e corruzione.

Ad azzoppare l’economia curda ha soprattutto contribuito l’attuale crisi mondiale del settore petrolifero ovvero l’andamento della domanda e prezzo del petrolio degli ultimi anni (vedi OPEC). Dopotutto, l’esportazione di petrolio, come per alcuni paesi del medio-oriente, è la principale leva della politica estera curda.

Probabilmente è proprio per riacquistare un po’ della legittimità e del supporto popolare perduto, che Barzani sta spingendo, già dal 2014, per indire un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. A fronte della crisi del paese, nonché delle future e probabili (?) problematiche con Baghdad, Ankara e Teheran, sono in molti a considerare questa mossa più diretta a rinvigorire il nazionalismo curdo piuttosto che un piano effettivamente realizzabile.

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

L’obiettivo reale però potrebbe potrebbe essere Kirkuk, abbandonata dagli iracheni con l’avanzata dello Stato Islamico prima e poi occupata dai peshmerga. Anche se in teoria secondo l’art. 1404 della costituzione irachena è prevista “l’espressione popolare per decidere a chi [tra arabi o curdi] assegnare Kirkuk” attualmente sotto il controllo curdo e Barzani ora minaccia il referendum sull’indipendenza dell’intero Kurdistan.

Questa rapida indipendenza stuzzica solamente a una fazione del partito di Barzani che conta sul presunto appoggio politico turco (e non solo) per i proventi della vendita indipendente del petrolio; però molti dei politici curdi temono che, in tal modo, il paese diventerebbe un vassallo incapace di una propria politica finanziaria e militare. 

Semplificando le possibili traiettorie del Kurdistan iracheno sono l’indipendenza, l’autonomia e l’implosione:

  1. Nel dicembre 2016, Barzani ha affermato che la regione potrebbe spingere per l’indipendenza al termine della battaglia per liberare Mosul dall’IS sia terminata. Una mossa non solo malvista dagli USA e dall’Iran ma anche don chisciottesca per le inevitabili implicazioni conflittuali sul controllo di territori strategici senza istituzioni solide e una robusta economia.
  2. L’autonomia, ovvero il permanere dello stato federale iracheno, parrebbe l’opzione più auspicata e saggia, ma nemmeno tanto semplice senonché richiede la stabilizzazione in seno alle forze politiche curde e un riavvicinamento con Bagdad sulla gestione delle risorse petrolifere e per il destino di Kirkuk.
  3. La terza opzione dell’implosione è forse quella che rischia di verificarsi se non si avverano le due precedenti.

Dal suo canto Barzani può far conto su qualcosa di certo, ovvero che alla fine della guerra allo Stato Islamico la pace busserà anche alle porte del Kurdistan.

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