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60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

Sessant’anni dai trattati di Roma sono un compleanno importante per la civiltà europea, ma come ogni compleanno è tempo di bilanci e di buoni propositi per il futuro. Un futuro da Stato nazione o come Unione di Stati? Una o due velocità?

L’Europa, che per secoli è stata mera espressione geografica, è il continente che ha visto nella sua storia più sangue versato fino alla carneficina delle due guerre mondiali. Proprio da parte italiana ricorderanno tutti come nel ‘900 l’esercito si fosse scontrato, in molti casi avendo la peggio, con gli eserciti delle altre nazioni del continente.

Il progetto di un unione federale fra stati europei fu in un certo senso un’invenzione italiana, se pensiamo al Manifesto di Ventotene (1941-44) di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi. Quel documento ha rappresentato il seme per un’Europa libera e unita”. Questo progetto iniziò a concretizzarsi però grazie all’intesa tra i politici francesi e tedeschi. Uno sforzo non semplice, visto che i loro genitori e nonni sono stati nemici durante le guerre.

Sessant’anni dopo i trattati di Roma questa comunità di Paesi non appare omogenea ma più un lago a diverse profondità (metafora presa in prestito dai tabloid inglesi). Come tutti sapranno non tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea attualmente adottano l’euro, e questo li esclude dalle riunioni dell’euro-gruppo, oppure non sono iscritti all’area di libera circolazione Schengen( è il territorio europeo dove viene garantito il libero spostamento di persone). Nemmeno il Regno Unito. Quest’ultimo è sempre stato il membro più capriccioso perché si è sempre posto ai margini di questo sistema non accettando la moneta unica e esonerandosi dalla maggior parte delle politiche europee.

Italian navy rescue asylum seekers

Immagine più significativa della crisi dei migranti. Immagine scattata nel Canale di Sicilia

Oltretutto gli stati del continente si ritrovano trasversalmente a fronteggiare le questioni interne come: la crisi migratoria per gli stati a nord del mediterraneo; la deflazione della moneta unica per i paesi sud dell’euro-zona (meno preoccupante dopo i primi successi del Quantitative Easing di Mario Draghi), la minaccia dei partiti anti-establishment nei paesi prossimi alle elezioni e il persistente pericolo degli attacchi terroristi.

Altre minacce arrivano come, sottolineava il commissario per gli affari economici Pierre Moscovici, dall’esterno: “Siamo in mondo pericoloso, ci sono forze che vorrebbero smantellarci, penso alle politiche americane e alla politica russa” -aggiungendo che – “Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Ue più democratica e più efficace anche a livello economico”. In effetti basta guardare alla posizione tedesca e degli altri paesi UE al di là dei limes europei per comprendere la radice delle tensioni con la Russia (vedi Ucraina).

Alcune nuove tensioni dall’esterno insieme alle incomprensioni fra stati membri sono dovute anche alla precedente e rapida integrazione europea di quasi tutti i paesi dell’ex-area sovietica dal 1995 al 2001. Questo processo non proseguì di pari passo alle riforme e oggi si assiste ad una vera e propria differenza tra Stati occidentali e orientali. Su questo argomento sono spuntati molti dibattiti sulla probabilità di far “viaggiare” il continente a due velocità.

Europa: Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un'Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un’Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Questa Unione secondo Romano Prodi, ultimo presidente italiano della Commissione europea, così com’è non sembra nè cotta nè cruda. Insieme a lui diversi esponenti politici hanno preso una posizione favorevole a una doppia velocità. La retorica sarebbe quella che attualmente esistono già due tipi di Europa. La prima fatta da 28 stati con un’area di libero scambio troppo burocratica, e la seconda formata dalla zona euro che punterebbe all’integrazione non solo economica con l’ambizione di diventare una potenza globale in grado di sostenere la concorrenza della prima e della seconda potenza mondiale: Usa e Cina. Non in quanto nemici ma in qualità di competitors.

Al vertice di Versailles tra Germania, Francia, Italia e Spagna è arrivata una spinta per le due velocità. I primi due paesi sono mossi dalla volontà di cooperare sulla difesa e sicurezza (comprensibile), i secondi sono interessati alla crescita economica, alla lotta contro la disoccupazione e alla crisi migratoria. Ad opporsi a questa proposta ci sono in primis i paesi dell’Europa orientale (baltici e balcani) che vorrebbero non solo evitare un’integrazione di “serie A e una di serie B” ma soprattutto vivono con tensione la loro posizione geografica al confine con la Russia.

Questa comunità in crisi d’identità è una realtà sbocciata da progetti e visioni utopiche. Ed è proprio dall’utopia stessa, intesa filosoficamente come “propensione verso una società perfetta”, che deve ripartire.

Abbandonare i deboli non salverà i più forti.

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Quando i giovani europei non si sentono tali. Quando i “non posso” e i “non ho tempo” diventano barriere più efficaci di quelle di mattoni e filo spinato.

 

Poco più di un secolo fa, si spegneva il giornalista, scrittore e poeta Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo romanzo “Cuore”.
L’opera è resa particolare e innovativa per via della scelta di inserire in un unico contesto (quello della classe scolastica) personaggi appartenenti a regioni diverse; decisione che, nel trentennio immediatamente successivo ai moti risorgimentali e all’Unione di Italia, rappresentava l’espressione del suo desiderio di poter finalmente vivere una nazione unita non solo dal punto di vista geo-politico, ma a tutti gli effetti, il sentire propria un’identità comune a tutti, nel nome della libertà e della fratellanza.
Il suo anelito era forse pura utopia: l’orgoglio del cittadino medio (il patriottismo verso la propria regione e la convinzione della superiorità di quest’ultima sulle altre) insieme alle ovvie differenze linguistiche, rappresentate dalle differenze dialettali, sembravano tarpare le ali di ogni idealista.

Più di cento anni dopo la pubblicazione di quel libro, scritto in un tempo che ci sembra ormai così lontano, viene firmato il Trattato di Maastricht, che istituisce, col nome che essa mantiene ancora oggi, l’Unione Europea. All’inizio della seconda metà del Novecento probabilmente ben pochi avrebbero potuto pensare possibile un evento di tale portata. Nel 2004 si ebbe l’adozione della Costituzione europea con i Trattati di Roma. L’ idea fu ostacolata e successivamente in parte abbandonata, ma trovò compimento ben più che parziale nella Carta di Nizza e nel Trattato di Lisbona. Tutti progressi che in precedenza sarebbero potuti essere interpretati come illusioni frutto di menti che vivevano tra le nuvole.

Ed ecco che giungiamo ai giorni nostri. Giorni in cui anche noi ci troviamo di fronte ad una potenziale futura nazione che cerca, certo con i suoi ovvi compromessi e con le sue inevitabili e innegabili contraddizioni, di tenersi salda: quella degli Stati Uniti di Europa. Paese le cui ipotetiche regioni sarebbero quelle che sono oggi realtà nazionali, ad esempio la stessa Italia. Nazioni-regioni, dunque. Esse trovano difficile integrarsi proprio per il cittadino medio, preso dal nazionalismo e che non intende “sottomettersi” a una realtà politica ancora più in alto; e, ancora una volta, per le differenze linguistiche, che sarebbero certo superabili con un corretto uso dell’inglese da parte dei cittadini (certo, ora che il Regno Unito si è chiamato fuori questo potrebbe apparire come un paradosso), alla cui maggior parte tuttavia sembra strano dover apprendere qualcos’altro oltre al proprio “dialetto” (ovvero la lingua del proprio Stato-regione).
Qualcuno, come l’Ungheria, ha già rivendicato la propria autonomia e il desiderio di ritenersi immacolata innalzando barriere ai confini che non permettano l’accesso a migranti.
Mi è capitato di parlare con un ragazzo ungherese che si trovava a dover passare un periodo da studente Erasmus a Bari. Egli riteneva che la disposizione della sua nazione fosse giusta dato che bisogna ribellarsi alle imposizioni di mamma Europa, poiché l’immigrazione porta delinquenza e guai; giudizio curioso da parte sua, dato che stava vivendo un’opportunità concessagli proprio da quella madre di cui egli negava di essere figlio.

E allora viene da domandarsi: come percepire questa generazione Erasmus, i futuri cittadini europei di cui ha scritto Umberto Eco? Come vivere questa entità di nome UE, che sembra apparire così distante?
Molti ragazzi paiono essere a conoscenza solamente del fatto che adesso possono viaggiare all’interno di determinati confini muniti solo della propria carta d’identità e della moneta Euro,quest’ultima tanto demonizzata da un numero non insignificante di economisti o presunti tale e di politici o presunti tale.
E, se le innumerevoli targhe con su scritto “questa struttura è stata realizzata grazie ai fondi dell’Unione Europea” possono apparire invisibili, se il sempre più crescente numero di figli nati da coppie di diverse nazioni-regioni europee può passare inosservato, se il vantaggio di non dover cambiare moneta ogni volta che si viaggia può non intaccarci; esiste invece un fenomeno nei giovani odierni difficile da non notare: molti, presi dai loro studi universitari e da altre beghe del vivere quotidiano, sembrano non avere mai volontà, tempo e/o possibilità per affacciarsi al mondo là fuori. Eppure al giorno d’oggi con tantissime organizzazioni è possibile partire per progetti europei Erasmus+ non-universitari che durano solo una settimana o poco più in cui le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico dell’Unione Europea. A volte purtroppo semplicemente l’interesse non è abbastanza, inoltre le nostre istituzioni alimentano tutto ciò non informando sufficientemente i cittadini di queste opportunità, a volte con il silenzio totale. Ed è per questa disinformazione che inevitabile è stato il crearsi di sfiducia da parte dei cittadini, soprattutto giovani, sia verso questa oscura Unione che verso la grandissima varietà di possibilità che da essa ci vengono offerte.

Tutto ciò è importante soprattutto in tempi come questi dove, in opposizione agli Stati Uniti di Trump, è fondamentale creare un modello di coesione, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Proprio nel mese di marzo del 1908 moriva Edmondo De Amicis. Ma le sue idee, e di quelli come lui, NO.

 


Autore: Adriano Boezio

 

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Nel mondo contemporaneo assistiamo al progressivo tentativo di rendere la condizione della donna quanto più uguale possibile a quella dell’uomo e, sebbene lo scorso 8 marzo ci abbia ricordato che ancora molto resta da fare, soprattutto in alcuni paesi del mondo, possiamo dire che rispetto a poche decine di anni fa le donne hanno acquisito maggiori diritti e indipendenza, sia a livello lavorativo, sia politico, sia sociale.

Nel mondo classico greco e romano la vita delle donne era molto più complicata rispetto a come è oggi nei paesi occidentali e paragonabile, forse, a quella che caratterizza le donne di alcuni paesi africani o islamici a spiccato orientamento integralista. Tuttavia, potevano esistere alcune eccezioni, per cui le donne ricoprivano posizioni di potere (si pensi a Cleopatra, regina d’Egitto), gestivano il patrimonio familiare al posto degli uomini o, silenziosamente, da dietro le quinte, determinavano le decisioni dei propri mariti, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata.

Di questa forza e potere nascosti si resero conto anche i poeti e gli scrittori antichi, che sospettavano che le donne potessero essere qualcosa di più di semplici spose o madri e trasferirono nelle loro opere questa consapevolezza, inconscia o no, insieme alla paura che esse sovvertissero in qualche modo l’ordine ‘maschile’ prestabilito. Tra le figure di “Bad Women” tramandate dal mito classico ne spiccano soprattutto due.

Fedra e Medea: donne empie, ‘madri’ assassine

Fedra, figlia di Pesifae e Minosse, sposa Teseo, re di Atene. Durante l’assenza del marito, si innamora perdutamente del figliastro, Ippolito. Nel momento in cui, però, Ippolito la rifiuta, Fedra lo accusa di fronte al popolo di Atene e, poi, davanti allo stesso Teseo, rientrato dal suo viaggio, di aver tentato di violentarla. Per questo motivo, Teseo scaglia sul figlio la maledizione di suo padre Nettuno, re dei mari, che porta Ippolito a una morte atroce. Alla fine, dopo aver confessato a Teseo la verità, Fedra si toglie la vita.

La vicenda di Fedra ci è tramandata dall’Ippolito di Euripide, dalle Eroidi Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Medea, figlia di Eeta e principessa di Colchide, fugge dal regno del padre con Giasone e i compagni (gli Argonauti). Una volta a Corinto, però, Giasone abbandona Medea, ormai madre dei suoi figli, per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. A questo punto, Medea, invasa da una terribile ira, cova la sua vendetta: manda, quindi, una veste avvelenata a Creusa, causandone la morte, e uccide di sua stessa mano i figli avuti con Giasone.

La vicenda di Medea è nota principalmente attraverso le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Eroidi e Metamorfosi di Ovidio e la Medea di Seneca.

Donne assassine (e assassinate) di ieri e di oggi

Episodi di questo genere, come infanticidi o omicidi del partner, sono purtroppo abbastanza frequenti anche nella cronaca di oggi, da parte di entrambi i sessi. Tuttavia, non mancavano nemmeno nella realtà del tempo. Gli storici affermano infatti che Agrippina, moglie dell’imperatore Claudio (I sec. d.C.), abbia ucciso il marito per favorire il figlio Nerone. Poi stesso Nerone, una volta diventato imperatore, ordinò che la madre fosse uccisa (59 d.C.) non appena si rese conte che essa avrebbe potuto ostacolarlo nella sua ascesa al potere – della serie: “buon sangue, non mente!”

Questi omicidi tra parenti potrebbero ricordare fatti della cronaca odierna, come il delitto di Ferrara dello scorso 11 gennaio, e vanno letti come il risultato di sentimenti estremi di rabbia e frustrazione e, molto spesso, come conseguenza di disagi psichici radicati in profondità. A volte, questi disagi, per vergogna o per paura del giudizio altrui, sono tenuti nascosti proprio dalle persone più vicine a chi ne è soggetto, le quali intuiscono o sono a conoscenza di qualcosa che sfugge agli altri, per poi essere esse stesse a cadere vittime delle violenze.

Simona Martorana

Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

È appena arrivato il circo a Brookfield, New york. È l’estate del 1941. Sotto i tendoni ci sono funamboli, clown, giocolieri e c’è anche lui: John “Bull” Walker, che a vederlo ti mette paura. È l’uomo forzuto che con un pugno ti atterra. All’improvviso un annuncio: il domatore di leoni ha la testa tra le fauci del felino. Quando l’animale molla la presa, lui giace incosciente per terra. Serve un dottore e arriva John Bull Walker a salvarlo con la respirazione bocca a bocca. Nessuno lo sa, ma l’uomo forzuto è uno studente di medicina al terzo anno e il suo vero nome è John Bonica.

È nato nel 1917 a Filicudi, nelle isole Eolie. Il padre è il vicesindaco del paese, la madre ostetrica e infermiera. Assieme alla madre assiste per la prima volta all’intervento di un ascesso al seno; ha soli 8 anni e sviene alla vista dell’incisione, ma l’evento resterà indelebile nella sua memoria.
La vita scorre tranquilla in quella terra della macchia mediterranea, tra ginepri e capperi e l’odore del mare tutto intorno. Forse anche troppo tranquilla, quando sai che dall’altra parte del mondo c’è l’America che sa di successo e fortuna. Così nel 1925 Antonino Bonica, padre di John, lascia Filicudi e parte per dare ai suoi figli un futuro più stabile. Tre anni dopo la famiglia lo raggiunge a Brooklyn.

Nonostante la crisi del 1929 e l’impossibilità di traferire il capitale in America a causa delle restrizioni sulla valuta, Antonio Bonica riesce a mantenere la sua famiglia lavorando come bracciante e successivamente come supervisore in un’agenzia telefonica. Inaspettatamente però, nel 1932, il padre di John muore all’età di 55 anni, lasciando la famiglia con i soli risparmi accumulati in 4 anni.
E’ un periodo di grandi difficoltà economiche e John Bonica inizia a perdere la speranza di realizzare il suo sogno: diventare un medico. Tuttavia, grazie ai sacrifici della madre e alla sua tenacia, riesce a proseguire  gli studi. Tra il ’32 e il ’36 contribuisce alle spese della famiglia lavorando come venditore di giornali la sera e lustrascarpe e commesso in una drogheria nei fine settimana. In questi anni si appassiona anche al wrestling amatoriale e durante uno dei suoi incontri conosce Emma, una ragazza di origini veneziane che presto diventerà sua moglie.

Nel 1936 vince il campionato interscolastico e intercollegiale di wrestling e viene notato da uno dei maggiori esponenti del settore che lo spinge a diventare un wrestler professionista. Lotta nei maggiori centri degli Stati Uniti. Nel ’38 vince il titolo americano di campione nazionale e l’anno successivo quello canadese. Nel ’41 è il campione del mondo dei pesi mediomassimi. D’estate gira con il circo per pagare la retta universitaria. E’ l’uomo forzuto. E’ John “Bull” Walker. Usa uno pseudonimo perché nessuno deve sapere che dietro quei muscoli e l’aspetto da duro, c’è John Bonica,studente di medicina. Neanche i suoi colleghi in ospedale conoscono il suo segreto. Per due volte si presenta in sala operatoria con un occhio così malridotto da non riuscire a vedere, le orecchie storpiate dai combattimenti sembravano due cavolfiori.
In questi anni John vive due vite parallele. E’ un lottatore e uno studente di medicina, infligge dolore e lo cura. E’ John Bull Walker e John Bonica.

Nel 1942 si laurea in medicina e sposa Emma, inizia il tirocinio al Saint Vincent Hospital e proprio qui accade un evento che colpisce profondamente Bonica.
Alla moglie, durante le doglie per la nascita della sua prima figlia,viene somministrato un cattivo anestetico da un medico interno inesperto che ha un effetto quasi fatale per l’ipossia indotta dall’aspirazione del contenuto gastrico. Bonica, che assiste al parto, spinge via il medico, libera le vie aeree della moglie e salva lei e la sua bambina.
Decide così di dedicare la sua vita all’anestesiologia e al trattamento del dolore.

Nei suoi anni tra le corsie degli ospedali, Bonica comincia a notare casi che contraddicevano quello che aveva imparato. Il dolore doveva essere un campanello d’allarme, un segnale che indicava qualcosa che non va. Eppure c’erano casi di persone che,dopo l’amputazione di una gamba, continuavano a sentire dolore proprio nella gamba inesistente, o che lo avvertivano anche in assenza di ferite.
Bonica vuole saperne di più. Incontra altri medici, legge libri, si documenta, ma scopre paradossalmente che il dolore , soprattutto quello cronico, è uno degli argomenti meno affrontati dalla medicina.
E allora scrive lui le pagine mancanti. Scrive “Il trattamento del dolore”,a carattere enciclopedico, che sarebbe diventato la bibbia dell’ anestesiologia. Propone nuove strategie, nuovi trattamenti basati sull’impiego di iniezioni neurobloccanti. Crea una nuova istituzione, “la Clinica del dolore”, consapevole della necessità di un approccio multidisciplinare sulla gestione dello stesso. Contribuisce allo sviluppo dell’epidurale per le partorienti. Nessuno prima di lui aveva mai dato così importanza ad uno degli aspetti più frustranti della malattia.

Bonica vide il dolore da vicino. Lo sentì. Lo visse. Per questo non potè ignorarlo negli altri. Gli anni da wrestler professionista gli procurarono serie lesioni a livello dei muscoli scheletrici. Intorno ai 55 anni soffriva di una grave osteoartrite e fu costretto a sottoporsi a più di 18 operazioni nel corso della sua vita. Camminava con le stampelle e a malapena riusciva ad alzare il braccio e a ruotare la testa. Conosceva il dolore e dedicò la sua intera vita a combatterlo, perché come disse lui stesso, il dolore è l’esperienza umana più complessa e riguarda la vita passata, quella presente, le relazioni, la famiglia. Bonica ha ridefinito lo scopo della medicina: l’obiettivo non è solo curare il paziente, ma anche alleviare le sue sofferenze. Oggi John Bull Walker, l’uomo forzuto che a vederlo ti metteva paura, il wrester professionista che con un pugno ti atterrava, è considerato il padre della  moderna terapia del dolore.

La santa anoressia

La santa anoressia

Venere di Willendorf (Paleolitico superiore)

Da sempre fino a un passato neanche tanto remoto, un parametro che indicasse ottime condizioni di salute e ricchezza era rappresentato dalle “rotondità”. Anche l’arte figurativa e scultorea ci offre una vasta messe di riproduzioni in cui la donna presenta forme prorompenti come simbolo di bellezza.

Digiuni e diete non erano una pratica comune nella dimensione femminile o perlomeno non erano tesi a un mero obiettivo estetico. A tal fine, essi cominceranno ad avere larga diffusione a partire dalla prima metà dell’800.
Nel 1868, per indicare l’atteggiamento di alcune donne che rifiutavano il cibo anche se denutrite, si utilizzerà per la prima volta l’espressione “anorexia nervosa”, coniata da da William W. Gull. Quest’ultimo, insieme a   Charles E. Lasègue, sarà tra i primi a trattare l’argomento dal punto di vista clinico individuando l’origine psichica del disturbo.

In questa prospettiva il Medioevo rappresenta un campo di indagine particolare. Si parla di anorexia mirabilis, “miracolosa mancanza di appetito”, inedia prodigiosa o come la definisce Rudolph M. Bell: “La santa anoressia”, trattasi di una condotta autodistruttiva finalizzata all’appagamento spirituale. Alla base dell’insurrezione di un atteggiamento di questo tipo vi erano comunque cause psicologiche, paura e insicurezza che si esprimevano nella volontà del sacrificio e nella ricerca di consenso divino. Gli strumenti del tempo però portavano a valutare il fenomeno come manifestazione di santità o altrimenti come operazione diabolica, in quanto questi casi erano sottoposti a un severo scetticismo di un clero perlopiù maschilista, soprattutto durante il Rinascimento.

Maria Maddalena de’ Pazzi si nutre del suo unico tozzo di pane mentre le altre sorelle mangiano a tavola.

Angela da Foligno, Santa Chiara d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Margherita da Cortona e tanti altri sono i nomi delle donne che vissero quest’esperienza. Tra i casi più noti spicca quello di Caterina da Siena la quale si nutriva esclusivamente di Eucarestia ed erbe. Laddove veniva costretta a ingerire qualsiasi altro tipo di nutrimento lo espelleva provocandosi il rigetto con un ramoscello in gola. La sua scelta era dettata anche da intenzioni che contrastassero le disposizioni dei suoi genitori, come scelta volta all’autoaffermazione. Lotta individuale e penitenza per i peccati degli altri emergono anche nella biografia di Agnese da Montepulciano, sin da bambina un animo solitario, la quale dormiva per terra con un sasso per cuscino, cibandosi di piccole quantità di pane e un po’ d’acqua. Il rifiuto di nutrimento, a parte l’Eucarestia, era associato ad altri comportamenti riportati alla sfera del misticismo quali: voto di castità, autoflagellazione, mutilazioni, l’atto del riposo sul letto di chiodi. Ad esempio, alla fine del XV sec., Colombia di Rieti sosteneva che il suo spirito era capace di abbattere i confini terreni, di avere visioni nelle quali comunicava con Dio e, tra l’altro,fu risparmiata da un gruppo di uomini che cercarono di stuprarla perchè si resero conto dei seni mutilati.

Caterina da Siena cerca di dimenticare i suoi sensi bevendo una coppa di pus che ha spremuto dall’infiammato petto canceroso di una donna ammalata.

La santa anoressica è dominata dal dolore, dalla staticità e ferma devozione. Quando questo modello era accettato dagli uomini di Chiesa, il fenomeno si presentava al di fuori della categoria “ribellione” e quindi veniva percepito dalle altre donne come una sofferenza superflua e non funzionale. Queste quindi decidevano di dedicarsi sempre meno in maniera volontaria a tal pratica prediligendo le opere pie.

Il contesto mutato dell’800 e del ‘900, le trasformazioni di rapporti interpersonali e famigliari e del concetto di gusto ed estetica comportano di conseguenza approcci e comportamenti, volontari o meno, differenti e molteplici. Ciò legittima anche il nuovo approfondito interesse per la coscienza e l’incoscienza, le emozioni e la dimensione psichica: anche i disturbi alimentari rientrano in quegli atteggiamenti che necessitano una seria analisi.
I disturbi alimentari spengono la vitalità dell’individuo. Il cibo è un nemico con cui il confronto diventa inevitabile, un’ossessione. Lo si guarda e si pensa al suo depositarsi nel nostro corpo. Al’impossibilità di liberarsene. In altri casi diventa rifugio dalle delusioni del quotidiano. Abbuffate al seguito delle quali subentra il senso di colpa e l’individuo finisce per rivolgersi a lassativi o al classico vomito con le dita in gola. Un rapporto conflittuale complesso, ampiamente diffuso, discusso ma anche sottovalutato su cui ci sono troppi luoghi comuni.

Incuriosisce e soprattutto provoca una strana sorpresa sentirsi rifiutare qualcosa che si è preparato o in generale qualsiasi delizia si offra. E spesso non si approfondisce rimanendo sul superficiale giudizio “è una fissata” e si tende a banalizzare improvvisando insulti o inutili consigli. Sembra inconcepibile che le orecchiette della nonna di grano bruciato con la ricotta dura vengano ignorate e lasciate lì, nel piatto per poi essere gettate. Dietro quel gesto ci sono profonde motivazioni per cui l’attenzione di un amico può fare una, seppur minima, differenza. Partendo dal mangiarsi le orecchiette avanzate. Io lo farei per far riscoprire il piacere di gustare con spensieratezza e semplicità un piatto preparato con amore. Se fossi stata nel Medioevo avrei fatto lo stesso e avrei risposto all’irascibilità delle sante anoressiche: Dio non ama gli sprechi.

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