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Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

 Com’eri a 14 anni?

Io ero un adolescente al ginnasio, alto un metro e cinquanta e a livello atletico potevo vantare molteplici stagioni sul tetto d’Europa, a Pes.

Il primo personaggio femminile di questa rubrica è un’adolescente che per prima ha toccato una vetta dello sport prima neanche considerabile: compiere un 10 perfetto in una routine di ginnastica artistica.

Ma la cosa che davvero ha sconvolto il mondo è che l’abbia fatto a poco più di 14 anni, per 7 volte. SETTE. In 4 differenti specialità.

Signore e signori, oggi parliamo della più grande innovatrice di sempre nel mondo della ginnastica artistica: Nadia Elena Comaneci.

 

(Nadia Comaneci a 14 anni con le medaglie vinte alle Olimpiadi del 1976 a Montrèal, Getty, Neil Leifer)

 

Perfezione e stacanovismo

Avete mai anche solo pensato al concetto di perfezione? Io sono arrivato ad assumere che, nelle arti cosi come nello sport, la perfezione si accosti al concetto di equilibrio. Un equilibrio pieno, colmo. Che riempie e non lascia spazio.

Un cerchio di Giotto, la nona sinfonia di Beethoven, la prospettiva centrale di Kubrick, ma anche il tiro di Jordan nelle Finals del 1998, un lob di Roger Federer e la punizione di Maradona contro la Juventus danno la sensazione di completezza, equilibrio.

Anche solo avvicinarsi ad un concetto cosi simile, per la maggior parte degli abitanti di questo pianeta, non è un’ipotesi considerabile. Immaginatevi cosa può essere la perfezione per una ragazzina di 14 anni nata in piena Transilvania.

Nadia, da quando sa camminare, è in palestra e lavora per il suo sogno. Gareggiare per le olimpiadi. Ma fuori da quella palestra, siamo in Romania. La stessa Romania che negli anni ’70 si può racchiudere in nome e cognome: Nicola Ceausescu. Segretario generale della Romania comunista, detenne formalmente il potere per più di 20 anni, dal 1967 al 1989, l’anno del collasso dell’URSS, che diede inizio alla rivoluzione romena. Nadia vive, come rilascerà in seguito in molte interviste, completamente staccata dal mondo nel corso dei primi anni della sua vita. Pensa solo ad eseguire le routine migliore.

Ha 3 anni quando partecipa alla sua prima gara interna alla palestra. Arriva tredicesima. Si dispera, non per la classifica, ma perchè è la prima volta in cui capisce quanto sia essenziale non sbagliare nei momenti importanti.

Da quel momento lavora sempre un po’ di più, per migliorarsi ogni giorno.

L’allenatore gli dice di compiere 5 routine? Lei ne fa 7.

Ha 10 anni e un’etica del lavoro stacanovista, cose che non ti aspetteresti da una bambina cosi piccola ma anche in questo possiamo rintracciare una risposta sociale: la Romania è una repubblica satellite dell’URSS, dove vige il culto del lavoro, dove chiunque riuscisse a garantire una dedizione totale, eliminando qualsiasi altra attività dalla propria vita, probabilmente veniva premiato dal Segretario del Partito.

Le gare in cui gareggia le vince praticamente tutte, compresa un’American Cup al Madison Square Garden di New York, dove incontra un ginnasta americano che stava festeggiando il suo 18° compleanno, Bart Conner. Ma al varco l’aspetta la competizione più importante di tutte: i giochi olimpici di Montreal 1976.

Il luglio canadese di Nadia è ineccepibile. Una ragazza esile di neanche 15 anni si presenta sulle parallele asimmetriche: è un trionfo. La sua routine è senza errori, per i giudici è stilisticamente perfetta. La cosa più bella è che Omega, che si occupa del tempo e dello score dei giochi olimpici dal 1932 ad oggi, non aveva previsto tale risultato, avendo tarato il tabellone fino a 9.99 come punteggio massimo per l’impossibilità di raggiungere il 10 come punteggio assoluto. I giudici furono “costretti” a darle un perfetto 1.00.

(Foto da Eurosport)

Alla fine dei giochi furono 7 (!) le routine perfette (ogni gara di atletica leggera infatti ha varie “batterie” di qualificazione, come avviene ad esempio per i 100 metri). 4 nelle parallele asimmetriche e 3 sulla trave che le valsero 5 medaglie: 3 d’oro (parallele, trave e generale individuale) una d’argento (generale con la squadra romena) e una di bronzo (corpo libero). La Comaneci, nelle sue interviste, parla sempre di come l’incoscienza derivata dalla sua giovane età l’abbia portata a non rendersi conto delle sue gesta.

Un’adolescente di 1,53m e 39 kg aveva sfondato la porta della storia dello sport con una naturalezza disarmante.

Sebbene siano le parallele asimmetriche le sue routine più spettacolari, è la trave la specialità che glorifica la prestazione dell’atleta.

Cosi Sports Illustrated a proposito delle sue routine:

A Montreal Nadia agita le folle con una spettacolare esplosione di energia in un tempo cosi breve- 23 secondi- ma è la trave che rappresenta al meglio le sue incredibili abilità. Le sue mani parlano molto più del suo corpo. La sua velocità enfatizza il suo equilibrio. Il suo controllo e la sua ampiezza zittiscono la folla.”

Nadia torna come eroina in patria, diventando un’icona del comunismo romeno, verrà premiata addirittura come eroe del lavoro socialista.

Le successive Olimpiadi di Mosca sono un po’ particolari: in piena guerra fredda le Olimpiadi diventano una questione politica tra URSS e USA, con quest’ultima che boicotterà i giochi dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. I russi “spingono” molto i giudici verso un giudizio di parte, che farà trionfare la russa Yelena Davydova a scapito della Comaneci, relegata alla medaglia d’argento nel concorso individuale.

Nonostante gli onori di casa, nel 1989 scappa via dalla dittatura romena, oltrepassando a piedi il confine rumeno con l’Ungheria per trasferirsi a Los Angeles.

Mentre stava rilasciando un’intervista sulla sua fuga dalla Romania, incontra di nuovo Conner, il ginnasta del Madison Square Garden. Lui gli darà il suo numero, e 4 anni dopo si sposeranno.

Quando a 153 cm di altezza e 39 kg di peso, hai tutti ai tuoi piedi puoi prenderti il lusso di poter essere d’esempio. Ed è quell’esempio che ci ricorda ancora una volta in più di un concetto essenziale dello sport, cosi come della vita: se lavori duro puoi arrivare, anche solo per un momento, a raggiungere quello che gli altri considerano impossibile.

 

Grazie Nadia.

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

[I Trivial di CFC] Quante ne sai sul cinema italiano?

[I Trivial di CFC] Quante ne sai sul cinema italiano?

Dimostra a tutti di essere un vero esperto del cinema nostrano rispondendo a 10 semplici domande…

Sei un vero cultore del cinema italiano, un amatore o totalmente apatico? Pochi sanno che il cinema italiano deve la sua nascita alla prima proiezione pubblica avvenuta il 28 dicembre 1895 nel sottosuolo di un caffè sul boulevard des Capucines, a Parigi. Nel corso del primo ventennio del ‘900 quest’arte porterà l’Italia a diventare capitale del cinema mondiale fino agli anni che precedono la grande guerra.

C’era una volta in Siria

C’era una volta in Siria

Tra i banchi di scuola, da bambini, ci hanno insegnato che il Medioriente è stato la culla della civiltà. Ci hanno parlato di una terra a forma di mezzaluna, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, abitata dai Sumeri prima e poi dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi. Quella terra era la Mesopotamia ed è lì che gli uomini hanno smesso di cacciare ed essere nomadi e hanno iniziato a coltivare, a stanziarsi, a costruire le prime città, i primi palazzi. Hanno iniziato a scrivere e a sviluppare la cultura. In quella terra è nato l’alfabeto, la ruota, l’agricoltura e i sistemi di irrigazione, la ceramica, l’algebra. In quella terra gli uomini hanno iniziato a misurare il tempo e a studiare le stelle. In quella terra siamo nati anche un po’ noi.
Oggi quella terra, culla della civiltà, ne è diventata la sua tomba. Da sei anni il conflitto siriano ha ucciso più di 200.000 persone e sta spazzando via quel che resta di una millenaria e affascinante cultura. Ma prima che la barbarie umana si esprimesse in tutta la sua violenza, prima che le armi chimiche soffocassero bambini innocenti, prima che il sangue tingesse di rosso le sue strade, esisteva un’altra Siria.

Terra di fiorenti scambi commerciali sin dai tempi di Greci e Romani, la Siria è stata per lungo tempo crocevia di culture e simbolo di tolleranza religiosa. Quando nel 1517, l’impero ottomano sconfisse l’esercito musulmano dei Mamelucchi, trovò a convivere insieme Cristiani, Musulmani ed Ebrei.
La pacifica convivenza delle tre grandi religioni monoteiste è dimostrata dalla presenza di quartieri e chiese cristiane, che a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da secoli accanto a quartieri ebrei, armeni e musulmani.
A Damasco e nel territorio circostante hanno lasciato le loro tracce gli antichi Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, i Crociati cristiani e le più alte espressioni della civiltà araba sunnita, e i loro resti rischiano di essere sepolti per sempre nella sabbia.

Damasco, la “rivale del paradiso”, era una capitale profumata, immersa in giardini ricchi di melograni ed olivi, tra palmeti e aranceti. Vi si respiravano atmosfere da mille e una notte, nei suq, antichi mercati, i colori di stoffe e mercanzie si univano agli odori delle spezie ad allietare i sensi. La città vecchia, patrimonio Unesco, ospitava il festival del jazz e l’opera. Si organizzavano concerti anche con ospiti di fama internazionale. Per decenni,in passato, cristiani e musulmani hanno pregato assieme nella famosa moschea degli Omayyadi.
“A Damasco lo straniero dorme in piedi sulla sua ombra come un minareto nel letto dell’eternità. Non ha nostalgia né di un paese, né di una persona” recita il verso di Mamhoud Darwish, poeta palestinese.

Oggi questa Damasco esiste solo in parte. La città è divisa tra zone contese tra governo e ribelli, e quartieri dove la gente continua a vivere come se nulla fosse, provando ad ignorare il fragore di una bomba caduta qualche kilometro più in là.

Peggiore è la situazione ad Aleppo, una delle città più antiche del mondo, con una storia ininterrotta di 5000 anni che rischia di essere spazzata via per sempre. Molti dei luoghi simbolo della città Patrimonio Unesco, sono stati ridotti in rovine dai bombardamenti. La moschea degli Omayyadi e il suo minareto sono semidistrutti. E distrutti sono anche la Cittadella, il souk risalente al periodo bizantino, la città vecchia.

Ma a crollare non sono solo splendidi edifici, testimonianze di un passato ricco di storia. A crollare sono i luoghi in cui uomini e donne, per secoli, hanno vissuto la loro quotidianità. Sui muri di Aleppo, mani anonime scrivono versi di poesie e pensieri prima di abbandonare la città:
“Amami…lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte”


Quando gli occhi si abituano a vedere la distruzione,  si dimentica che c’era la vita prima della morte. Si pensa che così è sempre stato e così sempre sarà. Ma c’era una volta una Siria che rideva, che amava, che giocava tra le strade. C’era una Siria che andava a scuola, che passeggiava tra le bancarelle dei suq, che coltivava rose. C’era una Siria che si rilassava negli hammam, che andava al cinema e al teatro. C’era la Siria dei poeti:

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volino.”
Nizar Qabbani

60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

Sessant’anni dai trattati di Roma sono un compleanno importante per la civiltà europea, ma come ogni compleanno è tempo di bilanci e di buoni propositi per il futuro. Un futuro da Stato nazione o come Unione di Stati? Una o due velocità?

L’Europa, che per secoli è stata mera espressione geografica, è il continente che ha visto nella sua storia più sangue versato fino alla carneficina delle due guerre mondiali. Proprio da parte italiana ricorderanno tutti come nel ‘900 l’esercito si fosse scontrato, in molti casi avendo la peggio, con gli eserciti delle altre nazioni del continente.

Il progetto di un unione federale fra stati europei fu in un certo senso un’invenzione italiana, se pensiamo al Manifesto di Ventotene (1941-44) di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi. Quel documento ha rappresentato il seme per un’Europa libera e unita”. Questo progetto iniziò a concretizzarsi però grazie all’intesa tra i politici francesi e tedeschi. Uno sforzo non semplice, visto che i loro genitori e nonni sono stati nemici durante le guerre.

Sessant’anni dopo i trattati di Roma questa comunità di Paesi non appare omogenea ma più un lago a diverse profondità (metafora presa in prestito dai tabloid inglesi). Come tutti sapranno non tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea attualmente adottano l’euro, e questo li esclude dalle riunioni dell’euro-gruppo, oppure non sono iscritti all’area di libera circolazione Schengen( è il territorio europeo dove viene garantito il libero spostamento di persone). Nemmeno il Regno Unito. Quest’ultimo è sempre stato il membro più capriccioso perché si è sempre posto ai margini di questo sistema non accettando la moneta unica e esonerandosi dalla maggior parte delle politiche europee.

Italian navy rescue asylum seekers

Immagine più significativa della crisi dei migranti. Immagine scattata nel Canale di Sicilia

Oltretutto gli stati del continente si ritrovano trasversalmente a fronteggiare le questioni interne come: la crisi migratoria per gli stati a nord del mediterraneo; la deflazione della moneta unica per i paesi sud dell’euro-zona (meno preoccupante dopo i primi successi del Quantitative Easing di Mario Draghi), la minaccia dei partiti anti-establishment nei paesi prossimi alle elezioni e il persistente pericolo degli attacchi terroristi.

Altre minacce arrivano come, sottolineava il commissario per gli affari economici Pierre Moscovici, dall’esterno: “Siamo in mondo pericoloso, ci sono forze che vorrebbero smantellarci, penso alle politiche americane e alla politica russa” -aggiungendo che – “Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Ue più democratica e più efficace anche a livello economico”. In effetti basta guardare alla posizione tedesca e degli altri paesi UE al di là dei limes europei per comprendere la radice delle tensioni con la Russia (vedi Ucraina).

Alcune nuove tensioni dall’esterno insieme alle incomprensioni fra stati membri sono dovute anche alla precedente e rapida integrazione europea di quasi tutti i paesi dell’ex-area sovietica dal 1995 al 2001. Questo processo non proseguì di pari passo alle riforme e oggi si assiste ad una vera e propria differenza tra Stati occidentali e orientali. Su questo argomento sono spuntati molti dibattiti sulla probabilità di far “viaggiare” il continente a due velocità.

Europa: Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un'Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un’Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Questa Unione secondo Romano Prodi, ultimo presidente italiano della Commissione europea, così com’è non sembra nè cotta nè cruda. Insieme a lui diversi esponenti politici hanno preso una posizione favorevole a una doppia velocità. La retorica sarebbe quella che attualmente esistono già due tipi di Europa. La prima fatta da 28 stati con un’area di libero scambio troppo burocratica, e la seconda formata dalla zona euro che punterebbe all’integrazione non solo economica con l’ambizione di diventare una potenza globale in grado di sostenere la concorrenza della prima e della seconda potenza mondiale: Usa e Cina. Non in quanto nemici ma in qualità di competitors.

Al vertice di Versailles tra Germania, Francia, Italia e Spagna è arrivata una spinta per le due velocità. I primi due paesi sono mossi dalla volontà di cooperare sulla difesa e sicurezza (comprensibile), i secondi sono interessati alla crescita economica, alla lotta contro la disoccupazione e alla crisi migratoria. Ad opporsi a questa proposta ci sono in primis i paesi dell’Europa orientale (baltici e balcani) che vorrebbero non solo evitare un’integrazione di “serie A e una di serie B” ma soprattutto vivono con tensione la loro posizione geografica al confine con la Russia.

Questa comunità in crisi d’identità è una realtà sbocciata da progetti e visioni utopiche. Ed è proprio dall’utopia stessa, intesa filosoficamente come “propensione verso una società perfetta”, che deve ripartire.

Abbandonare i deboli non salverà i più forti.

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Quando i giovani europei non si sentono tali. Quando i “non posso” e i “non ho tempo” diventano barriere più efficaci di quelle di mattoni e filo spinato.

 

Poco più di un secolo fa, si spegneva il giornalista, scrittore e poeta Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo romanzo “Cuore”.
L’opera è resa particolare e innovativa per via della scelta di inserire in un unico contesto (quello della classe scolastica) personaggi appartenenti a regioni diverse; decisione che, nel trentennio immediatamente successivo ai moti risorgimentali e all’Unione di Italia, rappresentava l’espressione del suo desiderio di poter finalmente vivere una nazione unita non solo dal punto di vista geo-politico, ma a tutti gli effetti, il sentire propria un’identità comune a tutti, nel nome della libertà e della fratellanza.
Il suo anelito era forse pura utopia: l’orgoglio del cittadino medio (il patriottismo verso la propria regione e la convinzione della superiorità di quest’ultima sulle altre) insieme alle ovvie differenze linguistiche, rappresentate dalle differenze dialettali, sembravano tarpare le ali di ogni idealista.

Più di cento anni dopo la pubblicazione di quel libro, scritto in un tempo che ci sembra ormai così lontano, viene firmato il Trattato di Maastricht, che istituisce, col nome che essa mantiene ancora oggi, l’Unione Europea. All’inizio della seconda metà del Novecento probabilmente ben pochi avrebbero potuto pensare possibile un evento di tale portata. Nel 2004 si ebbe l’adozione della Costituzione europea con i Trattati di Roma. L’ idea fu ostacolata e successivamente in parte abbandonata, ma trovò compimento ben più che parziale nella Carta di Nizza e nel Trattato di Lisbona. Tutti progressi che in precedenza sarebbero potuti essere interpretati come illusioni frutto di menti che vivevano tra le nuvole.

Ed ecco che giungiamo ai giorni nostri. Giorni in cui anche noi ci troviamo di fronte ad una potenziale futura nazione che cerca, certo con i suoi ovvi compromessi e con le sue inevitabili e innegabili contraddizioni, di tenersi salda: quella degli Stati Uniti di Europa. Paese le cui ipotetiche regioni sarebbero quelle che sono oggi realtà nazionali, ad esempio la stessa Italia. Nazioni-regioni, dunque. Esse trovano difficile integrarsi proprio per il cittadino medio, preso dal nazionalismo e che non intende “sottomettersi” a una realtà politica ancora più in alto; e, ancora una volta, per le differenze linguistiche, che sarebbero certo superabili con un corretto uso dell’inglese da parte dei cittadini (certo, ora che il Regno Unito si è chiamato fuori questo potrebbe apparire come un paradosso), alla cui maggior parte tuttavia sembra strano dover apprendere qualcos’altro oltre al proprio “dialetto” (ovvero la lingua del proprio Stato-regione).
Qualcuno, come l’Ungheria, ha già rivendicato la propria autonomia e il desiderio di ritenersi immacolata innalzando barriere ai confini che non permettano l’accesso a migranti.
Mi è capitato di parlare con un ragazzo ungherese che si trovava a dover passare un periodo da studente Erasmus a Bari. Egli riteneva che la disposizione della sua nazione fosse giusta dato che bisogna ribellarsi alle imposizioni di mamma Europa, poiché l’immigrazione porta delinquenza e guai; giudizio curioso da parte sua, dato che stava vivendo un’opportunità concessagli proprio da quella madre di cui egli negava di essere figlio.

E allora viene da domandarsi: come percepire questa generazione Erasmus, i futuri cittadini europei di cui ha scritto Umberto Eco? Come vivere questa entità di nome UE, che sembra apparire così distante?
Molti ragazzi paiono essere a conoscenza solamente del fatto che adesso possono viaggiare all’interno di determinati confini muniti solo della propria carta d’identità e della moneta Euro,quest’ultima tanto demonizzata da un numero non insignificante di economisti o presunti tale e di politici o presunti tale.
E, se le innumerevoli targhe con su scritto “questa struttura è stata realizzata grazie ai fondi dell’Unione Europea” possono apparire invisibili, se il sempre più crescente numero di figli nati da coppie di diverse nazioni-regioni europee può passare inosservato, se il vantaggio di non dover cambiare moneta ogni volta che si viaggia può non intaccarci; esiste invece un fenomeno nei giovani odierni difficile da non notare: molti, presi dai loro studi universitari e da altre beghe del vivere quotidiano, sembrano non avere mai volontà, tempo e/o possibilità per affacciarsi al mondo là fuori. Eppure al giorno d’oggi con tantissime organizzazioni è possibile partire per progetti europei Erasmus+ non-universitari che durano solo una settimana o poco più in cui le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico dell’Unione Europea. A volte purtroppo semplicemente l’interesse non è abbastanza, inoltre le nostre istituzioni alimentano tutto ciò non informando sufficientemente i cittadini di queste opportunità, a volte con il silenzio totale. Ed è per questa disinformazione che inevitabile è stato il crearsi di sfiducia da parte dei cittadini, soprattutto giovani, sia verso questa oscura Unione che verso la grandissima varietà di possibilità che da essa ci vengono offerte.

Tutto ciò è importante soprattutto in tempi come questi dove, in opposizione agli Stati Uniti di Trump, è fondamentale creare un modello di coesione, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Proprio nel mese di marzo del 1908 moriva Edmondo De Amicis. Ma le sue idee, e di quelli come lui, NO.

 


Autore: Adriano Boezio

 

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