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[I Trivial di CFC] Quante ne sai sul cinema italiano?

[I Trivial di CFC] Quante ne sai sul cinema italiano?

Dimostra a tutti di essere un vero esperto del cinema nostrano rispondendo a 10 semplici domande…

Sei un vero cultore del cinema italiano, un amatore o totalmente apatico? Pochi sanno che il cinema italiano deve la sua nascita alla prima proiezione pubblica avvenuta il 28 dicembre 1895 nel sottosuolo di un caffè sul boulevard des Capucines, a Parigi. Nel corso del primo ventennio del ‘900 quest’arte porterà l’Italia a diventare capitale del cinema mondiale fino agli anni che precedono la grande guerra.

C’era una volta in Siria

C’era una volta in Siria

Tra i banchi di scuola, da bambini, ci hanno insegnato che il Medioriente è stato la culla della civiltà. Ci hanno parlato di una terra a forma di mezzaluna, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, abitata dai Sumeri prima e poi dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi. Quella terra era la Mesopotamia ed è lì che gli uomini hanno smesso di cacciare ed essere nomadi e hanno iniziato a coltivare, a stanziarsi, a costruire le prime città, i primi palazzi. Hanno iniziato a scrivere e a sviluppare la cultura. In quella terra è nato l’alfabeto, la ruota, l’agricoltura e i sistemi di irrigazione, la ceramica, l’algebra. In quella terra gli uomini hanno iniziato a misurare il tempo e a studiare le stelle. In quella terra siamo nati anche un po’ noi.
Oggi quella terra, culla della civiltà, ne è diventata la sua tomba. Da sei anni il conflitto siriano ha ucciso più di 200.000 persone e sta spazzando via quel che resta di una millenaria e affascinante cultura. Ma prima che la barbarie umana si esprimesse in tutta la sua violenza, prima che le armi chimiche soffocassero bambini innocenti, prima che il sangue tingesse di rosso le sue strade, esisteva un’altra Siria.

Terra di fiorenti scambi commerciali sin dai tempi di Greci e Romani, la Siria è stata per lungo tempo crocevia di culture e simbolo di tolleranza religiosa. Quando nel 1517, l’impero ottomano sconfisse l’esercito musulmano dei Mamelucchi, trovò a convivere insieme Cristiani, Musulmani ed Ebrei.
La pacifica convivenza delle tre grandi religioni monoteiste è dimostrata dalla presenza di quartieri e chiese cristiane, che a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da secoli accanto a quartieri ebrei, armeni e musulmani.
A Damasco e nel territorio circostante hanno lasciato le loro tracce gli antichi Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, i Crociati cristiani e le più alte espressioni della civiltà araba sunnita, e i loro resti rischiano di essere sepolti per sempre nella sabbia.

Damasco, la “rivale del paradiso”, era una capitale profumata, immersa in giardini ricchi di melograni ed olivi, tra palmeti e aranceti. Vi si respiravano atmosfere da mille e una notte, nei suq, antichi mercati, i colori di stoffe e mercanzie si univano agli odori delle spezie ad allietare i sensi. La città vecchia, patrimonio Unesco, ospitava il festival del jazz e l’opera. Si organizzavano concerti anche con ospiti di fama internazionale. Per decenni,in passato, cristiani e musulmani hanno pregato assieme nella famosa moschea degli Omayyadi.
“A Damasco lo straniero dorme in piedi sulla sua ombra come un minareto nel letto dell’eternità. Non ha nostalgia né di un paese, né di una persona” recita il verso di Mamhoud Darwish, poeta palestinese.

Oggi questa Damasco esiste solo in parte. La città è divisa tra zone contese tra governo e ribelli, e quartieri dove la gente continua a vivere come se nulla fosse, provando ad ignorare il fragore di una bomba caduta qualche kilometro più in là.

Peggiore è la situazione ad Aleppo, una delle città più antiche del mondo, con una storia ininterrotta di 5000 anni che rischia di essere spazzata via per sempre. Molti dei luoghi simbolo della città Patrimonio Unesco, sono stati ridotti in rovine dai bombardamenti. La moschea degli Omayyadi e il suo minareto sono semidistrutti. E distrutti sono anche la Cittadella, il souk risalente al periodo bizantino, la città vecchia.

Ma a crollare non sono solo splendidi edifici, testimonianze di un passato ricco di storia. A crollare sono i luoghi in cui uomini e donne, per secoli, hanno vissuto la loro quotidianità. Sui muri di Aleppo, mani anonime scrivono versi di poesie e pensieri prima di abbandonare la città:
“Amami…lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte”


Quando gli occhi si abituano a vedere la distruzione,  si dimentica che c’era la vita prima della morte. Si pensa che così è sempre stato e così sempre sarà. Ma c’era una volta una Siria che rideva, che amava, che giocava tra le strade. C’era una Siria che andava a scuola, che passeggiava tra le bancarelle dei suq, che coltivava rose. C’era una Siria che si rilassava negli hammam, che andava al cinema e al teatro. C’era la Siria dei poeti:

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volino.”
Nizar Qabbani

60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

Sessant’anni dai trattati di Roma sono un compleanno importante per la civiltà europea, ma come ogni compleanno è tempo di bilanci e di buoni propositi per il futuro. Un futuro da Stato nazione o come Unione di Stati? Una o due velocità?

L’Europa, che per secoli è stata mera espressione geografica, è il continente che ha visto nella sua storia più sangue versato fino alla carneficina delle due guerre mondiali. Proprio da parte italiana ricorderanno tutti come nel ‘900 l’esercito si fosse scontrato, in molti casi avendo la peggio, con gli eserciti delle altre nazioni del continente.

Il progetto di un unione federale fra stati europei fu in un certo senso un’invenzione italiana, se pensiamo al Manifesto di Ventotene (1941-44) di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi. Quel documento ha rappresentato il seme per un’Europa libera e unita”. Questo progetto iniziò a concretizzarsi però grazie all’intesa tra i politici francesi e tedeschi. Uno sforzo non semplice, visto che i loro genitori e nonni sono stati nemici durante le guerre.

Sessant’anni dopo i trattati di Roma questa comunità di Paesi non appare omogenea ma più un lago a diverse profondità (metafora presa in prestito dai tabloid inglesi). Come tutti sapranno non tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea attualmente adottano l’euro, e questo li esclude dalle riunioni dell’euro-gruppo, oppure non sono iscritti all’area di libera circolazione Schengen( è il territorio europeo dove viene garantito il libero spostamento di persone). Nemmeno il Regno Unito. Quest’ultimo è sempre stato il membro più capriccioso perché si è sempre posto ai margini di questo sistema non accettando la moneta unica e esonerandosi dalla maggior parte delle politiche europee.

Italian navy rescue asylum seekers

Immagine più significativa della crisi dei migranti. Immagine scattata nel Canale di Sicilia

Oltretutto gli stati del continente si ritrovano trasversalmente a fronteggiare le questioni interne come: la crisi migratoria per gli stati a nord del mediterraneo; la deflazione della moneta unica per i paesi sud dell’euro-zona (meno preoccupante dopo i primi successi del Quantitative Easing di Mario Draghi), la minaccia dei partiti anti-establishment nei paesi prossimi alle elezioni e il persistente pericolo degli attacchi terroristi.

Altre minacce arrivano come, sottolineava il commissario per gli affari economici Pierre Moscovici, dall’esterno: “Siamo in mondo pericoloso, ci sono forze che vorrebbero smantellarci, penso alle politiche americane e alla politica russa” -aggiungendo che – “Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Ue più democratica e più efficace anche a livello economico”. In effetti basta guardare alla posizione tedesca e degli altri paesi UE al di là dei limes europei per comprendere la radice delle tensioni con la Russia (vedi Ucraina).

Alcune nuove tensioni dall’esterno insieme alle incomprensioni fra stati membri sono dovute anche alla precedente e rapida integrazione europea di quasi tutti i paesi dell’ex-area sovietica dal 1995 al 2001. Questo processo non proseguì di pari passo alle riforme e oggi si assiste ad una vera e propria differenza tra Stati occidentali e orientali. Su questo argomento sono spuntati molti dibattiti sulla probabilità di far “viaggiare” il continente a due velocità.

Europa: Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un'Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un’Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Questa Unione secondo Romano Prodi, ultimo presidente italiano della Commissione europea, così com’è non sembra nè cotta nè cruda. Insieme a lui diversi esponenti politici hanno preso una posizione favorevole a una doppia velocità. La retorica sarebbe quella che attualmente esistono già due tipi di Europa. La prima fatta da 28 stati con un’area di libero scambio troppo burocratica, e la seconda formata dalla zona euro che punterebbe all’integrazione non solo economica con l’ambizione di diventare una potenza globale in grado di sostenere la concorrenza della prima e della seconda potenza mondiale: Usa e Cina. Non in quanto nemici ma in qualità di competitors.

Al vertice di Versailles tra Germania, Francia, Italia e Spagna è arrivata una spinta per le due velocità. I primi due paesi sono mossi dalla volontà di cooperare sulla difesa e sicurezza (comprensibile), i secondi sono interessati alla crescita economica, alla lotta contro la disoccupazione e alla crisi migratoria. Ad opporsi a questa proposta ci sono in primis i paesi dell’Europa orientale (baltici e balcani) che vorrebbero non solo evitare un’integrazione di “serie A e una di serie B” ma soprattutto vivono con tensione la loro posizione geografica al confine con la Russia.

Questa comunità in crisi d’identità è una realtà sbocciata da progetti e visioni utopiche. Ed è proprio dall’utopia stessa, intesa filosoficamente come “propensione verso una società perfetta”, che deve ripartire.

Abbandonare i deboli non salverà i più forti.

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Quando i giovani europei non si sentono tali. Quando i “non posso” e i “non ho tempo” diventano barriere più efficaci di quelle di mattoni e filo spinato.

 

Poco più di un secolo fa, si spegneva il giornalista, scrittore e poeta Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo romanzo “Cuore”.
L’opera è resa particolare e innovativa per via della scelta di inserire in un unico contesto (quello della classe scolastica) personaggi appartenenti a regioni diverse; decisione che, nel trentennio immediatamente successivo ai moti risorgimentali e all’Unione di Italia, rappresentava l’espressione del suo desiderio di poter finalmente vivere una nazione unita non solo dal punto di vista geo-politico, ma a tutti gli effetti, il sentire propria un’identità comune a tutti, nel nome della libertà e della fratellanza.
Il suo anelito era forse pura utopia: l’orgoglio del cittadino medio (il patriottismo verso la propria regione e la convinzione della superiorità di quest’ultima sulle altre) insieme alle ovvie differenze linguistiche, rappresentate dalle differenze dialettali, sembravano tarpare le ali di ogni idealista.

Più di cento anni dopo la pubblicazione di quel libro, scritto in un tempo che ci sembra ormai così lontano, viene firmato il Trattato di Maastricht, che istituisce, col nome che essa mantiene ancora oggi, l’Unione Europea. All’inizio della seconda metà del Novecento probabilmente ben pochi avrebbero potuto pensare possibile un evento di tale portata. Nel 2004 si ebbe l’adozione della Costituzione europea con i Trattati di Roma. L’ idea fu ostacolata e successivamente in parte abbandonata, ma trovò compimento ben più che parziale nella Carta di Nizza e nel Trattato di Lisbona. Tutti progressi che in precedenza sarebbero potuti essere interpretati come illusioni frutto di menti che vivevano tra le nuvole.

Ed ecco che giungiamo ai giorni nostri. Giorni in cui anche noi ci troviamo di fronte ad una potenziale futura nazione che cerca, certo con i suoi ovvi compromessi e con le sue inevitabili e innegabili contraddizioni, di tenersi salda: quella degli Stati Uniti di Europa. Paese le cui ipotetiche regioni sarebbero quelle che sono oggi realtà nazionali, ad esempio la stessa Italia. Nazioni-regioni, dunque. Esse trovano difficile integrarsi proprio per il cittadino medio, preso dal nazionalismo e che non intende “sottomettersi” a una realtà politica ancora più in alto; e, ancora una volta, per le differenze linguistiche, che sarebbero certo superabili con un corretto uso dell’inglese da parte dei cittadini (certo, ora che il Regno Unito si è chiamato fuori questo potrebbe apparire come un paradosso), alla cui maggior parte tuttavia sembra strano dover apprendere qualcos’altro oltre al proprio “dialetto” (ovvero la lingua del proprio Stato-regione).
Qualcuno, come l’Ungheria, ha già rivendicato la propria autonomia e il desiderio di ritenersi immacolata innalzando barriere ai confini che non permettano l’accesso a migranti.
Mi è capitato di parlare con un ragazzo ungherese che si trovava a dover passare un periodo da studente Erasmus a Bari. Egli riteneva che la disposizione della sua nazione fosse giusta dato che bisogna ribellarsi alle imposizioni di mamma Europa, poiché l’immigrazione porta delinquenza e guai; giudizio curioso da parte sua, dato che stava vivendo un’opportunità concessagli proprio da quella madre di cui egli negava di essere figlio.

E allora viene da domandarsi: come percepire questa generazione Erasmus, i futuri cittadini europei di cui ha scritto Umberto Eco? Come vivere questa entità di nome UE, che sembra apparire così distante?
Molti ragazzi paiono essere a conoscenza solamente del fatto che adesso possono viaggiare all’interno di determinati confini muniti solo della propria carta d’identità e della moneta Euro,quest’ultima tanto demonizzata da un numero non insignificante di economisti o presunti tale e di politici o presunti tale.
E, se le innumerevoli targhe con su scritto “questa struttura è stata realizzata grazie ai fondi dell’Unione Europea” possono apparire invisibili, se il sempre più crescente numero di figli nati da coppie di diverse nazioni-regioni europee può passare inosservato, se il vantaggio di non dover cambiare moneta ogni volta che si viaggia può non intaccarci; esiste invece un fenomeno nei giovani odierni difficile da non notare: molti, presi dai loro studi universitari e da altre beghe del vivere quotidiano, sembrano non avere mai volontà, tempo e/o possibilità per affacciarsi al mondo là fuori. Eppure al giorno d’oggi con tantissime organizzazioni è possibile partire per progetti europei Erasmus+ non-universitari che durano solo una settimana o poco più in cui le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico dell’Unione Europea. A volte purtroppo semplicemente l’interesse non è abbastanza, inoltre le nostre istituzioni alimentano tutto ciò non informando sufficientemente i cittadini di queste opportunità, a volte con il silenzio totale. Ed è per questa disinformazione che inevitabile è stato il crearsi di sfiducia da parte dei cittadini, soprattutto giovani, sia verso questa oscura Unione che verso la grandissima varietà di possibilità che da essa ci vengono offerte.

Tutto ciò è importante soprattutto in tempi come questi dove, in opposizione agli Stati Uniti di Trump, è fondamentale creare un modello di coesione, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Proprio nel mese di marzo del 1908 moriva Edmondo De Amicis. Ma le sue idee, e di quelli come lui, NO.

 


Autore: Adriano Boezio

 

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Nel mondo contemporaneo assistiamo al progressivo tentativo di rendere la condizione della donna quanto più uguale possibile a quella dell’uomo e, sebbene lo scorso 8 marzo ci abbia ricordato che ancora molto resta da fare, soprattutto in alcuni paesi del mondo, possiamo dire che rispetto a poche decine di anni fa le donne hanno acquisito maggiori diritti e indipendenza, sia a livello lavorativo, sia politico, sia sociale.

Nel mondo classico greco e romano la vita delle donne era molto più complicata rispetto a come è oggi nei paesi occidentali e paragonabile, forse, a quella che caratterizza le donne di alcuni paesi africani o islamici a spiccato orientamento integralista. Tuttavia, potevano esistere alcune eccezioni, per cui le donne ricoprivano posizioni di potere (si pensi a Cleopatra, regina d’Egitto), gestivano il patrimonio familiare al posto degli uomini o, silenziosamente, da dietro le quinte, determinavano le decisioni dei propri mariti, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata.

Di questa forza e potere nascosti si resero conto anche i poeti e gli scrittori antichi, che sospettavano che le donne potessero essere qualcosa di più di semplici spose o madri e trasferirono nelle loro opere questa consapevolezza, inconscia o no, insieme alla paura che esse sovvertissero in qualche modo l’ordine ‘maschile’ prestabilito. Tra le figure di “Bad Women” tramandate dal mito classico ne spiccano soprattutto due.

Fedra e Medea: donne empie, ‘madri’ assassine

Fedra, figlia di Pesifae e Minosse, sposa Teseo, re di Atene. Durante l’assenza del marito, si innamora perdutamente del figliastro, Ippolito. Nel momento in cui, però, Ippolito la rifiuta, Fedra lo accusa di fronte al popolo di Atene e, poi, davanti allo stesso Teseo, rientrato dal suo viaggio, di aver tentato di violentarla. Per questo motivo, Teseo scaglia sul figlio la maledizione di suo padre Nettuno, re dei mari, che porta Ippolito a una morte atroce. Alla fine, dopo aver confessato a Teseo la verità, Fedra si toglie la vita.

La vicenda di Fedra ci è tramandata dall’Ippolito di Euripide, dalle Eroidi Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Medea, figlia di Eeta e principessa di Colchide, fugge dal regno del padre con Giasone e i compagni (gli Argonauti). Una volta a Corinto, però, Giasone abbandona Medea, ormai madre dei suoi figli, per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. A questo punto, Medea, invasa da una terribile ira, cova la sua vendetta: manda, quindi, una veste avvelenata a Creusa, causandone la morte, e uccide di sua stessa mano i figli avuti con Giasone.

La vicenda di Medea è nota principalmente attraverso le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Eroidi e Metamorfosi di Ovidio e la Medea di Seneca.

Donne assassine (e assassinate) di ieri e di oggi

Episodi di questo genere, come infanticidi o omicidi del partner, sono purtroppo abbastanza frequenti anche nella cronaca di oggi, da parte di entrambi i sessi. Tuttavia, non mancavano nemmeno nella realtà del tempo. Gli storici affermano infatti che Agrippina, moglie dell’imperatore Claudio (I sec. d.C.), abbia ucciso il marito per favorire il figlio Nerone. Poi stesso Nerone, una volta diventato imperatore, ordinò che la madre fosse uccisa (59 d.C.) non appena si rese conte che essa avrebbe potuto ostacolarlo nella sua ascesa al potere – della serie: “buon sangue, non mente!”

Questi omicidi tra parenti potrebbero ricordare fatti della cronaca odierna, come il delitto di Ferrara dello scorso 11 gennaio, e vanno letti come il risultato di sentimenti estremi di rabbia e frustrazione e, molto spesso, come conseguenza di disagi psichici radicati in profondità. A volte, questi disagi, per vergogna o per paura del giudizio altrui, sono tenuti nascosti proprio dalle persone più vicine a chi ne è soggetto, le quali intuiscono o sono a conoscenza di qualcosa che sfugge agli altri, per poi essere esse stesse a cadere vittime delle violenze.

Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

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