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 [In copertina: rovine della Grande moschea di Al Nuri, Mosul. Foto da: nydailynews.com]

Nell’Ottobre 2016 l’esercito iraqeno lanciava la battaglia per riconquistare Mosul dallo stato islamico. Sotto il caldo cocente dei primi giorni di Luglio, cioè nove mesi dopo, gli scontri non sono ancora conclusi ma il califfato è alle strette. Poche centinaia di uomini dell’ISIS resistono negli ultimi ottocento metri quadri di Mosul ancora in mano al califfo. Secondo le stime più accurate sono ancora 300 i combattenti asserragliati nella città vecchia, mentre tutti gli altri sono morti in battaglia o fuggiti verso la città siriana di Deir el-Zor.

Mosul è la seconda città dell’Iraq, ma ha una storia antichissima, essendo uno dei più antichi centri urbani formatisi in Mesopotamia. Prima dell’avvento del califfato ci vivevano 1.500.000 iraqeni, ma durante l’occupazione sono state almeno 850.000 le persone fuggite verso il sud del Paese o sfollati nei campi profughi. Oggi Mosul è ampiamente distrutta e porta i segni di combattimenti feroci durati mesi.

Durante la fuga degli ultimi giorni, gli uomini dell’ISIS hanno fatto esplodere la Grande moschea di Al Nuri, a dimostrazione del fatto che sono le ragioni militari e politiche, e non quelle religiose, a dettare le scelte del califfato. Resistita ai mongoli, all’impero ottomano, a Saddam Hussein e all’invasione americana, la storica moschea di Al Nuri è oggi distrutta, e con essa finisce simbolicamente l’era dello stato islamico in Iraq. Fu dal pulpito della stessa moschea, infatti, che il califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita del califfato il 29 Giugno del 2014, in quella che fu la sua prima e ultima apparizione pubblica. Esattamente tre anni dopo, il primo ministro iraqeno Haider Al-Abadi annuncia su twitter: “Stiamo assistendo alla fine del falso Stato di Daesh (Isis), e la liberazione di Mosul lo prova” e aggiunge “Non ci fermeremo fino a quando l’ultimo di loro sarà stato ucciso o portato davanti alla giustizia“.

Esplosione della moschea di Al Nuri

Esplosione della moschea di Al Nuri. Fonte: RT.com

L’Iraq è dove l’incubo del califfato ha avuto inizio e dove certamente inizierà la sua fine. Militari e fedelissimi di Saddam, giovani reduci della tragedia dell’occupazione america e foreign fighters nel 2014 diedero inizio alla sciagurata marcia dell’ISIS. saccheggiando depositi di armi e munizioni dell’esercito iraqeno, ancora troppo debole e diviso. Molti miliziani sono morti in battaglia. Gli altri sono fuggiti, nascondendosi tra i fiumi di sfollati delle zone dei combattimenti. Chi invece viene oggi catturato dall’esercito iraqeno è sottoposto a processi che rapidamente si concludono in sentenze. Come racconta La Stampa, decine di ex miliziani dell’ISIS vengono giudicati ogni giorno in alcuni edifici di Qaraqosh, città cristiana alle porte di Mosul. Le pene minime sono di 15 anni, tutte per “terrorismo”.

Dopo la sconfitta definitiva dell’ISIS, in Iraq, resterà lo spettro dell’ideologia politica di cui il califfato faceva le veci, quell’ideologia che ha raccolto molti vecchi iraqeni orfani di Saddam Hussein, prima, e molti giovani iraqeni vittime dell’occupazione americana, dopo.

Ma non finisce qui. L’Iraq dovrà affrontare la ricostruzione di intere città e infrastrutture del nord dell’Iraq. Dovrà risolvere il problema delle possibili vendette e dei profughi adulti e bambini. Proprio i bambini, oggi, rappresentano una situazione difficilissima. Migliaia sono nati sotto lo stato islamico, registrati con certificati di nascita del califfato o non registrati affatto. Ancor peggio, molti dei bambini in età scolastica sono stati indottrinati dai miliziani dell’ISIS, gli hanno inculcato l’odio per tutti quelli che non facevano parte del califfato e gli hanno insegnato come combatterli con le armi. Molti di loro sono stati usati nei combattimenti, e i sopravvissuti portano con sè orribili memorie e un grande dilemma: cosa fare, oggi, con i figli inconsapevoli dell’ideologia del califfo?

La riconquista quasi totale di Mosul, seppur pregna di grande valore simbolico e militare, non significa la sconfitta dello stato islamico. I territori dell’ISIS si sono ridotti di due terzi tra il 2015 e il 2017 e 4 milioni di persone che prima vivevano sotto il califfato oggi sono state liberate.

Perdita di territorio dello Stato Islamico

Perdita di territorio dello Stato Islamico dal 2015 al 2017

Questo significa che la presenza territoriale del califfato si è ampiamente ridotta ma non è finita. L’ISIS controlla Raqqa e buona parte della Siria sud orientale, e dall’Iraq continuano a giungere i jihadisti in fuga dai combattimenti. La battaglia di Raqqa è iniziata appena un mese fa, e sarà solo la caduta di questa città a segnare la sconfitta dello stato islamico.

 


 

Author: Samy Dawud

Sono laureato in Economia e Management presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Grande appassionato di Politica Estera e Medioriente, di viaggi e di musica

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