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Gilbert Arenas: From 0 to hero

Gilbert Arenas: From 0 to hero

L’NBA è probabilmente l’idea meglio riuscita dello sport americano.

Quasi nessuna lega riesce a riunire a sé tutti i migliori giocatori del pianeta, e contornare il tutto con uno spettacolo televisivo fuori dal comune. Non a caso è uno dei prodotti televisivi più appetibili di sempre.

Ma chi recita la parte principale in questo palcoscenico luccicante sono i giocatori: omoni di oltre 2 metri che, oltre ad avere uno strapotere fisico ed atletico, sono dei personaggi totali, fuori dal comune.

L’Underdog di oggi viene da quel mondo li. Ed in quel mondo non c’è finito per caso, ma ha sudato ogni singolo minuto della sua vita per arrivarci.

Gilbert Arenas: Impossible is 0

Gilbert nasce in Florida, ma grazie a papà Gilbert Sr, che si era messo in testa di fare l’attore ad Hollywood, si trasferisce a LA. Qui Gibby cresce, e trova nella pallacanestro il modo per sfogare il suo carattere troppo “irrequieto”. A 16 anni si presenta alla porta di UCLA, che risponde con un poco gentile “no grazie”. È quindi all’università dell’Arizona (la stessa di Steve Kerr e del magnifico Andre Iguodala) dove si forma cestisticamente. Si dichiara eleggibile per il Draft del 2001. Ha soli 19 anni, ma si sente pronto per fare il grande salto.

È un Draft strano quello del 2001, e Gilbert sbuffa quando, al primo giro di chiamate, il suo nome non è ancora stato chiamato. Alla fine sono i Golden State Warriors (che nel 2001 non erano il carro armato di oggi) a selezionarlo, come 31° scelta. In quegli anni nella Baia di Oakland non tira una bell’aria, e i GSW finiscono ultimi nella loro conference.

La cosa più brutta di tutte è che nessuno reputa Gilbert importante: il suo coach ad Arizona dice che è insensato candidarsi per l’NBA, che non avrà speranza e giocherà 0 minuti nella lega.

Gilbert Arenas con la maglia 0 dei Washington Wizard, che l’ha fatto passare alla storia come “Agent Zero”

Non si può dire che il coach non abbia avuto ragione. Arenas passa le prime 40 (QUARANTA) partite della regular season senza entrare in campo, praticamente aveva più chances uno spettatore in prima fila di entrare sul parquet. Sembrava che nessuno si fosse accorto del suo talento. Da li prese la decisione di giocare con la canotta numero zero, per esorcizzare quel nefasto destino. Li si allena, si allena duro, e finalmente riesce ad esordire. Esordisce con la maglia Warriors, e al secondo anno di NBA, a 21 anni, viene eletto come il Giocatore più Migliorato della lega. Alla fine del secondo anno, si dichiara free agent, che significa sostanzialmente svincolarsi, e passa ai Washington Wizards, che proprio l’anno prima erano rimasti orfani di un certo Michael Jordan, che diciamo non ha reso le cose facili per l’Agent Zero.

Gli anni passano, e Gibby cresce, cresce davvero. Diventa una point guard di livello, che ogni tanto si prende la briga di fare triple insensate.

Quella volta che, in un match di beneficenza, ingaggiò una gara di triple da centrocampo con un altro tipo niente male, Tracy McGrady aka T-MAC

Cresce fino ad essere votato dai fan per entrare a far parte dell’East team dell’All Star Game 2007. Una cosa impensabile solo qualche anno prima. Probabilmente dovuta al fatto che il 17 dicembre, qualche mese prima, ne aveva messi SESSANTA ai “suoi” Lakers.

È ormai padrone dello spogliatoio a Washington, e riesce a divertire sé e la squadra come solo uno come lui sa fare. La gamma degli scherzi è enorme: si va dagli escrementi depositati nelle scarpe dei compagni, alla simulazione di furto delle auto parcheggiate al campo d’allenamento, durante le trasferte.

Gilbert però è troppo discontinuo, ed è forse questo che, pur diventando una star della Lega, non riuscirà mai a portare a casa un anello.

Federico Buffa, la luce nel buio del giornalismo sportivo italiano, lo definisce un giocatore “terminale”. Gustatevi il video.

 

Dopo un infortunio al ginocchio nell’aprile del 2007, Arenas non sarà più lo stesso.

Tra incidenti di percorso, come una squalifica per storie tese in spogliatoio a seguito di grossi debiti di gioco, e la naturale propensione a mettersi nei guai, finirà la sua carriera in Cina, con gli Shanghai Sharks.

Qualche settimana fa, per dirla tutta, ha iniziato a condurre uno show con Mia Khalifa, il che lo rende un giocatore ancora più totale di quanto non lo sia già.

Immagino sia andata più o meno così: “Ehi Gibby, cerchiamo uno che conduca un programma di sport su YouTube con un ex pornostar, ci stai?E lui:“Dove devo firmare?

Gilbert avrebbe potuto rimanere lì in panchina, ad amareggiarsi di quanto le sue scelte fossero state sbagliate, ma si è rialzato.

Non era più solo basket, era dimostrare che tutti, alla fine del gioco, si sarebbero sbagliati sul suo conto.

Bisogna inseguire i propri sogni, anche quando tutti continuano a dirci che non siamo adatti per farcela.

Grazie Gilbert.

Vincenzo Matarrese

P.S. Se avete voglia seguitelo su Instagram (@no.chill.gil). Merita solo per le stories sui calzini incredibili che indossa.

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

 Com’eri a 14 anni?

Io ero un adolescente al ginnasio, alto un metro e cinquanta e a livello atletico potevo vantare molteplici stagioni sul tetto d’Europa, a Pes.

Il primo personaggio femminile di questa rubrica è un’adolescente che per prima ha toccato una vetta dello sport prima neanche considerabile: compiere un 10 perfetto in una routine di ginnastica artistica.

Ma la cosa che davvero ha sconvolto il mondo è che l’abbia fatto a poco più di 14 anni, per 7 volte. SETTE. In 4 differenti specialità.

Signore e signori, oggi parliamo della più grande innovatrice di sempre nel mondo della ginnastica artistica: Nadia Elena Comaneci.

 

(Nadia Comaneci a 14 anni con le medaglie vinte alle Olimpiadi del 1976 a Montrèal, Getty, Neil Leifer)

 

Perfezione e stacanovismo

Avete mai anche solo pensato al concetto di perfezione? Io sono arrivato ad assumere che, nelle arti cosi come nello sport, la perfezione si accosti al concetto di equilibrio. Un equilibrio pieno, colmo. Che riempie e non lascia spazio.

Un cerchio di Giotto, la nona sinfonia di Beethoven, la prospettiva centrale di Kubrick, ma anche il tiro di Jordan nelle Finals del 1998, un lob di Roger Federer e la punizione di Maradona contro la Juventus danno la sensazione di completezza, equilibrio.

Anche solo avvicinarsi ad un concetto cosi simile, per la maggior parte degli abitanti di questo pianeta, non è un’ipotesi considerabile. Immaginatevi cosa può essere la perfezione per una ragazzina di 14 anni nata in piena Transilvania.

Nadia, da quando sa camminare, è in palestra e lavora per il suo sogno. Gareggiare per le olimpiadi. Ma fuori da quella palestra, siamo in Romania. La stessa Romania che negli anni ’70 si può racchiudere in nome e cognome: Nicola Ceausescu. Segretario generale della Romania comunista, detenne formalmente il potere per più di 20 anni, dal 1967 al 1989, l’anno del collasso dell’URSS, che diede inizio alla rivoluzione romena. Nadia vive, come rilascerà in seguito in molte interviste, completamente staccata dal mondo nel corso dei primi anni della sua vita. Pensa solo ad eseguire le routine migliore.

Ha 3 anni quando partecipa alla sua prima gara interna alla palestra. Arriva tredicesima. Si dispera, non per la classifica, ma perchè è la prima volta in cui capisce quanto sia essenziale non sbagliare nei momenti importanti.

Da quel momento lavora sempre un po’ di più, per migliorarsi ogni giorno.

L’allenatore gli dice di compiere 5 routine? Lei ne fa 7.

Ha 10 anni e un’etica del lavoro stacanovista, cose che non ti aspetteresti da una bambina cosi piccola ma anche in questo possiamo rintracciare una risposta sociale: la Romania è una repubblica satellite dell’URSS, dove vige il culto del lavoro, dove chiunque riuscisse a garantire una dedizione totale, eliminando qualsiasi altra attività dalla propria vita, probabilmente veniva premiato dal Segretario del Partito.

Le gare in cui gareggia le vince praticamente tutte, compresa un’American Cup al Madison Square Garden di New York, dove incontra un ginnasta americano che stava festeggiando il suo 18° compleanno, Bart Conner. Ma al varco l’aspetta la competizione più importante di tutte: i giochi olimpici di Montreal 1976.

Il luglio canadese di Nadia è ineccepibile. Una ragazza esile di neanche 15 anni si presenta sulle parallele asimmetriche: è un trionfo. La sua routine è senza errori, per i giudici è stilisticamente perfetta. La cosa più bella è che Omega, che si occupa del tempo e dello score dei giochi olimpici dal 1932 ad oggi, non aveva previsto tale risultato, avendo tarato il tabellone fino a 9.99 come punteggio massimo per l’impossibilità di raggiungere il 10 come punteggio assoluto. I giudici furono “costretti” a darle un perfetto 1.00.

(Foto da Eurosport)

Alla fine dei giochi furono 7 (!) le routine perfette (ogni gara di atletica leggera infatti ha varie “batterie” di qualificazione, come avviene ad esempio per i 100 metri). 4 nelle parallele asimmetriche e 3 sulla trave che le valsero 5 medaglie: 3 d’oro (parallele, trave e generale individuale) una d’argento (generale con la squadra romena) e una di bronzo (corpo libero). La Comaneci, nelle sue interviste, parla sempre di come l’incoscienza derivata dalla sua giovane età l’abbia portata a non rendersi conto delle sue gesta.

Un’adolescente di 1,53m e 39 kg aveva sfondato la porta della storia dello sport con una naturalezza disarmante.

Sebbene siano le parallele asimmetriche le sue routine più spettacolari, è la trave la specialità che glorifica la prestazione dell’atleta.

Cosi Sports Illustrated a proposito delle sue routine:

A Montreal Nadia agita le folle con una spettacolare esplosione di energia in un tempo cosi breve- 23 secondi- ma è la trave che rappresenta al meglio le sue incredibili abilità. Le sue mani parlano molto più del suo corpo. La sua velocità enfatizza il suo equilibrio. Il suo controllo e la sua ampiezza zittiscono la folla.”

Nadia torna come eroina in patria, diventando un’icona del comunismo romeno, verrà premiata addirittura come eroe del lavoro socialista.

Le successive Olimpiadi di Mosca sono un po’ particolari: in piena guerra fredda le Olimpiadi diventano una questione politica tra URSS e USA, con quest’ultima che boicotterà i giochi dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. I russi “spingono” molto i giudici verso un giudizio di parte, che farà trionfare la russa Yelena Davydova a scapito della Comaneci, relegata alla medaglia d’argento nel concorso individuale.

Nonostante gli onori di casa, nel 1989 scappa via dalla dittatura romena, oltrepassando a piedi il confine rumeno con l’Ungheria per trasferirsi a Los Angeles.

Mentre stava rilasciando un’intervista sulla sua fuga dalla Romania, incontra di nuovo Conner, il ginnasta del Madison Square Garden. Lui gli darà il suo numero, e 4 anni dopo si sposeranno.

Quando a 153 cm di altezza e 39 kg di peso, hai tutti ai tuoi piedi puoi prenderti il lusso di poter essere d’esempio. Ed è quell’esempio che ci ricorda ancora una volta in più di un concetto essenziale dello sport, cosi come della vita: se lavori duro puoi arrivare, anche solo per un momento, a raggiungere quello che gli altri considerano impossibile.

 

Grazie Nadia.

George Best: nomen omen

George Best: nomen omen

Il secondo personaggio di questa rubrica non è da considerarsi esattamente un Underdog. Best non ha niente in meno agli altri, anzi. La sua fiamma, però, ha bruciato cosi ardentemente da essersi spenta in un attimo.

 

Tributo a George Best dei supporters del Manchester United, 10 anni dopo la morte.

 

É il 1961 quando al campo di allenamento del Manchester United, Matt Busby, l’allora allenatore della prima squadra, riceve un telegramma da tale Bob Bishop. Bishop, che è l’osservatore irlandese per il Manchester, sa quello che tutti sanno. Busby cerca un riscatto dopo la tragedia del 1958, dove per un incidente aereo durante la tourneè europea tutti i ragazzi della prima squadra, tranne due giocatori e lo stesso Busby, sono morti. Il telegramma è lapidario: “Credo di aver trovato un genio: sono sicuro che questo ragazzo ti farà vincere la Coppa dei Campioni”.

George Best è allora solo un quindicenne della zona protestante di Belfast, una città da sempre divisa e che, per quanto le guide Lonely Planet si sforzino di farla sembrare una città interessante, è una citta operaia e tra le capitali meno visitabili di questo continente.

Georgie, come lo chiamano tutti fin da quando a 12 mesi ha iniziato a palleggiare, è un ragazzo mingherlino. Non supera il metro e settanta, ma ha per sempre cambiato la storia del gioco.

Veloce, imprevedibile, geniale, inafferrabile. Si tratta, per molti, del primo giocatore realmente moderno della storia del calcio.

(George Best a 18 anni nella sua prima partita con lo United, 1964, da Pinterest)

 

Il 1965, è uno dei suoi anni migliori. È solo diciannovenne quando segna contro il Benfica una magnifica doppietta nei quarti di finale di ritorno di Coppa Campioni. Busby, forte della vittoria all’andata negli spogliatoi avvisa i giocatori di voler impostare una partita difensiva. Lo ascolteranno 10 titolari su 11. Ovviamente il numero 7, no. Segna subito il primo gol di testa. L’altro, è una giocata alla Maradona ante litteram. Best prende palla a centrocampo, gol.

E’ la partita che gli cambierà la vita. 

Le 2 pregevoli segntature, realizzate entrambe nel primo quarto d’ora di gioco, gli valgono il titolo di “Quinto Beatle”. Perché questo soprannome? È il 1965, e quattro ragazzi di Liverpool stanno cambiando anche loro, per sempre, la storia della musica. George aveva le stesse basette, gli stessi capelli lunghi e giocava come I Beatles: diverso, nuovo, come mai nessuno aveva visto prima. Tutto questo in un’Inghilterra che stava completamente resettando il suo way of living, staccandosi dal buio della Grande Guerra e rendendosi conto di poter cambiare le cose, per la prima volta si poteva iniziare davvero ad essere felici.

L’anno dopo è ormai la punta di diamante dei “Busby Boys”, ed è pronto per fare il grande salto.

La notorietà lo spinge ad una vita d’eccessi che non riesce ad gestire. Ha in particolare una predilezione per la bottiglia. C’è un enzima, la Gamma GT, che a seconda di quanto è alto, rivela problemi al fegato. In generale si può dire che più il fegato è danneggiato, più la gamma GT è elevata. Diventa critico quando supera gli 80: quello dell’irlandese, a un certo punto superava i 900. Best ha sempre vissuto con l’obiettivo di tenere alto il suo cognome, ed essere il migliore di tutti. Non andava via dal bar se non era quello che aveva bevuto di più, non era contento se non aveva nel suo letto la donna più bella di tutte. 

Gesù para, ma Best segna sul rimbalzo: la consacrazione

Best è l’incarnazione sportiva della beat generation: la “rottura” degli schemi classici, il vivere veloce, senza limiti. Oltre il massimo, in un volo di Icaro che ti trascina verso il baratro.

Sul rettangolo di gioco il leitmotiv era più o meno quello: imbastiva una gara col suo diretto marcatore, fino a che lo stesso non veniva umiliato da una serie di dribbling e contro dribbling al limite della strafottenza. Meglio fare un esempio: 1976, Irlanda del Nord-Olanda. E’ l’Olanda di Cruyff. Best è in pieno declino. A 5 minuti dall’inizio della partita, Best prende palla, salta un centrocampista ma non va verso la porta. Torna indietro perchè vuole il duello con Cruyff: finta di corpo, gli lascia passare la palla in mezzo alle gambe e poi calcia via il pallone. Cruyff si gira e Best gli dice una frase da showman assoluto: “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo”. Il segreto di Best sta tutto nelle anche, nell’utilizzo del corpo che disorienta totalmente il difensore. Era troppo più forte degli altri, e tutti lo perdonavano.

Ma è il 1968 l’anno d’oro della carriera di Georgie. È il miglior giocatore della First DIvision, pur non vincendo il titolo. Ma riesce a portare lo United sul tetto d’Europa grazie ad un 4-1 in finale col Benfica. La partita è tesissima. È il secondo tempo supplementare quando le squadre sono ancora saldamente in parità sul risultato di 1-1. 3 minuti dopo l’inizio dell’ultimo quarto d’ora di gioco, Best si trova davanti al portiere Jose Henrique, lo dribbla con una finta e, a porta sguarnita, insacca. È il punto più alto della carriera di George. Qualche mese dopo, a Parigi, France Football gli consegnerà un premio a coronamento della sua splendida annata: Best, a soli 22 anni, è Pallone d’Oro.

(George Best riceve il Pallone d’Oro all’Old Trafford. Da sinistra, Max Urbini, caporedattore di France Football, Bobby Charlton, George Best, Sir Matt Busby e Denis Law, da tumblr)

Il vero George Best finisce qui. Dei 15 anni successivi non vale la pena parlarne, non gli rendono onore. Busby si ritira dalla panchina dopo aver raggiunto il suo obiettivo. E lo seguono Denis Law e Bobby Charlton, i “Busby Boys” . Best non sarà mai più lo stesso, manca a molte più partite di quelle che gioca e per 15 anni gira il mondo alla ricerca di un equilibrio che non troverà mai.

Nel mezzo, un paio di Miss Mondo, fiumi di alcool, qualche rissa e tanto, tanto talento sprecato.

In fondo, però, George non sarebbe mai entrato nella leggenda se non avesse avuto una vita cosi sregolata e piena di eccessi. Disse in un’intervista: “Se fossi nato brutto, probabilmente non avreste mai sentito parlare di Pelé” . Se te ne esci così, non puoi non essere considerato uno dei più grandi aforisti della storia contemporanea.

Ha 59 anni quando muore per il suo fegato, spappolato dall’alcool. Chiama il News of the World, uno dei maggiori tabloid inglesi, ed esprime il suo ultimo desiderio: “Mettete in prima pagina una mia foto con su scritto “Don’t die like me”, è il mio ultimo monito prima di lasciarvi”. Per insegnarci, ancora una volta, che l’alcool non è la risposta.

 

Se mai doveste – non ve lo auguro – atterrare all’aeroporto di Belfast, alzate la testa. Vedrete il nome di George Best. Pensate a questa storia. La storia di un enorme talento risucchiato dalle sue stesse manie autodistruttive.

George è stato più di tutti la personalità che ha rappresentato l’Irlanda del Nord nello sport. E la gente del posto è solita uscirsene, parlando di lui, con questo motto:

“Maradona good, Pelé better… Georgie BEST!”

Giocano con la lingua della terra d’Albione, i nord-irlandesi, ma il senso è uno.

Best è un giocatore che non si è mai più rivisto, né prima né dopo.

(George Best con la maglia dell’Irlanda, via the Daily Mail)

Vincenzo Matarrese

Walter Somma

Steven Bradbury, the last man standing

Steven Bradbury, the last man standing

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

(Woody Allen, Matchpoint)

La prima storia che mi è venuta in mente quando ho pensato a questa rubrica è forse quella che, nell’immaginario collettivo della mia generazione, è il simbolo di quanto il fattore C nello sport sia essenziale. È difficile ammettere quanto la Dea bendata sia una forza cosi influente sulle nostre vite e sugli eventi che ci circondano, perché per sua natura l’uomo tende a classificare le cose in maniera razionale cestinando gli “shock terms”, quei fattori casuali che potrebbero, in un modo o nell’altro, ribaltare il risultato.

L’Underdog di oggi è Steven Bradbury, lo short tracker australiano che, contro ogni pronostico della vigilia, ha vinto l’oro olimpico alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002.

(Il podio iridato di short track alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, 2002. Steven Bradbury è al centro con la medaglia d’oro)

Magari il nome non vi dirà niente, ma per rendervi conto della portata dell’impresa, potremmo paragonare la vittoria dell’australiano alle probabilità di vittoria di un’utilitaria a Montecarlo, in un Gran Premio di Formula 1. Ha letteralmente dell’incredibile. L’evento di per sé è straordinario, e io non sono qui per parlarvi della gara, di cui lascio il video, con annesso un’epocale racconto in chiave ironica della Gialappa’s Band.

La storia di Steven Bradbury parte da lontano, lontanissimo. Letteralmente bisogna andare dall’altra parte del mondo.

Steven John Bradbury nasce a Sydney, Australia nell’ottobre del 1973. Sydney, climaticamente, non è esattamente il posto migliore per praticare sport invernali. Perché Steve abbia deciso di iniziare a fare short track- la specialità per cui è diventato famoso – non ci è dato saperlo, ma questa è stata la scelta che gli ha cambiato la vita.  

Lo short track è uno sport relativamente vecchio, è l’equivalente invernale del ciclismo su pista, i pattinatori circumnavigano una pista lunga circa 100 metri che non è divisa in corsie. La disciplina, che solo dall’edizione di Albertville del 1992 è sport olimpico, è per questo tra le più spettacolari ma soprattutto tra le più pericolose. Steve, nonostante l’atipicità della sua scelta, si dimostra uno short tracker niente male, infatti a 18 anni è già nella storia come parte del quartetto vincente della coppa del mondo di short tracking, si tratta della prima medaglia iridata della nazionale australiana in uno sport invernale.

Ai giochi Olimpici del 1992 la nazionale australiana si presenta come nazione da battere, ma nelle semifinali uno staffettista perde il testimone: questo li condanna al quarto posto, insufficiente per raggiungere la finale. Primo colpo di sfortuna.

Ai giochi di Lillehammer del 1994, il nostro underdog ci riprova e finalmente è nel quartetto che vince la prima storica medaglia dell’Australia ai giochi olimpici invernali, un bronzo!

(La squadra Olimpica australiana di short track nel 1994, Bradbury è il secondo a destra in piedi)

La notizia, per quanto magnifica, raggiunge gli australiani che allo short track danno l’importanza dell’intervallo tra il surf e la doccia per la rientrata in acqua e quindi l’impresa canadese della squadra australiana passa un po’ in sordina. Non è sfortuna, ma la riconoscenza latita. Ma il vero plot twist di questa trama arriva qualche mese più tardi, quando, durante una tappa della coppa del mondo a Montreal, Mirko Vuillermin, talento valdostano, gli trancia l’arteria femorale.

Se recisa, l’arteria femorale può provocare la morte per dissanguamento nell’arco di 3/ 4 minuti. In 2, Steve perde 4 litri di sangue.

Sente la fine vicina. Ma se la cava con 111 (!) punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione. Secondo, enorme colpo di sfortuna.

Nonostante tutto, torna a pattinare, con un misto di forza d’animo e incoscienza proprio di chi ama il suo sport.

Nel 2000 durante un allenamento, per evitare un compagno che stava scivolando, sbatte la testa contro le barriere e si rompe 2 vertebre. I medici gli impiantano 4 viti e gli dicono che probabilmente la sua carriera è finita. E’ il terzo colpo di sfortuna, di fronte a questo però lui è determinato. Vuole la medaglia individuale.

Si allena 2 anni.

A Salt Lake City, Utah, in piena terra dei mormoni, però lo attendono i migliori interpreti della specialità. Il resto è storia. La gara finisce come avete avuto modo di vedere, e non è un caso se adesso gli australiani hanno coniato l’espressione “do a Bradbury” per indicare un risultato sconvolgentemente al di fuori delle aspettative.

È sconvolto anche lui, e infatti non sa se esultare o meno. Perciò fa la cosa più naturale possibile, alza il braccio, in segno di vittoria. Mi piace pensare che tutto quello che ha passato, i momenti difficili, anche solo per un istante, se li sia lasciati alle spalle, come gli avversari, che tutto ciò che possono fare è guardarlo dal basso tagliere il traguardo.

Steve si ritirerà immediatamente dopo l’oro, e intraprenderà, con scarsi risultati, una carriera automobilistica. Ora Steve va in giro a raccontare la sua splendida storia, e dicono sia anche un discreto mattatore alle feste a cui partecipa. Chiunque probabilmente fa quindi un errore enorme, quando si ferma a giudicare Steven Bradbury nel minuto e 29 secondi più fortunati della sua vita. Integrate il tutto mettendoci dentro il decennio di sofferenze e situazioni storte che lo hanno portato a quel momento. È forse quello che gli ha permesso di rimanere in piedi quando gli altri sono caduti.

Grazie Steve, quindi, per averci insegnato che la fortuna esiste.

Ma anche che siamo uomini, e dobbiamo lavorare ogni giorno per crearcela.

Vincenzo Matarrese

Francesco Totti, l’ultimo re di Roma

Francesco Totti, l’ultimo re di Roma

“The King is gone, but it’s not forgotten”

(Neil Young- My my, hey hey)

Vivendo a Roma da circa due anni, mi sono reso conto che ci sono alcune cose che uniscono la Città Eterna da Tor di Quinto all’Eur, da Gianicolense a Torre Spaccata. La crociata contro i mezzi pubblici rei di essere sempre in ritardo, una malcelata sfiducia per il clero e per il governo che i Romani risolvono a modo loro: prendendoli veracemente per il sedere.

C’è una cosa che divide e unisce la città e ha un nome: Francesco Totti. 
Ci sono stati alcuni segnali per la città, quest’oggi. Roma era inevitabilmente vuota. Spettrale, come in un film di Sorrentino o Fellini, al limite tra il sogno e l’incomprensione. E lo era perchè si stava stringendo a uno dei suoi simboli più grandi.

Ho affrontato milioni di discussioni con i romani, facendogli notare quanto fosse perverso l’amore per la società di un giocatore che continua a percepire uno stipendio non altissimo ma comunque importante. E Totti il giorno dopo riusciva a smentirmi facendo cose del genere.

 

(L’assist per il 3-0 è la sintesi del Totti play-maker. Nessuno stop, la palla giocata di prima a innescare il movimento dell’attaccante con la difesa totalmente inconsapevole di ciò che sta succedendo.)

I luoghi che sono portato inevitabilmente a frequentare più spesso in questa città sono il luogo dove studio e il luogo in cui il fine settimana lavoro per pagare le spese ingenti che Roma porta con se’. Ho cercato più volte di intavolare una discussione sulle bandiere, comparando Totti con altri giganti del calcio, con Maldini, con Del Piero che da juventino ha segnato il mio personale pomeriggio di lacrime, quando contro l’Atalanta si ritirò, prendendosi l’ultimo applauso dagli spalti dello Juventus Stadium: il modo in cui allargò le braccia alzandosi dalla panchina lo fece sembrare una sorta di Cristo Redentore che avrebbe continuato a vegliare su di loro, forte di un amore mai domo. Totti non è la mia bandiera e l’ho sempre visto come un avversario, criticandolo sportivamente per alcuni atteggiamenti che mi son sembrati immorali e magari non davano rispetto all’avversario: il calcio a Balotelli, lo sputo a Poulsen agli Europei 2004. E proprio per questo, ogni volta che cercavo con rispetto, per le sue qualità uniche con la palla ai piedi e la visione che implica Totti a essere famoso per il tocco di prima, di seppellirlo e mostrare che non riuscisse a raggiungere il livello non sportivo, ma umano di altre bandiere dello sport, la risposta era sempre la stessa: “non capisci”. 

La risposta alla mia incomprensione era lecito cercarla da colui che era il fulcro della discussione. E quindi, nonostante tutta l’ironia che attanaglia continuamente la figura di Totti, il suo accento romano, la sfacciata ironia, la sua poca raffinatezza linguistica, mi ha stupito guardare un uomo congedarsi con una lettera a chi lo stava guardando. Chiamateli tifosi, chiamateli amici, chiamateli romanisti, chiamateli amanti.

Il simbolo è un oggetto, una figura, un’immagine che sta a simboleggiare sempre qualcos’altro. Il simbolo di quell’uomo che da 25 anni ha quel numero 10 di cuoio bianco attaccato su una maglia giallorossa è la corona. La regalità. Totti è l’ottavo re di Roma e poteva lasciare i propri tifosi ricordando quanto ha donato alla maglia, facendo una carrellata di tutti i momenti che ha regalato a quella metà di città capitolina che lo adorava e piangeva non per lui, ma con lui, oggi.

Ha solo ricordato il momento dello scudetto.

(fonte: https://www.instagram.com/uefachampionsleague)

 

Rileggendo la lettera di quest’oggi ho pensato che fosse un monumento all’inadeguatezza. Ho pensato alla coscienza di Zeno. Alle sedute di Zeno con lo psicologo, quando gli confessa il vizio del fumo, rivelandogli di come ogni presupposto che lo conduceva all’ultima sigaretta era immutato, lo stesso identico presupposto che lo spingeva a ricominciare, ammettendo la sua inettitudine.

“Mi piace pensare che la mia carriera diventi per voi una favola da raccontare. Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta. La piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai. […] Adesso ho paura. E non è la stessa che si prova di fronte alla porta quando devi segnare un calcio di rigore. Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà “dopo”. Concedetemi un po’ di paura.”

Quale re si congederebbe dai suoi sudditi usando queste parole? Scordandosi il diritto divino, scoprendo del tutto le sue fragilità e le sue tensioni interne, ammettendo quanto è difficile svestire i panni del simbolo e diventare un uomo, un semplice uomo.

Nella lettera Totti si rende conto di come la grammatica dei sentimenti sfugga alle parole. Lo dice, dice che ha provato a far parlare i piedi durante tutta la sua carriera piuttosto che le labbra, perchè pensiamoci un attimo: ma come le spieghi cose del genere? 

 

(Minuto 0.57: il cucchiaio probabilmente più famoso di Totti: sguardo al portiere fuori, Materazzi non lo chiude e gli dà spazio e con un tocco sotto il pallone supera dolcemente il portiere.)

 

Qui la gente mi ha fatto notare come nei nostri vent’anni si siano succeduti tre papi diversi,4 presidenti della Repubblica, un numero non certificato di governi e tanta incertezza mentre qui a Roma l’unico appiglio fosse il Capitano. Le persone mi han spiegato di come nei momenti di peggiore crisi Totti era la figura da abbracciare idealmente, perchè con lui in campo la speranza di vedere l’estetica del calcio a un livello superiore non moriva mai. L’inscindibilità di Totti dalla città ha dell’inspiegabile. Francesco è il nipote dei nonni di Porta Metronia, il coetaneo dei padri dell’Eur e il padre dei figli di tutta Mamma Roma.

Quindi no, Francesco Totti non è la mia bandiera. Ma diamine, mi emoziona vedere la visceralità con cui domina i cuori di Roma. 

Lo ha fatto per ventotto anni.

Da domani lo farà il suo ricordo.

Il Colosseo, dopo più di 2000 anni, è ancora in piedi. E anche la memoria di Totti sembra essere abbastanza viva e vegeta in tutti coloro che amano il calcio, ma soprattutto qui, in questa capitale caotica e dalla luce arancione. 

 

 

 

 

Il curioso caso Roger Federer: eziologia di una leggenda

Il curioso caso Roger Federer: eziologia di una leggenda

“Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quello che si potrebbe definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, sbalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene. I Momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di comprendere l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare.”

(David Foster Wallace- Federer come esperienza religiosa)

 

Il 3 aprile 2017 ogni appassionato della racchetta si è svegliato con una certezza: Roger Federer, alla veneranda età di 35 anni, ha sorpreso tutti un’altra, innumerevole volta. Il tennista elvetico ha vinto il torneo Master 1000 di Miami, battendo per il maiorchino Rafael Nadal in due set (6-3/6-4). E’ il suo quinto titolo a Miami, oltre che novantunesimo (!) in carriera. Mai nessuno nell’era Open come lui.

E sarebbe qualcosa che potrebbe rientrare nella sua (nella nostra,mai) concezione di “normale” se non fosse che l’ultimo Master vinto prima di questo straordinario 2017 era datato 1° Novembre 2015, e addirittura l’ultimo Open risale a Wimbledon 2012. Anche i più appassionati si stavano abituando all’idea di un campione ormai tramontato, col ritiro all’orizzonte. Roger, però, ha voluto dare un ultimo plot twist alla trama della sua carriera.

Che ormai l’ha definitivamente consegnato all’Olimpo dello Sport. (Roger Federer con il trofeo vinto all’Australian Open 2017, via Instagram)

 Partire dal fondo

La storia del meraviglioso 2017 di Roger Federer parte però, come per tutte le favole, da un fulmine a ciel sereno: il 26 luglio 2016 Roger, sul suo profilo Facebook, annuncia il ritiro dall’Olimpiade di Rio e soprattutto lo stop fino al termine della stagione: una decisione presa per salvaguardare il ginocchio sinistro operato a febbraio (menisco), evidentemente ancora lontano dal pieno recupero.

Il tennista rinuncia cosi a conquistare l’unico successo che ancora non è presente nella sua bacheca, ovvero l’Oro Olimpico, poiché festeggerebbe durante Tokyo 2020 il suo 39° anno d’età (anche se ormai ci sorprenderebbe un po’ meno trovarlo all’ombra dei ciliegi giapponesi tra tre anni) e mette fine già a Luglio al suo annus horribilis. Per la prima volta da 14 anni, Federer non riesce a vincere un titolo ATP.

A luglio 2016, a ormai 35 anni, la sua carriera sembrava essere volta al termine.

 

A fine anno, per la prima volta dal 2002, esce dalla Top 10 del ranking ATP.

 

Forever Young

Adesso, il bilancio dei primi tre mesi del 2017 è di 19-1. Ha vinto tutto ciò che c’era da vincere, in Australia, in California e in Florida. Una trilogia che ha centrato solo un’altra volta, nel 2006, all’apice della carriera. Il Rinascimento del gioco di Federer nasce nel Luglio 2016. E il Rinascimento del gioco del tennista svizzero va ricercato in Croazia, terra natia di tale Ivan Ljubicic, coach subentrato a Stefan Edberg.

Cos’ha da insegnare un omone di oltre 190 cm, che in una modesta carriera ha vinto solamente l’ATP di Indian Wells nel 2010, al Re del tennis?

Il segreto è che prima di essere l’allenatore di Roger, egli è uno tra i suoi più cari amici e forse, assieme alla moglie Mirka, il suo primo tifoso. Ed è forse questo amore prima, ossessione poi, che ha permesso a Ivan di analizzare a fondo il gioco dello svizzero, quasi a sviscerarlo nei fondamentali, per poi, durante i 5 mesi di stop modificare l’approccio tattico e la posizione in campo.

La finale dell’Australian Open contro Nadal è l’estremo esempio di quanto Roger abbia reso il gioco del 2017 quanto più spregiudicato e veloce il suo corpo gli permetta. Durante il match che assegnava il torneo infatti, Federer ha giocato sempre e solo d’anticipo,piedi sulla riga di fondo e braccio in decontrazione. Certo, un’impresa sportiva così grande richiede il concatenarsi di tanti fattori ulteriori: un buon tabellone, la superficie più veloce, le sconfitte premature dei big, il resto lo fa l’immensità rogeriana, ma Ivan il Croato ha rivoluzionato il gioco di Federer molto più di quanto si pensi. Del resto, se Roger gli ha consegnato la coppa pubblicamente a fine premiazione, un motivo ci dovrà pur essere stato.

 

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La seconda rivoluzione la troviamo nel rovescio. Il rovescio a una mano che ha contraddistinto la sua carriera l’ha aiutato a sbrogliare diverse situazioni di gioco ed avversari, ma ha avuto già con Edberg e ancora di più con Ljubicic un’evoluzione che l’ha portato ad essere molto più offensivo e potente e a fare affidamento soprattutto al lungolinea per chiudere il punto e all’incrociato per aprirsi il campo. Ciò è dovuto principalmente al fatto di aver cambiato la sua racchetta, aumentandone la grandezza. Questo gli ha permesso di “inventare” di sana pianta una specie di return & volley, lo Sneak Attack by Roger (SABR) che gli consente di rispondere al servizio di contro-balzo,togliendo tempo all’avversario e andare direttamente a rete.

 

 

Il terzo segreto di Federer è essere diventato più aggressivo, più portato verso la rete. Questo perché se vuoi allungarti la carriera devi accorciare gli spazi. Per questo si può notare come sulle superfici veloci a volte pratichi il Serve&Volley, una rarità ormai nel circuito. La sua bravura è anche accorciare il tempo tra un punto e l’altro: ti soffoca dal punto di vista fisico e mentale, non ti dà il tempo di riflettere.

 

 

La magnifica regola dell’invenzione costante

I primi 3 mesi del 2017 sono andati via e saranno giudiziati dai posteri come una delle celebrazioni più alte del giocatore svizzero, perchè testimonianza della della sua regola aurea: innovare. Abbiamo visto il Federer 2.0 dopo l’infortunio alla schiena del 2013 e abbiamo visto il Federer 3.0 nel 2015 col cambio di racchetta: la bravura e il talento di questo campione sono, perciò, solo la base per costruire una leggenda capace di far innamorare gli esteti del tennis. 

Roger, a Luglio avrebbe potuto semplicemente dire basta: godersi le sue amate Alpi e i suoi 4 figli.

Ma non l’ha fatto.

Citando il Guardian appena prima della vittoria di Miami: “Non è una questione di soldi. Riguarda la lotta per continuare a migliorarsi, vincere di nuovo, raggiungere la vetta. Di conseguenza si capisce come vi fosse un errore riguardo il disturbo di Nadal e Djokovic alla grandezza di Federer. Non lo hanno ridimensionato. Lui li ha portati al suo livello. Non avrebbero mai raggiunto i loro apici senza di lui a guidarli. E ora, come il campione indomabile che è, è uscito allo scoperto ancora una volta”.

E ne siamo felici, aspettando Wimbledon.

 

Vincenzo Matarrese e Walter Somma

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