Seleziona una pagina
“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

Sconfitto a Roma e a Torino dal Movimento 5 Stelle – la formazione “anti-sistema” – il partito democratico del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ne esce indebolito dalle elezioni municipali del 19 giugno. È da credere che la sua riforma del lavoro, il famoso Jobs Act, ha sedotto più i media, i circoli dei datori di lavoro e i socio-liberali europei che gli elettori italiani.

Matteo Renzi adora presentarsi come un dirigente politico moderno ed innovativo. Così, la sua riforma del mercato del lavoro voleva liberare i paesi dai suoi arcaismi e fare diminuire la disoccupazione. Conosciuto come Jobs Act, le misure adottate dal suo governo per rilanciare il lavoro non hanno fatto che spingere ancora più lontano la logica delle vecchie ricevute liberali.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro in italia è cominciata nel 1985, quando i partenariati sociali (federazioni sindacali, patronati e ministero del lavoro) hanno firmato l’accordo ScottiOltre a limitare l’indicizzazione dei prezzi sui salari, questo testo introduce anche il primo contratto atipico, a durata determinata è destinato ai giovani il “contratto di formazione e lavoro”. A partire da quel momento, numerose leggi hanno ingrandito la gamma di contratti disponibili, tant’è che ora ne esistono più di quaranta.

Nel 1997, la legge Treu ha legalizzato i contratti temporanei; nel 2003, la legge Biagi-Maroni ha inventato il contratto di subappalto. Nel 2008 è stato messo in atto il sistema dei voucher, questi buoni di lavoro del valore di €10 all’ora utilizzati soprattutto da attività poco professionali. La diversificazione dei tipi di contratto è stata accompagnata da misure miranti ad accrescere il potere del datore di lavoro. Tra le più recenti, la legge detta del “lavoro collegato”, votata nel 2010, limita la possibilità da parte dei salariati di fare ricorso in caso di eventuali abusi da parte del titolare; mentre la legge Fornero (2012) facilita i licenziamenti per ragioni economiche.

Le riforme messe in atto da Matteo Renzi  nel 2014 e 2015 si adattano alla continuità di questa storia, può essere che la completeranno, per quanto hanno istituzionalizzato la precarietà. Così, il Contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti”, entrato in vigore nel 2015, non ha questo granché di perenne né di produttivo. Nel corso degli primi tre anni, i datori di lavoro potevano mettere fine a un contratto in qualunque momento e senza motivazione. Il loro unico obbligo è di versare al lavoratore licenziato un’indennità proporzionale al suo grado di anzianità. L’emblematico articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga a giustificare tutti i licenziamenti individuali per giusta causa (rubare, assenteismo, ecc.) si ritrova così messo tra parentesi per 36 mesi. La formula ricorda il contratto a primo ingaggio immaginato dal primo ministro francese Dominique de Villepin nel 2006, solo che le dispositive italiane non sono limitate ai minori di 26 anni ma a tutti.

Il governo Renzi ha anche deregolamentato l’uso dei Contratti a Durata Determinata. Da marzo 2014, la legge Poletti, – dal nome del ministro del lavoro Giuliano Poletti – permette ai datori di lavoro di ricorrere senza giustificarsi e quindi di rinnovarli fino a cinque volte senza periodo di carenza. Questa limitazione è per di più teorica: non si applica alle persone, ma ai posti di lavoro. Basta modificare sulla carta un fascicolo per condannare un salariato al lavoro instabile a vita.

In queste condizioni, perché i datori di lavoro dovrebbero scegliere i Contratti a Durata Indeterminata “a tutele crescenti” piuttosto che  una serie di Contratti a Durata Determinata? La risposta è semplice: per un interesse finanziario. Il governo Renzi in effetti ha messo in pratica delle agevolazioni fiscali che permettano, per tutti i Contratti a Durata Indeterminata firmati nel 2015, di economizzare fino a €8000 per anno. Costringendo a l’austerità, questo dispositivo molto costoso per lo Stato è stato rivisto dalle basi dalla legge di stabilità 2016, ed ora le agevolazioni si sono stabilizzati intorno ai €3300. Il Jobs act ha creato quindi un effetto peso morto: fare firmare un contratto “a protezione crescente”, è poi licenziare il lavoratore senza giustificazione, diventa più remunerativo rispetto a un  Contratto a Durata Determinata. L’inclinazione dei Contratti a Durata Determinata verso i Contratti a Durata Indeterminata permette di gonfiare artificialmente le cifre del lavoro detto “stabile”, e nello stesso tempo anche la precarietà continua ad aumentare.

Le riforme di Matteo Renzi non hanno innescato scioperi o manifestazioni comparabili al movimento anti legge di El Khomri in Francia. Contrariamente alla sua vicina, l’Italia non ha una soglia minima di salario, fatta eccezione per le professioni coperte da convenzioni collettive, che proteggono un numero sempre più ristretto di lavoratori (meno del 50% oggigiorno). Altrimenti, il “principio dei favori” non esisterebbe: niente obbliga gli accordi di impresa a proporre condizioni più vantaggiose per il lavoratore degli accordi di filiale, i quali a loro volta, non sono necessariamente più favorevoli del codice del lavoro. I lavoratori sono così più vulnerabili alle minacce dei loro datori di lavoro.Il paese non ha per giunta  l’equivalente delle ritenute di solidarietà attiva (revenu de solidarité active), anche sotto condizioni di ricollocamento professionale. Gli ammortizzatori sociali sono pensati soprattutto per i Contratti a Durata Indeterminata; la massa dei nuovi precari se ne trova esclusa. Collegato alla crisi economica, alla fragilità dei sindacati, alla stagnazione delle ritenute e al rafforzamento del controllo patronale – Il Job Act autorizza determinate tecniche di controllo a distanza dei dipendenti, a rischio di danneggiare la loro vita privata -, questa situazione spiega la debole resistenza riscontrata per le recenti misure attuate.

Più del 40% dei giovani sono disoccupati

Al fine di difendere le loro riforme, Matteo Renzi e i suoi ministri si sono nascosti dietro le stesse argomentazioni dei loro predecessori a Roma e del loro omologhi conservatori in Germania o socialista in Francia: l’ ”assottigliamento” del codice del lavoro sarà una condizione necessaria (e sufficiente) per costruire un’economia moderna e abbassare la disoccupazione, in particolare quella dei giovani. <L’articolo 18 è datato all’anno 1970, e la sinistra allora non aveva neanche votato. Noi siamo nel 2014; questo diventa prendere un I-Phone e chiedere: “Dove va messo il gettone?”, o a prendere una fotocamera digitale e provare a metterle il rullino> ha stimato il Presidente del Consiglio.

Il governo e molti media presentano Jobs act come un successo indiscutibile <mezzo milione di lavoratori a Contratto a Durata Indeterminata creati nel 2015. L’Istituto Nazionale delle statistiche dimostra l’assurdità delle polemiche su Job Act>, sbandiera M. Renzi su Twitter il 19 gennaio 2016. <Con noi, le tasse diminuiscono e il lavoro aumenta> scriveva ancora il 2 marzo. Questo è vero nel 2015, per la prima volta dopo l’inizio della crisi economica che ha distrutto all’incirca un milione di impieghi la curva della disoccupazione è stata leggermente invertita: 1,8… Dopotutto, questa diminuzione modesta si spiega soprattutto per il colpo di polso fiscale che ha accompagnato la creazione di Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crociata”. Il periodo probativo è di 3 anni bisognerà attendere 2018 per stipulare un bilancio di questi nuovi contratti; ma possiamo già constatare che il ribasso degli incentivi finanziarie ha dato come risultato una contrazione immediata della creazioni di impieghi. Il numero di Contratti a Durata Indeterminata firmati nel primo trimestre 2016 è in ribasso 77% in confronto agli stessi mesi dell’anno precedente.

Inoltre, la diminuzione della disoccupazione nel 2015 maschera il ricorso esponenziale al sistema dei voucher, in particolare nei settori poco qualificati dov’è i lavoratori sono considerati come intercambiabili. Nel 2015, 1,38 milioni di persone erano concerni (contro 25 000 nel 2008) e 115 milioni di buoni sono stati venduti (contro 10 milioni nel 2010). Logicamente anche il tasso di precarietà ha seguito una curva ascendente: dai dati forniti dall’Organizzazione della cooperazione dello sviluppo economico (OCDE), nel 2011, il 43% dei giovani Italiani si trovarono in una situazione professionale instabile; nel 2015, sono stati quasi 55%. Nello stesso tempo il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni è salita di dieci punti per superare la bara del 40%.

L’Italia tuttavia non ha risparmiato i suoi sforzi per conformarsi alle norme dell’economia moderna: il “grado di protezione dell’occupazione” – un indice immaginato dall’OCDE per misurare la “rigidità” del mercato del lavoro – si è abbassato di un terzo in dieci anni…

Dal suo arrivo alla presidenza del Consiglio, Matteo Renzi ha impostato tutto su una politica dell’offerta. Oltre a Jobs Act, le leggi di stabilità 2015 e 2016 hanno pianificato delle diminuzioni delle imposte sulle aziende, una riduzione delle tasse sul patrimonio, una diminuzione delle dispensa della collettività locale, alla privatizzazione dicesti servizi pubblici (nel settore trasporti dell’energia o delle poste). Secondo la filosofia che guida queste misure, l’aumento dei profitti e la diminuzione dei costi avranno come risultato automatico un aumento degli investimenti, e dunque della produzione e dell’impiego.

Questo ragionamento è largamente falso. Il tasso di disoccupazione in Italia non si spiega dalle strutture interne del mercato del lavoro: è il risultato, innanzitutto, della debolezza della domanda, perché nessun imprenditore rischia di aumentare la produzione se teme che i suoi prodotti o i suoi servizi non troverebbero nessun acquirente. Ora, il governo Renzi non ha fatto niente per rilanciare la domanda in maniera strutturale: ne salari minimi, ne riforme della protezione sociale in favore dei salari troppo bassi, né ritenute garantite.   

Risultato, dal 2014, il prodotto interno lordo(PIL) stagna, e il rapporto debito /PIL non è vicino a ridursi perché il denominatore del rapporto non aumenta.

Il Jobs Act ha diviso il mercato del lavoro in tre segmenti principali, e ognuno di loro vede l’instabilità eretta ad opera d’arte. Il primo raggruppa i giovani senza titolo di studio, che entrano generalmente nella vita attiva con dei contratti di apprendistato (poco pretenzioso) e, di più in più dei voucher (ancor meno pretenziosi). Nel secondo, dove troviamo i giovani che dispongono di un livello di qualificazione medio o elevato (diploma o laurea). Per favorire il loro inserimento il governo si appoggia sul piano “Garanzia Giovani”. Finanziato dall’Unione Europea è destinato alle Nazioni che dimostrano un tasso di disoccupazione elevato, questo piano mira ufficialmente a migliorare impiegabilità dei giovani e di proporli, attraverso delle piattaforme regionali che uniscono aziende private e pubbliche, dei “percorsi di inserimento” adattati ai bisogni delle stesse aziende: il servizio al civico (gratuito), lo stage (quasi gratuito), è il lavoro benevolo. All’inizio sperimentato nel 2013 per l’assunzione di 700 persone in vista dell’Esposizione Universale di Milano, questo modello è stato successivamente applicato a livello nazionale. Ha già permesso di occupare 600.000 giovani e di farli uscire, a buon mercato, dalle statistiche della disoccupazione. Infine, per il resto del lavoratori – sarebbe a dire gli attivi di 30 anni e più – i Contratti a Durata Determinata rinnovati all’infinito e i Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crescente” sono destinati a diventare i contratti standard fino all’età della pensione. Solo gli impiegati giudicati efficaci, indispensabili al centro del mestiere dell’azienda, saranno assunti in maniera stabile e fidelizzata.

Come evidenziato dal piano “Garanzia Giovani”, il lavoro gratuito, alimentato “dall’economia della promessa” che rimette sempre a più tardi l’ottenimento di un lavoro remunerato è stabile, diventa la nuova frontiera della deregolamentazione del mercato del lavoro italiano. Le riforme di Matteo Renzi hanno consacrato lo statuto di precarietà, conferendogli una natura a volte strutturale e generalizzata. Lo sviluppo della precarietà figura giustamente tra le prime cause della stagnazione dell’economia dell’Italia, che serve a giustificare le misure miranti ad accrescere la precarietà del lavoro…

Articolo originale qui

Brunori Sas: la voce della crisi

Brunori Sas: la voce della crisi

All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Dichiara invece per questo nuovo album, A casa tutto bene, in un’intervista a Rock.it “Ho iniziato a scrivere questo disco un anno fa, durante un viaggio in Aspromonte, un luogo che ho sempre accostato alla paura, all’oscurità, a ciò che mi spaventa. La paura anzitutto di dover affrontare le paure. La paura di chi pensa di avere qualcosa da perdere. La paura di cambiare, la paura di deludere le aspettative, di perdere ciò che hai conquistato con fatica, la paura di non farsi trovare pronti all’appuntamento. La paura di cambiare direzione, di osare, di trasformarsi. La paura di ciò che non conosci, che vedi come altro da te, come una minaccia. Ma anche la paura dell’adolescenza incompleta che ti chiede il conto, della giovinezza che scalpita perché sta finendo e non tornerà.”

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

foto da: ilgiorno.it

Ogni giorno la routine è la stessa. Ti svegli. Ti accingi a fare colazione. Ti sintonizzi su ciò che accade nel mondo e le notizie sembrano ripetersi. “Bombardamenti”, “Isis rivendica”, e “nuovo caso di violenza” sono accadimenti ormai all’ordine del giorno: mai una buona notizia questi telegiornali, penso ogni mattina.

Esco di casa, camminando verso l’università. Attraverso la Milano giovanile e mi soffermo ad osservare “il muro delle bambole”, l’installazione ideata da Jo Squillo contro il femminicidio. Guardo le immagini allineate di coloro che potevano essere mie sorelle, amiche, madri. Cinicamente penso a chi toccherà, dopo di loro. Perché una prossima ci sarà.

La violenza sulle donne è purtroppo un male profondamente radicato e silenziosamente accettato dalla nostra società. Sono oltre cento le donne che in Italia, nel 2016, hanno perso la vita accoltellate, strattonate, bruciate vive dagli uomini che hanno giurato loro amore e dedizione. Gli stessi uomini che dopo ogni schiaffo hanno promesso di non farlo più. Tradite e ferite nel profondo, private persino della loro stessa dignità. All’inizio la gioia, le attenzioni, la complicità. Ma al primo “no”, ecco ritrovarci cosparse di benzina. Vittime di chi scambia l’amore con il possesso ossessivo. Spesso si rimane in silenzio, continuando a difendere l’indifendibile e nascondendosi dietro un “non è stato lui”.

Penso a quanto ho letto qualche giorno fa: alla storia di Ylenia Grazia Bonavera e ai suoi 22 anni. Alle ustioni sul suo corpo e alle parole in difesa dell’ex fidanzato. Penso a cosa l’abbia spinta a pronunciarle e se crederle o meno. In molti hanno definito la loro relazione “burrascosa” e l’ipotesi che lui l’abbia cosparsa di benzina non mi pare così lontana dalla realtà. Ovviamente, la giustizia farà il proprio corso. Intanto io immagino le infinite promesse di lui circa il cambiare “cose” che non cambiavano mai.

Penso a Sara, mentre moriva bruciata viva nella sua macchina, tornata a casa dopo una birra con un’amica sotto l’indifferenza dei passanti. Riesco ad udire le sue grida dense di paura. Penso a tutte le donne di cui ora non resta che una fotografia e una breve descrizione incollata su un muro. Che sopravvivono senza far rumore, dopo l’abbandono dell’opinione pubblica del caso. Non dimenticando coloro che piangono in silenzio e nascondono i lividi con il fondotinta.

Secondo i dati Istat sono 6 milioni e 788 mila le donne che in Italia hanno subito violenze almeno una volta nel corso della vita. Di queste, solo il 12% ha denunciato l’accaduto. Una donna su tre ha quindi subito violenza di qualsiasi genere: sia fisica, psicologica o sessuale. Quella donna non è un semplice dato. Può essere la nostra compagna di classe del liceo, la nostra collega al lavoro o addirittura la nostra stessa persona dinanzi alla gelosia dei nostri uomini.

La violenza sulle donne non è un qualcosa che si sente in televisione e non ci appartiene, non è un dato grafico che forse non riusciamo ad interpretare. Siamo abituati a banalizzare, ad abbassare la testa, a condannare (solo?) a parole i gesti del folle di turno raccontato dalla tv, ignorando le richieste di aiuto di qualcuna a noi vicino. Quante volte abbiamo sottovalutato uno schiaffo? Quante volte non ci siamo sentite libere per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo rinunciato a noi stesse perdendoci di vista?

Abbiamo subito una violenza, o l’abbiamo lasciata passare, tutte quelle volte che non abbiamo chiamato le cose con il proprio nome. Quando abbiamo cercato di trovare una giustificazione a qualcosa di inammissibile. “Forse non avrei dovuto scherzare in quel modo” o “era ubriaco” sono le tipiche frasi che usiamo per difenderci, per giustificare. Quando in realtà da giustificare ci sarebbe ben poco.

I femminicidi si verificano anche nella misura in cui non siamo capaci di riconoscere i segnali negativi. I simboli di una imminente tragedia. Quando invece dovremmo andarcene. Pensiamo che qualcosa cambierà e lasciamo correre. Non prendiamo mai una posizione fino in fondo.

Un mazzo di fiori, un paio di scuse e si torna alla normalità. Si continua a testa bassa nella speranza che il cambiamento prima o poi avvenga. Poi ci si stanca e si cerca di scappare. Ma un uomo violento è un uomo ossessionato e non ci lascerà andare. Potrebbe svegliarci una mattina con un coltello in mano e la colpa sarà anche nostra. E saremo così per sempre segnate.

E’ un concetto elementare che le istituzioni e la famiglia dovrebbero insegnarci da piccole: la violenza non è amore. Non possiamo e non abbiamo il diritto di possedere un essere umano. Invece di insegnare a vestirci in modo da non “provocare un uomo”, dovrebbero incoraggiarci a denunciare ciò che è doveroso, per quanto sentimentalmente doloroso. Dovrebbero insegnarci il coraggio ed il rispetto di noi stesse. Dovrebbero dirci, con determinazione, che non sempre la colpa è solo nostra. Ma dobbiamo anche smettere di ignorare la nostra parte di responsabilità. In attesa della voce degli uomini: coloro che dovrebbero difenderci, piuttosto che sfregiarci, bruciarci o ucciderci.

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

Dong e Gao preparano il pranzo nel cortile della loro casa della Cina rurale. Photographer: Stefen Chow for Bloomberg Businessweek

Articolo originale di Bloomberg qui.


Shangxule è un povero villaggio di contadini situato nelle montagne della provincia di Hebei, nel nord della Cina. L’elevata altitudine non permette coltivazioni redditizie, come le fragole, quindi gli abitanti coltivano mais, grano, arachidi e patate, principalmente per il loro fabbisogno. Negli ultimi anni, la maggior parte dei giovani del villaggio sono partiti per cercare lavoro nelle industrie della zona costiera, o nei cantieri. Chi vive qui? Oltre ai bambini qui vive soltanto vecchia gente, che cerca di non ammalarsi per continuare a coltivare la terra” dice Dong Xiangju, 69 anni, mentre siede nel cortile della sua malmessa fattoria in mattoni e cemento, in un freddo pomeriggio di Dicembre. I suoi tre figli lavorano a Shijiazhuang, e solo raramente hanno il tempo di tornare a casa, dice.


Mentre suo marito settantenne, Gao Chouni, brandisce un grosso bastone per guidare maiali e galline nel loro recinto, Dong parla della sua più grande preoccupazione: il costo di andare da un dottore. “La vita non è affatto facile, e la mia salute continua a peggiorare” , dice, schiaffeggiandosi il ginocchio artritico per enfatizzare.


Lo scorso anno, le medicine per i suoi problemi di cuore e pressione alta, necessarie durante un ricovero in ospedale, sono costate fino a 8000 Yuan ($1154), più del guadagno di un anno di lavoro, dice. “Se possiamo sopportare il dolore, non andiamo in ospedale. E’ troppo costoso“. I loro figli di solito non mandano soldi a casa, ma quando necessario contribuiscono alle spese mediche.


La sfida demografica che la Cina dovrà affrontare è ben nota: nel 2050 quasi il 27 percento della popolazione sarà oltre i 65 anni, da un 10 percento del 2015, secondo le stime delle Nazioni Unite e del China Research Center on Aging. Meno noto è che questa crisi colpirà con più violenza villaggi come Shangxule, che soffrono gli effetti sia della politica del figlio unico, sia quelli della migrazione verso le città.


Ottanta milioni di anziani, il 60 percento degli anziani del Paese, vivono fuori dalle città, lontani dalle strutture sanitarie. Un quinto degli anziani che vivono in zone rurali hanno salari che vanno sotto la soglia di povertà ufficiale. In molti casi, a causa dei costi sanitari, molte famiglie finiscono con l’indebitars. Il tasso di suicidi degli anziani delle aree rurali è tre volte superiore rispetto a quello degli anziani che vivono in città, dice Xiangming Fang, economista alla Georga State University’s School of Public healt.

Rivolgendosi ai membri del Partito Comunista Cinese, il Maggio scorso, il presidente Xi Jinping ha affermato: “C’è una grande differenza tra le aspettative e la realtà di vita che gli anziani hanno della loro vecchiaia“.
I contadini cinesi lavorano nei campi fino a oltre 70 anni, diice John Giles, capo economista del gruppo di ricerca sullo sviluppo alla Banca mondiale. “Non si tratta solo di curare il proprio giardino – dice- è duro lavoro. E se gli anziani hanno figli che sono migrati altrove, è più probabile che lavoreranno ancora più a lungo e più duramente”. Gli anziani delle campagne hanno un tasso magiore di disibabilità fisica rispetto agli abitanti delle città.
Molti hanno difficoltà nello svolgere semplici funzioni come vestirsi, mangiare e farsi il bagno. Sono inoltre sempre più affetti da malattie croniche quali ipertensione, patologie cardiache, problemi respiratori e diabete, in parte, causate dell’elevato tasso di fumatori e bevitori, ma soprattutto a causa dell’inadeguato servizio sanitario.

Al contrario della maggior parte degli altri Paesi, i cittadini cinesi, più invecchiano, e meno spendono in cure mediche, spiega Albert Park, economista alla Hong Kong University.”Quindi anche se gli anziani si ammalano sempre di più nella Cina rurale, stanno ricevendo sempre meno cure”, dice Park.

Le legioni di medici a piedi scalzi di Mao (cittadini con una preparazione medica basilare che ricevevano una minima paga) portarono un grande miglioramento nel servizio sanitario rurale. Ma molte di queste conquiste iniziarono a divenire obsolete con l’apertura dei mercati alla fine degli anni ’70. Oggi, le città cinesi ricevono una sproporzionata fetta della spesa sanitaria nazionale e dei migliori dottori, così gli abitanti delle campagne devono sopportare un servizio sanitario che è costoso ma scadente. Il costo medio di una visita ospedaliera rappresenta il 50 percento dello stipendio annuale di un abitante di città; per un cittadino delle campagne, quel costo è 1,3 volte lo stipendio annule, secondo Gerard La Forgia, autore di Healthy China. Nel frattempo, un sondaggio del 2014 della Stanford’s Rural education Action Program ha scoperto che i pazienti delle cliniche mediche rurale ricevono una giusta diagnosi solo una volta su quattro. La prescrizione inutile di medicinali è dilagante. “A volte ti danno la medicina sbagliata”, dice Dong, la contadina di Shangxule. L’anno scorso ha sofferto di una reazione allergica dovuta ad un medicinale erroneamente prescritto.

Ma i legislatori cinesi sono a conoscenza del fatto che il problema dell’abbandono degli anziani potrebbe diventare una bomba finanziaria e sociale se ignorato. Oggi, tramite agevolazioni fiscali, lo Stato sta incoraggiando sempre più ospedali ad offrire servizi in aree rurali, secondo Mao Qunan, portavoce della Commissione di Salute Nazionale e della famiglia. E mentre le strutture di accoglienza per anziani stanno spuntando numerose nelle città (nella Cina confuciana, tradizionalmente sono i figli a doversi occupare dei genitori anziani), le autorità stanno incoraggiando le strutture ad espandersi nelle campagne. Un programma pensionistico sperimentale rivolto alle aree rurali e introdotto nel 2009, è stato oggi ampliato e copre tutte le persone oltre i 60 anni (prima di tale programma, nessun abitante rurale godeva di trattamenti pensionistici). Similmente, molti anziani dei villaggi hanno ora accesso ad un’assicurazione medica rurale, introdotta più di dieci anni fa. Entrambi i programmi, però, garantiscono una protezione limitata; la pensione rurale ammonta intorno agli 80 yuan al mese (circa 12$), molto lontani dai pagamenti medi ricevuti nelle città. “Sulla carta sembra ottimo, 90 percento della popolazione rurale è coperta, è questo è probabilmente vero. Il problema, però, è cosa questa assicurazione copre.” dice La Forgia.

La Cina ha una politica dei permessi di residenza molto restrittiva: ciò rende difficile per i genitori anziani riconciliarsi con i loro figli nelle città, e le assicurazioni di cui dispongono non offrono copertura negli ospedali urbani. Alcuni figli stanno tornando nei villaggi per prendersi cura dei genitori, ciò potrebbe intaccare la crescita economica, in quanto i più giovani cinesi andranno a fare lavori meno produttivi lasciandone altri. “Dopo dovrò tornare nella mia città, perchè i miei genitori stanno diventando vecchi”, dice il 25enne Zhang Chi, che lavora in una fabbrica di giocattori a Dongguan, a più di 1300 km dalla sua città natale, Xi’an, nella Cina centrale. “Lavorando lontano, riesco a vedere i miei genitori raramente, e questo non va bene“. “Alcuni pensano che tornare nei villaggi non sia fattibile e nemmeno desiderabile. Alcuni migranti hanno paura di non poter fare abbastanza per aiutare le proprie famiglie, e mentre la vita nelle città industriali cinesi ha le sue difficoltà, i lavoratori delle fabbriche possono però godere di comfrot sconosciuti ai loro genitori o amici delle campagne. “Ovviamente, vedere i nostri figli così lontani non è facile“, dice Dong. “Ma c’è lavoro lì, quindi devono allontanarsi per trovare un lavoro. Tutto qui. Certo mi mancano, ma a cosa servirebbe?”.

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Se in America c’è ancora bisogno di personaggi celebri come Leonardo di Caprio per convincere gli indecisi e i disinformati sulla gravità dei cambiamenti climatici, in Europa sembra che molti ne siano già ampiamente consapevoli e preoccupati.

Per fortuna.

Eppure dinanzi alle immagini di calotte polari in scioglimento, specie animali in via di estinzione, scandali ambientali di imprudenti multinazionali e allarmanti affermazioni di politici, ci sale quasi un senso di impotenza. Ma non è così.

È proprio questo il momento per intervenire a livello sociale e politico, ma non solo. Se i trattati internazionali e le direttive comunitarie con i loro standard impongono una direzione al mondo, i passi da compiere richiedono il coinvolgimento di ciascun individuo nella sua sfera personale. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Come?

Attraverso un consumo sostenibile e responsabile che oggi trova facile applicazione grazie allo sviluppo dell’economia circolare.

L’economia circolare è un sistema economico che si basa sulla massimizzazieconomia circolareone delle risorse esistenti e il reinserimento nel ciclo produttivo di quelle risorse che in un sistema economico di tipo lineare si chiamerebbero “rifiuti”.
Un sistema chiuso e rigenerativo grazie al riciclo e il riuso, che trova secondo alcuni piena razionalità economica.

La cosa interessante è che i vantaggi per il mondo imprenditoriale di creare modelli di business ispirati ai principi di economia circolare sono così rilevanti e molteplici che viene da chiedersi perché nessuno non ci abbia pensato prima. Infatti l’economia circolare opera in una logica “Everyone win”: il produttore, il consumatore e l’ambiente.

Il produttore che massimizza l’uso delle materie prime, incentiva la riconsegna del prodotto reinserendolo nel processo produttivo, risparmia nei costi di produzione e manutenzione. Il consumatore ne trae un vantaggio di costo in molti casi dato che i prodotti acquistati sono concepiti per durare di più. E per l’ambiente l’effetto è ovvio.

 

Oggi, agire secondo i principi dell’economia circolare è ancora più facile grazie all’innovazione tecnologica. Molte imprese si stanno concentrando su un’ offerta di servizi, più che di prodotto, che puntano ad un risparmio economico per il produttore e il consumatore, con ovvie esternalità positive sull’ambiente.

Ecco un classico esempio: avete mai pensato per esempio di affittare una lavatrice piuttosto che acquistarla? Secondo alcuni studi, questo servizio permetterebbe al consumatore un risparmio di un terzo per ciclo di lavaggio e a ai produttori un guadagno di circa un terzo più alto.

economia circolare

Nel settore della telefonia, alcune imprese come la Fairphone stanno realizzando modelli di cellulare destinati a durare quasi in eterno, perché completamente smontabili nelle più piccole componenti così che al primo guasto basterebbe sostituire la parte difettosa e non l’intero prodotto.

D’altra parte alcune aziende come l’Apple incentivano i consumatori a riconsegnare il prodotto dopo solo un anno di vita in cambio di un prodotto completamente nuovo e aggiornato, pagando un prezzo fisso annuale.

Quanto invece all’ autovettura, sembra che non sia più un mezzo strettamente necessario soprattutto nelle grandi città dove trasporti pubblici e sistemi di car sharing sono efficienti e ben integrati. Eppure, per molti, disporre di un’automobile propria è una condizione quasi inderogabile e fa parte di uno status sociale e culturale ben consolidato.

Con la crescita dell’economia circolare, le cose potrebbero cambiare. La proprietà assoluta di un bene non è più necessaria e diviene invece temporanea o addirittura condivisa.

La sharing economy è un tassello fondamentale nella transizione ad una economia più circolare ed è promotrice anche di un cambiamento sociale, basato sull’ottimismo e la fiducia nel prossimo, il piacere della condivisione e il desiderio di vivere e raccontare nuove esperienze. Il successo di startups come Airbnb, Uber e Blablacar ha dimostrato che, laddove vi è qualità e risparmio, i consumatori prediligono soluzioni più “amiche” dell’ambiente.

Eppure in Italia, si tende ancora a salvaguardare di più gli interessi dei “vecchi” e dei “grandi” piuttosto che i diritti dei “nuovi” e dei “piccoli”, con riferimento per esempio ad Uber, definito un caso di concorrenza sleale. Seppur Uber rappresenti un caso particolare, non c’è niente di sleale nel fatto che l’innovazione tecnologica apra le porte a nuovi modi di fare business, più veloci, facili e flessibili, e ben vengano se a guadagnarci è l’ambiente.

economia circularTuttavia, l’ attenzione sul tema dell’economia circolare in Italia è crescente. E se ne sono accorti anche all’estero.

Durante l’incontro COTEC sull’economia circolare tenutosi soli due mesi fa a Lisbona, in cui era presente persino il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa, la fondatrice dell’ Ellen MacArthur Foundation elogiava dinanzi ad una platea internazionale la città di Milano per l’eccellente gestione dei rifiuti (soprattutto l’organico) e la Banca Intesa San Paolo per gli ingenti investimenti in ricerca sul tema.

La transizione da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare è un processo lento, ma la sua accelerazione dipende soltanto da noi. Davanti alla seria minaccia di ciò che è più caro, la vita, non c’è liberismo che regga.

La “responsabilità sociale d’ impresa” è un principio intrinseco alle imprese commerciali e deve figurare come obbligo sociale e morale, a cui tutte le imprese naturalmente aderiscono. Insomma,per un’impresa moderna essere socialmente responsabile non è più una scelta opzionale che ci permette di distinguere tra un’elite di imprese più “etiche” da quelle incuranti dell’impatto ambientale. Tutte le imprese devono adottare rigide misure per la massimizzazione dell’uso delle risorse. Non solo, si deve puntare ad un completo riutilizzo delle materie, come già accade in Olanda.

A tal proposito servono grossi disincentivi al consumo di nuove risorse e un alleggerimento dell’apparato legislativo per favorire lo sviluppo di modelli di business innovativi ispirati ai principi dell’economia circolare. Non dimenticando però che il contributo individuale nelle piccole scelte quotidiane è essenziale.

D’altronde, come ricorda la famosa esortazione Volterriana, “coltivare il nostro giardino” è l’unico atto di potenza che ci resta.

 

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

“Non si può non comunicare” (Watzlawick)

Il soggetto umano è un essere comunicante, così come è un essere pensante (beh, magari non proprio tutti tutti lo sono), emotivo e sociale. La comunicazione non va, quindi, considerata, semplicemente come un mezzo ed uno strumento, ma come una dimensione psicologica costitutiva del soggetto.
Non scegliamo se essere comunicanti o meno, ma possiamo scegliere se e in che modo comunicare.

La comunicazione è…

  • un’attività eminentemente sociale! Per definizione, infatti, il gruppo rappresenta la condizione necessaria affinché ci sia comunicazione. Socialità e comunicazione, nonostante siano due dimensioni ben distinte fra loro, sono intrinsecamente interdipendenti, e questo lo vediamo oggi non solo nei dialoghi al bar con gli amici, in cui la dimensione sociale è molto chiara e delineata, ma anche nell’utilizzo dei Social Network, in cui è meno manifesta, ma comunque presente. I social stessi, infatti, racchiudono al loro interno entrambe le dimensioni comunicativa e sociale, dando a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di esprimersi e comunicare.
  • partecipazione. Comunicare prevede, infatti, che ci sia una condivisione dei significati, oltre che un accordo sulle regole intrinseche ad ogni scambio comunicativo. Basandosi sulla condivisione e negoziazione fra i soggetti comunicanti, ha una matrice culturale e una natura convenzionale.
  • un’attività cognitiva. Ebbene sì: la comunicazione è strettamente legata al pensiero ed ai processi mentali superiori. Anche se, in alcuni casi, ci sembra il contrario (!). Per comunicare è necessario che le persone siano in grado di rendere esplicito il proprio pensiero e la propria intenzione.
  • strettamente connessa con l’azione. E’ forse arrivato il momento di prenderne consapevolezza: comunicare è sempre fare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Nessun atto comunicativo è mai neutro o indifferente.

E la dis-comunicazione?

E’ un truismo affermare che la comunicazione può avere successo anche senza essere esplicita, aperta ed evidente: siamo in grado di comunicare in modo soddisfacente senza essere consapevoli della trasmissione perfetta dell’informazione e senza essere in grado di realizzare le intenzioni comunicative di partenza. E’ questa, dunque, discomunicazione?

Parliamo di discomunicazione in tutti quei casi in cui gli aspetti impliciti e indiretti nel comunicare prevalgono su quelli espliciti e diretti: ergo, emerge uno scarto importante tra il detto e il non detto. In sostanza è un dire per non dire. Non solo. Oltre a rappresentare una violazione delle regole di comunicazione e una cattiva interpretazione dell’informazione (vi dice qualcosa?) nella discomunicazione rientrano quella ironica, quella menzognera e quella seduttiva, il linguaggio figurato e la parodia.

Sembra quasi che oggi siamo in grado più di discomunicare, che di comunicare!!!

La comunicazione ironica è una comunicazione obliqua: da un lato, mostra ciò che nasconde, dall’altro, nasconde ciò che dice. Grazie al commento ironico si può rimanere “opachi” sul piano relazionale, pur non rimanendo in silenzio. Geniale, no? L’ironia rappresenta l’emblema della dialogicità discorsiva: la parola non ha un solo significato, ma molti, a seconda dell’interpretazione. Ed è proprio sull’interpretazione che fa leva l’ironista.

 La comunicazione seduttiva va ad incidere sulla vicinanza e distanza fisica e psicologica fra gli individui. Alla base del processo di regolazione di tale distanza, che non è mai definitiva, nè stabile, vi troviamo il cosiddetto “dilemma del porcospino“, per dirla alla Schopenauer. Capite bene quanto sia delicata! L’obiettivo del seduttore è, infatti, emergere dall’anonimato e cambiare status: dall’essere qualunque all’essere qualcuno. A questo scopo, quindi, sono aumentati gli aspetti estetici della comunicazione e sono ridotti i contenuti referenziali, per esaltare le qualità e i punti di forza in suo possesso. Il principio essenziale del seduttore? Dire abbastanza, ma non troppo!

La comunicazione menzognera rappresenta una forma rilevante di discomunicazione ed è stata oggetto di moltissimi studi negli ultimi 30 anni. Essa, però, costituisce un fenomeno comunicativo complesso da definire. Fondamentalmente, le proprietà che la caratterizzano sono falsità del contenuto, consapevolezza di tale falsità, intenzione di ingannare il destinatario. Quindi, la menzogna altro non è che un atto comunicativo consapevole e deliberato di ingannare un altro che non è consapevole e non desidera essere ingannato.

Date le nuove modalità, piattaforme e canali di comunicazione, chissà che non si sviluppino (o si stiano già sviluppando) altrettante nuove tipologie di discomunicazione. Intanto cerchiamo di “difenderci” da queste, provando a smascherarle e a non farci ingannare. Visti i tempi, io mi munisco di poligrafo!

Buona comunicazione a tutti!

Pin It on Pinterest