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Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Quando i giovani europei non si sentono tali. Quando i “non posso” e i “non ho tempo” diventano barriere più efficaci di quelle di mattoni e filo spinato.

 

Poco più di un secolo fa, si spegneva il giornalista, scrittore e poeta Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo romanzo “Cuore”.
L’opera è resa particolare e innovativa per via della scelta di inserire in un unico contesto (quello della classe scolastica) personaggi appartenenti a regioni diverse; decisione che, nel trentennio immediatamente successivo ai moti risorgimentali e all’Unione di Italia, rappresentava l’espressione del suo desiderio di poter finalmente vivere una nazione unita non solo dal punto di vista geo-politico, ma a tutti gli effetti, il sentire propria un’identità comune a tutti, nel nome della libertà e della fratellanza.
Il suo anelito era forse pura utopia: l’orgoglio del cittadino medio (il patriottismo verso la propria regione e la convinzione della superiorità di quest’ultima sulle altre) insieme alle ovvie differenze linguistiche, rappresentate dalle differenze dialettali, sembravano tarpare le ali di ogni idealista.

Più di cento anni dopo la pubblicazione di quel libro, scritto in un tempo che ci sembra ormai così lontano, viene firmato il Trattato di Maastricht, che istituisce, col nome che essa mantiene ancora oggi, l’Unione Europea. All’inizio della seconda metà del Novecento probabilmente ben pochi avrebbero potuto pensare possibile un evento di tale portata. Nel 2004 si ebbe l’adozione della Costituzione europea con i Trattati di Roma. L’ idea fu ostacolata e successivamente in parte abbandonata, ma trovò compimento ben più che parziale nella Carta di Nizza e nel Trattato di Lisbona. Tutti progressi che in precedenza sarebbero potuti essere interpretati come illusioni frutto di menti che vivevano tra le nuvole.

Ed ecco che giungiamo ai giorni nostri. Giorni in cui anche noi ci troviamo di fronte ad una potenziale futura nazione che cerca, certo con i suoi ovvi compromessi e con le sue inevitabili e innegabili contraddizioni, di tenersi salda: quella degli Stati Uniti di Europa. Paese le cui ipotetiche regioni sarebbero quelle che sono oggi realtà nazionali, ad esempio la stessa Italia. Nazioni-regioni, dunque. Esse trovano difficile integrarsi proprio per il cittadino medio, preso dal nazionalismo e che non intende “sottomettersi” a una realtà politica ancora più in alto; e, ancora una volta, per le differenze linguistiche, che sarebbero certo superabili con un corretto uso dell’inglese da parte dei cittadini (certo, ora che il Regno Unito si è chiamato fuori questo potrebbe apparire come un paradosso), alla cui maggior parte tuttavia sembra strano dover apprendere qualcos’altro oltre al proprio “dialetto” (ovvero la lingua del proprio Stato-regione).
Qualcuno, come l’Ungheria, ha già rivendicato la propria autonomia e il desiderio di ritenersi immacolata innalzando barriere ai confini che non permettano l’accesso a migranti.
Mi è capitato di parlare con un ragazzo ungherese che si trovava a dover passare un periodo da studente Erasmus a Bari. Egli riteneva che la disposizione della sua nazione fosse giusta dato che bisogna ribellarsi alle imposizioni di mamma Europa, poiché l’immigrazione porta delinquenza e guai; giudizio curioso da parte sua, dato che stava vivendo un’opportunità concessagli proprio da quella madre di cui egli negava di essere figlio.

E allora viene da domandarsi: come percepire questa generazione Erasmus, i futuri cittadini europei di cui ha scritto Umberto Eco? Come vivere questa entità di nome UE, che sembra apparire così distante?
Molti ragazzi paiono essere a conoscenza solamente del fatto che adesso possono viaggiare all’interno di determinati confini muniti solo della propria carta d’identità e della moneta Euro,quest’ultima tanto demonizzata da un numero non insignificante di economisti o presunti tale e di politici o presunti tale.
E, se le innumerevoli targhe con su scritto “questa struttura è stata realizzata grazie ai fondi dell’Unione Europea” possono apparire invisibili, se il sempre più crescente numero di figli nati da coppie di diverse nazioni-regioni europee può passare inosservato, se il vantaggio di non dover cambiare moneta ogni volta che si viaggia può non intaccarci; esiste invece un fenomeno nei giovani odierni difficile da non notare: molti, presi dai loro studi universitari e da altre beghe del vivere quotidiano, sembrano non avere mai volontà, tempo e/o possibilità per affacciarsi al mondo là fuori. Eppure al giorno d’oggi con tantissime organizzazioni è possibile partire per progetti europei Erasmus+ non-universitari che durano solo una settimana o poco più in cui le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico dell’Unione Europea. A volte purtroppo semplicemente l’interesse non è abbastanza, inoltre le nostre istituzioni alimentano tutto ciò non informando sufficientemente i cittadini di queste opportunità, a volte con il silenzio totale. Ed è per questa disinformazione che inevitabile è stato il crearsi di sfiducia da parte dei cittadini, soprattutto giovani, sia verso questa oscura Unione che verso la grandissima varietà di possibilità che da essa ci vengono offerte.

Tutto ciò è importante soprattutto in tempi come questi dove, in opposizione agli Stati Uniti di Trump, è fondamentale creare un modello di coesione, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Proprio nel mese di marzo del 1908 moriva Edmondo De Amicis. Ma le sue idee, e di quelli come lui, NO.

 


Autore: Adriano Boezio

 

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Nel mondo contemporaneo assistiamo al progressivo tentativo di rendere la condizione della donna quanto più uguale possibile a quella dell’uomo e, sebbene lo scorso 8 marzo ci abbia ricordato che ancora molto resta da fare, soprattutto in alcuni paesi del mondo, possiamo dire che rispetto a poche decine di anni fa le donne hanno acquisito maggiori diritti e indipendenza, sia a livello lavorativo, sia politico, sia sociale.

Nel mondo classico greco e romano la vita delle donne era molto più complicata rispetto a come è oggi nei paesi occidentali e paragonabile, forse, a quella che caratterizza le donne di alcuni paesi africani o islamici a spiccato orientamento integralista. Tuttavia, potevano esistere alcune eccezioni, per cui le donne ricoprivano posizioni di potere (si pensi a Cleopatra, regina d’Egitto), gestivano il patrimonio familiare al posto degli uomini o, silenziosamente, da dietro le quinte, determinavano le decisioni dei propri mariti, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata.

Di questa forza e potere nascosti si resero conto anche i poeti e gli scrittori antichi, che sospettavano che le donne potessero essere qualcosa di più di semplici spose o madri e trasferirono nelle loro opere questa consapevolezza, inconscia o no, insieme alla paura che esse sovvertissero in qualche modo l’ordine ‘maschile’ prestabilito. Tra le figure di “Bad Women” tramandate dal mito classico ne spiccano soprattutto due.

Fedra e Medea: donne empie, ‘madri’ assassine

Fedra, figlia di Pesifae e Minosse, sposa Teseo, re di Atene. Durante l’assenza del marito, si innamora perdutamente del figliastro, Ippolito. Nel momento in cui, però, Ippolito la rifiuta, Fedra lo accusa di fronte al popolo di Atene e, poi, davanti allo stesso Teseo, rientrato dal suo viaggio, di aver tentato di violentarla. Per questo motivo, Teseo scaglia sul figlio la maledizione di suo padre Nettuno, re dei mari, che porta Ippolito a una morte atroce. Alla fine, dopo aver confessato a Teseo la verità, Fedra si toglie la vita.

La vicenda di Fedra ci è tramandata dall’Ippolito di Euripide, dalle Eroidi Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Medea, figlia di Eeta e principessa di Colchide, fugge dal regno del padre con Giasone e i compagni (gli Argonauti). Una volta a Corinto, però, Giasone abbandona Medea, ormai madre dei suoi figli, per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. A questo punto, Medea, invasa da una terribile ira, cova la sua vendetta: manda, quindi, una veste avvelenata a Creusa, causandone la morte, e uccide di sua stessa mano i figli avuti con Giasone.

La vicenda di Medea è nota principalmente attraverso le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Eroidi e Metamorfosi di Ovidio e la Medea di Seneca.

Donne assassine (e assassinate) di ieri e di oggi

Episodi di questo genere, come infanticidi o omicidi del partner, sono purtroppo abbastanza frequenti anche nella cronaca di oggi, da parte di entrambi i sessi. Tuttavia, non mancavano nemmeno nella realtà del tempo. Gli storici affermano infatti che Agrippina, moglie dell’imperatore Claudio (I sec. d.C.), abbia ucciso il marito per favorire il figlio Nerone. Poi stesso Nerone, una volta diventato imperatore, ordinò che la madre fosse uccisa (59 d.C.) non appena si rese conte che essa avrebbe potuto ostacolarlo nella sua ascesa al potere – della serie: “buon sangue, non mente!”

Questi omicidi tra parenti potrebbero ricordare fatti della cronaca odierna, come il delitto di Ferrara dello scorso 11 gennaio, e vanno letti come il risultato di sentimenti estremi di rabbia e frustrazione e, molto spesso, come conseguenza di disagi psichici radicati in profondità. A volte, questi disagi, per vergogna o per paura del giudizio altrui, sono tenuti nascosti proprio dalle persone più vicine a chi ne è soggetto, le quali intuiscono o sono a conoscenza di qualcosa che sfugge agli altri, per poi essere esse stesse a cadere vittime delle violenze.

Simona Martorana

Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Perché le conseguenze delle elezioni presidenziali in Francia supereranno i suoi confini

Sono passati molti anni da quando in Francia c’è stata l’ultima rivoluzione, o comunque sia l’ultimo tentativo di riforma seria. Un ristagno, politico ed economico, è stato il marchio di garanzia di un paese che è cambiato poco nei decenni, il cui potere si alternava perennemente fra gli stabili partiti di destra e sinistra.

Tutto questo fino ad oggi: le elezioni presidenziali di quest’anno sono le più emozionanti a memoria d’uomo e sembrano promettere un sollevamento. I partiti socialisti e repubblicani, che hanno mantenuto il potere dalla Fondazione della Quinta Repubblica nel 1958, potrebbero essere eliminati al primo turno di un ballottaggio presidenziale il 23 aprile. Gli elettori francesi potranno scegliere fra due candidati: Marine Le Pen, il carismatico capo del Front National e Emmanuel Macron, capo del movimento liberale, “en Marche!”, fondato l’anno scorso.

Sono l’esempio lampante della “tendenza globale”: il vecchio pensiero bipolare fra Destra e Sinistra, sta diventando sempre meno importante rispetto a questa nuova era che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione. Il nuovo assetto sconfinerà ben oltre i confini francesi e potrebbe dare nuova vita all’Unione Europea oppure distruggerla.

Les misérables 

La prossima causa della rivoluzione potrebbe essere la furia degli elettori per l’inutilità della loro classe dirigente, ed il modo che hanno di confrontarsi solo fra di loro. Il presidente socialista, François Hollande, è così poco popolare da astenersi alla corsa per farsi rieleggere. L’opposizione, il partito repubblicano di centro-destra ha visto affondare le sue opportunità il 1° marzo quando il capo del movimento, François Fillon, ha rivelato di essere indagato per aver stipendiato la moglie ed i figli, con quasi 1 milione di euro con denaro pubblico, per presunti falsi posti di lavoro. Il sig. Fillon non si è ritirato dalla corsa, malgrado l’aver promesso di farlo. E così le sue probabilità di conquista si sono indebolite drammaticamente.

Ciò che alimenta ulteriormente la rabbia degli elettori è l’angoscia che provano verso il loro stato. Secondo un recente sondaggio i francesi sono il popolo più pessimista del pianeta, infatti l’81% di essi borbotta che il mondo sta peggiorando e soltanto il 3% afferma di vedere miglioramenti. La maggiore causa di questo malcontento è di natura economica: l’economia francese è cresciuta fiacca e lentamente; il suo vasto stato, che contiene un PIL al 57%, ha indebolito la vitalità del paese. Un quarto della gioventù francese è disoccupata e di quelli che hanno un lavoro, solo in minima parte trova la certezza di un lavoro stabile e duraturo, come quello che hanno avuto i loro genitori. Di fronte alle imposte elevate ed alle regolamentazioni pesanti, i lavoratori con spirito imprenditoriale si sono spostati all’estero, per lo più a Londra.

Ma il malessere va ben oltre gli stagnanti standard di vita. I continui attacchi terroristici hanno scosso i nervi, e forzato i cittadini a vivere in un perenne stato d’emergenza; ha esposto il paese con la più ampia comunità musulmana d’Europa ad una grave crepa culturale. Molti di questi problemi si sono accumulati nel corso dei decenni ma né la sinistra né la destra son stati capaci di affrontarli.

L’ultimo serio tentativo di riforma economica ambiziosa, quella sulle pensioni e sulla sicurezza sociale francese, è stato a metà degli anni ’90, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Riforma crollata dopo una serie di scioperi di massa. Da allora, pochi ci hanno riprovato. Nicolas Sarkozy parlava di grandi progetti, ma il suo programma di riforme è stato abbattuto dalla crisi finanziaria del 2007-08. Hollande ha avuto un inizio disastroso, incrementando l’aliquota fiscale del 75% ed è stato subito fortemente impopolare per poter fare qualcosa.

Sia Macron che Le Pen attingono da questa frustrazione generale, ma offrono due diagnosi differenti di ciò che affligge la Francia, e due rimedi radicalmente differenti. Le Pen incolpa forze esterne alla nazione e promette di proteggere gli elettori con una combinazione di più barriere e maggiore benessere sociale; ha efficacemente preso le distanze dal passato antisemita del suo partito (sfrattando persino suo padre dal partito che egli stesso ha fondato), e fa appello soprattutto alle persone che vogliono chiudersi dal resto del mondo. Denigra la globalizzazione, vedendola come una minaccia all’occupazione francese, e reputa gli islamiti fomentatori di terrore che rendono pericoloso anche indossare una minigonna in pubblico. L’Unione Europea è un “mostro anti-democratico”. Promette di chiudere le Moschee fondamentaliste, di ridurre il flusso degli immigranti a qualche goccia, ostacolare il commercio estero, scambiare l’Euro per il Franco francese e chiedere un referendum per uscire dall’UE.

L’istinto di Macron è l’opposto: egli pensa che un’apertura maggiore renda più forte la Francia. È fermamente favorevole al commercio estero, alla concorrenza, agli immigrati ed all’Unione Europea. Abbraccia il cambiamento culturale, e la disgregazione tecnologica. Pensa che il modo migliore per far sì che più francesi lavorino sia ridurre le gravose protezioni del lavoro, non aggiungerle. Macron sta lanciando sé stesso come un rivoluzionario pro-globalizzazione.

Marine Le Pen ha passato la sua vita in politica. Il suo maggior successo l’ha ottenuto rendendo socialmente accettabile un partito estremista. Emmanuel Macron è stato ministro dell’economia durante il mandato di Hollande. Il suo programma di liberalizzazione sarà probabilmente meno audace di quello dell’assediato Fillon, che ha promesso di sistemare le retribuzioni statali dei 500.000 lavoratori, e di tagliare il codice del lavoro. Entrambi i rivoluzionari troveranno difficoltà nel promulgare i propri programmi. Anche se dovesse prevalere, il partito di Marine Le Pen non otterrebbe comunque la maggioranza nell’assemblea generale, e Macron ha a malapena un partito.

Una Francia aperta o chiusa come una fortezza?

Tuttavia, essi rappresentano un ripudio dello status quo. Una vittoria per Macron sarebbe la prova che il liberalismo fa ancora appello agli europei. Una vittoria per Le Pen renderebbe la Francia più povera, più ristretta e più cattiva. Se dovesse portare la Francia fuori dell’euro, provocherebbe una crisi finanziaria e condannerebbe un’unione che, nonostante tutti i suoi difetti, ha promosso pace e  prosperità in Europa per sei decadi. Vladimir Putin non potrebbe che ammirare la situazione. Non è forse un caso che il partito di Marine Le Pen ha ricevuto un pesante prestito da una banca russa e l’organizzazione di Macron ha subito più di 4.000 attacchi di pirateria informatica.

A soli pochi giorni dalle elezioni, sembra improbabile che Le Pen possa arrivare alla presidenza. I sondaggi mostrano la sua possibile vittoria al primo turno, ma una probabile sconfitta al ballottaggio. Ma in questa elezione straordinaria può accadere qualsiasi cosa. La Francia ha scosso il mondo già una volta. Potrebbe farlo ancora.

Questo articolo è stato pubblicato nella versione cartacea di “Leaders section of the Economist” sotto il titolo di “France’s next revolution”

Articolo originale qui

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista. A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967.  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969.

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

8 marzo, da Virginia Woolf a Frida: una ‘autoriflessione’ al femminile

8 marzo, da Virginia Woolf a Frida: una ‘autoriflessione’ al femminile

Cosa significa celebrare la donna l’8 Marzo del 2017? Ci troviamo ancora a fare i conti con una ricorrenza svuotata del suo significato originario, stigmatizzata da una parte della società e inflazionata da un’altra. Eppure non sarebbe più saggio approfittare della popolarità che questa giornata ha riscosso nel corso degli anni, una giornata che è ormai entrata a far parte dell’immaginario comune, per fare i conti con ciò che comporta l’essere donna oggi, alle soglie della postmodernità?

Tanto si è parlato e si parla ancora della donna in relazione allo sguardo maschile. Uno sguardo oggettivante, figlio di una supremazia estinta dal quale pare ci si debba ancora riscattare. Il discorso sulla donna viene tuttora tematizzato in una impropria modalità che la vede costantemente nella posizione di dover dimostrare qualcosa, mentre rincorre un timbro sociale che attesti e approvi la validità della posizione che si è conquistata. L’emancipazione, insomma, si gioca ancora tutta sul terreno dei progressi rispetto a come l’uomo vede la donna.

E se fosse la prospettiva a cambiare? Se lo sguardo sulla donna appartenesse alla donna stessa? In questo modo sarebbe forse possibile affrontare un tipo di discorso di natura affermativa, in grado di spostare l’attenzione su un piano di consapevolezza che esula da un tipo di giudizio ‘eteronomo’. Perché il parlare in positivo di cosa significhi essere donna, ad un livello più intimo e personale, non trova quasi mai spazio nell’arena di dialogo che giornate come quella di oggi possono offrire, e potrebbe invece rivelarsi un atto liberatorio e terapeutico.

Oggi siamo sommersi da discorsi che spesso riducono la femminilità ad un corollario di esperienze negative. Discorsi che lamentano e che non affermano. Ma affermazione e proposizione sono forse gli strumenti che la donna dovrebbe impugnare per riprendere parola su se stessa, riflettendosi nello specchio delle proprie ‘autoconsapevolezze’.

Celebri artiste e autrici hanno posato lo sguardo su quello specchio tracciando le linee di autoritratti, anatomie della propria femminilità. Basta pensare a nomi come Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, e Frida Kahlo. Esse si sono infatti ‘fatte’ in qualche modo sacerdotesse di un concetto spesso paventato e bistrattato dalle donne stesse. Perché parlare di femminilità e di cosa sia femminile a volte riporta a galla discorsi di ben altro tipo. Ma ciò che queste donne straordinarie hanno cercato nel proprio riflesso si ritraeva in canoni di una femminilità che sfugge a qualunque ordine, timorosa di ripiombare nelle anguste celle di una secolare stigmatizzazione. E questo perché la femminilità non è casuale approssimazione ma materia informe, che spinge su entrambi i lati di un sistema binario che un arbitrario e troppo stretto paradigma del genere ha creato.

Frida Kahlo ci dimostra come le donne siano in grado fare delle proprie ferite dei segni di bellezza. I suoi autoritratti sono squarci aperti, ancora sanguinanti, sulla ruvida pelle di una delle creature più delicate e allo stesso tempo coraggiose che la storia dell’arte abbia mai conosciuto. E questa è forse una delle ragioni che la rendono ancora un’artista straordinariamente attuale. Scrive di sé: Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere.”.

È una donna che ha condotto un’esistenza al limite, sperimentando e immergendosi nella vita sociopolitica dell’epoca con un genio che nemmeno la sua unica vera nemica, la salute, è riuscita ad ostacolare. Oggi si fa protagonista di una favola per bambine che sta cambiando il modo in cui guardiamo all’educazione di quelle che saranno le donne di domani (“Antiprincipesse 1: Frida Kahlo” – Nadia Fink, Rapsodia Edizioni, 2015).

Ci ha insegnato anche che essere donna è una sorta di presa di coscienza. È la capacità straordinaria di unire sensibilità e determinazione. È una forza motrice, una spinta verso un pensiero o un’azione che in qualche modo sono sempre riconoscibili come atti di profondo coraggio ed onestà emotiva.

Se oggi ci sentiamo  libere di mostrarci in tutte le nostre umane contraddizioni non è perché rifiutiamo la femminilità ma è perché ne abbiamo esteso il significato, legandolo a doppio filo con la nostra reale esperienza di donne.

Serie tv come per esempio Girls, New Girl o Two Broke Girls hanno come protagoniste ragazze che non si attengono ad alcun modello. Ragazze libere di apparire grottesche e disordinate, sboccate e politicamente scorrette. Ragazze in difficoltà che superano gli ostacoli con le proprie forze affrontando insidiose giungle urbane. Che si ubriacano e fanno scelte sessuali ‘irresponsabili’ senza doverne rendere conto a nessuno. Se questi personaggi oggi risultano essere possibili e non ripudiati, è proprio perché siamo riuscite a riappropriarci di quegli schemi di comportamento che un tempo erano redatti secondo aspettative che non ci appartenevano. Ed è per questo motivo che in questi giorni centinaia di migliaia di ragazze hanno simpatizzato per Emma Watson, che si è trovata a difendersi dall’ennesimo giudizio anacronistico sulla propria integrità di donna per aver per così dire ‘mostrato il seno’.

Ma la donna è in qualche modo anche frutto di una consapevolezza pagata a caro prezzo; una consapevolezza storica mista a migliaia di intime prese di coscienza. Simone de Beauvoir ci dice a riguardo che “non si nasce donne: si diventa”. È un fardello che arricchisce l’esperienza umana femminile in modo singolare e spesso inesplicabile.

La donna è soprattutto colei che guarda nel fiume variegato delle proprie emozioni, le raccoglie e le celebra senza paura. È un circuito sempre attivo di spinte caotiche prive di regole e di freni.  E Virginia Woolf ha saputo esprimere e raccontare come nessun altro le intime contraddizioni (o affermazioni) del proprio genere. E quale conclusione migliore si può offrire in questa data se non una delle sue più liriche riflessioni a riguardo?

Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.

foto da: queerblog.it

 

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