Seleziona una pagina

Fragilità, il tuo nome è matrimonio.

(James Joyce)

Sleep Well, Beast non è un disco semplice, nè luminoso.  E’ uno stillicidio lucido, non è qualcosa che si può ascoltare in ogni momento. Quando ascolto un album dei National mai come in altri casi fuoriescono delle difficoltà emotive che i loro testi mettono in luce, spesso in modo molto sinistro, ma con una facilità disarmante. L’universo della scrittura di Berninger (cantante e principale autore dei testi, nda) non è rose e fiori, non vede felicità, se non in modo molto pragmatico, e qualora ci sia, è una felicità che prima o poi lascia posto alla distruzione.

Sleep Well, Beast avrebbe dovuto tracciare nuovi percorsi nelle formule dei National e la cosa è effettivamente successa: la band ha dato più spazio alle tastiere (ascoltare Nobody else will be there per intenderci) e meno alle chitarre che fuoriescono solo nei brani più movimentati (Day I Die, Turtleneck), ma la cosa che più impressiona a livello musicale sono i ritmi della batteria di Bryan Devendorf, mai banali o forzati, che seguono e costruiscono le atmosfere dei brani e il ritmo del cantato di Matt Berninger. I National sono una band totalmente atipica, formata da amici e fratelli, Scott e Bryan Devendorf , che si occupano della sezione ritmica della band, rispettivamente basso e batteria, condividevano un appartamento con Matt Berninger, mentre i gemelli Dessner collaborano con lui da quando avevano 15 anni. Matt e gli altri hanno lasciato i loro lavori per dedicarsi alla band, tutte carriere relativamente redditizie e di successo e vent’anni dopo è arrivato Sleep Well Beast. Da queste cose si può capire quanto i National amino poco i compromessi e non sono di facile ascolto proprio per questo motivo. A Rolling Stone, Berninger ha raccontato che l’album nasce da riflessioni sul matrimonio, da vicende personali di matrimoni falliti che hanno coinvolto la band e la cosa non è casuale perchè lo spirito famiiare ha rivestito una parte importante nel lavoro dietro il disco ed è al contempo esplorato al suo interno (all’interno dei ringraziamenti ci sono tutti i nomi dei figli e delle mogli di ogni componente della band).

 

(Foto di Graham MacIndoe. I National, dall’alto: Scott e Bryce Dessner, Bryan Devendorf. In basso, seduti: Scott Devendorf e Matt Berninger)

Ciò che mi piace molto di come le loro opere sono fatte è il contrasto. Percepibile già solo dal titolo,i brani dei National hanno questa forza evocativa e musicale che si muove tra scenari dolci, a tratti surreali, per abbandonarsi poi nella canzone dopo alla rabbia, all’uptempo, ai ritmi forsennati e ossessivi. C’è una melancolia molto forte che nasce da un forte disagio, dal non sentirsi a posto nonostante una vita agiata, un buon matrimonio, una famiglia. Ed è di questo che il disco parla, già a partire dal modo in cui nasce la scrittura dei testi: da sempre a carico del cantante, Berninger ha raccontato infatti come i testi di quest’album siano nati grazie all’aiuto di sua moglie Carin Bessner, in un processo simile quasi a una seduta dallo psicologo che aiuta, esorcizzandone le difficoltà, il matrimonio.

Il primo singolo, The system only dreams in total darkness, ha quasi tracciato una linea di demarcazione, non somigliava a niente che provenisse dai National. E’ evidente che il singolo abbia evidenti connotazioni politiche e quindi si ponga contro l’America del qui ed ora (la band ha supportato sia la campagna di Obama che quella della Clinton) anche se è solo una delle interpretazioni che può essere data alla canzone, ed è indicativo che i National parlino dall’interno del sistema, come a voler dire che il clima politico, anche su latitudini diverse influenza tutti, soprattutto nei momenti più difficili; l’idealismo che spinge a migliorare nella canzone è rappresentato metaforicamente dalla preghiera verso Dio. C’è addirittura un assolo di chitarra che spezza la canzone in due, cosa molto inusuale per una canzone del gruppo: come Aaron Dessner ha spiegato a Pitchfork, nei precedenti album la band aveva cercato di evitare in maniera molto forte alcune soluzioni troppo autoreferenziali mentre lo studio costruito a Long Pond, proprio per la registrazione dell’album (la copertina ne mostra l’interno) ha liberato la band facendo si che ognuno incoraggiasse l’altro a trovare soluzioni musicali nuove.  In un’altra intervista sempre Aaron ha evidenziato come i precedenti quattro album avessero una continuità a livello musicale che voleva spezzare, cercando di essere più sperimentale.

Ed è proprio dall’elettronica che arrivano i pezzi più interessanti dell’album: Empire Line, Guilty Party, I’ll still destroy you, che con la title track costituiscono il nucleo tematico dell’album: il matrimonio diventa in realtà un motivo per esplorare le relazioni intese come fenomeno umano, quindi qualcosa che ha una fine e porta ad una separazione laddove prima c’era unione.

Empire Line parte da una metafora che va spiegata: la Empire Line è una linea ferroviaria che unisce New York ad Albany, la distanza è di circa 450 miglia e, tema ricorrente nella scrittura di Berninger, lo spazio e il tempo si collegano in modo da usare la distanza come metafora per le relazioni di lungo corso (There’s a line that goes all the way from my childhood to you). La separazione sembra avvolgere costantemente, senza riparo, i protagonisti (I’ve been trying to see where you’re going, but you’re so hard to follow/[..]You just keep saying so many things that I wish you won’t).

Non solo a livello tematico ma anche a livello musicale, le tracce sono collegate da questa specie di “schizzi” elettronici, che poi diventano i temi musicali che sostengono i brani e riemergono costantemente al loro interno. Guilty Party è stato il secondo singolo tratto dall’album e nasce da una riflessione che evoca un finto divorzio tra Matt Berninger e la moglie, co-autrice del testo: molte delle cose che Berninger scrive sono degli scenari paralleli che lo vedono perdere ciò a cui tiene. In questo modo le sue canzoni diventano come delle confessioni, emotive fino al midollo. Un altro esempio proveniente da uno degli album precedenti, High Violet, è Afraid of everyone, una canzone in cui spiega come la paura derivante dalla paternità e dai cambiamenti a cui questo avvenimento importantissimo nella sua vita lo aveva esposto, avrebbe cambiato il modo in cui gli altri si sarebbero interfacciati a lui.

Questi scenari che evocano un muro tra due persone in tantissime canzoni dei National rimangono senza soluzione e tutto scivola senza che ci sia una possibilità di catarsi. Pensiamo ad About Today e al suo ritornello che recita: “You just walked away/And I just watched you/What could I say?”. In Guilty Party il protagonista recita finalmente un ruolo attivo: “I say your name/ I say I’m sorry/ I know it’s not working” ma l’effetto è sempre uguale, vedere chi ha di fronte lentamente scivolare via.

In I’ll still destroy you invece le parole si rivolgono a come spesso cambiamo i nostri stati mentali, magari aiutati dal’alcol oppure dai cannabinoidi, cosa sicuramente autobiografica, visto lo spostamento di Berninger da New York a Los Angeles (l’uso di erba è legale in California e per Matt funziona un po’ da catalizzatore creativo, come lui stesso ha spiegato). Il modo in cui ci lasciamo andare esponendo le nostre emozioni è una delle cose che vengono più analizzate nei suoi testi. La paternità riemerge anche qui: “Put your heels against the wall/I swear you got a little bit taller since I saw you/I’ll still destroy you”,  in quanto l’uso di queste sostanze ti espone alle tue vulnerabilità. Scrivendo soprattutto nei periodi lontani dalla famiglia, Matt qui si lascia andare a tutto ciò che sente di perdere, guardando al modo in cui anche durante periodi brevi di tempo nota gli impercettibili segnali di crescita della figlia, ma soprattutto a come i comportamenti negativi influenzano in qualche modo chi ci sta costantemente vicino, nonostante cerchiamo di nasconderli sotto il tappeto.

Ciò che si insinua nei testi è confermato dagli altri membri, Bryce Dessner a Rolling Stone ha infatti dichiarato che diventando padre da pochi mesi si è riconosciuto nei testi di Matt più di quanto abbia fatto finora. Più uno va avanti con la propria vita, più si suppone debba acquisirne in saggezza, si invecchia e si abbandonano i propri demoni, ma ci vuole un atto di sincerità violentissimo per ammettere che, per quanto siano buone le nostre intenzioni, nonostante le nostri mogli o i nostri figli, saremo sempre capaci di distruggere tutto e fare cose orribili.

Prova magistrale di come invecchiare non significa perdere il tocco, ma soltanto permettere alla propria sensibilità di evolversi, i National si sono resi protagonisti di un lavoro notevole che va oltre qualsiasi tentativo di essere delle rockstar. Essere rockstar è semplice. Essere umani è di gran lunga peggiore e più faticoso perchè significa abbassare la guardia, significa soffrire e forse è per questo che questo album continua a farci stupire della bravura di questa band.

Perchè è l’umanità che permette all’ascoltatore di relazionarsi più facilmente, la vita della band diventa un po’ la nostra. Il succo di questo album sta quindi nella sua brutale onestà. Nel fatto che accettare sè stessi significa prima di tutto essere sinceri. Scoprite anche voi quali sono le vostre paure e se ne avete il coraggio andateci a vivere, avendo cura di scriverne.

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!