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[ In copertina: la spianata delle moschee o monte del tempio, dove a pochi metri di distanza coesistono la moschea di Al Aqsa, il Muro del Pianto e la Basilica del Santo Sepolcro. Foto: Al Jazeera]

Ci risiamo. Il 14 Luglio a Gerusalemme tre arabi israeliani hanno usato armi da fuoco per sparare ed uccidere due soldati israeliani e ferirne un terzo all’interno della spianata delle moschee. Lo stesso giorno, Israele ha cancellato la preghiera del venerdì e chiuso l’accesso alla moschea di Al Aqsa ai fedeli. Immediatamente i riflettori si sono accesi. L’assassinio perpetrato dai tre giovani arabo-israeliani ha, senza dubbio, la colpa di aver riportato l’attenzione internazionale sul conflitto in Palestina, ma di certo non ha la colpa di aver riacceso le violenze, in una terra dove non passa giorno senza che ce ne siano.

Perché aver riportato l’attenzione sul conflitto è una colpa? Perché quando questo accade il pubblico che non segue sistematicamente le notizie provenienti dalla Palestina inizia a giudicare tutto ciò che avviene di conseguenza, prendendo come punto di partenza la notizia più in voga del momento. L’assenza di “Breaking News” e titoloni fa pensare che fino a quel momento la situazione fosse “normale” o perlomeno pacifica e che poi, di punto in bianco, per colpa di tre giovani esaltati tutto ripiombi nella violenza. In quest’ottica è chiaro che è colpa dei tre assassini se israeliani e palestinesi hanno ripreso a farsi la guerra.

Ma le cose non stanno così, e di normalità proprio non si può parlare. Per spiegare il motivo per cui le cose non stanno così prendo a prestito le parole di un comunicato stampa della Commissione giustizia e pace, pubblicato dal Patriarcato latino di Gerusalemme, una voce direttamente riconducibile al Vaticano:

“La situazione in Israele e Palestina è lungi dall’essere normale, dato il conflitto che esiste senza soluzione di continuità tra i due popoli, palestinese e israeliano. Questo conflitto ha un profondo impatto sulla vita quotidiana delle due diverse realtà, lo Stato della Palestina e lo Stato di Israele secondo i confini anteriori al 1967.

Nello Stato di Israele, tutti i cittadini, ebrei e arabi, in linea di principio hanno gli stessi diritti. Ma in realtà i cittadini arabi subiscono discriminazioni in molti settori e in vari modi: nell’accedere allo sviluppo, all’istruzione, al lavoro, al finanziamento pubblico per i comuni arabi, ecc. Alcune di queste forme di discriminazione sono sancite nella Legislazione, ma altre sono indirette e nascoste.

Nello Stato della Palestina, nonostante l’esistenza dell’Autorità palestinese, i palestinesi continuano a vivere sotto occupazione militare, che ne condiziona la vita quotidiana: la costruzione di insediamenti e strade, la legalizzazione di costruzioni israeliane sulla terra palestinese, incursioni militari private, omicidi, arresti arbitrari, detenzioni amministrative e punizioni collettive, confisca delle terre, demolizioni di case, posti di blocco che limitano la libertà di movimento e che creano molti ostacoli allo sviluppo economico, l’interdizione del ricongiungimento familiare, ossia la violazione del diritto naturale dei membri della stessa famiglia di vivere insieme.

In entrambe le società, israeliana e palestinese, la vita dei Palestinesi è lungi dall’essere normale. Comportarsi “come se” le cose fossero normali significa ignorare la violazione dei diritti umani fondamentali. Allo stesso tempo, in entrambi le situazioni, la vita quotidiana richiede alcune relazioni con le Autorità israeliane. Tuttavia, tutte le persone e le istituzioni coinvolte nel mantenere questi rapporti devono essere consapevoli che qualcosa di “anomalo” necessita di essere rettificato invece di permettere che l’“anormale” diventi un dato di fatto.

metal detectors al aqsa

Forze di sicurezza israeliane controllano i fedeli palestinesi e i loro averi. [Alkharouf Mostafa/Anadolu Agency]

In Israele, gli Arabi che hanno la cittadinanza israeliana mantengono rapporti di reciprocità con le autorità civili e sono rappresentati nella Knesset. Oltre 300.000 cristiani vivono in Israele in Israele nel lungo periodo. I cittadini e i residenti di lungo termini rispettano le leggi dello Stato e quindi hanno il diritto e il dovere morale di utilizzare tutti i mezzi legali e non violenti a loro disposizione per promuovere pieni diritti e piena uguaglianza per tutti i cittadini. Ignorare o emarginare questo dovere significa “normalizzare”, collaborando con strutture discriminanti, che alimentano l’ingiustizia e l’assenza di pace.

In questo contesto, la Chiesa ha l’obbligo di garantire il corretto funzionamento delle parrocchie, delle scuole e di molte altre sue istituzioni, dovendo interagire con chi amministra i territori in cui opera. Tutto questo, però, non deve mai prescindere dall’impegno della Chiesa per la giustizia e per la denuncia di ogni ingiustizia.

In Palestina, l’Autorità palestinese è costretta a coordinarsi con le autorità israeliane per operare. Eppure i cittadini palestinesi hanno un controllo molto limitato sulla propria vita, e hanno bisogno di permessi e autorizzazioni degli israeliani per molti aspetti della loro vita quotidiana, per esempio: visitare i Luoghi Santi, avere accesso alle istituzioni palestinesi (parrocchie, scuole, ospedali) nella parte occupata di Gerusalemme, costruire case o avviare commerci nelle aree palestinesi controllate dalle Autorità israeliane.

Allo stesso modo la Chiesa, per le esigenze della vita quotidiana, non può vivere o lavorare senza chiedere permessi e visti alle Autorità israeliane. La Chiesa ha l’obbligo morale di discernere costantemente tra ciò che è inevitabile nei rapporti con la potenza occupante al fine di garantire le esigenze quotidiane e ciò che invece dovrebbero essere evitato, ossia non coinvolgendosi in relazioni e attività che alimentano la sensazione che “la situazione è normale”.”

mahmoud abbas Cina

L’incontro tra Mahmoud Abbas e Xi Jinping. How Hwee Young/European Pressphoto Agency


Proprio negli stessi giorni
in cui a Gerusalemme si scatenava il putiferio, un’altra notizia passata in sordina ma non di poca importanza è quella che riguarda la visita del presidente palestinese Mahmoud Abbas in Cina. Abbas incontrava il presidente Xi Jinping in una quattro giorni a Pechino, portando a casa importanti accordi. Il più significativo impegno assunto dalla Cina è quello che prevede la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Ma Pechino si è impegnata anche nel sostegno al ministero degli Esteri palestinese, in attività di formazione di risorse umane, e altri accordi di cooperazione economica e culturale. Abu Mazen ha inoltre proposto di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa di impegnarsi di rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.

Parliamo di un conflitto, quello israelo-palestinese, dove la sproporzione dei poteri e delle alleanze è evidente. Si rende, allora, sempre più necessario e fondamentale l’intervento di attori finora marginali, proprio come la Cina e il Vaticano. Sarebbero gli unici in grado di riequilibrare la sproporzione oggi esistente, che è il vero “lasciapassare” al comportamento illegale di Israele.


 

Author: Samy Dawud

Sono laureato in Economia e Management presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Grande appassionato di Politica Estera e Medioriente, di viaggi e di musica

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