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Gilbert Arenas: From 0 to hero

Gilbert Arenas: From 0 to hero

L’NBA è probabilmente l’idea meglio riuscita dello sport americano.

Quasi nessuna lega riesce a riunire a sé tutti i migliori giocatori del pianeta, e contornare il tutto con uno spettacolo televisivo fuori dal comune. Non a caso è uno dei prodotti televisivi più appetibili di sempre.

Ma chi recita la parte principale in questo palcoscenico luccicante sono i giocatori: omoni di oltre 2 metri che, oltre ad avere uno strapotere fisico ed atletico, sono dei personaggi totali, fuori dal comune.

L’Underdog di oggi viene da quel mondo li. Ed in quel mondo non c’è finito per caso, ma ha sudato ogni singolo minuto della sua vita per arrivarci.

Gilbert Arenas: Impossible is 0

Gilbert nasce in Florida, ma grazie a papà Gilbert Sr, che si era messo in testa di fare l’attore ad Hollywood, si trasferisce a LA. Qui Gibby cresce, e trova nella pallacanestro il modo per sfogare il suo carattere troppo “irrequieto”. A 16 anni si presenta alla porta di UCLA, che risponde con un poco gentile “no grazie”. È quindi all’università dell’Arizona (la stessa di Steve Kerr e del magnifico Andre Iguodala) dove si forma cestisticamente. Si dichiara eleggibile per il Draft del 2001. Ha soli 19 anni, ma si sente pronto per fare il grande salto.

È un Draft strano quello del 2001, e Gilbert sbuffa quando, al primo giro di chiamate, il suo nome non è ancora stato chiamato. Alla fine sono i Golden State Warriors (che nel 2001 non erano il carro armato di oggi) a selezionarlo, come 31° scelta. In quegli anni nella Baia di Oakland non tira una bell’aria, e i GSW finiscono ultimi nella loro conference.

La cosa più brutta di tutte è che nessuno reputa Gilbert importante: il suo coach ad Arizona dice che è insensato candidarsi per l’NBA, che non avrà speranza e giocherà 0 minuti nella lega.

Gilbert Arenas con la maglia 0 dei Washington Wizard, che l’ha fatto passare alla storia come “Agent Zero”

Non si può dire che il coach non abbia avuto ragione. Arenas passa le prime 40 (QUARANTA) partite della regular season senza entrare in campo, praticamente aveva più chances uno spettatore in prima fila di entrare sul parquet. Sembrava che nessuno si fosse accorto del suo talento. Da li prese la decisione di giocare con la canotta numero zero, per esorcizzare quel nefasto destino. Li si allena, si allena duro, e finalmente riesce ad esordire. Esordisce con la maglia Warriors, e al secondo anno di NBA, a 21 anni, viene eletto come il Giocatore più Migliorato della lega. Alla fine del secondo anno, si dichiara free agent, che significa sostanzialmente svincolarsi, e passa ai Washington Wizards, che proprio l’anno prima erano rimasti orfani di un certo Michael Jordan, che diciamo non ha reso le cose facili per l’Agent Zero.

Gli anni passano, e Gibby cresce, cresce davvero. Diventa una point guard di livello, che ogni tanto si prende la briga di fare triple insensate.

Quella volta che, in un match di beneficenza, ingaggiò una gara di triple da centrocampo con un altro tipo niente male, Tracy McGrady aka T-MAC

Cresce fino ad essere votato dai fan per entrare a far parte dell’East team dell’All Star Game 2007. Una cosa impensabile solo qualche anno prima. Probabilmente dovuta al fatto che il 17 dicembre, qualche mese prima, ne aveva messi SESSANTA ai “suoi” Lakers.

È ormai padrone dello spogliatoio a Washington, e riesce a divertire sé e la squadra come solo uno come lui sa fare. La gamma degli scherzi è enorme: si va dagli escrementi depositati nelle scarpe dei compagni, alla simulazione di furto delle auto parcheggiate al campo d’allenamento, durante le trasferte.

Gilbert però è troppo discontinuo, ed è forse questo che, pur diventando una star della Lega, non riuscirà mai a portare a casa un anello.

Federico Buffa, la luce nel buio del giornalismo sportivo italiano, lo definisce un giocatore “terminale”. Gustatevi il video.

 

Dopo un infortunio al ginocchio nell’aprile del 2007, Arenas non sarà più lo stesso.

Tra incidenti di percorso, come una squalifica per storie tese in spogliatoio a seguito di grossi debiti di gioco, e la naturale propensione a mettersi nei guai, finirà la sua carriera in Cina, con gli Shanghai Sharks.

Qualche settimana fa, per dirla tutta, ha iniziato a condurre uno show con Mia Khalifa, il che lo rende un giocatore ancora più totale di quanto non lo sia già.

Immagino sia andata più o meno così: “Ehi Gibby, cerchiamo uno che conduca un programma di sport su YouTube con un ex pornostar, ci stai?E lui:“Dove devo firmare?

Gilbert avrebbe potuto rimanere lì in panchina, ad amareggiarsi di quanto le sue scelte fossero state sbagliate, ma si è rialzato.

Non era più solo basket, era dimostrare che tutti, alla fine del gioco, si sarebbero sbagliati sul suo conto.

Bisogna inseguire i propri sogni, anche quando tutti continuano a dirci che non siamo adatti per farcela.

Grazie Gilbert.

Vincenzo Matarrese

P.S. Se avete voglia seguitelo su Instagram (@no.chill.gil). Merita solo per le stories sui calzini incredibili che indossa.

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

 Com’eri a 14 anni?

Io ero un adolescente al ginnasio, alto un metro e cinquanta e a livello atletico potevo vantare molteplici stagioni sul tetto d’Europa, a Pes.

Il primo personaggio femminile di questa rubrica è un’adolescente che per prima ha toccato una vetta dello sport prima neanche considerabile: compiere un 10 perfetto in una routine di ginnastica artistica.

Ma la cosa che davvero ha sconvolto il mondo è che l’abbia fatto a poco più di 14 anni, per 7 volte. SETTE. In 4 differenti specialità.

Signore e signori, oggi parliamo della più grande innovatrice di sempre nel mondo della ginnastica artistica: Nadia Elena Comaneci.

 

(Nadia Comaneci a 14 anni con le medaglie vinte alle Olimpiadi del 1976 a Montrèal, Getty, Neil Leifer)

 

Perfezione e stacanovismo

Avete mai anche solo pensato al concetto di perfezione? Io sono arrivato ad assumere che, nelle arti cosi come nello sport, la perfezione si accosti al concetto di equilibrio. Un equilibrio pieno, colmo. Che riempie e non lascia spazio.

Un cerchio di Giotto, la nona sinfonia di Beethoven, la prospettiva centrale di Kubrick, ma anche il tiro di Jordan nelle Finals del 1998, un lob di Roger Federer e la punizione di Maradona contro la Juventus danno la sensazione di completezza, equilibrio.

Anche solo avvicinarsi ad un concetto cosi simile, per la maggior parte degli abitanti di questo pianeta, non è un’ipotesi considerabile. Immaginatevi cosa può essere la perfezione per una ragazzina di 14 anni nata in piena Transilvania.

Nadia, da quando sa camminare, è in palestra e lavora per il suo sogno. Gareggiare per le olimpiadi. Ma fuori da quella palestra, siamo in Romania. La stessa Romania che negli anni ’70 si può racchiudere in nome e cognome: Nicola Ceausescu. Segretario generale della Romania comunista, detenne formalmente il potere per più di 20 anni, dal 1967 al 1989, l’anno del collasso dell’URSS, che diede inizio alla rivoluzione romena. Nadia vive, come rilascerà in seguito in molte interviste, completamente staccata dal mondo nel corso dei primi anni della sua vita. Pensa solo ad eseguire le routine migliore.

Ha 3 anni quando partecipa alla sua prima gara interna alla palestra. Arriva tredicesima. Si dispera, non per la classifica, ma perchè è la prima volta in cui capisce quanto sia essenziale non sbagliare nei momenti importanti.

Da quel momento lavora sempre un po’ di più, per migliorarsi ogni giorno.

L’allenatore gli dice di compiere 5 routine? Lei ne fa 7.

Ha 10 anni e un’etica del lavoro stacanovista, cose che non ti aspetteresti da una bambina cosi piccola ma anche in questo possiamo rintracciare una risposta sociale: la Romania è una repubblica satellite dell’URSS, dove vige il culto del lavoro, dove chiunque riuscisse a garantire una dedizione totale, eliminando qualsiasi altra attività dalla propria vita, probabilmente veniva premiato dal Segretario del Partito.

Le gare in cui gareggia le vince praticamente tutte, compresa un’American Cup al Madison Square Garden di New York, dove incontra un ginnasta americano che stava festeggiando il suo 18° compleanno, Bart Conner. Ma al varco l’aspetta la competizione più importante di tutte: i giochi olimpici di Montreal 1976.

Il luglio canadese di Nadia è ineccepibile. Una ragazza esile di neanche 15 anni si presenta sulle parallele asimmetriche: è un trionfo. La sua routine è senza errori, per i giudici è stilisticamente perfetta. La cosa più bella è che Omega, che si occupa del tempo e dello score dei giochi olimpici dal 1932 ad oggi, non aveva previsto tale risultato, avendo tarato il tabellone fino a 9.99 come punteggio massimo per l’impossibilità di raggiungere il 10 come punteggio assoluto. I giudici furono “costretti” a darle un perfetto 1.00.

(Foto da Eurosport)

Alla fine dei giochi furono 7 (!) le routine perfette (ogni gara di atletica leggera infatti ha varie “batterie” di qualificazione, come avviene ad esempio per i 100 metri). 4 nelle parallele asimmetriche e 3 sulla trave che le valsero 5 medaglie: 3 d’oro (parallele, trave e generale individuale) una d’argento (generale con la squadra romena) e una di bronzo (corpo libero). La Comaneci, nelle sue interviste, parla sempre di come l’incoscienza derivata dalla sua giovane età l’abbia portata a non rendersi conto delle sue gesta.

Un’adolescente di 1,53m e 39 kg aveva sfondato la porta della storia dello sport con una naturalezza disarmante.

Sebbene siano le parallele asimmetriche le sue routine più spettacolari, è la trave la specialità che glorifica la prestazione dell’atleta.

Cosi Sports Illustrated a proposito delle sue routine:

A Montreal Nadia agita le folle con una spettacolare esplosione di energia in un tempo cosi breve- 23 secondi- ma è la trave che rappresenta al meglio le sue incredibili abilità. Le sue mani parlano molto più del suo corpo. La sua velocità enfatizza il suo equilibrio. Il suo controllo e la sua ampiezza zittiscono la folla.”

Nadia torna come eroina in patria, diventando un’icona del comunismo romeno, verrà premiata addirittura come eroe del lavoro socialista.

Le successive Olimpiadi di Mosca sono un po’ particolari: in piena guerra fredda le Olimpiadi diventano una questione politica tra URSS e USA, con quest’ultima che boicotterà i giochi dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. I russi “spingono” molto i giudici verso un giudizio di parte, che farà trionfare la russa Yelena Davydova a scapito della Comaneci, relegata alla medaglia d’argento nel concorso individuale.

Nonostante gli onori di casa, nel 1989 scappa via dalla dittatura romena, oltrepassando a piedi il confine rumeno con l’Ungheria per trasferirsi a Los Angeles.

Mentre stava rilasciando un’intervista sulla sua fuga dalla Romania, incontra di nuovo Conner, il ginnasta del Madison Square Garden. Lui gli darà il suo numero, e 4 anni dopo si sposeranno.

Quando a 153 cm di altezza e 39 kg di peso, hai tutti ai tuoi piedi puoi prenderti il lusso di poter essere d’esempio. Ed è quell’esempio che ci ricorda ancora una volta in più di un concetto essenziale dello sport, cosi come della vita: se lavori duro puoi arrivare, anche solo per un momento, a raggiungere quello che gli altri considerano impossibile.

 

Grazie Nadia.

George Best: nomen omen

George Best: nomen omen

Il secondo personaggio di questa rubrica non è da considerarsi esattamente un Underdog. Best non ha niente in meno agli altri, anzi. La sua fiamma, però, ha bruciato cosi ardentemente da essersi spenta in un attimo.

 

Tributo a George Best dei supporters del Manchester United, 10 anni dopo la morte.

 

É il 1961 quando al campo di allenamento del Manchester United, Matt Busby, l’allora allenatore della prima squadra, riceve un telegramma da tale Bob Bishop. Bishop, che è l’osservatore irlandese per il Manchester, sa quello che tutti sanno. Busby cerca un riscatto dopo la tragedia del 1958, dove per un incidente aereo durante la tourneè europea tutti i ragazzi della prima squadra, tranne due giocatori e lo stesso Busby, sono morti. Il telegramma è lapidario: “Credo di aver trovato un genio: sono sicuro che questo ragazzo ti farà vincere la Coppa dei Campioni”.

George Best è allora solo un quindicenne della zona protestante di Belfast, una città da sempre divisa e che, per quanto le guide Lonely Planet si sforzino di farla sembrare una città interessante, è una citta operaia e tra le capitali meno visitabili di questo continente.

Georgie, come lo chiamano tutti fin da quando a 12 mesi ha iniziato a palleggiare, è un ragazzo mingherlino. Non supera il metro e settanta, ma ha per sempre cambiato la storia del gioco.

Veloce, imprevedibile, geniale, inafferrabile. Si tratta, per molti, del primo giocatore realmente moderno della storia del calcio.

(George Best a 18 anni nella sua prima partita con lo United, 1964, da Pinterest)

 

Il 1965, è uno dei suoi anni migliori. È solo diciannovenne quando segna contro il Benfica una magnifica doppietta nei quarti di finale di ritorno di Coppa Campioni. Busby, forte della vittoria all’andata negli spogliatoi avvisa i giocatori di voler impostare una partita difensiva. Lo ascolteranno 10 titolari su 11. Ovviamente il numero 7, no. Segna subito il primo gol di testa. L’altro, è una giocata alla Maradona ante litteram. Best prende palla a centrocampo, gol.

E’ la partita che gli cambierà la vita. 

Le 2 pregevoli segntature, realizzate entrambe nel primo quarto d’ora di gioco, gli valgono il titolo di “Quinto Beatle”. Perché questo soprannome? È il 1965, e quattro ragazzi di Liverpool stanno cambiando anche loro, per sempre, la storia della musica. George aveva le stesse basette, gli stessi capelli lunghi e giocava come I Beatles: diverso, nuovo, come mai nessuno aveva visto prima. Tutto questo in un’Inghilterra che stava completamente resettando il suo way of living, staccandosi dal buio della Grande Guerra e rendendosi conto di poter cambiare le cose, per la prima volta si poteva iniziare davvero ad essere felici.

L’anno dopo è ormai la punta di diamante dei “Busby Boys”, ed è pronto per fare il grande salto.

La notorietà lo spinge ad una vita d’eccessi che non riesce ad gestire. Ha in particolare una predilezione per la bottiglia. C’è un enzima, la Gamma GT, che a seconda di quanto è alto, rivela problemi al fegato. In generale si può dire che più il fegato è danneggiato, più la gamma GT è elevata. Diventa critico quando supera gli 80: quello dell’irlandese, a un certo punto superava i 900. Best ha sempre vissuto con l’obiettivo di tenere alto il suo cognome, ed essere il migliore di tutti. Non andava via dal bar se non era quello che aveva bevuto di più, non era contento se non aveva nel suo letto la donna più bella di tutte. 

Gesù para, ma Best segna sul rimbalzo: la consacrazione

Best è l’incarnazione sportiva della beat generation: la “rottura” degli schemi classici, il vivere veloce, senza limiti. Oltre il massimo, in un volo di Icaro che ti trascina verso il baratro.

Sul rettangolo di gioco il leitmotiv era più o meno quello: imbastiva una gara col suo diretto marcatore, fino a che lo stesso non veniva umiliato da una serie di dribbling e contro dribbling al limite della strafottenza. Meglio fare un esempio: 1976, Irlanda del Nord-Olanda. E’ l’Olanda di Cruyff. Best è in pieno declino. A 5 minuti dall’inizio della partita, Best prende palla, salta un centrocampista ma non va verso la porta. Torna indietro perchè vuole il duello con Cruyff: finta di corpo, gli lascia passare la palla in mezzo alle gambe e poi calcia via il pallone. Cruyff si gira e Best gli dice una frase da showman assoluto: “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo”. Il segreto di Best sta tutto nelle anche, nell’utilizzo del corpo che disorienta totalmente il difensore. Era troppo più forte degli altri, e tutti lo perdonavano.

Ma è il 1968 l’anno d’oro della carriera di Georgie. È il miglior giocatore della First DIvision, pur non vincendo il titolo. Ma riesce a portare lo United sul tetto d’Europa grazie ad un 4-1 in finale col Benfica. La partita è tesissima. È il secondo tempo supplementare quando le squadre sono ancora saldamente in parità sul risultato di 1-1. 3 minuti dopo l’inizio dell’ultimo quarto d’ora di gioco, Best si trova davanti al portiere Jose Henrique, lo dribbla con una finta e, a porta sguarnita, insacca. È il punto più alto della carriera di George. Qualche mese dopo, a Parigi, France Football gli consegnerà un premio a coronamento della sua splendida annata: Best, a soli 22 anni, è Pallone d’Oro.

(George Best riceve il Pallone d’Oro all’Old Trafford. Da sinistra, Max Urbini, caporedattore di France Football, Bobby Charlton, George Best, Sir Matt Busby e Denis Law, da tumblr)

Il vero George Best finisce qui. Dei 15 anni successivi non vale la pena parlarne, non gli rendono onore. Busby si ritira dalla panchina dopo aver raggiunto il suo obiettivo. E lo seguono Denis Law e Bobby Charlton, i “Busby Boys” . Best non sarà mai più lo stesso, manca a molte più partite di quelle che gioca e per 15 anni gira il mondo alla ricerca di un equilibrio che non troverà mai.

Nel mezzo, un paio di Miss Mondo, fiumi di alcool, qualche rissa e tanto, tanto talento sprecato.

In fondo, però, George non sarebbe mai entrato nella leggenda se non avesse avuto una vita cosi sregolata e piena di eccessi. Disse in un’intervista: “Se fossi nato brutto, probabilmente non avreste mai sentito parlare di Pelé” . Se te ne esci così, non puoi non essere considerato uno dei più grandi aforisti della storia contemporanea.

Ha 59 anni quando muore per il suo fegato, spappolato dall’alcool. Chiama il News of the World, uno dei maggiori tabloid inglesi, ed esprime il suo ultimo desiderio: “Mettete in prima pagina una mia foto con su scritto “Don’t die like me”, è il mio ultimo monito prima di lasciarvi”. Per insegnarci, ancora una volta, che l’alcool non è la risposta.

 

Se mai doveste – non ve lo auguro – atterrare all’aeroporto di Belfast, alzate la testa. Vedrete il nome di George Best. Pensate a questa storia. La storia di un enorme talento risucchiato dalle sue stesse manie autodistruttive.

George è stato più di tutti la personalità che ha rappresentato l’Irlanda del Nord nello sport. E la gente del posto è solita uscirsene, parlando di lui, con questo motto:

“Maradona good, Pelé better… Georgie BEST!”

Giocano con la lingua della terra d’Albione, i nord-irlandesi, ma il senso è uno.

Best è un giocatore che non si è mai più rivisto, né prima né dopo.

(George Best con la maglia dell’Irlanda, via the Daily Mail)

Vincenzo Matarrese

Walter Somma

Il caso Weinstein e la piaga del sessismo

Il caso Weinstein e la piaga del sessismo

Il caso Weinstein ha raggiunto anche l’Italia e, ovviamente, come sempre, il dibattito riesce a focalizzare il punto della questione ed a suscitare riflessioni di grande importanza. O forse no…

Ma prima, per chi non fosse al corrente della faccenda: Harvey Weinstein è un produttore cinematografico statunitense, fondatore, insieme a suo fratello Bob, della Miramax, e famoso per aver contribuito alla fama di molte pellicole di successo, come Pulp Fiction, Clerks o Shakespeare in Love. Di recente, un articolo del New York Times ha aperto il vaso di Pandora, accusandolo di aver richiesto favori sessuali ad alcune attrici hollywoodiane in cambio di avanzamenti di carriera.

Per tornare all’Italia, il caso si è imposto all’attenzione pubblica quando alle accuse delle attrici summenzionate si è aggiunta quella di Asia Argento e, soprattutto, in seguito ad un editoriale di Renato Farina su Libero. La tesi dell’autore è la seguente: ciò che è successo non è stupro, ma prostituzione, le donne in questione avrebbero potuto accogliere o respingere le avances, e là fuori è pieno di signore che hanno scelto di non piegarsi ai ricatti del produttore. Il problema è che questa tipologia di ragionamento si schiera, ancora e sempre, contro le vittime (poco importa, in questo caso, se di stupro, di proposte indecenti o di un sistema corrotto) e a fianco del carnefice. Il problema è che «buttare in pasto al giudizio pubblico la scena che inizia dalla porta della stanza d’hotel e stopparla ai fazzolettini nel cestino subito dopo», ignorando il contesto e le dinamiche di potere, contribuisce a polarizzare una situazione in cui le donne sono e devono essere costrette a scegliere tra il diventare prostitute e il diventare martiri (è facile per ognuno affermare da dietro uno schermo che si avrebbe il coraggio e la forza di volontà di rinunciare ai propri sogni e di non cedere all’estorsione).

Il problema è, ancora, che, nascondendosi dietro affermazioni a cui è facile dare l’assenso in teoria (perché è vero che ogni adulto è responsabile delle proprie azioni, ed è vero che nessuno è costretto a ricambiare un ruolo in un film con una prestazione sessuale), questa linea di pensiero fa scivolare sottopelle il messaggio che alla fine è colpa loro, che, sì, lui è un maiale, ma che ci vuoi fare?, Il mondo dello spettacolo è così. Tra parentesi, quando è un uomo ad essere molestato, le argomentazioni messe in campo sono le stesse? Non credo, e penso che pochi in questo caso si sogneranno di accusare Terry Crews di essere un gigolò.

Un altro punto fermo nelle trattazioni di questi temi è appunto la tendenza a circoscrivere il sessismo e le violenze di genere a certi ambienti o a certi gruppi soltanto. Riguardo ancora al caso Weinstein, infatti, molti opinionisti si chiedono come mai questo polverone sia stato alzato solamente ora, visto che si sa già da molti anni che di vicende simili il mondo dello spettacolo è costellato: la reazione è, più o meno, “embé? Non è una novità”. Tuttavia, per quanto questa affermazione sia vera e per quanto sia giusto condannare dinamiche simili, il concentrarsi esclusivamente sull’ambiente mediatico rischia di comportare un oblio del fenomeno nel suo complesso e delle tendenze che coinvolgono la società intera. Perché il mondo dello spettacolo non è una bolla sospesa nel vuoto, ma vi partecipano persone che condividono usi e costumi con tutti gli altri, e i messaggi che vi si trasmettono sono quasi sempre quelli a cui il pubblico è già assuefatto: basta prendere in considerazione due esempi, il servizio sulle donne dell’est del programma Parliamone Sabato e lo “scherzo” ad Emma Marrone durante la trasmissione Amici. Questi episodi sono paradigmatici di una propensione a trattare le donne alla stregua di oggetti e a giustificare apprezzamenti e soprusi che è ancora fin troppo diffusa.

Una studentessa di Amsterdam ha lanciato una campagna su Instagram per denunciare la diffusione delle molestie; è interessante notare le fotografie che la ragazza ha scattato insieme agli uomini coinvolti, la maggior parte dei quali sembra assolutamente convinta di non aver fatto nulla di male. Atteggiamenti simili non sono casi isolati, sono anzi sintomi di una malattia che è ben lungi dall’essere completamente debellata, e che colpisce la società nel suo complesso, al di là delle sue divisioni in Oriente e Occidente. Per questo motivo è paradossale la tendenza a voler strumentalizzare le violenze sessuali con l’obiettivo di portare acqua al proprio mulino. È, tuttavia, quanto accaduto in seguito alle vicende di Rimini e Firenze: l’esecrabile scontro si è svolto tra lo schieramento di quanti pretendevano di ravvisare una qualche natura intrinsecamente violenta dei “neri” e lo schieramento di quanti volevano invece dimostrare che lo stupro non è prerogativa degli stranieri, ma può essere commesso anche da due carabinieri bianchi e italiani.

Per quanto questa seconda compagine muova da premesse giuste, essa ha perso l’occasione di ribadire con forza che la violenza è sempre violenza, a prescindere da chi la compie, e che non esistono stupri di serie A e stupri di serie B; si è lasciata invece coinvolgere in un botta e risposta a suon di dati e statistiche, teso a scoprire se stuprino di più gli italiani o gli stranieri. Nel frattempo, le vittime che avevano subito le violenze venivano relegate sullo sfondo, il loro stato d’animo e le ripercussioni sulla loro persona non venivano minimamente prese in considerazione (per non parlare dei tentativi di attribuire parte della colpa alle vittime stesse, anche attraverso la diffusione di informazioni false, come quella secondo la quale le due studentesse statunitensi coinvolte nei fatti di Firenze fossero assicurate contro lo stupro).

La donna diventa quindi quasi una res extensa, una materia che accoglie passivamente ciò che proviene dall’esterno. Ella è incapace di autodeterminarsi, di costruire da sé il proprio essere persona e di trovare il proprio ruolo all’interno della società; deve, invece, piegarsi all’adempimento di quei compiti che vengono supposti come tradizionalmente o naturalmente femminili. È indecoroso osservare che anche un organo come il Ministero della Salute si sottomette a questa logica: anche postulando la buona fede del Ministero, la campagna per il Fertility Day ha finito per trasmettere un messaggio ben preciso: per realizzarti come donna devi fare figli.

Quanto ho cercato di mostrare è che, fermi restando gli innegabili progressi e plaudendo alle condizioni più favorevoli che le donne sono riuscite a conquistarsi, è ancora assai diffuso un atteggiamento patriarcale e sessista che mira a identificare il
sesso femminile con una riproduzione artificiale di esso: la donna può essere subdola e meschina, disposta a ingannare e sedurre per raggiungere i suoi scopi (punto di vista riscontrabile nelle discussioni sul caso Weinstein o nella storia delle studentesse e dell’assicurazione contro lo stupro), ma può anche essere una donzella di romantica memoria, una preda da cacciare, e, anche s’ella dice no, non è mai un no risoluto, poiché vuole farsi conquistare. Quest’idea fa capolino ogni volta che atteggiamenti ambigui o sensuali vengono interpretati come un via libera e ogni volta che si ritiene che un abbigliamento provocante costituisca un invito ad allungare le mani.

La consapevolezza del progresso ed il successo di molte battaglie femministe non possono farci abbassare la guardia: occorre esercitare la capacità critica ed individuare il sessismo ogni volta che esso si presenta, perché, con il raggiungimento di uno stato migliore, si corre sempre anche il rischio che problemi esistenti vengano ignorati o minimizzati. Programmi televisi come The Big Bang Theory poggiano su una misoginia di fondo e ci permettiamo di lasciar correre le innumerevoli affermazioni misogine di Trump come se fossero delle battute, trasformando il Presidente degli Stati Uniti in una sorta di personaggio da sitcom. Ma, come affermato precedentemente, questi sono indicatori di un sentimento che è ancora ben radicato nella nostra Weltanschauung, che ci coinvolge anima e corpo e con cui dobbiamo fare i conti, avendo come obiettivo il suo totale sradicamento.

Di Adrian Rusu

Top e flop di Suburra – La serie

Top e flop di Suburra – La serie

[ Foto in copertina da superguidatv.it ]

Lucidi e neri sampietrini, buche e pozzanghere. È questo il leit-motiv della prima serie tv italiana targata Netflix, uscita in Italia il 6 ottobre 2017 e distribuita in 190 Paesi. Suburra – La serie, questo il titolo scelto per il prequel di Suburra, film diretto da Stefano Sollima nel 2015, con cui condivide oneri e onori. In una Roma primaverile del 2008, le strade di tre giovani delinquenti si scontrano al crocicchio delle vie del centro. Aureliano Adami (Alessandro Borghi), figlio di un boss di Ostia, Alberto “Spadino” Anacleti, fratello del boss sinti che controlla Roma Sud, e Lele (Eduardo Valdarnini), piccolo spacciatore e figlio di un poliziotto, decidono di mettersi in società e acquisire un ingente lotto di terreni edificabili al lido di Ostia.

L’affare fa gola a Samurai (Francesco Acquaroli), uno spietato burattinaio a servizio della mafia, e Sara Monaschi (Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. A spadroneggiare sul pasticciaccio, la corruzione e la collusione tra Stato e Chiesa, nella persona di un politico solo all’apparenza irreprensibile e di un monsignore tutt’altro che affidabile. La trama va sul sicuro, funziona, non manca nulla, e ammicca ad alcune produzioni compagne come Romanzo Criminale – La serie, in primis, e alla maestria di Gomorra – La Serie. E non è, infatti, casuale che, ad uno sguardo d’insieme, si possa avvertire il desiderio di raggiungere quegli alti livelli di regia. Tuttavia, la delusione è alle porte: i primi due episodi, girati da Michele Placido, non reggono la sfida e risentono di una confusione quasi programmatica. Mostrare subito tutto e tutti comporta una fatica che è palpabile e ne risentono fotografia e sceneggiatura – vedi i dialoghi e i contesti in cui Sara Monaschi si ritrova con la mentore Contessa: sì, anche voi avete ripensato all’F4 di Boris e alle luci smarmellate di Duccio, vero?!

Al di là di ulteriori scivoloni, il format flash-forward funziona moltissimo, soprattutto perché caratterizza ogni singola puntata e incolla lo spettatore allo schermo. Particolarmente apprezzabile, perché sincero e profondo, è il rapporto tra Aureliano e “Spadino”, il primo, bad boy alla Caligari, e il secondo, un pout-pourri di spacconeria, danza e sensibilità che rende il personaggio il favorito dello spettatore. Con il trio Aureliano-“Spadino”-Lele, si assiste al desiderio giovanile di sfondare prepotentemente nel mondo, di superare le frustrazioni e i legami familiari per tentare di edificare, più o meno lecitamente, le fondamenta della propria vita. Tenaci e combattive le figure femminili di Livia Adami (Barbari Chichiarelli) e Isabelle (Lorena Cesarini), rispettivamente sorella e compagna di Aureliano e Angelica (Carlotta Antonelli), moglie di “Spadino”, che paiono essere sempre nel giusto e vincenti, seppur infine inesorabilmente sopraffatte.

Il ritmo di ripresa pone e impone insistenza, preme sulla trama, accelerandola, costringe lo spettatore a piegarsi e alzarsi simultaneamente alle cadute e alle rivincite dei personaggi, come se per risalire la china, fosse necessario immergersi dapprima nella suburra di classicheggianti echi latini.

Forte il pezzo musicale di Piotta ft. Il Muro del Canto, per intero soltanto nell’ultima puntata: Roma è un volto stanco, di Madonna con le lacrime
gelosa, invadente, custode d’anime
curiosa, indolente, infedele, preghiera
Roma mani infami dentro l’acquasantiera.


Agnese Lovecchio

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

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