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Guerra Ibrida: Putin, il populismo, i media e la cyberguerra

Guerra Ibrida: Putin, il populismo, i media e la cyberguerra

Secondo il sondaggio dell’Istituto per gli Studi Politici Internazionali realizzato con la collaborazione di 130 esperti, Vladimir Putin è stato il personaggio più influente del 2016. Chiaramente 130 esperti servivano a confermare qualcosa di palesemente già chiaro, questa Russia è tornata ad essere un attore internazionale molto influente. (altro…)

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

foto da: ilgiorno.it

Ogni giorno la routine è la stessa. Ti svegli. Ti accingi a fare colazione. Ti sintonizzi su ciò che accade nel mondo e le notizie sembrano ripetersi. “Bombardamenti”, “Isis rivendica”, e “nuovo caso di violenza” sono accadimenti ormai all’ordine del giorno: mai una buona notizia questi telegiornali, penso ogni mattina.

Esco di casa, camminando verso l’università. Attraverso la Milano giovanile e mi soffermo ad osservare “il muro delle bambole”, l’installazione ideata da Jo Squillo contro il femminicidio. Guardo le immagini allineate di coloro che potevano essere mie sorelle, amiche, madri. Cinicamente penso a chi toccherà, dopo di loro. Perché una prossima ci sarà.

La violenza sulle donne è purtroppo un male profondamente radicato e silenziosamente accettato dalla nostra società. Sono oltre cento le donne che in Italia, nel 2016, hanno perso la vita accoltellate, strattonate, bruciate vive dagli uomini che hanno giurato loro amore e dedizione. Gli stessi uomini che dopo ogni schiaffo hanno promesso di non farlo più. Tradite e ferite nel profondo, private persino della loro stessa dignità. All’inizio la gioia, le attenzioni, la complicità. Ma al primo “no”, ecco ritrovarci cosparse di benzina. Vittime di chi scambia l’amore con il possesso ossessivo. Spesso si rimane in silenzio, continuando a difendere l’indifendibile e nascondendosi dietro un “non è stato lui”.

Penso a quanto ho letto qualche giorno fa: alla storia di Ylenia Grazia Bonavera e ai suoi 22 anni. Alle ustioni sul suo corpo e alle parole in difesa dell’ex fidanzato. Penso a cosa l’abbia spinta a pronunciarle e se crederle o meno. In molti hanno definito la loro relazione “burrascosa” e l’ipotesi che lui l’abbia cosparsa di benzina non mi pare così lontana dalla realtà. Ovviamente, la giustizia farà il proprio corso. Intanto io immagino le infinite promesse di lui circa il cambiare “cose” che non cambiavano mai.

Penso a Sara, mentre moriva bruciata viva nella sua macchina, tornata a casa dopo una birra con un’amica sotto l’indifferenza dei passanti. Riesco ad udire le sue grida dense di paura. Penso a tutte le donne di cui ora non resta che una fotografia e una breve descrizione incollata su un muro. Che sopravvivono senza far rumore, dopo l’abbandono dell’opinione pubblica del caso. Non dimenticando coloro che piangono in silenzio e nascondono i lividi con il fondotinta.

Secondo i dati Istat sono 6 milioni e 788 mila le donne che in Italia hanno subito violenze almeno una volta nel corso della vita. Di queste, solo il 12% ha denunciato l’accaduto. Una donna su tre ha quindi subito violenza di qualsiasi genere: sia fisica, psicologica o sessuale. Quella donna non è un semplice dato. Può essere la nostra compagna di classe del liceo, la nostra collega al lavoro o addirittura la nostra stessa persona dinanzi alla gelosia dei nostri uomini.

La violenza sulle donne non è un qualcosa che si sente in televisione e non ci appartiene, non è un dato grafico che forse non riusciamo ad interpretare. Siamo abituati a banalizzare, ad abbassare la testa, a condannare (solo?) a parole i gesti del folle di turno raccontato dalla tv, ignorando le richieste di aiuto di qualcuna a noi vicino. Quante volte abbiamo sottovalutato uno schiaffo? Quante volte non ci siamo sentite libere per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo rinunciato a noi stesse perdendoci di vista?

Abbiamo subito una violenza, o l’abbiamo lasciata passare, tutte quelle volte che non abbiamo chiamato le cose con il proprio nome. Quando abbiamo cercato di trovare una giustificazione a qualcosa di inammissibile. “Forse non avrei dovuto scherzare in quel modo” o “era ubriaco” sono le tipiche frasi che usiamo per difenderci, per giustificare. Quando in realtà da giustificare ci sarebbe ben poco.

I femminicidi si verificano anche nella misura in cui non siamo capaci di riconoscere i segnali negativi. I simboli di una imminente tragedia. Quando invece dovremmo andarcene. Pensiamo che qualcosa cambierà e lasciamo correre. Non prendiamo mai una posizione fino in fondo.

Un mazzo di fiori, un paio di scuse e si torna alla normalità. Si continua a testa bassa nella speranza che il cambiamento prima o poi avvenga. Poi ci si stanca e si cerca di scappare. Ma un uomo violento è un uomo ossessionato e non ci lascerà andare. Potrebbe svegliarci una mattina con un coltello in mano e la colpa sarà anche nostra. E saremo così per sempre segnate.

E’ un concetto elementare che le istituzioni e la famiglia dovrebbero insegnarci da piccole: la violenza non è amore. Non possiamo e non abbiamo il diritto di possedere un essere umano. Invece di insegnare a vestirci in modo da non “provocare un uomo”, dovrebbero incoraggiarci a denunciare ciò che è doveroso, per quanto sentimentalmente doloroso. Dovrebbero insegnarci il coraggio ed il rispetto di noi stesse. Dovrebbero dirci, con determinazione, che non sempre la colpa è solo nostra. Ma dobbiamo anche smettere di ignorare la nostra parte di responsabilità. In attesa della voce degli uomini: coloro che dovrebbero difenderci, piuttosto che sfregiarci, bruciarci o ucciderci.

Cara Canosa, ti voglio sempre bene

Cara Canosa, ti voglio sempre bene

La città di Canosa di Puglia, sede di gran parte degli autori del nostro progetto, è stata interessata nella giornata di ieri da un dibattito piuttosto curioso. Un dibattito che ha colpito soprattutto per i suoi contenuti e per le modalità attraverso le quali si è svolto.

 

L’ultima polemica “politica” monta sui social, causa le precarie condizioni meteorologiche che rischierebbero di mettere a repentaglio l’incolumità di studenti ed insegnanti nel caso di apertura delle scuole. A scatenare il dibattito, un post di “spiegazioni” rivolto al giovane assessore canosino, Marco Silvestri. Nulla di strano fin qui: parrebbe la solita solfa di lamentosi studenti a caccia dell’assenza di turno (chi non si è comportato in questo modo da studente almeno una volta?). Eppure loro negano: è davvero una questione di sopravvivenza e non si può assolutamente andare a scuola in queste condizioni (bis: chi non si è comportato in questo modo da studente almeno una volta?).

 

Agli studenti è doveroso replicare in maniera precisa ed adeguata: all’interno del post vengono infatti sollevate ulteriori questioni quali “rotture di finestre” che impedirebbero di fatto anche il corretto utilizzo dei termosifoni, qualora funzionanti. La replica dell’assessore è molto semplice: verranno effettuati controlli (anche in prima persona) nel limite della propria competenza, peraltro a carattere provinciale (e non comunale, assessore docet).

 

L’altro punto focale è altrettanto chiaro: il problema lamentato dagli studenti, presente e deplorevole, ovvero quello della (mala) edilizia scolastica, non ha nulla a che vedere con temporanee questioni meteorologiche: è problema di tutti i giorni e va combattuto tutti i giorni. Con sollecitazioni e mobilitazioni, termini ben diversi da quello di ‘lamentela’, pressoché inefficace e dunque fine a se stessa. Combattere le nefandezze dell’edilizia è doveroso e spetta sì alla politica (in primis), ma anche agli studenti che tengono a se stessi e ai loro compagni. Si tratta di lotta quotidiana, che andrebbe coltivata tutti i giorni e non a fini strumentali, al fine di renderla credibile alle istituzioni competenti.

 

Con tutto il rispetto per le difficoltà attuali del paese, non mi pare che l’amministrazione sia rimasta immobile, attivandosi sin dal giorno precedente alle possibili nevicate con spargimento di sale all’interno delle strade, memore dell’esperienza di due anni addietro. La decisione di entrare o meno non spetta a voi, cari studenti. Spetta a chi di competenza. E sono certo che si tratterà di scelta oculata e ponderata, sulla base delle esigenze di tutti gli attori protagonisti in campo: dagli studenti stessi sino agli insegnanti.

 

Dall’altra parte, non mi ha sorpreso ritrovare invece la classica strumentalizzazione politica delle opposizioni all’amministrazione. Il tempo delle elezioni è vicino e purtroppo anche quello delle chiacchiere, ancor più evidenti in un contesto di politica locale. Garantire l’incolumità di un paese è dovere di ogni fazione e prescinde dal colore politico. Inutile dunque farsi paladini di battaglie che non esistono, poiché aiutare la comunità canosina è compito di tutti e non dovrebbe fare notizia. Siamo ormai in campagna elettorale e si è capito. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere travalicato: quello dell’onestà intellettuale, che dovrebbe essere mantenuta a vantaggio della collettività stessa (e della sua conseguente qualità). Si discuta dei contenuti, gentilmente. Il mondo giovanile merita molto più di questa classe politica locale così appassionatamente ancorata al consenso. Non ci si lamenti poi dei limiti di chi invece dovrebbe trarre esempio da queste ‘audaci’ nozioni di crescita culturale. I giovani rappresentano infatti la più grande risorsa per la società del domani: è bene non dimenticarlo mai.

 

Mi ha molto colpito infine il commento di una studentessa a tutela dei propri coetanei. La ragazza si rivolgeva al mondo adulto, quasi a testimoniare l’esistenza di una barriera tra quel mondo e la classe giovanile. Il succo era questo: se ci trattate in questo modo la nostra risposta sarà quella di manifestare o scioperare. Il problema è invece l’opposto: se questo divario tra questi due mondi esiste, ciò è anche frutto della frivolezza ed inconsistenza della classe giovanile attuale, della quale il sottoscritto fa parte (e ne avverte frustrazioni e potenziali fallimenti). Purtroppo bisogna riflettere di questo: la debolezza contenutistica giovanile continuerà a lungo a fare il gioco del mondo dei ‘grandi’.

 

Vi sentite derubati del vostro futuro e sprigionate la vostra rabbia solo in sporadiche occasioni? Ecco così calare il sipario sulla vostra/nostra sconfitta. Indignarsi e reagire è mestiere di tutti i giorni. Dimostrate di valere. Dimostriamo di valere. Che il vostro futuro sia nel nostro piccolo paese o in qualsiasi altra parte di questo strano mondo. Per una volta, mollate i vostri smartphone e ripudiate le strumentalizzazioni.

 

Anni fa, ho rappresentato personalmente gli studenti all’interno del mio liceo. Se c’è una cosa che ho cercato di insegnare, nel mio piccolo, è stata quella di indignarsi per le ingiustizie e dall’altro lato della medaglia per ciò che riteniamo più giusto. Alcuni mi hanno capito, (molti) altri no. Non hanno capito il senso del mio pensiero e del valore delle piccole cose. Delle prime battaglie. Dei primi passi verso il mondo adulto. Qual è il prezzo da pagare in tutto questo? Certamente quello del consenso e della popolarità.

 

Siate dunque combattivi. Siate critici, pur tuttavia con la massima cognizione di causa. E se necessario, combattete la strumentalizzazione ed il pensiero unico. Sì, diciamolo: se necessario, siate impopolari ma siate voi stessi. Nessun prezzo da pagare sarà da voi considerato tanto alto quanto la vostra libertà. 

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava (Epilogo)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava (Epilogo)

Cara Cecily,

Saranno passati ormai cinque anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati. E’ incredibilmente desolante constatare questo drammatico cambiamento e la tua sparizione. Ho trascorso mesi e giorni nel tormento di una speranza e di un sogno destinato a svanire. Ricordi sbiaditi come le nostre facce nelle vacanze invernali trascorse nei rispettivi paesi d’origine. Ce ne siamo andati, lentamente. Non ora. Il nostro destino è stato deciso sedici anni fa, quando ad andartene per prima fosti tu. Ho sempre sognato di riportarti nel luogo dove tutto cominciò man mano a dissolversi. Niente prati e niente spiagge: solo i nostri impietriti e spaventati corpi. Intimoriti dalla nostra stessa tresca.

 

Abbiamo creduto di porre rimedio alla nostra inerzia, alle stupidità e al nostro non detto. Oggi, provo ad osservarti ed immaginarti da questa surreale stanza nella quale il dottor Waterloo sperimenta chissà quali cure su di me. Niente di cui voglia parlare, nulla di cui voglia sapere: sono sicuro che anche lui è una brava persona ed un bravo medico. Lo dicevi sempre tu e quindi credo possano essere fugati i miei ultimi dubbi. Lo vedo alla mattina, tre volte a settimana nel suo originario studio a Cupcake. La mia vita si è conclusa quando ho dovuto farvi ritorno. Una vita a correre e fuggire per poi restare in uno stanzone per strizzacervelli. In attesa del tuo rientro o della mia morte.

 

Dagli psicoanalisti paghi molto per la qualità dei divani, non certo per i loro vani tentativi di renderci persone migliori. Chi può infatti detenere o arrogarsi un simile potere? Chi può decidere tutto questo su di me? I medici dicono che continuavamo a sorridere ad occhi chiusi dopo il nostro incidente. L’auto brutalmente piombata su un fottuto tronco, ma noi sorridevamo. Ci piaceva da piccoli: osservarsi rapidamente e vegliare sul sorriso dei nostri sguardi. Ci piaceva e ci bastava. Mi piace pensare che abbiamo solo deciso di accontentarci e di rifiutare il ticket dell’eternità. Non avrei mai sopportato la nostra agonia, la caduta indicativa di una magia che avrebbe totalmente annullato le positività di una storia che ha cambiato per sempre le nostre vite. Non so dove tu sia finita, ma non me ne sto disperando. So che possiamo ancora farcela. E scoprirò dove ti trovi.

 

Non mi abbandonare.

 

Aaron

 

P.S: Ho cominciato a scrivere il nostro romanzo. A differenza degli altri scrittori ho già cominciato dal titolo. Lo intitolerò “La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava”. Mi ricorda di te.

 

  • Aaron, per te questa ragazza è suggestione o monotonia?

  • Non potrei che considerarla suggestione. Capisce, lei non parla, guarda e sorride giusto? E’ come un viaggio nel suo mondo diviso in piccole parti. Come quando gli anni passano. Lei si esprime con calma, con quella fermezza di chi promette implicitamente che racconterà il finale di questa storia. E’ un semaforo acceso e spento allo stesso modo. Comincerà a raccontarne solo un pezzo. Ma attenderà il corso degli eventi prima di scrivere la propria apoteosi. E’ una lunga e perenne scoperta tra amore e sofferenza.

  • E vorresti dire qualcos’altro?

  • Non ci sono domande. Lei è suggestione ma anche monotonia. E’ lo specchio di quei pezzi raccontati, che invadono e susseguono gli andamenti della realtà. Era forse sempre stata lì, dico bene? Tra gli stessi eccessi e le stesse difficoltà di concezione del tempo? Qualcuno mi dica dove sono.

  • Un giorno sarai dove devi essere. Al tuo posto, scopriremo dove. Ora non andare. Piuttosto: questo è inganno o menzogna?

  • Per quale motivo dottore?

  • E’ come se questa ragazza non fosse mai con te. Non hai percezioni di isolamento? Non temi il finale a tuo sfavore?

  • Perché lei non ha compreso. Non finirà, mi creda. Vediamoci lunedì al solito posto dottor Waterloo.

 

A Cupcake Town era diventato parecchio raro, nonostante gli sgoccioli di un secolo fallimentare sotto una svariata fetta di punti di vista, ritrovare gente pronta a scommettere su quella funesta e disastrata città. In molti tuttavia non conoscevano e non conobbero la drammatica conclusione di Aaron Mithcell e Cecily Burns. Quello che avrebbe dovuto rappresentare l’arrivederci al fascino iberico, si tramutò in una tragedia al vaglio di inquirenti ed anche di chi scrive. Che cosa era successo esattamente quella notte? Cosa aveva riservato il regime di Mellby? Non poteva certo saperlo Aaron, poiché l’incidente d’auto tra Madrid e Santiago, prima di procedere alla volta dell’America, gli provocò la perdita della memoria. Non riusciva a ricordare il volto di Cecily né gli ultimi sguardi prima dell’impatto fatale e della presunta morte della propria amata, dichiarata deceduta nello stesso momento in cui il talentuoso ghostwriter lottava tra la vita e la morte.

 

 

In tempi di regime, constatare ed accettare una dichiarazione di morte presunta è alquanto ottimistico. Gli inquirenti bollarono immediatamente il caso come semplice incidente d’auto peraltro senza nessun altra auto coinvolta. Mi occupai a lungo della vicenda, nel tentativo di ricercare la verità sfuggita alla mente di Aaron. Era forse tempo di aiutare quel sempre sfortunato uomo a ritrovare la donna dai neri e lunghi capelli tanto sognati ed adorati. Ma naturalmente non tutto era così semplice in assenza di Dustin Sharedown, la pettegola di Cupcake. Come avrebbe, persino lui, potuto conoscere i dettagli di una vicenda avvenuta in territorio spagnolo? Adoravo riconoscere invece un finale del tutto eccentrico, tra un percorso stradale capace di ripercorrere l’esperienza iberica di Hemingway e l’ennesimo riascolto del Morrissey più ispirato, quello di The Queen Is Dead.

 

 

Una mattina mi svegliai e cambiai atteggiamento. Volevo scrivere qualcosa di più bellico, di autentico. Desideravo inseguire faide poi dissoltesi abbastanza immediatamente come quella tra i Mellby e i Mithcell. Auspicavo la stesura di un racconto di sangue, finendo invece ad assaporare la rassegnazione degli esseri umani nei riguardi di un regime che aveva totalmente estraniato la figura e il concetto di cittadino. Decisi di intervenire e di interrogare, sebbene non adorassi assumere atteggiamenti intimidatori o ancor peggio accomodanti. Chiedevo di Aaron e Cecily ininterrottamente, senza ottenere successi o novità. Trascorsi immerso in questi effimeri tentativi il 31 dicembre. Prima di svegliarmi in un bar, totalmente confuso e con un insano senso di isteria dovuto forse ad un fortissimo mal di testa. Quasi un omaggio alle amnesie di Aaron. Ritrovai dinanzi a me un biglietto firmato Dustin Sharedown:

 

  • Meet me tomorrow. 6 o’clock. Be careful.

 

 

Rimasi profondamente sorpreso del ritrovamento di una pista dopo non averne avuta una per cinque anni. Persino Mellby e la dittatura erano un lontano ricordo, ma lo era anche l’ormai disperso senso di fiducia tra la gente che mi impedì psicologicamente di incontrare persino Sharedown. Ebbi invece pienamente conoscenza del romanzo di Aaron Mithcell e delle sue visite dal dottor Waterloo. Ne parlai con la sua assistente, Meredith Mellby. La sorella del dittatore mi aveva garantito dei miglioramenti e della possibile guarigione di Aaron. Ma resta un mondo complesso e non riesco più a credere a nessuno. Questo è un mondo deludente.

 

E’ 1 gennaio del 2100, qui a Cupcake Town. Alcuni provano ancora a festeggiare, come da tradizione consumistica pitturata da abbuffate alimentari e costosissimi regali. Altri trascorrono questo giorno nel ricordo di tempi desolatamente consumati o comunque migliori. Ma nulla da temere: il primo dell’anno è solo un giorno più banale di altri.

 

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

foto da: seatgeek.it

Codes and Keys

Ovvero: come affrontare la vita con i Death Cab for Cutie in poche semplici mosse.

“So this is the new year and I don’t feel any different”: si apre in maniera così lapidaria il celebre album Transatlanticism (2003), che ci introduce oggi alla band americana. Chi scrive è non a caso a poche ore dall’inizio di questo 2017.

Già, ma perché Death Cab? Il leader Ben Gibbard dichiara in una intervista:

“Nel 1999 abbiamo suonato in South Carolina, e siamo stati presentati come i “Death Camp for Cutie”. E quest’errore era anche sui poster affissi giorni prima del concerto! C’era un enorme equivoco in tutta la città, e al momento del concerto ci sentivamo strani e divertiti al tempo stesso. Allora abbiamo deciso di introdurre una sorta di booking contract, in cui affermavamo che chiunque decidesse di organizzare un nostro concerto avrebbe dovuto scrivere il nome della nostra band in modo corretto, oppure ci sarebbero state delle conseguenze finanziarie: niente di particolare, soltanto 50 dollari. Quindi, se qualcuno vorrà mai storpiare il nome della nostra band, che sia pronto a sborsare!”

 

A parte ciò, la loro storia è presto delineata. Mettiamo un gruppo di ingegneri di Washington che decidono di unirsi assieme nel 1997 e formare una band, col semplice scopo di strimpellare fra una derivata e un’equazione. Mettiamo che tra i fan siano considerati fuoriclasse nel descrivere amori impossibili e non solo. Che vengano selezionati per scrivere colonne sonore per diverse serie tv americane. Mettiamo tutto questo insieme e avremo la ricetta e il segreto del loro successo. Senza evidentemente banalizzare: i Death Cab non sono certo unicamente frutto della loro potenziale e possibile commercializzazione.

 

Con 8 album all’attivo, gli esperti Death Cab si erigono a sperimentatori di quelle melodie che gli inglesi definirebbero ‘mellow’: canzoni in cui ci si sente fluttuare nello spazio, carezzati dalla voce di Gibbard, ma allo stesso tempo con richiami passati di ‘Cure-iana’ memoria. Che siano ingegneri questo pare evidente. E pare che i ritmi siano perfettamente calcolati, con nulla lasciato al caso. Si avverte una sensazione di precisione anche nel disordine (apparente) che attraversa l’opera musicale della loro fondamentale presenza indie. Disordine che richiama spesso e volentieri non solo i Beatles, ma anche i Joy Division, influenze più palpabili nell’album 2008 ‘Narrow Stairs’. E anche quella Some Boys rimanda ai The Smiths e all’influenza britannica, ricordando vagamente (almeno per quanto riguarda l’incipit) la ‘indimenticata’ e indimenticabile Some Girls Are Bigger Than Others.

 

Mi chiederete: ma perché i Death Cab allora possono fornire un decalogo per affrontare la vita? Beh, scorrendo bene ed ascoltando l’ottima discografia sembrerebbe avvertirsi la presenza di almeno un suggerimento sul come affrontare determinate situazioni. Quasi un identikit cui riallacciarsi e sentirsi liberi ma al tempo stesso con cui proteggersi, a gentile concessione della poesia di Gibbard e soci. Se Plans rappresenta, a detta di molti critici e fan, forse l’album più incisivo dei Death Cab, in grado di tenere botta al piccolo capolavoro di Translatlanticism, non si sottovaluti nemmeno l’ultimo Kintsugi: una piccola perla che riporta in auge la band dopo quattro anni di silenzio compositivo.

 

In Transatlanticism si dipinge la vita quotidiana su una nave, come un moderno e rivisitato Titanic. A farla da padrone, il tema del viaggio e degli amori non corrisposti. Non ingannino i temi apocalittici o le composizioni più ‘problematiche’: lo stesso tema della morte è affrontato tutto sommato serenamente, con quella positiva prospettiva di chi crede ancora ai piccoli spazi, agli sprazzi e agli spiragli. Un apparente a volte, ed in altre avvertito, pessimismo universale che paradossalmente spesso sfocia in melodie spensierate e rassicuranti. Come quando ci si sente adolescenti e sprovvisti di quella serenità che i Death Cab raramente hanno fatto mancare al proprio pubblico, nonostante i loro dischi rappresentino spesso e volentieri amare caramelle da digerire. Provare per credere.

 

I Death Cab hanno bisogno di finestrini abbassati e facce controvento. A volte sarebbe invece sufficiente ballare nel salone di casa propria, come si usava fare un tempo, nell’intimità e nella familiarità di un ambiente domestico. Per assaporare ogni singola nota, goccia a goccia. Un rifugio sicuro in ogni momento, un porto che offre comprensione per ogni malinconia.

 

La nostra gioventù è passeggera

La vecchiaia è proprio dietro l’angolo

E non posso aspettare che i miei capelli diventino grigi.

Starò qua a pensare

Ad ogni amore che avrei potuto vivere.

Se solo avessi pensato a qualcosa di affascinante da dire.

 

E qui si torna al senso del titolo, che dunque a volte un senso lo possiede al di là del potere di catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. Codes and Keys: una specie di foglietto di istruzioni per una vita felice. Come dimenticare a riguardo la vivace The Tourist. Una sorta di training autogeno in musica, un manifesto che attraversa le fasi emotive dell’essere umano. Rabbia, stupore, estraneità ai propri luoghi e persino a noi stessi. I Death Cab non si riservano dal profondersi in consigli vari, accompagnando i dolori e le incertezze dell’ascoltatore.

 

Non tragga in inganno, come si osservava precedentemente, la commercializzazione che ha contribuito alla loro maggiore presenza ‘televisiva’ e dunque appunto ad espandere la loro veste commerciale. I Death Cab sono un patrimonio da difendere, anche dalle minimizzazioni e dalle critiche spesso concretizzatesi nell’assenza di idee o nella presunta monotonia della voce di Gibbard. Perché no, Seth Cohen non è certo stato l’unico ad averli sperimentati (do you remember?!)

 

Accogliamo dunque i nostri Death Cab nei buoni propositi dell’anno nuovo con annessi e connessi, because this is the new year and they will possess your heart. With no esitation.

Ha collaborato: Cosimo Cataleta

Anno nuovo, vita nuova?

Anno nuovo, vita nuova?

Anno nuovo vita nuova?

E’ già passata l’euforia della notte dell’ultimo dell’anno, e ancora una volta siamo riusciti a sopravvivere ai postumi del fatidico primo gennaio. Bisogna rincominciare, tornare alla nostra vita di sempre, e come no? Anche riproporci i propositi dell’anno passato, quelli che tra una cosa e l’altra dimentichiamo sempre.

Sbagliando si impara, o almeno così dicono, e in effetti siamo abbastanza adulti per capire gli errori passati. Chissà se la radice dei nostri sbagli commessi, mentre perseguivamo i nostri obbiettivi, si trovava proprio della formulazione degli stessi, nella dialettica in sé. Se ci fermassimo solo alla proposizione letterale, potremmo dire di avercela fatta. Ossia, nel 2016 ce l’hai fatta ad iscriverti in palestra, magari quest’anno potresti impegnarti ad andarci. Non sarebbe male anche proporsi un numero di volte in cui ci andrai, che te ne pare almeno tre volte a settimana per il primo mese? Così almeno non ti sembrerà di aver buttato via i tuoi soldi. E sì, dico tre volte alla settimana per il primo mese perché entrambi sappiamo che con ogni probabilità non farai di più, secondo quanto ci dice il 2016.

Che magari sia il tempo, ti rendi conto di quanto vada veloce e come ti scappi tra le dita. O come ti lasciano vuoto le vacanze di Natale, l’addio degli amici e i familiari che vedi solo due volte l’anno, per le vacanze (le loro), quelle che tu non hai, o perché proprio non te le danno o perché sei perennemente in vacanza (disoccupato). Quegli amici e familiari che sono dovuti andare a vivere in altri luoghi ben lontani da dove siete nati, per poter ottenere un qualche tipo di opportunità lavorativa. Ti tocca dire addio, tanto alle abbuffate quanto ai tuoi cari. Come riempire ora questo vuoto? Loro se ne vanno, ma tu rimani nel solito posto, ben consapevole di non essere andato avanti. A 20-30 anni ancora a casa dei tuoi, senza un lavoro stabile, nessun tipo di certificazione che attesti il tuo livello di inglese, perché chiaramente il certificato “Shish” ancora non l’hanno inventato se no lo avresti, e con lode… Continui a non dedicare tempo alla tua grande passione, che sia giocare a ping pong, ballare la pizzica o fare l’uncinetto. Tu, che se avessi avuto tempo per migliorare le tue abilità ora saresti la persona più conosciuta nel mondo del crochet.

Chiunque avrebbe una tua opera nella sala dei suoi nonni.

La questione è che è un giorno di quelli un po’ tristi, buoni per riflettere su dove stai andando, o meglio su dove ti sei fermata. Chissà che, con così tanti addii e tutto, il livello di depressione cresca e il sentimento di vuoto si accentui. E comunque, vuota che tu sia, i tre chili in più non te li toglie nessuno.

Certo, dopo così tanti pensieri ottimisti (si noti l’ironia) decidi di fare qualcosa con la tua vita, ribaltarla a 360 gradi, un “dire, fare, baciare” alla Real Time. Perché quest’anno sì, quest’anno non non dici addio ai tre chili, dici addio ai dodici che si vanno sommando dagli ultimi quattro Natali. Sì, sì: questo è l’anno, l’anno in cui finalmente diventerai indipendente. Proprio quest’anno ricomincerai tutto ciò che ti è sempre piaciuto fare: l’anno in cui la parola “pianificare” finalmente avrà un senso: con una buona schedule tutto è possibile ( e lo dici a te stessa in inglese, in modo che si noti il grado di bilinguismo che sta raggiungendo la tua mente):

anno

L’orario perfetto, la perfezione fattasi planning, l’orario dell’anno, se mi permettete il gioco di parole. Che non si dica che non si può tutto, che non si dica che noi andalusi siamo dei pigroni sempre sempre a fare festa, o che in Spagna siamo solo tori e sangria. Pura pianificazione svizzera, però con orari da lavoro SPAGNOLI, e con un fuso orario tedesco. E che non ti dicano che non hai viaggiato abbastanza, per favore, la tua vita è pura globalizzazione al 100%… Non importano le difficoltà, tu sei già proiettata in avanti con questo impeto iberico che ti sussurra che uno spagnolo può fare tutto con qualcuno dalla sua parte… in questo caso, le ovaie.

Ti sei appena motivata così tanto con questo autodiscorso a tinte nazionaliste, e ora devi decidere la cosa più difficile: quando iniziare?

Le feste non sono ancora finite, quindi è meglio iniziare dopo la Befana. Anche se già hai perso un po’ di giorni di gennaio, e come dice lo slogan di Mediaworld “non sono stupida”, che senso ha pagare un mese intero in palestra se inizio a metà? Allora a febbraio. Anche se… febbraio ha meno giorni e con il ponte in Andalusia e tutto, sì allora a marzo…

E qualche mese dopo:

Settimana qualunque del 2017.

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