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Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

“Uno o due Stati? L’importante è la pace”. Questo è stato il primo giudizio pubblico sulla questione palestinese di Donald Trump nelle vesti di presidente degli Stati Uniti, durante il suo primo incontro con l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Una stupidaggine? Affatto. Ovviamente tale opinione è stata criticata da molti, compresa l’OLP presieduta da Abu Mazen, da sempre concorde con la soluzione a due Stati, causa che però porta avanti con un politica totalmente stagnante.

La soluzione dei “due Stati, due popoli” è il principio su cui si sono basate le trattative di pace tra israeliani e palestini  a partire dall’accordo di Oslo del 1993. Praticamente 25 anni fa. Non ci vuole molto per capire come molte cose siano cambiate d’allora, quando altre invece sono purtroppo rimaste uguali. Cosa non è cambiato? Israele continua, di fatto, ad occupare militarmente gran parte del territorio della Cisgiordania, continua ad umiliare militarmente e tramite l’embargo la popolazione di Gaza, oggi di fatto una “prigione a cielo aperto”.  Non è cambiato l’atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi, costretti a “vivere come cani“. È l’essenza del sionismo, sintetizzato fedelmente dall’allora ministro degli esteri Ariel Sharon, nel 1998, quando davanti alla platea del Tsomet Party disse: “non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato ebraico senza la cacciata degli arabi e l’espropriazione delle loro terre”.

Cosa è invece cambiato in questi anni? Molto è cambiato, rendendo la soluzione a due Stati impossibile.

La novità è che gli USA con Trump rompono il ritornello ormai retorico del “due Stati, due popoli”, svuotato di qualsiasi significato dalla stessa realtà e ormai impossibile da attuare come spiegato in seguito. Per il resto l’incontro Trump-Netanyahu è il solito show, di un capo di stato americano che giura eterno amore per Israele. Atteggiamento irremovibile, essendo Israele la più importante base militare USA per il sostegno dei propri interessi energetici e strategici nella regione.

Mappa degli insediamenti Israeliani Fonte: HRW

La questione degli insediamenti

Dimostrando mancanza di memoria storica, lo Stato ebraico ha costruito un muro lungo 730km che divide Israele dalla Cisgiordania, cercando di inglobare gli insediamenti israeliani. Proprio la questione degli insediamenti è un nodo chiave della questione attuale: la costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, in Cisgiordania, oltre a provocare tensioni e alimentare le ingiustizie, ha di fatto reso impraticabile la soluzione a due Stati. Circa 500000 israeliani vivono nei territori dove dovrebbe sorgere lo Stato Palestinese, e questi territori sono sotto controllo militare e amministrativo di Israele.

L’interdipendenza economica

In secondo luogo, ed è il punto più importante, la convivenza forzata di due popoli ha portato ad una naturale interdipendenza economica. Oggi in Israele vivono all’incirca 8.192.000 milioni di persone, di cui l’80% sono israeliani e il 20% sono arabi con cittadinanza israeliana, cristiani e musulmani. Il 43,3% degli arabi israeliani uomini lavorano nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dell’industria. Solo il 7.8% degli arabi israeliani lavora nel settore bancario e assicurativo e il 2,8% nell’industria high-tech. Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  

Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  Mentre sono 30000 i lavoratori illegali, che oltrepassano cioè le recinzioni in modo illegale per raggiungere il posto di lavoro in Israele. Questi ultimi si stima che guadagnino circa un quarto dello stipendio di un Israeliano ebreo. Questo mescolarsi di persone e capitali sta creando interdipendenza tra israeliani e palestinesi, rendendo il sistema economico israeliano dipendente dalla manodopera palestinese. Dall’altro lato, i palestinesi, potranno utilizzare questa loro posizione per condurre battaglie per maggiore libertà e per la fine di una segregazione ormai indegna del mondo in cui viviamo.

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

Martedì 7 febbraio è stata pubblicata la lettera di Michele, il ragazzo udinese di 31 anni che si è tolto la vita. I genitori hanno inviato alla testata giornalistica Il Messaggero Veneto il messaggio che il ragazzo ha lasciato loro prima di suicidarsi. L’hanno inviata perché tutti sapessero le motivazioni che hanno condotto il figlio a togliersi la vita.

Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto. La lettera di Michele, carica di rabbia e rancore, è stata virale arrivando a commuovere la rete.

Una giovane autrice della nostra redazione ha voluto rispondere con una lettera di scuse in forma anonima ma nome della sua generazione sulla via per i 30 anni.

Caro Michele,

ti scrivo dal mondo che hai deciso di lasciare. Quello degli uomini e delle donne che sopravvivono in questa giungla chiamata vita. Non ho ancora trent’anni. Non so cosa voglia dire vedersi sbattere le porte in faccia, aspettare una chiamata che non arriva, illudersi che “sì, forse questa è la volta buona”. Non ho la minima idea di come possa far male vedere i propri sogni calpestati, le proprie ambizioni umiliate. Sono ancora una studentessa in attesa del futuro, il cui massimo fallimento nella vita può essere un esame andato male.

Nonostante ciò, la tua lettera di addio è stata un pugno al cuore. Ben piazzato, doloroso come solo le parole a volte possono essere. E ho sentito la tua sofferenza come se fosse anche mia. In un attimo ho sentito l’angoscia che si prova a perdere ogni speranza, a sopportare fino al limite, a non riuscire più a vedere il futuro.

Si fa presto a dare libero sfogo ai giudizi in queste occasioni. Alcuni stanno già rimproverando il tuo gesto. Dicono che avresti dovuto resistere, che non avresti dovuto darla vinta a questo mondo che sembra non volerci. Dicono che la vita è preziosa e bisogna difenderla ad ogni costo. Alcuni dicono che sei stato un debole e che i giovani di oggi si autocommiserano anziché lottare. Io dico che a volte dovremmo tacere.

In questo mondo che corre, che premia i vincenti, che ignora i talenti, gli assassini siamo anche noi, che non riusciamo più a osservare senza giudicare. Siamo noi che critichiamo senza conoscere e rimaniamo indifferenti a tutto. Siamo noi che chiediamo: come stai? e non ascoltiamo. E anche noi che rispondiamo: “bene” e vorremmo urlare.

Questa lettera non è un inno alla vita, non è nemmeno una denuncia sociale. E’ piuttosto una lettera di scuse. Mi scuso a nome di questo mondo per non aver apprezzato e riconosciuto le tue qualità. Per avere ucciso i tuoi sogni, per non aver capito la tua sofferenza. Mi scuso a nome di questo mondo per averti rubato la speranza, per averti illuso e deluso, per aver corso troppo lasciandoti indietro.

Mi scuso per aver dimenticato che siamo esseri umani, per aver dimenticato la gentilezza, per aver giudicato senza conoscere.

So che non te ne farai molto di queste scuse, ora.

E forse le ho scritte più per me stessa, per noi che continuiamo a vivere in questo pazzo mondo. Per ricordarci, nel nostro piccolo, di “restare umani” anche quando è difficile.

Buon viaggio, amico mio.

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Vrem democraţie, fără amnistie!” Urlano a piena voce migliaia di manifestanti per le strade delle maggiori città rumene. Significa “vogliamo la democrazia, senza amnistia” ed è uno degli slogan che da giorni accompagna le proteste che infiammano il popolo rumeno.

E’ il 31 gennaio quando il governo, guidato dal premier socialdemocratico Sorin Grindeanu, approva un decreto d’urgenza in piena notte che rende l’abuso di potere punibile solo se arreca un danno allo stato superiore a circa 44.000 euro. Il provvedimento prevede, inoltre, che il reato sia investigabile solo a seguito di denuncia, la quale deve essere presentata entro sei mesi dall’accadimento dei fatti.

Il decreto è stato presentato, almeno nelle intenzioni, come misura urgente contro il sovraffollamento delle carceri. Secondo i critici, tuttavia, proteggerebbe proprio il leader del partito al governo e presidente della camera, Liviu Dragnea, condannato a due anni in via definitiva con sospensione della pena per frode elettorale e accusato di una perdita dello stato pari a circa 24.000 euro. A poche ore dall’approvazione del decreto, le piazze delle maggiori città si riempiono di uomini e donne armati di bandiere, cartelli e voci urlanti “Hoții” (ladri). Dopo solo due ore dall’annuncio del Ministro della Giustizia Florin Iordache, ci sono già in Piazza della Vittoria a Bucarest 10.000 persone pronte a urlare la loro rabbia nonostante il freddo e l’orario.

Alle 2.00 circa i manifestanti iniziano a tornare ad abbandonare le piazze, ma sui social network l’appuntamento è già fissato per il giorno successivo e la partecipazione diventa sempre più massiccia, portando in pochi giorni davanti al Palazzo del Governo 200.000 cittadini e 300.000 in totale in tutta la Romania. Un numero così alto non si vedeva dai tempi della rivoluzione che nel dicembre 1989 portò alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceaușescu. Il clima è bollente. Il 2 febbraio il Ministro del Commercio Florin Jianu esprime il suo disaccordo con le scelte del governo. Sulla sua pagina Facebook, riferendosi al figlio, scrive: “Tra qualche anno, quando lo guarderò negli occhi non avrò bisogno di dirgli che suo padre era un vigliacco.”

Protesta in Romania immagine da ilPost

E mentre la Commissione Europea esprime forte preoccupazione per la modifica del Codice Penale rumeno, le manifestazioni continuano e il 4 febbraio il premier annuncia la revoca del decreto. Sembrerebbe una storia a lieto fine, ma ormai la miccia è scoppiata e i numeri aumentano. 600.000 persone continuano a protestare nonostante il dietrofront del governo. Nelle loro parole c’è la diffidenza di un popolo che si sente preso in giro. La costituzionalità incerta della nuova ordinanza ha infiammato ulteriormente gli animi dei manifestanti che ora chiedono a gran voce le dimissioni del governo.

Sfilano per le strade giovani e anziani e i loro volti esprimono tutta la rabbia di un paese stanco di essere uno tra gli stati più corrotti d’Europa. Centinaia negli ultimi anni sono infatti i funzionari incriminati di abuso di potere e corruzione e un report dell’IPP (Institute for Public Policy) rileva che il 15% dei parlamentari eletti nel 2012 era sotto indagine o lo è stato in passato.

Sfilano tutte le generazioni in Romania. Ci sono gli adulti che fino a poco tempo fa, disillusi, credevano di non poter cambiare nulla ed ora vedono riaccendersi la speranza. Ci sono ragazzi e ragazze che urlano a temperature sotto lo zero, da giorni, la propria rabbia e che non hanno assolutamente intenzione di fermarsi. E ci sono persino i bambini, con le loro bandierine di plastica tra le mani, a rappresentare il futuro per cui si sta lottando.

Intanto nelle ultime ora il presidente rumeno Khlaus Ioannis ha dichiarato di fronte al Parlamento che “l’abrogazione del decreto e le eventuali dimissioni del ministro della Giustizia non sono sufficienti. La soluzione della crisi si trova all’interno della maggioranza di sinistra” suggerendo implicitamente le dimissioni del governo e la nomina di un nuovo esecutivo sempre affidato al PSD. “Convocare elezioni anticipate sarebbe eccessivo in questo momento” ha aggiunto. Alle parole del presidente molti deputati della maggioranza hanno abbandonato l’aula.
La questione sulle sorti del governo rimane ancora sospesa. Ma ciò che è certo è che, in un tempo in cui la sfiducia nei confronti del cambiamento è alta, il popolo rumeno dimostra che uniti, senza violenza e con grande tenacia, si può fare la differenza. Dimostra che la politica, ossia l’arte di governare, non è solo di chi siede sulle poltrone in un aula del Parlamento, ma è anche e soprattutto dei cittadini, senza la cui partecipazione non può esistere democrazia.

Monia Sammali

La politica senza politica

La politica senza politica

In una età nella quale la finanza e l’economia scavalcano la politica, sminuendola di fatto a mera interlocutrice ed interprete secondaria dei nostri giorni, ritoccare con mano il passato storico resta di fatto l’unica fonte di possibile nuova legittimazione del concetto politico stesso. Basti fermarsi un attimo ad analizzare l’attuale situazione partitica italiana ed i recenti sviluppi sempre più vicini ad una definitiva sostanziale dissoluzione del rapporto tra istituzioni e cittadino.

 

Le enormi difficoltà della politica italiana, devastata da una colossale crisi di consenso, si concretizzano sempre più negli inequivocabili recenti dati forniti da sondaggi e politologi. E’ un mondo difficile, questo sì, nel quale la disoccupazione giovanile dilaga e si dilania sempre più il fenomeno della diseguaglianza sociale (Italia in primis). Ma chi si occupa esattamente di una rinascita tanto auspicata e promessa quanto altamente ed attualmente insperabile oltre che improbabile?

 

Per la nostra Italia, la misura è ormai colma. La spaccatura sociale creata dall’unico vero attuale leader sulla piazza, Matteo Renzi, ha ulteriormente evidenziato le pecche del panorama e del pacchetto politico interno italiano. Archiviato il voto referendario sovrano del popolo, che ha sconfitto ma non cancellato l’ex premier e segretario Pd dalle scene politiche, quali sono stati gli scenari concretizzatisi negli ultimi due mesi?

 

L’avvento del ‘silenzioso’ governo Gentiloni ha letteralmente evidenziato l’irresponsabilità dei partiti e della politica nazionale. In un’era tremendamente ossessionata dal consenso, ciò che abbiamo sentito ripetere da più fronti è rappresentato da una religiosa invocazione del voto anticipato. Come se esso potesse essere fonte di miracoli ed improvvisa creazione di castelli fondati su una stabilità politica da sempre sconosciuta al Belpaese (anche storicamente parlando).

 

Ne esce fuori un quadro deludente e destabilizzante: partiti a vocazione maggioritaria costantemente in calo, destre che crescono e populismi tendenti alla creazione di mondi fiabeschi e tutt’altro che realistici. Il tutto, proprio all’interno di un momento nel quale il dialogo tra le compagini politiche avrebbe dovuto rappresentare mezzo attraverso il quale ripristinare i valori ed il consenso di una politica dimenticata dai cittadini, a loro volta dimenticati e cancellati dal fallimento della politica stessa.

 

Si sarebbe potuto affrontare sin da subito il tema della legge elettorale. Perché è tema cruciale per la stabilità di un Paese, così come lo è la stabilità dei partiti politici stessi (gli ordinamenti anglosassoni insegnano). L’Italia ha invece deciso di fare l’Italia e restare tale: confermare la propria instabilità storica in un quadro di una altrettanto storicamente perenne instabilità. L’importante è andare al voto. Certo, dimenticando che un sistema proporzionale o una semplice modifica al tanto discusso Italicum (improvvisamente adottato da chi non aveva fatto altro che attaccarlo) mal si adattano ad un confusionario tripolarismo senza vincitori né vinti.

 

Ed intanto, disoccupazione giovanile e diseguaglianza sociale dilagano. Inutili lettere di richiamo alla limitatezza della classe giovanile del futuro si propagano verso un sistema scolastico-universitario che ha dimenticato la necessità di rispolverare un futuro più vicino ai nostri studenti. Quell’alternanza scuola-lavoro tanto attesa quanto (sempre più) sbugiardata.

 

Però, ribadiamo, l’importante è votare. Assistere alla inutile battaglia italiana del vincitore senza vinti, con prospettive di papabili candidati alla vittoria densi di una drammaticità vicina alla nuova tragicommedia americana firmata Donald Trump. Dove nulla è ormai più certo, alla luce di secolari valori cancellati dalla paura nei riguardi del terrorismo internazionale e delle migrazioni. Come se ignorare la faccenda e combattere le difficoltà a suon di improvvisati diktat possa automaticamente sciogliere le paure e cancellare definitivamente l’eterna ed anche attualmente moderna antitesi tra sicurezza e libertà.

 

Ma ribadiamo ancora: andiamo a votare. Che sia Italicum, Legalicum, Mattarellum o qualsiasi nuovo improvvisato latino pasticciato. Il pasticcio è ormai all’ordine del giorno: reinventare il latino non sarà certo il primo dei problemi del nuovo ordine mondiale. La politica italiana si mobiliti pure in vista del famigerato voto di rottura rispetto all’attuale legislatura. Ma non dimentichi le importanti lezioni del passato. Come quelle di Gramsci, mai così calzante rispetto alla crisi del consenso politico. Perché è necessario recuperare l’impatto tra politica e cittadino. Il collante tra istituzioni e società. Prima di perdersi per sempre.

 

Se è vera infatti la nota lezione dell’intellettuale sardo sulla possibile dispersione della politica a vantaggio delle ‘oscure burocrazie’, siamo ben certi di una società destinata a peggiorare, avara di speranze rispetto a chi una speranza l’ha già persa. Di chi ha voltato pagina, prendendo atto del declassamento della politica (e della società civile) rispetto all’originario avvento novecentesco dei partiti di massa. La crisi della democrazia è in corso e l’attuale modello ne riconsegna un macchinario sempre meno al passo coi tempi e sulla via di un ineccepibile e clamoroso tramonto.

immagine da: centroriformastato.it

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Giunti al sesto anno della feroce guerra in Siria, appare più chiara la piega che tale crisi prenderà nel futuro. Dopo l’intervento russo e il passo di lato degli Stati Uniti, il baricentro della crisi siriana si è spostato totalmente ad Oriente. Appaiono più chiare anche le forze in gioco, gli schieramenti e le loro intenzioni, in un contesto che volge verso un punto di svolta. Oggi i protagonisti rimangono la Siria, supportata da Russia ed Iran, mentre dall’altra parte, ufficialmente, c’è solo la Turchia. I gruppi ribelli non paiono avere nessuna reale prospettiva di un ruolo politico nel futuro assetto della Siria, apparendo come meri strumenti delle ambizioni di Paesi stranieri, come molti hanno sempre sostenuto. Qual è, quindi, la situazione oggi in Siria e cosa ci si può aspettare dal futuro?

Che ruolo hanno gli USA ?

Gli Stati Uniti, in piena e radicale transizione politica, hanno assunto un ruolo sempre più marginale nel conflitto. Cosa avevano gli USA da guadagnare in Siria? L’estensione della loro influenza, per mezzo del rovesciamento di Assad e l’instaurazione di un governo Sunnita più vicino ai suoi alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Gli USA speravano che tale transizione potesse avvenire a favore di ribelli moderati (come l’ESL), ma i Sauditi e i Qatarioti hanno preferito i gruppi radicali (ISIS, Jabaht al-Nusra, Jaysh al-Islam, Faylaq al-Islam, ecc.), fornendo loro aiuto militare e finanziario. Per far cambiare idea ai propri alleati, gli americani hanno cercato di usare i Curdi e l’ESL contro l’ISIS, per imporre la linea moderata ai Paesi del golfo. Senza però riuscirci.
Ad Aprile 2016 gli USA utilizzano Muhamad al-Ghabi (membro dell’ESL con strette relazioni con l’intelligence USA), mettendolo a capo di un programma atto a convincere militanti dell’ISIS a disertare, pagandoli e convincendoli a combattere per gruppi moderati o tornare a casa. Tale atteggiamento è confermato dai Leak delle mail di Hilary Clinton, in cui scrive: “Mentre questa operazione militare/para-militare continua [usare curdi ed ESL contro l’ISIS , ndr], dobbiamo usare le nostre risorse di intelligence per fare pressione su Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo clandestinamente aiuto logistico e finanziario all’ISIS“.

La Russia, la vittoria di Aleppo e il Ruolo di Ankara

L’intervento russo, partito nell’autunno 2015, ha risollevato le sorti di Bashar al-Assad. Mentre nel 2015 gli islamisti occupavano il 75% della Siria, oggi i gruppi armati sono in seria difficoltà. L’ultima e più importante sconfitta è quella di Aleppo, a fine 2016, dove i terroristi, asserragliati nei quartieri che occupavano da ormai 4 anni, erano certi di poter vincere. Quando l’assedio di russi, siriani, lealisti iraniani ed Hezbollah è iniziato, le cose si sono messe male per i ribelli, che hanno implorato l’aiuto alla Turchia. Nello specifico hanno chiesto di mediare politicamente la loro resa, e così è stato.

Evacuazione di Aleppo in Pullman – Fonte: lifegate.it

La Turchia, da sempre vicina ai ribelli, si è accordata con Russia e Siria, facendo da garante, per la resa di Dicembre e l’evaquazione dei miliziani islamisti rimasti intrappolati ad Aleppo verso la provincia di Idlib. L’aiuto turco nella liberazione di Aleppo sarà sicuramente il pretesto per una pretesa territoriale turca nei confronti della Siria. La caduta di Aleppo si traduce in una possibilità di dialogo tra le parti in gioco, costringendo la Turchia e i gruppi ribelli che a lei fanno riferimento a sedersi al tavolo delle trattative, cioè quello dei colloqui di Astana.

I colloqui di pace di Astana

L’ultima evoluzione della situazione siriana sono proprio i colloqui di pace di Astana, in Kazakhstan, svoltisi il 23 e 24 Gennaio 2017. La location indica come la soluzione al conflitto siriano sia una cosa “tutta orientale”, da cui sia USA che Europa sono completamente estromessi e senza voce in capitolo. Dimostrazione dell’ irrilevanza occidentale è la completa autonomia con cui Russia, Iran, Siria e Turchia hanno organizzato il vertice, senza alcun supporto dell’ONU.
Astana ha l’aria di essere un vertice decisivo, dove la situazione è sicuramente cambiata: la Russia si è innalzata a “guida” politica e strategica, capace di far dialogare Turchia e Siria, cosa non facile dal momento che quest’ultima non ha alcuna fiducia nella Turchia e nelle sue intenzioni. La Turchia ha accettato che Assad rimanga al potere,

La zona “cuscinetto” che oggi si estende ad al-Bab

cosa che solo un anno fa sembrava impensabile; in cambio chiede il controllo turco sulla “zona cuscinetto”, così da poter spezzare a metà i territori del Rojava, distruggendo il sogno Curdo e la possibilità di un accordo Assad-curdi per una regione federale curdo-siriana.
A conferma di questo, le dichiarazioni del vice primo ministro turco, Numan Kurtulmus: “Se qualcuno pensa che dopo aver liberato la città di Al-Bab [città nella zona cuscinetto, ndr] la consegneremo nelle mani di Assad, si sbaglia“. Proprio al-Bab pare essere al centro della nuova strategia russa: consegnare l’area alla Turchia ed assicurarsi la sua uscita di scena dal conflitto.
Anche la sorte di Bashar al-Assad è al centro dei negoziati: rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni per poi cedere il posto al nuovo presidente.
I progressi ottenuti negli ultimi mesi, e più recentemente con i colloqui di Astana, appaiono sulla strada di una soluzione al conflitto. Sarà però il vertice di Ginevra dell’8 Febbraio a dimostrare la solidità degli accordi fin’ora presi.

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

Sconfitto a Roma e a Torino dal Movimento 5 Stelle – la formazione “anti-sistema” – il partito democratico del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ne esce indebolito dalle elezioni municipali del 19 giugno. È da credere che la sua riforma del lavoro, il famoso Jobs Act, ha sedotto più i media, i circoli dei datori di lavoro e i socio-liberali europei che gli elettori italiani.

Matteo Renzi adora presentarsi come un dirigente politico moderno ed innovativo. Così, la sua riforma del mercato del lavoro voleva liberare i paesi dai suoi arcaismi e fare diminuire la disoccupazione. Conosciuto come Jobs Act, le misure adottate dal suo governo per rilanciare il lavoro non hanno fatto che spingere ancora più lontano la logica delle vecchie ricevute liberali.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro in italia è cominciata nel 1985, quando i partenariati sociali (federazioni sindacali, patronati e ministero del lavoro) hanno firmato l’accordo ScottiOltre a limitare l’indicizzazione dei prezzi sui salari, questo testo introduce anche il primo contratto atipico, a durata determinata è destinato ai giovani il “contratto di formazione e lavoro”. A partire da quel momento, numerose leggi hanno ingrandito la gamma di contratti disponibili, tant’è che ora ne esistono più di quaranta.

Nel 1997, la legge Treu ha legalizzato i contratti temporanei; nel 2003, la legge Biagi-Maroni ha inventato il contratto di subappalto. Nel 2008 è stato messo in atto il sistema dei voucher, questi buoni di lavoro del valore di €10 all’ora utilizzati soprattutto da attività poco professionali. La diversificazione dei tipi di contratto è stata accompagnata da misure miranti ad accrescere il potere del datore di lavoro. Tra le più recenti, la legge detta del “lavoro collegato”, votata nel 2010, limita la possibilità da parte dei salariati di fare ricorso in caso di eventuali abusi da parte del titolare; mentre la legge Fornero (2012) facilita i licenziamenti per ragioni economiche.

Le riforme messe in atto da Matteo Renzi  nel 2014 e 2015 si adattano alla continuità di questa storia, può essere che la completeranno, per quanto hanno istituzionalizzato la precarietà. Così, il Contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti”, entrato in vigore nel 2015, non ha questo granché di perenne né di produttivo. Nel corso degli primi tre anni, i datori di lavoro potevano mettere fine a un contratto in qualunque momento e senza motivazione. Il loro unico obbligo è di versare al lavoratore licenziato un’indennità proporzionale al suo grado di anzianità. L’emblematico articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga a giustificare tutti i licenziamenti individuali per giusta causa (rubare, assenteismo, ecc.) si ritrova così messo tra parentesi per 36 mesi. La formula ricorda il contratto a primo ingaggio immaginato dal primo ministro francese Dominique de Villepin nel 2006, solo che le dispositive italiane non sono limitate ai minori di 26 anni ma a tutti.

Il governo Renzi ha anche deregolamentato l’uso dei Contratti a Durata Determinata. Da marzo 2014, la legge Poletti, – dal nome del ministro del lavoro Giuliano Poletti – permette ai datori di lavoro di ricorrere senza giustificarsi e quindi di rinnovarli fino a cinque volte senza periodo di carenza. Questa limitazione è per di più teorica: non si applica alle persone, ma ai posti di lavoro. Basta modificare sulla carta un fascicolo per condannare un salariato al lavoro instabile a vita.

In queste condizioni, perché i datori di lavoro dovrebbero scegliere i Contratti a Durata Indeterminata “a tutele crescenti” piuttosto che  una serie di Contratti a Durata Determinata? La risposta è semplice: per un interesse finanziario. Il governo Renzi in effetti ha messo in pratica delle agevolazioni fiscali che permettano, per tutti i Contratti a Durata Indeterminata firmati nel 2015, di economizzare fino a €8000 per anno. Costringendo a l’austerità, questo dispositivo molto costoso per lo Stato è stato rivisto dalle basi dalla legge di stabilità 2016, ed ora le agevolazioni si sono stabilizzati intorno ai €3300. Il Jobs act ha creato quindi un effetto peso morto: fare firmare un contratto “a protezione crescente”, è poi licenziare il lavoratore senza giustificazione, diventa più remunerativo rispetto a un  Contratto a Durata Determinata. L’inclinazione dei Contratti a Durata Determinata verso i Contratti a Durata Indeterminata permette di gonfiare artificialmente le cifre del lavoro detto “stabile”, e nello stesso tempo anche la precarietà continua ad aumentare.

Le riforme di Matteo Renzi non hanno innescato scioperi o manifestazioni comparabili al movimento anti legge di El Khomri in Francia. Contrariamente alla sua vicina, l’Italia non ha una soglia minima di salario, fatta eccezione per le professioni coperte da convenzioni collettive, che proteggono un numero sempre più ristretto di lavoratori (meno del 50% oggigiorno). Altrimenti, il “principio dei favori” non esisterebbe: niente obbliga gli accordi di impresa a proporre condizioni più vantaggiose per il lavoratore degli accordi di filiale, i quali a loro volta, non sono necessariamente più favorevoli del codice del lavoro. I lavoratori sono così più vulnerabili alle minacce dei loro datori di lavoro.Il paese non ha per giunta  l’equivalente delle ritenute di solidarietà attiva (revenu de solidarité active), anche sotto condizioni di ricollocamento professionale. Gli ammortizzatori sociali sono pensati soprattutto per i Contratti a Durata Indeterminata; la massa dei nuovi precari se ne trova esclusa. Collegato alla crisi economica, alla fragilità dei sindacati, alla stagnazione delle ritenute e al rafforzamento del controllo patronale – Il Job Act autorizza determinate tecniche di controllo a distanza dei dipendenti, a rischio di danneggiare la loro vita privata -, questa situazione spiega la debole resistenza riscontrata per le recenti misure attuate.

Più del 40% dei giovani sono disoccupati

Al fine di difendere le loro riforme, Matteo Renzi e i suoi ministri si sono nascosti dietro le stesse argomentazioni dei loro predecessori a Roma e del loro omologhi conservatori in Germania o socialista in Francia: l’ ”assottigliamento” del codice del lavoro sarà una condizione necessaria (e sufficiente) per costruire un’economia moderna e abbassare la disoccupazione, in particolare quella dei giovani. <L’articolo 18 è datato all’anno 1970, e la sinistra allora non aveva neanche votato. Noi siamo nel 2014; questo diventa prendere un I-Phone e chiedere: “Dove va messo il gettone?”, o a prendere una fotocamera digitale e provare a metterle il rullino> ha stimato il Presidente del Consiglio.

Il governo e molti media presentano Jobs act come un successo indiscutibile <mezzo milione di lavoratori a Contratto a Durata Indeterminata creati nel 2015. L’Istituto Nazionale delle statistiche dimostra l’assurdità delle polemiche su Job Act>, sbandiera M. Renzi su Twitter il 19 gennaio 2016. <Con noi, le tasse diminuiscono e il lavoro aumenta> scriveva ancora il 2 marzo. Questo è vero nel 2015, per la prima volta dopo l’inizio della crisi economica che ha distrutto all’incirca un milione di impieghi la curva della disoccupazione è stata leggermente invertita: 1,8… Dopotutto, questa diminuzione modesta si spiega soprattutto per il colpo di polso fiscale che ha accompagnato la creazione di Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crociata”. Il periodo probativo è di 3 anni bisognerà attendere 2018 per stipulare un bilancio di questi nuovi contratti; ma possiamo già constatare che il ribasso degli incentivi finanziarie ha dato come risultato una contrazione immediata della creazioni di impieghi. Il numero di Contratti a Durata Indeterminata firmati nel primo trimestre 2016 è in ribasso 77% in confronto agli stessi mesi dell’anno precedente.

Inoltre, la diminuzione della disoccupazione nel 2015 maschera il ricorso esponenziale al sistema dei voucher, in particolare nei settori poco qualificati dov’è i lavoratori sono considerati come intercambiabili. Nel 2015, 1,38 milioni di persone erano concerni (contro 25 000 nel 2008) e 115 milioni di buoni sono stati venduti (contro 10 milioni nel 2010). Logicamente anche il tasso di precarietà ha seguito una curva ascendente: dai dati forniti dall’Organizzazione della cooperazione dello sviluppo economico (OCDE), nel 2011, il 43% dei giovani Italiani si trovarono in una situazione professionale instabile; nel 2015, sono stati quasi 55%. Nello stesso tempo il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni è salita di dieci punti per superare la bara del 40%.

L’Italia tuttavia non ha risparmiato i suoi sforzi per conformarsi alle norme dell’economia moderna: il “grado di protezione dell’occupazione” – un indice immaginato dall’OCDE per misurare la “rigidità” del mercato del lavoro – si è abbassato di un terzo in dieci anni…

Dal suo arrivo alla presidenza del Consiglio, Matteo Renzi ha impostato tutto su una politica dell’offerta. Oltre a Jobs Act, le leggi di stabilità 2015 e 2016 hanno pianificato delle diminuzioni delle imposte sulle aziende, una riduzione delle tasse sul patrimonio, una diminuzione delle dispensa della collettività locale, alla privatizzazione dicesti servizi pubblici (nel settore trasporti dell’energia o delle poste). Secondo la filosofia che guida queste misure, l’aumento dei profitti e la diminuzione dei costi avranno come risultato automatico un aumento degli investimenti, e dunque della produzione e dell’impiego.

Questo ragionamento è largamente falso. Il tasso di disoccupazione in Italia non si spiega dalle strutture interne del mercato del lavoro: è il risultato, innanzitutto, della debolezza della domanda, perché nessun imprenditore rischia di aumentare la produzione se teme che i suoi prodotti o i suoi servizi non troverebbero nessun acquirente. Ora, il governo Renzi non ha fatto niente per rilanciare la domanda in maniera strutturale: ne salari minimi, ne riforme della protezione sociale in favore dei salari troppo bassi, né ritenute garantite.   

Risultato, dal 2014, il prodotto interno lordo(PIL) stagna, e il rapporto debito /PIL non è vicino a ridursi perché il denominatore del rapporto non aumenta.

Il Jobs Act ha diviso il mercato del lavoro in tre segmenti principali, e ognuno di loro vede l’instabilità eretta ad opera d’arte. Il primo raggruppa i giovani senza titolo di studio, che entrano generalmente nella vita attiva con dei contratti di apprendistato (poco pretenzioso) e, di più in più dei voucher (ancor meno pretenziosi). Nel secondo, dove troviamo i giovani che dispongono di un livello di qualificazione medio o elevato (diploma o laurea). Per favorire il loro inserimento il governo si appoggia sul piano “Garanzia Giovani”. Finanziato dall’Unione Europea è destinato alle Nazioni che dimostrano un tasso di disoccupazione elevato, questo piano mira ufficialmente a migliorare impiegabilità dei giovani e di proporli, attraverso delle piattaforme regionali che uniscono aziende private e pubbliche, dei “percorsi di inserimento” adattati ai bisogni delle stesse aziende: il servizio al civico (gratuito), lo stage (quasi gratuito), è il lavoro benevolo. All’inizio sperimentato nel 2013 per l’assunzione di 700 persone in vista dell’Esposizione Universale di Milano, questo modello è stato successivamente applicato a livello nazionale. Ha già permesso di occupare 600.000 giovani e di farli uscire, a buon mercato, dalle statistiche della disoccupazione. Infine, per il resto del lavoratori – sarebbe a dire gli attivi di 30 anni e più – i Contratti a Durata Determinata rinnovati all’infinito e i Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crescente” sono destinati a diventare i contratti standard fino all’età della pensione. Solo gli impiegati giudicati efficaci, indispensabili al centro del mestiere dell’azienda, saranno assunti in maniera stabile e fidelizzata.

Come evidenziato dal piano “Garanzia Giovani”, il lavoro gratuito, alimentato “dall’economia della promessa” che rimette sempre a più tardi l’ottenimento di un lavoro remunerato è stabile, diventa la nuova frontiera della deregolamentazione del mercato del lavoro italiano. Le riforme di Matteo Renzi hanno consacrato lo statuto di precarietà, conferendogli una natura a volte strutturale e generalizzata. Lo sviluppo della precarietà figura giustamente tra le prime cause della stagnazione dell’economia dell’Italia, che serve a giustificare le misure miranti ad accrescere la precarietà del lavoro…

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