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Domenica letteraria-La luna dei ventuno

Domenica letteraria-La luna dei ventuno

Alla luce (della luna) dei miei ventun anni, mi ritrovo su un anonimo tratto di strada ad osservare le più disparate creature umane: madri, padri, figli, orfani (?), volti memorabili o fin troppo discreti. Tantissime le domande che si affaccendano, informi per lo più, che affido alle orecchie ipersensibili di quel lampione gigante, custode del cielo.

Si affanna la Luna
a rischiarare umani cieli e dubbi,
amanti che brillano nascosti,
madri insonni, padri affaccendati,
bambini ingenuamente addormentati.
Il filosofo che sulla riva siede
alla luna sola domanda
e l’intera vita aspetta
il suo spiraglio d’infinito.

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

I fatti di ieri di Londra destano sicuramente molta preoccupazione alla luce dell’ennesimo attacco subito dall’Europa, dopo i dolorosi strascichi di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino. Ed il tutto durante le commemorazioni dell’attentato in Belgio, avvenuto esattamente a distanza di un anno.

E’ pur vero che le notizie nel corso della serata si sono rivelate piuttosto frammentate, soprattutto in merito alla presunta identità del terrorista, che avrebbe agito da solo nei pressi di Westminster, cuore delle istituzioni inglesi. Ma se quella identità, riferita a Trevor Books alias Abu Izardeen fosse confermata, è chiaro che Scotland Yard e i sistemi di intelligence britannica rischierebbero di uscire dalla vicenda in maniera mesta e piuttosto singolare. Perché si sarebbe potuto evitare il disastro, dal momento che l’attentatore risultava noto agli inquirenti già a partire dal 2006, poiché coinvolto nel cosiddetto nocciolo duro resosi protagonista degli attacchi del 2005 alla metropolitana di Londra. La tesi è stata tuttavia poi smentita, lasciando così in campo le incertezze sull’identità dell’assalitore.

La dinamica e la tempistica dell’attentato lascerebbero pensare ad una ritorsione dello Stato Islamico contro la stretta antiterrorismo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, con una norma che vieta l’utilizzo di computer e tablet nelle cabine degli aerei provenienti da otto Paesi (Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar,Emirati Arabi e Marocco). Non è chiara la motivazione di questa nuova misura di sicurezza, ma alcuni ufficiali americani dell’antiterrorismo, rimasti anonimi, hanno riferito al New York Times che ci sarebbero informazioni di intelligence riguardo la possibilità di bombe nascoste nelle batterie dei computer portatili o in altri dispositivi elettronici. L’attentato di Londra avviene all’indomani del provvedimento con modalità tutt’altro che elaborate: un’auto investe dei pedoni e un poliziotto viene accoltellato. Ciò fa pensare ad una organizzazione frettolosa e semplice, pensata all’ultimo solo per dare un segnale di non gradimento al governo britannico.

Secondo il Site si tratterebbe infatti di un attacco tipico dei metodi di Daesh, in riferimento alle modalità adottate in Europa negli ultimi anni, ma che tuttavia continuerebbe a rivelare più le difficoltà del terrorismo islamico che una sua possibile espansione. Ed il copione di ieri ci ricorda come gli attacchi terroristici avvengano solitamente in relazione alle difficoltà sul campo riscontrate (meno) in Siria e (maggiormente) in Iraq.

L’autoproclamato Stato Islamico si insediava infatti a Mosul il 29 giugno 2014. Ma da allora la situazione è profondamente cambiata, dato che proprio a Mosul si starebbe consumando il lento declino degli uomini di Al-Baghdadi, probabilmente in fuga dopo il suo presunto ferimento in battaglia. E’ così che Isis, nato a Mosul, rischia di morire a Mosul, liberata per ormai oltre un terzo dall’esercito iracheno e dalle forze speciali della Golden Division.

Ma l’aumento delle difficoltà dello Stato Islamico non coincide e non coinciderà, come erroneamente da più parti si ritiene, con la definitiva conclusione del terrorismo islamico. L’unico aspetto positivo sarebbe costituito dalla necessità per i superstiti di Daesh di doversi nuovamente riorganizzare dopo l’eventuale fallimento. Un fallimento che non può inoltre essere confermato, poiché non ancora pervenuto e tutt’altro che definitivo.

Nella notte tra il 6 e il 7 marzo, le forze armate irachene hanno ripreso il controllo degli edifici governativi nella zona occidentale di Mosul, riconquistando anche il consolato della Turchia dove Daesh prese in ostaggio 49 persone. Altra vicenda cardine è il ‘taglio’ tra la città di Raqqa, altra nota roccaforte, e quella di Deir er Zor. Un colpo piuttosto duro, considerato che secondo fonti Reuters «tagliando la via tra le due città in pratica si certifica che l’accerchiamento della capitale di Daesh è completo». E cosa dire del 23 febbraio, quando il generale Abbas al Juburi ha confermato «la piena liberazione dell’aeroporto» di Mosul.

C’è poi un problema foreign fighters, i combattenti stranieri che tanto avevano sostenuto l’avanzata nei territori oggetto di conquista Isis. Ciò che aveva dunque rappresentato un punto di forza (oltre che necessario, considerata la imprescindibilità di una presenza numerica ormai limitata) si sta rivelando come un dramma in casa Daesh, poiché lo scollamento tra i foreign e i combattenti locali richiama di fatto il fallimento dei terroristi a Ovest di Mosul.

Ma la crisi del Califfato è anche (e soprattutto) finanziaria. Combattere una guerra presuppone una forte disponibilità economica, che al momento starebbe venendo meno. Isis ha provato a debellare tale problema con il taglio dei salari nei confronti dei funzionari pubblici o con il dimezzamento degli stipendi dei miliziani. Ma ciò non sembra bastare, poiché meno territori si controlla minori saranno le entrate in questione.

I dati sono inequivocabili: secondo “Il Sole 24 Ore” Isis avrebbe perso rispetto al 2014 il 30% del territorio siriano e il 62% di quello iracheno, anche se si precisa come possa essere effettivamente difficile rivelare con precisione le difficoltà economiche del sedicente Stato Islamico, quanto meno sotto l’aspetto quantitativo. Ma è certo come la perdita dei territori abbia apportato un duro colpo a quelle casse che si accingono a divenire sempre più vuote, comportando una forte riduzione delle spese militari e di reclutamento dei combattenti.

Vi è dunque correlazione tra l’attentato di Londra (e più in generale quelli ‘europei’) e le difficoltà di Daesh sul terreno di battaglia? L’impressione è che oggi più che mai tale correlazione paia difficile, come del resto risulta addirittura improbabile ritenere il sedicente Stato Islamico in grado di mettere in pratica attacchi sotto la propria organizzazione direttamente in Europa, date le modalità già giornalisticamente ribattezzate “fai da te”. Ciò è quanto emerso dal fenomeno terroristico nel nostro continente. Questo non vuol dire tuttavia abbassare la guardia, e nemmeno ignorare le possibili responsabilità del sistema di sicurezza britannico, che nulla avrebbero invece a che vedere con le difficoltà belliche di Daesh in Siria ed Iraq.

Di Cosimo Cataleta e Samy Dawud

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

È appena arrivato il circo a Brookfield, New york. È l’estate del 1941. Sotto i tendoni ci sono funamboli, clown, giocolieri e c’è anche lui: John “Bull” Walker, che a vederlo ti mette paura. È l’uomo forzuto che con un pugno ti atterra. All’improvviso un annuncio: il domatore di leoni ha la testa tra le fauci del felino. Quando l’animale molla la presa, lui giace incosciente per terra. Serve un dottore e arriva John Bull Walker a salvarlo con la respirazione bocca a bocca. Nessuno lo sa, ma l’uomo forzuto è uno studente di medicina al terzo anno e il suo vero nome è John Bonica.

È nato nel 1917 a Filicudi, nelle isole Eolie. Il padre è il vicesindaco del paese, la madre ostetrica e infermiera. Assieme alla madre assiste per la prima volta all’intervento di un ascesso al seno; ha soli 8 anni e sviene alla vista dell’incisione, ma l’evento resterà indelebile nella sua memoria.
La vita scorre tranquilla in quella terra della macchia mediterranea, tra ginepri e capperi e l’odore del mare tutto intorno. Forse anche troppo tranquilla, quando sai che dall’altra parte del mondo c’è l’America che sa di successo e fortuna. Così nel 1925 Antonino Bonica, padre di John, lascia Filicudi e parte per dare ai suoi figli un futuro più stabile. Tre anni dopo la famiglia lo raggiunge a Brooklyn.

Nonostante la crisi del 1929 e l’impossibilità di traferire il capitale in America a causa delle restrizioni sulla valuta, Antonio Bonica riesce a mantenere la sua famiglia lavorando come bracciante e successivamente come supervisore in un’agenzia telefonica. Inaspettatamente però, nel 1932, il padre di John muore all’età di 55 anni, lasciando la famiglia con i soli risparmi accumulati in 4 anni.
E’ un periodo di grandi difficoltà economiche e John Bonica inizia a perdere la speranza di realizzare il suo sogno: diventare un medico. Tuttavia, grazie ai sacrifici della madre e alla sua tenacia, riesce a proseguire  gli studi. Tra il ’32 e il ’36 contribuisce alle spese della famiglia lavorando come venditore di giornali la sera e lustrascarpe e commesso in una drogheria nei fine settimana. In questi anni si appassiona anche al wrestling amatoriale e durante uno dei suoi incontri conosce Emma, una ragazza di origini veneziane che presto diventerà sua moglie.

Nel 1936 vince il campionato interscolastico e intercollegiale di wrestling e viene notato da uno dei maggiori esponenti del settore che lo spinge a diventare un wrestler professionista. Lotta nei maggiori centri degli Stati Uniti. Nel ’38 vince il titolo americano di campione nazionale e l’anno successivo quello canadese. Nel ’41 è il campione del mondo dei pesi mediomassimi. D’estate gira con il circo per pagare la retta universitaria. E’ l’uomo forzuto. E’ John “Bull” Walker. Usa uno pseudonimo perché nessuno deve sapere che dietro quei muscoli e l’aspetto da duro, c’è John Bonica,studente di medicina. Neanche i suoi colleghi in ospedale conoscono il suo segreto. Per due volte si presenta in sala operatoria con un occhio così malridotto da non riuscire a vedere, le orecchie storpiate dai combattimenti sembravano due cavolfiori.
In questi anni John vive due vite parallele. E’ un lottatore e uno studente di medicina, infligge dolore e lo cura. E’ John Bull Walker e John Bonica.

Nel 1942 si laurea in medicina e sposa Emma, inizia il tirocinio al Saint Vincent Hospital e proprio qui accade un evento che colpisce profondamente Bonica.
Alla moglie, durante le doglie per la nascita della sua prima figlia,viene somministrato un cattivo anestetico da un medico interno inesperto che ha un effetto quasi fatale per l’ipossia indotta dall’aspirazione del contenuto gastrico. Bonica, che assiste al parto, spinge via il medico, libera le vie aeree della moglie e salva lei e la sua bambina.
Decide così di dedicare la sua vita all’anestesiologia e al trattamento del dolore.

Nei suoi anni tra le corsie degli ospedali, Bonica comincia a notare casi che contraddicevano quello che aveva imparato. Il dolore doveva essere un campanello d’allarme, un segnale che indicava qualcosa che non va. Eppure c’erano casi di persone che,dopo l’amputazione di una gamba, continuavano a sentire dolore proprio nella gamba inesistente, o che lo avvertivano anche in assenza di ferite.
Bonica vuole saperne di più. Incontra altri medici, legge libri, si documenta, ma scopre paradossalmente che il dolore , soprattutto quello cronico, è uno degli argomenti meno affrontati dalla medicina.
E allora scrive lui le pagine mancanti. Scrive “Il trattamento del dolore”,a carattere enciclopedico, che sarebbe diventato la bibbia dell’ anestesiologia. Propone nuove strategie, nuovi trattamenti basati sull’impiego di iniezioni neurobloccanti. Crea una nuova istituzione, “la Clinica del dolore”, consapevole della necessità di un approccio multidisciplinare sulla gestione dello stesso. Contribuisce allo sviluppo dell’epidurale per le partorienti. Nessuno prima di lui aveva mai dato così importanza ad uno degli aspetti più frustranti della malattia.

Bonica vide il dolore da vicino. Lo sentì. Lo visse. Per questo non potè ignorarlo negli altri. Gli anni da wrestler professionista gli procurarono serie lesioni a livello dei muscoli scheletrici. Intorno ai 55 anni soffriva di una grave osteoartrite e fu costretto a sottoporsi a più di 18 operazioni nel corso della sua vita. Camminava con le stampelle e a malapena riusciva ad alzare il braccio e a ruotare la testa. Conosceva il dolore e dedicò la sua intera vita a combatterlo, perché come disse lui stesso, il dolore è l’esperienza umana più complessa e riguarda la vita passata, quella presente, le relazioni, la famiglia. Bonica ha ridefinito lo scopo della medicina: l’obiettivo non è solo curare il paziente, ma anche alleviare le sue sofferenze. Oggi John Bull Walker, l’uomo forzuto che a vederlo ti metteva paura, il wrester professionista che con un pugno ti atterrava, è considerato il padre della  moderna terapia del dolore.

Perché il risultato delle elezioni in Olanda è una prima vittoria per l’Unione Europea

Perché il risultato delle elezioni in Olanda è una prima vittoria per l’Unione Europea

Nel Paese delle biciclette, dei tulipani e della marijuana legale, si arresta la minaccia della destra islamofoba dell’olandese Geert Wilders grazie alla vittoria dei liberali di Mark Rutte che si riconfermano come il primo partito nel Paese, in calo rispetto all’elezione del 2012.

Queste ultime elezioni legislative in Olanda sono state senz’altro le più seguite e combattute della sua storia recente. Negli anni passati le elezioni non hanno mai suscitato così tanto interesse nel resto dei Paesi europei tanto quanto quelle di quest’anno. Tra i motivi potrebbe esserci l’hot topic delle minacce populiste e xenofobe che scuotono l’assetto tradizionale delle democrazie occidentali nell’UE oppure per lo scontro diplomatico con la Turchia di Erdoğan in questi ultimi giorni.

Ma quanto sono importanti i Paesi Bassi? Molto,  se consideriamo il fatto che sono uno dei membri fondatori dell’Unione Europea ed è uno dei più stabili e prosperi paesi dell’eurozona. All’interno dell’area euro godono di una posizione privilegiata,  visto che l’attuale ministro delle finanze Jeroen Dijsselbloem presiede l’eurogruppo e attualmente è decisiva la sua posizione sulla questione greca. I Paesi Bassi furono gli unici,  assieme ai tedeschi, ad avversare apertamente il quantitative easing della Banca Centrale Europea che ha aiutato i Paesi più fortemente indebitati. Inoltre c’è il compromesso tra Italia e Olanda che all’Onu si dividerà il seggio come membro non permanente in Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018.

Dopo la Brexit e l’elezione presidenziale di Trump, le elezioni in Olanda elezioni sono state, anche per l’Unione Europea, importanti visto che può considerarle come il primo test per misurare e confrontare la propria popolarità con le varie avanzate dei populismi tra i cittadini europei in vista dei successivi appuntamenti del calendario elettorale europeo: le elezioni del nuovo cancelliere tedesco e il pericolo della Le Pen presidente in Francia; ma soprattutto per capire cosa diventerà l’Europa dei prossimi anni.

La percezione che queste elezioni siano state il primo scoglio europeo lo si può notare dalle prime dichiarazioni del vincitore Mark Rutte che ha detto “L’Olanda ha detto no al populismo” – aggiungendo poi – “Grazie per questa vittoria che avete dato all’Olanda, ma anche all’Europa adesso siamo impegnati per mantenere il paese stabile, sicuro e caratterizzato dal benessere”.

Geert Wilders leader del PVV immagine da VOA News

Geert Wilders leader del PVV immagine da VOA News

Quella di ieri però è stata una sfida abbastanza semplice sia perché la libertà di scegliere nel paese non è strangolata dalla crisi e “la testa ha prevalso sulla pancia”, infatti il paese dei tulipani è un’economia da tripla A con appena il 5,4% della disoccupazione, ma soprattutto perché anche se il partito del Trump olandese Geert Wilders fosse stata la prima forza politica in Olanda, difficilmente avrebbe potuto governare autonomamente il paese senza una coalizione, poiché tutti i maggiori partiti hanno escluso di potersi alleare con lui.

L’esito di queste elezioni rappresentano comunque un risultato importante per Wilders? “Non vi siete liberati di me” ha commentato il leader trumpista , e non ha tutti i torti se pensiamo all’orientamento politico dell’opposizione olandese che, con i 20 seggi ottenuti dal suo partito (PVV), Wilders sposterebbe in senso nazionalista, identitario, anti europeo e anti immigrati. Si potrebbe parlare di un wilderismo radicalizzato(?) anche se poi la minaccia reale di una “Nexit”, il referendum sull’uscita dei Paesi Bassi dall’UE, sembrerebbe scongiurata almeno per ora.

 

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista. A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967.  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969.

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

La La Land, la recensione

La La Land, la recensione

Forse con un po’ di ritardo, mi sono sentito in dovere di esprimere la mia sul film del momento:La La Land”. Esaltato per la sua atmosfera magica e la sua musica spensierata, deriso per la clamorosa gaffe durante la notte degli Oscar, “La La Land” è, piaccia o no, un film che ha fatto e fa parlare di sé.

La storia d’amore tra Sebastian (Ryan Gosling), appassionato pianista jazz col sogno di aprire un locale, e Mia (Emma Stone, aggiudicatasi la statuetta come miglior attrice protagonista), aspirante attrice e barista negli studi della Warner Bros. per necessità, nasce nella pittoresca Los Angeles.

Inverno. La scena iniziale della pellicola è uno stupendo piano sequenza (tecnica molto usata per tutta la durata del film) in pieno stile musical, in cui avviene il primo incontro/scontro tra i due protagonisti: questo tracking shot culminato in un campo lunghissimo ci immerge totalmente in quel paese dei balocchi per sognatori che è L.A., attraverso l’allegria trasmessaci dagli acrobatici movimenti della macchina da presa.

A contatto col mondo del cinema ogni giorno, Mia ne ammira ogni dettaglio, attrici snob comprese, col sogno di essere un giorno al loro posto. Ma al momento non è che una ragazza disposta a fare ore di fila per poi essere bistratta ad ogni casting, con la speranza che il prossimo andrà meglio. Uscita con le amiche per distrarsi, al ritorno viene ammaliata da un incantevole suono di pianoforte, che la conduce in un locale: il pianista è Sebastian, che non rispettando la scaletta, si diletta col free jazz. Colpo di testa non apprezzato dal suo capo, che lo licenzia sotto gli occhi di Mia, il cui tentativo di complimentarsi con lui viene ignorato.

Primavera. I due si rincontrano ad una festa, e questa volta l’aria è meno tesa. Escono insieme e improvvisano un ballo sulle note di “A lovely night” sul Cathy’s Corner. Sebastian e Mia si danno poi appuntamento al cinema per vedere Gioventù bruciata, ma dimentica di avere già un impegno col suo fidanzato, che dribblerà scappando: è l’inizio della loro storia d’amore.

Estate. Quando Keith (John Legend) propone a Sebastian di suonare per la sua band pop/jazz, qualcosa sembra cambiare tra di loro, o meglio Mia vede qualcosa cambiare in Sebastian, ora preso dal tour con la band, impegnato nel suonare una musica che non gli appartiene.

Autunno. Convinta da Sebastian, Mia decide di dedicarsi anima e corpo alla scrittura di un proprio monologo teatrale, ma alla sua prima, visionata peraltro da pochissime persone, Sebastian non riesce ad arrivare in tempo: è la fine della loro storia d’amore. Mia decide di andare a casa dei suoi per schiarirsi le idee. Quando Sebastian riceve una chiamata da una direttrice di casting presente alla prima di Mia, che la invita a presentarsi l’indomani ad un provino, scappa da lei per spronarla a provarci. Lei segue il suo consiglio, ma malgrado i due si giurino amore eterno, il loro futuro appare incerto e destinato a separarli per sempre.

Inverno di cinque anni dopo. Mia ce l’ha fatta: ora è lei l’attrice di successo che ordina un caffè nel bar nel quale rivestiva il ruolo di semplice barista. È ricca, sposata, ha una figlia e una babysitter. Una sera decide di uscire con suo marito a cena, e attirati dalla musica, i due entrano in un locale:il Seb’s. Il nome del locale le ricorda che fu proprio lei a suggerirlo a Sebastian, se un giorno egli avesse realizzato il sogno di aprirne uno. Accortosi di lei, Sebastian decide di eseguire la stessa canzone che Mia sentì quando venne licenziato, e ciò ci porta a fantasticare insieme agli ex fidanzati su ciò che sarebbero potuti essere se non fosse stato per gli errori di lui, o forse di lei, o se non fosse stato per Los Angeles, che come Saturno che divora i suoi figli nel celebre dipinto di Goya, li ha creati e poi distrutti.

“La La Land”, film pluripremiato del 2016 scritto e diretto dal giovane Damien Chazelle (miglior regista agli Oscar 2017), è un continuo omaggio del cinema anni ’50: dai costumi al sistema di ripresa Cinemascope, passando per le musiche e i continui riferimenti a capolavori assoluti di quegli anni. Grande attenzione viene riposta nei dettagli.
“La La Land” mi ha ricordato molti dei motivi per cui amo la settima arte.

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