Seleziona una pagina
Welcome to the Hotel California: l’epica americana degli Eagles

Welcome to the Hotel California: l’epica americana degli Eagles

(In foto, da sinistra: Joe Walsh, Glenn Frey girato verso destra,Randy Meisner, Don Henley)

C’è un preciso momento in cui gli Eagles diventano davvero gli Eagles.

Nonostante ogni membro della band in periodi diversi abbia dato il massimo che ha potuto dare al processo creativo, è quando Bernie Leadon, uno dei membri fondatori della band con Glenn Frey e Don Henley, lascia il posto a Joe Walsh che si forma una specie di chimica indefinibile dove ogni tassello magicamente va al suo posto.

(Joe Walsh, 1977. Estratto da Youtube.)

Walsh non entra subito nella band. Durante un tour di supporto ai Rolling Stones, gli Eagles e Joe Walsh vengono scelti per aprire i concerti dei ragazzacci inglesi e brevettano un numero che ricorda più quello di un prestigiatore. Glenn Frey racconta che alla fine dell’apertura, mettevano Joe Walsh in una cassa che veniva portata sul palco e da cui una volta aperta, come la Venere nella conchiglia, usciva questo chitarrista smilzo e biondo, che con la sua Les Paul attaccava con gli Eagles “Rocky Mountain Way”.

 

Dopo “One of These nights”, che al suo interno mostrava una band ormai matura, che sfornava hit a ripetizione (la stessa title track, Lying Eyes, Take it to the limit), senza Bernie Leadon gli Eagles perdono qualcosa dal punto di vista delle armonie vocali (ascoltate Peaceful Easy Feeling per capire di cosa sto parlando) ma ne guadagnano dal punto di vista inventivo, essendo Walsh un personaggio molto estroverso. A sentire parecchio la pressione sono Don Henley e Glenn Frey, che sono i fondamentali autori della band, il vero e proprio nucleo creativo e infatti l’inizio non è così semplice.

Con l’arrivo di Joe Walsh, Don Felders, che è il primo chitarrista, voleva scrivere una canzone che si adattasse ad essere suonata da due chitarre soliste, per cui si rintana nella sua casa a Malibu, registrando su dei nastri alcune idee per delle canzoni che poi consegna alla band, che tradotto significa darle a Frey e Henley per vedere se riescono a tirarci fuori qualche brano. Frey ha dichiarato che il “90% delle cose che aveva ascoltato sulla cassetta erano dei fraseggi di chitarra su cui non si poteva cantare” ma tra le altre cose c’era una progressione che turba Glenn e Frey e su cui decidono di iniziare a scrivere un testo, anche se l’idea del titolo viene da Don Henley.

Il titolo di quel testo era “Hotel California”.

Hotel California è un capolavoro assoluto ed è la canzone che permette all’album di nascere nella sua interezza. Il testo è molto criptico, in quanto sia Don Henley che Glenn Frey erano fanatici dei messaggi nascosti e le parole si prestano a molteplici significati. Alla domanda, Henley ha risposto che la sua personale visione è che Hotel California evochi “un viaggio che attraversa un cammino che parte con l’innocenza fino ad arrivare all’esperienza”, quasi citando William Blake. La descrizione dell’edonismo sfrenato, che può trasformarsi in Paradiso o Inferno, è sicuramente autobiografica: gli Eagles erano grandi consumatori di sostanze e parlano di cose che conoscono, una Los Angeles piena di bottiglie di vino d’annata, del caldo odore delle colitas (lo slang messicano usa questa parola per riferirsi alle gemme della pianta di marijuana) e di donne dai dubbi valori. C’è un verso dove Henley canta: “So I called the captain, please bring me my wine/ he said we haven’t had that spirit here since 1969”, e la parola “spirit”, che di solito viene associata agli alcolici, è errata in lingua inglese se riferita al vino e questo ci porta a riflettere più ampiamente sulla metafora.

Non avere lo spirito del ’69 (è l’anno di Woodstock, l’ultimo grande evento con dei risvolti sociali prima che il business musicale cominciasse a pensare totalmente al guadagno) è quindi una vera e propria riflessione sociale, una specie di rimpianto per ciò che la musica stava diventando, non è la citazione dell’annata di un vino qualsiasi.

La canzone si conclude con uno degli assoli più belli mai incisi su album, le chitarre dialogano per tutta la canzone e in seguito ci sono due assoli, uno di Felder e uno di Walsh, che in seguito si uniscono nel finale. La relazione tra i due chitarristi era una delle più positive all’interno del gruppo perchè pur nutrendo reciproca stima, erano soliti imbeccarsi, preda di una forte competitività, per vedere chi dominava e chi fosse il più dotato tecnicamente. E’ da qui che nasce quindi la commistione delle due chitarre degli Eagles fino all’assolo che il loro ingegnere del suono, Bill Szymczyk considera l’apice della sua carriera in studio.

(Don Felder e Joe Walsh durante l’assolo di Hotel California)

Hotel California diventa quindi un vero e proprio manifesto. E’ la canzone che detta il concetto racchiuso all’interno dell’album, va vista come un vero e proprio commento che viene dall’interno dell’industria musicale e della cultura americana e su questi aspetti crea una riflessione, cercando di comprendere come l’America creatrice di miti in realtà sia fallace.

In definitiva il problema è che se si parla di sogno americano, c’era e c’è ancora oggi un confine sottile tra sogno americano e incubo americano.

La celebrità viene esplorata, attraverso la metafora del legame amoroso (presente tra un uomo e una donna come tra l’artista e il suo pubblico) in “New Kid in Town”, dove la facilità con cui,dopo un legame amoroso, si frequenta qualcun altro viene comparata al pubblico che segue sempre gli artisti nuovi sulla scena, disinteressandosene completamente dopo il primo album, spesso perchè molte band non hanno molto da dire. La verità è che spesso le band sono facilmente rimpiazzabili da qualcun altro e infatti la canzone si pone contro questa logica ad uso e consumo, è difficile accettarlo per il protagonista.

Quanto gli Eagles erano dentro ciò che scrivevano? Life in the fast lane ne è una piena dimostrazione.

La canzone nasce in studio quando gli altri sentono Joe Walsh mentre fa un esercizio di coordinazione alla chitarra: gli chiedono di risuonarlo, capendo che su quel motivo suonato da Walsh va costruita la canzone. Il titolo e il testo nascono da quello che succede una sera a Glenn Frey: il chitarrista era su una Corvette con uno spacciatore, la macchina era parecchio carica di cose non proprio legalissime. I due stavano andando a giocare a poker, quando il membro degli Eagles guardò il tachimetro e lo vide segnare 140 km/h. Glenn sbianca e si rivolge al tipo spaventato: “Che fai, amico?”. La risposta è perentoria: “Vivo nella corsia di sorpasso”. Life in the fast lane. Difficilmente un ritornello è stato più rappresentativo e diretto.

 

Hotel California rappresenta un capolavoro ma è palese e probabilmente è parte del suo fascino il fatto che mostri un lato oscuro che corrisponde poi al lato oscuro di chi l’ha scritto. Irving Azoff, il manager degli Eagles ha detto che la band ha iniziato a sciogliersi proprio mentre lavorava a quest’album perchè a fianco delle tensioni creative, sane e necessarie per mantenere luminoso il fuoco artistico, si sono affiancate tensioni personali tra i vari membri, soprattutto tra Felder e il nucleo composto da Frey ed Henley. Il risentimento nasce da un episodio legato a una traccia di questo album, “Victim of Love”. Felder, che ne aveva scritto la traccia musicale, voleva anche cantarla, e lo fece sebbene la canzone non raggiungesse gli standard della band per quanto riguarda la parte cantata. Azoff fu perciò incaricato di farlo uscire, portarlo in giro per la città tra pranzi e cene mentre gli altri membri della band la registravano in studio con la parte vocale cantata da Henley. A posteriori Felder ammise di essersi sentito molto ferito a causa di questo comportamento, quasi una testimonianza di poco apprezzamento del suo lavoro all’interno della band.

Le tensioni sottostanti sarebbero presto diventate insanabili nell’ultimo album degli Eagles, “The Long Run”, fino addirittura ad uno scontro a parole sul palco tra Frey e Felder mentre la band suonava in un live a Long Beach nell’80 che ha significato la rottura totale della band, fino al ’94, quando si sono appianati gli scontri e tutti i membri si sono riuniti.

Le relazioni tra i membri non hanno però fermato il successo di un album che continua ad affascinare chiunque lo ascolti, che vede probabilmente ogni membro degli Eagles al massimo, con Glenn Frey e Don Henley all’apice del loro talento come autori e di tutto il resto della band come interpreti e musicisti.

 

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

Tra le letture della stampa di stamane, un cenno lo merita sicuramente l’intervento su “Repubblica” del noto giurista Stefano Rodotà, “La democrazia senza morale”. La riflessione mi pare incentrata su due filoni cardine: il richiamo all’art.54 della Costituzione e lo scritto politico di Italo Calvino  “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, datato 1980 e presente sempre nel quotidiano attualmente diretto da Mario Calabresi.

L’art. 54 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

Dalla trattazione “rodotiana” emerge la chiara pertinenza di un disposto di una così elevata importanza alla luce dei recenti avvenimenti interni, sul tema della corruzione e conseguentemente delle problematiche strutturali del nostro Paese. Rodotà non esita a richiamare l’attualità di Calvino, in un clima «ben peggiore degli anni Ottanta». Vi è un passo che a mio avviso colpisce molto, mettendo a nudo il malcostume italiano e il “così fan tutti“, e sottolineando la diversità (ed anomalia) del sistema politico italiano rispetto ad altri noti casi internazionali e sistemi politici:

«Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina per la tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento di spese elettorali: il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro Agnew  che si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di conclamata evasione fiscale)».

Per le altre considerazioni rimando alla lettura integrale dell’intervento. Qui è invece sufficiente sintetizzare il punto attraverso il passo citato: ovvero l’emersione del  disprezzo della Cosa Pubblica, a vantaggio di spinte individualistiche e di profitto personale, per sé e per la propria “famiglia”, figlie di un fallimentare atteggiamento che tocca praticamente l’intera storia italiana del dopoguerra, dalle responsabilità della cosiddetta democrazia bloccata, sino al fallimento dell’apparente benessere craxiano e all’avvento del berlusconismo. Una storia travagliata, che pure avrebbe potuto muovere da quei fallimenti per contrastare le ceneri e le oscurità di un Paese anomalo e sprovvisto di qualsivoglia forma morale o etica. E si torna così allo scritto calviniano, il cui incipit suona prepotentemente attuale:«C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.  … Così, tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto».

Considerazioni straordinariamente attuali, che delineano il quadro di una società ormai integrata e basata sull’erosione della collettività, perché essa non è priorità ma lo diventa nel momento in cui si avverte la necessità di ritrarre vantaggi, economici e non, nell’arco di una spiccata e considerevole sensazione di impunità. Calvino se ne mostra assolutamente consapevole, Rodotà altrettanto ma entrambi mi sembrano ritrovarsi in un punto comune: avvertono infatti una altrettanto collettiva mancanza di indignazione, nel tentativo di rovesciare la tendenza ed il senso di marcia. Come se tutto lo scenario attuale fosse divenuto ordinario, a scapito della minoranza onesta, rappresentata dalla controsocietà teorizzata da Calvino.

Ed infatti lo scrittore prosegue così: «Avrebbero potuto (i corrotti) dirsi unanimemente felici  gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti».

Calvino rivela l’eterna contrapposizione tra due modelli ed idee di società totalmente diversificati, i cui valori distintivi non possono che partire dal profitto, e di conseguenza, nell’anomalia italiana, sfociare in fenomeni di corruzione, criminalità organizzata ed evasione fiscale: gli eterni cavalli di battaglia della società corrotta contro i valori nobili ma purtroppo deboli della moralità e dell’etica. Né può essere altrimenti, dinanzi a cotanta spietatezza e spregiudicatezza nell’imporre la propria forza sul più debole.

Esiste ancora la “controsocietà degli onesti” teorizzata da Calvino? Questa è l’amara constatazione di fondo, che avverte l’inconsistenza del sentirsi diversi ma al tempo stesso impotenti. Tuttavia, questa controsocietà  rappresenta  «qualcosa che non è stato ancora detto e non sappiamo ancora cos’è». Oggi continuiamo a conoscere senza agire, senza essere in grado di remare verso le acque del cambiamento, quasi annullando quel quesito calviniano di (eterna) sconosciuta risposta. Prima o poi, l’impressione è che non basterà solo scegliere da che parte stare, ma occorrerà porsi in grado di conoscere quali risposte fornire. Perché appare arduo continuare ad attendere la vera normalità attraverso la delegazione o il “ci pensa qualcun altro”, in un contesto nel quale la politica nasconde le proprie nefandezze dentro se stessa e il potere giudiziario resta immerso in una battaglia complicata, ritenuta tristemente e beffardamente eroica, così come accaduto in Tangentopoli e nell’era del berlusconismo.

Non resta che ammettere come la politica abbia ormai deciso di nascondere se stessa agli occhi dell’opinione pubblica, oscurando ogni considerazione del “bene comune”. Dimenticandosi della controsocietà  altrettanto nascosta ed invisibile, che ricorda quasi l’inesistente Cavaliere Agilulfo ne “Il cavaliere inesistente”, tanto per tornare a Calvino. Agilulfo mostra infatti le difficoltà dell’uomo contemporaneo nel comprendere la propria persona in primis ed il suo conseguente rapporto con il mondo. Pur essendo corporalmente invisibile, egli non è tuttavia privo di autocoscienza, suscitando ciò, un senso di tormento e smarrimento, generato appunto dalla necessità (ma incapacità) di dare risposte a se stesso. Ancor più interessante è la contrapposizione con il  personaggio Gurdulù: qui il corpo esplica la sua esistenza ma è contrariamente sprovvisto di quella autocoscienza posseduta invece da Agilulfo. Sembra paradossale ma pare ricordare l’eterna antitesi tra la controsocietà degli onesti e la “politica nascosta”. In maniera tutt’altro che invisibile e con la necessità di trovare una sintesi.

(8 aprile 2016)

 

Crisi nel Golfo: tra Fratelli Musulmani, Al Jazeera, Iran e l’antipatia per il Qatar

Crisi nel Golfo: tra Fratelli Musulmani, Al Jazeera, Iran e l’antipatia per il Qatar

Assistiamo in queste ore ad una delle più grandi crisi diplomatiche degli ultimi tempi, in una reagione già altamente in tensione, dove imperi miliardari vecchi e nuovi conducono giochi di forza per il controllo strategico dell’area. Quando si parla di Qatar non è di certo per correre in sua difesa.

consiglio di cooperazione del golfo

Paesi del consiglio di cooperazione del golfo

La piccola monarchia del Golfo, infatti, è vicina ad essere una monarchia assoluta più di quanto lo sia qualsiasi altro Stato oggi. Ricco di gas naturale e petrolio, il Qatar è uno degli Stati più ricchi al mondo, ed è governato dalla famiglia reale Al Thani dal 1825.  Tutti conoscono il Qatar e la sua capitale Doha per essere la sede della TV Al Jazeera, l’emittente più diffusa nel mondo arabo. Ma non solo, l’estrema ricchezza del Qatar, ha permesso alle famiglie milionarie del Paese di acquistare assets milionari in giro per il mondo, guadagnandosi una certa visibilità e una certa influenza strategica.
(altro…)

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Qualche pomeriggio fa, nel cortile dello studentato in cui vivo, seduta per terra con un amico, chiacchieravo di futuro, di depressione post-Erasmus, di crisi dei 25 anni, e, in preda all’ ‘”allegria”, a caso dico che sarebbe stato bello stare in quel momento ” in questi posti davanti al mare”, ignara che il mio amico sapesse. Lui  a tono mi risponde con i versi successivi della canzone, ovvero “per noi che non ci sappiamo raccontare, nei bar davanti al mare”. Da questo discorso alquanto sconclusionato è nata una conversazione su Fossati, parzialmente ignoto a chi scrive, sostanzialmente perché la verità è che, quando cresci con la triade di Francesco (con annesso Fabrizio), la tua mente si stagna sulle loro intere discografie e diventa difficile spaziare.

Quello stesso mio amico mi propone l’ascolto di Terra dove andare, seconda traccia dell’album La pianta del tè. Lo fa apposta, perché sa che quella canzone rappresenta la sintesi dei discorsi fatti qualche minuto prima. Un’incipit, con fisarmonica in sottofondo, accompagna il ragazzo protagonista della canzone che è perso, incastrato nei suoi 18 anni, mentre rifiuta l’età adulta, in questo battere e levare quasi reggae. A fare pressione il sindacato, i contratti e suo padre che sono solo metafore di un mondo, che come dice Guccini in Un giorno, ” là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola.” ché “non è senza un prezzo salato diventare grandi”.

(Piacevolmente sorpresa, faccio a due a due le scale, mi piazzo su Spotify e in un’oretta ascolto tutto l’album, pentendomi per aver ignorato così a lungo questo capolavoro.)

Alla terza traccia, più lenta, più malinconica, a tratti nostalgica, troviamo un altro (quasi)ragazzo:

Qui il ricordo non è uomo,
e il più delle volte nemmeno donna.
Qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna,
non per tracciare una rotta
che non si può dare una via,
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia. (da L’uomo coi capelli da ragazzo)

La gioventù ritorna, col paradosso dell’uomo di 40 anni che ha i capelli da ragazzo, in una canzone piena di rimpianti, di rabbia non contro qualcuno, ma contro il destino, contro lo scorrere del tempo, contro la solitudine, le scelte sbagliate. Un ritratto, questo, di estrema delicatezza che tocca l’anima dell’ascoltatore, calandolo in un’atmosfera da romanzo ottocentesco. Questo dialogo fra il medico e il ragazzo diventa apologo del tempo che passa, senza possibilità di intervento alcuno,lasciando solo, baluardo di una stagione passata, e forse migliore, “i capelli da ragazzo”.

La pianta del tè, è un album di ricerca, ma, paradossalmente, anche di rassegnazione. La prima traccia, omonimo titolo dell’album, usa la pianta del tè come metafora di sperimentalismo, di nuovo, esotico e lontano, che è ciò che Fossati ha cercato di produrre artisticamente, allontanandosi dal modo di fare musica utilizzato negli album pregressi:

Ma le metafore non si fermano a quella della pianta del tè, la volpe è la protagonista della quarta traccia: è una canzone inquieta all’inizio, quasi angosciante, è una canzone basata sui “forse”, sull’attesa di qualcuno che si vede all’orizzonte, sull’attesa di un ritorno, cani, volpi, amici o amore non si sa e Fossati si riserva bene dal dircelo.

Proprio a metà delle tracce si trova la seconda parte de’ La Pianta del tè, come se fosse un’opera in due movimenti, i ritmi sono chiaramente orientali, e, questa canzone segna una sorta di cesura e di preludio per la seconda parte dell’album.Non ci sono parole, ma solo quasi 4 minuti di arpeggi che ci sbalzano  direttamente dalle persone e dai luoghi delle prime 4 tracce ad altri universi. Infatti, dopo il ragazzo-Peter Pan, l’uomo quarantenne e la volpe, si sbarca in altri luoghi.

Questi posti davanti al mare, citata prima, fu cantata da una trinità, azzarderemmo, quasi sacra: De Gregori, De Andrè e Fossati appunto. L’incipit di Fossati si sofferma su ragazze provenienti da diversi posti in Italia, immaginarie le ragazze, come si immagina che nei posti da cui provengono ci sia il mare. Queste donne ce le si immagina belle, abbronzate e fiere ondeggiare dopo il lavoro verso le spiagge. A guardarle, questi tre uomini che dal mare provengono,e, che pur osservando i vari flirt estivi, non si sentono a loro agio, timidi, discreti, perché tra le altre cose ” non si sanno raccontare”. Il connubio di queste tre voci, roche e scure quasi allo stesso modo, sul ritmo spensierato della canzone hanno un’effetto così prorompente, che al bancone del bar ci piacerebbe ritrovarci a bere con loro, ci piacerebbe provarci a indurli a raccontarsi, facendoci dolcemente accarezzare dalla brezza, al tramonto.

Dopo l’estasi per la bellezza di questo trio meraviglioso ricomposto in questa perla rara, ci si sposta a Genova, quello stesso luogo che ci ha regalato talenti a iosa, che ci ha regalato la musica in versi, come se lì si fosse radicato l’ultimo germe di poesia. Le donne del ponte lance, sono le protagoniste della traccia successiva. Fossati, dalla parte dei marinai, le guarda, cantando un pezzo anche in francese (tanto che potrebbe sembrare una canzone di Brassens o Jacques Brel), racchiudendo in questi versi la bellezza e la fugacità del momento, perché questa canzone di marinai ha in sé la brevità degli arrivi e delle partenze di chi va per mare.

Il marchio di Fossati dell’album si riconosce in Chi guarda Genova, quasi che quest’ultima, Terra dove andare e Questi posti davanti al mare  potrebbero essere tre canzoni gemelle. Questa canzone è un altro inno al mare, che come si potrà notare, resta il lietmotiv di tutto l’album. Genova, poi, si ammonisce nel testo, si guarda solo dal mare. Un luogo aspro ma bello, vero, tutto “rocce e gerani”. Il porto, la Procura e gli avvocati con le loro segretarie (forse “con gli occhiali che come fanno a farsi sposare dagli avvocati” ) sono tutti parte di questo paesaggio, mentre Fossati descrive scorci di vita quotidiana, belle signore, amori non da aspettare, sé stesso e i suoi affaires: Fossati fa diventare Genova il retroscena e l’alter ego di chi “ha il cuore arido e un orecchio al traffico”.

La costruzione di un amore è forse la canzone più celebre dell’album e qui ritroviamo il Fossati poeta deluso ma realista di Di Tanto Amore, Carte da decifrare e Il bacio sulla bocca. L’ultima canzone è invece Caffè lontano:

Io cosa non ti direi,
e, mi viene da pensare che,
se chiudi gli occhi anche tu
nello stesso momento,
puoi prendermi la mano.

Il cantautore genovese ci lascia sospesi in quest’ultima canzone, quasi come il caffè si lascia sospeso, secondo una nostra usanza contemporanea. Lui, lontano da casa sua, lontano dalla donna che ama, solo davanti ad un caffè, fa pensare ad una canzone di un altro genovese, Paolo Conte, che  parlava di amori fugaci e distanti, in Architetture lontane. Fossati si racconta in un momento fisso ma lontano nel tempo, ed è  quasi come se si guardasse attraverso o meglio è come se si fosse sdoppiato e si stesse guardando dall’esterno.

Questo album, così delicato, è uno scrigno magico, un breve racconto moderno, con una trama difficilmente intelligibile ma sensata e bellissima e, se non vi è ancora capitato di farlo, non vi resta che  tuffarvi in questa pietra miliare di un’ età aurea della musica italiana, forse troppo lontana.

 

 

Foto: copertina del vinile La Pianta del tè

 

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

Pin It on Pinterest