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23 maggio 1992: la stagione delle bombe

23 maggio 1992: la stagione delle bombe

Mancano pochissimi minuti allo scoccar delle 18:00. È tardo pomeriggio di un 23 maggio, il 23 maggio del 1992. L’orologio segna precisamente le 17:58. Giovanni Falcone è il direttore degli affari penali del ministero di Grazie e Giustizia e insieme a sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e sotto scorta, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi. All’altezza dello svincolo per Capaci, cinque quintali di tritolo provocano un’esplosione da cui ne uscirà vivo solo Giuseppe Costanza, l’autista della Fiat Croma marrone che trasportava “l’obiettivo”. L’attentato, radiocomandato da Cosa Nostra e “celebrato” dai mafiosi del carcere dell’Ucciardone, diventa l’emblema di una forza malvagia che pare ora più che mai invincibile. L’episodio, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, si sarebbe verificato con l’intenzione di danneggiare il senatore Giulio Andreotti, in quanto proprio in quei giorni il parlamento era riunito per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo era considerato il più accreditato per la carica, ma l’accaduto orientò la scelta su Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio, due giorni dopo.

Antefatto:

Giovani Falcone dal 1979 era impegnato nella realizzazione di inchieste sulle famiglie mafiose siciliane. Durante l’inchiesta su Rosario Spatola, imprenditore edile che riciclava il denaro della mafia, si rese conto, attraverso dei trasferimenti di denaro e transazioni finanaziarie, di una connessione tra l’organizzazione criminale siciliana e la criminalità statunitense. In seguito a questa scoperta intraprese ua collaborazione molto fruttuosa con la polizia di New York e l’FBI e fondò insieme a Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e ad altri importanti nomi il “pool antimafia” del tribunale di Palermo. Mediante il lavoro del pool prende vita il più grande processo per mafia tenuto in Italia, il “Maxiprocesso”, grazie al quale nel 1987 vengono condannate oltre 360 persone.

Nel settembre-ottobre 1991, durante le riunioni della “Commissione regionale” di Cosa Nostra presiedute dal boss Salvatore Riina, si stabilì di rispondere agli arresti con azioni terroristiche rivendicati con la sigla “Falange Armata” e subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne la riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche personalità politiche:

  • Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana;
  • Sebastiano Purpura, assistente di Salvo Lima;
  • Calogero Mannino, ministro DC per gli interventi straordinari del Mezzogiorno;
  • Claudio Martelli, Ministro di grazia e giustizia del Partito Socialista;
  • Carlo Vizzini, Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, socialista;
  • Salvo Andò, Ministro della difesa, socialista.

 

In realtà la vicenda Falcone è stato un lucido esempio di come il rigore umano e professionale non sia stato seguito e tutelato dall’autorità statale. Anzi, tutto il contrario. In seguito al successo giudiziario del Maxiprocesso grazie all’azione del Pool Antimafia di Palermo, per Falcone si è aperta una fase dove si è scontrato più volte con la politica e gli organi statali.

(Falcone, Borsellino e Caponnetto, ai tempi del Pool Antimafia fondato da Rocco Chinnici, Archivio famiglia Borsellino)

La prima di una lunga serie di delusioni, la ebbe quando nel 1988, candidatosi al posto lasciato vacante da Antonino Caponnetto alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, il CSM gli preferì Antonino Meli,nonostante l’instancabile lavoro e gli innumerevoli meriti di servizio. Caponnetto aveva lasciato il posto su assicurazione del posto per Falcone, inoltre indicando in lui la persona più consona a prenderne la pesante eredità.

Falcone stesso ebbe a dichiarare all’indomani della nomina, amaro:“Mi avete crocefisso. Perché mi avete inchiodato come bersaglio. Ora possono eseguire senza problemi la sentenza di morte già decretata da tempo, perché hanno avuto la dimostrazione che non mi vogliono neanche i miei, cioè i magistrati”. In altre parole, il fatto che Falcone apparisse distaccato totalmente, rese palese la sua solitudine, dando vita a un clima di incomprensione e rivalità. Non fu l’ultima carica che venne soffiata a Falcone, che un mese dopo si vide rifiutare la nomina all’Alto commissariato per la lotta alla mafia. Al suo posto venne eletto Sica, nonostante le indagini da lui seguite sul caso Orlandi di fatto non avevano confermato nessuno degli scenari emersi dalle indagini.

Uno degli episodi più infausti fu però quello del fallito attentato dell’Addaura su cui tuttora le indagini sono aperte: la mattina del 21 giugno 1989, vengono ritrovati 58 cartucce di esplosivo nella zona antistante la villa che Falcone aveva affittato per un breve periodo di vacanza. Il giudice era in attesa di alcuni colleghi per esaminare la documentazione relativa all’inchiesta “Pizza Connection”, che aveva curato con la collaborazione dell’FBI e di Rudolph Giuliani. Negli ambienti della DC e del PCI a Palermo, venne fatta circolare la voce che Falcone avesse addirittura montato l’avvenimento per un caso  mediatico e ricavarne pubblicità, accuse infamanti che piovvero su di lui quasi a volerne minare il valore professionale e umano.

L’isolamento costante da parte dello Stato rese Falcone un “dead man walking” ed è giusto parlare di connivenza e di responsabilità non solo mafiose ma anche istituzionali. Tutto questo concorse a quella nube di fumo nero denso che si levò allo svincolo per Capaci, nera come le condizioni di uno Stato che trovò grazie al sacrificio di Falcone e di Borsellino in seguito, la forza di combattere il fenomeno mafioso.

Tenendo viva la memoria di Giovanni Falcone dovremmo cercare di non pensare a lui come ad un martire, ma innanzitutto come ad un fulgido esempio di etica morale e straordinario talento professionale messo al servizio della vita pubblica.

Di Roberto Del Latte e Walter Somma

Thoughts from a militant mind. «Rage Against The Machine», 25 anni dopo

Thoughts from a militant mind. «Rage Against The Machine», 25 anni dopo

L’11 Giugno 1963, un gruppo di monaci buddhisti attraversò le strade di Saigon (capitale dell’allora Vietnam del Sud), diretto verso l’ambasciata cambogiana. Giunti a destinazione, i religiosi si disposero circolarmente per assistere al traumatico spettacolo passato alla storia come “Immolazione di Thich Quàng Duc”:  dopo essere stato cosparso di benzina, Lâm Văn Tức (questo il nome da laico dell’immolato) si diede fuoco e si lasciò, imperterrito, divorare dalle fiamme, circondato dagli sbigottiti confratelli. L’episodio ebbe risonanza mondiale grazie alla ad una celeberrima foto scattata dal fotografo statunitense Malcolm Browne, e giocò un ruolo determinante nella caduta dell’autoritario regime di Ngo Dinh Diem, a causa delle pressioni dell’alleato statunitense (che di lì a poco avrebbe intrapreso il tristemente noto intervento militare nella guerra che vedeva contrapposto il Paese al Vietnam del Nord, comunista) generate dal discredito internazionale seguìto all’immolazione. Thich aveva, infatti, aperto una serie di roghi volontari e di violente proteste della maggioranza buddhista della popolazione sudvietnamita, duramente colpita dalle politiche governative che miravano ad imporre la religione cattolica.

Circa trent’anni dopo, lo scatto di Malcolm Browne divenne la copertina di un disco destinato ad entrare nella storia della musica leggera e ad influenzare un’intera generazione di musicisti, dotato della stessa carica contestatrice del tragico  gesto del monaco vietnamita e in grado di dare vita all’ultima, grande band del panorama del rock mondiale: “Rage Against The Machine”, pubblicato nel 1992 dalla band omonima.

SUCCESSO

Il gruppo nacque in California nel 1991, dall’incontro delle brillanti menti del chitarrista Tom Morello e del cantante Zack De La Rocha. La formazione sarebbe stata a breve completata con l’ingresso del batterista Brad Wilk e del bassista Tim Commerford, legati da precedenti rapporti (musicali e personali), rispettivamente, a Morello e De La Rocha. La line-up, ormai completa, iniziò a scrivere un gran numero di pezzi, attirando in breve tempo l’attenzione di numerose case discografiche statunitensi: la scelta ricadde sulla Epic Records (acquisita nel 1987 dalla Sony, il che porterà, per le ragioni che verranno a breve esposte, a numerose critiche nei riguardi del gruppo), che nel 1992 pubblicò l’album d’esordio del gruppo (appunto, “Rage Against the Machine”).

Il disco, che grazie all’appoggio della Epic raggiunse presto un successo planetario, si compone di 10 tracce di media durata (dai 4:05 minuti di Bombtrack ai 6:07 di Wake Up), ciascuna delle quali destinata ad entrare nella storia della musica leggera: i Rage Against The Machine (nel prosieguo: RATM), infatti, rivoluzionarono totalmente l’ormai declinante panorama del metal statunitense, che dopo l’età aurea degli anni ’80 stava venendo forzatamente estromesso dal panorama mediatico mainstream, infondendovi nuova linfa vitale grazie all’innesto, su strutture compositive, ritmiche ed armoniche proprie soprattutto della sua prima fase, di poderosi influssi provenienti dai generi più disparati.

In primis, per quanto riguarda la voce: De La Rocha, figlio di immigrati messicani socialmente emarginati, aveva nel decennio precedente esplorato le potenzialità dei generi maggiormente politicizzati della scena musicale americana per esprimere il proprio disagio, e dopo una “gavetta” nella scena hardcore punk aveva sviluppato una forte passione per l’hip hop che, in quel periodo, vedeva i propri canoni stilistici assumere la propria forma più compiuta ed elaborata. Al suo ingresso nei RATM portò dunque un dote un cantato ascrivibile appunto alla tradizione hip hop statunitense (allora in via di consolidamento) dotato di una vena di aggressività e di occasionali escursioni in vere e proprie urla che tradivano la sua formazione più propriamente punk, che meglio di qualunque altro potesse esprimere il radicale messaggio portato avanti nei veementi testi, da lui stesso composti in via esclusiva.

INNOVAZIONE

A farla da padrone in tutto l’album è, però, il rivoluzionario e poliedrico lavoro chitarristico di Morello. Rivoluzionario, sì, ma non certo dal punto di vista armonico, se è vero (come è vero) che raramente il Nostro esula da riff costruiti su quelle scale pentatoniche che avevano fatto la fortuna della prima fase del metal e, soprattutto, delle sue espressioni ancora maggiormente legate agli stilemi hard rock portati alla ribalta, a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70, dai Led Zeppelin (cui Morello si ispirò dichiaratamente per gran parte della propria militanza nei RATM). Il geniale apporto del chitarrista italo-irlandese-keniota-americano (questo l’articolato pedigree del musicista!) consiste, piuttosto, nell’affiancamento ad un riffing squisitamente settantiano (che in alcuni casi sorregge, con poche divagazioni, l’intero pezzo, come ad esempio in Know Your Enemy) di una strabiliante serie di effetti chitarristici innovativi ed ottenuti in maniera assolutamente eterodossa – tanto che gli album dei RATM divennero celebri per il loro recare, all’interno del proprio booklet, la frase «Nessun campionamento, nessun sintetizzatore e nessuna tastiera sono stati utilizzati nella produzione di quest’album», per prevenire il formarsi, nell’ascoltatore, del ragionevole dubbio che gli inusitati suoni rinvenibili nella produzione fossero stati ottenuti in uno dei modi succitati. Basti ascoltare pezzi come Bullet In The Head e Township Rebellion: ad un ritornello di stampo indubbiamente convenzionale (la chitarra distorta che suona power chords, sorretta dal basso che ne ripete le note fondamentali) fanno da contraltare strofe in cui questo stilema è totalmente destrutturato, per lasciare posto, in entrambi i casi, ad un lavoro ritmico esclusivamente bassistico cui si sovrappongono assurdi effetti di chitarra (ottenuti, rispettivamente, sfregando il plettro sulle corde e pizzicando le corde stesse sulla paletta invece che sulla tastiera).

L’intero lavoro di Morello si regge, insomma, su questa dicotomia tra tradizione ed innovazione: dicotomia che talvolta si esplica, come nei due pezzi appena ricordati, all’interno della canzone stessa, contrapponendo ritornelli assimilabili alla prima a strofe assimilabili alla seconda (secondo un modello che sarà poi portato alle estreme conseguenze in “The Battle of Los Angeles”, del 1999; sempre eccellente, ma privo della freschezza della release del ’92 e, alla lunga, ripetitivo, proprio per il suo insistere su questo schema) e talaltra nell’alternarsi di pezzi pressoché totalmente “canonici” (per quanto questo termine possa avere senso se riferito ai RATM; si pensi alla celeberrima Killing In The Name) e composizioni integralmente rivoluzionarie (Fistful Of Steel). In entrambi i casi, il chitarrista è in grado di lasciare la propria inconfondibile impronta: anche quando, nell’intro di Wake Up, opera un dichiarato tributo alla storica Kashmir dei Led Zeppelin, lo fa raggiungendo il medesimo risultato che si otterrebbe con la convenzionale tecnica chitarristica attraverso un continuo scordare e riaccordare la corda della chitarra durante l’esecuzione stessa, dimostrando così di saper aggiungere il proprio tocco personale anche quando la continuità con il passato è il fine esplicitamente perseguito. Morello si staglia così come un gigante nel panorama dei chitarristi di musica leggera del  XX secolo, dotato tanto di padronanza del linguaggio espressivo più classico, quanto di visionario ed incontenibile estro innovativo, tali da permettergli di sviluppare uno stile totalmente inimitabile – ed inimitato, quasi come se tutti i chitarristi giunti alla ribalta dopo di lui si fossero resi conto dell’irripetibilità di un’esperienza così genuinamente unica nella sua tensione interna tra i due poli.

MILITANZA

I RATM sono, però, più, molto più che una semplice band metal – sempre che il risultato finale del loro mix stilistico-espressivo possa ancora essere definito tale (tanto che, usualmente, viene indicato come alternative metal; etichetta, come si capisce, quanto mai vaga e priva di reale contenuto). Il gruppo ha, infatti, fin dei propri esordi, affiancato alla dimensione strettamente musicale un costante impegno di natura politica che forse, per certi versi, è anzi la vera ragion d’essere della formazione. L’attenzione per temi come il consumismo, la globalizzazione, le battaglie delle minoranze etniche e la causa libertaria, affrontati da una prospettiva marcatamente di sinistra, è frutto essenzialmente dell’apporto di De La Rocha, che, come sopra accennato, vi era stato sospinto dal clima di forte disagio sociale entro cui era cresciuto, e di Morello, il cui avvicinamento al mondo della politica era stato propiziato dall’attivismo della famiglia (il padre, diplomatico kenyota, era a sua volta nipote di Jomo Kenyatta, primo presidente eletto del Kenya postcoloniale). Com’è logico, la forte politicizzazione del gruppo traspare in primo luogo dagli infuocati testi di De La Rocha: dalla traccia di apertura, Bombtrack (vero e proprio flusso di «thoughts from a militant mind», a metà tra un concitato j’accuse nei confronti del capitalismo e del vuoto patriottismo statunitense ed un’ardente professione di fede rivoluzionaria), a quella di chiusura, Freedom (dedicata all’attivista politico Leonard Peltier, condannato all’ergastolo per l’omicidio di due agenti dell’FBI a sèguito di una controversa vicenda processuale), «Rage Against the Machine» si dipana attraverso una serie di canzoni che nulla concedono a temi estranei alla sfera pubblica, i quali vengono, invece, sempre trattati con sferzante schiettezza. Se Killing in the Name, dedicata allo spinoso (e tragicamente attuale) tema del razzismo delle forze dell’ordine statunitensi, e Wake Up, vero e proprio compendio di storia dei movimenti contro la segregazione razziale e della lacerazione da essi prodotta nella società americana (giunte fino a vere e proprie forme di repressione da parte dello Stato), tradiscono l’ispirazione nascente dalle vicende personali di De La Rocha, altri pezzi, come Take The Power Back e Bullet In The Head, affrontano temi più generali propri alle concettualizzazioni della nuova sinistra del secondo ‘900, come l’omnipervasività del consumismo (leitmotiv marcusiano del ‘68) e il carattere repressivo del sistema educativo occidentale. La scelta dell’immolazione Thich come immagine-simbolo dell’album appare, così, pienamente giustificata: idealmente, De La Rocha e compagni si pongono infatti il fine di denunciare, con la medesima intransigenza del monaco vietnamita, le storture del mondo loro contemporaneo, riuscendo peraltro ad incanalare il proprio, radicale messaggio nella forma estetica a ciò più adeguata.

Ciò non esaurisce, però, l’attivismo del gruppo. Per tutto il corso degli anni ’90, i RATM  sfruttano l’enorme notorietà acquisita grazie alla propria musica per compiere gesti eclatanti di sensibilizzazione rispetto alle tematiche trattate nei tre album di inediti di cui si compone la loro succinta discografia. Tra gli episodi più noti, l’annullamento di un concerto nel 1993 per protestare contro la censura nei confronti delle opere musicali (i musicisti si presentarono sul palco nudi, senza strumenti, con le bocche tappate da strisce di scotch e la sigla PMRC – associazione di genitori statunitensi, particolarmente attiva verso la fine degli anni ’80 per prevenire la diffusione di messaggi “diseducativi” – dipinta sul petto) e la partecipazione, nel 2000, alla manifestazione della sinistra no global contro la convention nazionale del Partito Democratico statunitense; ma innumerevoli sono gli episodi di radicale contestazione attribuibili al gruppo nel corso degli anni, come la sistematica prassi di bruciare bandiere statunitensi al termine dei propri concerti. Menzione a parte merita la realizzazione, nel 2000, del videoclip della canzone Sleep Now In The Fire, affidata al celebre regista Michael Moore: il gruppo si fece riprendere mentre suonava, senza autorizzazione, davanti all’ingresso della borsa di Wall Street (peraltro con notevole coinvolgimento dei dipendenti della stessa), causandone la mancata apertura per l’intera giornata.

Era inevitabile che il gruppo attirasse una fiumana di critiche nei propri confronti: come ricordato in apertura, infatti, per tutta la sua esistenza esso fu prodotto e distribuito da una sussidiaria della Sony, multinazionale della tecnologia quotata su quel mercato azionario globale che la sconcertante occupazione di Wall Street (ante litteram) mirava a danneggiare. Dell’ineliminabile tensione che da ciò discendeva era peraltro ben conscio lo stesso Morello, che in una celebre dichiarazione affermò, rivendicando la dignità della propria condotta ed, anzi, la sua perfetta coerenza con le finalità che il gruppo si proponeva, nella misura in cui la dimensione transnazionale della Sony favoriva la diffusione di idee contestatrici:

«Non ci importa predicare per chi si è convertito. È bello occupare illegalmente case abbandonate guidate da anarchici, ma è bello anche saper raggiungere la gente con un messaggio rivoluzionario.»

È però innegabile come il vero perno della portata contestatrice del gruppo non fosse Morello, ma De La Rocha. A sèguito (e, almeno parzialmente, a causa) della vittoria delle elezioni presidenziali americane del 2000 da parte del repubblicano G. W. Bush, infatti, l’istrionico cantante lasciò i RATM, decretandone, di fatto, lo scioglimento.  La scelta venne giustificata con il seguente comunicato:

«Sento di dover lasciare adesso i Rage, perché il nostro processo nel prendere le decisioni è completamente fallito. Non incontra più le aspirazioni di noi quattro collettivamente come band, e, dalla mia prospettiva, ha minato i nostri ideali artistici e politici. Sono estremamente orgoglioso del nostro lavoro, sia come attivisti che come musicisti, così come sono riconoscente e grato a tutte le persone che hanno espresso solidarietà e condiviso questa incredibile esperienza con noi

Come peraltro traspare dalla stessa dichiarazione di De La Rocha, il gruppo era allora minato da dilanianti tensioni interne, principalmente legate al difficile rapporto tra le ingombranti personalità di De La Rocha stesso e Morello, ed è pertanto difficile ritenere pienamente sincera la preponderanza della motivazione politica nella decisione del rapper. È, però, un dato di fatto che, a sèguito della sua dipartita, questi abbia continuato, con il suo progetto solista, la strada dell’attivismo (peraltro non sempre raggiungendo, dal punto di vista estetico, risultati esaltanti), anche a costo di relegarsi volontariamente nel più puro underground; i rimanenti membri, invece, diedero vita al progetto Audioslave, affidando la voce a Chris Cornell, cantante dei Soungarden. Il gruppo, pur caratterizzato dal consueto ed inconfondibile tocco morelliano, si orientò su stilemi completamente differenti da quelli che avevano reso celebri i RATM (componendo comunque pezzi di eccellente qualità e che, peraltro, raggiunsero un notevole successo radiofonico), e bandì pressoché totalmente dal proprio orizzonte le tematiche politiche che avevano caratterizzato, e contribuito a rendere grande, l’irripetibile esperienza precedente. (altro…)

Non fate la guerra, ascoltate Micah P. Hinson

Non fate la guerra, ascoltate Micah P. Hinson

La primavera ha spazzato via l’inverno con un colpo di spugna, ma noi già lo sappiamo che, come dice giustamente De Andrè in Un chimico, primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura , e, ad accompagnarla ci dovrebbe essere della buona musica, sempre.C’è, infatti, in queste giornate che sembrano essersi allungate, la voce di un ragazzo del Tennessee del 1988, tale Micah P. Hinson che potrebbe essere la panacea di tutti i mali.

Micah P. Hinson, un autore tormentato come e forse più di alcuni altri, con la sua voce spettrale e, per questo, quasi eterea, è prima di essere una rivelazione degli ultimi anni, un uomo fortemente segnato dalle esperienze personali. Cresce in una famiglia cattolica e conservatrice, è quello strano, il ragazzo occhialuto che ruba i dischi a suo fratello per ascoltarli in solitudine.
Era infatti appena un ragazzino, quando si innamorò di una modella di Vogue, con cui fuggì da Abilene, in Texas, dove si era successivamente trasferito (1). Una storia vera, la sua, che ricorda un po’ le canzoni di Springsteen, ricordiamo, una fra tante, la bella Mary dal vestito svolazzante che salta in macchina e fugge dal paesino di provincia con il Boss in Thunder Road. Hinson, però, viene lasciato inaspettatamente e si ritrova senza soldi, sfrattato dall’appartamento in cui viveva con la modella, in prigione e affetto da depressione e dipendenza da sostanze stupefacenti. Questo lo avrebbe solo reso un ragazzo come tanti, un uomo di cui non avremmo conosciuto “le gesta”, se solo non avesse avuto la brillante idea di mettersi a suonare.

Sarà un suo amico a scoprire le bozze delle sue canzoni, il membro degli Earlier, che gli farà guadagnare l’uscita del primo album, nel 2004, Micah P. Hinson and the Gospel of Progress(2). Sulla copertina campeggiano le stringhe di un corpetto da donna a metà fra un abito da sposa e un abito settecentesco e, una donna, con molte probabilità, la modella di Vogue, è la protagonista di tutto l’album e la musa di Hinson. A dirla tutta poi, quasi tutti gli album del cantautore americano hanno come copertine gambe, busti e seni di donne.

Nella prima traccia ci invita quasi col pezzo Close your Eyes a chiudere gli occhi e ad assaporare ogni singolo verso di questa bellezza. E ad occhi chiusi andrebbe ascoltato tutto l’album: gli arpeggi e i ritornelli sono capaci di portare l’ascoltatore lontano, nel tempo e nello spazio, in mondi non più esistenti o forse mondi da cui, in vite precedenti, siamo già passati. Hinson suona le corde delle nostre anime, a suo piacimento, portandoci a volte alla deriva, a volte al più alto grado di irrazionale speranza.
In Beneath the rose, Hinson con delicatezza quasi dichiara di voler morire, fra le rose, per il troppo dolore e passa nella canzone successiva a comporre un lamento straziante in cui chiede alla donna che ha amato di non dimenticarlo. Tocca il cuore, con la sua semplicità, quasi commuove. Non è smielato però, anzi a volte è quasi rude, con quella sua voce profonda, tanto che l’ascoltatore non può fare altro che trovarsi imbambolato a seguire le trame di questa storia. Hinson in questo album fa ciò che avremmo fatto tutti se fossimo stati musicisti o poeti: blocca i ricordi, dà loro voce, rendendoli eterni, forse, immaginiamo con lo scopo di alleviare le sue pene, con lo scopo di guardare in faccia alla realtà.
Non gli servono molte parole, i versi sono brevi e poco complessi, ma i giri di chitarra un po’ alla Johnny Cash parlano per lui e lasciano poco spazio all’immaginazione. L’album si chiude con un pezzo che è presagio di un dolore che difficilmente si rimarginerà: The day Texas sank in to the bottom of the Sea, è l’apice della tragedia pur consegnando al mondo la speranza del cantautore, l’unica cosa a cui ancora si può aggrappare. Chiusa la storia di questo amore tragico nel 2005 ritorna con Micah P. Hinson and the Satellite, un album diverso, introspettivo ma più “leggero”.
Johnny Cash che ricorda nella voce è anche il suo modello, perché negli album successivi le tonalità sono quelle country (inoltre,come Johnny Cash fece prima di lui, chiede alla fine di un suo concerto alla sua fidanzata di sposarlo (3)). Gli anni Cinquanta sono presenti musicalmente nei suoi successivi album come accade in Micah P. Hinson And the Pioneers Saboteurs. Continua la sua carriera,alternando alti e bassi, inframmezzata da operazioni alla schiena che lo costringono a letto e che gli danno occasione di scrivere per un altro album Micah P. Hinson and the Opera Circuit, in cui si ritrovano pezzi classicheggianti, infatti non mancano in diverse canzoni giri di archi sparsi (4). Il cammino di Hinson è un cammino di maturità e nei suoi album si legge chiaro che si passa dalla descrizione del tormento provocato dall’amore, al suo malessere fisico, alla sua voglia di lottare contro la morte e la depressione. Un’artista multiforme, con influenze musicali più varie, da Elvis a Cohen, da Bob Dylan ai Beatles. Un musicista,le cui dita non hanno occasione di star ferme,infatti, diversi sono gli strumenti che suona. Un’artista tormentato, melanconico, ma anche uno di quelli capaci di accartocciarci il cuore.
L’ultimo album del 2010 è stato scritto in seguito ad un incidente stradale che lo ha costretto a letto per alcuni mesi.

Said my dreams are
Never
Going to come true
But it seems almost impossible
To make it (da It seems almost impossible)

Così pensava lui, che i suoi sogni non si sarebbero mai avverati, invece ci ha svelato a poco a poco pezzi di sè, “liberandosi dal male”, diventando nelle sue canzoni quasi il fantasma di sé stesso, restando aggrappato a quelle note, che diventano universali, catartiche e che con forza dirompente ci fanno danzare con consapevolezza con i nostri demoni, o almeno con quelli con cui ognuno di noi convive quotidianamente.

NOTE:

(1), (2), (3), (4) Micah P. Hinson, Il tormento della bellezza, di Gabriele Benzing, ondarock.it nella sezione songwriter

FOTO: http://www.bazingaticket.com/micah-p-hinson-fab/

 

La crisi dei migranti: uno sguardo “oltre il confine”

La crisi dei migranti: uno sguardo “oltre il confine”

È necessario essere consapevoli che esistono fondamentalmente due modalità dello sguardo: la prima riguarda gli oggetti, considerati non solamente come cose che si stagliano davanti a noi in sé stesse, ma anche come mezzi per un fine, come strumenti caratterizzati da quella che Heidegger chiamava «fidatezza», ossia la fiducia che riponiamo nel fatto che essi adempiano alla loro funzione.

La seconda modalità è quella che attiene, o dovrebbe attenere, agli esseri umani e agli animali: è d’uopo, in questo caso, tenere in considerazione l’imperativo categorico kantiano, che impone di trattare gli uomini anche come fini, e mai semplicemente come mezzi (è interessante notare, al riguardo, le critiche che Schopenhauer mosse a Kant perché egli, nella stesura del suo imperativo, non prese minimamente in considerazione gli animali).

Ciò deriva dalla consapevolezza delle responsabilità morali che abbiamo verso gli altri in quanto esseri viventi capaci di nutrire sentimenti e di provare dolore. Un’altra differenza tra le due tipologie di sguardo è che, mentre nel primo caso ci troviamo propriamente di fronte ad oggetti, nel secondo caso siamo inseriti in un rapporto tra soggetti, in cui non si può e non si deve ridurre l’altro a cosa materiale, senza prestare attenzione alle sue qualità di soggetto. Mentre nel rapporto con, ad esempio, una sedia non c’è alcuna reciprocità, nella relazione con un’altra persona o con un altro animale noi guardiamo e allo stesso tempo siamo guardati.

Quando si affronta la “questione migranti”, bisogna innanzitutto avere chiari i punti sopra enunciati: si sta parlando di persone che fuggono da guerre, persecuzioni, miseria o povertà (l’ingiusta discriminazione dei cosiddetti “migranti economici”, termine utilizzato assai spesso in un’accezione fortemente negativa e denigrante, meriterebbe un approfondimento a parte). Ebbene, i vertici europei questo l’hanno dimenticato: tale è l’impressione suggerita dalle recenti accuse – provenienti da varie parti, tra cui il direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – mosse alle ong che si occupano dei salvataggi in mare. Esse agirebbero da fattori di attrazione per i migranti, intralcerebbero il lavoro delle autorità o lavorerebbero per accrescere il business dell’accoglienza.

È forte il sospetto che queste accuse siano tese a delegittimare le ong stesse e a bloccare i migranti prima della partenza o lasciarli morire prima che i barconi raggiungano un punto in cui la guardia costiera è autorizzata ad intervenire. Quasi come si trattasse del passaggio di uno sgradito testimone che, diciamola tutta, sarebbe meglio non ci arrivasse tra le mani.
Occorre recuperare, perciò, la dimensione della reciprocità dello sguardo cui si accennava prima.

Di fronte alle sempre crescenti ondate di populismo e xenofobia forse l’unico antidoto è questo penetrare e lasciarsi penetrare che caratterizza l’incontro con gli occhi dell’altro. Si può, in questo modo, prendere finalmente piena consapevolezza del fatto che dietro le pupille di ogni singolo individuo si nasconde un mondo completamente diverso dagli altri, un mondo che non ci si può concedere il lusso di ignorare o reificare. Ci si può, inoltre, sganciare dalla narrazione dominante dei media, che nella maggior parte dei casi presenta i migranti come merci stipate su una nave da carico. È significativo, in questo senso, l’atteggiamento dell’Unione Europea stessa, che ferma i viaggiatori prima della partenza con il pretesto di salvare le loro vite, dimostrando però allo stesso tempo di non prendere minimamente in considerazione le esigenze di quelle che sono persone ma vengono maneggiate come oggetti: subappaltiamo i nostri problemi alla Turchia, che in cambio di qualche miliardo di euro custodisce i migranti come in un magazzino, e giriamo poi lo sguardo dall’altra parte per ignorare le condizioni dei “campi di accoglienza” turchi.

È doveroso, a questo punto, fare una precisazione: non si vuole qui sostenere che l’Unione Europea debba farsi carico della totalità dei problemi del resto del mondo, ed è sicuramente drammatica l’assoluta indifferenza o aperta avversione dimostrata dai paesi del Golfo di fronte alla questione dell’accoglienza. Tuttavia, è significativo che si continui a parlare di emergenza se l’Europa deve accogliere poco più di un milione di persone, quando la Giordania e il Libano offrono asilo rispettivamente a 600 mila e ad un milione di rifugiati siriani. Preoccupa, peraltro, leggere gli innumerevoli racconti di Stati che in questi ultimi anni hanno eretto barriere psichiche o fisiche tese ad arginare una supposta e fantomatica invasione: basti pensare alla chiusura della cosiddetta rotta balcanica, alle politiche del governo Orbán in Ungheria o al Regno Unito e alla campagna per la Brexit, condotta in larga parte sui binari di una bieca retorica razzista e xenofoba.

Persino l’Italia, nonostante sia certamente uno dei paesi più impegnati sul fronte accoglienza, dimostra di condividere tale sentimento di paura e ostilità, e il successo riscosso negli ultimi tempi dalla Lega Nord e dal Movimento 5 Stelle sono un segnale del rigetto dell’altro che serpeggia nella società civile. Questo contegno indica, d’altronde, un completo oblio della storia italiana, costruita anche e specialmente attraverso migrazioni e peregrinazioni. Una menzione d’onore merita, infine, la Francia, che con la chiusura della frontiera a Ventimiglia ha fornito un altro esempio di dimenticanza non solo del proprio passato coloniale, ma anche del proprio presente sfacciatamente e allo stesso tempo celatamente neocoloniale (il riferimento è, in questo caso, al franco CFA, moneta utilizzata da 14 paesi africani ma controllata dal ministero delle Finanze francese).

Di fronte ai naufragi che in questi anni hanno affondato nel mare migliaia di vite l’auspicabile silenzio ammutolito cede malvolentieri il passo a polemiche, accuse di complotti e rigurgiti sovranisti. Ciò non riguarda solamente personaggi come Le Pen, Salvini o Trump, ma la maggioranza assoluta dei leader europei e non; sembra che ormai, per timore di una ricaduta sulle urne, nessuno sia disposto a trasmettere un radicale messaggio di ospitalità e fratellanza. Continuiamo a crogiolarci nelle nostre conquiste democratiche e a bearci della nostra bontà, contrapposta alla malvagità di una certa destra, ma ai risultati raggiunti con l’acquis di Schengen (messi in dubbio anche questi, figuriamoci) corrisponde una netta ripulsa a chi non si qualifica come cittadino europeo. Si tratta, peraltro, di un disconoscimento della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dinanzi al quale è necessario porsi una fondamentale domanda: un essere umano ha dei diritti in quanto essere umano, o solamente in quanto individuo dotato di un passaporto o una carta d’identità, in quanto particula circoscritta da confini nazionali contingenti e storicamente dati? Se, come ritengo, la risposta è la prima, occorre ricostruire dalle fondamenta tutto il discorso intorno ai migranti.

Quanto detto finora non significa che si debba lasciare mano libera agli scafisti, anzi, la battaglia contro di essi dev’essere un obiettivo primario. Tuttavia, questo non deve tradursi nel tentativo di bloccare il flusso della migrazione, tentativo che si è già dimostrato fallimentare tanto quanto la cosiddetta war on drugs: come una lotta senza quartiere alla droga non ha portato e non può portare a un abbattimento dei consumi di sostanze stupefacenti, così non è pensabile impedire ai migranti di partire alla ricerca di condizioni di vita migliori, poiché, per ogni blocco, si aprirà un’altra via d’accesso. E, in mancanza delle garanzie istituzionali, le persone non possono che affidarsi all’illegalità, ai trafficanti e agli aguzzini.

Pertanto, la necessità primaria dev’essere quella di garantire un ponte legale e sicuro tra Europa e Africa/Medio Oriente, perché, al di là di ogni buonismo, sono la dignità degli individui coinvolti e il nostro rispetto per essi ad esigerlo.
In conclusione, due link per rendersi maggiormente conto delle condizioni in cui versa chi intraprende il viaggio verso l’Europa:
http://www.internazionale.it/video/2017/04/26/the-game-lmigranti
http://www.fanpage.it/migranti-le-tariffe-degli-scafisti-2-500-euro-per-il-viaggio-100-euro-per-acqua-e-sardine/

Autore:Adrian Rusu

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Ricordo quando eri indeciso
E abusavi dell tua influenza.
A volte ho fatto la stessa cosa:
Ho abusato del mio potere, pieno di risentimento.
Risentimento che si è trasformato in una depressione nera.
Mi sono trovato a urlare in una stanza d’albergo.
Non volevo autodistruggermi,
Il male di Lucy1 era tutto attorno a me.
E così sono corso via in cerca di risposte.

Kendrick Lamar, Alright.

 

Ormai l’industria artistica vive di hype e periodicamente rivolge i suoi occhi in maniera adorante ad un artista. Tutti, gli addetti ai lavori, la stampa, la scena specifica in cui l’artista si colloca ne tessono le lodi per poi girare gli occhi e, a cadenza mensile, adorare qualcun altro. Altre volte la adorazione è giustificata, accompagnata da artisti ed opere il cui status più che un riconoscimento, sono il giusto tributo da pagare per ciò che riescono a fare e dire con i loro linguaggi, qualsiasi essi siano. E’ il caso di Kendrick Lamar, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo nuovo album: DAMN. E a giustificare ciò ci sono le mosse di marketing di cui il rapper di Compton non ha fatto a meno, rilasciando a fine marzo il primo singolo, HUMBLE., che ha fatto salire le aspettative dei fan.

L’artista losangelino ha dato alle stampe quello che personalmente ho trovato uno dei più bei album del 2015, To Pimp a Butterfly: l’album è musicalmente eccelso, dove la sezione musicale sfocia nel free-jazz e ha ispirato Blackstar, l’ultimo album di David Bowie, parola del produttore storico Tony Visconti. I testi partono da alcune riflessioni molto intime di Kendrick, non è un mistero sia nato da un periodo di forte depressione ma si allarga così tanto da riflettere in un disegno sempre più ampio il rapporto col denaro, il potere politico e la sua relazione con la comunità nera. L’artwork, che è sempre importantissimo nella cultura rap, ha il suo punto di forza nella copertina, che vede un gruppo di ragazzi neri davanti alla casa Bianca che stappano bottiglie e mostrano “verdoni” sul cadavere di un giudice.

La foto è stata scattata da Denis Rouvre, sotto la supervisione di Kendrick Lamar e Vlad Sepeltov, che ha anche curato l’artwork di DAMN.

Pochi album rivendicano il ruolo sociale e l’orgoglio nero quanto To Pimp a Butterfly, la Casa Bianca non è un posto scelto a caso, gli edifici del potere americano come la stessa Casa Bianca, il Campidoglio, sono stati costruiti infatti da afro-americani schiavi e non. Due anni fa inoltre eravamo ancora nell’era Obama, un presidente che mai come nessuno ha aperto le porte agli artisti neri (tra cui lo stesso Lamar) chiamandoli in causa per riflettere insieme sulla riforma della giustizia.

                                    Uno scatto della visita di Kendrick Lamar nello studio Ovale.

La genialità di Kendrick Lamar sta nella costruzione: i suoi testi hanno migliaia di riferimenti, che passano dalla cultura di massa alla religione senza dimenticare il suo legame con Los Angeles e in particolare la zona di Compton. E il disegno si amplia quando si passa ad analizzare l’album: l’opera è concepita come un  “concept album”, racconta una storia attraverso i brani, pieni di collegamenti e autoriferimenti. Per capire bene la magnificenza dell’opera di Lamar bisogna quindi viaggiare con lui nei suoi brani, parola dopo parola.

BLOOD.

 

Anche DAMN. racconta una storia, che racchiude al suo interno le confessioni del rapper, che si mischiano alla storia che racconta. Il disco si apre con un BLOOD., un interludio, ossia una parte che di solito è all’interno dell’album e contiene una traccia parlata: il rapper ci racconta di aver visto una vecchia non-vedente per strada ed essersi avvicinato per aiutarla. La vecchietta però lo spara.
Un inizio del genere lascia di stucco ma se c’è un modo di seguire K-Dot (il soprannome di Kendrick) è solo attraverso i testi e gli indizi nascosti nei suoi versi.

Ma c’è un interrogativo che Kendrick pone a chi ascolta, anche se a posteriori sembra più una domanda rivolta a se’ stesso: deve riconoscere quale indole si nasconde dentro di sé, se quella di un uomo debole, schiavo dei suoi vizi ma nonostante la natura di peccatore, di indole buona oppure quella di un uomo malvagio. Questa dicotomia guida la comprensione e le due facce della personalità del rapper di Los Angeles che emergono a fasi alterne.

Metaforicamente la vecchia rappresenterebbe, usando una simbologia che risale al Deuteronomio, le conseguenze che portano alla dannazione, e in base alla scelta tra l’obbedienza a Dio o la ribellione al suo messaggio, spiega i due destini possibili a Kendrick: vita o morte.

DNA.

 

In DNA., probabilmente una delle vette dell’album a livello metrico, ritorna il tema dell’orgoglio black che però viene anche criticato adottando una visione a tutto tondo di ciò che ne circonda la cultura: Kendrick adotta il concetto del DNA vedendo se stesso e il suo sangue come immagine per il popolo afroamericano, il suo sangue contiene la regalità, di cui Lamar risale al significato etimologico citando la radice della parola negus: negus, è un vocabolo etiope che può significare sia Imperatore nero che regalità.

Non ha paura nel dire che ha la cocaina nel sangue, per i trascorsi di suo padre e addirittura paragona la sua nascita all’Immacolata Concezione per il ruolo che ha, sia per la scena rap americana che per la comunità nera.

YAH.

 

Il motivo religioso però esplode in YAH, dove cerca di allontanarsi dalla politicizzazione a tutti i costi della sua musica, preferendo vedersi come promotore di un messaggio di amore. Kendrick si identifica con la visione religiosa degli israeliti di colore: questa comunità vede gli afro-americani, i neri e i latino-americani come i discendenti delle tribù di Israele e per questo, essendo gli Israeliti i prescelti da Dio, lui li punirà per le loro iniquità, riferisce Kendrick attraverso una telefonata del cugino che cita una profezia contenuta nel Deuteronomio.

FEEL.

 

Un altro dei motivi ricorrenti e forse il più difficile da affrontare ed elaborare per lui, è la negatività con cui affronta la sua vita e che è alla base di una conclamata ed ammessa depressione. In FEEL. Kendrick diventa intimo e confessa di essere il suo stesso peso sulle spalle, ammette una disillusione fortissima per gli amici che non si son dimostrati tali, la paura per chi verrà dopo di lui, in quanto sente che partirà in una condizione di forte svantaggio economico e sociale, di chi lo guarda dall’alto in basso per capire perché ce l’abbia fatta. In To Pimp a Butterfly, la depressione era stata esplorata in “u”, dove Kendrick aveva detto di aver scelto “la strada, l’alcool e le troie” (cit.) riferendosi allo stile di vita in tour. Qui si esplorano le conseguenze: Lamar rimpiange la scelta rinchiudendosi nell’isolamento più totale. Il bersaglio, a metà del brano si sposta e ad essere sotto torchio ci va l’America, dove i neri vengono uccisi (non a caso, Alright di Kendrick è stato uno dei  brani simbolo di Black Lives Matter) o costretti alla strada da un sistema economico esclusivo, e alla contemporaneità, riempita di inutilità e gossip.

(Kendrick mentre si esibisce ai BET Awards del 2015, foto di Christopher Polk, Getty Images)

LUST.

 

In LUST., c’è un’analisi sul vizio come rappresentativa del mondo umano, in cui Lamar immerge anche se’ stesso. Il ritornello in cui domina la frase “I need some water” rievoca il bisogno di purezza a cui Kendrick aspira nonostante il mondo pieno di peccato che lo domina e lo strozza. L’immagine metaforica dell’acqua è stata utilizzata con lo stesso intento in un’altra opera nera che quest’anno è stata lodata, ossia Moonlight.

Bisogna vedere l’evoluzione di questi pezzi come dei piccoli passi che avvicinano la testa di Kendrick a quel proiettile sparato all’inizio del disco.

XXX.

 

In XXX, brano che vede la collaborazione degli U2, se nella prima strofa c’è un K-Dot che scivola ancora di più nel peccato, incitando un amico il cui figlio era stato ucciso per un debito di gioco ad una vendetta violenta, la seconda strofa è una dichiarazione lucidissima dell’America, impaurita e aggressiva, al termine della presidenza Obama e con lo spettro Trump alle porte: ricordiamo che il giorno in cui è uscito il disco, l’America ha sganciato la MOAB in Afghanistan.

Ave Maria, Gesù e Giuseppe,
La grande bandiera americana
È piegata e avvolta di esplosivi.
Disordine compulsivo, figli e figlie,
Quartieri barricati e confini.
Guardate quello che ci avete insegnato!
Ci sono morti sulla mia strada, sulla vostra strada, nei vicoli,
Negli uffici di Wall Street.
Banche, impiegati e boss con
Pensieri omicidi; Donald Trump è il presidente,
Abbiamo perso Barack e ci siamo promessi di non dubitare mai più di lui.
Ma l’America è onesta? O ci stiamo crogiolando nel peccato?

DUCKWORTH.

 

La chiusura dell’album è quasi nietszcheana, mostra un disegno ciclico, tutto basato sul rapporto tra vita e morte. DUCKWORTH racconta di come il padre di Kendrick e Top Dawg, al secolo Anthony Tiffith, il patron dell’etichetta discografica del rapper si conobbero: Ducky, Lamar Sr. lavorava in un KFC ed era a conoscenza dei giri in cui Top Dawg era immischiato. Per scongiurare qualsiasi illecito violento, era p solito offrire pane e pollo in più quando Tiffith visitava il negozio. Sarà questo a far sì che nella rapina al KFC, Top Dawg non sparerà al padre di Kendrick, lasciandolo libero.

La decisione cambierà totalmente le loro vite: grazie a questa decisione, la catena degli eventi porterà innanzitutto Kendrick ad avere un modello paterno che eviterà il suo coinvolgimento nella criminalità e nelle gang che avrebbero potuto portarlo alla morte. E Top Dawg avrebbe potuto essere arrestato, di conseguenza non avrebbe fondato la etichetta discografica che ha messo sotto contratto Kendrick a 15 anni. La traccia, che si interrompe con degli spari, vede tornare la voce di Kendrick nel finale, che ripete il primo verso dell’album, che introduce l’incontro con la vecchia cieca, mostrando la natura ciclica e contraria dell’album.

Come una moneta lanciata verso il soffitto. Testa, vivi. Croce, muori.

 

Con Kendrick Lamar, il rap ha raggiunto un nuovo livello di trama. Divisa, costantemente in bilico, che rispecchia la personalità dicotomica del suo creatore. DAMN. è immagine e somiglianza di Kendrick. E’ una estensione allegorica del suo cervello. E’ una metafora in costante evoluzione, da psicanalizzare. E’ la sua storia, filtrata e adattata per connettersi ad un tempo, ad un luogo specifico e soprattutto a noi che ascoltiamo.

 

 

 

note:

1) Lucy si riferisce a Lucifero, soggetto dell’album e simbolo delle tentazioni terrene che causano conflittualità nella psiche dell’autore.

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Scrivere e parlare di Antonio Gramsci, o anche solo riassumerne l’essenza, evitando banalità o superficialità, non è affatto un compito semplice. “Chi è Gramsci? Cosa è stato? Perché è importante ricordarlo?” In queste brevissime domande molteplici si nascondono gli argomenti su cui è possibile riflettere.

Per parlare di Gramsci ho ritenuto opportuno, con un’analisi personale e totalmente spontanea, far riferimento al titolo di una canzone di Francesco De Gregori. Il cantautore nel testo citava un certo Pablo, e ritornano frasi come “parlava strano e io non lo capivo”, “il padrone non sembrava poi cattivo”, “il pane con lui lo dividevo”, ed alludeva ad un uomo di sinistra che aspirava a coinvolgere tutti nella sua causa, ma che il protagonista, a causa della sua ignoranza, non riusciva a capire.

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo” ricorda anche la frase di Ernesto Che Guevara: “sparami, ucciderai solo un uomo”. Come per dire che Pablo è stato ucciso ma le sue idee restano vive. Come l’essenza di Gramsci.
Lui è morto  ma i suoi pensieri sono rimasti vivi e lo stesso vale per le sue lezioni che sconfinano al di là dell’uomo comunista che fu. Non esiste solo un Gramsci politico…

Questa sua ubiquità negli anni successivi alla sua morte, si percepisce dai testi di scienze politiche, antropologia, linguistica, pedagogia, cinema e letteratura fino agli atenei delle università che vanno dal Pacifico all’Atlantico. A ottant’anni dalla morte (1937) proprio il suo lessico l’ha portato ad essere tra i pensatori italiani più citati e tradotti al mondo.

Lemmi come egemonia; società civile; rivoluzione passiva; concetto di classe sono oggi presenti nei dibattiti politici del partito spagnolo Podemos e di altre sinistre nel mondo. Negli USA, dov’è fortemente apprezzato, è stato installato da Thomas Hirschhorn il “Gramsci Monuments” nel South Bronx. In Cina dopo gli anni in cui il suo pensiero è stato condannato per “idealismo” è stato tradotto e studiato, nonostante gli evidenti problemi lessicali. Nei paesi arabi I quaderni dal carcere sono applicati alla comprensione dei movimenti degli ultimi anni da studiosi costretti all’esilio.

Leggere i testi politici del leader sardo in quest’era di post-verità e di post-ideologia, che fortemente condiziona i pensieri e i risultati elettorali, fa presupporre che molto ci sia ancora da dire e da fare.

Ne La città futura l’11 febbraio 1917 scriveva “Odio gli indifferenti”. Questo sentimento è giustificato dal paragone dell’indifferenza accostato all’abulia, il parassitismo e la vigliaccheria. Per Gramsci l’indifferenza non si ferma ad essere un peso morto della storia, ma finisce per operare inconsciamente fino a sconvolgere i programmi e i piani meglio costruiti fino a rovesciarli.

L’indifferenza strozza l’intelligenza abbattendosi sulle masse che abdicano a loro volta, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Il suo pensiero è vivo nell’attualità della lotta contro le disuguaglianze e della complessità dei processi di modernizzazione, argomenti che spesso sono stati tacciati di anacronismo. È presente nella nozione di egemonia politica e culturale, che oggi nelle sue carenze coinvolge in particolar modo le democrazie occidentali, se si tiene conto della corruzione nella società civile. È presente anche nei discorsi pieni d’odio, nella circolazione delle false informazioni e dall’espressione pubblica di risentimenti razzisti. Dato di fatto è il demagogo che oggi sostituisce la figura del leader politico. Bisogna sempre ricordare che per Gramsci il softpower dell’egemonia culturale non dura senza l’hardpower del controllo delle risorse economiche.

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Dietro le parole di quest’uomo cosa c’è? Perché continuiamo a studiarlo? Forse per necessità e/o voglia di fare una riflessione rigorosa? Probabile! A maggior ragione  nell’epoca dove i pensieri di pancia sono i più forti. Questo è un richiamo non solo alla sua figura, ma anche al desiderio di recuperare quel pensiero politico non violento che oggi pare perduto.

Il titolo del mio articolo è frutto di un personale pensiero casuale e non vuole assolutamente alludere alla pubblicazione di Giovanni Zanardelli; Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo; Prospettiva Editrice; 2017.

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