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Ladri di biciclette, la recensione

Ladri di biciclette, la recensione

Italia del secondo dopoguerra. Un uomo, Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), riesce a trovare un lavoro, ma gli serve una bicicletta per ottenerlo. Tramite la vendita di alcune coperte, sua moglie Maria (Lianella Carell) riesce a procurare abbastanza soldi per riscattare la loro bici dall’officina di riparazione. Antonio comincia entusiasta il suo lavoro, ma il primo giorno gli rubano la bicicletta. Sconsolato e senza più possibilità di lavorare, egli dapprima denuncia il furto, ma vedendo la freddezza della caserma di fronte al suo dramma, decide di chiedere aiuto ad un suo compagno di partito che lo tranquillizza, promettendogli che l’avrebbero ritrovata l’indomani mattina ad un mercatino di merci rubate.

Il giorno seguente inizia dunque una disperata ricerca con l’aiuto del figlioletto Bruno(Enzo Staiola), che porta ad un anziano signore sorpreso a parlare con un ragazzo in sella alla bici incriminata. Il vecchio però, inseguito fino ad una mensa per poveri, si dimostra restio alla richiesta del Ricci di condurlo dal giovane, e così Antonio decide di affidarsi ad una “santona” da cui sorprese sua moglie Maria. Purtroppo però, non ottiene che una vacua risposta, ma all’uscita trova il ragazzo che cercava, sebbene perfino la perquisizione della sua casa non gli frutterà alcun risultato. Antonio decide allora di rubare una bicicletta, ma il suo maldestro tentativo viene fermato in breve tempo :l’uomo ha fallito anche nel più disperato dei suoi piani.

Commovente lo scambio di sguardi finale tra Antonio e Bruno che, piangenti e senza più speranze, tornano a casa, mescolati in una massa di gente come loro:indigente e sfiduciata.

Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, è una storia di ordinaria miseria, la cui scena iniziale mostra la disperazione di un ammasso di uomini costretti ogni mattina a chiedere angosciosamente lavoro, nella maggior parte dei casi invano. La disperazione però, non fa distinzioni di genere, ed infatti presto vediamo un gruppo di donne di ogni età, Maria compresa, ricorrere ai fantomatici aiuti di un’anziana “santona”. Quando poi padre e figlio provano a dimenticare la tristezza per la bici rubata andando in un’osteria, la loro felicità ci sembra assurda in riferimento ai giorni nostri.

Rarissimi i primi piani, per risaltare lo stato emotivo dei protagonisti. Vittorio De Sica si è invece servito dei mezzi primi piani, molto sfruttati durante tutto l’arco del film. Questo capolavoro è il manifesto del neorealismo italiano per eccellenza: gli attori non sono professionisti, le scene sono girate prevalentemente in esterno, per lo più in periferia e in campagna. Il soggetto rappresenta la vita di lavoratori impoveriti dalla guerra. La trama è costruita su scene di gente normale impegnata in normali attività quotidiane, e il bimbo, Bruno, riveste un ruolo di grande importanza. Enzo Staiola ha raccontato che nella scena finale del transito del tram, si manifesta un passaggio non previsto dal copione.

Bruno, infatti, va da una parte e Antonio dall’altra, creando una scena completamente improvvisata, come dimostrato anche dai passeggeri del tram che in coro si sporgono a guardare l’arresto,poichè lo credevano reale, non essendosi accorti della macchina da presa:questo è stato il cinema neorealista, in cui la realtà entrava totalmente nel film, e la fantasia si confondeva spesso con la vita vera.

La pellicola parla di un’Italia fatta a pezzi, la cui unica speranza sembrava essere riposta nel “mal comune mezzo gaudio”, la quale rappresentava l’unica risposta alla sofferenza che attanagliava gran parte della popolazione: nella scena finale, difatti, si può vedere come tutto sommato la gente sorrida, trovando conforto proprio nel non essere sola, nel sentirsi una goccia nell’oceano di miseria di quegli anni.

Un film che ha segnato un’epoca.

foto da: scuolanticoli.com

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte.

Lucio Battisti - Don Giovanni cover 1986

Lucio Battisti – Don Giovanni cover 1986

Sono le parole di Lucio Battisti nella sua ultima intervista pubblica. Sono parole quasi arrabbiate, di un artista che non si sente più a suo agio con l’immagine di icona pop attribuitagli negli anni precedenti, quelli del maggior successo. Lucio Battisti, si avvia in questa fase a riscrivere la storia della musica italiana. Fa una scelta difficile, si ritira dalle scene, e per questo, per chi non lo capì, il suo fu un gesto di falsa modestia, aspramente criticato e contestato da critica e fan. Ma Lucio, con un gesto di profonda onestà intellettuale, decide che val la pena applicare il canone dell’ art for art sake, solo per il semplice piacere di spingersi oltre i confini della musica contemporanea.

Tutto comincia con un incontro fortuito con il poeta Pasquale Panella, grazie ad Adriano Pappalardo nel 1980: qui comincia una fase diversa, una fase che ci consente di dire che negli ultimi album, i celeberrimi e contestatissimi album bianchi, Lucio Battisti smette di fare canzonette e si eleva, dimostrando tutta la potenza del suo genio.

Lucio Battisti e Mogol

Lucio Battisti e Mogol

Gli album in questione sono cinque, definiti album bianchi, per il fatto che il cantante ne disegna a mano le copertine, con sfondo bianco su cui emergono semplici tratti, quasi scarabocchi puerili. Il genio musicale incontra la poetica di Panella e questo binomio se non fortunato come quello costituito con Mogol, appare di un pregio elevatissimo. Pasquale Panella si muoveva già da tempo nella scena musicale e della letteratura italiana. Prima di incontrare Battisti, aveva infatti già scritto per Enzo Carella e per il teatro. Il paroliere più volte definito ermetico, dadaista e futurista dà un tocco di avanguardia alle musiche dell’artista romano, che al contrario di quanto accadeva per le canzoni scritte con Mogol, vengono dopo la scrittura dei testi.

 

Lucio Battisti - L'apparenza cover 1986

Lucio Battisti – L’apparenza cover 1986

Già nel 1988, L’apparenza, secondo album bianco dimostra quanto non ci si ritrovi più di fronte al Battisti de’ La canzone del Sole. Il linguaggio è forbito, le immagini minimal ma efficaci. I ritmi richiamano il rithm’n blues di cui Battisti era molto appassionato, ed anche l’elettronica. I cultori di Battisti ne parlano spesso come si parla dei Beatles, ovvero si dice che Battisti abbia sperimentato ogni sorta di genere musicale, prima ancora che alcuni di questi fossero catalogati come generi musicali. Battisti, inoltre, esce con tutta la forza che ha dall’etichetta di cantante nazional-popolare, si guarda indietro e quasi non si riconosce. La scelta del cantante romano è elitaria ma giustificabile con il fatto che l’istinto del genio  brama nuovi percorsi. Il risultato però è che tutti e cinque gli album fecero calare vertiginosamente le vendite. I testi, poi, sono pieni di immagini spezzettate, apparenti nonsense, onomatopee, aulicismi, accompagnati dagli usuali falsetti. Nonostante ciò,  questo divincolarsi di Battisti dalla precedente immagine avviene gradualmente, infatti il vecchio Lucio ritorna in pezzi come Per Nome e Don Giovanni.

 

Lucio Battisti - La Sposa Occidentale cover 1990

Lucio Battisti – La Sposa Occidentale cover 1990

Nel 1986, l’aveva preceduto l’album Don Giovanni, in cui Panella supera Battisti: i virtuosismi in Le cose che pensano, dove i passati remoti sono la chiusa di quasi tutti i versi e confluiscono in un insieme di assonanze che hanno lo scopo quasi di dilatare il tempo, come quando l’amore finisce e si vuole rimandare all’infinito la realizzazione di ciò che è successo. Sono abili giochi di parole per descrivere ciò che resta dell’amore, quando l’amore non c’è più, quando restano solo gli oggetti e i ricordi. Panella sa anche bene dove andare a parare con le immagini, accostando frasi che sembrano proprio non centrare le une con le altre, che confondono l’ascoltatore, sfuggono. Perchè, si, Panella è Dada, è anche Aldo Palazzeschi, ovvero il Futurismo.

Se sbatti un addio c’esce un’omelette.
Le cosce dorate van fritte.
Coi sorrisi fai croquettes.
E tu dici ancora che non parlo d’amore.
Batte in me un limone giallo basta spremerlo.
Con lacrime salate agli occhi tuoi,
ben condita amata t’ho. (da Fatti un pianto)

A chiudere questo album, nel lato B, c’è Il diluvio, che potrebbe benissimo essere una reinterpretazione, tra la beffa e il reale de’ La pioggia nel Pineto. Piove anche qui, e anche qui i due protagonisti sono un uomo e una donna. Come D’Annunzio seppe dare un tono al rumore che faceva la pioggia sulla vegetazione e reinterpretare la pioggia come metafora di rinascita, così Panella descrive in maniera moderna l’acquazzone come metafora di vita (tragicomica).

Lucio Battisti - Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Lucio Battisti – Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Così si arriva al terzo album, La sposa occidentale, che segna quai una sorta di pareggio fra questi due geni. Ne’ I ritorni, lo stream of counsciousness regna sovrano, mentre si descrivere il ritorno sia nell’amore che nella vita,con versi che restano sempre confinati nell’area dell’inafferrabile.

Il quarto album C.S.A.R., acronimo che sta per Cosa succederà alla ragazza in cui si distingue il pezzo La Metro eccetera, che è descrizione di luoghi affollati in cui ci si sente soli, in cui ci si incontra senza incontrarsi mai in realtà. Si parla di luoghi dove tutto potrebbe succedere, ma non accadrà mai, in cui decine di vite si scontrano camminando però sempre su strade parallele, come in una solitudine di numeri primi.

Battisti e Panella mettono, poi, il punto con Hegel, copertina dell’album una E, Come the end, perché questo è il testamento musicale di Battisti, oltre ad essere l’album più oscuro e incomprensibile di tutti.

Questi cinque album, progettati al secondo, di un ordine quasi psicotico, suddivisi in otto pezzi per album, sono il testamento

Lucio Battisti - Hegel cover 1994

Lucio Battisti – Hegel cover 1994

di un Battisti che per i fan del primo periodo diventa freddo e calcolatore, razionale a discapito della passionalità e del coinvolgimento di mogoliana memoria. Lucio Battisti se ne va così,  il 9 settembre 1998, lontano dai palchi che per più di  vent’anni ha calcato, se ne va incompreso dai più, come i geni, sul più bello perché Hegel probabilmente segnava l’inizio di un’altra fase ancora. Un artista che l’Italia ha visto crescere, evolvere, passando dal rock all’ R&B alla dubstep e all’ elettronica new wave: visionario, istrionico, colto e appassionato. Battisti diventa quindi esempio del genio, di chi rifiuta gli onori per perseguire l’arte, per il semplice gusto di farlo, il bambino che non perde la  meraviglia  e vuole ancora scoprire e sperimentare, che offre il suo talento musicale ad un poeta di alto calibro quale è stato Panella.

Al di là delle simpatie o meno che tutti possiamo provare per il cantante, questi ultimi cinque album sono la prova che qualcosa di grande è accaduto in questa fucina musicale in cui Battisti e Panella si porgevano la mano. Gli ascoltatori, anche i più scettici, non possono che restare inermi e affascinati dai ritmi e dagli estrosi incastri di parole perfettamente calzanti con le melodie sincopate create da tastiere e basi elettroniche. Restiamo allora quasi come si sta davanti ad un quadro di arte moderna, consapevoli di non aver tutti gli strumenti per comprenderlo, ma altrettanto certi che si è di fronte a qualcosa di originale e intramontabile destinato a cambiare il corso degli eventi.

Captain Fantastic, la recensione

Captain Fantastic, la recensione

Il campo lunghissimo iniziale ci fa capire quanto anticonvenzionale sia la famiglia che verrà analizzata in questo film: ci sono solo alberi ovunque in un verde infinito, una famiglia tradizionale in una foresta così non potrebbe che farci un’allegra scampagnata, con l’ausilio di detergente antibatterico e salviettine precauzionali. Ma non è il caso della famiglia Cash, che in natura trascorre tutta la propria vita, allenata tutti i giorni alla caccia, alla sopravvivenza nei casi più estremi e a sbarcare il lunario attraverso qualche ‘furtarello’ al supermercato da papà Ben, interpretato da un sorprendente Viggo Mortensen. Altro elemento “diverso dalla norma” che salta all’occhio nei primissimi minuti della pellicola è il font del titolo del film.

Tutti, a partire dai figli più piccoli, sono armati di un cinismo surreale e di una conoscenza approfondita delle varie dottrine politiche, e hanno inoltre una visione disincantata del mondo alimentata da conoscenze mediche e dalla lettura dei capolavori più dissacranti della letteratura mondiale. Inoltre, i ragazzi non vanno a scuola, preferendo il padre istruirli autonomamente.

Ma i bambini sono pur sempre bambini, e preoccupati chiedono al padre il motivo dell’assenza prolungata della madre dalla loro vita:col solito cinismo, il padre spiega loro che è ricoverata per la sua depressione causata dalla poca serotonina.
Presto il figlio grande Bo (George MacKay) scopre di essere stato ammesso all’Università in seguito alla presentazione di certificati falsi. Sebbene sia chiara la sua voglia di andarci, egli è combattuto a causa degli insegnamenti anarchici del padre, che non approverebbe una sua formazione accademica convenzionale.

Ben riceve poi una telefonata in cui gli comunicano il suicidio della moglie Leslie, notizia che sarà poi da lui passata con minuzia di particolari anche ai figli. Incredibilmente, neppure l’indomani sarà giorno di lutto: l’allenamento continuerà come al solito. Il suocero di Ben odia il padre, accusandolo di essere causa della morte della sua unica figlia, vittima, a parer suo, dell’instabilità della loro vita fuori dagli schemi.

L’armata Cash va poi a cena dalla famiglia della sorella di Ben, Harper, e il loro pulmino hippie (da loro affettuosamente denominato Steve) viaggia verso la città, circondato dai vari simboli dell’odiato consumismo. La scena della cena tra le due famiglie è il punto chiave del film: lo scontro tra due mondi opposti e all’apparenza inconciliabili. La vita da eremiti della famiglia selvaggia li rende incapaci di relazionarsi con la società, come sarà poi dimostrato da Bo, che confonderà una fugace infatuazione con la storia d’amore della sua vita. La notte che avrebbero dovuto passare in casa con la famiglia di zia Harper, verrà invece trascorsa nelle tende in giardino. E’ emblematica questa separazione fisica, in questo caso voluta, ma in seguito forzata, quando Ben sarà sbattuto fuori dalla chiesa in cui celebravano il funerale di Leslie a causa della lettura delle sue “scomode” ultime volontà, tra cui quella di essere cremata e gettata nello scarico dei bagni. Stanco di questa situazione paradossale, il suocero Jack decide di chiedere l’affidamento dei suoi nipoti intimando a Ben di stargli lontano.

Il punto di svolta nella vita della famiglia sarà quando Vespyr (Annalise Basso), una delle figlie, nel tentativo di prelevare suo fratello Rellian dalla casa dei nonni, cadrà dal tetto: rimane viva per pura fortuna, e questo sconvolge Ben, che l’indomani manderà tutti i suoi figli a vivere a casa dei nonni. Tutto il mondo che il protagonista si era creato sta lentamente crollando addosso, specialmente dopo la scoperta che è stata sua moglie ad aiutare il figlio Bo a falsificare i documenti per l’Università.

Egli comincia a mostrare un lato umano che fino a quel momento sembrava sconosciuto agli occhi degli spettatori, mentre torna nella foresta a bordo di Steve, sulle note della fantastica Varðeldur dei Sigur Ros. Bo sarà infine libero di partire per inseguire i propri sogni, e il resto della famiglia continua a vivere insieme, questa volta in una casa normale, i figli vanno a scuola, ma sono forti dell’esperienza maturata nella foresta, coltivano un loro orto e hanno le loro galline, ora sono davvero felici.

Captain Fantastic, di Matt Ross, vincitore della Miglior Regia nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, è un film con uno straordinario equilibrio dei colori, che parla di coesistenza e rispetto reciproco, con la speranza che un giorno si possa prendere il meglio da mondi apparentemente inconciliabili per creare qualcosa di superiore, pur mantenendo le proprie convinzioni, come dimostrato dalla famiglia protagonista, il cui motto continua ad essere “Potere al popolo, abbasso il sistema”. Se poi continuate a pontificare su quale dei due mondi sia quello più giusto, probabilmente di questo film non avete capito nulla.

foto da: blog.screenweek.it

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Metti una sera a cena, nella cucina di casa propria, con un ragazzo e una ragazza inaspettati, due sconosciuti… Lei indossa un pantalone militare e un paio di anfibi, lui, maglione vecchio e denti neri, si rolla una sigaretta con uno strano aggeggio di metallo,una specie di portatabacco. Sono ucraini: lei si è unita da volontaria due anni fa alle truppe ucraine, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia. Pilotava droni perchè ha studiato Geografia all’università e sa leggere le mappe. Lui aspirante scrittore, sembra uscito da un film di Buster Keaton. Ci raccontano l’Ucraina, il freddo, la città, ovvero Kiev. Si parla di musica, di Prokofiev, quando lei racconta di essere stata chitarrista di un gruppo rock composto da sole ragazze, prende la chitarra che porta sempre con sè, anche in questo viaggio in Portogallo, dove entrambi sono arrivati in autostop. Esegue Tribal Connection in versione acoustic e nella stanza ormai aleggia un solo nome: Gogol Bordello. Le si illuminano gli occhi, quando pronuncia  il nome del cantante, Eugene Hütz, ucraino d’origine, di Kiev  ma cresciuto negli States, dove i genitori si rifugiano durante la sua infanzia per scappare dal disastro di Chernobyl del 1986.

Il cantante, Hütz, baffone da vero uomo dell’Est, occhio blu, denti d’oro, sempre in abiti gitani, fonda i Gogol Bordello ed esporta la musica dell’Europa dell’Est, o meglio, parte di essa nel mondo. La band si forma nel 1993, e subito ha un grande successo. I testi mescolano inglese, ucraino e a volte spagnolo, in una lingua che somiglia un po’ all’idea del patchanka di Manu Chao. Preponderanti nella loro musica sono il violino suonato dal russo Sergey Ryabtsev e la fisarmonica… Ed è subito folk, tanto che il gruppo è stato spesso paragonato agli irlandesi Pogues.

Scrivono la colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata di cui il frontman è anche protagonista, non a caso, perché il film racconta del viaggio fisico (e metafisico) di un ragazzo ucraino, l’autore, partito alla ricerca della sua famiglia, delle sue origini. Il film è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Jonathan Safran Foer e la colonna sonora è una ballata dolce e melanconica, diversa da quello a cui i fan dei Gogol Bordello sono abituati e, si intitola Through the roof’n’ Underground.

Nelle canzoni dei Gogol Bordello l’anima gipsy emerge forte: ci si trova davanti ad un mix di punk, rock, folk, in una ricetta che fornisce una dose esorbitante di energia, perché spesso e volentieri, i testi cantati sono potenti come la stessa Tribal Connection, che è il lamento arrabbiato di chi sente di non avere possibilità nel proprio paese d’origine :

No can do this, no can do that.
What the hell can you do, my friend?
In this place that you call your town.

Il primo album, Voi-La Intruder del 1999, non tralascia la politica, o meglio la storia della politica, sempre interpretandola con tono scanzonato, disordinato, scomposto, scorretto, irriverente: basta ascoltare Mussolini vs Stalin in cui si traccia questo sarcastico e pittoresco quadretto in cui i due dittatori ballano insieme la tarantella. Con l’album Super Taranta fanno il botto nel 2007, per poi regalarci canzoni che sono ormai diventate inni come Immigraniada (We Comin’ Rougher) o My Companjera, indiscutibili successi dell’album successivo. Il mondo gitano si sente, si vede anche, per esempio, nel videoclip di Wanderlust King in cui troviamo Hütz  che, più sfrenato che mai, strimpella e balla (che sembra quasi in preda al ballo di San Vito) con una cartina dietro le spalle mentre scorrono immagini di posti diversi in Europa dell’Est e non solo: è una sorta di sintesi dei suoi viaggi, in cui parla di questo Re delle meraviglie perdute, facendo venire a tutti la voglia di girovagare per il mondo sulle note gipsy-punk della sua musica.Nel frattempo, i Gogol Bordello, per non farsi  mancare nulla, non si lasciano scappare nemmeno l’occasione di inneggiare e scrivere un elogio all’alchool in una canzone omonima.

Il cantante che ha vissuto per un po’ nel borgo di Santa Marinella vicino Roma, a cui è dedicata la canzone che porta lo stesso titolo e, che fece scalpore all’Umbria Jazz perché le bestemmie nella canzone risultarono offensive, ha raccontato inoltre, che nel periodo in cui suonava per vivere in Piazza Navona fu arrestato perché scambiato per uno zingaro e accusato di furto. Le loro canzoni sono la perfetta colonna sonora della vita da nomadi, loro sono una meravigliosa e spumeggiante carovana di artisti pronta a far saltare e ballare i propri fan. Ci si trova di fronte a ritmi di contrabbando, per dirla con le parole di Eugenio Bennato. I Gogol Bordello si atteggiano a bad boys, cantando le rivoluzioni ma continuando ad usare la musica per affrontare temi caldi in Ucraina, sempre presente nelle loro canzoni che, nonostante il ritmo sgangherato, offrono spunti di riflessione. Sbeffeggiano persino motti pro globalizzazione in Think locally, fuck globally. In più, le loro canzoni, sull’immigrazione, tema caro al cantante,non sono state mai attuali quanto ai giorni nostri.

Gli album più famosi sono probabilmente gli ultimi tre, in cui si dà più importanza all’ energia della taranta (genere di cui Hütz ha fatto incetta nel suo periodo italiano), e al folk. Nelle innumerevoli clip dei loro live emerge quanto siano coinvolgenti i giri di violino, quanto irriverente, folle e sfrenato sia il loro atteggiamento e chi riesce a stare fermo deve avere delle qualità fuori dal comune. Indimenticabile è a questo proposito il mash -up live con Madonna, di cui il cantante è grande amico, fra La Isla Bonita e Pala tute, storia d’amore cantata dai Gogol Bordello in romani, la lingua parlata da alcuni rom dell’Europa . Emerge, in questa memorabile performance al Live Earth nel 2009, quanto i Gogol Bordello siano più una band da live che da studio di registrazione .Infatti, il 2017 sarà l’anno del nuovo loro tour che prevede anche date italiane, il 14 luglio a Trento e poi il Pistoia Blues Festival, perché a Hütz manca, come lui stesso ha dichiarato più volte, il periodo italiano. Nel frattempo ci si accontenta di ascoltarli in cuffia perché certamente, they’re coming rougher again e il divertimento è assicurato.

Carlito’s way: la recensione

Carlito’s way: la recensione

Ciak. Azione. Carlito (Al Pacino) è spacciato: due colpi d’arma da fuoco trafiggono la sua pancia, la sua faccia è assorta, rassegnata. La macchina da presa fluttua nell’aria. L’inquadratura plongée unita al bianco e nero non fa che sottolinearlo ulteriormente: è la fine. La scena si conclude con un primissimo piano incentrato su Carlito, mentre osserva un manifesto pubblicitario su cui è stampata la scritta “Escape to paradise” (la cui emblematicità è suggeritaci dal fatto che è l’unico elemento a colori della scena).

Un pensiero di Carlito ci riporta al perché di questa vicenda. Charlie Brigante, detto Carlito, è un uomo appena uscito di prigione grazie alla scaltrezza del suo avvocato corrotto, nonché fraterno amico, David Kleinfeld, magistralmente interpretato da Sean Penn, il quale permette a Carlito di uscire di prigione con largo anticipo rispetto alla sentenza precedentemente stabilita. Ora Charlie ha un obiettivo: essere pulito. Ma il suo percorso verso la redenzione si rivelerà più tortuoso di quanto immaginasse; la cerchia sociale che si è costruito durante gli anni precedenti all’incarcerazione finisce per rimetterlo nei guai. E così Carlito torna al suo punto di partenza, nel girone dell’Inferno.

Durante il suo cammino, in una sera piovosa, Charlie va a trovare la sua ultima fidanzata prima della galera, Gail (Penelope Ann Miller), a cui si sente ancora profondamente legato. La visione che ha di Gail, impegnata in una scuola di danza a provare “il duetto dei fiori”, è celestiale, paradisiaca. Ella è lontana, come evidenzia lo sguardo in primo piano di Carlito mentre la osserva. Lontana da lui, ancora collegato all’Inferno. Charlie deve scontare le sue colpe, e sebbene in sede giudiziaria gli sia andata bene, sarà la vita a fargliele scontare.

È a metà del suo percorso che Carlito si rende conto di essere quello di sempre, quando dice a Gail: ”Questa è la mia vita. Io sono come sono, nel bene e nel male. Non posso farci niente.” Più in là, si renderà davvero conto di non poter sfuggire al suo destino, quando David lo metterà nei pasticci, e a farPi comprendere la rassegnazione di Charlie è questa frase da lui pensata:”C’è una linea di confine dalla quale non si torna indietro:il punto di non ritorno. Dave l’ha superato, e io sono qui con lui.”

Emblematico quando Charlie rinchiude uno scarafaggio sotto un bicchiere, per poi sollevare il bicchiere e lasciare libero l’insetto: lo scarafaggio era tale prima, era tale durante la sua “prigionia”, ed è lo stesso dopo essere stato liberato.

“Carlito’s way” è così la storia di un uomo e della sua lotta contro se stesso, contro la sua natura. Purtroppo però non è possibile avere la meglio sulla propria natura, e tutto finisce come è cominciato.  A mettere il punto esclamativo su questo magnifico film ci pensa Joe Cocker, nei titoli di coda, con “You are so beautiful”.

‘Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va’.

foto da: radiocinema.it

The National: siate inquieti, siate folli

The National: siate inquieti, siate folli

foto da: outsidersmusica.it

Matt Berninger è uno degli artisti americani più fuori dagli schemi degli ultimi dieci anni. Tutto comincia in Ohio grazie alla testardaggine del frontman, capace di mettere assieme questa band composta da cinque musicisti. In America, i The National sono considerati degli dei. La prova schiacciante è la loro presenza avvertita in film e serie tv americane che hanno utilizzato la loro canzoni recentemente: da Grey’s Anatomy ( in cui troviamo Vanderlyle Baby Cry) a Il trono di spade. Tra i film invece ritroviamo ‘Before We Go‘, film diretto e prodotto da Chris Evans, e la Torcia umana dei Fantastici 4, la cui colonna sonora è England. In Italia li conoscono in pochi: chi ha avuto la fortuna di sperimentali è sicuramente a conoscenza della loro partecipazione al Pistoia Blues Festival, uno dei rari eventi nazionali avvicinabili ad avvenimenti annuali come lo Sziget o il Primavera Sound Festival, ormai frequentatissimi nel panorama musicale europeo.

I National vivono esordio in sordina nel 2001, quando producono Dirty songs for Dirty Lovers, mescolando il country al pop. La critica li acclama con Alligator nel 2007, prima del loro più recente masterpiece nel 2013 dal titolo abbastanza inquietante: “Trouble Will find me.”

Matt, frontman dalla personalità disturbata, che non esime di mostrare nei concerti e nei videoclip, sorprende per personalità e carisma. E ‘disturbate’ sono anche le sue canzoni, flussi di coscienza sotto effetti di stupefacenti, come Abel, nella quale ripete innumerevoli volte “My mind is not right” e si agita col microfono in mano, dimostrando tanta inquietudine da farci sprofondare letterariamente in un libro di David Foster Wallace.

L’ultimo album appunto è una rivelazione: il secondo ed il terzo brano, Demons and Don’t swallow the cup, ci parlano di demoni e ossessioni che tutti (o quasi) tendiamo a nascondere. In Don’t swallow the cup, i demoni hanno la meglio e il cantante invita qualcuno (o forse se stesso) a non mandar giù il liquido di un misterioso bicchiere. Forse una specie di nostrano Breve invito a rinviare il suicidio del maestro Battiato?

Si va giù per le tracce, sospesi, ma anche confusi un po’. Dopotutto i National fanno questo effetto: ti sradicano dalla realtà catapultandoti in pianeti interiori paralleli. Nelle musiche troviamo ritmi diversi ma riconoscibili. Nelle canzoni dei National troviamo marce, ritmi martellanti, ma anche accostamenti di melodie dolci-amare intonate dalla voce oscura di Berninger che può diventare piacevolmente tetra.

It’s a terrible love that I’m walking in
It’s a terrible love
That I’m walking with spiders
It’s a terrible love that I’m walking in
It’s quiet company

In High Violet, acclamato dalla critica in maniera unanime, ci si ritrova di fronte ad un Berninger ancora al cospetto di una vita difficile, travagliata, mentre si fluttua con lui in atmosfere mondane newyorkesi.

Ci sono poi The Virginia EP e The Boxer con copertina facilmente confondibile in modo non casuale. Un unico album per lo stile delle canzoni eseguite. Si passa qui attraverso pezzi come Slow Show alla rivisitazione di Mansion on the Hill, vecchia canzone country, cantata anche da Bruce Springsteen ma riadattata dalla band dell’Ohio magistralmente con l’aggiunta di archi in sottofondo, per arrivare a Mistaken for strangers nonchè a Fake empire.

Ma l’apice è toccato con Sons and daughters of Soho riots: il quartiere è Soho a New York, quartiere degli artisti, scenario di una storia d’amore ormai al termine, in cui la band canta la disillusione dopo le grandi speranze all’inizio di ogni relazione. Nel quartiere di Soho ebbe luogo una rivoluzione culturale in cui alcuni artisti emergenti resero il precedente centro industriale un luogo di ritrovo appunto per gli artisti stessi. Nonostante lo scopo di questi artisti fosse rendere accessibile a tutti questo quartiere, la generazione successiva ha fatto di questa rivolta un simbolo radical chic, trasformando il quartiere popolare in zona residenziale di prima classe, cosa che gli artisti fautori della rivolta avevano previsto. Berninger, con classe, paragona la fine prevedibile di questa relazione al risultato di questo episodio di Storia americana contemporanea.

Ascoltando i The National, insomma, è impossibile rimanere impassibili, incollati alla sedia, mentre è facile ascoltare le vibrazioni che rilasciano. La loro abilità nel descrivere complessi e paranoie comuni attraverso ritmi ossessivi offre una adeguata pennellata di Impressionismo a gran parte dei componimenti. A tre anni di assenza dalla scena musicale internazionale, ci auguriamo che la follia di Bernigner e compagni ci accompagni ancora, e che le loro canzoni continuino a psicanalizzarci sempre. Anche l’Italia li attende al varco, con spasmodica attesa.

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