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The National: siate inquieti, siate folli

The National: siate inquieti, siate folli

foto da: outsidersmusica.it

Matt Berninger è uno degli artisti americani più fuori dagli schemi degli ultimi dieci anni. Tutto comincia in Ohio grazie alla testardaggine del frontman, capace di mettere assieme questa band composta da cinque musicisti. In America, i The National sono considerati degli dei. La prova schiacciante è la loro presenza avvertita in film e serie tv americane che hanno utilizzato la loro canzoni recentemente: da Grey’s Anatomy ( in cui troviamo Vanderlyle Baby Cry) a Il trono di spade. Tra i film invece ritroviamo ‘Before We Go‘, film diretto e prodotto da Chris Evans, e la Torcia umana dei Fantastici 4, la cui colonna sonora è England. In Italia li conoscono in pochi: chi ha avuto la fortuna di sperimentali è sicuramente a conoscenza della loro partecipazione al Pistoia Blues Festival, uno dei rari eventi nazionali avvicinabili ad avvenimenti annuali come lo Sziget o il Primavera Sound Festival, ormai frequentatissimi nel panorama musicale europeo.

I National vivono esordio in sordina nel 2001, quando producono Dirty songs for Dirty Lovers, mescolando il country al pop. La critica li acclama con Alligator nel 2007, prima del loro più recente masterpiece nel 2013 dal titolo abbastanza inquietante: “Trouble Will find me.”

Matt, frontman dalla personalità disturbata, che non esime di mostrare nei concerti e nei videoclip, sorprende per personalità e carisma. E ‘disturbate’ sono anche le sue canzoni, flussi di coscienza sotto effetti di stupefacenti, come Abel, nella quale ripete innumerevoli volte “My mind is not right” e si agita col microfono in mano, dimostrando tanta inquietudine da farci sprofondare letterariamente in un libro di David Foster Wallace.

L’ultimo album appunto è una rivelazione: il secondo ed il terzo brano, Demons and Don’t swallow the cup, ci parlano di demoni e ossessioni che tutti (o quasi) tendiamo a nascondere. In Don’t swallow the cup, i demoni hanno la meglio e il cantante invita qualcuno (o forse se stesso) a non mandar giù il liquido di un misterioso bicchiere. Forse una specie di nostrano Breve invito a rinviare il suicidio del maestro Battiato?

Si va giù per le tracce, sospesi, ma anche confusi un po’. Dopotutto i National fanno questo effetto: ti sradicano dalla realtà catapultandoti in pianeti interiori paralleli. Nelle musiche troviamo ritmi diversi ma riconoscibili. Nelle canzoni dei National troviamo marce, ritmi martellanti, ma anche accostamenti di melodie dolci-amare intonate dalla voce oscura di Berninger che può diventare piacevolmente tetra.

It’s a terrible love that I’m walking in
It’s a terrible love
That I’m walking with spiders
It’s a terrible love that I’m walking in
It’s quiet company

In High Violet, acclamato dalla critica in maniera unanime, ci si ritrova di fronte ad un Berninger ancora al cospetto di una vita difficile, travagliata, mentre si fluttua con lui in atmosfere mondane newyorkesi.

Ci sono poi The Virginia EP e The Boxer con copertina facilmente confondibile in modo non casuale. Un unico album per lo stile delle canzoni eseguite. Si passa qui attraverso pezzi come Slow Show alla rivisitazione di Mansion on the Hill, vecchia canzone country, cantata anche da Bruce Springsteen ma riadattata dalla band dell’Ohio magistralmente con l’aggiunta di archi in sottofondo, per arrivare a Mistaken for strangers nonchè a Fake empire.

Ma l’apice è toccato con Sons and daughters of Soho riots: il quartiere è Soho a New York, quartiere degli artisti, scenario di una storia d’amore ormai al termine, in cui la band canta la disillusione dopo le grandi speranze all’inizio di ogni relazione. Nel quartiere di Soho ebbe luogo una rivoluzione culturale in cui alcuni artisti emergenti resero il precedente centro industriale un luogo di ritrovo appunto per gli artisti stessi. Nonostante lo scopo di questi artisti fosse rendere accessibile a tutti questo quartiere, la generazione successiva ha fatto di questa rivolta un simbolo radical chic, trasformando il quartiere popolare in zona residenziale di prima classe, cosa che gli artisti fautori della rivolta avevano previsto. Berninger, con classe, paragona la fine prevedibile di questa relazione al risultato di questo episodio di Storia americana contemporanea.

Ascoltando i The National, insomma, è impossibile rimanere impassibili, incollati alla sedia, mentre è facile ascoltare le vibrazioni che rilasciano. La loro abilità nel descrivere complessi e paranoie comuni attraverso ritmi ossessivi offre una adeguata pennellata di Impressionismo a gran parte dei componimenti. A tre anni di assenza dalla scena musicale internazionale, ci auguriamo che la follia di Bernigner e compagni ci accompagni ancora, e che le loro canzoni continuino a psicanalizzarci sempre. Anche l’Italia li attende al varco, con spasmodica attesa.

Brunori Sas: la voce della crisi

Brunori Sas: la voce della crisi

All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Dichiara invece per questo nuovo album, A casa tutto bene, in un’intervista a Rock.it “Ho iniziato a scrivere questo disco un anno fa, durante un viaggio in Aspromonte, un luogo che ho sempre accostato alla paura, all’oscurità, a ciò che mi spaventa. La paura anzitutto di dover affrontare le paure. La paura di chi pensa di avere qualcosa da perdere. La paura di cambiare, la paura di deludere le aspettative, di perdere ciò che hai conquistato con fatica, la paura di non farsi trovare pronti all’appuntamento. La paura di cambiare direzione, di osare, di trasformarsi. La paura di ciò che non conosci, che vedi come altro da te, come una minaccia. Ma anche la paura dell’adolescenza incompleta che ti chiede il conto, della giovinezza che scalpita perché sta finendo e non tornerà.”

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

foto da: seatgeek.it

Codes and Keys

Ovvero: come affrontare la vita con i Death Cab for Cutie in poche semplici mosse.

“So this is the new year and I don’t feel any different”: si apre in maniera così lapidaria il celebre album Transatlanticism (2003), che ci introduce oggi alla band americana. Chi scrive è non a caso a poche ore dall’inizio di questo 2017.

Già, ma perché Death Cab? Il leader Ben Gibbard dichiara in una intervista:

“Nel 1999 abbiamo suonato in South Carolina, e siamo stati presentati come i “Death Camp for Cutie”. E quest’errore era anche sui poster affissi giorni prima del concerto! C’era un enorme equivoco in tutta la città, e al momento del concerto ci sentivamo strani e divertiti al tempo stesso. Allora abbiamo deciso di introdurre una sorta di booking contract, in cui affermavamo che chiunque decidesse di organizzare un nostro concerto avrebbe dovuto scrivere il nome della nostra band in modo corretto, oppure ci sarebbero state delle conseguenze finanziarie: niente di particolare, soltanto 50 dollari. Quindi, se qualcuno vorrà mai storpiare il nome della nostra band, che sia pronto a sborsare!”

 

A parte ciò, la loro storia è presto delineata. Mettiamo un gruppo di ingegneri di Washington che decidono di unirsi assieme nel 1997 e formare una band, col semplice scopo di strimpellare fra una derivata e un’equazione. Mettiamo che tra i fan siano considerati fuoriclasse nel descrivere amori impossibili e non solo. Che vengano selezionati per scrivere colonne sonore per diverse serie tv americane. Mettiamo tutto questo insieme e avremo la ricetta e il segreto del loro successo. Senza evidentemente banalizzare: i Death Cab non sono certo unicamente frutto della loro potenziale e possibile commercializzazione.

 

Con 8 album all’attivo, gli esperti Death Cab si erigono a sperimentatori di quelle melodie che gli inglesi definirebbero ‘mellow’: canzoni in cui ci si sente fluttuare nello spazio, carezzati dalla voce di Gibbard, ma allo stesso tempo con richiami passati di ‘Cure-iana’ memoria. Che siano ingegneri questo pare evidente. E pare che i ritmi siano perfettamente calcolati, con nulla lasciato al caso. Si avverte una sensazione di precisione anche nel disordine (apparente) che attraversa l’opera musicale della loro fondamentale presenza indie. Disordine che richiama spesso e volentieri non solo i Beatles, ma anche i Joy Division, influenze più palpabili nell’album 2008 ‘Narrow Stairs’. E anche quella Some Boys rimanda ai The Smiths e all’influenza britannica, ricordando vagamente (almeno per quanto riguarda l’incipit) la ‘indimenticata’ e indimenticabile Some Girls Are Bigger Than Others.

 

Mi chiederete: ma perché i Death Cab allora possono fornire un decalogo per affrontare la vita? Beh, scorrendo bene ed ascoltando l’ottima discografia sembrerebbe avvertirsi la presenza di almeno un suggerimento sul come affrontare determinate situazioni. Quasi un identikit cui riallacciarsi e sentirsi liberi ma al tempo stesso con cui proteggersi, a gentile concessione della poesia di Gibbard e soci. Se Plans rappresenta, a detta di molti critici e fan, forse l’album più incisivo dei Death Cab, in grado di tenere botta al piccolo capolavoro di Translatlanticism, non si sottovaluti nemmeno l’ultimo Kintsugi: una piccola perla che riporta in auge la band dopo quattro anni di silenzio compositivo.

 

In Transatlanticism si dipinge la vita quotidiana su una nave, come un moderno e rivisitato Titanic. A farla da padrone, il tema del viaggio e degli amori non corrisposti. Non ingannino i temi apocalittici o le composizioni più ‘problematiche’: lo stesso tema della morte è affrontato tutto sommato serenamente, con quella positiva prospettiva di chi crede ancora ai piccoli spazi, agli sprazzi e agli spiragli. Un apparente a volte, ed in altre avvertito, pessimismo universale che paradossalmente spesso sfocia in melodie spensierate e rassicuranti. Come quando ci si sente adolescenti e sprovvisti di quella serenità che i Death Cab raramente hanno fatto mancare al proprio pubblico, nonostante i loro dischi rappresentino spesso e volentieri amare caramelle da digerire. Provare per credere.

 

I Death Cab hanno bisogno di finestrini abbassati e facce controvento. A volte sarebbe invece sufficiente ballare nel salone di casa propria, come si usava fare un tempo, nell’intimità e nella familiarità di un ambiente domestico. Per assaporare ogni singola nota, goccia a goccia. Un rifugio sicuro in ogni momento, un porto che offre comprensione per ogni malinconia.

 

La nostra gioventù è passeggera

La vecchiaia è proprio dietro l’angolo

E non posso aspettare che i miei capelli diventino grigi.

Starò qua a pensare

Ad ogni amore che avrei potuto vivere.

Se solo avessi pensato a qualcosa di affascinante da dire.

 

E qui si torna al senso del titolo, che dunque a volte un senso lo possiede al di là del potere di catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. Codes and Keys: una specie di foglietto di istruzioni per una vita felice. Come dimenticare a riguardo la vivace The Tourist. Una sorta di training autogeno in musica, un manifesto che attraversa le fasi emotive dell’essere umano. Rabbia, stupore, estraneità ai propri luoghi e persino a noi stessi. I Death Cab non si riservano dal profondersi in consigli vari, accompagnando i dolori e le incertezze dell’ascoltatore.

 

Non tragga in inganno, come si osservava precedentemente, la commercializzazione che ha contribuito alla loro maggiore presenza ‘televisiva’ e dunque appunto ad espandere la loro veste commerciale. I Death Cab sono un patrimonio da difendere, anche dalle minimizzazioni e dalle critiche spesso concretizzatesi nell’assenza di idee o nella presunta monotonia della voce di Gibbard. Perché no, Seth Cohen non è certo stato l’unico ad averli sperimentati (do you remember?!)

 

Accogliamo dunque i nostri Death Cab nei buoni propositi dell’anno nuovo con annessi e connessi, because this is the new year and they will possess your heart. With no esitation.

Ha collaborato: Cosimo Cataleta

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

“Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”.

A questa didascalia iniziale, Charlie Chaplin fa subito seguire un gregge di pecore, intente a pascolare in maniera disordinata ma efficiente, cui associa uno sciame di operai che va al lavoro, con analoga passività.
Una vita diversa è quella  invece del Presidente dell’azienda in cui gli operai lavorano, il cui compito principale sembra quello di monitorare ogni movimento del suo gregge. Il regista inglese Charlie Chaplin, in “Tempi Moderni”, affronta dunque la tematica del controllo sulla vita quotidiana, che sarà poi ripresa ben tredici anni dopo da George Orwell in 1984 e ribattezzata con il nome di Grande Fratello.

Le scene riprodotte in maniera accelerata ci fanno ben capire quanto fosse incessante il ritmo di lavoro che gli operai erano costretti a sostenere. Il Presidente riceverà una visita in cui gli verrà presentata una “macchina da nutrizione”, con la capacità di cibare automaticamente i lavoratori e dunque di eliminare l’ora di pausa, garantendo maggiori profitti. È proprio questo l’emblema dei “Tempi Moderni” secondo Chaplin: l’eliminazione dell’essere umano in quanto tale in favore dell’arricchimento amorale e del capitalismo. Tramite l’eliminazione di una classica nutrizione, infatti, l’uomo va a perdere una di quelle abitudini che lo rendono vivo, facendolo inevitabilmente scivolare in una turpe condizione robotica. Addirittura Charlot ci mostra come la sua vita lavorativa influisca negativamente sulla propria situazione emotiva, attraverso tic nervosi magistralmente interpretati.

Ad ora di pranzo, il prescelto per fare da cavia a questo marchingegno è proprio il nostro protagonista. Ma il test si rivela fallimentare, con una tra le scene più tragicomiche della storia del cinema, dove il povero Charlot è letteralmente devastato dalle lacune tecnologiche della macchina. Nella scena seguente, Charlot, la cui coscienza è annullata dal lavoro che sta svolgendo, finisce risucchiato tra gli ingranaggi della catena di montaggio, nella famosissimo atto nel quale l’operaio appare come la pellicola intrappolata negli ingranaggi della macchina da presa, sottolineando in tal modo come anche il cinema sia il prodotto delle macchine!

In quanto ausilio per l’arte, dunque, le macchine non sono solo negative per l’umanità: Chaplin piuttosto ne critica l’utilizzo sfrenato utile solo per ritorni economici da parte dell’alta società. Charlot, così, impazzisce: comincia a ballare e a minacciare chiunque con la sua chiave inglese, tra cui un’ignara signora, nella cui scena è mirabile l’utilizzo della macchina da presa durante l’inseguimento, malgrado le evidenti difficoltà causate all’epoca dalla inesistenza della steadycam. Non sarà neppure l’inseguimento di un poliziotto a bloccare il pazzo operaio, che ormai ha perso totalmente il lume della ragione(o lo ha trovato?) e dopo aver cosparso d’olio gli altri lavoratori (che però inermi continuano a eseguire il loro “dovere supremo”), manomette le macchine, provocando l’ira dei colleghi. Tuttavia, essi verranno ben presto distratti quando Charlot rimetterà le macchine in funzione, e potrà dunque tornare a cospargerli d’olio.

Charlot è quindi affidato ad una clinica di cura per il suo esaurimento nervoso. Una volta guarito, il medico gli dice: ”Non si affatichi, ed eviti ogni emozione”. Un messaggio drammatico, che suona quasi come un: ”Smetta di vivere, questo mondo non fa per lei”.

Un qui pro quo conduce il protagonista in cella. Dopo aver ingerito accidentalmente della cocaina, egli sventa il tentativo di fuga di alcuni galeotti, guadagnandosi libertà ed una lettera di presentazione che attesta le sue qualità.
Qui entra in scena Monella (Paulette Goddard), una giovane orfana di madre con due sorelline ed un padre disoccupato, che si arrangia rubando le merci delle imbarcazioni attraccate al porto. Quando suo padre perde la vita, le figlie piccole vengono affidate ad un istituto, mentre Monella riesce a scappare ad identica sorte. Dopo una serie di (s)fortunate coincidenze, Charlot e Monella si incontrano, e decidono di passare insieme la loro vita, con la speranza di avere una casa in cui passarla. Sarà Monella a trovare un’accidentata casetta in cui i due, malgrado tutto, saranno felici.

Dopo altre disavventure, la coppia troverà lavoro in un ristorante- Nella sala,  Chaplin si esibisce cantando in una scena indimenticabile. Monella però, è ricercata per essere rinchiusa nell’istituto. I due, costretti ad una disperata fuga, tornano quindi disoccupati. Rifugiati vicino la loro casetta, camminano verso il loro incerto e misterioso futuro. Ma felici, perché insieme. Titoli di coda.

“Tempi Moderni” è un film di denuncia, non fine a sé stessa: una denuncia vogliosa di donare speranza ad una società profondamente cambiata in seguito allo sconvolgimento della Seconda rivoluzione industriale e dunque spaesata. Come dà questa speranza? Facendoci capire che la felicità è nelle piccole cose. Avere a fianco la persona che amiamo, mangiare a sazietà, possedere una casa accogliente. Insomma, per quanto datato, “Tempi Moderni” è un film più che mai attuale, con la speranza che lo sia per sempre.
foto da: ilpost.it

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

Arancia Meccanica, la recensione

Arancia Meccanica, la recensione

immagine da: ondamusicale.it

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven”.
Arancia Meccanica è un film del 1971 diretto da Stanley Kubrick e ispirato all’omonimo romanzo di Anthony Burgess.

Non c’è bisogno di molto tempo per capire che siamo di fronte ad un film eccezionale: i titoli di testa su sfondo rosso vivo con sottofondo musicale di Henry Purcell con la sua “Funeral of Queen Mary” ci dicono già abbastanza. La celebre scritta “A Stanley Kubrick film” è inoltre pura libidine per qualsiasi cinefilo. Appena terminati i titoli di testa, compare un primo piano di Alex(A-lex=senza legge), interpretato da Malcolm McDowell, talmente intenso da farci comprendere lo spessore psicologico che si cela dietro quegli occhi truccati: un uomo crudele e spietato.

Alex è il capo drugo di una banda di teppistelli, ripreso mentre sorseggia del latte più, corretto con droghe di vario genere, nel Korova Milk Bar. L’inquadratura si allarga fino a riprendere gli altri componenti della banda (Dim, Georgie e Pete) e tutto il grottesco bar in cui i ragazzi si trovano, arredato con statue bianche di donne nude adibite a tavolini.
Alex comincia così la propria folle opera nella narrazione, fatta di ultra-violenza compiuta dalla sua banda di ragazzacci. Nel primo episodio di teppismo, i quattro pestano un anziano barbone sbronzo. La macchina da presa, saggiamente diretta da Stanley Kubrick, evidenzia la debolezza del clochard, con un plongée su di lui disteso a terra.

La narrazione continua, accompagnata dal meraviglioso sottofondo musicale di Rossini con “The Thieving Magpie”. Questa volta compare e si affaccia la presenza della banda rivale, capeggiata da Billy Boy, intenta a stuprare una giovane. Poi, una furibonda rissa tra le due bande stoppata dal suono della sirena della polizia, induce i giovani a fuggire. Il sapiente accostamento tra violenza e musica classica è poesia allo stato puro.

Altri primi piani sparsi sui drughi, in viaggio contromano a tutta velocità, delineano la loro follia, nonché i tratti caratteristici. La celebre scena dello stupro nella casa borghese è un altro capolavoro alla Kubrick: Alex stupra una donna e massacra il suo anziano marito mentre euforico danza e canticchia “Singin’ in the rain”, sbeffeggiando le malcapitate vittime. Lo sguardo dell’uomo a terra è immortalato dalla macchina da presa tenuta puntata sul suo volto proprio dal regista.

Quando il capo drugo tornerà a casa, sarà tempo di un ascolto estasiato della “Sinfonia n° 9” di Ludwig Van Beethoven: Alex è immerso in un vortice di goduria, sognando scene catastrofiche come esecuzioni, esplosioni ed eruzioni vulcaniche. Memorabili in questa scena il crash zoom che porta ad un primissimo piano sul volto di Beethoven, un serpente che sembra fare un cunnilingus ad un poster raffigurante una donna nuda, e le statuette del Cristo nudo immortalato in un passo di danza.

L’attenzione ai dettagli regna sovrana in questa scena, così come in tutto il resto del film. Kubrick si diletta ad omaggiare il suo ‘2001:Odissea nello spazio’ quando compare l’album della sua colonna sonora, nella scena in cui Alex nel incontra due fanciulle con cui avrà un’orgia, girata in maniera accelerata con in sottofondo l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. Quando gli altri tre drughi decidono di ribellarsi al loro leader, Alex decide di mettere in chiaro chi comanda pestandoli a sangue. Affidandosi all’ispirazione, in quanto secondo lui “Il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”. E così il contre-plongée rivolto verso Alex, che schernisce i tre sbattuti nel fiume, ci fa capire che il tentato cambio di gerarchie è fallito. Tuttavia, la sera stessa, Alex è tradito dai  suoi tre drughi, che lo consegnano alla polizia in seguito ad un raid in cui perde la vita un’anziana vittima: quattordici anni di galera attendono Alex.

Dopo qualche anno però, il protagonista riuscirà ad essere una delle prime cavie del trattamento “Ludovico”, che promette di cambiare radicalmente la personalità del detenuto, permettendogli di uscire di galera dopo due settimane di cura intensiva, in cui il carcerato sarà chiamato alla visione di pellicole ultra-violenza e ad assumere strani farmaci.

Ma non è così semplice come potrebbe sembrare: Alex dovrà osservare il tutto con la testa legata e gli occhi tenuti forzatamente aperti da un fissa palpebre. Egli soffre terribilmente questo trattamento, e risulta particolarmente insofferente di fronte all’abbinamento tra un terribile filmato e una parte della Nona Sinfonia di Beethoven.

L’ultima sera di cura, si sottopone ad un umiliante spettacolo in cui viene maltrattato e tentato sessualmente, ma resiste. Il solo istinto di agire come avrebbe fatto in passato gli provoca un profondo malessere. A modo di vedere dei dottori e del Presidente, promotore del trattamento, Alex è guarito. Il giorno dopo è un uomo libero, ma tornando alla vita di tutti i giorni si rende conto che tutti lo odiano. Perfino i suoi genitori lo hanno sostituito con un altro ragazzo, e due dei suoi ex drughi, che sono diventati poliziotti, lo picchiano. Emblematico che Alex definisca “Trattamento” ciò che faceva coi drughi alle sue vittime, con lo stesso nome quindi del trattamento Ludovico.

Abbandonato a sé stesso nel bel mezzo di una tempesta, inseguito passo passo dalla macchina da presa, Alex chiede ospitalità in una casa, dimenticandosi di esserci già stato: è la casa dello stupro. A riceverlo c’è un robusto ragazzo che funge da badante a Frank, l’anziano signore della famigerata sera, da allora ridotto in sedia a rotelle. L’uomo però, non lo riconosce. Di lui sa solo che vittima del sistema. Così, lo accoglie a braccia aperte.

Mentre sta facendo un bagno, Alex intona “Singin’ in the rain”: l’uomo capisce tutto. Secondo la convinzione del signore, sua moglie è morta a causa dello shock di quella notte, “vittima dell’era moderna”. Ma convinto ad andare a fondo alla vicenda, convoca dei personaggi influenti per intervistare Alex, che cade addormentato in seguito alla somministrazione di un vino avvelenato. Messo a riposare di sopra, Alex viene svegliato dalla “Sinfonia n° 9” messa a tutto volume al piano di sotto. Totalmente intrappolato in un vortice di disperazione, “il nostro affezionatissimo”(come ama definirsi nella narrazione) decide di buttarsi dalla finestra. Da sottolineare il “per sempre, per sempre, per sempre” pronunciato durante il suicidio che sarà poi riutilizzato dallo stesso Kubrick in Shining. 

Alex si risveglia incredibilmente vivo in un letto d’ospedale, ingessato dalla testa ai piedi. Le prime pagine dei giornali sono piene di poderosi attacchi al governo per i suoi inumani metodi di cura, e il Presidente ha bisogno  dell’aiuto di Alex per vincere le imminenti elezioni. In visita all’ospedale, si fa dunque fotografare sorridente ed abbracciato a lui per rifarsi la reputazione. Primo piano su Alex: visioni mentre fa sesso applaudito da file di uomini e donne in costumi vittoriani.

“Ero guarito, eccome!”

 

“Arancia Meccanica” narra del rapporto tra istinto e società ed indaga profondamente nell’animo del protagonista, il quale rappresenta a pieno la generazione anni ‘60/’70, caratterizzata dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. La visione che Kubrick ha del mondo è profondamente pessimista. Lo dimostra il fatto che neppure le cure disumane riservate ad Alex sono servite a  migliorare la sua persona, né tanto meno lo avrebbero fatto impedendogli di essere sé stesso, deprivandolo della sua personalità. “Se ad un uomo si nega la possibilità di scelta, egli cessa di essere un uomo” dice il cappellano della prigione, commentando il trattamento “Ludovico”.

 

Ed è proprio questo il punto: Alex non è stato guarito, poiché un uomo privato dei suoi stimoli cessa di essere uomo. Cessa di esercitare il libero arbitrio che lo differenzia da un oggetto inanimato. Quello che sembra essere un lieto fine, è in realtà il culmine di un insulso spettacolo portato avanti dalla società. Film inarrivabile nel suo genere.

Federico Maria Saverio Del Vecchio

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