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Io, Daniel Blake – La recensione

Io, Daniel Blake – La recensione

È in grado di alzare entrambe le braccia sulla testa come se stesse mettendo un cappello?
Le capita mai di perdere il controllo dell’intestino con conseguente evacuazione di notevole entità?
È in grado di fare la semplice operazione di mettere una sveglia?

Queste sono solo alcune delle domande demenziali poste al povero Daniel Blake (Dave Johns), un carpentiere costretto a chiedere un’indennità allo Stato a causa di gravi problemi al cuore. Un uomo come un altro obbligato a sottostare alla trafila burocratica nella speranza di ottenere ciò che gli spetterebbe di diritto.

Ci troviamo a Newcastle, nord dell’Inghilterra, e sebbene Daniel sia stato ritenuto da tutti i dottori non in grado di tornare al lavoro, coloro che decideranno se sia idoneo o meno all’attività lavorativa (e se dunque gli spetti una futura pensione) saranno dei cosiddetti professionisti della sanità dalle dubbie competenze mediche. Il protagonista è un uomo tenace, desideroso di lavorare e rendersi utile, disposto ad aiutare il prossimo in ogni modo necessario. Ed è ciò che ha fatto fin quando la sua compagna malata di mente era in vita, e che continua a fare quando nella sua vita entrerà la famiglia di Katie(Hayley Squires), giovane madre di Daisy e Dylan nel bel mezzo di enormi difficoltà economiche senza l’aiuto del padre dei suoi due figli. Sfrattati a Londra e costretti a vagabondare per due anni, Katie riesce a trovare per la sua famiglia una sistemazione arrangiata a Newcastle.

A fare da contorno alle intricate vicende del film c’è il vicino di casa del signor Blake, il quale prova a racimolare qualcosa, nutrendo speranze di vita migliore, tramite la compravendita di scarpe cinesi oltre i confini della legalità.
Vista l’impossibilità di ottenere un’indennità di malattia, a Daniel non resta che il sussidio di disoccupazione, ma al fine di ottenerlo sarà costretto a cercare lavoro per un tot di ore settimanali, pur dovendo rifiutare eventuali offerte per il suo stato di salute, trovandosi dunque in situazioni umilianti.

Nel frattempo, Katie viene beccata a rubacchiare al supermercato dalla guardia Ivan, che le dà il suo numero nel caso le servisse aiuto. Di fronte alle lamentele di Daisy, Katie non riesce a resistere alla tentazione di contattare la guardia, che le propone di fare la prostituta. Distrutta, avvilita e senza speranza di trovare un lavoro come domestica, la giovane accetta, toccando il punto più basso della sua esistenza. Presto Daniel capisce cosa sta succedendo, e raggiunge Katie al bordello provando a convincerla a desistere, in quella che è la scena probabilmente più toccante dell’intera pellicola: due esseri umani a confronto, due generazioni differenti, ma con una sorte che li unisce nella disperazione, stato d’animo filo conduttore dell’intero racconto e comune a una percentuale sempre più alta della popolazione, senza distinzione di genere, razza o età.

Daniel non ne può più, e decide di rifiutare il sussidio di disoccupazione facendo ricorso per l’indennità di malattia. Riporterà sul muro tutta la sua rabbia:

”Io, Daniel Blake, esigo un appuntamento per il mio ricorso prima di morire di fame”

Ma i risultati del suo gesto non vanno oltre l’ammirazione dei passanti, con la polizia ad ammonirlo per danneggiamento.
Ormai esausto, si reca con Katie al centro per il ricorso dell’indennità di malattia, e malgrado le rassicurazioni, viene colto da un infarto fulminante.

“Io, Daniel Blake”, vincitore della palma d’oro al Festival di Cannes, è un film del 2016 diretto dall’ottantenne regista inglese Ken Loach. Figlio di operai, ha dedicato la sua intera carriera alla descrizione della condizione di vita dei ceti meno abbienti, e a tal proposito ricordiamo film come ‘Kes’, ‘Cathy come home’ e ‘Il vento che accarezza l’erba’. Ci troviamo dinanzi a un piccolo capolavoro contemporaneo, capace di indignare ed emozionare, in cui il protagonista, provando a dimenarsi tra le svariate assurdità burocratiche, incrocia bricioli di umanità in un mondo governato da un sistema fondamentalmente cinico e robotico. Chi si aspetta un film con colonna sonora in pompa magna e lieto fine da “vissero felici e contenti” non rimanga deluso, piuttosto ne colga la morale: ”Se perdi il rispetto per te stesso, sei finito.”

immagine da: sentieriselvaggi.it

Nelle profondità di Manchester by the Sea: la recensione

Nelle profondità di Manchester by the Sea: la recensione

Dopo aver visto per la prima volta “Manchester by the sea” effettivamente mi sono chiesto come mai l’Academy avesse scelto la performance di Casey Affleck, premiato quest’anno come miglior attore protagonista, un interprete che personalmente trovo sempre molto emotivamente a fuoco. E’ una performance scarna, mai sopra le righe se non attraverso poche azioni compiute dal protagonista. Ho dovuto riguardare il film per apprezzare la performance fisica impostata e molto chiusa di Affleck, quella sua maschera sempre intontita che solo in alcuni attimi si apre alle lacrime e all’emotività, in generale la gamma di emozioni che passano quasi in sordina ma arrivano in alcuni precisi momenti del film.

Coincidenza vuole che in alcuni dei film premiati quest’anno agli Oscar protagonista sia l’acqua: in Moonlight, vincitore del miglior film (anche se volevano farci credere di no), essa è simbolo di purezza ed accompagna le tre diverse fasi della storia. In Manchester by the sea invece è un luogo legato all’attaccamento familiare.

Manchester by the sea è dominato dal senso di famiglia, dal legame di sangue e dalle responsabilità che esso comporta e che quando vengono tradite, nel modo più tragico possibile, spezzano l’umanità degli uomini e li travolgono totalmente.

Lee torna a Manchester, Massachusetts a causa della morte del fratello Joe e si trova, per le disposizioni legali che Joe aveva dato avendo una malattia congenita al cuore, a dover fare da tutore al nipote Patrick.

Il sapiente montaggio ci restituisce le ragioni della fuga di Lee dal paesino, nonostante la sua intera famiglia si trovasse lì: Lee viveva a Manchester con la moglie Randi (una Michelle Williams che quando compare, ruba la scena) e le due figlie. Dopo una serata ad alto tasso alcolico con gli amici era uscito di casa per andare a comprare altro alcol, lasciando dei ciocchi di legno nel camino e causando un incendio che ha ucciso le due figlie. Quando lo ammette di fronte a due poliziotti, ha la faccia di un uomo che pensa di non avere responsabilità ma capisce di essere colpevole in ogni caso.

L’evento, è banale da dire, è uno spartiacque nella psicologia del personaggio che Affleck rende benissimo: il film si apre con lui e Joe che prendono in giro Patrick, dicendogli di star attento a non pescare uno squalo bianco, una cosa impensabile se si guarda alla assenza di vocabolario che caratterizza il parlato di Lee, sempre stringato e conciso, e alla difficoltà nel ristabilire il tipo di dialogo che avevano.

Il parallelo tra l’umanità impoverita del protagonista e i paesaggi glaciali e spogli è reso benissimo tramite un’attenta fotografia che si nutre del paesaggio rigido della zona.
La distanza tra sé stesso e gli altri che Lee ha voluto imporre lo trascina in un’indole depressiva,una lontananza emotiva triste e totale. Il montaggio, unito allo sguardo della regia lo mostra spesso mentre lavora, da solo, spalando la neve, aggiustando dei tubi, “un tuttofare” come ricorda più volte lui stesso.
Il clima è la ragione che fà si che Lee rimanga a Manchester, Joe non può essere sepolto a causa del gelo e il suo corpo viene tenuto in un freezer per conservarlo in attesa del funerale. Ciò scatena una crisi isterica una sera a Patrick, perché cade della carne dal freezer del frigorifero e l’analogia con la sorte del padre scatena in lui uno stato d’ansia molto forte: è grazie a questo che Lee si rende conto di dover restare accanto al nipote nonostante avesse subito messo in chiaro di voler andar subito via dalla città.

Kenneth Lonergan, regista della pellicola, ha raccontato al Times che ciò che più lo ha sconvolto, leggendo la sceneggiatura era come Lee cercasse di controllare la situazione. Razionalizza la cosa, parla di semplice carne nel frigo e si accerta delle sue condizioni,ma non riesce a esserne partecipe.

Nemmeno l’incontro con l’ex moglie riesce a risvegliare quella parte ormai morta e sepolta in lui, di fronte alla colpa di cui lei si accusa e alla rivelazione di un amore mai sopito, Lee non riesce a dir nulla se non poche frasi, delle scuse e l’esortazione alla moglie nel non essere così dura con sé stessa, abbandonandola in strada con un fugace “devo andare”. La rabbia schiuma dentro di lui ed è l’unica emozione di cui Lee lascia una testimonianza tangibile e sommata ai fumi dell’alcol fa sì che scateni una rissa in un bar, da cui viene salvato da Joe, l’amico che durante il film veglia su di lui, uno dei pochi a non evitare lui o il suo nome a Manchester a causa dei suoi trascorsi.

Tutto ciò però riesce a risvegliarlo emotivamente, e seppur conscio di non essere più lo stesso, si vede come dopo il funerale prova a riavvicinarsi almeno al nipote, che nonostante la giusta dose di egoismo adolescenziale, nutre per lui un bene sincero.
Il pregio della sceneggiatura, nata da un’idea di Matt Damon e sviluppata dal regista, vincitrice  è quello di mantenere quotidiano ogni dettaglio ed è forse questo il motivo principale per cui Manchester by the sea scatena una vicinanza in chi lo guarda.

L’ha scatenata sicuramente in me. In maniera fortissima verso il personaggio di Affleck, così affascinante nella sua spirale quotidiana. Ma guai a parlare di Manchester by the sea senza prescindere dallo sguardo di Lonergan, che non indugia mai sul dolore che le persone sono capaci di infliggere e autoinfliggersi. La sua regia guarda sempre alle azioni dei personaggi che dimostrano molto di più delle parole, ciò che essi provano. E il fatalismo con cui guarda alla tragedia e al trauma aiuta l’empatia che si prova verso i protagonisti, senza bisogno di inutili giustificazioni.

 

La La Land, la recensione

La La Land, la recensione

Forse con un po’ di ritardo, mi sono sentito in dovere di esprimere la mia sul film del momento:La La Land”. Esaltato per la sua atmosfera magica e la sua musica spensierata, deriso per la clamorosa gaffe durante la notte degli Oscar, “La La Land” è, piaccia o no, un film che ha fatto e fa parlare di sé.

La storia d’amore tra Sebastian (Ryan Gosling), appassionato pianista jazz col sogno di aprire un locale, e Mia (Emma Stone, aggiudicatasi la statuetta come miglior attrice protagonista), aspirante attrice e barista negli studi della Warner Bros. per necessità, nasce nella pittoresca Los Angeles.

Inverno. La scena iniziale della pellicola è uno stupendo piano sequenza (tecnica molto usata per tutta la durata del film) in pieno stile musical, in cui avviene il primo incontro/scontro tra i due protagonisti: questo tracking shot culminato in un campo lunghissimo ci immerge totalmente in quel paese dei balocchi per sognatori che è L.A., attraverso l’allegria trasmessaci dagli acrobatici movimenti della macchina da presa.

A contatto col mondo del cinema ogni giorno, Mia ne ammira ogni dettaglio, attrici snob comprese, col sogno di essere un giorno al loro posto. Ma al momento non è che una ragazza disposta a fare ore di fila per poi essere bistratta ad ogni casting, con la speranza che il prossimo andrà meglio. Uscita con le amiche per distrarsi, al ritorno viene ammaliata da un incantevole suono di pianoforte, che la conduce in un locale: il pianista è Sebastian, che non rispettando la scaletta, si diletta col free jazz. Colpo di testa non apprezzato dal suo capo, che lo licenzia sotto gli occhi di Mia, il cui tentativo di complimentarsi con lui viene ignorato.

Primavera. I due si rincontrano ad una festa, e questa volta l’aria è meno tesa. Escono insieme e improvvisano un ballo sulle note di “A lovely night” sul Cathy’s Corner. Sebastian e Mia si danno poi appuntamento al cinema per vedere Gioventù bruciata, ma dimentica di avere già un impegno col suo fidanzato, che dribblerà scappando: è l’inizio della loro storia d’amore.

Estate. Quando Keith (John Legend) propone a Sebastian di suonare per la sua band pop/jazz, qualcosa sembra cambiare tra di loro, o meglio Mia vede qualcosa cambiare in Sebastian, ora preso dal tour con la band, impegnato nel suonare una musica che non gli appartiene.

Autunno. Convinta da Sebastian, Mia decide di dedicarsi anima e corpo alla scrittura di un proprio monologo teatrale, ma alla sua prima, visionata peraltro da pochissime persone, Sebastian non riesce ad arrivare in tempo: è la fine della loro storia d’amore. Mia decide di andare a casa dei suoi per schiarirsi le idee. Quando Sebastian riceve una chiamata da una direttrice di casting presente alla prima di Mia, che la invita a presentarsi l’indomani ad un provino, scappa da lei per spronarla a provarci. Lei segue il suo consiglio, ma malgrado i due si giurino amore eterno, il loro futuro appare incerto e destinato a separarli per sempre.

Inverno di cinque anni dopo. Mia ce l’ha fatta: ora è lei l’attrice di successo che ordina un caffè nel bar nel quale rivestiva il ruolo di semplice barista. È ricca, sposata, ha una figlia e una babysitter. Una sera decide di uscire con suo marito a cena, e attirati dalla musica, i due entrano in un locale:il Seb’s. Il nome del locale le ricorda che fu proprio lei a suggerirlo a Sebastian, se un giorno egli avesse realizzato il sogno di aprirne uno. Accortosi di lei, Sebastian decide di eseguire la stessa canzone che Mia sentì quando venne licenziato, e ciò ci porta a fantasticare insieme agli ex fidanzati su ciò che sarebbero potuti essere se non fosse stato per gli errori di lui, o forse di lei, o se non fosse stato per Los Angeles, che come Saturno che divora i suoi figli nel celebre dipinto di Goya, li ha creati e poi distrutti.

“La La Land”, film pluripremiato del 2016 scritto e diretto dal giovane Damien Chazelle (miglior regista agli Oscar 2017), è un continuo omaggio del cinema anni ’50: dai costumi al sistema di ripresa Cinemascope, passando per le musiche e i continui riferimenti a capolavori assoluti di quegli anni. Grande attenzione viene riposta nei dettagli.
“La La Land” mi ha ricordato molti dei motivi per cui amo la settima arte.

Echo, la recensione

Echo, la recensione

Durante il mio cammino nel corso di filmmaking della National Film and Television School, mi sono imbattuto in ‘Echo’ di Lewis Arnold, un interessante cortometraggio riguardante le vicende della diciassettenne Caroline(Lauren Carse) e del suo disperato bisogno di affetto e comprensione.

Nottingham, tarda mattinata. Caroline riceve una chiamata in cui le comunicano che suo padre ha appena fatto un incidente di moto e si trova ora al City Hospital. La giovane si dispera in maniera evidente, attirando l’attenzione di un uomo e una donna propensi ad aiutarla. Senza che lei lo chiedesse, le vengono prestati dei soldi per il taxi al fine di raggiungere l’ospedale. Ma qualche secondo dopo essere entrata nel taxi, Caroline scende, pagando al tassista qualche spicciolo per il disturbo e prendendosi il resto dei soldi.

La visione totalmente oggettiva dello spettatore lo porta prima ad un profondo dispiacere per la ragazza, e poi ad un forte risentimento nei confronti della stessa e della sua sfacciataggine nel prendersi gioco di passanti comprensivi. Inoltre, questa sensazione di oggettività è rafforzata anche da un particolare della stessa scena: quando l’uomo si avvicina per aiutare Caroline, il suo approcciarsi in maniera pensierosa e taciturna alla borsa poggiata a terra della ragazza ci mette il dubbio che egli abbia la sola intenzione di derubarla.

Quando Caroline torna a casa conosciamo anche la sua famiglia, composta da sua madre (Carolina Giammetta) e suo fratello piccolo Ollie(Oliver Woollford), che le chiedono con preoccupazione il motivo della sua assenza all’uscita di scuola. La sua risposta non convince il fratello, che la segue la mattina seguente trovandola a rifare la sceneggiata dell’incidente del padre. Quando Ollie si avvicina e chiede spiegazioni, il piano di Caroline va a monte, la vittima comprende la situazione e minaccia di chiamare la polizia se l’avesse rivista fare una cosa simile. I due fratelli tornano a casa in treno, e la loro apparente separazione fisica non fa che in realtà farli sembrare più uniti che mai a livello emotivo.

Questa volta la scena appare ai nostri occhi come qualcosa di già conosciuto:non appena la rivediamo alle prese con la stessa recita, proviamo puro disprezzo. Poco dopo, Ollie chiede a Caroline come mai l’uomo di quella mattina fosse a conoscenza dell’incidente del loro padre, ed è qui che comprendiamo a fondo la psicologia della protagonista:tutte quelle messe in scena non erano indirizzate a trarne beneficio economico, ma comprensione e affetto per un trauma non ancora metabolizzato.

Nella scena finale Caroline è seduta in un bar, e la macchina da presa punta sul dettaglio del suo pollice mentre accende la fiamma di un accendino, ampliando la ferita già presente sul dito:questa forma di masochismo ci riporta alla sua persona in maniera profonda. Ha ora luogo una terza telefonata, stesso copione, ma questa volta tutto il disprezzo che avevamo provato per lei nella telefonata precedente, si trasforma in comprensione, elemento chiave di tutto il film e la cui disperata ricerca porta Caroline ad agire disperatamente. Ora il nostro pensiero verso la scena è influenzato dalla nostra conoscenza: stiamo pensando soggettivamente.

‘Echo’ è un lavoro molto valido nella sua semplicità, in cui Lewis Arnold ci fa capire come talvolta la nostra visione della realtà possa essere distorta ed incompleta, e ci possa dunque portare a pensare erroneamente.

foto da: vimeo.com

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Chi lo conosce sa che è un’artista scomodo, di quelli che non hanno peli sulla lingua, un contestatore nato ma anche un professionista della musica. Giorgio Canali comincia come tecnico del suono accanto a gruppi come la PFM e I CCCP, e, come è facile che possa  accadere, poichè l’appetito vien mangiando, mette su i Rossofuoco, gruppo di cui diventa frontman .

Nasce a Predappio, paese di Mussolini, con cui ha ben poco da spartire, lui che ha scritto piu di una volta odi alla Resistenza italiana. Ha vissuto per un periodo in Francia, dove ha collaborato con i Noir Desir. Non tutti sanno che è stato poi lui il fondatore dei CSI e dei PGR con alcuni dei vecchi membri dei CCCP, in cui ha anche suonato come chitarrista. Un curriculum ricchissimo il suo, che lo vede anche in veste di produttore del primo disco dei Verdena, per fare un nome, e come collaboratore di diversi gruppi fra i quali gli Afterhours.

La parte più interessante però è quella lo vede in veste di cantautore. Cinque sono gli album alle spalle: se ne contano tre con i Rossofuoco e due  da solista, l’ultimo viene pubblicato a suo nome nel 2016 e si intitola Perle per porci. Giorgio Canali, come dimostra la sua carriera, è un artista poliedrico, lo si  nota anche nelle sue canzoni dove non tiene affatto un unico registro. Si passa dalla politica a canzoni più intime, utilizzando sempre un cinismo caustico che arriva diretto all’orecchio e all’animo dell’ascoltatore.

Rojo del 2011 con i Rossofuoco è uno degli album più politici. Canali  cha ha sempre atteso la rivolta, non come una chimera, ma come un qualcosa di probabile, esprimendosi in invettive anarchiche contro uno stato che secondo lui mostra sempre più derive autoritarie,in questo album, poichè sente che la situazione politica in cui viviamo è pessima, non si pone alcun freno nel condannare chiunque, sentendosi libero anche di utilizzare il suo peculiare sarcasmo. Più volte, allora, l’artista si è espresso contro gli abusi di potere delle forze dell’ordine, come accade in Falso Bolero o con la dedica dell’album Tutti contro Tutti a Federico Aldovrandi ucciso a Ferrara da degli agenti di polizia nel 2005. Le sue sono quindi canzoni che ritornano attuali, alla vigilia dell’ultima sentenza sul caso Cucchi. Bisogna essere allora molto arditi per trattare temi così delicati, si potrebbe rischiare l’esclusione dal mercato discografico, finire nell’ “indice degli album proibiti”, come è già successo allo stesso Canali, con la canzone Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio. Valerio nella realtà Walter Audisio, ovvero colui che fucilò Mussolini. A causa delle bestemmie presenti nella canzone, questa non viene pubblicata e viene esclusa dalla raccolta Materiali resistenti

La delusione è palpabile nelle sue canzoni, che diventano le colonne sonore di un paese alla deriva. Non crediamo sia nemmeno una descrizione dello stato italiano in particolare, bensì una critica generale al sistema. Si inneggia all’insurrezione e i ritornelli non possono che essere slogan, come in Morire di noja dove Canali chiede una rivolta al giorno nell’ora dell’aperitivo. Le sue canzoni però, come si è già detto, sono come le montagne russe: dallo spirito rivoluzionario si passa alla delusione degli amori finiti, come in Lezioni di poesia,  in cui manda a quel paese i ciarlatani che pretendono di insegnare la poesia, mantre lui non riesce a schiodarsi dalla mente il pensiero della donna che amava, scrivendo così una contro-canzone d’amore. Ma il modo di Canali di raccontare l’amore non è avulso dal contesto socio-politico, bensì diviene strumento di critica e analisi dello stato politico e sociologico attuale, come in Controvento che ha come scenario la Primavera Araba. Canali, anche per questo, lo si può includere tra quegli artisti che praticano il cantatautorato con impegno civile, come lo era la poesia di Pasolini ai suoi tempi.  Non si risparmia nemmeno in Sai dove in cui parla anche dell’assurdità di non avere ancora una legge sul testamento biologico in Italia,  un altro tema che ritorna attuale in questi giorni, dopo la morte “programmata” di dj Fabo.

Canali è bravo a sparare nel mucchio è uno di quelli a cui non va bene niente: la società, le storie d’amore comunemente intese, il sistema politico, le convenzioni, a Canali direbbe Gaber “gli fa male il mondo“, ma nonostante questo, rimane in lui l’interesse di di svelare alcune verità, l’intento di criticare aspramente, non per distruggere ma, forse, per ricostruire il distrutto. Non è facile mandare giù e osannare chi delle regole del sistema se ne frega, chi non ha alcun riguardo per quello che dicono i più, però per questo l’artista romagnolo è un rivoluzionario, uno che con le sue canzoni ti prende dritto a pugni nello stomaco.

Canali è poi musicista e un musicologo a tutto tondo, e, spesso si colgono nelle sue canzoni riferimenti a grandi della musica del passato, italiani e nonNuvole senza Messico, per esempio,  èun chiaro riferimento a Jannacci, che nel frattempo diventa la descrizione di una fenomenologia dell’amore catastrofica, quella di un cuore anoressico ossessionato da ciò che è stato.

I ritmi delle sue canzoni, invece, sono quelli del rock’n roll: i riff di chitarra sparsi qua e là si alternano a passaggi in cui si rabbrividisce al suono dell’armonica a bocca di dylaniana memoria. La critica Barbara Ponchielli  all’uscita di uno dei primi album di Canali scrive:

L’arrabbiato Canali è un anarco-anacronistico cantautore punk. E il suo rossofuoco è nichilismo decadente di sinistra, sconfitto e incazzato, autoironico e tabagista all’ultimo stadio. Una bestia rara qui da noi. E questo terzo disco a suo nome, dopo un inizio tranquillo alza i volumi e la densità dei testi, fitti fitti di sarcasmo e cinismo da attempato giovane che se ne fotte del tempo che gli appesantisce gli organi interni. Sdegno sparato in faccia senza vergogna: hasta la vista siempre comandante Giorgio Canali.

Canali resta “fedele alla (sua) linea”, così duro e intransigente che non si può non apprezzare quella vena indipendente e fiera di chi continua a scalpitare a denunciare senza censure.

The Crown e il dramma della femminilità

The Crown e il dramma della femminilità

The Crown è un dramma biografico scritto e creato da Peter Morgan. La prima stagione, appena terminata, è andata in onda dal 4 novembre 2016. Si tratta del più grande investimento di Netflix, con un budget stimato di oltre 100 milioni di sterline. Una grossa produzione per una serie che ha riscosso grande successo di pubblico e di critica e che ha vinto diversi premi tra i quali due Golden Globe: uno come Best Television Series e l’altro all’interpretazione di Claire Foy che veste i panni della protagonista Elizabeth II.

È un progetto ambizioso che prevede la messa in onda di sei stagioni composte da dieci puntate ciascuna, che andranno a coprire l’intero arco del regno di Elizabeth II.

Morgan è già stato anche sceneggiatore del film di successo The Queen (2006) diretto da Harry Frears con protagonista Helen Mirren, che era però incentrato unicamente sul periodo della morte di Lady D.

The Crown ha il merito di mettere in scena gli esordi di quello che è attualmente il regno più lungo della storia della monarchia inglese, incentrando la sua serie su una figura quanto mai discussa ed enigmatica: Elizabeth II. E lo fa con una straordinaria eleganza formale ed una messa in scena impeccabile.

Ciò che più colpisce di questa serie è la delicatezza. Una delicatezza che investe sia il modo di raccontare sia quello di riprendere, inquadrare, ritagliare e seguire le vicende e la figura della Regina. Quello che andiamo a guardare infatti non è un racconto storico celebrativo e distaccato, quanto un dramma personale di una donna diventata regina all’età di 26 anni in un momento storico di grandi e profondi cambiamenti sociali.

È una storia che si dipana non fra i fili dorati di abiti sontuosi e scintillanti ma fra le ciglia sottili di una personalità fragile e confusa che si muove con passo leggero e incerto fra i corridoi di una maestosità fredda e intimidante, cercando di non fare rumore.

Elizabeth è una protagonista quanto mai singolare in un panorama cinematografico e televisivo che ci sta abituando a personalità femminili forti e decise a conquistare e dominare la scena come atto di rivalsa secolare. Ciò che colpisce di lei è proprio la sua natura timida, umile e dimessa. È sorprendente il modo in cui il dramma riesce a reggersi su una figura tanto anonima e riservata. Il contrasto con la frizzante ed energica sorella Margareth (grande fonte di scandali) è reso evidente anche dalla frustrazione con la quale Elizabeth stessa vive questo confronto. È un personaggio vittima del proprio anonimato, della propria mancanza di personalità e di un’istruzione approfondita che potesse renderla meno inadeguata nel proprio ruolo.

Qui sta la forza di questa serie. Nelle sue debolezze e fragilità, Elizabeth si fa manifestazione di una condizione più grande di lei. La sua frustrazione non sfocia in una rabbia dis/cos-truttiva come quella delle non tanto lontane suffraggette. Elizabeth rende manifeste le sue paure e le sue insicurezze di donna in un mondo personale, tutto suo, che proprio a causa della propria posizione non può raccontare a nessuno.

The Crown è quindi un dramma sulle donne. Donne che si muovono fra le fredde mura di un palazzo che domina le inquadrature mostrando i personaggi rinchiusi nella propria claustrofobica umanità. Troppo piccoli per le ancestrali aspettative che li investono. Sono amazzoni di un regno silenzioso, custode dei loro tormenti. Eppure sono donne necessarie che prendono costantemente decisioni.

Le grandi protagoniste di questa storia sono la Regina Madre, Elizabeth e sua sorella Margareth. Protagoniste che, ognuna a proprio modo, cercano di manifestare la propria forza e le proprie debolezze fra le sottili e perfette incisioni di una corona troppo grande e allo stesso tempo troppo stretta per le loro vite. Si tratta di generazioni di donne attraversate dalle contraddizioni dei loro secoli che marciano con le loro intime tragedie in un mondo di uomini che viene escluso dalla nostra visione (si parla tanto del Parlamento ma tecnicamente non viene mai ripreso in azione).

Gli uomini barcollano e cedono di fronte alla loro forza. Sono uomini che non agiscono senza il benestare di queste figure. Dal leggendario Winston Churchill al giovane principe Philip, abbiamo a che fare con uomini impotenti, capricciosi, bisbetici ed inetti. Uomini incapaci di gestire la propria irrazionalità. Mentre Elizabeth mette in questione ogni singolo aspetto della propria esistenza di donna e Regina, questi uomini si muovono intorno a lei facendo un gran chiasso con la propria ostentata sicurezza, per poi piegarsi di fronte alle sue dignitosamente sofferte decisioni. È una Regina che non può incutere timore ma suscitare rispetto dalla propria gentile regalità. Una regalità guadagnata con spirito razionale. Elizabeth è una donna che pensa. Claire Foy riesce a comunicare perfettamente la delicata determinazione del personaggio attraverso gli occhi e un loro particolare scintillio che mette insieme risoluzione e fragilità.

The Crown ci mette quindi di fronte ad un modo alternativo di superare cliché e pregiudizi di genere. Queste donne non devono dimostrare nulla né tanto meno affermare la forza del proprio sesso. La loro ricchezza come personaggi esplode silenziosamente nel fruscio delicato dei loro abiti quando, entrando in scena, decidono di escludere i propri drammi dal palcoscenico e di interpretare la propria necessaria parte nel mondo.

Aicha Matrag

foto: popsugar.com.au

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