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Ho cercato una nuova meta senza un motivo preciso. Anzi, non l’ho cercata, è stata lei a trovare me, ha sentito il mio bisogno latente di respirare la vita, di perdermi, di allontanarmi da me stessa e di ritrovarmi sempre nuova.

Ho cercato la giusta compagnia, programmato tutto in due giorni, chiuso la valigia in un’ora e via.

Direzione Budapest. La Venezia del nord. La città accarezzata dal Danubio blu, che a me più che blu è sembrato grigio e triste, forse perché anche la mia anima lo era un po’. E anche tutto intorno sembrava cupo e decadente.

Vecchi palazzi, vecchie strade, vecchia gente, vecchia metropolitana. Sembra

va tutto troppo serio e composto.

Ciò che si percepiva era un senso di isolamento, di distanza tra me e tutto il resto. Un’atmosfera ovattata.

Poca arte per le strade, pochi musei, tante case dell’orrore e del terrore, memorie della seconda guerra mondiale. Troppe cicatrici lasciate dalla storia.

Come le scarpe sulla riva del Danubio che ricordano il massacro di cittadini ebrei. Un’opera isolata, nascosta al caos della città, ma allo stesso tempo vicinissima ad una zona centrale.

E lì ti perdi nelle tue riflessioni, ti siedi accanto a quelle scarpe di ogni misura. Scarpe di bronzo, pesanti. 60 paia e molte più vittime. La fine di una fuga.

Ti alzi e ti sembra ancora più difficile trovare la bellezza in una città così ambigua e sfuggente.

Forse avevo risposto alla chiamata sbagliata. Forse mi ero mossa al cieca.

Ma era solo una prima errata e superficiale impressione.

Ho tolto il velo della compostezza e ho scoperto che dietro gli edifici severi e imponenti, dietro un’aria autorevole si nascondeva una festa di luci. Ho avuto un nuovo benvenuto.

La città si è rivelata come un’altra me, grigia, misteriosa, velata, fugace. Ma anche gentile, equilibrata e luminosa.

Allora ho continuato a seguire quel richiamo che mi aveva condotta fin lì, che ha continuato ad ipnotizzarmi e che mi ha portata su una piccola isola pedonale in mezzo al traffico e mi ha lasciata lì incantata per un’ora.

A destra e a sinistra le aut

o si rincorrevano, ogni tanto sovrastate da un tram giallo d’altri tempi.

E poi nulla,tutto rimaneva fermo per alcuni secondi. Un insieme di rumori e silenzi, frenesia e pace, ombre e bagliori.

Di fronte un ponte, verde, maestoso, accarezzato dal lento fiume illuminato dalla vita che vi si rifletteva.

E anche la mia anima iniziava a schiarirsi un po’. Il ponte della Libertà di fronte a me e la libertà vera che bussava dall’interno e iniziava a uscire, a compiere i primi passi.

E con questa nuova piccola conquista nello zaino è iniziato il cammino del giorno seguente.

Lungo e stancante, sotto un sole che non mi aspettavo di trovare, lungo una collina che non credevo così interminabile, diretta verso un panorama che non poteva che togliermi ancora un po’ di fiato.

Il bastione dei Pescatori: una costruzione fuori dal tempo, un’architettura indefinita, un bianco puro e candido, lontano dal grigiore del passato e una sinagoga colorata a sovrastare tutto.

E al di là dei piccoli archi, oltre le tante torrette, l’altra riva, la città in miniatura, lontana, che iniziava ad accendersi con il buio. Si accendeva e si trasformava, come ogni sera. Rivelava un nuovo volto. Profili e campanili di chiese di giorno confusi con altri edifici, le luci dei ponti che iniziano a danzare allegre, i fari delle auto che corrono, il percorso della funicolare che porta al bastione, riflessi che tremano nell’acqua del fiume.

E’ questa l’immagine che ti lascia questa città, il primo elemento a cui associarla è la luce, poi l’acqua e infine la calma.

Bisogna essere pazienti e attenti, tenderle la mano, aspettare che riveli il suo vero volto.

 

Tutte le foto ad inizio articolo a cura di Daniele Alvarez

Author: Serena La Spada

Sono Serena. Serena di nome, ma tumultuosa di fatto. Studentessa di lingue e amante di ogni forma d’arte, in particolare delle arti visive. Definita giovane donna d’altri tempi, inadatta a questo presente.

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