Seleziona una pagina
La santa anoressia

La santa anoressia

Venere di Willendorf (Paleolitico superiore)

Da sempre fino a un passato neanche tanto remoto, un parametro che indicasse ottime condizioni di salute e ricchezza era rappresentato dalle “rotondità”. Anche l’arte figurativa e scultorea ci offre una vasta messe di riproduzioni in cui la donna presenta forme prorompenti come simbolo di bellezza.

Digiuni e diete non erano una pratica comune nella dimensione femminile o perlomeno non erano tesi a un mero obiettivo estetico. A tal fine, essi cominceranno ad avere larga diffusione a partire dalla prima metà dell’800.
Nel 1868, per indicare l’atteggiamento di alcune donne che rifiutavano il cibo anche se denutrite, si utilizzerà per la prima volta l’espressione “anorexia nervosa”, coniata da da William W. Gull. Quest’ultimo, insieme a   Charles E. Lasègue, sarà tra i primi a trattare l’argomento dal punto di vista clinico individuando l’origine psichica del disturbo.

In questa prospettiva il Medioevo rappresenta un campo di indagine particolare. Si parla di anorexia mirabilis, “miracolosa mancanza di appetito”, inedia prodigiosa o come la definisce Rudolph M. Bell: “La santa anoressia”, trattasi di una condotta autodistruttiva finalizzata all’appagamento spirituale. Alla base dell’insurrezione di un atteggiamento di questo tipo vi erano comunque cause psicologiche, paura e insicurezza che si esprimevano nella volontà del sacrificio e nella ricerca di consenso divino. Gli strumenti del tempo però portavano a valutare il fenomeno come manifestazione di santità o altrimenti come operazione diabolica, in quanto questi casi erano sottoposti a un severo scetticismo di un clero perlopiù maschilista, soprattutto durante il Rinascimento.

Maria Maddalena de’ Pazzi si nutre del suo unico tozzo di pane mentre le altre sorelle mangiano a tavola.

Angela da Foligno, Santa Chiara d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Margherita da Cortona e tanti altri sono i nomi delle donne che vissero quest’esperienza. Tra i casi più noti spicca quello di Caterina da Siena la quale si nutriva esclusivamente di Eucarestia ed erbe. Laddove veniva costretta a ingerire qualsiasi altro tipo di nutrimento lo espelleva provocandosi il rigetto con un ramoscello in gola. La sua scelta era dettata anche da intenzioni che contrastassero le disposizioni dei suoi genitori, come scelta volta all’autoaffermazione. Lotta individuale e penitenza per i peccati degli altri emergono anche nella biografia di Agnese da Montepulciano, sin da bambina un animo solitario, la quale dormiva per terra con un sasso per cuscino, cibandosi di piccole quantità di pane e un po’ d’acqua. Il rifiuto di nutrimento, a parte l’Eucarestia, era associato ad altri comportamenti riportati alla sfera del misticismo quali: voto di castità, autoflagellazione, mutilazioni, l’atto del riposo sul letto di chiodi. Ad esempio, alla fine del XV sec., Colombia di Rieti sosteneva che il suo spirito era capace di abbattere i confini terreni, di avere visioni nelle quali comunicava con Dio e, tra l’altro,fu risparmiata da un gruppo di uomini che cercarono di stuprarla perchè si resero conto dei seni mutilati.

Caterina da Siena cerca di dimenticare i suoi sensi bevendo una coppa di pus che ha spremuto dall’infiammato petto canceroso di una donna ammalata.

La santa anoressica è dominata dal dolore, dalla staticità e ferma devozione. Quando questo modello era accettato dagli uomini di Chiesa, il fenomeno si presentava al di fuori della categoria “ribellione” e quindi veniva percepito dalle altre donne come una sofferenza superflua e non funzionale. Queste quindi decidevano di dedicarsi sempre meno in maniera volontaria a tal pratica prediligendo le opere pie.

Il contesto mutato dell’800 e del ‘900, le trasformazioni di rapporti interpersonali e famigliari e del concetto di gusto ed estetica comportano di conseguenza approcci e comportamenti, volontari o meno, differenti e molteplici. Ciò legittima anche il nuovo approfondito interesse per la coscienza e l’incoscienza, le emozioni e la dimensione psichica: anche i disturbi alimentari rientrano in quegli atteggiamenti che necessitano una seria analisi.
I disturbi alimentari spengono la vitalità dell’individuo. Il cibo è un nemico con cui il confronto diventa inevitabile, un’ossessione. Lo si guarda e si pensa al suo depositarsi nel nostro corpo. Al’impossibilità di liberarsene. In altri casi diventa rifugio dalle delusioni del quotidiano. Abbuffate al seguito delle quali subentra il senso di colpa e l’individuo finisce per rivolgersi a lassativi o al classico vomito con le dita in gola. Un rapporto conflittuale complesso, ampiamente diffuso, discusso ma anche sottovalutato su cui ci sono troppi luoghi comuni.

Incuriosisce e soprattutto provoca una strana sorpresa sentirsi rifiutare qualcosa che si è preparato o in generale qualsiasi delizia si offra. E spesso non si approfondisce rimanendo sul superficiale giudizio “è una fissata” e si tende a banalizzare improvvisando insulti o inutili consigli. Sembra inconcepibile che le orecchiette della nonna di grano bruciato con la ricotta dura vengano ignorate e lasciate lì, nel piatto per poi essere gettate. Dietro quel gesto ci sono profonde motivazioni per cui l’attenzione di un amico può fare una, seppur minima, differenza. Partendo dal mangiarsi le orecchiette avanzate. Io lo farei per far riscoprire il piacere di gustare con spensieratezza e semplicità un piatto preparato con amore. Se fossi stata nel Medioevo avrei fatto lo stesso e avrei risposto all’irascibilità delle sante anoressiche: Dio non ama gli sprechi.

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

“Non si può non comunicare” (Watzlawick)

Il soggetto umano è un essere comunicante, così come è un essere pensante (beh, magari non proprio tutti tutti lo sono), emotivo e sociale. La comunicazione non va, quindi, considerata, semplicemente come un mezzo ed uno strumento, ma come una dimensione psicologica costitutiva del soggetto.
Non scegliamo se essere comunicanti o meno, ma possiamo scegliere se e in che modo comunicare.

La comunicazione è…

  • un’attività eminentemente sociale! Per definizione, infatti, il gruppo rappresenta la condizione necessaria affinché ci sia comunicazione. Socialità e comunicazione, nonostante siano due dimensioni ben distinte fra loro, sono intrinsecamente interdipendenti, e questo lo vediamo oggi non solo nei dialoghi al bar con gli amici, in cui la dimensione sociale è molto chiara e delineata, ma anche nell’utilizzo dei Social Network, in cui è meno manifesta, ma comunque presente. I social stessi, infatti, racchiudono al loro interno entrambe le dimensioni comunicativa e sociale, dando a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di esprimersi e comunicare.
  • partecipazione. Comunicare prevede, infatti, che ci sia una condivisione dei significati, oltre che un accordo sulle regole intrinseche ad ogni scambio comunicativo. Basandosi sulla condivisione e negoziazione fra i soggetti comunicanti, ha una matrice culturale e una natura convenzionale.
  • un’attività cognitiva. Ebbene sì: la comunicazione è strettamente legata al pensiero ed ai processi mentali superiori. Anche se, in alcuni casi, ci sembra il contrario (!). Per comunicare è necessario che le persone siano in grado di rendere esplicito il proprio pensiero e la propria intenzione.
  • strettamente connessa con l’azione. E’ forse arrivato il momento di prenderne consapevolezza: comunicare è sempre fare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Nessun atto comunicativo è mai neutro o indifferente.

E la dis-comunicazione?

E’ un truismo affermare che la comunicazione può avere successo anche senza essere esplicita, aperta ed evidente: siamo in grado di comunicare in modo soddisfacente senza essere consapevoli della trasmissione perfetta dell’informazione e senza essere in grado di realizzare le intenzioni comunicative di partenza. E’ questa, dunque, discomunicazione?

Parliamo di discomunicazione in tutti quei casi in cui gli aspetti impliciti e indiretti nel comunicare prevalgono su quelli espliciti e diretti: ergo, emerge uno scarto importante tra il detto e il non detto. In sostanza è un dire per non dire. Non solo. Oltre a rappresentare una violazione delle regole di comunicazione e una cattiva interpretazione dell’informazione (vi dice qualcosa?) nella discomunicazione rientrano quella ironica, quella menzognera e quella seduttiva, il linguaggio figurato e la parodia.

Sembra quasi che oggi siamo in grado più di discomunicare, che di comunicare!!!

La comunicazione ironica è una comunicazione obliqua: da un lato, mostra ciò che nasconde, dall’altro, nasconde ciò che dice. Grazie al commento ironico si può rimanere “opachi” sul piano relazionale, pur non rimanendo in silenzio. Geniale, no? L’ironia rappresenta l’emblema della dialogicità discorsiva: la parola non ha un solo significato, ma molti, a seconda dell’interpretazione. Ed è proprio sull’interpretazione che fa leva l’ironista.

 La comunicazione seduttiva va ad incidere sulla vicinanza e distanza fisica e psicologica fra gli individui. Alla base del processo di regolazione di tale distanza, che non è mai definitiva, nè stabile, vi troviamo il cosiddetto “dilemma del porcospino“, per dirla alla Schopenauer. Capite bene quanto sia delicata! L’obiettivo del seduttore è, infatti, emergere dall’anonimato e cambiare status: dall’essere qualunque all’essere qualcuno. A questo scopo, quindi, sono aumentati gli aspetti estetici della comunicazione e sono ridotti i contenuti referenziali, per esaltare le qualità e i punti di forza in suo possesso. Il principio essenziale del seduttore? Dire abbastanza, ma non troppo!

La comunicazione menzognera rappresenta una forma rilevante di discomunicazione ed è stata oggetto di moltissimi studi negli ultimi 30 anni. Essa, però, costituisce un fenomeno comunicativo complesso da definire. Fondamentalmente, le proprietà che la caratterizzano sono falsità del contenuto, consapevolezza di tale falsità, intenzione di ingannare il destinatario. Quindi, la menzogna altro non è che un atto comunicativo consapevole e deliberato di ingannare un altro che non è consapevole e non desidera essere ingannato.

Date le nuove modalità, piattaforme e canali di comunicazione, chissà che non si sviluppino (o si stiano già sviluppando) altrettante nuove tipologie di discomunicazione. Intanto cerchiamo di “difenderci” da queste, provando a smascherarle e a non farci ingannare. Visti i tempi, io mi munisco di poligrafo!

Buona comunicazione a tutti!

Psych-ombre #2. Il caso di Little Albert: come nasce una fobia?

Psych-ombre #2. Il caso di Little Albert: come nasce una fobia?

In copertina: foto inedita di Giuseppe Cozzolino.

Elementare, ce lo spiega Watson!

Datemi una dozzina di bambini normali, ben fatti, e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di specialista, che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista, commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni. [1]

C’era una volta un bambino di nome Albert. O forse devo tornare indietro di qualche anno ancora…
Ci riprovo.
In principio vi era lui, padre del Comportamentismo: John Broadus Watson.
Per Watson il comportamento dei singoli individui non era altro che una sorta di adattamento dell’individuo all’ambiente, ovvero tutto ciò che di una persona era possibile osservare. Nella sua teoria comportamentista, Watson fa riferimento a tre principi in particolare, uno dei quali è chiamato “Condizionamento“.

Il condizionamento altro non è che un processo per cui si produce un’associazione tra uno stimolo neutro ed uno stimolo condizionato, tanto da poter ottenere nell’individuo – o animale – una risposta condizionata (dallo stimolo). Non è chiaro? Provo a farti un esempio. Immaginiamo di avere un cane e di suonare una campanella prima di dargli del cibo. Ripetendo questa azione più e più volte ad un certo punto ci accorgeremmo che il cane, al solo suono della campanella, inizia a salivare, prima di ricevere il cibo. Bene, abbiamo condizionato uno stimolo neutro (il suono della campanella), producendo nel cane una risposta o reazione condizionata (la salivazione al solo suono della campanella) [cfr Ivan Pavlov].

Cosa c’è di oscuro in tutto ciò?

Il nostro carissimo Watson riteneva che i bambini avessero un numero limitato di pattern di risposte emotive, associati a tre emozioni: paura, rabbia e amore. Per questo motivo considerava fondamentale lo studio dell’apprendimento delle emozioni negli infanti. Egli era fermamente convinto che si potessero introdurre, attraverso il condizionamento, nuovi stimoli nel bambino, così da ottenere risposte rispetto all’emozione suscitata. Un bel giorno decide di mettere in atto un esperimento dall’eticità ampiamente discutibile.

Il Piccolo Albert

Se sia stato un caso oppure no non lo sapremo mai, ma rimane il fatto che l’emozione su cui Watson e la sua collaboratrice Rosalie Rayner (che poi diventerà sua moglie) decisero di concentrarsi fu la paura. E qui ritorniamo al nostro incipit: “C’era una volta un bambino di nome Albert…”. Tale Albert viene descritto come “un bambino sano e forte”, su cui l’esperimento sicuramente avrebbe provocato pochi danni [2]; inoltre, essendo il figlio di una balia dell’Harriet Lane Home for Invalid Children, cresce in ospedale ed è facilmente a disposizione dei ricercatori.

Come si evince dall’articolo pubblicato da Watson e la sua collaboratrice, a 8 mesi e 26 giorni sottopongono ad Albert il suo primo test: mentre un ricercatore distrae Albert, l’altro colpisce, con un martello, una sbarra di ferro. Il bambino sembra solo spaventarsi. Poi lo fanno ancora e ancora finché, dopo la terza volta, Albert scoppia in lacrime. Ecco il nostro stimolo condizionato. Un rumore violento che provoca paura nel bambino.

Qualche giorno dopo ad Albert vengono mostrati degli animali e degli oggetti: è il momento di scegliere lo stimolo neutro. In nessuna interazione con ciascuno di essi il bambino mostra paura. Perfetto!!! Scelgono, quindi, un topolino bianco.

“Armiamoci e partiamo”

Il bambino ha 11 mesi e 3 giorni: si inizia con la sperimentazione. Watson e Rayner pubblicano i loro appunti presi in laboratorio:

  1. Il topo bianco è stato improvvisamente preso dal cesto e presentato ad Albert. Lui ha cercato di prenderlo con la mano sinistra. Appena la mano ha toccato l’animale, abbiamo colpito la barra che si trovava proprio dietro di lui. Il bambino è saltato violentemente ed è caduto in avanti, seppellendo la faccia nel materasso. Però non ha pianto.
  2. Appena la mano destra ha toccato il topo, la barra è stata colpita nuovamente. Di nuovo il bambino è saltato violentemente, è caduto in avanti ed ha iniziato a piagnucolare.

In seguito a ciò gli sperimentatori hanno stoppato i tests per 7 giorni, per evitare di traumatizzare troppo il bambino.

Albert ha ora 11 mesi e 10 giorni. Ritorniamo sugli appunti di laboratorio:

  1. Improvvisamente viene presentato [al bambino] il topo senza suono. Era presente una fissazione costante, ma nessuna tendenza a raggiungerlo. Il topo è stato avvicinato e iniziano i tentativi di raggiungerlo con la mano destra. Quando il topo ha annusato la mano sinistra del bambino, la mano è stata subito ritirata. Egli ha cercato di raggiungere la testa dell’animale con l’indice sinistro, ma la mano è stata ritratta prima del contatto. Si vede, così, che le due stimolazioni presentate simultaneamente la settimana precedente hanno avuto effetto. Immediatamente dopo è stato testato [il suo comportamento] con i suoi blocchi, per vedere se erano stati soggetti al condizionamento. Ha iniziato subito a raccoglierli e giocare con essi. Nel resto delle prove i blocchi gli sono stati dati spesso per calmarlo e per testare il suo stato emotivo generale. Venivano sempre allontanati dalla vista quando c’era il processo di condizionamento in atto.

Successivamente e per 3 volte, il rumore e il topo vengono presentati congiuntamente. Poi, viene mostrato solo il topo, senza il rumore: Albert però piange e si gira dall’altro lato. A ciò seguono altre due somministrazioni congiunte, seguite, ancora, da un’ultima presentazione del topo senza rumore. Questa volta Albert si gira dal lato opposto, cade, si solleva e gattonando fugge via molto velocemente. Lo stimolo è stato condizionato. Povero Albert!

Nelle prove successive i ricercatori scoprono che la paura per il topo è stata generalizzata non solo ad altri animali, ma a tutto ciò che, al tatto, presenta caratteristiche simili: un coniglio, la pelliccia, la bambagia, una maschera di Babbo Natale, i capelli di Watson… Tutte queste cose creano paura nel bambino, come potete vedere in questo filmato.

Effettuando delle rilevazioni a distanza di circa tre mesi, i ricercatori si rendono conto che il piccolo Albert continua ad attivarsi negativamente nel momento in cui gli vengono presentati tali stimoli. Giungono alla conclusione che le conseguenze delle esperienze vissute dal bambino potrebbero risultare stabili e modificare la sua personalità. Hanno creato una fobia.

Ne è valsa la pena?

Sicuramente non possiamo giustificare né tantomeno accettare le modalità con cui è stato condotto l’esperimento, considerando fondamentale il rispetto della sanità della persona che, in questo caso, è venuto meno, però non possiamo, allo stesso tempo, negare l’importanza di questi studi nella conoscenza del funzionamento umano. Grazie a Watson e alla Rayner siamo riusciti a capire come è possibile condizionare una risposta in un bambino, come è possibile influenzare il suo apprendimento emotivo. Con tale consapevolezza, oggi, siamo in grado di modellare il nostro comportamento per evitare situazioni spiacevoli, quale può essere, ad esempio, l’induzione di una fobia in un bambino.

Al piccolo Albert non è mai più stato desensibilizzato lo stimolo ed è verosimile che sia cresciuto con la paura del pelo animale e non, ma oggi, per fortuna, siamo in grado di fare anche questo: desensibilizzare uno stimolo che crea paura o comunque uno stato di disagio e donare un sorriso in più ad una persona, qualunque sia la sua età. Grazie a Watson, a Rayner e al loro Little Albert.


[1] John Watson, Il comportamentismo (Behaviorism, 1924), traduzione di Adriano Corao e Mario Di Pietro, Firenze, 1985.
[2] John Watson and Rosalie Rayner (1920). Conditioned emotional reactions, Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1-14., disponibile qui.

 

 

Le virtù del sognare ad occhi aperti

Le virtù del sognare ad occhi aperti

Articolo originale curato da John Lehrer del “The New Yorker” qui

Gli esseri umani sono sognatori ad occhi aperti.
Secondo un recente studio condotto dagli psicologi dell’Università di Harvard Daniel Gilbert e Matthew A. Killingsworth, le persone si abbandonano all’immaginazione per il 47% del tempo in cui sono sveglie. (Gli scienziati lo hanno dimostrato attraverso lo sviluppo di un app per iPhone che contattava 250 volontari del progetto a intervalli casuali durante il giorno). Da questa analisi si è potuto evincere che la nostra mente smette di fantasticare soltanto mentre “facciamo l’amore”.

A prima vista, dati del genere sembrano confermare la nostra pigrizia intrinseca. In una cultura ossessionata dall’efficienza, l’immaginazione è spesso definita inutile. Freud, per esempio, ha definito “infantile” il sognare ad occhi aperti affermando che sia solo un mezzo per fuggire dalla routine quotidiana verso un mondo di fantasie e di “soddisfacimento dei desideri”.

Negli ultimi anni, comunque, psicologi e neuroscienziati hanno riscattato questo stato mentale, rivelando che i modi in cui la mente immagina è un essenziale strumento conoscitivo. L’immaginazione si attiva ogni volta che siamo annoiati – quando la realtà non è abbastanza per noi – iniziamo ad esplorare i nostri pensieri, contemplando varie ipotesi e scenari irreali che prendono vita solo nella nostra testa.

Virginia Woolf, nella sua novella “Gita al faro”, narra minuziosamente questa forma di pensiero attraverso la descrizione del personaggio di Lily :

Senza dubbio lei stava perdendo la cognizione dell’ambiente che la circondava. E così come perdeva la cognizione dell’ambiente della circondava..la sua mente continuava ad attraversare le sue profondità, le memorie e le idee, divenendo come una fontana zampillante.

Il sogno ad occhi aperti è proprio quella fontana zampillante che riversa strani e nuovi pensieri nel flusso di coscienza e questi si scoprono essere sorprendentemente utili. Lo studio, prossimo alla pubblicazione e intitolato Scienze Psicologiche, condotto da Benjamin Baird e Jonathan Schooler nell’Università della California a Santa Barbara ci aiuta a capire il perché. L’esperimento di per sé è piuttosto semplice: a 145 studenti universitari è stato dato un test standard di creatività noto come “uso insolito”, nel quale avevano a disposizione due minuti per elencare tutti gli utilizzi possibili di oggetti apparentemente inutili come stuzzicadenti, mattoni e appendiabiti.

Gli oggetti erano assegnati casualmente in quattro livelli differenti. In tre di questi, ai partecipanti venivano dati 12 minuti di pausa che comportavano: restare in una stanza senza stimoli, eseguire dei piccoli esercizi di memoria a breve termine, o fare qualcosa di così noioso da mettere in moto la fantasia. Durante il livello finale invece, ai partecipanti non veniva data alcuna pausa, bensì un altro round di test creativi, incluso quello degli usi diversi a cui avevano lavorato pochi minuti prima.

Ed è stato qui che le cose sono diventate interessanti: gli studenti a cui sono stati assegnati gli incarichi noiosi hanno meglio eseguito il compito di trovare più usi per oggetti di tutti i giorni, cosa che avevano anche già fatto. Dando loro nuovi oggetti, tutti i gruppi hanno reagito allo stesso modo. Invece riassegnando ai gruppi gli stessi oggetti dei primi tre livelli, i sognatori ad occhi aperti hanno raggiunto il 41% in più di possibilità nel trovare le soluzioni rispetto agli altri studenti.

Questo cosa significa? Secondo Schooler è chiaro che quei 12 minuti di immaginazione hanno permesso ai soggetti dell’esperimento di ideare nuove possibilità, infatti la loro mente inconscia ha riflettuto su nuovi e diversi modi per utilizzare gli stuzzicadenti. Questo effetto però era limitato agli oggetti a cui gli studenti erano già stati sottoposti – la mente ha potuto rimuginare sulla domanda, “incubandola” in quelle zone celate del pensiero che riusciamo a controllare a malapena.

Praticamente gli scienziati sostengono che i loro studi dimostrano il perché “le soluzioni creative possono essere facilitate soprattutto da semplici compiti che massimizzano lo spaziare della mente”. Il beneficio di questi compiti è che essi impiegano solo l’attenzione sufficiente a tenerci impegnati, lasciando un sacco di risorse mentali libere di permetterci di sognare ad occhi aperti. Un altro valido strumento che ci permette di sognare ad occhi aperti è leggere le opere di Tolstoy. Infatti Schooler, durante le sue prime analisi sull’immaginazione, consegnava ai soggetti dell’esperimento un passaggio noioso di “Guerra e Pace” che scaturiva in loro la voglia di sognare ad occhi aperti dopo solo qualche minuto!

Sebbene lo studioso, in uno dei suoi precedenti saggi, abbia dimostrato la presenza di un collegamento fra immaginazione e creatività – coloro che sono più propensi a fantasticare dimostrano di avere una miglior capacità di generare nuove idee – questo nuovo studio evince che i nostri sogni ad occhi aperti si servono delle stesse, o quasi, funzioni dei sogni notturni facilitando picchi di intuizione creativa. Consideriamo adesso uno studio del 2004 pubblicato su Nature dai neuroscienziati Ullrich Wagner e Jan Born. I ricercatori hanno dato a un gruppo di studenti un tedioso esercizio in cui bisognava trasformare una lunga lista di stringhe di numeri in un nuovo e ordinato insieme di numeri. Wagner e Born hanno progettato il compito in modo tale che i soggetti potessero trovare una scorciatoia verso la soluzione solo se fossero riusciti ad individuare il problema. Meno del 20% dei partecipanti sono stati in grado di trovare questa scorciatoia, nonostante le molte ore messe a disposizione per risolvere il problema. L’atto del sognare, però, ha cambiato tutto: dopo aver lasciato i soggetti dormire, e quindi entrare nella fase R.E.M. circa il 60% di loro ha scoperto il trucco. Kirkegaard aveva ragione: il sonno è la virtù del genio.

Se tutto questo vi suona come una giustificazione ai sonnellini pomeridiani, alle lunghe docce, e alla letteratura russa, avete ragione. “Noi partiamo sempre dal presupposto che se ci concentriamo consciamente su di un problema allora siamo più vicini alla sua soluzione”, mi diceva Schooler. “E questo è ciò che intendiamo quando affermiamo di stare ‘lavorando a qualcosa’. Spesso però è un errore. Se stiamo cercando di risolvere un quesito complesso allora dovremmo concederci una pausa, così da permettere alla nostra mente di ‘incubare’ il problema e rifletterci autonomamente”.

Schooler ha provato ad applicare queste idée alla sua stessa vita. Un tempo,durante le vacanze, portava con sé una grande mole di lavoro da eseguire..successivamente si rese conto di essere più produttivo concedendosi alle lunghe pause e all’immaginazione. Egli afferma :“La cosa positiva è che non c’è ragione di sentirsi in colpa quando ci concediamo un po’ di relax oppure non controlliamo le nostre e-mail, perché in verità, anche se siamo in vacanza, il nostro inconscio probabilmente sta ancora lavorando alla soluzione del problema”.

Un sogno ad occhi aperti, in questo senso, è il mezzo che intercetta tutti i pensieri generati dal subconscio. Noi siamo convinti di perdere tempo, ma in realtà, una sorgente di pensieri sta inondando la nostra mente.

 

Cancro al seno: e ora?

Cancro al seno: e ora?

Ottobre, Mese Rosafiocco-rosa per la prevenzione del cancro al seno

Complessivamente in Italia ogni giorno 1000 persone ricevono una nuova diagnosi di tumore maligno.

E tanto basterebbe.

Invece bisogna dire che, se facciamo una distinzione per genere e per area di neoplasia

  • negli uomini – escludendo i tumori della pelle – prevale il tumore della prostata, immediatamente seguito dal tumore del polmone
  • nelle donne il 30% dei tumori diagnosticati si localizza a livello mammario.

Il carcinoma mammario è il tumore più diagnosticato in tutta la popolazione italiana (14%). Boom.

Ma attenzione, non è la più frequente causa di morte. Tralasciando il fatto che in Italia si muore maggiormente per problematiche cardio-circolatorie, il tumore che provoca più decessi è quello del polmone, mentre Il carcinoma mammario è “solo” al terzo posto, rappresentando il 7% del totale. [1]

Cosa vogliono dire queste percentuali?

Per quanto possono sembrarci brutti, questi numeri ci dicono che, se diagnosticato tempestivamente, di tumore al seno si guarisce. Per questo è fondamentale che sia fatta prevenzione, è fondamentale che si seguano i controlli.

La donna, il seno e la sua malattia

Il seno non è una parte qualsiasi del corpo, ma incarna una delle più belle espressioni della femminilità. Al seno si lega l’idea della vita, del caloredell’abbraccio materno e quando il tumore sceglie questo bersaglio, la donna si sente doppiamente minacciata nel suo benessere psichico e fisico, ma anche nella sua femminilità. E alla paura della malattia si associa anche quella di perdere la bellezza e l’integrità delle proprie forme.
La terapia del cancro alla mammella è prevalentemente chirurgica ed oggi, rispetto al passato, è anche prevalentemente conservativa (si preferisce, quindi asportare solo la parte del seno interessata). Nonostante ciò, la menomazione creata da una mastectomia provoca, nella maggior parte delle pazienti, una situazione psicologica di forte stress emozionale.
La chirurgia del seno altera l’immagine fisica e psichica del corpo, andando ad incidere su aspetti che hanno una profonda valenza narcisistica.[2]

Il rifiuto del corpo modificato dalla chirurgia spesso si manifesta nell’incapacità di guardarsi e di toccarsi nella zona operata. Questo rifiuto deriva dall’impossibilità di ricostruire una buona immagine della propria identità corporea perché mutilata, incompleta e deformata. La vergogna, il sentimento di inadeguatezza, l’immagine distorta della propria femminilità, derivanti dall’alterazione del seno, sono sentite come ostacoli reali alla ripresa di una vita normale.[2]
Succede, così, che si iniziano a provare un senso di vuoto e il terrore di non avere più futuro, non solo come madri, ma anche come donne. Una cattiva immagine di sè, però, non dipende necessariamente da giudizi negativi espressi da altri.[3]

Il cancro spesso si configura come malattia della famiglia: in quanto “organismo” dotato di una propria omeostasi la famiglia fa sì che il cancro si imposti differentemente rispetto alla “semplice” malattia fisica del singolo paziente.
La malattia produce dei cambiamenti negli equilibri del sistema familiare, che è chiamato a mettere in atto dei nuovi modi di rapportarsi. La reazione all’evento da parte della famiglia avviene parallelamente al decorso della malattia nella persona stessa.

“Ho visto il mio corpo trasformarsi,
consapevole che il simbolo
della mia femminilità
era stato strappato dal mio petto
e ho pianto
perché la donna perfetta
non era più così perfetta.”
Ludovica

Una figura importante: lo psiconcologo

L’attenzione all’intero sistema personale e familiare, da parte dello psiconcologo, dovrebbe prendere l’avvio già al momento della diagnosi, perché è soprattutto in questa fase che la malattia inizia ad essere idealizzata anche attraverso le metafore collettive che identificano il cancro come parassita che cresce e viene alimentato dal corpo del malato, e che inevitabilmente lo porterà ad una morte svilente della sua dignità di essere umano. Ma sappiamo bene che questo non corrisponde alla realtà. Solo riempiendo il silenzio che si crea subito dopo la diagnosi di cancro, l’individuo può elaborare il trauma.

Spesso i pazienti si sentono intrappolati in una vita che non sentono più come propria.

L’intervento psicoterapeutico è, dunque, necessario in quanto la consapevolezza di essere affetti da una grave patologia può generare nei pazienti diverse reazioni psicopatologiche, che possono interferire con le terapie e quindi con il decorso della malattia. Bisogna ricostruire il senso di continuità della propria esistenza e circoscrivere nel tempo l’evento malattia, mantenendo relazioni affettive di supporto valide. [2]

I risultati di una ricerca condotta nel 2012 [2] evidenziano come a distanza di circa 10 anni dalla diagnosi di carcinoma mammario, l’aver subito un intervento di mastectomia piuttosto che di quadrantectomia, non influenza in modo diverso la qualità della vita e il rischio e la presenza di sintomatologia depressiva. Ciò può permettere ai medici ed alla paziente di scegliere l’intervento chirurgico più appropriato al momento della diagnosi.

Prima di giungere alla diagnosi, però…

Come dicevo qualche riga fa, se diagnosticato prontamente, di cancro al seno si guarisce. E’ importante seguire i controlli del caso, monitorare autonomamente i cambiamenti del proprio corpo e del proprio seno e, in caso di dubbi o domande, rivolgersi ad uno specialista.

La LILT anche quest’anno dedica il mese di Ottobre alle Donne, offrendo visite senologiche gratuite da parte di un medico specialista di oncologia. Per usufruirne basta prenotare una visita presso il centro Lilt più vicino a te. Se non sai dov’è localizzato, puoi chiamare il numero SOS Lilt che trovi sul loro sito web http://www.lilt.it/.

Ama il tuo corpo.
Ama il tuo seno.
Ama te stessa.
Previeni e proteggi.


[1] http://www.registri-tumori.it/PDF/AIOM2016/I_numeri_del_cancro_2016.pdf
[2] Tesi di laurea: “Il rapporto mente-corpo nel cancro al seno: una ricerca valutativa”, di Francesca Caporale
[3]Morasso G., Di Leo S., e Grassi L., La psiconcologia: stato dell’arte. In Bellani M.L., Morasso G., Amadori D., Orrù W., Grassi L., Casali P.G., Bruzzi P., Psiconcologia, Masson Ed., 2002, Milano.

Pin It on Pinterest