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Le bugie di Trump e il nostro cervello

Le bugie di Trump e il nostro cervello

[In copertina: Donald Trump in Ottumwa, Iowa – di Evan Guest – Fonte]

Tutti i Presidenti mentono. Richard Nixon disse che non era corrotto, eppure orchestrò la più sfrontata e disonesta messainscena della politica moderna statunitense. Ronald Regan disse che non era a conoscenza degli accordi Iran-Contra, ma ci sono prove del contrario. Bill Clinton affermò che non ebbe rapporti sessuali con quella donna; li ebbe, più o meno. Mentire in politica trascende ere e partiti politici. È, in un certo qual modo, una parte intrinseca della professione del politicante.

Ma Donald Trump è in una categoria differente. La grande frequenza, spontaneità e l’apparente irrilevanza delle sue bugie non ha precedenti. Nixon, Regan e Clinton stavano proteggendo le proprie reputazioni; pare, invece, che Trump menta per il puro piacere di farlo. Il 70% delle dichiarazioni di Trump, scrutinate da PolitiFact durante la campagna (elettorale del 2016 ndr.) erano completamente false, mentre solo il 4% erano vere, e l’11% parzialmente vere. Confrontando le percentuali con quelle del politico che Donald Trump ha rinominato “Corrotta”, solo il 26% delle dichiarazioni di Hillary Clinton sono state riscontrate come false.

Coloro i quali hanno seguito la carriera di Trump affermano che il suo mentire non è solo una tattica, piuttosto una abitudine radicata. Gli scrittori dei tabloid newyorkesi che scrissero di Trump come di un magnate in ascesa negli anni ’80 e ’90, ne sottolinearono la grande differenza con le altre celebrità nella frequenza, e neppure con grande senso, con la quale lui mente. Trump ha utilizzato la frase “iperbole onesta”, un termine coniato dal suo ghostwriter in riferimento all’estensiva quantità della modifica della realtà che ha utilizzato, in continuazione, per concludere affari. Trump, a quanto pare, ama il termine, che ha da subito adottato.

Il 20 Gennaio, le iperboli oneste di Trump non saranno più relegati al mondo degli affari e delle campagne elettorali. Donald Trump diventerà il presidente della più potente nazione al mondo, l’uomo in carica di rappresentare quella nazione nel globo, e, soprattutto, raccontare la storia dell’America, di nuovo, agli americani. Ha a disposizione il megafono dell’ufficio stampa della Casa Bianca, il suo popolarissimo account Twitter e una nuova armata di media di destra, la quale non solo ripeterà la sua versione della realtà ma attivamente proverà a smontare i tentativi di schernirlo con fatti verificabili. A meno che Trump si transformi completamente, gli americani vivranno in una nuova realtà, nella quale il loro leader è una fonte palesemente inaffidabile.

Cosa significa per la nazione, e per gli americani, parte ricettrice della versione della realtà in costante distorsione di Trump? È sia una questione culturale che psicologica. Per decenni, ricercatori hanno lottato con la natura della falsità: come cresce? Come agisce sul nostro cervello? Possiamo combatterla? Le risposte non sono incoraggianti per coloro preoccupati dell’impatto sulla nazione di un regno di non verità per i prossimi quattro, o otto, anni. Le bugie sono estenuanti da combattere, dannose nei loro effetti e, probabilmente il punto peggiore di tutti, quasi impossibili da correggere se i loro contenuti riecheggiano abbastanza fortemente nell’ego dell’ascoltatore, cosa che Trump chiaramente fa.

L’impari battaglia tra il cervello e le bugie

Cosa succede quando una bugia arriva al cervello? Il modello, divenuto ora standard, è stato proposto per la prima volta da psicologo Daniel Gilbert dell’università di Harvard più di 20 anni fa. Gilbert sostiene che la gente vede il mondo in due fasi. In primo luogo, anche solo brevemente, abbiamo la bugia vera: dobbiamo accettare qualcosa per capirlo. Per esempio, se qualcuno dovesse dirci, ovviamente in ipotesi, che in Virginia è avvenuta una grave frode elettorale durante le elezioni presidenziali, dobbiamo per una frazione di secondo accettare che in realtà la frode sia stato compiuta veramente. Solo in un secondo momento, è possibile accertare se l’ipotesi sia vera o falsa. Purtroppo, mentre il primo passo è una parte naturale del processo cognitivo, accade automaticamente, il secondo passo può essere facilmente interrotto. È necessario impegno: bisogna decidere attivamente di accettare o rifiutare ogni affermazione che viene recepita. In certe circostanze, la verifica semplicemente non viene compiuta. Come scrive Gilbert, le menti umane “quando si trovano di fronte a carenze di tempo, di energia o di prove convincenti, possono non verificare le informazioni che recepiscono involontariamente durante la comprensione”.

I nostri cervelli sono particolarmente inadeguati per affrontare bugie quando non vengono singolarmente ma in un flusso costante e Trump, è noto, mente continuamente, da questioni particolarmente gravi come i risultati delle elezioni fino a quelle banali come le piastrelle di Mar-a- Lago. (Secondo il suo maggiordomo, Anthony Senecal, Trump gli disse che le piastrelle in un vivaio al West Palm Beach Club erano state fatte da Walt Disney. Quando Senecal non credette alla storia,Trump ebbe una sola risposta: “A chi importa?”). Quando sopraffatti da affermazioni false o potenzialmente tali, i nostri cervelli vanno così rapidamente in sovraccaricato che smettono di verificare ogni singola affermazione. Si chiama carico cognitivo: le nostre risorse cognitive limitate sono sovraccaricate. Non importa quanto sono implausibili le affermazioni, condividine il giusto quantitativo e la gente inevitabilmente inizierà ad assorbire e credere ad una parte di esse. Alla fine, senza rendersene conto, i nostri cervelli semplicemente rinunciano a cercare di capire cosa sia vero.

Ma Trump va un passo avanti. Se ha una particolare bugia che vuole propagare, non solo un bombardamento indifferenziato, continua a ripeterla ad oltranza. Il risultato della ripetizione pura della stessa menzogna può eventualmente renderla vera nella nostra testa. È un effetto noto come verità illusoria, scoperta negli anni ’70 e recentemente dimostrata con l’aumento delle fake news. Nel suo esperimento originale, un gruppo di psicologi ha chiesto ad un gruppo di persone di classificare alcune dichiarazione come vere o false in tre diverse occasioni per un periodo di due settimane. Alcune delle affermazioni sono apparse solo una volta, mentre altre sono state ripetute. Le dichiarazioni ripetute sono state giudicate come vere molto più facilmente la seconda e terza volta che sono apparse, indipendentemente dalla loro effettiva validità. Continua a ripetere che è avvenuta una grave frode elettorale, e l’idea comincerà a penetrare nelle teste della gente. Ripeti abbastanza volte che eri contro la guerra in Iraq, e il tuo record effettivo su di esso in qualche modo scompare.

Ecco la brutta notizia per tutti quei controllori e pubblicazioni che sperano di contrastare le false pretese di Trump: la ripetizione di qualsiasi tipo, anche per confutare l’affermazione in questione, serve solo a consolidarla. Ad esempio, dichiarando: “Non è vero che ci sia stata una frode elettorale”, o cercare di confutare l’affermazione con prove, spesso ha come risultato l’opposto desiderato. In seguito, quando il cervello ricataloga le informazioni per fare mente locale, la prima parte della frase spesso si perde, lasciando solo la seconda. In uno studio del 2002, Colleen Seifert, uno psicologo dell’Università del Michigan, ha scoperto che anche le informazioni ritrattate, che riconosciamo come tali, possono continuare ad influenzare i nostri giudizi e le nostre decisioni. Ad esempio, anche dopo fu dichiarato che un incendio non fu causato da vernici e bombole di gas lasciati in un armadio, la gente ha continuato ad usare queste informazioni, ad esempio, dicendo che il fuoco era particolarmente intenso a causa dei materiali volatili presenti, anche se riconoscevano che questa informazione non era più ritenuta plausibili. Anche davanti alle contraddizioni nelle loro risposte, alcuni hanno replicato con: “In un primo momento, i cilindri e le lattine erano nell’armadio ma poi furono spostati”, creando nuove giustificazioni per spiegare la loro continua dipendenza da false informazioni. Ciò significa che quando il New York Times, o qualsiasi altra pubblicazione, pubblica un titolo come “Trump dichiara, senza prove, che – Milioni di persone hanno votato illegalmente -” rafforza la stessa dichiarazione che vorrebbe confutare.

Trump, fake news e politica: quando le bugie diventano arma

In politica, le false informazioni hanno un potere speciale. Se le fake news si basano su informazioni preesistenti, magari con argomenti di parte, il tentativo di confutazione può anche ritorcersi contro, insinuandolo ancora più saldamente nella mente di una persona. Trump ha vinto gli elettori repubblicani, così come i democratici che si sono allontanati dal loro partito, dichiarandosi contrario a “Washington”, “l’istituzione” e “politically correct”, e spaventando con affermazioni sullo Stato Islamico, gli immigrati e la criminalità. Leda Cosmides all’Università della California, Santa Barbara, ne parla nel suo lavoro con il suo collega John Tooby sull’uso di indignazione per mobilitare la gente: “La campagna è stata più di oltraggio che di politiche”, dice. E quando un politico può creare un senso di oltraggio morale, la verità cessa d’esser rilevante. Le persone si lasceranno guidare dall’emozione, sostenendo la specifica causa, trincerandosi nella loro identità di gruppo. Il nocciolo della sostanza non ha più rilevanza.

Brendan Nyhan, esperto di politica dell’Università di Dartmouth che studia false credenze e miti politici, ha scoperto che quando le false informazioni sono di natura specificamente politica e parte del nostro retaggio politico, diventa quasi impossibile correggerle. Quando la gente legge un articolo nel cui incipit è presente l’affermazione di George W. Bush che l’Iraq possa aver inviato armi alle reti terroristiche, anche se in seguito nell’articolo è specificato che l’Iraq non ha effettivamente posseduto alcuna arma di distruzione di massa al momento dell’invasione statunitense, la pretesa iniziale persiste tra Repubblicani e, anzi, è stata spesso rafforzata. Di fronte ad un assalto apparente sulla loro identità, non hanno cambiato idea per conformarsi alla verità: invece, sorprendentemente, hanno rinforzato le proprie posizione sulle informazioni non appena confutate.

Riguardo Trump, Nyhan sottolinea che le dichiarazioni legate all’etno-nazionalismo, nello specificio quella ad inizio campagna secondo la quale il Messico stesse mandando “stupratori”, va a toccare il vero nucleo della nostra umanità: “Può rendere le persone meno disposte o in grado di valutare l’affermazione empiricamente”. Se credete già che gli immigrati mettono a rischio il lavoro, chi può dire che la castità delle tue figlie non è in pericolo? Oppure come uno psicologo di Harvard University Steven Pinker ha dichiarato, una volta che Trump completa quella connessione emotiva: “Può dire quello che vuole, e la gente lo seguirà”.

Una battaglia senza difese

Quindi, cosa possiamo fare di fronte a un indiscutibile bugiardo come capo di stato? Qui, purtroppo, la notizia non è particolarmente promettente. In una pubblicazione del 2013 volta a correggere le concezioni politiche false, è stato chiesto ad un gruppo di persone in tutto il paese le loro conoscenze su diverse politiche di governo: ad esempio, quanta familiarità avevano sulla gestione dei loro registri sanitari elettronici? È stata chiesta anche la loro opinione nei confronti di queste questioni: erano a favore o contrari? In seguito, i soggetti hanno letto un articolo appositamente creato per lo studio riguardo la precedente politica: come funzionano i record di salute elettronica, quali sono gli obiettivi di utilizzo e quanto sono ampiamente utilizzati. Successivamente, ogni partecipante ha potuto leggere una correzione dell’articolo, dove si asseriva che nel testo erano presenti un diverso numero di errori relativi ai contenuti, assieme ad una spiegazione degli errori. Ma le uniche persone che in realtà hanno corretto le proprie idee ed informazioni sbagliate sono quelle la cui ideologia politica è già allineata con le informazioni corretta. Coloro i quali hanno concezioni politiche distanti dalle informazioni corrette? Hanno cambiato la propria opinione sui fatti relativamente minori, scartando le informazioni più importanti o che in ogni caso siano contro i loro preconcetti.

Ancora più spaventoso per coloro che non hanno mai sostenuto Trump è l’idea che possa influenza il loro cervello. Quando siamo in un ambiente guidato da qualcuno che si mente così spesso, succede qualcosa di spaventoso: smettiamo di rispondere al bugiardo come bugiardo. La sua menzogna diventa normalizzata. Talmente assuefatti, potremmo diventare noi stessi dei bugiardi. Trump sta creando una visione politica dove tutti quando sono sulla difensiva: tu sei con me o contro di me; se tu vinci, io sono sconfitto, e viceversa. Fiery Cushman, uno psicologo dell’Università di Harvard, ha descritto in questo modo la visione di Trump: “Le nostre intuizioni morali sono deformate dalle regole della partita”. In un ambiente a somma zero, rossi contro blu, vincitori e sconfitti e diventiamo, “disertori intuitivi”, ovvero che il nostro primo istinto non è di cooperare con gli altri ma di agire nel nostro interesse personale, che potrebbe significare diffondere le nostre bugie.

 

 


Traduzione da Politico.com – Trump’s Lies vs Your Brain di Maria Konnikova – Fonte

Cosa sta succedendo di nuovo tra Israele e Palestina?

Cosa sta succedendo di nuovo tra Israele e Palestina?

[ In copertina: la spianata delle moschee o monte del tempio, dove a pochi metri di distanza coesistono la moschea di Al Aqsa, il Muro del Pianto e la Basilica del Santo Sepolcro. Foto: Al Jazeera]

Ci risiamo. Il 14 Luglio a Gerusalemme tre arabi israeliani hanno usato armi da fuoco per sparare ed uccidere due soldati israeliani e ferirne un terzo all’interno della spianata delle moschee. Lo stesso giorno, Israele ha cancellato la preghiera del venerdì e chiuso l’accesso alla moschea di Al Aqsa ai fedeli. Immediatamente i riflettori si sono accesi. L’assassinio perpetrato dai tre giovani arabo-israeliani ha, senza dubbio, la colpa di aver riportato l’attenzione internazionale sul conflitto in Palestina, ma di certo non ha la colpa di aver riacceso le violenze, in una terra dove non passa giorno senza che ce ne siano.

Perché aver riportato l’attenzione sul conflitto è una colpa? Perché quando questo accade il pubblico che non segue sistematicamente le notizie provenienti dalla Palestina inizia a giudicare tutto ciò che avviene di conseguenza, prendendo come punto di partenza la notizia più in voga del momento. L’assenza di “Breaking News” e titoloni fa pensare che fino a quel momento la situazione fosse “normale” o perlomeno pacifica e che poi, di punto in bianco, per colpa di tre giovani esaltati tutto ripiombi nella violenza. In quest’ottica è chiaro che è colpa dei tre assassini se israeliani e palestinesi hanno ripreso a farsi la guerra.

Ma le cose non stanno così, e di normalità proprio non si può parlare. Per spiegare il motivo per cui le cose non stanno così prendo a prestito le parole di un comunicato stampa della Commissione giustizia e pace, pubblicato dal Patriarcato latino di Gerusalemme, una voce direttamente riconducibile al Vaticano:

“La situazione in Israele e Palestina è lungi dall’essere normale, dato il conflitto che esiste senza soluzione di continuità tra i due popoli, palestinese e israeliano. Questo conflitto ha un profondo impatto sulla vita quotidiana delle due diverse realtà, lo Stato della Palestina e lo Stato di Israele secondo i confini anteriori al 1967.

Nello Stato di Israele, tutti i cittadini, ebrei e arabi, in linea di principio hanno gli stessi diritti. Ma in realtà i cittadini arabi subiscono discriminazioni in molti settori e in vari modi: nell’accedere allo sviluppo, all’istruzione, al lavoro, al finanziamento pubblico per i comuni arabi, ecc. Alcune di queste forme di discriminazione sono sancite nella Legislazione, ma altre sono indirette e nascoste.

Nello Stato della Palestina, nonostante l’esistenza dell’Autorità palestinese, i palestinesi continuano a vivere sotto occupazione militare, che ne condiziona la vita quotidiana: la costruzione di insediamenti e strade, la legalizzazione di costruzioni israeliane sulla terra palestinese, incursioni militari private, omicidi, arresti arbitrari, detenzioni amministrative e punizioni collettive, confisca delle terre, demolizioni di case, posti di blocco che limitano la libertà di movimento e che creano molti ostacoli allo sviluppo economico, l’interdizione del ricongiungimento familiare, ossia la violazione del diritto naturale dei membri della stessa famiglia di vivere insieme.

In entrambe le società, israeliana e palestinese, la vita dei Palestinesi è lungi dall’essere normale. Comportarsi “come se” le cose fossero normali significa ignorare la violazione dei diritti umani fondamentali. Allo stesso tempo, in entrambi le situazioni, la vita quotidiana richiede alcune relazioni con le Autorità israeliane. Tuttavia, tutte le persone e le istituzioni coinvolte nel mantenere questi rapporti devono essere consapevoli che qualcosa di “anomalo” necessita di essere rettificato invece di permettere che l’“anormale” diventi un dato di fatto.

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Forze di sicurezza israeliane controllano i fedeli palestinesi e i loro averi. [Alkharouf Mostafa/Anadolu Agency]

In Israele, gli Arabi che hanno la cittadinanza israeliana mantengono rapporti di reciprocità con le autorità civili e sono rappresentati nella Knesset. Oltre 300.000 cristiani vivono in Israele in Israele nel lungo periodo. I cittadini e i residenti di lungo termini rispettano le leggi dello Stato e quindi hanno il diritto e il dovere morale di utilizzare tutti i mezzi legali e non violenti a loro disposizione per promuovere pieni diritti e piena uguaglianza per tutti i cittadini. Ignorare o emarginare questo dovere significa “normalizzare”, collaborando con strutture discriminanti, che alimentano l’ingiustizia e l’assenza di pace.

In questo contesto, la Chiesa ha l’obbligo di garantire il corretto funzionamento delle parrocchie, delle scuole e di molte altre sue istituzioni, dovendo interagire con chi amministra i territori in cui opera. Tutto questo, però, non deve mai prescindere dall’impegno della Chiesa per la giustizia e per la denuncia di ogni ingiustizia.

In Palestina, l’Autorità palestinese è costretta a coordinarsi con le autorità israeliane per operare. Eppure i cittadini palestinesi hanno un controllo molto limitato sulla propria vita, e hanno bisogno di permessi e autorizzazioni degli israeliani per molti aspetti della loro vita quotidiana, per esempio: visitare i Luoghi Santi, avere accesso alle istituzioni palestinesi (parrocchie, scuole, ospedali) nella parte occupata di Gerusalemme, costruire case o avviare commerci nelle aree palestinesi controllate dalle Autorità israeliane.

Allo stesso modo la Chiesa, per le esigenze della vita quotidiana, non può vivere o lavorare senza chiedere permessi e visti alle Autorità israeliane. La Chiesa ha l’obbligo morale di discernere costantemente tra ciò che è inevitabile nei rapporti con la potenza occupante al fine di garantire le esigenze quotidiane e ciò che invece dovrebbero essere evitato, ossia non coinvolgendosi in relazioni e attività che alimentano la sensazione che “la situazione è normale”.”

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L’incontro tra Mahmoud Abbas e Xi Jinping. How Hwee Young/European Pressphoto Agency


Proprio negli stessi giorni
in cui a Gerusalemme si scatenava il putiferio, un’altra notizia passata in sordina ma non di poca importanza è quella che riguarda la visita del presidente palestinese Mahmoud Abbas in Cina. Abbas incontrava il presidente Xi Jinping in una quattro giorni a Pechino, portando a casa importanti accordi. Il più significativo impegno assunto dalla Cina è quello che prevede la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Ma Pechino si è impegnata anche nel sostegno al ministero degli Esteri palestinese, in attività di formazione di risorse umane, e altri accordi di cooperazione economica e culturale. Abu Mazen ha inoltre proposto di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa di impegnarsi di rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.

Parliamo di un conflitto, quello israelo-palestinese, dove la sproporzione dei poteri e delle alleanze è evidente. Si rende, allora, sempre più necessario e fondamentale l’intervento di attori finora marginali, proprio come la Cina e il Vaticano. Sarebbero gli unici in grado di riequilibrare la sproporzione oggi esistente, che è il vero “lasciapassare” al comportamento illegale di Israele.


 

L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

Sulla questione migranti in Italia giungono svariate notizie di sindaci sul piede di guerra, rispetto ad una obiettiva emergenza che non accenna a placarsi. E’ l’ennesimo segnale che questo Paese da solo non può farcela, in una situazione che nessun paese Ue riuscirebbe ad affrontare senza altrui voci (vedi aiuti) comunitarie. Pur con questa consapevolezza, l’Europa continua a nascondersi dietro irrisori elogi al Belpaese e improbabili distinzioni tra richiedenti asilo e migranti economici. Il risultato è un ripetuto collasso istituzionale, frutto di un pressappochismo e menefreghismo generale che allontana ed impallidisce il sogno europeo. Ma all’Europa va bene così.

Il vertice di Tallinn ed il G20 di Amburgo hanno del resto confermato come il tema non rivesta priorità. Si pensi che, in Parlamento europeo, i membri presenti alla discussione ‘migranti’ del 4 luglio erano “una trentina” su 751. Un risultato disastroso ed indegno per chi si professa collettività, ed invece al giorno d’oggi altro non può che definirsi mera aggregazione di Stati a sé stanti, senza un minimo interesse alla revisione di Trattati non in linea con l’attualità di problematiche sempre più in espansione e che richiedono pertanto risposte globali.

Il punto d’arrivo del disastro è la debolezza del nostro attuale esecutivo, sempre più a rischio nella (in parte) correlata situazione politica che vede in Parlamento nazionale la difficile partita dello Ius Soli. Nell’isolazionismo della maggioranza e di un Pd esautorato dalla solitudine renzista, le speranze di vedere una Italia forte in Europa sono ridotte al lumicino.

I proclami in vista delle prossime elezioni politiche sono intanto cominciati. Tutti concordi ormai nel ritenere necessario un ripensamento dell’Unione Europea (ne parla oggi a ‘Il Mattino’ anche Silvio Berlusconi). Ma per dare voce ad un ripensamento serve innanzitutto un programma da presentare agli elettori, che non si limiti all’an ma manifesti pubblicamente un come ed un quantum. A questo programma deve poi accompagnarsi un’altra triste consapevolezza, che andrebbe risolta con un intervento su una legge elettorale che spiani la strada alla cosiddetta governabilità.

Come si vincono le elezioni con un proporzionale in un sistema tripolare e con il partito dell’astensione maggioranza del Paese? Sarebbe bene chiedersi soprattutto questo. Per essere forti in Europa, bisognerebbe mettere qualcuno nelle condizioni di vincere. Peccato che questo, alla politica italiana, non interessi affatto. Il proporzionale innesca difatti la madre delle ragioni della resa dei partiti: munirsi di un pezzo di torta, dato che nessuno potrebbe mangiarla tutta.

Mangiarla tutta poi, è rischio di ingordigia e future sconfitte: essere all’opposizione è infatti notoriamente più comodo e facilmente suscettibile di consenso. Perché il punto è sempre quello di partenza: attaccare chi governa, senza necessità di svelare controproposte. L’ideologia, rispetto alla quale i discorsi sul proprio presunto funerale si sprecano, tende ad una inesorabile dissoluzione non a causa del presunto vecchiume, ma di nuovi atteggiamenti ormai consolidatisi e divenuti prassi. Nascondersi, insomma, è molto semplice, ed è rappresentativo di una ideologia ‘moderna’ e (dis)funzionante. In politica pare addirittura portare i suoi frutti.

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

[In copertina: Mansudae Great Monument, Pyonyang, Nord Corea. Bjørn Christian Tørrissen. Fonte qui]

L’atteggiamento della Nord Corea è divenuto sempre più ostile nel corso degli ultimi anni. Il 19 Giugno, la morte di Otto Warmbier, uno studente americano prigioniero della Nord Corea per oltre un anno, la cui salute durante la detenzione è peggiorata a tal punto da portarlo in uno stato comatoso fatale, è stata solo l’ultima provocazione. La Nord Corea ha condotto test missilistici per circa due settimane dall’inizio dell’anno. Sanzioni occidentali e le promesse di azioni forti da parte della Cina non sono riuscite ad imbrigliare il programma nucleare del regime coreano. Meno noti ma probabilmente più sorprendenti sono i deboli effetti delle sanzioni, che non hanno colpito negativamente l’economia nordcoreana. Sebbene tutte le statistiche e calcoli sulla povera economia coreana rimangano pure supposizioni di settore, la maggior parte degli esperti concordano sulla crescita della Nord Corea, che si aggirerebbe tra l’1% e il 5%. Cosa la rende così resistente?

Questo in parte perchè non tutte le sanzioni sono state pensate per colpire l’economia. La maggior parte, anzi, hanno un obiettivo ristretto. Congelamento di beni e risorse ma anche divieti di viaggio hanno coinvolto personalità vicine al regime, La proibizione del commercio militare è stata intesa per colpire l’efficacia ed efficienza dell’esercito. Ma anche le sanzioni più generiche non hanno sortito l’effetto sperato.

Le Nazioni Unite hanno tentato di bloccare l’accesso a valute forti da parte della Nord Corea mettendo un tetto alla quantità massima di carbone che lo Stato possa esportare. Questa opzione, potenzialmente, depriverebbe la Nord Corea di più di un quarto dei propri ricavi da esportazione. La Cina, il compratore che detiene il 99% delle vendite dichiarate di carbone della Nord Corea, ha dichiarato in Febbraio che avrebbe sospeso ogni tipo di commercio della materia prima. Eppure, nei porti di carbone cinesi attraccano ancora navi merce nordcoreane. La Nord Corea, inoltre, può utilizzare altri canali per guadagnare valuta estera: utilizzando prestanome stranieri, il regime vende droga, armi e merce contraffatta. Il governo di Kim Jong-un può contare anche su più di 1 miliardo di dollari all’anno dalla vendita forza di lavoratori all’estero.

Una struttura di imposizione debole limita gli sforzi per sopprimere il commercio illegale, e le sanzioni potrebbero essere maggiormente estese. Stati e individui che aiutano la Nord Corea nella conduzione di affari non sono stati soggetti di “sanzioni secondarie” che isolerebbero ulteriormente il governo. Tali sanzioni furono essenziali nel persuadere l’Iran ai tavoli di negoziato per il proprio piano nucleare nel 2015. E ciò nonostante, secondo Anthony Ruggiero, ex ufficiale del Tesoro statunitense, collaboratore degli Stati Uniti durante gli ultimi negoziati con la Nord Corea, entità nordcoreane in lista nera continuano ad avere accesso al sistemo bancario internazionale attraverso l’aiuto di reti ed attività fantoccio cinesi. Nuovi sforzi si stanno compiendo per chiudere le falle. Rex Tillerson, Segretario di Stato statunitense ha dichiarato questo mese al Congresso che l’Amministrazione si sta muovendo per porre sanzioni sugli Stati che non rispettano le misure imposte dalle Nazioni Unite.

Ma l’economia nordcoreana potrebbe resistere a questa accresciuta pressione. Sebbene sia ufficialmente illegale, è cresciuto il numero di aziende private che, a seguito delle riforme incoraggiate da Kim Jong-un, hanno reso possibile ad individui di generare profitto. Oltre ciò che deve essere prodotto per lo Stato, agricoltori ed imprenditori industriali hanno ora margine di libertà per cercare clienti in autonomia. Immagini satellitari mostrano una chiara crescita in numero e grandezza di aree mercatali in varie realtà. Piccole e medie aziende stanno proliferando, secondo Rudiger Frank dell’Università di Vienna, sottolineando come sei imprese taxi operano ora nell’area della capitale Pyongyang.

Miniso, una multinazionale cinese operante nella vendita di oggettistica domestica, è stata la prima catena ad aprire le proprie sedi in Nord Corea, in Aprile. Marginali riforme hanno inoltre permesso al regime risolvere parte del proprio deficit in dollari: il Donju, la nuova classe di imprenditori e commercianti della Nord Corea, compra protezione per sé stessa con delle “donazioni” di valuta forte a favore del governo.


[Traduzione dall’originale Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita: “The Economist explains: Why the North Korean economy is growing”. Fonte qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

 

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

[In copertina: Ilaria Alpi durante una registrazione. Fonte: ilariaalpi.it]

8507. Sono i giorni trascorsi dal duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una storia complessa e convoluta, dove i sentori della presenza della criminalità organizzata sono stati forti fin dai primi momenti, ma mai ritenuti valenti dagli organi preposti. 23 anni ci separano ormai dalla scomparsa della giornalista del TG3 e il fotografo/cineoperatore italiani, caduti vittima di un tragico leitmotiv in zone di guerra. Fucilati a bordo di una autovettura da un commando somalo, il quale se spinto da motivi economici o braccio armato di personalità corrotte non si è riusciti a verificare ed appurare senza dubbi.

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia: prodromi storici e il caos della guerra civile

Gli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990 furono particolarmente tormentati per la storia della Somalia. Il Corno d’Africa aveva da poco visto la conclusione della disastrosa Guerra dell’Ogaden del 1977. Il generale Siad Barre, allora presidente della Somalia, ruppe ogni indugio ed organizzò l’invasione della regione dell’Ogaden, a maggioranza somala ma sotto il dominio etiope. La dura sconfitta patita dalla Somalia si ripercosse sulla politica interna tanto che, a seguito dell’indebolimento fisico e politico del generale Barre, nella regione esplose la guerra civile, che tutt’oggi non può ritenersi conclusa.

I protagonisti della prima fase della guerra civile somala furono Ali Mahdi Mohamed, preminente figura dell’ala politica del USC (Congresso della Somalia Unita) e nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid, generale del USC e signore della guerra somalo.

Il nostro Paese si è mosso da sempre in Somalia, essendo stata una parte del fallimentare Impero Italiano. L’Italia intratteneva interessanti rapporti con il regime di Siad Barre, con il quale furono inviati aiuti di Stato ed anche poco chiari aiuti economici. Il 19 Gennaio 1986 il Fondo d’Aiuti Italiano, per ordine del suo Commissario Francesco Forte, versò nelle casse somale 400 miliardi di lire come aiuto allo sviluppo. Rilevante nella storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin fu la donazione di 6 pescherecci alla società Shifco, i quali furono al centro di un’indagine per traffico internazionale di armi e rifiuti tossici.

Il duplice omicidio

La presenza della Alpi e Hrovatin in Somalia sarebbe collegata proprio alle loro indagini sugli insoliti movimenti di questo possibile traffico illecito. Solo 4 mesi prima in Somalia, Vincenzo Li Causi, sottoufficiale del SISMI, fu assassinato, evento anch’esso avvolto in una serie di fatti poco chiari e dalle motivazioni mai chiarite. Il sottoufficiale fu un informatore dell’inchiesta di Ilaria Alpi. La giornalista avrebbe collezionando una serie sempre maggiore di prove per la sua inchiesta, inclusa una intervista ad Abdullah Moussa Bogor, “sultano” di Bosaso. I primi problemi iniziarono al loro ritorno a Mogadiscio, dove non trovarono il loro autista ma Ali Abdì, che li scortò in vari alberghi della città, fino al Hotel Hamana, che fu teatro del duplice omicidio.

Reazione italiana: procedimento penale e commissione d’inchiesta

Importante impatto ebbe la vicenda nell’opinione pubblica italiana, e le indagini per accertare i fatti non tardarono. Il sostituto procuratore di Roma Franco Ionta chiese formalmente il rinvio a giudizio di un cittadino somalo, Omar Hashi Hassan, il 18 Luglio 1998. Hassan fu accusato di concorso in omicidio volontario aggravato, in quanto egli sarebbe stato l’autista del commando che attaccò ed uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre si trovava su suolo italiano in qualità di testimone in una indagine sulla Missione Ibis e possibili violenze attuate dalle forze italiane. Secondo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, conosciuto come Jellè, Hassan fu riconosciuto come autista e parte del commando ed anche il secondo autista della Alpi e Hrovatin, Ali Abdì, testimoniò in favore delle parole di Jellè. La difesa di Hassan chiamò a testimoniare due cittadini somali, i quali sostenevano che il somalo fosse a 200km dalla scena del delitto, in visita familiare.

In primo grado, il 20 Luglio 1999, Hassan fu assolto per non aver commesso i fatti, sottolineando come l’uomo fosse stato indicato come autore dalle fragili autorità somale come capro espiatorio, per ristabilire i contatti con l’Italia. Venne poi ribaltata la sentenza in appello, dove Jellè e Ali Abdì vennero considerati attendibili e la condanna per Hassan fu l’ergastolo. Ma l’impianto d’accusa si sgretolò in poco tempo, dato che Jellè fece perdere le sue tracce, mentre Ali Abdì, tornato in Somalia, fu ucciso poco dopo. La Cassazione confermò la condanna, eliminando però l’aggravante della premeditazione, e l’appello bis condannò Hassan a 26 anni di reclusione. 17 anni dopo, Jellè, fuggito in Gran Bretagna, fu reperito dagli inviati di “Chi l’ha visto” e ritrattò tutto, cancellato di fatto ogni informazione chiara della vicenda.

Fu inoltre istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, con presidente Carlo Taormina. La Commissione concluse i suoi lavori il 23 Febbraio 2006 i cui risultati furono 3 relazioni finali, una di maggioranza e due di minoranza. La versione principale, secondo la Commissione, verteva su un delitto a scopo economico: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi da un commando il cui scopo era quello di rapirli, ma la situazione sfuggì al controllo dei miliziani, che aprirono il fuoco contro i due giornalisti. Questa ipotesi fu avvalorata anche da alcuni testimonianze, secondo le quali il rapimento era sì basato sulla visione di un possibile riscatto ma anche come vendetta nei confronti di possibili trattamenti violenti da parte delle forze italiane nei confronti di banditi somali (pg 440-443). 

Il presidente della Commissione Carlo Taormina, in una debacle con lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, scriverà così dell’accaduto:

Fonte Huffington Post: Ilaria Alpi, Carlo Taormina a vent’anni dalla morte ribadisce su Twitter: “In Somalia era in vacanza”. Roberto Saviano: “Vergogna senza fine”.

Omicidi senza mandanti né fautori

[Sono molto contenta per Hassan, ndr] Tuttavia, se è una grande giornata per lui, da parte mia devo dire che sono molto amareggiata e depressa.

[…] È come se lei e Miran Hrovatin fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio.

[…] La verità non l’abbiamo e secondo me non l’avremo mai. […]

Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran Hrovatin non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. […]

Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

Fonte: La Repubblica: “Alpi-Hrovatin, assolto e liberato Omar Hassan era l’unico condannato per gli omicidi”

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano due osservatori, due reporter, alla ricerca della verità in una regione dove il marasma della guerra civile imperversava imperterrito, in una zona ritenuta “riserva di caccia per politici e faccendieri”. Come in seguito per la morte di Giulio Regeni, così la morte dei due giornalisti italiani è stata avvolta in un alone di mistero, di segretezza, che difficilmente potrà essere ripanato del tutto: dopo 23 anni di battaglie, chi ha combattuto in prima linea per la verità o non c’è più (Giorgio, il padre di Ilaria) o non ha più forze fisiche e mentali per continuare una infinita battaglia contro un muro senza nome (Luciana, la madre di Ilaria). 8507 sono i giorni trascorsi dall’omicidio alla seconda richiesta di archiviazione, in un girone di indagini, commissioni di inchiesta, false testimonianze, nel quale le vittime sono note, ma i mandanti e il movente ignoti.

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

 [In copertina: rovine della Grande moschea di Al Nuri, Mosul. Foto da: nydailynews.com]

Nell’Ottobre 2016 l’esercito iraqeno lanciava la battaglia per riconquistare Mosul dallo stato islamico. Sotto il caldo cocente dei primi giorni di Luglio, cioè nove mesi dopo, gli scontri non sono ancora conclusi ma il califfato è alle strette. Poche centinaia di uomini dell’ISIS resistono negli ultimi ottocento metri quadri di Mosul ancora in mano al califfo. Secondo le stime più accurate sono ancora 300 i combattenti asserragliati nella città vecchia, mentre tutti gli altri sono morti in battaglia o fuggiti verso la città siriana di Deir el-Zor.

Mosul è la seconda città dell’Iraq, ma ha una storia antichissima, essendo uno dei più antichi centri urbani formatisi in Mesopotamia. Prima dell’avvento del califfato ci vivevano 1.500.000 iraqeni, ma durante l’occupazione sono state almeno 850.000 le persone fuggite verso il sud del Paese o sfollati nei campi profughi. Oggi Mosul è ampiamente distrutta e porta i segni di combattimenti feroci durati mesi.

Durante la fuga degli ultimi giorni, gli uomini dell’ISIS hanno fatto esplodere la Grande moschea di Al Nuri, a dimostrazione del fatto che sono le ragioni militari e politiche, e non quelle religiose, a dettare le scelte del califfato. Resistita ai mongoli, all’impero ottomano, a Saddam Hussein e all’invasione americana, la storica moschea di Al Nuri è oggi distrutta, e con essa finisce simbolicamente l’era dello stato islamico in Iraq. Fu dal pulpito della stessa moschea, infatti, che il califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita del califfato il 29 Giugno del 2014, in quella che fu la sua prima e ultima apparizione pubblica. Esattamente tre anni dopo, il primo ministro iraqeno Haider Al-Abadi annuncia su twitter: “Stiamo assistendo alla fine del falso Stato di Daesh (Isis), e la liberazione di Mosul lo prova” e aggiunge “Non ci fermeremo fino a quando l’ultimo di loro sarà stato ucciso o portato davanti alla giustizia“.

Esplosione della moschea di Al Nuri

Esplosione della moschea di Al Nuri. Fonte: RT.com

L’Iraq è dove l’incubo del califfato ha avuto inizio e dove certamente inizierà la sua fine. Militari e fedelissimi di Saddam, giovani reduci della tragedia dell’occupazione america e foreign fighters nel 2014 diedero inizio alla sciagurata marcia dell’ISIS. saccheggiando depositi di armi e munizioni dell’esercito iraqeno, ancora troppo debole e diviso. Molti miliziani sono morti in battaglia. Gli altri sono fuggiti, nascondendosi tra i fiumi di sfollati delle zone dei combattimenti. Chi invece viene oggi catturato dall’esercito iraqeno è sottoposto a processi che rapidamente si concludono in sentenze. Come racconta La Stampa, decine di ex miliziani dell’ISIS vengono giudicati ogni giorno in alcuni edifici di Qaraqosh, città cristiana alle porte di Mosul. Le pene minime sono di 15 anni, tutte per “terrorismo”.

Dopo la sconfitta definitiva dell’ISIS, in Iraq, resterà lo spettro dell’ideologia politica di cui il califfato faceva le veci, quell’ideologia che ha raccolto molti vecchi iraqeni orfani di Saddam Hussein, prima, e molti giovani iraqeni vittime dell’occupazione americana, dopo.

Ma non finisce qui. L’Iraq dovrà affrontare la ricostruzione di intere città e infrastrutture del nord dell’Iraq. Dovrà risolvere il problema delle possibili vendette e dei profughi adulti e bambini. Proprio i bambini, oggi, rappresentano una situazione difficilissima. Migliaia sono nati sotto lo stato islamico, registrati con certificati di nascita del califfato o non registrati affatto. Ancor peggio, molti dei bambini in età scolastica sono stati indottrinati dai miliziani dell’ISIS, gli hanno inculcato l’odio per tutti quelli che non facevano parte del califfato e gli hanno insegnato come combatterli con le armi. Molti di loro sono stati usati nei combattimenti, e i sopravvissuti portano con sè orribili memorie e un grande dilemma: cosa fare, oggi, con i figli inconsapevoli dell’ideologia del califfo?

La riconquista quasi totale di Mosul, seppur pregna di grande valore simbolico e militare, non significa la sconfitta dello stato islamico. I territori dell’ISIS si sono ridotti di due terzi tra il 2015 e il 2017 e 4 milioni di persone che prima vivevano sotto il califfato oggi sono state liberate.

Perdita di territorio dello Stato Islamico

Perdita di territorio dello Stato Islamico dal 2015 al 2017

Questo significa che la presenza territoriale del califfato si è ampiamente ridotta ma non è finita. L’ISIS controlla Raqqa e buona parte della Siria sud orientale, e dall’Iraq continuano a giungere i jihadisti in fuga dai combattimenti. La battaglia di Raqqa è iniziata appena un mese fa, e sarà solo la caduta di questa città a segnare la sconfitta dello stato islamico.

 


 

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