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Breve guida alla lettura di Pasolini

Breve guida alla lettura di Pasolini

Siamo disposti ad accettare lo spirito di natura che ci compone e completa? Facendo la tara al celebre conflitto natura e società, non si tratta di un’apologia del modello del buon selvaggio, ma di comprendere quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo diventati: uomini sociali.
Questo interrogativo e simili accompagnano la lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini.

Poligrafo, artista, regista. Drammatico, carnale, e qualche altro attributo ugualmente concitato, e dello stesso tenore emotivo. Sconvolgente scrittore del Novecento, Pasolini è uno di quegli autori che merita frasi nominali concise, asindeti molteplici capaci di cogliere, in una complessa rassegna di aggettivi, l’essenza, in realtà ineffabile, di una personalità creativa che scelse l’inafferrabilità quale cifra significativa della sua produzione. Inafferrabilità non come intenzionale desiderio intellettuale di produrre qualcosa di incomprensibile e fortemente esoterico, ma come improvviso impulso dei sensi.
Pasolini non destina i suoi testi a un gruppo di iniziati, piuttosto parla alla nostra pancia, espressione infelice per indicare qualcosa di indefinito che potremmo tradurre come istinto, qualcosa che inerisca lo spirito di natura.

Troppo complessa l’esperienza del testo Petrolio, opera incompiuta dello scrittore di Casarsa, che della contraddizione natura e società incarna forse la ferita più profonda. Nello spazio delle prossime righe, l’esperienza dei versi pasoliniani ne Le Ceneri di Gramsci, poemetto incluso nella raccolta omonima del 1957.
E ci offendono i versi di Pasolini, penetrano senza alcuna parafrasi. Arrivano dritti e senza alcuna analisi retorica, chiedono di essere ascoltati. Ci accorgiamo che lettura e comprensione (almeno nei suoi significati essenziali) non richiedono alcuno sforzo ermeneutico. L’angoscia, la miseria, il vizio dell’ideale e la purezza della carnalità. E quando nulla rimane a difenderci, allora non resta che ascoltare.

Forse rivoluzione è la risposta, l’improvvisa e inafferrabile sensazione che stavamo cercando.
La rivoluzione non è che sentimento insegna Pasolini. E la comprensione dell’esperienza sortita dalla lettura pasoliniana sembra passare da qui: dalla rivoluzione che rappresentiamo, che ognuno di noi in diversa misura incarna, dalla rivoluzione che osserviamo negli altri, e da quella che rifiutiamo.

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri- non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio.

Non un rivoluzionario da Canzone del maggio. Pasolini ci ricorda un accezione differente di rivoluzione: quella delle viscere, dell’anima (qualunque cosa essa significhi). È la rivoluzione estrema della carne, la radicale richiesta di natura dell’io sociale.

E se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai

È la rivoluzione dei sentimenti che passa attraverso una narrazione partecipata e ferita che ci sbigottisce e ci lascia attoniti. È il racconto di un unica condizione: quella umana. Radicale e priva di sfaccettature. Non spregiudicatezza, ma ricerca della viscerale, forse non esperibile, sostanza che ci appartiene. L’Es freudiano? Probabile.
Ma è poi così contraddittoria la natura? Quanto l’equazione natura=bassi istinti ha ostacolato la comprensione di ciò che per contrasto è stato rigettato, o forse semplicemente tralasciato per abitudine? E quanto tale equazione corrisponde al reale?

Mi videro dentro una luce viva: mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua.

Quanto siamo disposti ad accettare la nostra luce viva?
Autore: Alba Cagnina

Domenica Letteraria-A volte vorrei solo

Domenica Letteraria-A volte vorrei solo

“A volte vorrei solo” è il titolo dell’ultima poesia prima di una pausa, dopo mesi di questo percorso assieme. Quindi vi lascio con un’altra lista, un’altra invocazione al cielo (eternamente distante), con la pelle consumata da questo freddo improvviso, nella speranza che, almeno la poesia, almeno la Domenica, vi possa dar calore.

A volte vorrei solo
trovare favole nei tuoi occhi
scuri più di questi giorni
che sono imperterriti
nel loro grigiore,
nell’ostentare una cappa di vuoto.
A volte vorrei solo
avere la primavera dalle tue braccia
calde, tramortite come rami
in un inverno gelido dove la neve
congela boccioli di fiori di pesco,
tesori sepolti con cura.
A volte vorrei solo
sentire che la vita perdona,
che la terra mi invita a danzare
balli felici con le musiche
d’una festa popolare.

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Dante Gabriel Rossetti moriva il 10 Aprile 1882 lasciandosi dietro un’eredità artistica delle più note ed apprezzate. Fu infatti uno dei padri fondatori della Confraternita dei Preraffaelliti, che contava fra i suoi membri artisti come John Everett Millais (colui che dipinse la celebre Ophelia), William Hunt e John Waterhouse giusto per citarne alcuni.

Figlio di un insegnante emigrato italiano, Rossetti nacque a Londra il 12 Maggio 1828 come Charles Gabriel Dante Rossetti. Dagli amici si faceva chiamare Gabriel ma nelle sue opere si firmava sempre come Dante, in onore del vate che fu fondamentale nell’educazione che il padre gli fornì.

Dante fu molto attivo come poeta ma durante la sua educazione  si appassionò anche all’arte medievale italiana, cosa che lo spinse a maturare gli studi d’arte alla Henry Sass‘ Drawing Academy prima e alla Royal Academy dopo. Fu questo ambiente che gli permise di entrare poi in contatto con il giovane William Hunt e di formulare con lui e Millais la filosofia che diede vita alla Pre-Raphaelite Brotherhood. E fu in questo contesto che conobbe nel 1850 la nota musa dalla folta chioma rosso fuoco di nome Elizabeth Eleanor Siddal.

Rossetti ed Elizabeth Siddal in Dante’s Inferno (1967)

Ma torniamo indietro di un paio d’anni a quando nel 1848 Rossetti realizzò delle illustrazioni per la pubblicazione de Il Corvo di Edgar Allan Poe, intitolate Angel Footfalls.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

In quegli anni il noto autore gotico riscuoteva grande successo e Rossetti era un suo fervente ammiratore. Poe ha infatti rappresentato per Rossetti un punto di svolta sia nella sua carriera artistica, spingendolo verso quell’estetica tardo romantica che caratterizzerà l’esperienza preraffaellita, sia in quella letteraria quando Rossetti stesso scrisse un’opera di risposta a Il Corvo intitolata The Blessed Damozel di cui realizzò anche un quadro. Ma l’influenza di Poe non si limitò a questo.

The Raven, come altre opere di Poe, si concentra sul tema della colpa anche se in questo caso si tratta di una colpa che non conosciamo. Il protagonista vive l’angosciante ossessione per la morte della sua amata Lenore, ossessione che poi si materializza concretamente in un corvo che bussa alla sua porta e che si installa nella sua stanza ripetendo senza tregua le parole “nevermore”. Questa tortura che l’animale infligge al protagonista non è altro che la proiezione visiva e sonora dei suoi tormenti. Il fatto di non conoscere la natura reale di queste ansie rende sempre più angosciante il ritmo incalzante della narrazione mentre questa trascina il lettore in fondo agli abissi della coscienza del protagonista. Rossetti, come altri, fu molto impressionato dallo stile e dalla forza di questo poema ma solo una decina d’anni dopo poté realmente comprenderne il significato.

Nel 1850 infatti, dopo aver fatto la conoscenza della Siddal, intraprese con lei una lunga e tormentata relazione. Elizabeth Siddal rappresentò per i preraffaelliti molto più che una musa. Il suo carattere e il suo aspetto furono la linfa vitale che nutrì le loro prime opere, perlomeno fino a quando Rossetti non decise di tenerla tutta per sé. La Siddal prese molto a cuore le idee e le ambizioni del gruppo e lo  fece a costo di giocarsi la vita. Per fare da modella all’Ophelia di Millas, per esempio, mise a repentaglio la propria salute decidendo di rimanere immersa in una vasca d’acqua gelata che le provocò i primi accessi  di una bronchite che la tormentò per anni.

Ophelia – John Everett Millais (1851)

La relazione con Rossetti fu molto intensa e produttiva. Elizabeth apprese da lui i fondamenti della pittura, realizzando opere che riuscirono ad attirare il patrocinio di una figura come John Ruskin. Si diede poi anche alla poesia e trovò in Gabriel un compagno incoraggiante ed un ottimo insegnante. Rossetti d’altra parte realizzò quasi tutte le proprie opere sulla figura di Elizabeth tra cui le note Giovanna d’Arco, Lady Lilith e Bocca Baciata e conservò di lei svariati schizzi e studi.

Lady Lilith – Dante Gabriel Rossetti (1866)

I due riusciranno a sposarsi solo dieci anni dopo, nel 1860, a causa delle resistenze della famiglia di lui. Furono diverse le occasioni di matrimonio bruciate all’ultimo secondo e ciò influì parecchio sulla debole psiche di Elizabeth, che cominciò a fare uso del laudano per placare le proprie ansie. Rossetti in seguito iniziò ad utilizzare nuove modelle mentre la fedeltà al loro amore cominciava a vacillare. La salute cagionevole di Elizabeth divenne sempre più l’unica occasione in cui Rossetti si ravvedeva del proprio comportamento facendo ritorno da lei e questo finì per rendere la natura  del loro legame sempre più patologica e ossessiva. Elizabeth scriveva in L’amore finito:  “E l’amore destinato ad una morte precoce / Ed è così raramente vero. (…) Le più belle parole sulle più sincere labbra / Scorrono e presto muoiono, / E tu resterai solo, mio caro, / Quando i venti invernali si avvicineranno”

Elizabeth arrivò infine a perdere un figlio e questo episodio segnò un punto di rottura con la sua coscienza della realtà. Il laudano divenne un rifugio per lei e il suo rapporto con Rossetti si fece sempre più tormentato. Così quello stesso fuoco che li unì saldando quel forte sodalizio che era stato il loro legame umano e artistico cominciò a spegnersi mentre il gelo attraversava silenzioso e implacabile la sottile trama del loro legame. Elizabeth infine morì.

Sulla sua morte ci sono svariate interpretazioni. C’è chi infatti parla di suicidio, riferendosi anche ad una presunta lettera che lasciò al marito e chi invece parla di overdose di laudano (overdose di cui morì anche Poe). Portava con sé in grembo un altro figlio che morì con lei. Rossetti non si riprese mai da questo lutto.

E così entra in scena oscuramente la trama di The Raven. L’ossessione e la colpa del protagonista di Poe diventano improvvisamente una realtà per Rossetti e il corvo fa la sua tragica entrata nella  stanza. La serie di Angel Footfalls che disegnò allora per l’opera di Poe assunse l’orrorifico tratto della verità e trascinò l’incubo fuori dall’inchiostro.  L’angelica figura che Rossetti decise di tratteggiare sulla carta, facendole dominare la realtà e la coscienza del protagonista, rivelò con amarezza i suoi tratti famigliari.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

Rossetti nel seppellirla, pose fra i suoi capelli le svariate poesie che le dedicò durante la loro vita insieme.  Edgar Allan Poe scrisse che “la morte (…) di una bella donna è senza dubbio il più poetico dei soggetti in tutto il mondo” e di fatto Rossetti realizzò in quella fase quello che divenne poi uno dei suoi quadri più celebrati, Beata Beatrix, dove Elizabeth prende la forma della Beatrice di Dante, la sua unica salvezza. Così facendo impresse la sua anima nella tela, consegnandola all’immortalità.

Beata Beatrix – Dante Gabriel Rossetti (1864)

In quella che potrebbe sembrare la trama del più oscuro dei poemi gotici, Rossetti un giorno fece riaprire la tomba dell’amata per riprendere in mano quelle poesie e condividerle con il mondo. Una leggenda racconta che vi trovò i folti capelli di Elizabeth cresciuti, ancora forti e vigorosi.

 “E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!”

(The Raven – Edgar Allan Poe, 1846)

Domenica Letteraria-Come semi nel vento

Domenica Letteraria-Come semi nel vento

In un panorama ancestrale, in cui echeggiano cori di antiche madri a lutto, in un mondo fatto di figure di carta in balia del vento, lì si volge il mio sguardo. Rimane incastrato in punti in cui passati millenari e futuri ancora non immaginati, coincidono, nel vano tentativo di afferrare tutto ciò che è liquido.

Ti ho trovato nei ritmi antichi
delle trombe che squillano in lutto,
mi sei sfuggito fra i boschi
di un incubo che non oso toccare,
corri liquido in parole che lasci
cadere a stento come semi di sorrisi nel vento.
Come vento percorri strade interrotte
e dissestate senza illuminazione artificiale
e a lume di candela mi lascio cullare
dal suono che fai quando per caso
mi attraversi.

Domenica letteraria-La luna dei ventuno

Domenica letteraria-La luna dei ventuno

Alla luce (della luna) dei miei ventun anni, mi ritrovo su un anonimo tratto di strada ad osservare le più disparate creature umane: madri, padri, figli, orfani (?), volti memorabili o fin troppo discreti. Tantissime le domande che si affaccendano, informi per lo più, che affido alle orecchie ipersensibili di quel lampione gigante, custode del cielo.

Si affanna la Luna
a rischiarare umani cieli e dubbi,
amanti che brillano nascosti,
madri insonni, padri affaccendati,
bambini ingenuamente addormentati.
Il filosofo che sulla riva siede
alla luna sola domanda
e l’intera vita aspetta
il suo spiraglio d’infinito.

Domenica Letteraria-Ancora un periodo ipotetico o un ipotetico periodo

Domenica Letteraria-Ancora un periodo ipotetico o un ipotetico periodo

Iniziamo con un interrogativo, con un’ipotesi, una possibilità. Fra queste righe mi concedo di andare dove forse non si andrà mai (o forse si?). Forse resta ancora qualcosa per continuare a sperare, una ragione per raccontare storie, una consolazione, seppur magra, fra le pagine di un libro aperto a caso, che misteriosamente non fa che parlare di ognuno di noi.

Forse-
come per abbracciare
l’ipotetico periodo
o piuttosto il periodo ipotetico
in cui sono stata gettata-
Forse, dicevo
resta ancora qualcosa
a cui aggrapparsi,
alle parole tagliuzzate
dai libri e rese nuove,
altre da loro stesse,
per raccontarci ancora
favole indecenti fra le lenzuola,
per disegnare ancora
nuvole di catrame nel cielo,
per respirare ancora
il sale rossastro del sangue,
per poi sognare ancora
un forse incastrato
nelle pagine di un libro
che ho smarrito.

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