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in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

Author: Leonardo Cristiano

Appassionato di tecnologia, ho conseguito studi classici. Dopo alcuni anni a Milano, ora mi interesso di web, informatica, tecnologia, senza mai dimenticare l’attualità e la politica.

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