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Frida Kahlo: “A cosa servono i piedi se ho le ali per volare”

Frida Kahlo: “A cosa servono i piedi se ho le ali per volare”

in copertina: Frida sulla panchina bianca, New York, dettaglio, 1939. Nickolas Muray, fotografo e amante della celebre artista. Fonte immagine qui

«⌈…⌉ C’è qualcosa di più sciocco del voler portare continuamente un fardello che vorremmo sempre gettare a terra? Di aver orrore della propria esistenza e di tenersi aggrappati alla propria esistenza? Insomma di accarezzare il serpente che ci divora, finché ci abbia mangiato il cuore?»

Queste sono le parole pronunciate dalla vecchia, personaggio del Candido di Voltaire. Lei che nacque tra gli agi della ricchezza, invecchiò nella sofferenza della guerra e altri indicibili orrori. Ma nonostante questo esclamava: «volli uccidermi mille volte eppure amavo ancora la vita».

Questa frase è riaffiorata in mente durante la lettura di !Viva la Vida! (Pino Cacucci, Feltrinelli, 2014), un libro che ripercorre i momenti di vita e dolore della pittrice Frida Kahlo. Lei, che come la vecchia, fu derubata del suo corpo dal fato crudele, ma rimase sempre attaccata alla vita.

Frida a letto, 1950

Frida a letto, 1950

Nata a Coyoacàn, Città del Messico nel 1907 (o nel 1910, come le piaceva sostenere) nel cuore della rivoluzione messicana, Frida Kahlo è stata spesso definita come l’artista del dolore o colei che ha trasformato il suo dolore in arte. Figlia di un fotografo di origini tedesche e una benestante messicana di origini spagnole ed amerinde, Frida si avvicinò alla pittura in un momento tragico della sua vita.

Un grave incidente all’età di soli 18 anni cambiò la sua vita per sempre. L’autobus sul quale viaggiava  si scontrò con un tram e finì contro un muro. Frida si ritrovò con un corpo devastato: la colonna vertebrale spezzata in tre punti e molte fratture. Il corrimano dell’autobus le entrò nell’anca sinistra e le uscì dal ventre. Nell’urto, lei sostenne di aver urlato con una tale potenza e disperazione che la Morte, la Pelona, che era passata di lì a prenderla, si allontanò lasciandola nel limbo tra la vita e la morte.

«Non provavo niente, non mi rendevo conto della situazione, non mi faceva male da nessuna parte perché mi stavo staccando dalla vita. ⌈…⌉. In ospedale non credevano ai loro occhi..più che un’operazione, hanno dovuto fare un collage, un rompicapo per chirurghi senza fretta.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

Da quel quel 17 settembre 1925, Frida dovette rinunciare al suo corpo e far rinascere la sua anima ogni giorno attraverso la pittura. Da quel giorno, Frida sarebbe morta e rinata allo stesso tempo, come espressione eterna del dolore, della vita e dell’amore.

È  proprio a letto, ingabbiata in busti di gesso e di ferro, che Frida iniziò a dipingere. Non c’è immagine che raffiguri al meglio la sua persona quanto i suoi autoritratti. Frida iniziò a dipingere se stessa, perché era l’unica cosa che poteva vedere da vicino.

Frida Kahlo- Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Frida Kahlo- Autoritratto con vestito di velluto, 1926

«Ho contato gli anni della mia vita con il mutare delle protesi sul mio corpo, dei busti in gesso e acciaio che ho dipinto e decorato con mille colori come fossero armature per affrontare battaglie carnevalesche.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

Frida Kahlo, la colonna rotta, 1944

Frida Kahlo- La colonna rotta, 1944

Frida sapeva ritrovare momenti di pace nella pittura, bottiglie di brandy e fiale di morfina. Ma più di tutto, ciò che la teneva ancora in vita era il suo amore per Diego.

Diego Rivera era uno dei più celebri pittori messicani dell’epoca e fondatore del partito comunista messicano. Il loro amore, coltivato tra le mura della Casa Azul, fu spregiudicato, scandaloso e invincibile. Un amore fatto di tradimenti e poesie, un lungo soggiorno a New York e due matrimoni separati da un divorzio. Diego era famoso per il suo spiccato talento artistico, ma anche per la sua infedeltà, il suo egocentrismo e attivismo politico. Era già al suo terzo matrimonio quando sposò Frida e la tradì molte volte, persino con sua sorella Cristina.

Frida Kahlo- Autoritratto come Tehuana, (o Diego nei miei pensieri), 1943

Con un senso misto di ripicca e sfrenato piacere, Frida si intrattenne in altre relazioni amorose sia con uomini (tra cui Lev Trotsky, Andrè Breton e Nickolas Muray) che con donne (tra cui forse la fotografa italiana Tina Modotti), con le quali sperimentò una speciale intimità. Ma non smise mai di amare Diego, lui che fu la malattia e la sua cura, la sua coscienza e il suo delirio al tempo stesso.

«Eppure…amo la vita quanto amo Diego. E a volte, confondo l’odio per questa vita con l’odio per Diego che mi trascina all’inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l’angoscia e nell’angoscia mi ha sprofondato mille volte» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

L’ anticonformismo e la passione con cui Frida Kahlo dipinse la sua vita (sofferta) riecheggiano ancora oggi fortissimi e ci fanno riflettere. Cosa spinge alcuni a continuare a navigare nelle acque turbolente della sofferenza? Frida ci insegna che è possibile trovare conforto nel dolore quando si ha una propria ragion d’essere. E la sua consisteva senza dubbio nell’ amore per l’arte e per Diego.

Frida Kahlo celebrò la vita fino all’ultimo momento prima di morire, nel 1954, a soli 47 anni, infondendo ancora oggi un messaggio di coraggio e speranza sublimi.

«Sono da invidiare, perché l’amore di Diego è qualcosa di unico e irripetibile, malgrado tutto. E io ho avuto tutto, malgrado me.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

 

 

Gli Indifferenti di Moravia e quel colpo di pistola

Gli Indifferenti di Moravia e quel colpo di pistola

in copertina: primo piano di Alberto Moravia. Fonte immagine qui

Michele Ardengo è come noi. E noi siamo proprio come lui: inquieti e passivi giovani adulti talvolta incapaci.

La passività estrema di Michele, che sembra aver sconvolto il panorama letterario del Novecento svelando le ipocrisie e i vizi della società borghese, nell’era del post- modernismo e del post-esistenzialismo (qualunque sia il loro significato) sortisce un effetto tutt’altro che rilevante. Nulla di nuovo sotto il sole. Convenzioni, stereotipi, vuotezza. Michele è un personaggio tutt’altro che eccezionale.

Nessun giudizio di merito, dunque, su chi o cosa ci abbia reso così intrinsecamente “post-appassionati” o “post-speranzosi”, diventando le versioni casalinghe di Michele Ardengo. Si tratterebbe di un’accusa estesa e superficiale; nonché di un tentativo di generalizzata introspezione assolutamente vacuo, inefficace. Una riflessione sembra però necessaria.

Pubblicato nel 1929, “Gli Indifferenti” di Alberto Moravia ci racconta l’Italia, solo nei suoi contorni fascista, attraverso la complessità del reale, al di là delle astrazioni sociali e delle fittizie semplificazioni ideologiche.

La realtà di Michele e Carla, i fratelli protagonisti, è complessa nella piattezza del suo fluire. Tanti gli eventi, le circostanze la cui unica reazione possibile sembra essere una sequela di pensieri rabbiosi e progetti mai realizzati, statici e funesti. Inquieti e sempre inermi, i protagonisti rivelano in ogni loro gesto un’inettitudine peculiare.

Ed è per questa ragione che Moravia sembra restituirci un interessante ritratto della contemporaneità.

Di un’inquietudine e di un’irrequietezza spontanea e dolorosa sembrano soffrire i fratelli del romanzo. Nei due giorni raccontati dallo scrittore, l’asfissia dei loro stati d’animo confusi e sempre uguali ricorda quanto ci si senta inadatti al contesto.

Niente di apocalittico o vagamente cioraniano in tutto questo. Nessuna auto-narrazione deprimente. Si tratta di cogliere un dato. Fondamentale.

Accettare. Sublimare. Tentare una terza via che vada oltre i vinti e vincitori, i sommersi e i salvati. Tutti ugualmente deboli e incompleti, frustrati nelle aspettative, ma tendenti all’azione. Anche solo immaginaria.

Michele Ardengo ci ricorda quanto difficile sia il processo di accettazione. L’abiezione degli altri, di facile riconoscimento, ci solleva. Ma non ci dà pace.

Il rifiuto dell’accettazione della propria personale essenza, aldilà di modelli positivisti precostituiti, genera mostri. Anch’essi incompleti.

Con una pistola scarica e il proposito fallimentare di eliminare il proprio rivale (anche solo per convenzione), il giovane protagonista ci ricorda l’importanza di essere sinceri.

Ed è questo uno dei leitmotiv del romanzo: la strenua ricerca di una ragione falsamente addotta alla quale si finisce per credere ciecamente, spinti dal desiderio di punti di riferimento.

Il rinculo del mancato colpo di pistola arriva dritto al lettore, evocando lo strenuo e viscerale legame con la vita. E sentiamo la rabbia di Michele – la nostra rabbia – verso il rivale, Leo, e generaliter verso la propria inerzia sciogliersi in un attimo. Assoluto e atemporale.

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