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Domenica Letteraria – In un angolo sperduto di un mondo rotondo

Domenica Letteraria – In un angolo sperduto di un mondo rotondo

Quante volte ho pensato di voler avere una seconda occasione, quante volte ho pensato “e se..?”. Ho visto strade infinite dipanarsi, scenari, palcoscenici e possibilità. E voi, cosa sareste disposti a dare in cambio di un rewind? Cambiereste qualcosa oppure terreste tutto intatto, esattamente com’è?
Io mi sono ritrovata a cercare passanti, figure, ricordi, in ogni angolo un angolo sperduto di un mondo rotondo.

E se potessi, mi chiedo,
scegliere di non conoscerti più
se un angelo, o demonio, chissà
mi offrisse invitante il tempo
che abbiamo avuto e mi porgesse
la spugna per detergerlo
(ogni attimo di bellezza e sangue
candeggiato, inesistente)
se potessi darti via
come un libro che non voglio leggere
(ma come le parole, saresti ancora
sottopelle, come eco irrefrenabile)
se potessi dare tutto quel tempo
per averne dell’altro, nuovo di zecca
forse si, io ci venderei
supplicherei quel diavolo per sentire
il tuo sguardo nero avvolgermi come
inchiostro per una seconda prima volta;
forse io ci venderei
per tutto quello che non ho,
ma stai sicuro che persino nel più
lontano angolo sperduto
di un mondo rotondo
io ti troverei.
Se solo, sussurrai,
se solo potessimo essere
di nuovo sconosciuti.

E se potessi- Illustrazione di Carlo Di Stasi

E se potessi- Illustrazione di Carlo Di Stasi

Domenica letteraria-La donna della mia vita

Domenica letteraria-La donna della mia vita

Parole. Ci sono persone che sono fatte solo di parole. E così questa poesia parla della donna della mia vita, fatta di inchiostro, maldestra, pregna di magia come una strega, fuori dal tempo. Non ha davvero un corpo, è solo un’aura che mi gravita attorno, che non se ne andrà mai. E’ una benedizione, una maledizione, è un insieme di parole e il posto in cui mi salvo.

La donna della mia vita
ha i pensieri che si intrecciano
nei fili neri dei capelli.
Lei non cammina, ma danza,
inciampa, arranca.
E’ una solitaria ballerina
sul palco vuoto della vita.
Non prega nessun Dio,
non la salva nulla, se non io.
Ascolta il frusciare delle foglie,
le sfugge sempre il colore delle stelle.
La donna della mia vita
non ha nessuno specchio
perciò tutte le notti va nel bosco
e rimette i tasselli del mondo a posto.
La donna della mia vita
è di una bellezza scura, inaudita,
vive nei crateri della Luna
e per vedermi scende giù, come rugiada.

poesia la donna della mia vita-Illustrazione di Carlo di Stasi

poesia la donna della mia vita-Illustrazione di Carlo di Stasi

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

Il lettore più in là con l’età (ma non per forza) ricorda quanto si sia dovuto penare sui versi di qualche celebre poesia del Manzoni, quanta fatica nel ricordare gli endecasillabi del Sabato del villaggio, mentre ai più “sfortunati” potrebbero essere capitati i canti della Divina Commedia da imparare a memoria. Infatti, la poesia nelle scuole italiane, durante gli anni di scuola obbligatoria, non si apprezza mai fino in fondo, la si studia come se fosse un dovere. Sono pochi i docenti a cui va riconosciuto il merito di trasmettere il grande valore di questa forma di letteratura che pian piano diventa obsoleta, e che nel contemporaneo a volte non ha la forza di esprimersi fra il grande pubblico. La letteratura classica poi è caduta nell’oblio, non per una questione di gradimento, ma per il fatto che viene studiata e non letta, vista e non guardata. C’è poi chi ha addirittura proclamato la morte della poesia.

La parola “lirica” richiama la prassi greca di proclamare i versi di questo genere poetico accompagnati da strumenti a corda come appunto la lira. Questo è solo il primo esempio di quanto il mondo della musica e quello della poesia siano in realtà strettamente connessi. L’esempio più recente arriva invece da Stoccolma, per altre ragioni, ma può sempre essere considerato come un aver sancito l’interconnessione tra questi due mondi rendendolo noto ai più. Si parla ovviamente del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan lo scorso anno.

Può capitare inoltre che, inaspettatamente, dietro una melodia canticchiata a caso, può nascondersi un verso o un’intera poesia. Uno fra i tanti che hanno messo poesie in musica è lo stesso Bob Dylan che, per esempio, in A hard rain’s day A-gonna fall si ispira liberamente Lord Randal, ballata tradizionale scozzese del XIII secolo. Molti interpreti la collegano ad una ballata italiana cantata anche da Angelo Branduardi, L’avvelenato. Si tratta di un dialogo tra un uomo e una donna che l’ha ferito. Bob Dylan ne fa una canzone contro la guerra, ai tempi della crisi dei missili a Cuba nel 1962, mentre c’è anche chi legge in questa canzone significati biblici e cabalistici. Pare che Dylan l’avesse prima scritta in forma di poesia decidendo poi di metterla in musica, producendo così con questo rimaneggiamento una canzone che passerà alla storia.

Leonard Cohen, che poeta lo è anche stato, in Take this waltz interpreta meravigliosamente una poesia di Federico García Lorca, ovvero Piccolo valzer viennese, e mette insieme i versi realizzando qualcosa di divino a metà fra un quadro e un romanzo breve, in cui musica e poesia si fondono in quel modo unico di cui solo Cohen può essere artefice. Nella poesia si racconta di una donna che chi narra sta inseguendo,il tutto ricreando un po’ un’ atmosfera da club parigino, pur essendo la vicenda ambientata a Vienna. Non si può che ringraziare Cohen per aver conferito ancor più splendore ad una poesia già bella, che altrimenti sarebbe rimasta in un libro polveroso, magari nelle nostre librerie, magari senza che mai ce ne accorgessimo. Cohen compone un vero e proprio valzer e in un attimo ci si ritrova a immaginarsi volteggiare nella sala di un qualche palazzo imperiale.

Ovviamente in questa carrellata di poesie-canzoni non poteva mancare Fabrizio De Andrè che diverse volte ha musicato versi. Interessante è il retroscena del ritrovamento de’ Le passanti, anche questa ispirata ad una poesia, anche se di un poeta minore. Il testo è di tale Antoine Pol che combatté nella “Grande guerra” come capitano di artiglieria e poi divenne presidente del sindacato degli importatori di carbone francesi. Pol aveva, segretamente, la passione della poesia. Nella primavera del 1943, un ragazzo di 23 anni che trainava la sua vita nella Parigi occupata dai nazisti scovò un suo libro su una bancarella della Porte de Vanves. Il resto è storia nota agli ascoltatori. In realtà questa è la storia del prestito di un prestito, perchè primo a musicarla fu il cantautore francese George Brassens e De Andrè la tradusse e reinterpretò come è noto ai più.

Certo, per i cantautori è molto più facile oltrepassare il guado, prendere un testo e musicarlo, resta però il fatto che far rivivere opere come queste è un atto di estrema importanza dal punto di vista della divulgazione e della diffusione. L’intento è allora quello di mettere a disposizione di tutti un sapere che altrimenti, ancora oggi, rimarrebbe elitario. Tra gli artisti emergenti l’ha capito Ettore Giuradei che mette in musica una poesia di Pasolini, che porta il nome dello stesso poeta, dedicata alla morte di suo fratello Guido, partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il pianoforte nella canzone addolcisce le parole forti, aspre e deluse del poeta confluendo in un connubio di melodia e versi di grande pregio.

Non poteva farsi scappare un’occasione del genere,il professor Roberto Vecchioni che mette in musica reinterpretandola Saffo,ne’ Il cielo capovolto, e prova a dare un colore con le note alla descrizione dello strazio provato nell’abbandonare la sua amante Anattoria. Resta da menzionare Angelo Branduardi che canta William Butler Yeats, nonché Lorenzo de’ Medici con Il trionfo di Bacco e Arianna, o il poeta russo Sergej Esenin. Branduardi stesso afferma:

Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca. Tecnicamente è però sbagliato mettere delle note su ciò che è poeticamente preesistente, sarebbe come mettere note su qualcosa che è già musicale: un po’ come ascoltare due dischi diversi in contemporanea, il risultato è una cacofonia. Questa è la teoria, naturalmente, poi uno fa la pratica e succede come a me con Yeats, che ho fatto proprio questa cosa ‘sbagliata’.Yeats mi piaceva talmente tanto che lo volevo musicare assolutamente che me ne sono fregato di queste regole.

Branduardi stesso dichiara allora quanto poesia e musica siano facilmente sovrapponibili e a noi ascoltatori non resta che prenderne atto e assaporare i risultati sublimi che l’incontro di questi due mondi può regalarci. Noi, che spesso “sommersi da immondizie musicali”, con la poesia nelle canzoni inspiriamo una boccata di bellezza salutare.

 

Domenica Letteraria-Un caffè (letterario) col professor Gianfranco Claudione

Domenica Letteraria-Un caffè (letterario) col professor Gianfranco Claudione

– Potremmo essere davanti ad una tazza di caffè, ma date le distanze, lo immagineremo virtualmente posato su di un tavolo altrettanto virtuale.
Ma chi è Gianfranco Claudione e perché ha avvertito l’esigenza di creare la pagina Zibaldone Letterario (un raccoglitore di splendide citazioni e poesie di autori classici e non solo, poiché ospita le parole di scrittori inediti, come ad esempio la sottoscritta, nda)?

Ho 52 anni e insegno italiano e latino al liceo classico “Zingarelli” di Cerignola. Insegnare, stare a contatto con i giovani, a volte è faticoso, ma mi piace, mi diverte. Come dico spesso ai miei studenti, vengo pagato per fare qualcosa che mi diverte, penso quindi di essere un uomo davvero fortunato, e auguro la stessa fortuna a ciascuno di loro. Zibaldone Letterario nasce in un momento un po’ particolare della mia vita, in cui avvertivo profondamente un bisogno di autenticità, di ritrovare l’essenza delle cose, cose semplici ma vere, solide, su cui valesse la pena investire tempo ed energie. E’ un bisogno di bellezza, anche. Ecco, bellezza e verità non potevo che trovarle nella poesia, nei versi di quelli che sono stati i compagni di viaggio della mia esistenza, che l’hanno guidata e confortata, inquadrandola in un universo che sovrasta la prospettiva angusta dell’esistenza individuale e, proprio per questo, a volte l’hanno anche resa molto più interessante di quanto, nella sua ordinarietà, potesse apparire. Perché scopri che molti tuoi pensieri e sentimenti sono sostanzialmente gli stessi che i poeti hanno espresso nei loro versi, o fatto vivere ai loro personaggi, ed è un po’ come aver vissuto come loro, no? Di qui il progetto dello Zibaldone, che ha anche l’ambizione di offrire una piccola isola di bellezza e di autenticità (naturalmente non è l’unica) in un mondo social dominato dall’apparenza, dalla fatua ostentazione di sé, dalla superficialità, dal cattivo gusto, dal consumismo della parola e delle emozioni.

– Poniamo di dover dividere in due blocchi distinti tutti gli abitanti di questo splendido contenitore chiamato Terra: lettori e scrittori.
Cosa crede che vogliano oggi i lettori, specie quelli più giovani con cui lei è a contatto quotidianamente, dagli scrittori e dai loro libri? Cercano risposte, domande, riflessi di sé stessi o nuove verità fuori dagli schemi? E, in base all’andatura della letteratura contemporanea, alle tematiche scelte e al tipo di scrittura utilizzati, cosa chiedono, cosa cercano invece gli scrittori nei lettori?

È difficile dare una risposta a questa domanda perché oggi, in tempi di scolarizzazione di massa, l’universo dei lettori è molto più variegato ed eterogeneo che nel passato, quando la lettura era un’attività molto più selettiva. Penso però che in un libro il lettore di oggi, come del resto quello di tutti i tempi, cerchi innanzitutto il piacere della lettura. Si legge per ascoltare una bella storia, per vivere un’avventura, per provare sensazioni, passioni, sentimenti, per fare una bella esperienza. E questo è bello e piacevole, perché altrimenti, come avverte Michel Houellebecq, «ci si deve accontentare della vita». Leggere, insomma, salva dalla trappola dell’ordinario, dalla bruttezza mediocre della vita reale. Tuttavia non è solo questo, perché leggere apre alla mente e all’anima mondi sconosciuti, dischiude prospettive inedite, propone chiavi di interpretazione, punti di vista. Leggere è sempre un’esplorazione della realtà, un’esplorazione esistenziale, un viaggio di conoscenza. La letteratura è finzione, una sostanziale menzogna, ma è una menzogna che dice la verità, che getta una fascio di luce sulla realtà. Non a caso Calvino afferma che «il discorso sulla letteratura è sempre uno: è il discorso sulla realtà del mondo, sulla regola segreta, il disegno, il ritmo della vita». E credo che, anche inconsapevolmente, il lettore cerchi anche e soprattutto questo: risposte, conferme, smentite. Il lettore cerca sempre se stesso, e qualche volta si trova anche. Il problema è che oggi il libro è una merce, e in quanto tale è sottoposta alle leggi del consumismo, che moltiplica un’offerta culturale spesso banale, scontata, ruffiana. Sono libri che, come lo yogurt, hanno una scadenza breve, non sono permanenza, ma brusio, rumore di fondo. Naturalmente la scuola ha il compito di orientare il giovane lettore nel supermarket editoriale, ma dubito fortemente che ne abbia la capacità. Quanto allo scrittore, a mio parere cerca nella scrittura la stessa cosa del lettore: se stesso.

– A partire dalla fine dell’800 e, ancor di più al termine dei due conflitti mondiali, gli scrittori hanno cominciato ad avvertire un potente distacco dalla Natura, intesa quasi in senso divino, il che ha portato ad una sempre maggiore disgregazione dell’Io degli autori, fino alla loro “morte” nelle opere, lasciando il senso e l’unità dei loro scritti interamente nelle mani dei lettori, fenomeno che ha raggiunto l’apice con lo strutturalismo ed il formalismo e con la scrittura di autori quali Calvino (specie nella sua ultima fase, nda), Gadda.
Data la sua esperienza personale di lettore, è riuscito a cogliere gli interrogativi esistenziali più ossessivi e martellanti di questi anni? Come stanno raccontando la società odierna gli scrittori?

La vicinanza temporale e la sterminata offerta editoriale rende veramente arduo, se non impossibile, anche solo tentare di cogliere linee d’insieme nella produzione letteraria degli ultimi decenni. Del resto non sono certo un critico e il mio punto di vista di semplice lettore non può che risultare, necessariamente, parziale ed estemporaneo. In linea molto generale mi sembra di percepire da un lato il senso di un’esistenza dominata dal caso e dall’insensatezza, di fronte alla quale si pone il problema del “che fare?”; dall’altro la propensione introspettiva, l’indagine di sé, soprattutto nella lirica; da un altro ancora l’attenzione verso la condizione giovanile, specialmente adolescenziale. Pensando ai miei studenti, mi limito intenzionalmente ad alcuni esempi di autori “commerciali”, seppur dignitosi nella scrittura, e perciò di facile approccio per il lettore neofita: Alessandro Baricco, con le sue vicende surreali e i suoi personaggi sopra le righe, ma dalla scrittura morbida e rotonda, ammaliante; Alda Merini, nella quale l’analisi introspettiva si esprime in versi dalla fulminante icasticità e assume spesso l’aspetto di una dolorosa catabasi infernale; Enrico Brizzi e il suo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo di formazione che risente di modelli come Il giovane Holden di Salinger e Sulla strada di Kerouac, forse un po’ datato (è del 1994) ma ancora attuale nei temi, e dal linguaggio fresco e a quei tempi spiazzante.

– Negli anni ’80 Montale profetizzò l’impossibilità di una poesia sublime o “alta”. Io non riesco del tutto a dissentire, e mi sovviene un poeta italiano contemporaneo come Guido Catalano (che peraltro io adoro), che adotta uno stile semplice e tematiche quotidiane.
Lei cosa ne pensa? Siamo davvero vivendo anni grigi, senza alcuna punta di “genio sublime”? Forse questo abbassamento di standard ed aspettative è imputabile al sempre più cospicuo utilizzo di social networks deformanti e dispersivi, in cui le immagini dominano incontrastate e dove la voce talentuosa si disperde nel rumore?

Accostare Guido Catalano (che pure ospito spesso nel mio Zibaldone e che approfitto di questa occasione per ringraziare della gentile concessione alla pubblicazione) a Montale mi sembra forse un tantino azzardato. Battute a parte, difficile non concordare con Montale. Del resto già Baudelaire, nei Fiori del male, ormai quasi due secoli fa, parlava di perdita dell’aureola. Non è il caso, qui, di ricostruire le cause del fenomeno, estremamente complesso. Mi limito a dire che non ho nessuna nostalgia per la poesia sublime, che implica il rischio detestabile dell’enfasi retorica e celebrativa: si pensi a certa orrenda produzione di Carducci, Pascoli o D’Annunzio, che non a caso è uscita dal canone letterario scolastico, e giustamente. Del resto, stile semplice e tematiche quotidiane non è detto che diano vita a una poesia necessariamente “facile” o disimpegnata. Ad ogni modo, viviamo in un mondo prosaico e volgare, dove domina il cattivo gusto, il kitsch: basta accendere la tv o aprire Facebook per rendersene conto. Se in passato la poesia selezionava rigorosamente il repertorio del poetabile, la sfida, oggi, consiste nel tentare di rinvenire frammenti di bellezza nel caos informe e prosaico del mondo. La bellezza dell’ordinario, del normale, del quotidiano, insomma dove non te l’aspetti, pezzi d’azzurro tra le cimase, come ne I limoni di Montale. Tra l’altro, anche se non sono assolutamente un fotografo, è il senso di un altro mio piccolo progetto su Instagram, “_mimimalia_”, nato con le stesse motivazioni e finalità dello Zibaldone. Cercare la bellezza inaspettata nell’ordinario, senza cedere allo scetticismo e alla sfiducia: forse è (anche) da qui che si può partire per costruire un mondo più a misura d’uomo.

E con queste parole speriamo di avervi dato degli ottimi spunti per affrontare questa Domenica e per cercare (e trovare, nel migliore dei casi) negli angoli sperduti o familiari il vostro personalissimo momento di bellezza.

Domenica Letteraria-G.

Domenica Letteraria-G.

E mentre durante questa Domenica (ancora letteraria) andiamo alla deriva, incontro all’apatia e all’insensibilità, mentre abbracciamo sempre più i nostri sensi anestetizzati, capita che sporgano, come fiori dal marciapiede, delle persone fuori posto. Come G., che nonostante le botte, le ossa rotte, le tasse da pagare e gli esami da fare, ama ancora con la stessa ingenuità di un ragazzino. Un novello Peter Pan, sembra che il mondo non riesca a spegnere la sua fiducia nell’amore, nemmeno quando fa male (ed è per questo che gli dedico una poesia)

E’ nelle mani il tuo amore
e là dove i tuoi occhi si posano
sboccia
ingenuo, come la brezza
di mezzogiorno sul mare.
Si lasciano incantare, le tue mani,
da afose armonie domenicali,
dai capelli abbandonati
fuori posto,
dal riso più spontaneo
posato lì sul volto.
Sono la tua forza, le tue mani,
capaci di afferrare il mondo
mani che non temono il silenzio,
mani ardite per un cuore ardente
che ama vede ride
come solo quello di chi ancora ha fede
in quel folle arciere
sa.

È nelle mani il tuo amore G. di Carlo di Stasi

È nelle mani il tuo amore G. di Carlo di Stasi

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Ho deciso di scrivere un romanzo. È una cosa che immagino venga in mente a molti nel corso della vita e più volte nella vita. Questo per me è il quarto tentativo: la prima volta avevo provato a raccontare la storia di un vampiro inglese, di nome Raven Nightmare, ma poi, avendo esaurito le idee ed essendomi trovato a fronteggiare una trama troppo ingarbugliata, lasciai perdere. La seconda volta, anni dopo, uscivo da un’intensa relazione e mi era sorta la voglia di raccontare le vicissitudini di Adrian: un giovane scrittore tormentato, che si sarebbe dovuto suicidare alla fine del romanzo, per poi rinascere come bambino fra le braccia della donna che aveva amato; tuttavia, per quanto mi fosse caro Adrian e i suoi occhi d’oro, lasciai perdere: non sopportavo più l’oscurità che gravava sul suo personaggio e sull’intera narrazione.

C’era poi il terzo tentativo, quello che più mi era dispiaciuto abbandonare: Giacomo Pagusa, detto Jack, un ragazzo un po’ fesso e dalla parlata biascicata, che si ritrovava ad incontrare Cristo e poi il diavolo, dopo essere scappato di casa con il primo treno passato in stazione. Interruppi la storia perché anche in quel caso mi ritrovai a non aver più idee, ma adesso, che mi ritrovo nuovamente a scrivere, mi chiedo se non sia il caso di disseppellire qualcuno dalla sua fossa.

Pensandoci un poco, mi rendo che conto che Raven appartiene alla mia fantasia infantile, variamente influenzata dalle mode di quel tempo; Adrian invece è la personificazione di un dolore di cui ormai ho chiuso le ferite e non sarebbe giusto fingere che ci sia ancora; ma lui, Giacomo Pagusa detto Jack, pare che batta le mani contro il coperchio della bara e insista perché lo faccia uscire. Quasi me lo sento nell’orecchio, che mi dice con la sua “s” che sibila “Andiamo amico, fammi uscire, si schiatta di caldo qua dentro!”.

E sia, dissotterriamo il vecchio Jack. Si spala un po’ di terra ed ecco che il coperchio vola via con un calcio. Lo aiuto ad uscire, quello sbuffa, si spolvera i calzoni con una mano e con l’altra si gratta un po’ la testa.

-Oh, ce l’hai na sigaretta? Pare un secolo che non fumo. – mi chiede

-Ehm, sì, tieni. – gli rispondo, pensando “Ti pareva”.

-Grazie, capo.

-Niente, niente. Senti, io e te dovremmo metterci d’accordo per una nuova storia, guarda, sul taccuino mi sono segnato qualche idea-

A quel punto il Pagusa mi rivolge un’occhiataccia.

-Che stai scemo? Così appena ti cambia l’idea in quella tua zuccaccia mi rificchi lì dentro, scordatelo!

Rimango ammutolito, prima, poi provo a balbettare qualcosa … ma alla fine mi rendo conto che ha ragione.

-Ascolta, mi dispiace. Purtroppo tendo a non finire le cose che inizio, ma stavolta sarà diverso, te lo assicuro. Stavolta lo porto a termine!

-Eh no, non me freghi, caro mio. Io me ne vado!

Prova a camminare qualche passo, poi si ferma e si volta verso di me.

-Oh, là! Perché non ci riesco? Che me pija?

-Ascolta, te lo dico. Se con te non finisco una storia, da qua non te ne puoi andare tu e non me ne posso andare io, a meno che non ti rimetto sottoterra.

-E pecché mo’ sta cosa?

-Non lo so, è così e basta. Non ci posso fare niente.

Jack sbuffa di nuovo. Sembra voglia urlare. Se potesse mi prenderebbe a pugni, ne sono sicuro.

-Allora, vuoi ascoltare questo quattro idee?

-Prima dammi un’altra sigaretta.

Scocciato dalla sua scrocconeria, ma fermo e deciso nei miei intenti, gliela do. Lui la accende con tutta calma e quando ha fatto, provo di nuovo a parlargli di ciò che avevo in mente.

-Aspetta, aspe, ma sei proprio sicuro di volerla fare sta roba? Che se poi come l’altra volta mi fai pensà che sono libero e dopo un paio di mesi mi rinchiudi di nuovo è pure peggio. Tanto vale che mi ci rificco adesso e tanti saluti.

Dio, l’ultima volta tutte queste storie non le aveva fatte, penso, ma è evidente che dobbiamo trovare un compromesso. Ci penso un po’, mi scervello, mi gratto la testa come gli piace fare a lui, ed ecco che l’idea mi arriva come un pizzico sul braccio.

-Guarda, facciamo così: non iniziamo subito con qualcosa di lungo. Che ne dici di un racconto breve? Un raccontino piccolo piccolo?

Jack si morde un labbro, sta zitto un poco e poi chiede.

-Tipo che racconto? Cosa dovrei fare? Che storia è?

-Una roba da niente per cavarci fuori da questa situazione. Magari quello che stiamo facendo adesso.

-Uhm, non mi pare malvagia come idea.

-Già, non pare.

-Ma dovrei dire qualcosa. Che a furia di parlare così stiamo a temporeggià.

-Eh, lo so … ma che si può dire? Non mi viene in mente niente.

-Ma come?! Sei te lo scrittore e non te passa nulla per la zucca?

-Ehi, sei anche tu uno scrittore, sai. Ti avevo immaginato che scrivevi, ricordi?

-E pure tu tieni ragione. Aspe che magari n’idea m’è venuta.

E allora il Pagusa tira un bel respiro, chiude gli occhi, li riapre, accenna a parlare ma poi mi chiede.

-Che ce l’hai un’altra sigaretta?

-Ancora?!

-Eddai che devo raccontà na storia, fammi dare il contegno da cantastorie.

-I cantastorie fumano?

-Questo cantastorie sì.

-Ma non ti fa male fumare così tanto?

-Ma che stai a di’. Mica posso morire de cancro se non mi ci fai morire te.

-Già, alle volte mi dimentico che non sei reale.

-O magari sei te a non essere reale. Ammolami sta sigaretta dai, siediti per terra che ora me siedo pure io.

Il Pagusa si infila la sigaretta in bocca, la accende con un gesto e soffia una voluta di fumo nell’aria che ci divide. Dietro quella nebbiolina grigia i suoi tratti paiono cambiare un poco: la sua espressione si fa un po’ più seria, negli occhi vedo qualche guizzo d’oro e nella sua voce avverto un tono più cupo e raschiato. La sua parlata semi-dialettale svanisce, lasciando il posto a un italiano più solenne.

“Difficile immaginare che qualcuno possa raccontare com’è finito alla tomba, poiché quello è un letto dal cui sonno la gente non si ridesta più. Ma sono uno di quei pochi fortunati che può farlo, che da quella scatola di legno ci è uscito oltre ad esserci entrato. Ero calato nella mia storia, mi trovavo nella città di Limbo: un mucchio di case storte, progettate da un architetto strabico e governata dalla creatura più particolare che avessi mai avuto modo di vedere. Poteva sembrare un uomo dal suo aspetto, un uomo persino elegante, con il suo frac e il bastone con il pomo di testa di capra, con il cilindro calcato in testa sotto cui si scioglieva una lunga cascata di treccine, simili alle liane di una palude. Denti bianchissimi e puntuti, in contrasto con la sua pelle color ebano.

I suoi occhi, nelle rare occasioni in cui li vidi (poiché portava sempre un paio di occhialetti neri e rotondi), erano un vuoto senza fondo in cui si agitavano iridi animate d’un fuoco infernale, chi avesse indugiato troppo in quello sguardo si sarebbe ritrovato con l’anima schiantata, preso da un puro e genuino terrore.

Il suo nome era Hilel, poteva vedere contemporaneamente il passato, il presente e il futuro, ma non di rado gli capitava che questi s’accavallassero e si sovrapponessero, generando confusione. Difatti al nostro primo incontro mi chiese se per caso non venissi da una colonia terrestre su qualche pianeta non ancora esplorato dall’uomo. Hilel mi accolse in città o in paese o come lo si voglia chiamare, conobbi sua moglie Salome’: che invero era la più bella donna che avessi mai visto, e mi assegnò come guardia del corpo una zanzara trasformata in donzella (Limbo era un posto pericoloso).

La mia prima notte fu anche l’ultima e la passai nel vecchio albergo gestito da Edipo. Ricordo che prima di addormentarmi fui cullato dalla voce di una ragazza, seduta al ciglio di un balcone, chissà dove in quell’alveare di scale, legno e polvere. Cantava una canzone amara, cantava di chiamarsi Ofelia; avessi avuto un giorno di più avrei voluto incontrarla, ma ahimè…

Limbo, il cielo stellato dalla finestra, il viso della donna-zanzara accanto al mio letto svanirono con l’oscurità del primo sonno e al mio risveglio ero chiuso in una cassa da morto, almeno supponevo che lo fosse, visto che in una cassa da morto, prima di allora, non c’ero mai stato. Provai a cavarmene con la forza bruta, sfasciandomi le dita e le nocche a colpire il legno; mi seccai la gola a furia di urlare ma niente: lì nessuno poteva sentirmi né salvarmi. Ero finito nel cimitero delle storie perdute. Ogni personaggio lo sa, sa che la sua storia non sempre finisce. È nella natura di uno scrittore lasciare alcune cose a metà. All’inizio me la presi, non capivo il perché e perché era capitato propri a me. Ma alla fine, non avendo altro da fare che pensare, chiuso com’ero in una scatola di legno, arrivai a una conclusione: gli scrittori, le persone in genere, cambiano e insieme vanno cambiando anche le idee, la personalità, i comportamenti. E alcune storie, come i ricordi, finiscono per far parte di quell’intricato groviglio che è l’esperienza: fatta un po’ di cose incomplete e un po’ di vissuti totalizzanti. Mi chiedevo poi che fine avesse fatto quel mondo in cui avevo camminato per lo spazio di cinquanta pagine, cosa mai ne avesse fatto l’Autore. Se magari solo io ne ero stato buttato fuori e quello continuava ad esistere. Era un po’ come morire, anche se ero vivo: sei cavato fuori dal mondo ma immagini che quel mondo continui a vivere anche senza di te.

Posso dire di aver provato sentimenti contrastanti verso il mio Autore: lo amavo e lo odiavo perché mi aveva dato la vita (o perlomeno mi aveva cucito insieme), ma adesso me la riduceva a questo: allo spazio di una bara, come una cattiva madre troppo protettiva verso il suo unico figlio.

Ma mentirei se non dicessi che una piccola speranza la coltivavo dentro di me, sapevo che fra tutte le sue creature io ero la più simile all’Autore e quando si è così, essere ripescati non è poi un’eventualità troppo lontana. Certo, sapevo che sarei cambiato, come del resto sarebbe cambiata la mia storia, sapevo anche che avrebbe potuto mischiarmi con qualche altro personaggio (magari quell’Adrian, il malinconico dagli occhi d’oro) ma andava bene così, sarebbe stata comunque libertà.”

Jack spegne la sigaretta per terra, mi guarda: un fuoco d’oro gli brilla negli occhi. Adrian è in lui come entrambi ormai sono in me.

-Posso chiederti una cosa? – mi fa a un certo punto.

-Certo. – gli rispondo, con la voce resa un po’ rauca dal lungo silenzio.

-Per cosa lo userai questo racconto?

-Magari come introduzione a qualcosa di più grande o per una rubrica di un qualche giornale online, non so. – rispondo, dopo averci pensato un poco.

-E com’è che hai tirato fuori proprio me?

-Beh, ascoltavo quella canzone di Ray Charles e…

-Ah, ho capito. Speriamo ci capiscano qualcosa anche loro.

-Me lo auguro.

-Guarda – sorride – una strada.

-Dov’è che porta?

-Dove vuoi che porti? Da qualche parte.

-Dici?

-Dico.

-Stiamo di nuovo temporeggiando.

-Dovremmo smetterla.

-Già, dovremmo.

-E allora andiamo, per questa strada.

Dopo un po’ mi guarda e mi fa

-Senti, ma che ce l’hai una sigaretta?

-Mi dispiace, le ho finite Jack.

Marco Ambrosini.

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