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Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 5: The Answer is within you

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 5: The Answer is within you

  • Abbiamo trovato il nostro uomo
  • Dove?
  • E’ qui in città
  • Come lo sai?
  • Un amico di un amico
  • E potresti dirmi qualcosa almeno su questo amico?
  • Lasciamo perdere i dettagli Aaron. Sono nella merda fino al collo e non mi fido nemmeno di te. Ieri notte mi si è acceso da solo il PC.
  • Sarebbe a dire?
  • Mail, a cui ho dato risposta. Diceva di essere Charlton Amlie. Di ammirare le nostre rapide operazioni di ricerca e che a breve fisseremo un incontro.
  • Ma perché non contattare me piuttosto?
  • Probabilmente perché sei il diretto interessato. Vuole colloquiare con gente, come dire, esterna.
  • Cerchiamo dove abita per la miseria, questa storia deve finire.
  • Hai fretta Mithcell?
  • Non mi chiami mai Mithcell
  • Ti ho beccato ieri sera, prima di tornare a casa. Eri in dolce compagnia
  • Ah sì, e con chi?
  • Meredith Mellby.

L’incontro tra Aaron Mithcell e Dustin Sharedown, successivo allo strano messaggio in terza persona, nuovo appiglio delle nostre indagini, si rivelò inaspettatamente molto teso e vivace. Sharedown riferì di tutte le scoperte “mie” e di Staniels, non prima di richiamare alla concentrazione Aaron. Lo aveva beccato con le mani nel sacco alla presenza di Meredith Mellby. Fu così che grazie a Sharedown venimmo a conoscenza della nuova relazione di Aaron. Non che questo rappresentasse per noi il male assoluto, ma Sharedown non la prese benissimo.

Fu un momento piuttosto particolare, che portò probabilmente ad incrinare qualche rapporto oltre che la generale velocità di ricerca. Ciò che la pettegola più famosa del paese ritenne inconcepibile fu la constatata presenza di Meredith Mellby nella vita di Aaron. Ricostruire una vita sì, ma perché farlo proprio con la sorella dell’ex dittatore? E’ pur vero come le stanze del Dottor Waterloo fossero da annoverare tra i pochi luoghi frequentati da Aaron. Dove avrebbe potuto conoscere una nuova donna? Ed è proprio lì che s’annidò quella inaspettata relazione.

Aaron espresse le ragioni della propria scelta a Sharedown, ricordando come andare avanti non significasse non essere interessato alla ricerca dell’assassino di Cecily Burns. Meredith era tuttavia a conoscenza delle peripezie in atto, e cercava spesso di dissuadere Aaron dalla vicenda. L’ombra di Cecily intimoriva e non poco la nuova donna di Aaron Mithcell, desiderosa di vederlo felice ma soprattutto integro dal punto di vista mentale. Ma tant’è. I due trovarono ben presto un compromesso: la ricerca della verità in cambio della futura dimenticanza dell’ormai smarrita Cecily. Come se dimenticare fosse una esistente forma di compromesso.

Ma i risvolti successivi dell’incontro si basarono principalmente sullo strano messaggio ricevuto da Aaron. Ci si chiese in particolare cosa vi fosse alla base dell’inversione di rotta di quel misterioso messaggero, dalla propria personale firma ad un inedito messaggio nel quale si afferma di sapere chi ha ucciso Cecily Burns. Perché prima affermare la sopravvivenza di Cecily e poi virare su una sua uccisione con tanto di confessione? Nutrimmo tutti i primi dubbi sulla riconducibilità del messaggio rispetto al vero assassino o a chi fosse informato su un ritrovamento della Burns. Ci sembrava che questo gioco si stesse rivelando ormai troppo grande per tutti. Giungemmo alla tesi secondo cui i messaggi potevano essere recapitati da due persone diverse, una riferibile all’assassino e l’altra a un qualche scalmanato che intendeva depistarci portando a farci credere di una Cecily sopravvissuta, ed or dunque viva e vegeta. Cominciammo seriamente a pensare alla morte di Cecily, in circostanze tuttavia ancora del tutto controverse. Gli innumerevoli depistaggi di questa storia si depositarono alle basi della nostra ormai tormentata quotidianità.

  • Ti dico che è la stessa persona Dustin
  • Ma allora perché inviare un messaggio da portavoce?
  • Per confonderci. La mia Cecily è morta. Ma voglio vendicare il suo omicidio
  • Senti Aaron, promettimi una cosa.
  • Spara
  • Se non riusciamo a trovare questo Charlton Amlie andiamo alla polizia. Ormai abbiamo quello che ci serve.
  • Ma non abbiamo uno straccio di prova. Non sappiamo nemmeno se è morta.
  • Le troveranno loro.
  • Non mi fido dei piedipiatti
  • Ne conosco uno bravo, ti lascerà agire liberamente se lo troveranno
  • In che senso?
  • Nel senso che te lo fa proprio ammazzare. E’ uno bravo ma senza scrupoli
  • Ah, i poliziotti
  • Non generalizzare, è solo uno che vede di buon occhio la vendetta personale, soprattutto se ci sono donne uccise di mezzo
  • Un femminista insomma.

Terminato quell’incontro, fu la volta delle cure del Dottor Waterloo. Ma stavolta Aaron richiese espressamente di trascorrere del tempo con la sua assistente Meredith Mellby. Il dottor Waterloo era forse uno tra i migliori nel proprio campo lavorativo, ma di certo non una personalità risoluta e dalle spiccate attitudini investigative. Mai avrebbe immaginato un atto sessuale tra Aaron e Meredith nel proprio studio. Quel ricongiungimento di corpi fu decisivo per delucidare pensieri ed intraprendere nuove decisioni. Aaron Mithcell aveva infatti ceduto alle richieste di Dustin e Meredith. Era tempo di contattare la polizia per giungere all’atto finale dell’inchiesta. Poi sarebbe stato tempo di ricostruire la propria esistenza. Assieme a Meredith Mellby.

  • Ma che fine ha fatto tuo fratello?
  • Questo lo sa solo Dio
  • Davvero non lo senti più?
  • Non siamo mai andati d’accordo. Era già un tipo autoritario da bambino.
  • Ottima battuta
  • Allora ci vai dalla polizia?
  • Lo faccio per te. Per la nostra storia
  • Ma avete scoperto chi è stato?
  • Charlton Amlie
  • Ma non essere ridicolo
  • Come dici Meredith?
  • Charlton Amlie è un mio paziente
  • Sì? E perché l’ho beccato due volte ad origliare i miei incontri con Waterloo?
  • Perché lo fa con tutti i pazienti Aaron. Ti dico che non è lui. Forse l’assassino è a conoscenza del vostro essere “colleghi in cura”
  • Ti dico che è lui. Perché non si vede più da queste parti?
  • L’ho mandato in una struttura di riabilitazione mentale per due settimane. Tornerà tra un paio di giorni. Forse tre.
  • Lo prenderò.
  • Aaron, non può essere. Anche lui ha perso sua moglie in un incidente. E’ un uomo distrutto.
  • E quindi disposto anche a risollevare le proprie frustrazioni passate.
  • Che vuoi dire?
  • Frequentava la stessa Università di Cecily, Meredith. Era sessualmente ossessionato da lei. Troverò le prove.

In uno scenario dai contorni che ormai andavano a toccare i fili dell’amore ritrovato e del ritorno al presente, l’ennesimo messaggio si infilava indissolubilmente nella maledetta porta della dimora di Aaron:

“Time to find out everything. The Answer is within you”

Charlton Amlie

Dustin Sharedown mi invitò al Westside per chiedermi nuove informazioni. Aveva bisogno di Michael Staniels nonostante la decisione di andare alla polizia. L’obiettivo era quello di proseguire in proprio con le ricerche, assieme ad Aaron e al mio prezioso ma ancora impercettibile contenuto, e contemporaneamente di mettere in moto le ricerche di Grammy Richards, il capo di polizia dalla vendetta facile. Sentivo che sarebbe presto arrivato il momento di rivelarmi ad Aaron Mithcell. Intanto, la stazione di polizia di Wellington Street divenne protagonista del colloquio tra i tre. Richards radunò la propria squadra e riferì loro dell’importanza del caso che veniva a prospettarsi, considerata anche l’amicizia con Dustin Sharedown. Il commissario Richards ci apparve sin dalle prime battute un tipo molto duro e competente, che avrebbe d’ora in avanti potuto fornire una qualificante ed indiscutibile mano alla causa.

 

Rileggere “Uno, nessuno e centomila” in una notte a Bologna

Rileggere “Uno, nessuno e centomila” in una notte a Bologna

Non ho ancora lucido ricordo di come m’accinsi un paio di giorni fa a riallacciare le personali inquietudini letterarie alla ‘nuova’ lettura di Uno nessuno e centomila, dopo averne avuto a che fare per la prima volta ormai circa sette anni addietro. E qualcuno sarà sicuramente pronto a chiedersi cosa possa collegare oggi il celebre personaggio di Vitangelo Moscarda all’attuale realtà italiana, oltre alla delicata alba di Bologna che si irradia di lucentezza in contemporanea al solenne finale di un romanzo che racconta il significato della vita ed ancor più le eternamente incomprese ed incomprensibili relazioni umane.

Nonostante non godessi di tantissime risposte sulla presunta logicità di tale contorto parallelo, l’idea fu quella di proseguire nella rivisitazione del romanzo, senza lasciarsi vincere dalla agevole strada dell’incompletezza. Quella che porta a rileggere un’opera a noi cara, ma solo qualcosa di quell’opera, poiché viene il tempo (prima o poi) di tornare alla realtà e a quella eterna battaglia che vede l’essere umano contrapporsi costantemente e tenacemente ai meccanismi del tempo e alla imposizione della modernità rispetto al precedente secolo.

C’è però una idea di evasione nell’opera pirandelliana ed ancor più nel protagonista, quel Moscarda in parte sentimentalmente insidiato prima e cancellato poi dal ‘rivale’ Gengè, che certo sarebbe in grado di richiamare un nuovo inno alla speranza rispetto alle avversità del corso degli eventi. Rispetto alla nostra posizione sociale, al contesto lavorativo ed al rapporto tra l’io e l’altro. Un rapporto spesso beffardo, da Pirandello efficacemente descritto nel senso di una incomunicabilità che si materializza lucidamente attraverso la constatazione dell’impossibilità di far corrispondere al vero una realtà oggettiva e di conseguenza inconfutabile.

Tutto comincia da una idea che quasi richiama un assurdo assunto non poi così assurdo. Quanto conta per l’essere l’aspetto esteriore, e correlativamente ad esso, l’idea che gli altri hanno di noi? L’esperienza del Moscarda, banchiere, usuraio a metà, marito infelice, mantenuto, ed amante successivamente consapevole, oltre che prototipo “forestiero di vita”, mostra come i meccanismi della follia possano innestarsi anche su convinzioni estetiche rigettate dalle visioni altrui. Meccanismi diabolici eppur presenti e fortemente reali, nonostante la realtà non possa essere circoscritta ad un oggettivismo a sua volta inesistente.

Eppure, sarà proprio la moglie Dida a dare inizio alla sfida esistenziale del Moscarda: una sfida che si fa prima corpo e poi (nuova) anima, al netto della perdita dell’uno a vantaggio del nessuno, in una rapida ma combattuta partita a scacchi nella quale i centomila cercheranno (invano) di professare l’inconfutabilità del proprio soggettivismo, con la pretesa che ciascuna di quelle verità non possa essere posta in discussione per la benché minima ragione. Qui entrano in gioco le debolezze ma anche le forze del personaggio pirandelliano, colpito dalla osservazione futile di una moglie che lo immagina come un Gengé sì pieno di difetti, ma perfetto per ella stessa e per la sua realtà, nonostante quel naso che pende a destra. Un naso irregolare e pertanto inaccettabile alla vista del Moscarda proprio perché mai notato dalla sua personale visione.

Comincerà anche da qui una profonda scissione sentimentale tra Vitangelo Moscarda ed il Gengè di Dida, vale a dire tra la realtà dello stesso Moscarda e la versione alternata ed alternativa di egli stesso, fornita dalla verità altrui. Dell’interlocutrice madre, della donna che ha deciso di sposare, prima di uno sprofondo esistenziale in grado di culminare con la rinascita dell’uno. Una rinascita continua ed a cui non può essere affibbiata alcunché, che sia un numero o un fatto o un nome. Una rinascita premiata dalla dissoluzione dell’io, e dunque dell’uno, con la proclamazione dell’unico elemento in grado di mettere d’accordo i centomila: il ripudio ed il rigetto universale del meccanismo della follia e della figura dell’insano mentale. Una follia che per la folla è semplice male, malattia da combattere e debellare con ogni mezzo, compreso l’internamento dell’usuraio non usurario, del marito non marito, della pecora nera ma figliol prodigo, del fedele ma adultero, eppur temibile alla luce degli interessi altrui in gioco.

Da Dida a Quartorzo e Firbo, ovvero gli amministratori intenti ad occuparsi degli affari bancari della famiglia, sino persino allo stesso Marco di Dio (insignito di una abitazione a gentile concessione del Moscarda nonostante la contrarietà degli amministratori), comincerà una sfrenata corsa alla ricerca di un oggettivismo che non esiste, ma che pur si aggrappa alla decisione in comunità di portare a termine personalistici interessi, come ben emerge dall’alleanza tra la moglie e gli amministratori, intenti a non perdere ricchezze precedentemente accumulate anche da presunte illiceità, come quella dell’usura.

Ormai emarginato dalle centomila versioni fornite dai ‘nemici’, non resterà che assistere alla futura resa del Moscarda , addolcita dalla liaison con Annarosa, venticinquenne amica della moglie, che cercherà di aiutarlo attraverso le confidenze ricavate dal desiderio altrui di cancellare il Moscarda stesso. Una relazione inedita ed inusuale, densa di un giallo corroborato da rivoltelle e riflessioni sul ruolo dei giudici e della giustizia, rispetto al confine tra innocenti e colpevoli.

La terminale ma non definitiva dissoluzione dell’io, determinata dall’anomalia del non poter vedersi vedere, frutto dell’impossibilità di conoscersi ed autodefinirsi, culmina nel totale abbandono verso tutto ciò che è cosa, fatto, nome o numero. Perché «la vita non conclude e non sa di nomi». E potremmo dunque essere alberi, come vento, o foglie o libro. Vagabondi, conoscitori del tutto ma al tempo stesso del nulla. Incapaci di afferrare noi stessi e di dare forma ad una visione realistica ed oggettiva, tendente alla collisione con la visione degli altri.

Il tragico labirinto ritmico della riflessione di Vitangelo Moscarda coincide con la follia ma anche con un desiderio di morte che poi in fondo desiderio non è, poiché si può morire ed al tempo stesso rinascere. Purché non ci si identifichi stabilmente in qualcosa, o in qualcuno che resti inconsapevolmente innamorato di una forma ma non di una sostanza. Di un’illusione e di una proiezione spesso non coincidente e pertanto avara di riferimenti realistici. A patto che una realtà esista davvero, considerate quelle centomila gemelle che rischiano di apparire come il nulla e pertanto come nessuno, in un gioco perverso e suicida cui non resta che reagire con un radicale estraniamento per mezzo di una magistrale alienazione umoristica. Restando «vivi ed interi» sì. Ma non più in sé, «ed in ogni cosa fuori». Non resta dunque che morire e rinascere, perché si può morire molto spesso ed anche appunto risalire. Come l’alba a Bologna, quando il mondo è pieno di promesse.

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 4: “Charlton Amlie has killed Cecily Burns”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 4: “Charlton Amlie has killed Cecily Burns”

 

  • Ma chi è Charlton Amlie?
  • Non lo sappiamo ancora. Stiamo avviando delle ricerche
  • Come intendete procedere?
  • Te lo farò sapere. Al momento è già qualcosa e non mi pare poco
  • Ci teniamo in contatto Dustin

 

Altri fitti incontri avvennero tra me e Dustin Sharedown, in particolar modo dopo la notte di quella importante rivelazione. Bisognava infatti subito cominciare a ricercare questo Charlton Amlie, senza tuttavia gridare alla risoluzione del caso date le possibili insidie insite in quel messaggio. Certo, il passaggio da “C.A” a “Charlton Amlie” poteva risultare credibile. Ma non era tempo di adagiarsi su univoche soluzioni, tralasciando ogni altra possibile pista. E soprattutto bisognava scoprire se Cecily fosse effettivamente ancora viva.

Incontravo Dustin ormai una volta al giorno, mentre le mie finanze cominciavano a sindacare vendetta. Mi sorprese tuttavia il comportamento di Sharedown, di certo ormai non finalizzato all’ottenimento delle quotidiane 50 sterline che gli ponevo sotto il boccale di birra prima di lasciare il Westside nella cautela più generale. Stavamo diventando pian piano amici, costruendo qualcosa che andava al di là delle nostre coordinate ricerche. Era come se quella pettegola avesse dimenticato quasi cinquant’anni della propria esistenza, ponendo l’acceleratore su un magico tasto in stile “restart your life”.

  • Dunque, su Charlton Amlie abbiamo trovato un mucchio di roba.
  • In che senso?
  • Nel senso letterale del termine. Ne abbiamo trovati almeno 30 nella stessa città
  • Ma Cupcake è così striminzita dal punto di vista demografico.
  • Molti sono tornati qui dopo la cacciata di Mellby
  • Certo, ma 30 personaggi con lo stesso nome mi sembrano un po’ troppi
  • Dobbiamo assolutamente ridurre il campo.
  • Ci penso io Dustin. Ma niente 50 sterline dopo che avrai quello che troverò. Fidati, roba buona amico.

 

Promisi a Sharedown di semplificare la ricerca attraverso il lavoro di alcuni miei colleghi. Al netto del fatto che odiassi almeno l’ottanta per cento di loro, vi erano spietati ficcanaso a cui potevo chiedere un favore senza preoccuparmi troppo delle conseguenze. Avrei ricambiato attraverso le mie abilità in settori per loro di grande interesse, a cominciare dalla geopolitica. Ed allora, ebbi la fruttuosa idea di contattare Michael Staniels, uno a posto per modo di dire. Non aveva mai avuto problemi con la legge, ma al contempo non avevo mai capito se svolgesse davvero il ruolo di giornalista o di investigatore privato, oltre a scrivere saggi di infima qualità a prescindere dalle interpretazioni dei lettori. Ma non c’era tempo per risolvere tale futile quesito. Staniels fu in grado in mezza giornata di lavoro di portare gli Amlie da trenta a tre persone, fortemente sospette soprattutto per il loro attuale stato mentale, oltre che per antecedenti a dir poco burrascosi con la giustizia.

 

  • Dovrei leggere tutte queste scartoffie?
  • Fidati Lloyd, fidati del grande Michael Staniels
  • Spiegami meglio.
  • In breve: i tuoi sospetti potrebbero essere riconducibili a tre soggetti. Uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Maschio bianco, 45 anni, una cicatrice visibile sulla guancia destra. Altri segni particolari: corporatura magra, capelli castano chiaro, occhi verdi. Da giovane studente modello ma anche un breve passato per droga. Roba leggera. Beccato un paio volte con un po’ di marijuana ed alcune dosi di polvere magica. Si laurea in ingegneria con il massimo dei voti alla Highboury University di Lakewood, poi lascia la città per fare ritorno a Cupcake e cercare lavoro con la laurea tra le braccia.
  • Scusami, hai detto Lakewood?
  • Sì, perché?
  • E’ la stessa università frequentata dalla Burns.
  • Allora forse hai trovato il tuo uomo.
  • Decisamente
  • In quali anni la Burns ha frequentato la Higboury?
  • Probabilmente negli stessi. Se fosse viva avrebbe 41 anni.
  • Potrebbe essere lui.
  • E perché avrebbe dovuto uccidere Cecily?
  • Semplice, gelosia. Ossessione sentimentale per Cecily Burns. Oltretutto non sappiamo se questo Charlton Amlie l’abbia uccisa. Forse sta cercando di dirci che è in vita.
  • Grazie Mike

 

Nello stesso momento in cui lasciavo Michael Staniels, dirigendomi verso il Westside per lavorare alle nuove ricerche con Sharedown, Aaron Mithcell decise di raccontare quanto stava accadendo al dottor Waterloo. Avrebbe voluto ricevere qualche consiglio, o probabilmente essere ascoltato per alleviare paure ed inquietudini che venivano sempre più ad espandersi. Ma il dottor Waterloo fu sin da subito chiaro sulla vicenda: Aaron non doveva e poteva credere a una cosa simile, perché tutto questo avrebbe compromesso la propria riabilitazione e i costanti tentativi di recupero della memoria. Il ghostwriter non aveva problemi memonici a breve medio termine, ma il trauma dell’incidente aveva semplicemente sotterrato quel pezzo di vita negli abissi dell’inconscio o in chissà quale altro posto. Un accaduto di fatto decisivo, che ancora impediva di portare a galla l’intrigo più deviato dell’inizio del ventiduesimo secolo.

  • Ho qualcosa da raccontare dottore. Non riesco a tenerlo per me in questo momento.
  • Di che si tratta Aaron? Lo sai che qui puoi parlare di tutto.
  • Si tratta di Cecily.
  • Continui a fare i tuoi soliti incubi?
  • C’è dell’altro.
  • Sarebbe a dire?
  • Cecily potrebbe essere viva.
  • Un momento Aaron. Cecily è morta.
  • Forse no.
  • Ti dico che devi ripartire, ormai sono passati quasi sette anni
  • Qualcuno sta cercando di dirmi che è viva. O forse è solo il suo assassino.

 

Strani eventi continuavano a corroborare il clima di quelle stanze da strizzacervelli. Nell’ordine: le strane restrizioni investigative poste dal Dottor Waterloo nei riguardi di Aaron, con il chiaro invito a mollare la presa nelle indagini. Waterloo si era mostrato molto cauto rispetto alle dichiarazioni di Aaron e non ne aveva peraltro dato parecchio peso. Le soluzioni prospettate erano due: portare tutto il misterioso materiale ricevuto alla polizia, per dare vigore ad indagini non ancora pronte alla svolta, o concentrarsi seriamente sulla propria riabilitazione lasciando perdere in maniera totale la questione. Perché il crocevia ed il baricentro della risoluzione del caso passavano in effetti dalla mente di Aaron. Se avesse recuperato i ricordi dell’incidente, avrebbe infatti oggi già scoperto l’assassino di Cecily Burns, sempre qualora non fosse ancora in vita.

 

Si aggiunga inoltre la presenza di un uomo che Aaron riuscì a beccare in flagranza, nell’intento forse di ascoltare la sua conversazione con il dottor Waterloo. Si trattava di un paziente, peraltro non nuovo a questo tipo di comportamento. Fu solo in quel momento che Aaron giunse a notarlo. Alla vista di Mithcell, l’uomo fuggì immediatamente dissolvendosi nel nulla con i giorni a venire. Aaron riferì dello strano evento a Sharedown. Insomma, di quest’uomo beccato almeno due o tre volte davanti allo studio di Waterloo, e della sua successiva sparizione. Solo una settimana dopo avremmo scoperto di chi si trattasse: il suo nome era Charlton Amlie.

 

Ma prima di giungere a tale scoperta, che di fatto confermò l’implicazione di Amlie nelle vite di Aaron e Cecily, era tempo di affrontare la prosecuzione del gioco del presunto assassino. Sharedown continuava a ricevere intimidazioni e persino minacce di morte, se avesse proseguito nelle ricerche. Aaron ricevette invece un solo altro biglietto, questa volta non firmato ma immancabilmente realizzato con l’ausilio dell’ormai classico pennarello nero:

“Time is running out. Hurry up Aaron. Charlton Amlie has killed Cecily Burns”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 3: Charlton Amlie

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 3: Charlton Amlie

A due giorni dal ritrovamento di quel biglietto, Aaron Mithcell tornò al Westside Coffee per incontrare Dustin Sharedown e fare il punto della situazione. Ormai tutto aveva assunto una piega diversa nelle loro vite, dato che avevano praticamente trovato un nuovo ‘lavoro’. Sharedown mi raccontò che la questione era divenuta per lui davvero di un elevato interesse. La pettegola investiva ormai giorno e notte in un quella sfrenata ma complessa ricerca, trascorrendo il buio nella propria dimora o in quella di Aaron, ed il giorno a bere e riflettere al Westside, che ormai divenne teatro indiscusso del susseguirsi degli scenari investigativi.

Il secondo incontro fu di fatto uno dei più importanti in vista dell’organizzazione finalizzata alla ricerca di Cecily Burns, poiché bisognava ragionare su un materiale al momento scarno e letteralmente contraddittorio. Fiumi di domande contornavano la mente di Aaron Mithcell: perché coinvolgere proprio Dustin Sharedown? Perché ritrovarsi nuovamente in una storia che ormai aveva considerato al capolinea? Furono di fatto domande che non esitai a pormi altrettanto, dato che la conseguenza del mio rifiuto inquisitorio muoveva dalla mia decisione di non incontrare Sharedown quasi due anni prima. Fu proprio Sharedown infatti a riferirmi di avere notizie interessanti dopo cinque anni di buio in ricerche di fatto mai avviate dalle autorità competenti. Decisi di mollare senza mai comprenderne la reale ragione.

Fu forse la solitudine la motivazione principale della mia resa? E’ un qualcosa a cui ancora oggi non riesco a dar risposta. Tuttavia ero nuovamente in campo, con uno scopo specifico. Aiutare nell’ombra, da spettatore interessato per poter ottenere il mio piccolo tornaconto: riscrivere questa storia e portarla alla ribalta dopo un assordante silenzio ed una morte presunta ancora tutta da accertare.

  • Che cosa abbiamo in mano?
  • Oh, vediamo. Abbiamo circa dieci-venti telefonate al giorno a testa e misteriosi bigliettini puntualmente ritrovati quando non siamo a casa. Forse dovremmo cominciare a controllare lì, piuttosto che temporeggiare qui a Westside.
  • Non mi pare una buona idea. Insomma questo tizio non mi sembra proprio a posto. Dobbiamo muoverci con cautela e riferire tutto alla polizia.
  • Starai forse scherzando Sharedown? La polizia ha archiviato il caso dopo quel fottuto incidente. E la mia mente continua a non ricordare
  • Chiamami Dustin, tanto per iniziare. Sono qui per darti una mano

 

Ed allora “Dustin” assecondò immediatamente le posizioni iniziali di Aaron. Fu un binomio particolarmente inedito ma che portò immediatamente a macinare preziose informazioni ed inattesi ritrovamenti. Certo, era anche il gioco di C.A a permetterlo, in attesa di capire quali sarebbero state le future mosse del “nemico”.

  • Hai pensato a cosa diavolo potrebbe alludere?
  • Di cosa parli?
  • Di quelle iniziali con le quali il bastardo si firma.
  • La prima cosa a cui ho pensato mi ha davvero fatto incazzare.
  • E perché?
  • “C.A.”
  • Cecily Aaron?
  • Vedo che navighiamo sulle stesse onde
  • E se invece fosse il suo nome?
  • Fin quando non si svela non sapremo. Troveremo un modo Aaron
  • Sì ma niente polizia per adesso.

 

Effettivamente, non molto era nelle mani dei due improvvisati investigatori. E’ quanto venni a sapere dallo stesso Sharedown, che aveva sin da subito visto di buon occhio la mia offerta economica, restando tuttavia cauto sulla mia affidabilità. Non intendeva commettere passi falsi, oltre a riferirmi delle sue non poche debolezze. «Se non lo hai capito ho una paura fottuta di questa storia» – era la frase che tendeva ad abbozzare durante i nostri incontri. Ma io fui spesso altrettanto irremovibile, invitandolo a non essere spaventato e a proseguire nelle difficili ricerche. Certo, ero dell’idea che prima o poi la polizia doveva essere pur coinvolta, in qualche modo. I mezzi investigativi del ventiduesimo secolo sanno essere amici dell’uomo. Una positiva rarità, in questo ‘mondo deludente’: ma questo penso di averlo già raccontato e sostenuto a più riprese.

 

Ciò che invece non avevo capito è che dittatura e sangue sono ormai combinazioni pregresse e superate, che raramente interessano al nuovo lettore. La gente ne ha davvero abbastanza di politica e guerre. Non che questo sia un alibi, ma dovevo rilanciarmi come scrittore. Fu allora che capii della necessaria inversione di rotta: abbandonare “dittatura e sangue”. Questo mondo è spaventato e non sa neanche dove mettere i piedi. Paura era la parola d’ordine. Un qualcosa che riusciva a mandare fuori di testa la gente, anche nelle letture. E la paura di Sharedown per quelle misteriose vicende regalarono alla mia ispirazione una rinnovata capacità di interpretazione rispetto a ciò che mi circondava.

 

  • Che novità abbiamo?
  • Prima le 50 sterline
  • Te le ho già date due giorni fa.
  • Giusto
  • Sicuro di star bene?
  • Non ha importanza adesso
  • Allora parlami delle tue ricerche su Cecily Burns
  • Prima o poi dovrò dirlo ad Aaron
  • Questo non mi riguarda, avevamo un patto noi
  • Bé allora tieniti forte amico. Il nostro amico misterioso ha parlato. Si è firmato con il suo nome, forse.
  • Sarebbe a dire?
  • Dice di chiamarsi Charlton Amlie

 

Odio i limiti di Tredici ma sono innamorato di Hannah Baker

Odio i limiti di Tredici ma sono innamorato di Hannah Baker

Tra le serie più conosciute nonché grandi novità targate Netflix, un bilancio va operato nei riguardi del teen drama Tredici (trasposizione italiana da 13 Reasons Why). La serie americana, firmata dalla produzione di Selena Gomez e dall’adattamento di Brian Yorkey rispetto all’omonimo romanzo di Jay Asher, ripercorre le tappe della morte di Hannah Baker, suicida a seguito di drammatici avvenimenti verificatisi nel corso della sua breve ma vivace ed alquanto controversa esistenza.

Tredici sono i motivi che hanno spinto Hannah all’estremo gesto, sette le audiocassette registrate verso i presunti corresponsabili dell’accaduto. Proprio da tali audiocassette sarà possibile verificare, tra presente e ripetuti flashback ripartiti tra Hannah ed il coprotagonista Clay Jensen, tutte le sfumature che hanno accompagnato la tormentata esperienza della teenager più chiacchierata della scuola.

In detto contesto, caratterizzato dall’obbligato binario liceo-adolescenza, l’americanismo televisivo raggiunge connotati spesso ripetitivi e purtroppo costantemente erosivi delle pur fondamentali tematiche trattate. In Tredici ritroviamo infatti il gruppetto fighetti della scuola, incarnato dai perfetti muscolosi e desiderati campioni dello sport studentesco, l’effimera fama del mondo cheerleader, l’ingenuo atteggiamento maschilista rispetto alle prerogative di una ragazza liceale, o ancora quella controparte maschile che esprime il disagio nella diversità di un intimismo formato nerd fantascientifico, lontano da donne e bicipiti. I cliché dunque (e purtroppo) non mancano, limitando di fatto un prodotto che a ben vedere riesce a toccare svariate fasce d’età, nonostante l’assenza di precisione di cui si dirà.

La serie di Yorkey può più che mai essere definita con un termine clou, che è quello di perfettibile. Trattare di tematiche cruciali quali il bullismo, la sofferenza femminile dinanzi ad una violenza sessuale, l’ossessione, la solitudine, la morte che si fa tramite per mezzo del suicidio ed il rapporto genitori-figli, non è certo una operazione semplice sotto il profilo dell’originalità. Con il rischio (solo in parte superato dalla serie) di sconfinare in una pedagogia eccessiva, poiché poco incisiva e peraltro spesso smontata dall’assenza dei molteplici punti di vista determinati dalle differenze generazionali e dalle difficoltà del rapporto tra giovani e istituzioni.

I colpi di scena sono inoltre abbastanza rari e trascurano i punti di vista del mondo adulto, limitando pertanto la narrazione ai silenzi e all’omertà degli amici di Hannah, spaventati dalle conseguenze della verità. Una verità nuda e cruda che rischia di compromettere il futuro dei ragazzi coinvolti, ben messa in risalto anche da passaggi della serie piuttosto controversi, nei quali si ritroveranno giovani vite spente ed altre ancora distrutte dal rimorso e dalle violenze subite. Qui invece il realismo non manca, rivelandosi spesso disturbante a causa del tentativo di immedesimazione dello spettatore rispetto ad un dramma che tocca non solo Hannah ma anche coloro che continueranno ininterrottamente ad amarla (Clay, i genitori di Hannah) assieme al peso del non aver impedito il proprio suicidio.

Manca si diceva il cosiddetto punto di vista genitoriale, oltre che il significato del ruolo di una istituzione a tutti gli effetti come la scuola. Tredici sembra invece fornire un messaggio contrario, lasciando il punto di vista degli adolescenti avaro di punti di riferimento. Come se genitori e scuola fossero totalmente assenti e non così tormentati (come spesso invece realmente accade) rispetto alle divergenze di due mondi quasi paralleli. Ma qui tale contrapposizione non emerge affatto, come evidente dalla successiva incapacità della madre del coprotagonista Clay Jensen di intuire le confidenze finali del proprio figlio, rispetto ad una storia troppo grande per l’età dei giovani ragazzi.

Certo, si partiva da un’idea “imposta” dall’omonimo romanzo. E qualcosa effettivamente è stato riadattato dalla serie stessa, attraverso l’introduzione di personaggi non presenti o comunque senza caratteristiche ben definite dall’opera letteraria. Entrano così in campo tutti i personaggi principali che hanno decretato la fine sociale e materiale di Hannah, culminata dal drammatico silenzio del preside della scuola. Ma restano anche qui i dubbi sugli eccessivi cliché del liceo americano, con personaggi interiormente vuoti ed unicamente preoccupati di difendere futuro e reputazione attraverso i ricorrenti tentativi di insabbiare le verità delle audiocassette.

C’è poi il limite del contorno della narrazione, legato alla descrizione del dramma attraverso i connotati di un thriller psicologico sì presente ma spesso poco denso di colpi di scena. Una caratteristica costante e che può tranquillamente essere riferibile alla prima parte della serie, che vede un generale rallentamento rispetto all’andamento dei fatti. In sintesi, Tredici è una serie che va vista e forse anche rivista, ma che procede a luci intermittenti, con il rischio che le lampadine possano spegnersi abbandonando momentaneamente lo spettatore alla nebbia della noia. Il tutto,  prima di un complessivamente eccezionale trittico tra le puntate 9 e 11, vero punto di forza rispetto ad un finale prevedibile quanto incompleto (anche se magari volutamente generato rispetto alla notizia dell’uscita di una seconda stagione). Qui vien da chiedersi se, esaurito ormai l’adattamento della composizione letteraria di Jay Asher, possa avere un qualche senso perseverare con un’altra stagione rispetto ad un finale che promette poco, salvo limitate questioni (la possibile incriminazione dello stupratore Bryce o le condizioni di vita di Alex rispetto alla “imitazione” del gesto di Hannah). Nulla tuttavia esclude un grande rilancio, magari per mezzo di uno stile che vada a richiamare i punti di forza del trittico di puntate antecedentemente richiamato.

Nonostante lo stato di perfettibilità, Tredici è una serie incisiva sotto il profilo del merito, ovvero delle tematiche messe in campo. Richiamare fattispecie quotidiane quali quelle del bullismo, della violenza sessuale e del suicidio a seguito della generale umiliazione causata dalla mancata integrazione adolescenziale, ci ricorda quanto fondamentale possa essere la conseguenza di una azione a prescindere dall’importanza ad essa personalmente fornita. Il rapporto tra conseguenza ed azione è pertanto un aspetto molto ricorrente all’interno della serie e che ben individua la necessità di immedesimarsi anche rispetto ai silenzi del nostro interlocutore. Come quelli di Hannah, incapace di reagire al corso degli sfavorevoli eventi, o di Clay, devastato dalle omissioni sentimentali che gli impediranno di evitare il gesto della ragazza che avrebbe voluto avere accanto forse per sempre, decretando un rimpianto a tratti ben descritto e commovente. Per questo e non solo, al di là delle imperfezioni della serie, tendiamo ad amare Hannah Baker. Nell’eternità, sino a dove e quando non sapremo in quali posti ella potrà condurci, nonostante i dissidi interiori ed il nostro costante ma inutile tentativo di ignorare dolori spesso enormi, tali da non portarci ad essere in grado di saper esprimere e mettere a confronto il nostro io di fronte ad una giovanile ma sovente problematica e claustrofobica esistenza.

foto da: screenrant.com

Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Quando pensiamo alla Luna, dobbiamo pensare a una specie di orologio biologico del nostro pianeta e non solo: se dovessimo pensare alla piscina della Terra, senza dubbio ci riferiremmo agli oceani. È la Luna a guidare le maree degli stessi tramite la spinta gravitazionale. C’è una forte componente ecologica nel titolo dell’ultimo album dei Radiohead, uscito esattamente un anno fa, ma non bisogna sottovalutare la forza delle metafore.

Durante la lavorazione dell’album Thom Yorke si è separato dalla sua compagna di vita, Rachel Owen, e Nigel Godrich (il quinto Radiohead a tutti gli effetti, il loro ingegnere del suono) ha perso il padre. La Luna che influenza i periodi delle maree somiglia alla vita che influenza ogni atto che un uomo compie, tra cui si include qualsiasi forma d’arte.

Quanto di quello che ci accade ci smussa emotivamente? Siamo noi gli oceani. Tutto quello che ci accade è la Luna.

A Moon Shaped Pool è un’esplorazione fortissima del concetto di perdita, legata al divorzio di Thom Yorke, che gravita sull’album con una potenza inaudita, continuamente ricordato attraverso molteplici canali espressivi.

DAYDREAMING

“This goes
Beyond me
Beyond you”

Daydreaming parte da un riferimento classico, l’allegoria della caverna di Platone. I sognatori, dice Yorke nel brano, hanno il difetto di preferire i loro sogni alla realtà e in questa categoria rientra anche lui. Un’analisi migliore si può fare alla luce del video che accompagna il brano, diretto dal premio Oscar Paul Thomas Anderson (regista di capolavori come il Petroliere e Magnolia). Il video vede Yorke attraversare, solo, una serie di scenari che passano da una cucina ad un locale di lavatrici a secco, fino ad arrivare su una montagna innevata ed addormentarsi in una caverna. Il numero di porte che attraversa nel video è simbolico e cosa significano ce lo ripete lui stesso ossessivamente alla fine della canzone. Lo fa in un sample che recita: efil ym fo flah. Al contrario, half of my life.

Metà della mia vita.

23 sono gli anni che hanno tenuto insieme Thom a Rachel, e il verso rievoca un’influenza forte della Divina Commedia che non sembra casuale, essendo lei una esperta di letteratura italiana specializzata nelle illustrazioni del capolavoro di Dante.

DESERT ISLAND DISK

“Now as I go upon my way
So let me go upon my way
Born of a light”

Rinascita è quello a cui Thom aspira e Desert Island Disk è probabilmente il momento in cui Thom rivela maggiore positività. La luce è un’immagine ricorrente dell’album, viene evocata per alcuni versi anche in Daydreaming, ma con significato opposto: se qui il bianco è quello di uno spirito che luccica, totalmente vivo, in Daydreaming il bianco era quello di una stanza vuota, simbolo di solitudine e perdita.

La dimensione cromatica non è da sottovalutare: il bianco che ricorre così tanto spesso in A Moon shaped pool ed è inoltre il colore del satellite terrestre definisce un’assenza di colore che sembra simboleggiare il vuoto dovuto alla separazione e a quei momenti di mezzo, tra la fine e l’inizio di qualcosa e c’è un contrasto fortissimo con In Rainbows, dove ogni colore e ogni canzone si sommano, esplorando totalmente lo spettro emotivo derivante da una relazione.

La copertina di In Rainbows

Thom in questa canzone si sveglia da un torpore che l’ha tenuto per troppo tempo sordo e muto, una situazione di cui la persona che aveva di fronte era consapevole (quel “You know what I mean” ripetuto ossessivamente in sottofondo) e realizza che “different types of love are possible”, che l’amore per quanto sia mutato e abbia cambiato forma, rimane.

L’evoluzione musicale che più di tutti Yorke e Jonny Greenwood hanno attraversato esce fuori particolarmente in due tracce: Burn the witch, il cui testo è stato protagonista di una delle mosse di marketing che hanno preannunciato il disco, e “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”. Yorke, anche nella sua carriera solista ha giocato molto con l’elettronica, esplorata anche in TKOL, mentre Greenwood ha avviato con grandissimo successo un lavoro sulle colonne sonore che l’ha portato a collaborare tra gli altri con P.T. Anderson e appare evidente nell’uso che fa degli archi e dei contrappunti.

BURN THE WITCH

“Abandon all reason

Avoid all eye contact

Do not react”

Non è la prima volta che questo titolo ha a che fare con i Radiohead, in quanto appariva nell’artwork di Hail to the Thief e il testo ha definito la campagna che ha preceduto il lancio dell’album.

L’artwork di Hail to the Thief: Burn the witch è leggibile in basso a sinistra

Burn the Witch esplora i temi della paranoia e del controllo di massa: la via preferibile è l’anonimità, di contro chi è disubbidiente rischia che la cosa gli si ritorca contro, in una delle tante spedizioni punitive dell’autorità. La strega è semplicemente chiunque abbia visioni impopolari o un gruppo le cui verità non sono ortodosse e accettate dall’autorità (un episodio del genere viene esplorato in Harrodown Hill, canzone del repertorio solista di Yorke), che minaccia la gente. Sappiamo dove vivete.

La reazione è quella di una forte paranoia, dove si invita ad abbandonare ogni forma di comunicazione, evitare l’eye-contact, creando una forma di panico che giustifica l’esercizio punitivo e le decisioni forti.

Il video è un’integrazione che amplia in maniera ancora maggiore il significato della canzone: l’animatore Virpi Kettu ha affermato di come attraverso il video si cercasse di alimentare la consapevolezza verso la posizione della crisi dei rifugiati in Europa che unita all’odio per i musulmani porta al sentimento tipico della caccia alle streghe. La stessa cartolina ricevuta dai fan durante la campagna per l’album che recava la scritta “We know where you live” era un invito alla riflessione sul controllo di massa e il conseguente gioco di potere politico.

TRUE LOVE WAITS

“And true love waits
In haunted attics
And true love lives
On lollipops and crisps”

True love waits è il perfetto esempio di canzone che si adatta all’album, nonostante sia una vecchia conoscenza. Scartata sia da Kid A che da Amnesiac, qui si trova ed essere il respiro perfetto nel corpus del disco. È uno dei momenti più vivi della scrittura di Thom ed è stata inoltre, scritta ai tempi in cui aveva iniziato a frequentare la ex-moglie. Il testo evoca una fine nella relazione, che rimane sospesa. Pur di non farla lasciar andar via,l’autore è disposto a rivestire panni femminili, a lavare i piedi alla compagna (l’analogia cristiana nell’incontro tra la Maddalena e Gesù è fortissima) e ad abbandonare ciò che lo definisce come persona, i suoi valori e le sue certezze. La revisione del significato della canzone, che non cambia in nulla nel testo, c’è a livello musicale invece e ci porta a trarre delle conclusioni: il don’t leave finale, che veniva cantato in maniera trionfale nei live, nella versione in studio l’armonia rimane identica, a voler testimoniare la fine della storia e l’abbandono da parte di lei.

 

In definitiva, quanti avvenimenti tracciano un confine nella nostra vita? Quante volte la Luna influenza le nostre decisioni e le nostre maree? Ognuno di noi, di fronte a ciò ha un processo che lo porta a metabolizzare le proprie emozioni in maniera diversa. A Moon Shaped Pool è stato quello di Thom Yorke in primis e dei Radiohead in toto.

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