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George Best: nomen omen

George Best: nomen omen

Il secondo personaggio di questa rubrica non è da considerarsi esattamente un Underdog. Best non ha niente in meno agli altri, anzi. La sua fiamma, però, ha bruciato cosi ardentemente da essersi spenta in un attimo.

 

Tributo a George Best dei supporters del Manchester United, 10 anni dopo la morte.

 

É il 1961 quando al campo di allenamento del Manchester United, Matt Busby, l’allora allenatore della prima squadra, riceve un telegramma da tale Bob Bishop. Bishop, che è l’osservatore irlandese per il Manchester, sa quello che tutti sanno. Busby cerca un riscatto dopo la tragedia del 1958, dove per un incidente aereo durante la tourneè europea tutti i ragazzi della prima squadra, tranne due giocatori e lo stesso Busby, sono morti. Il telegramma è lapidario: “Credo di aver trovato un genio: sono sicuro che questo ragazzo ti farà vincere la Coppa dei Campioni”.

George Best è allora solo un quindicenne della zona protestante di Belfast, una città da sempre divisa e che, per quanto le guide Lonely Planet si sforzino di farla sembrare una città interessante, è una citta operaia e tra le capitali meno visitabili di questo continente.

Georgie, come lo chiamano tutti fin da quando a 12 mesi ha iniziato a palleggiare, è un ragazzo mingherlino. Non supera il metro e settanta, ma ha per sempre cambiato la storia del gioco.

Veloce, imprevedibile, geniale, inafferrabile. Si tratta, per molti, del primo giocatore realmente moderno della storia del calcio.

(George Best a 18 anni nella sua prima partita con lo United, 1964, da Pinterest)

 

Il 1965, è uno dei suoi anni migliori. È solo diciannovenne quando segna contro il Benfica una magnifica doppietta nei quarti di finale di ritorno di Coppa Campioni. Busby, forte della vittoria all’andata negli spogliatoi avvisa i giocatori di voler impostare una partita difensiva. Lo ascolteranno 10 titolari su 11. Ovviamente il numero 7, no. Segna subito il primo gol di testa. L’altro, è una giocata alla Maradona ante litteram. Best prende palla a centrocampo, gol.

E’ la partita che gli cambierà la vita. 

Le 2 pregevoli segntature, realizzate entrambe nel primo quarto d’ora di gioco, gli valgono il titolo di “Quinto Beatle”. Perché questo soprannome? È il 1965, e quattro ragazzi di Liverpool stanno cambiando anche loro, per sempre, la storia della musica. George aveva le stesse basette, gli stessi capelli lunghi e giocava come I Beatles: diverso, nuovo, come mai nessuno aveva visto prima. Tutto questo in un’Inghilterra che stava completamente resettando il suo way of living, staccandosi dal buio della Grande Guerra e rendendosi conto di poter cambiare le cose, per la prima volta si poteva iniziare davvero ad essere felici.

L’anno dopo è ormai la punta di diamante dei “Busby Boys”, ed è pronto per fare il grande salto.

La notorietà lo spinge ad una vita d’eccessi che non riesce ad gestire. Ha in particolare una predilezione per la bottiglia. C’è un enzima, la Gamma GT, che a seconda di quanto è alto, rivela problemi al fegato. In generale si può dire che più il fegato è danneggiato, più la gamma GT è elevata. Diventa critico quando supera gli 80: quello dell’irlandese, a un certo punto superava i 900. Best ha sempre vissuto con l’obiettivo di tenere alto il suo cognome, ed essere il migliore di tutti. Non andava via dal bar se non era quello che aveva bevuto di più, non era contento se non aveva nel suo letto la donna più bella di tutte. 

Gesù para, ma Best segna sul rimbalzo: la consacrazione

Best è l’incarnazione sportiva della beat generation: la “rottura” degli schemi classici, il vivere veloce, senza limiti. Oltre il massimo, in un volo di Icaro che ti trascina verso il baratro.

Sul rettangolo di gioco il leitmotiv era più o meno quello: imbastiva una gara col suo diretto marcatore, fino a che lo stesso non veniva umiliato da una serie di dribbling e contro dribbling al limite della strafottenza. Meglio fare un esempio: 1976, Irlanda del Nord-Olanda. E’ l’Olanda di Cruyff. Best è in pieno declino. A 5 minuti dall’inizio della partita, Best prende palla, salta un centrocampista ma non va verso la porta. Torna indietro perchè vuole il duello con Cruyff: finta di corpo, gli lascia passare la palla in mezzo alle gambe e poi calcia via il pallone. Cruyff si gira e Best gli dice una frase da showman assoluto: “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo”. Il segreto di Best sta tutto nelle anche, nell’utilizzo del corpo che disorienta totalmente il difensore. Era troppo più forte degli altri, e tutti lo perdonavano.

Ma è il 1968 l’anno d’oro della carriera di Georgie. È il miglior giocatore della First DIvision, pur non vincendo il titolo. Ma riesce a portare lo United sul tetto d’Europa grazie ad un 4-1 in finale col Benfica. La partita è tesissima. È il secondo tempo supplementare quando le squadre sono ancora saldamente in parità sul risultato di 1-1. 3 minuti dopo l’inizio dell’ultimo quarto d’ora di gioco, Best si trova davanti al portiere Jose Henrique, lo dribbla con una finta e, a porta sguarnita, insacca. È il punto più alto della carriera di George. Qualche mese dopo, a Parigi, France Football gli consegnerà un premio a coronamento della sua splendida annata: Best, a soli 22 anni, è Pallone d’Oro.

(George Best riceve il Pallone d’Oro all’Old Trafford. Da sinistra, Max Urbini, caporedattore di France Football, Bobby Charlton, George Best, Sir Matt Busby e Denis Law, da tumblr)

Il vero George Best finisce qui. Dei 15 anni successivi non vale la pena parlarne, non gli rendono onore. Busby si ritira dalla panchina dopo aver raggiunto il suo obiettivo. E lo seguono Denis Law e Bobby Charlton, i “Busby Boys” . Best non sarà mai più lo stesso, manca a molte più partite di quelle che gioca e per 15 anni gira il mondo alla ricerca di un equilibrio che non troverà mai.

Nel mezzo, un paio di Miss Mondo, fiumi di alcool, qualche rissa e tanto, tanto talento sprecato.

In fondo, però, George non sarebbe mai entrato nella leggenda se non avesse avuto una vita cosi sregolata e piena di eccessi. Disse in un’intervista: “Se fossi nato brutto, probabilmente non avreste mai sentito parlare di Pelé” . Se te ne esci così, non puoi non essere considerato uno dei più grandi aforisti della storia contemporanea.

Ha 59 anni quando muore per il suo fegato, spappolato dall’alcool. Chiama il News of the World, uno dei maggiori tabloid inglesi, ed esprime il suo ultimo desiderio: “Mettete in prima pagina una mia foto con su scritto “Don’t die like me”, è il mio ultimo monito prima di lasciarvi”. Per insegnarci, ancora una volta, che l’alcool non è la risposta.

 

Se mai doveste – non ve lo auguro – atterrare all’aeroporto di Belfast, alzate la testa. Vedrete il nome di George Best. Pensate a questa storia. La storia di un enorme talento risucchiato dalle sue stesse manie autodistruttive.

George è stato più di tutti la personalità che ha rappresentato l’Irlanda del Nord nello sport. E la gente del posto è solita uscirsene, parlando di lui, con questo motto:

“Maradona good, Pelé better… Georgie BEST!”

Giocano con la lingua della terra d’Albione, i nord-irlandesi, ma il senso è uno.

Best è un giocatore che non si è mai più rivisto, né prima né dopo.

(George Best con la maglia dell’Irlanda, via the Daily Mail)

Vincenzo Matarrese

Walter Somma

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 10: “The sad Game of life”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 10: “The sad Game of life”

From Aaron Mithcell/Charlton Amlie to Daniel Lloyd

Cupcake Town, 22/08/2103

Caro Daniel,

Permettimi di ringraziarti per aver sperimentato assieme a me questo meraviglioso labirinto che difficilmente avrei sperato di portare a termine. Ma vi sono stati tanti fattori decisivi alla riuscita di questa mia (spero definitiva) fuga. In primis, la tenacia che tu e Dustin Sharedown avete riposto in questo ‘difficile caso’. E permettimi inoltre di congratularmi con te per la scoperta ottenuta con invidiabile caparbietà. Sono convinto che avrai già capito tutto dal penultimo biglietto che ti ho recapitato. Certo, non è stato facile. Ho dovuto spesso fingere. A te, a Dustin, al dottor Waterloo. Ma come si sentirebbero queste persone se tu riferissi del reale andamento dei fatti?

Pensa al dottor Waterloo: cosa diavolo dovrebbe pensare quando scoprirà di ogni mio atto sessuale con la sua ‘assistente non più assistente’ Meredith Mellby? Ed ancora. Cosa potrebbe provare dinanzi ad una assistente che lo ha ingannato in ogni istante di quella prolifica collaborazione professionale? Io penso che ne soffrirebbe, venendo a conoscenza di questa storia del ‘paziente non paziente’. Capisci cosa intendo? Forse è il caso di consegnare a questa gente la verità che loro detengono. Lasciamo perdere dunque la verità reale. E’ la verità personale ciò di cui uno ha bisogno, in un secolo nel quale il soggettivismo, persino in ambito filosofico, è tutto.

Ma torniamo al punto, agli albori di questa fantomatica e teatrale macchinazione. Tutto è cominciato circa 21 anni fa, all’epoca della mia prima rottura con Cecily. Forse non ci crederai mai, ma quel giorno la mia clessidra s’è dissolta nella futilità e nell’amore per il rischio. Quando Cecily Burns decide di lasciarmi, la mia vita cambiò completamente. Ora so che invece ha totalmente divorato il mio spazio tempo, ormai disperso nel mio perenne dolore esistenziale.

Ho trascorso giorni, mesi e anni prima di ritrovare il suo pentimento, i suoi sentimenti e il suo amore per me. Ho continuato a percepirlo e tutto sembrava essere tornato come un tempo. Ma qualcosa si era ormai rotto e spero capirai. Un’altra dimensione temporale aveva danneggiato il corso degli eventi. Avevo barattato i miei fallimenti sentimentali con una confortante solitudine da ghostwriter, che mi permise a lungo di rifugiarmi in un confortevole nascondiglio divenuto arduo da abbandonare. Poi, il richiamo di Cecily risvegliò in me il senso della mia esistenza. Era così tornato quello spazio-tempo perduto.

Ma un ordine, che aggiunge improvvisamente un tassello al disordine, automaticamente diviene generatore di un irreversibile caos esistenziale. Così, un bel giorno, decisi che tale caos dovesse terminare. Ricordo benissimo le mie parole prima di quell’incidente: «Cecily, ti va di morire? E’ il nostro tempo».

E lo era. Avevamo fallito e dovevamo ammazzare il nostro amore. Lo schianto però non fu sufficiente ad eliminare la mia vita, limitandosi a cagionare la morte di Cecily. Mi sono sentito vuoto ma poi sono ripartito dopo essermi aperto con l’unica persona che mi abbia davvero capito: Meredith Mellby. Pensavo avrebbe chiamato subito la polizia, ma dovevo liberare il mio corpo da questa atrocità, sbarazzandomi del dolore di essere uomo. Invece mi sussurrò: «Dimentica Cecily, progetteremo nuove maschere nella recita più grande della nostra esistenza».

Al termine di quella confessione, Meredith Mellby mi lasciò in eredità un pensiero di James Dean: «Capire il completo significato della vita è compito dell’attore, interpretarla il suo problema, ed esprimerla la sua missione. Essere un attore è la cosa più solitaria al mondo. Sei completamente da solo con la tua concentrazione e con la tua immaginazione, e quello è tutto ciò che hai. Essere un buon attore non è facile. Essere un uomo è ancora più difficile. Voglio essere entrambi prima di morire».

Poi ho capito. Meredith era interessata ad afferrare con mano le ragioni del mio gesto, progettando un assurdo passaggio da una giocosa e sadica recita, seppur ben congegnata, ad un mio completo recupero di persona e di uomo. Ciò che avevo smesso di essere non per causa di Cecily, ma per una storia maledettamente controversa e desolatamente malata. Una storia che ho dovuto uccidere.

Siamo molto simili io e te, Daniel Lloyd. Non credere che questa tua onniscienza, questo tuo continuo ricorrere ad un perenne dietro le quinte, cancellerà tutto il tuo passato. Un passato che conosco e comprendo ancor più. Voglio che tu sappia che a Charlton Amlie non volevamo fare assolutamente nulla. Abbiamo semplicemente cercato un perfetto corrispondente anagrammatico, muovendo dai nomi dei pazienti presenti al Waterloo Studio’s. Abbiamo poi depistato totalmente le indagini modificando le cartelle di Amlie. Quell’uomo non ha mai conosciuto Cecily, né ha mai comprato un biglietto per la Spagna o frequentato l’Università alla Highboury di Lakewood. Abbiamo pilotato tutto, persino il trasferimento ordinato da Meredith per la riabilitazione di Amlie, facendovi credere in una latitanza del sospettato. Non lo avremmo comunque mai ucciso o lasciato marcire in galera. Naturalmente ho dovuto fingere anche sulla storia dei messaggi, camuffando la mia scrittura stessa e depositando quei messaggi nella mia stessa dimora, oltre a portare gli uomini di Richards nella dimora di Amlie.

Ma questa è solo parte della storia. Una storia che ti racconterò ancor più dettagliatamente dopo aver passato del tempo assieme a Meredith. Te ne racconteremo. Ora mi auguro, da scrittore a scrittore, che tu possa essere capace di lanciare il tuo primo vero grande libro. Essere giornalisti è arte nobile, ma non ti basterà economicamente. Tu scriverai questo libro perché hai una grande storia da raccontare. Ovviamente, ti raccomando di evitare gli ultimi particolari. Romanzare e recitare è tutto in questa breve ed effimera esistenza.

Ti lascio a una delle mie citazioni preferite, e questa volta Hemingway e Morrissey resteranno alla finestra. Ne ho scelta una da ‘Petrolio’. Immagino tu conosca l’autore. Non lo nominerò perché non sono un grande uomo mentre lui lo fu. Almeno da ciò che il nostro amore per la letteratura ha saputo tramandarci, spero tu possa capire che avrei voluto essere un grande uomo. Ma ormai, giunto alla soglia di un cinquantennio, non potrò mai più esserlo. Forse.

«Ci sono persone che non credono in niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale. La scoperta del “nulla” per essi, però, è una novità che implica altre cose: implica cioè non solo il proseguire dell’azione, dell’intervento, dell’operosità (intesi ora non più come doveri ma come atti gratuiti), ma anche la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco».

Con riconoscenza,

Sir Aaron Mithcell

E vennero i tempi  del congedo tra me e Aaron Mithcell, chissà se momentaneo o definitivo, culminato in una lettera dalle elevate qualità stilistiche sopraggiunte da notevoli richiami storico-letterari. Mi riproposi di replicare con modi e tempi adeguati. Avevo bisogno di rielaborare uno degli anni più terribili dei miei trascorsi a Cupcake Town. Una città ormai svuotata da qualsiasi forma di esplicazione sentimentale: rabbia, odio, ira, menzogna, ossessione, gelosia, tradimento, amicizia, lealtà, verità, amore. Non restava più niente, se non l’abbandono di una città che aveva già a sua volta abbandonato me stesso ormai da un pezzo.

In attesa di trovare le parole giuste per Aaron Mithcell, ebbi chiaramente a riflettere sul da farsi rispetto alla risoluzione del caso Burns. Ma c’era qualcosa in quell’uomo che sembrava ancora risplendere. Nonostante gli omicidi, le collaborazioni scomode, un tentato suicidio, l’amore per il depistaggio, la follia comportamentale tramite la degenerazione giustificatoria per mezzo dell’arte e della letteratura. Dovevo pertanto fermarmi un attimo. Poi ripartire e rielaborare. Volevo un romanzo sulla paura, ma mai come oggi resterò condannato ad averne ancor più dei miei potenziali lettori, indugiando negli abissi di una funesta ed incontrovertibile solitudine condita da una del tutto personale, ignobile e zelante viltà.

 

 

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 9: Aaron Mithcell

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 9: Aaron Mithcell

I legali di Charlton Amlie avevano fatto immediatamente crollare il castello probatorio montato dalla polizia di Cupcake. Non ci volle molto per convincere il giudice a scagionare l’accusato, dato che le uniche prove in mano erano legate alle foto ritrovate nell’appartamento di Amlie e al biglietto di viaggio in terra iberica che riportava la stessa data della morte di Cecily Burns. Si aggiunga anche la furbata dei piedipiatti di Cupcake, che riuscirono ad ottenere un arresto senza verificare la corrispondenza della calligrafia di Amlie all’interno dei biglietti. Bastò sostanzialmente riferire al giudice di quelle prove e del fatto che la diversità di scrittura fosse dovuta alla particolare caratteristica del sospettato: quella di essere ambidestro. Insomma, si trattò di un arresto basato più su ipotesi (o nel peggior dei casi illazioni) che su fatti concretamente accertati e realmente accaduti.

 

Mancavano di fatto: un movente limpido, l’arma del delitto e l’autopsia del corpo della Burns, assente a causa di una (ex) dittatura talmente severa e bizzarra da riportare i confini dell’accaduto di quella notte dalla Spagna all’Inghilterra. Agli spagnoli non fu di fatto consentita alcuna indagine, e non ci volle molto per giungere ad una dichiarazione di morte presunta constatata successivamente dal ritrovamento del corpo da parte degli uomini di Grammy Richards. E’ ciò che a volte definiscono “competenza territoriale investigativa”.

 

Troppi aspetti continuavano a collidere anche con la sola tesi dell’assassinio, senza considerare le risicate informazioni successive all’incidente tra Madrid e Santiago, di cui Aaron continuava sfortunatamente a non ricordare. Ed ebbi ormai a pensare che quella fosse la nostra ultima speranza: recuperare mentalmente i ricordi di quella sera, estrapolandoli allo stesso Aaron per risolvere il caso con equità. Del resto è questo il compito della nostra giustizia britannica. O almeno così dovrebbe insomma, qualcosa di simile.

 

Le indagini proseguirono piuttosto a rilento. La notizia della necessità di ritrovare un colpevole, o meglio il vero colpevole, gettò nello sconforto Wellington Street. Ora bisognava ricominciare tutto da zero:

 

  • Signor Mithcell, grazie per essere qui.
  • Cosa succede dottor Richards?
  • Purtroppo Charlton Amlie non risulta essere il colpevole. Le prove non si sono rivelate sufficienti.
  • Sta scherzando?
  • Purtroppo no
  • Cosa farete adesso?
  • O meglio, cosa non faremo. Il caso rischia di essere archiviato senza nuovo materiale probatorio. E’ un vicolo cieco signor Mithcell
  • Quindi non sarà fatta giustizia
  • O forse è stato effettivamente un incidente
  • E perché allora quel messaggio di cui mi avete detto prima di farmi venire qui?
  • Si riferisce a quello ricevuto dal signor Lloyd?
  • Stessa scrittura e stessa firma. Ma Charlton Amlie era in carcere quando il messaggio è giunto a destinazione
  • Controllate la calligrafia allora.
  • Lo avevamo già fatto. Non corrispondeva a quella dei messaggi anonimi. Abbiamo barato con quella storia dell’ambidestro, lei questo lo sa. Le prove che avevamo però ci sembravano congrue alla detenzione di Amlie

 

 

Fummo io e Sharedown ad accompagnare Aaron a Wellington Street. La notizia della non colpevolezza di Charlton Amlie fu il preludio all’atteggiamento ormai rassegnato e disilluso di Aaron, nuovamente richiamato all’infelicità del passato e ai dolori del presente. Non c’era evidentemente nulla da fare. C’era qualcosa di maledetto forse nella sua persona, o in quella di Cecily, o nella indecifrabile Cupcake Town.

 

Nonostante l’oggettivo dispiacere per la vicenda che continuava a coinvolgerlo, vidi di nascosto Charlton Amlie, senza comunicarlo ad Aaron Mithcell. Non me la sentivo di infliggere un ulteriore dolore ed ignorai anche la sola possibilità di proferirne parola. Mi diressi a Whaligia in tram, anche per non destare problematici sospetti. Ero intenzionato a chiudere i conti con la verità.

La frase che più mi aveva colpito di Charlton Amlie, più che altro perché pronunciata in maniera sostenuta, era la seguente: «Come puoi rendere criminale un uomo sprovvisto di fedina penale?» Non potevo che condividere tale affermazione, ragion per cui restai molto dispiaciuto del breve ma non piacevole calvario trascorso dal signor Amlie. I suoi consigli furono peraltro piuttosto preziosi. Doveva detenere una saggezza invidiabile quell’uomo, dotato forse di un fiuto investigativo che non avevamo avuto, sottovalutando una soluzione che avevamo tra le mani.

 

Amlie ebbe ragione: bisognava guardare il significato dei vari biglietti ricevuti, facendo particolare riferimento a quello che ci sembrò essere il messaggio finale dell’inarrivabile killer. Nonostante la stanchezza causata dalla giornata forse più intensa della mia vita, riuscii a comprendere che se la risposta doveva essere nelle lettere avevamo sbagliato dal principio. Analizzai con estrema attenzione l’ultimo messaggio:

 

  • Charlton Amlie is nobody. The Answer is in the letters

 

Un sussulto coinvolse ogni parte del mio corpo, raggrinzito da una scoperta macabra e che cominciò a causarmi del tremore piuttosto sostenuto ai miei arti inferiori. La risposta era nelle lettere del nome di Charlton Amlie. Il suo anagramma era Aaron Mithcell. Capii, mai come allora, che questo mondo non è affatto povero di risposte ma che esse risultano poi essere costantemente annullate da domande futili ma al tempo stesso cruciali, poiché capaci di aiutare ad ignorare verità che mai avremmo voluto scoprire. Non vi era alcuna congiura o complotto all’orizzonte di una Cupcake Town piovosa e così assente, assorta nei ricordi di tempi ormai non più raggiungibili. La pioggia continuò ininterrottamente a rimbalzare attorno alle finestre dei suoi abitanti, con la consapevolezza che ognuno di loro avrebbe ormai perduto qualcosa per sempre.

 

C   H   A   R  L  T  O  N   A  M  L   I  E

IS

A   A   R  O  N  M  I   T   H  C   E   L  L

 

A.M

 

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

Quando si guarda a “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello non si possono non rimembrare le componenti storiche e personali che accompagnarono l’autore alla composizione madre della propria opera. Era il 1904 ed in pochi mesi si destava la creatura più conosciuta dello scrittore siciliano, nonché la più esaltata ed al tempo stesso “redarguita” dalla critica letteraria di quel tempo.

Non si trattò peraltro di critiche alle quali l’autore restò indifferente: basti pensare alla edizione del 1921, contenente a partire da quel momento una appendice polemica (al termine dell’opera) rivolta alla stessa critica, riassumibile nel concetto di “maschera nuda”:

“Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia, se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda”. 

La polemica mossa dalla critica a Pirandello, si riassumeva essenzialmente nel concetto di inverosimiglianza del personaggio pirandelliano, poiché avulso dalla realtà circostante e dall’accadimento quotidiano. Si tratta di una critica tuttavia distorta, che tradisce l’essenza stessa della vita, insita nella presenza dello straordinario, dell’imprevisto e della beffa più atroce e pertanto non calcolabile. Ne è consapevole lo stesso autore, che giustificherà in questo modo la presenza di un inverosimile in realtà ampiamente verosimile:

“Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità”.

Una simil premessa ci consente di ricostruire non solo la visione pirandelliana dei personaggi (illimitati) “interpretati” dallo stesso Pirandello, poiché in opere come “Il Fu Mattia Pascal” vi è scissione tra autore e narratore, ma anche di giungere a riaffiorare la struttura dell’opera stessa. Ne “Il Fu Mattia Pascal”, si diceva,  il narratore (Pascal-Meis) non garantisce e non può garantire affidabilità sul racconto degli eventi, data anche la stessa inverosimiglianza contestata allo stesso Pirandello.

Non è un caso come la narrazione si apra con l’affermazione di una certezza, ricostruita dopo la cancellazione dell’Io Mattia Pascal: «Io mi chiamo Mattia Pascal.. e ti par poco?» – quasi a presagire un beffardo (in)successo finale, annullato dall’eterna lotta tra la maschera e la vita, presente nel successivo “Uno Nessuno e Centomila” ed ancor più nella rilevantissima ed illustre veste teatrale. Il tutto riassunto a sua volta ne “L’Umorismo”, saggio simbolo della visione dell’esistenza pirandelliana.

Mattia Pascal è, come il Vitangelo Moscarda dell’ “Uno, nessuno e Centomila”, un forestiero di vita, pertanto sprovvisto di un passato, di una identità, ed ancor più di una collocazione sociale. Con una sostanziale diversità nei fatti che si susseguono: se il Moscarda risulta infatti intento alla dimostrazione dell’impossibilità di pervenire ad un oggettivistico realismo, scisso nelle personali versioni delle verità dell’uomo, il Pascal è invece inghiottito da un evento inaspettato ed improbabile: la sua morte ed il suo suicidio.

La notizia del suicidio non suicidio, generata dal riconoscimento di un cadavere altrui ad opera della tanto amata-odiata moglie Romilda e dell’intransigente vedova Pescatore, tempesterà di pensieri il protagonista, tanto da portarlo immediatamente ed umanamente ad ammettere le proprie difficoltà dinanzi alla verosimile assurdità subita:

“Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo”.

Le letture dei giornali che riportano la notizia del suicidio di Miragno, scandiscono i pensieri e le titubanze del Mattia Pascal, chiamato a ricostruire una (nuova) vita dopo la morte. Una morte sociale, decretata dalla collettività ed ancor più evidente nei passaggi finali dell’opera. Non sarà una morte qualunque, poiché idonea ad assalire ed incrementare la rassegnazione del ‘nuovo’ Mattia Pascal, risorto personalmente ma dimenticato da una collettività che ne ha da tempo accettato il fittizio suicidio.

La componente umoristica e paradossale del pirandellismo raggiunge l’apice con il (definitivo) passaggio da Adriano Meis a Mattia Pascal, spogliato successivamente della propria relazione coniugale a seguito del matrimonio tra la sua Romilda ed il fido compare Pomino, dal quale è peraltro generata una piccola creatura.

Nella precedente necessità di creare una nuova identità, confluita poi nella scelta di chiamarsi Adriano Meis («E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis»), emerge gravemente l’impossibilità di sfuggire a ciò che l’uomo effettivamente è, poiché la maschera tende all’effimera ineffabilità di eventi incontrollabili e drammaticamente superiori alla gestione umana. Il risultato è lo sprofondo, o meglio il ritorno a quel  punto non cancellabile, lesto a presentare un severissimo conto da pagare, ricordando l’ingombrante presenza di un oggettivo destino da rispettare.

La rinascita di Mattia Pascal non può così che passare dalle diatribe di Adriano Meis, subite senza possibilità di reazione data la propria inesistenza sociale in quanto fittizia:

“Riassumendo”:

  1. a) Figlio unico di Paolo Meis; – b) nato in America nell’Argentina, senz’altra designazione; – c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); d) senza memoria né quasi; – e) cresciuto col nonno

L’alienazione dalla realtà lascia dunque spazio ad un elogio della quotidianità, mosso dalla precarietà della maschera, e da una libertà non libera e ben presto annientata dagli eventi e dal timore del sospetto altrui circa la veridicità della maschera stessa. Perché il personaggio del Meis non è realtà ma finzione senza contenuto materiale, dotato di libertà solo passeggera e desolatamente fugace.

Le inquietudini e gli insuccessi di Meis, oltre all’impossibilità di concretizzare l’amore per Adriana durante i due anni di esperienza romana post-Mattia Pascal, si incateneranno nel binario unico della morte e della rassegnazione, culminato in un obbligato binomio tra delusione e rappresentazione della solitudine umana. Una alienazione totale e non solo corporea, la cui perdita di identità è ben presto trasformata da ricerca della libertà a sfrenato tentativo di ottenere una nuova esistenza elusiva, tesa alla (solo in parte riuscita) cancellazione della figura di Mattia Pascal.

L’illusione dell’equilibrio ritrovato, dell’ilare redenzione dello spirito, e del ritorno «alla prima giovinezza», capace di rasserenare «il veleno dell’esperienza», lascerà ben presto il posto agli avvenimenti subiti dal Mattia Pascal in quanto Adriano Meis, pertanto non denunciabili da un forestiero di vita decurtato di reale identità. E’ il preludio al ritorno del fu Mattia Pascal, nonostante l’accettazione ed il compromesso, il lasciar alle spalle il secondo matrimonio di Romilda, senza ricorrere alla legge e alla possibilità di tornare ad un passato prima ripudiato e poi ansiosamente rincorso. E ci si ritrova pirandellianamente coinvolti: soli, senza casa, senza meta. Consapevoli dell’incompiutezza umana dinanzi all’affascinante ma infernale richiamo della maschera.

L’ansiosa rabbia, o la rabbia ansiosa, richiamata da Mattia Pascal, giace a seguito di una antitesi insistita, eppur umoristica, tra la doppia morte e la doppia resurrezione, in un provvisorio limbo di duplice morte, «una parentesi di due, di tre giorni e forse più»: morto a Miragno come Pascal, a Roma come Meis. Dinanzi ad un fallimento colossale, non resterà che riscoprirsi se stessi: «Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? Eh, caro mio… Io sono il Fu Mattia Pascal».

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 8: “Charlton Amlie is nobody”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 8: “Charlton Amlie is nobody”

E vidi così il ritorno della violenza a Cupcake. Quella vera. Quella che non riesci nemmeno a descrivere se non ne sei spettatore o protagonista. Non riuscivo a capire cosa passasse per la testa di Aaron Mithcell alla vista di Charlton Amlie. Certo, avevano ritrovato le foto di Cecily, gli scatti della ‘honeymoon’ spagnola in sua compagnia, i relitti universitari. Ma bastava tutto questo per decretare la colpevolezza di un personaggio così simile a lui?

 

Avrei voluto sin da subito colloquiare con Charlton Amlie. Purtroppo non ne avevo né la precedenza né a quanto pare il diritto. Nel ventiduesimo secolo, l’era ed il cosiddetto pacchetto dei diritti sociali risultarono evaporati su una nuvola di tirannico ‘neoneoliberismo’. Siamo diventati miseri oggetti senza contenenti né contenuti. E’ quanto spero possiate capire dall’esempio di tale indagine, condotta senza alcuno scrupolo e senza la minima possibilità di contraddittorio. Wellington Street si cosparse così di violenza e silenzi polizieschi. Mentre il commissario Richards “consegnava” Charlton Amlie “per fare un favore ad un amico”, ovvero Dustin Sharedown, la centrale di polizia s’era improvvisamente svuotata con un quasi beffardo e profetico tocco di lussuria ed irresponsabilità civile.

 

Riuscii a scorgere solo una parte del pestaggio perpetrato nei confronti del colpevole. Un uomo distrutto, i cui diritti erano già stati sottratti dalla mancanza di voglia di vivere, vedeva perderli inequivocabilmente in questa totale sospensione democratica che fatico ancora oggi ad accettare. Chissà se durante le botte subite Amlie non stesse pensando ad una vita spesa male, decurtata di obiettivi ed aspettative, oltre che di speranze.

 

C’era qualcosa di sbagliato in tutta questa storia. Vendette private, personaggi squallidi improvvisamente divenuti eroici in nome di una causa collettiva, scrittori divenuti picchiatori, bigliettini che riconducevano sempre alla stessa pista. Una sola, additata in un battibaleno come risolutoria. Per la gioia di Richards, il suo rude vice Crawford, Sharedown e tutta la combriccola, Meredith Mellby compresa. Mi chiedevo se dietro tutto questo non vi fosse persino la falsa antitesi tra il vecchio dittatore Timothy Mellby e lo scrittore più famoso d’oltremanica.

 

Ma era tempo di smettere di dare adito a teorie alternative che di fatto non avevo. In fondo non avevo interesse alla colpevolezza o meno di Charlton Amlie, questo dovevo ammetterlo. Ormai avevo una storia in mano, che poteva raccontare la paura ma che purtroppo non escludeva il sangue. Era questo il mio rammarico principale. Quella vendetta non s’aveva fare ed invece ne fui spettatore inerte, come gli esseri umani ai tempi delle apparenze web, del bullismo e di tutte le altre cazzate che non fanno altro che spegnere i benevoli entusiasmi di una desiderata esistenza dai tratti limpidi e voluminosi.

 

Un messaggio telefonico interruppe le mie riflessioni e la bozza del primo capitolo di quello che sarebbe stato il mio nuovo libro. Dalla segreteria mi giungeva un invito liberatorio di Dustin Sharedown:

 

  • Mi senti? Lo so che sei in casa. Sono Dustin. Ma dove diavolo sei finito? Coraggio è tempo di festeggiare amico. Dobbiamo salutare Aaron. Visto che deve andare via mi sembrava giusto che tu facessi parte di questo saluto.

 

Ed allora presi in mano il mio apparecchio telefonico:

 

  • Scusa, come sarebbe a dire Aaron parte?
  • Maddai Lloyd svegliati! Ne avevamo già parlato! Aaron aveva promesso a Meredith che avrebbero lasciato questo posto maledetto ed archiviato la storia di Cecily. Capisci? Sono liberi. Siamo liberi

 

Effettivamente Sharedown aveva ragione. Aaron aveva già abbozzato un discorso ai suoi nuovi amici, me compreso, circa la volontà di girarsi e portarsi dall’altra parte del mondo. Non aveva scelto una meta, non ne aveva interesse. Voleva solo ricominciare e dio se in fondo non avesse ragione. Questa storia, per quanto non trasportata all’eternità temporale sotto il profilo investigativo, aveva stremato un po’ tutti gli attori protagonisti.

 

Ritrovammo così Aaron e Meredith, entusiasti dei loro nuovi progetti. Progetto era un termine che mai avevo utilizzato nella mia vita, oltre ad odiarlo dal punto di vista pratico. Dovetti accelerare ed intensificare la mia bevuta per poter mandare giù tutto questo incantevole “racconto di progetti”:

 

«Andremo in Italia finalmente. Venezia. Ci pensate? Una delle città più affascinanti al mondo». «Sul serio? Non ci sono mai stato» – replicò Sharedown con un’aria mista a curiosità e menefreghismo. L’interesse doveva forse essere dovuto all’enorme quantitativo di birra e whiskey che venne a destreggiarsi tra le nostre voglie alcolico-distensive. Restammo al Westside praticamente per tre ore, prima dell’estrema unzione nei riguardi di Aaron Mithcell, da scrittore a scrittore:

 

  • Ora hai la tua storia. E’ stato fantastico conoscerti Daniel
  • Anche a me ha fatto molto bene conoscerti. Aiutarti soprattutto
  • Ringrazia il tuo gangster da parte mia.
  • Oh, non ha più molta importanza ormai. Il caso è chiuso
  • Già.
  • Ma dove andrai?
  • In Italia te l’ho detto
  • Ma per sempre?
  • Non so. Chi lo sa. Voglio essere felice con Meredith
  • Farai un altro bestseller?
  • No Daniel, l’ho mollata questa storia della scrittura
  • Ma è per ‘Last Night I Dreamt’ eccetera eccetera?
  • Quella cagata è piaciuta a tutti
  • A me no Aaron. Ci tenevo a dirtelo, da buon amico
  • Oh, lo sei credimi. Au revoir
  • Aaron
  • Sì Daniel?
  • Un’ultima cosa.
  • Certo
  • Non ti manca Cecily?
  • Notte e giorno. Stammi bene

 

Non doveva essere passato nemmeno un’ora dall’addio di Aaron, quando ebbi modo di ricevere una delle telefonate più inaspettate della mia vita. Mi giunse una telefonata dal direttore del carcere Whaligia di Cupcake Town:

 

  • Signor Daniel Lloyd?
  • Sì, chi parla
  • Mi chiamo Bryan Erwan. Sono il direttore del Whaligia
  • Mi dica.
  • Il signor Amlie vuole parlarle. Charlton Amlie.
  • Non era in isolamento?
  • Ascolti, ci sono delle novità. Non spetta a me parlarne. A ogni modo Amlie uscirà dal carcere tra oggi e domani
  • Me lo passi

 

Fui raggelato dalla voce impaurita di Charlton Amlie. Forse la sua parziale o presunta follia mentale contribuiva ad aggravare il tono della conversazione ma quell’uomo non riusciva proprio a smettere di parlare. Cominciò a riferirmi di essere un capo espiatorio. Di non c’entrare nulla con l’omicidio della Burns. Di ritenere possibile una costruzione ad hoc probatoria, tesa alla cattura dell’uomo sbagliato. Esitai, ma poi decisi. Il giorno successivo avrei incontrato il signor Amlie, non prima di tornare a casa e ritrovare un nuovo messaggio in codice:

 

 Charlton Amlie is nobody. The Answer is in the letters.                                                     

                 C.A

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