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Sulla questione migranti in Italia giungono svariate notizie di sindaci sul piede di guerra, rispetto ad una obiettiva emergenza che non accenna a placarsi. E’ l’ennesimo segnale che questo Paese da solo non può farcela, in una situazione che nessun paese Ue riuscirebbe ad affrontare senza altrui voci (vedi aiuti) comunitarie. Pur con questa consapevolezza, l’Europa continua a nascondersi dietro irrisori elogi al Belpaese e improbabili distinzioni tra richiedenti asilo e migranti economici. Il risultato è un ripetuto collasso istituzionale, frutto di un pressappochismo e menefreghismo generale che allontana ed impallidisce il sogno europeo. Ma all’Europa va bene così.

Il vertice di Tallinn ed il G20 di Amburgo hanno del resto confermato come il tema non rivesta priorità. Si pensi che, in Parlamento europeo, i membri presenti alla discussione ‘migranti’ del 4 luglio erano “una trentina” su 751. Un risultato disastroso ed indegno per chi si professa collettività, ed invece al giorno d’oggi altro non può che definirsi mera aggregazione di Stati a sé stanti, senza un minimo interesse alla revisione di Trattati non in linea con l’attualità di problematiche sempre più in espansione e che richiedono pertanto risposte globali.

Il punto d’arrivo del disastro è la debolezza del nostro attuale esecutivo, sempre più a rischio nella (in parte) correlata situazione politica che vede in Parlamento nazionale la difficile partita dello Ius Soli. Nell’isolazionismo della maggioranza e di un Pd esautorato dalla solitudine renzista, le speranze di vedere una Italia forte in Europa sono ridotte al lumicino.

I proclami in vista delle prossime elezioni politiche sono intanto cominciati. Tutti concordi ormai nel ritenere necessario un ripensamento dell’Unione Europea (ne parla oggi a ‘Il Mattino’ anche Silvio Berlusconi). Ma per dare voce ad un ripensamento serve innanzitutto un programma da presentare agli elettori, che non si limiti all’an ma manifesti pubblicamente un come ed un quantum. A questo programma deve poi accompagnarsi un’altra triste consapevolezza, che andrebbe risolta con un intervento su una legge elettorale che spiani la strada alla cosiddetta governabilità.

Come si vincono le elezioni con un proporzionale in un sistema tripolare e con il partito dell’astensione maggioranza del Paese? Sarebbe bene chiedersi soprattutto questo. Per essere forti in Europa, bisognerebbe mettere qualcuno nelle condizioni di vincere. Peccato che questo, alla politica italiana, non interessi affatto. Il proporzionale innesca difatti la madre delle ragioni della resa dei partiti: munirsi di un pezzo di torta, dato che nessuno potrebbe mangiarla tutta.

Mangiarla tutta poi, è rischio di ingordigia e future sconfitte: essere all’opposizione è infatti notoriamente più comodo e facilmente suscettibile di consenso. Perché il punto è sempre quello di partenza: attaccare chi governa, senza necessità di svelare controproposte. L’ideologia, rispetto alla quale i discorsi sul proprio presunto funerale si sprecano, tende ad una inesorabile dissoluzione non a causa del presunto vecchiume, ma di nuovi atteggiamenti ormai consolidatisi e divenuti prassi. Nascondersi, insomma, è molto semplice, ed è rappresentativo di una ideologia ‘moderna’ e (dis)funzionante. In politica pare addirittura portare i suoi frutti.

Author: Cosimo Cataleta

E’ laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano. Collabora con le testate web Infooggi e Retro. Grande appassionato di musica, letteratura e politica estera.

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