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Cara Cecily,

Saranno passati ormai cinque anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati. E’ incredibilmente desolante constatare questo drammatico cambiamento e la tua sparizione. Ho trascorso mesi e giorni nel tormento di una speranza e di un sogno destinato a svanire. Ricordi sbiaditi come le nostre facce nelle vacanze invernali trascorse nei rispettivi paesi d’origine. Ce ne siamo andati, lentamente. Non ora. Il nostro destino è stato deciso sedici anni fa, quando ad andartene per prima fosti tu. Ho sempre sognato di riportarti nel luogo dove tutto cominciò man mano a dissolversi. Niente prati e niente spiagge: solo i nostri impietriti e spaventati corpi. Intimoriti dalla nostra stessa tresca.

 

Abbiamo creduto di porre rimedio alla nostra inerzia, alle stupidità e al nostro non detto. Oggi, provo ad osservarti ed immaginarti da questa surreale stanza nella quale il dottor Waterloo sperimenta chissà quali cure su di me. Niente di cui voglia parlare, nulla di cui voglia sapere: sono sicuro che anche lui è una brava persona ed un bravo medico. Lo dicevi sempre tu e quindi credo possano essere fugati i miei ultimi dubbi. Lo vedo alla mattina, tre volte a settimana nel suo originario studio a Cupcake. La mia vita si è conclusa quando ho dovuto farvi ritorno. Una vita a correre e fuggire per poi restare in uno stanzone per strizzacervelli. In attesa del tuo rientro o della mia morte.

 

Dagli psicoanalisti paghi molto per la qualità dei divani, non certo per i loro vani tentativi di renderci persone migliori. Chi può infatti detenere o arrogarsi un simile potere? Chi può decidere tutto questo su di me? I medici dicono che continuavamo a sorridere ad occhi chiusi dopo il nostro incidente. L’auto brutalmente piombata su un fottuto tronco, ma noi sorridevamo. Ci piaceva da piccoli: osservarsi rapidamente e vegliare sul sorriso dei nostri sguardi. Ci piaceva e ci bastava. Mi piace pensare che abbiamo solo deciso di accontentarci e di rifiutare il ticket dell’eternità. Non avrei mai sopportato la nostra agonia, la caduta indicativa di una magia che avrebbe totalmente annullato le positività di una storia che ha cambiato per sempre le nostre vite. Non so dove tu sia finita, ma non me ne sto disperando. So che possiamo ancora farcela. E scoprirò dove ti trovi.

 

Non mi abbandonare.

 

Aaron

 

P.S: Ho cominciato a scrivere il nostro romanzo. A differenza degli altri scrittori ho già cominciato dal titolo. Lo intitolerò “La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava”. Mi ricorda di te.

 

  • Aaron, per te questa ragazza è suggestione o monotonia?

  • Non potrei che considerarla suggestione. Capisce, lei non parla, guarda e sorride giusto? E’ come un viaggio nel suo mondo diviso in piccole parti. Come quando gli anni passano. Lei si esprime con calma, con quella fermezza di chi promette implicitamente che racconterà il finale di questa storia. E’ un semaforo acceso e spento allo stesso modo. Comincerà a raccontarne solo un pezzo. Ma attenderà il corso degli eventi prima di scrivere la propria apoteosi. E’ una lunga e perenne scoperta tra amore e sofferenza.

  • E vorresti dire qualcos’altro?

  • Non ci sono domande. Lei è suggestione ma anche monotonia. E’ lo specchio di quei pezzi raccontati, che invadono e susseguono gli andamenti della realtà. Era forse sempre stata lì, dico bene? Tra gli stessi eccessi e le stesse difficoltà di concezione del tempo? Qualcuno mi dica dove sono.

  • Un giorno sarai dove devi essere. Al tuo posto, scopriremo dove. Ora non andare. Piuttosto: questo è inganno o menzogna?

  • Per quale motivo dottore?

  • E’ come se questa ragazza non fosse mai con te. Non hai percezioni di isolamento? Non temi il finale a tuo sfavore?

  • Perché lei non ha compreso. Non finirà, mi creda. Vediamoci lunedì al solito posto dottor Waterloo.

 

A Cupcake Town era diventato parecchio raro, nonostante gli sgoccioli di un secolo fallimentare sotto una svariata fetta di punti di vista, ritrovare gente pronta a scommettere su quella funesta e disastrata città. In molti tuttavia non conoscevano e non conobbero la drammatica conclusione di Aaron Mithcell e Cecily Burns. Quello che avrebbe dovuto rappresentare l’arrivederci al fascino iberico, si tramutò in una tragedia al vaglio di inquirenti ed anche di chi scrive. Che cosa era successo esattamente quella notte? Cosa aveva riservato il regime di Mellby? Non poteva certo saperlo Aaron, poiché l’incidente d’auto tra Madrid e Santiago, prima di procedere alla volta dell’America, gli provocò la perdita della memoria. Non riusciva a ricordare il volto di Cecily né gli ultimi sguardi prima dell’impatto fatale e della presunta morte della propria amata, dichiarata deceduta nello stesso momento in cui il talentuoso ghostwriter lottava tra la vita e la morte.

 

 

In tempi di regime, constatare ed accettare una dichiarazione di morte presunta è alquanto ottimistico. Gli inquirenti bollarono immediatamente il caso come semplice incidente d’auto peraltro senza nessun altra auto coinvolta. Mi occupai a lungo della vicenda, nel tentativo di ricercare la verità sfuggita alla mente di Aaron. Era forse tempo di aiutare quel sempre sfortunato uomo a ritrovare la donna dai neri e lunghi capelli tanto sognati ed adorati. Ma naturalmente non tutto era così semplice in assenza di Dustin Sharedown, la pettegola di Cupcake. Come avrebbe, persino lui, potuto conoscere i dettagli di una vicenda avvenuta in territorio spagnolo? Adoravo riconoscere invece un finale del tutto eccentrico, tra un percorso stradale capace di ripercorrere l’esperienza iberica di Hemingway e l’ennesimo riascolto del Morrissey più ispirato, quello di The Queen Is Dead.

 

 

Una mattina mi svegliai e cambiai atteggiamento. Volevo scrivere qualcosa di più bellico, di autentico. Desideravo inseguire faide poi dissoltesi abbastanza immediatamente come quella tra i Mellby e i Mithcell. Auspicavo la stesura di un racconto di sangue, finendo invece ad assaporare la rassegnazione degli esseri umani nei riguardi di un regime che aveva totalmente estraniato la figura e il concetto di cittadino. Decisi di intervenire e di interrogare, sebbene non adorassi assumere atteggiamenti intimidatori o ancor peggio accomodanti. Chiedevo di Aaron e Cecily ininterrottamente, senza ottenere successi o novità. Trascorsi immerso in questi effimeri tentativi il 31 dicembre. Prima di svegliarmi in un bar, totalmente confuso e con un insano senso di isteria dovuto forse ad un fortissimo mal di testa. Quasi un omaggio alle amnesie di Aaron. Ritrovai dinanzi a me un biglietto firmato Dustin Sharedown:

 

  • Meet me tomorrow. 6 o’clock. Be careful.

 

 

Rimasi profondamente sorpreso del ritrovamento di una pista dopo non averne avuta una per cinque anni. Persino Mellby e la dittatura erano un lontano ricordo, ma lo era anche l’ormai disperso senso di fiducia tra la gente che mi impedì psicologicamente di incontrare persino Sharedown. Ebbi invece pienamente conoscenza del romanzo di Aaron Mithcell e delle sue visite dal dottor Waterloo. Ne parlai con la sua assistente, Meredith Mellby. La sorella del dittatore mi aveva garantito dei miglioramenti e della possibile guarigione di Aaron. Ma resta un mondo complesso e non riesco più a credere a nessuno. Questo è un mondo deludente.

 

E’ 1 gennaio del 2100, qui a Cupcake Town. Alcuni provano ancora a festeggiare, come da tradizione consumistica pitturata da abbuffate alimentari e costosissimi regali. Altri trascorrono questo giorno nel ricordo di tempi desolatamente consumati o comunque migliori. Ma nulla da temere: il primo dell’anno è solo un giorno più banale di altri.

 

Author: Cosimo Cataleta

Esemplare problematico, prevista laurea a gennaio in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, ma resta comunque incazzato. Collaborava giornalisticamente prima di capire che il giornalismo giovanile è morto. Ultimamente simpatico aiutante nella raccolta fondi per le Ong. Ama tutto ciò che gli altri odiano: la politica, Prodi, Veltroni, il caffè senza zucchero, le ragazze con i capelli rossi e i capelli corti, i cellulari rotti, i racconti di Calvino e tanto altro

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