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La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

Il lettore più in là con l’età (ma non per forza) ricorda quanto si sia dovuto penare sui versi di qualche celebre poesia del Manzoni, quanta fatica nel ricordare gli endecasillabi del Sabato del villaggio, mentre ai più “sfortunati” potrebbero essere capitati i canti della Divina Commedia da imparare a memoria. Infatti, la poesia nelle scuole italiane, durante gli anni di scuola obbligatoria, non si apprezza mai fino in fondo, la si studia come se fosse un dovere. Sono pochi i docenti a cui va riconosciuto il merito di trasmettere il grande valore di questa forma di letteratura che pian piano diventa obsoleta, e che nel contemporaneo a volte non ha la forza di esprimersi fra il grande pubblico. La letteratura classica poi è caduta nell’oblio, non per una questione di gradimento, ma per il fatto che viene studiata e non letta, vista e non guardata. C’è poi chi ha addirittura proclamato la morte della poesia.

La parola “lirica” richiama la prassi greca di proclamare i versi di questo genere poetico accompagnati da strumenti a corda come appunto la lira. Questo è solo il primo esempio di quanto il mondo della musica e quello della poesia siano in realtà strettamente connessi. L’esempio più recente arriva invece da Stoccolma, per altre ragioni, ma può sempre essere considerato come un aver sancito l’interconnessione tra questi due mondi rendendolo noto ai più. Si parla ovviamente del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan lo scorso anno.

Può capitare inoltre che, inaspettatamente, dietro una melodia canticchiata a caso, può nascondersi un verso o un’intera poesia. Uno fra i tanti che hanno messo poesie in musica è lo stesso Bob Dylan che, per esempio, in A hard rain’s day A-gonna fall si ispira liberamente Lord Randal, ballata tradizionale scozzese del XIII secolo. Molti interpreti la collegano ad una ballata italiana cantata anche da Angelo Branduardi, L’avvelenato. Si tratta di un dialogo tra un uomo e una donna che l’ha ferito. Bob Dylan ne fa una canzone contro la guerra, ai tempi della crisi dei missili a Cuba nel 1962, mentre c’è anche chi legge in questa canzone significati biblici e cabalistici. Pare che Dylan l’avesse prima scritta in forma di poesia decidendo poi di metterla in musica, producendo così con questo rimaneggiamento una canzone che passerà alla storia.

Leonard Cohen, che poeta lo è anche stato, in Take this waltz interpreta meravigliosamente una poesia di Federico García Lorca, ovvero Piccolo valzer viennese, e mette insieme i versi realizzando qualcosa di divino a metà fra un quadro e un romanzo breve, in cui musica e poesia si fondono in quel modo unico di cui solo Cohen può essere artefice. Nella poesia si racconta di una donna che chi narra sta inseguendo,il tutto ricreando un po’ un’ atmosfera da club parigino, pur essendo la vicenda ambientata a Vienna. Non si può che ringraziare Cohen per aver conferito ancor più splendore ad una poesia già bella, che altrimenti sarebbe rimasta in un libro polveroso, magari nelle nostre librerie, magari senza che mai ce ne accorgessimo. Cohen compone un vero e proprio valzer e in un attimo ci si ritrova a immaginarsi volteggiare nella sala di un qualche palazzo imperiale.

Ovviamente in questa carrellata di poesie-canzoni non poteva mancare Fabrizio De Andrè che diverse volte ha musicato versi. Interessante è il retroscena del ritrovamento de’ Le passanti, anche questa ispirata ad una poesia, anche se di un poeta minore. Il testo è di tale Antoine Pol che combatté nella “Grande guerra” come capitano di artiglieria e poi divenne presidente del sindacato degli importatori di carbone francesi. Pol aveva, segretamente, la passione della poesia. Nella primavera del 1943, un ragazzo di 23 anni che trainava la sua vita nella Parigi occupata dai nazisti scovò un suo libro su una bancarella della Porte de Vanves. Il resto è storia nota agli ascoltatori. In realtà questa è la storia del prestito di un prestito, perchè primo a musicarla fu il cantautore francese George Brassens e De Andrè la tradusse e reinterpretò come è noto ai più.

Certo, per i cantautori è molto più facile oltrepassare il guado, prendere un testo e musicarlo, resta però il fatto che far rivivere opere come queste è un atto di estrema importanza dal punto di vista della divulgazione e della diffusione. L’intento è allora quello di mettere a disposizione di tutti un sapere che altrimenti, ancora oggi, rimarrebbe elitario. Tra gli artisti emergenti l’ha capito Ettore Giuradei che mette in musica una poesia di Pasolini, che porta il nome dello stesso poeta, dedicata alla morte di suo fratello Guido, partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il pianoforte nella canzone addolcisce le parole forti, aspre e deluse del poeta confluendo in un connubio di melodia e versi di grande pregio.

Non poteva farsi scappare un’occasione del genere,il professor Roberto Vecchioni che mette in musica reinterpretandola Saffo,ne’ Il cielo capovolto, e prova a dare un colore con le note alla descrizione dello strazio provato nell’abbandonare la sua amante Anattoria. Resta da menzionare Angelo Branduardi che canta William Butler Yeats, nonché Lorenzo de’ Medici con Il trionfo di Bacco e Arianna, o il poeta russo Sergej Esenin. Branduardi stesso afferma:

Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca. Tecnicamente è però sbagliato mettere delle note su ciò che è poeticamente preesistente, sarebbe come mettere note su qualcosa che è già musicale: un po’ come ascoltare due dischi diversi in contemporanea, il risultato è una cacofonia. Questa è la teoria, naturalmente, poi uno fa la pratica e succede come a me con Yeats, che ho fatto proprio questa cosa ‘sbagliata’.Yeats mi piaceva talmente tanto che lo volevo musicare assolutamente che me ne sono fregato di queste regole.

Branduardi stesso dichiara allora quanto poesia e musica siano facilmente sovrapponibili e a noi ascoltatori non resta che prenderne atto e assaporare i risultati sublimi che l’incontro di questi due mondi può regalarci. Noi, che spesso “sommersi da immondizie musicali”, con la poesia nelle canzoni inspiriamo una boccata di bellezza salutare.

 

Ladri di biciclette, la recensione

Ladri di biciclette, la recensione

Italia del secondo dopoguerra. Un uomo, Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), riesce a trovare un lavoro, ma gli serve una bicicletta per ottenerlo. Tramite la vendita di alcune coperte, sua moglie Maria (Lianella Carell) riesce a procurare abbastanza soldi per riscattare la loro bici dall’officina di riparazione. Antonio comincia entusiasta il suo lavoro, ma il primo giorno gli rubano la bicicletta. Sconsolato e senza più possibilità di lavorare, egli dapprima denuncia il furto, ma vedendo la freddezza della caserma di fronte al suo dramma, decide di chiedere aiuto ad un suo compagno di partito che lo tranquillizza, promettendogli che l’avrebbero ritrovata l’indomani mattina ad un mercatino di merci rubate.

Il giorno seguente inizia dunque una disperata ricerca con l’aiuto del figlioletto Bruno(Enzo Staiola), che porta ad un anziano signore sorpreso a parlare con un ragazzo in sella alla bici incriminata. Il vecchio però, inseguito fino ad una mensa per poveri, si dimostra restio alla richiesta del Ricci di condurlo dal giovane, e così Antonio decide di affidarsi ad una “santona” da cui sorprese sua moglie Maria. Purtroppo però, non ottiene che una vacua risposta, ma all’uscita trova il ragazzo che cercava, sebbene perfino la perquisizione della sua casa non gli frutterà alcun risultato. Antonio decide allora di rubare una bicicletta, ma il suo maldestro tentativo viene fermato in breve tempo :l’uomo ha fallito anche nel più disperato dei suoi piani.

Commovente lo scambio di sguardi finale tra Antonio e Bruno che, piangenti e senza più speranze, tornano a casa, mescolati in una massa di gente come loro:indigente e sfiduciata.

Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, è una storia di ordinaria miseria, la cui scena iniziale mostra la disperazione di un ammasso di uomini costretti ogni mattina a chiedere angosciosamente lavoro, nella maggior parte dei casi invano. La disperazione però, non fa distinzioni di genere, ed infatti presto vediamo un gruppo di donne di ogni età, Maria compresa, ricorrere ai fantomatici aiuti di un’anziana “santona”. Quando poi padre e figlio provano a dimenticare la tristezza per la bici rubata andando in un’osteria, la loro felicità ci sembra assurda in riferimento ai giorni nostri.

Rarissimi i primi piani, per risaltare lo stato emotivo dei protagonisti. Vittorio De Sica si è invece servito dei mezzi primi piani, molto sfruttati durante tutto l’arco del film. Questo capolavoro è il manifesto del neorealismo italiano per eccellenza: gli attori non sono professionisti, le scene sono girate prevalentemente in esterno, per lo più in periferia e in campagna. Il soggetto rappresenta la vita di lavoratori impoveriti dalla guerra. La trama è costruita su scene di gente normale impegnata in normali attività quotidiane, e il bimbo, Bruno, riveste un ruolo di grande importanza. Enzo Staiola ha raccontato che nella scena finale del transito del tram, si manifesta un passaggio non previsto dal copione.

Bruno, infatti, va da una parte e Antonio dall’altra, creando una scena completamente improvvisata, come dimostrato anche dai passeggeri del tram che in coro si sporgono a guardare l’arresto,poichè lo credevano reale, non essendosi accorti della macchina da presa:questo è stato il cinema neorealista, in cui la realtà entrava totalmente nel film, e la fantasia si confondeva spesso con la vita vera.

La pellicola parla di un’Italia fatta a pezzi, la cui unica speranza sembrava essere riposta nel “mal comune mezzo gaudio”, la quale rappresentava l’unica risposta alla sofferenza che attanagliava gran parte della popolazione: nella scena finale, difatti, si può vedere come tutto sommato la gente sorrida, trovando conforto proprio nel non essere sola, nel sentirsi una goccia nell’oceano di miseria di quegli anni.

Un film che ha segnato un’epoca.

foto da: scuolanticoli.com

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte.

Lucio Battisti - Don Giovanni cover 1986

Lucio Battisti – Don Giovanni cover 1986

Sono le parole di Lucio Battisti nella sua ultima intervista pubblica. Sono parole quasi arrabbiate, di un artista che non si sente più a suo agio con l’immagine di icona pop attribuitagli negli anni precedenti, quelli del maggior successo. Lucio Battisti, si avvia in questa fase a riscrivere la storia della musica italiana. Fa una scelta difficile, si ritira dalle scene, e per questo, per chi non lo capì, il suo fu un gesto di falsa modestia, aspramente criticato e contestato da critica e fan. Ma Lucio, con un gesto di profonda onestà intellettuale, decide che val la pena applicare il canone dell’ art for art sake, solo per il semplice piacere di spingersi oltre i confini della musica contemporanea.

Tutto comincia con un incontro fortuito con il poeta Pasquale Panella, grazie ad Adriano Pappalardo nel 1980: qui comincia una fase diversa, una fase che ci consente di dire che negli ultimi album, i celeberrimi e contestatissimi album bianchi, Lucio Battisti smette di fare canzonette e si eleva, dimostrando tutta la potenza del suo genio.

Lucio Battisti e Mogol

Lucio Battisti e Mogol

Gli album in questione sono cinque, definiti album bianchi, per il fatto che il cantante ne disegna a mano le copertine, con sfondo bianco su cui emergono semplici tratti, quasi scarabocchi puerili. Il genio musicale incontra la poetica di Panella e questo binomio se non fortunato come quello costituito con Mogol, appare di un pregio elevatissimo. Pasquale Panella si muoveva già da tempo nella scena musicale e della letteratura italiana. Prima di incontrare Battisti, aveva infatti già scritto per Enzo Carella e per il teatro. Il paroliere più volte definito ermetico, dadaista e futurista dà un tocco di avanguardia alle musiche dell’artista romano, che al contrario di quanto accadeva per le canzoni scritte con Mogol, vengono dopo la scrittura dei testi.

 

Lucio Battisti - L'apparenza cover 1986

Lucio Battisti – L’apparenza cover 1986

Già nel 1988, L’apparenza, secondo album bianco dimostra quanto non ci si ritrovi più di fronte al Battisti de’ La canzone del Sole. Il linguaggio è forbito, le immagini minimal ma efficaci. I ritmi richiamano il rithm’n blues di cui Battisti era molto appassionato, ed anche l’elettronica. I cultori di Battisti ne parlano spesso come si parla dei Beatles, ovvero si dice che Battisti abbia sperimentato ogni sorta di genere musicale, prima ancora che alcuni di questi fossero catalogati come generi musicali. Battisti, inoltre, esce con tutta la forza che ha dall’etichetta di cantante nazional-popolare, si guarda indietro e quasi non si riconosce. La scelta del cantante romano è elitaria ma giustificabile con il fatto che l’istinto del genio  brama nuovi percorsi. Il risultato però è che tutti e cinque gli album fecero calare vertiginosamente le vendite. I testi, poi, sono pieni di immagini spezzettate, apparenti nonsense, onomatopee, aulicismi, accompagnati dagli usuali falsetti. Nonostante ciò,  questo divincolarsi di Battisti dalla precedente immagine avviene gradualmente, infatti il vecchio Lucio ritorna in pezzi come Per Nome e Don Giovanni.

 

Lucio Battisti - La Sposa Occidentale cover 1990

Lucio Battisti – La Sposa Occidentale cover 1990

Nel 1986, l’aveva preceduto l’album Don Giovanni, in cui Panella supera Battisti: i virtuosismi in Le cose che pensano, dove i passati remoti sono la chiusa di quasi tutti i versi e confluiscono in un insieme di assonanze che hanno lo scopo quasi di dilatare il tempo, come quando l’amore finisce e si vuole rimandare all’infinito la realizzazione di ciò che è successo. Sono abili giochi di parole per descrivere ciò che resta dell’amore, quando l’amore non c’è più, quando restano solo gli oggetti e i ricordi. Panella sa anche bene dove andare a parare con le immagini, accostando frasi che sembrano proprio non centrare le une con le altre, che confondono l’ascoltatore, sfuggono. Perchè, si, Panella è Dada, è anche Aldo Palazzeschi, ovvero il Futurismo.

Se sbatti un addio c’esce un’omelette.
Le cosce dorate van fritte.
Coi sorrisi fai croquettes.
E tu dici ancora che non parlo d’amore.
Batte in me un limone giallo basta spremerlo.
Con lacrime salate agli occhi tuoi,
ben condita amata t’ho. (da Fatti un pianto)

A chiudere questo album, nel lato B, c’è Il diluvio, che potrebbe benissimo essere una reinterpretazione, tra la beffa e il reale de’ La pioggia nel Pineto. Piove anche qui, e anche qui i due protagonisti sono un uomo e una donna. Come D’Annunzio seppe dare un tono al rumore che faceva la pioggia sulla vegetazione e reinterpretare la pioggia come metafora di rinascita, così Panella descrive in maniera moderna l’acquazzone come metafora di vita (tragicomica).

Lucio Battisti - Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Lucio Battisti – Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Così si arriva al terzo album, La sposa occidentale, che segna quai una sorta di pareggio fra questi due geni. Ne’ I ritorni, lo stream of counsciousness regna sovrano, mentre si descrivere il ritorno sia nell’amore che nella vita,con versi che restano sempre confinati nell’area dell’inafferrabile.

Il quarto album C.S.A.R., acronimo che sta per Cosa succederà alla ragazza in cui si distingue il pezzo La Metro eccetera, che è descrizione di luoghi affollati in cui ci si sente soli, in cui ci si incontra senza incontrarsi mai in realtà. Si parla di luoghi dove tutto potrebbe succedere, ma non accadrà mai, in cui decine di vite si scontrano camminando però sempre su strade parallele, come in una solitudine di numeri primi.

Battisti e Panella mettono, poi, il punto con Hegel, copertina dell’album una E, Come the end, perché questo è il testamento musicale di Battisti, oltre ad essere l’album più oscuro e incomprensibile di tutti.

Questi cinque album, progettati al secondo, di un ordine quasi psicotico, suddivisi in otto pezzi per album, sono il testamento

Lucio Battisti - Hegel cover 1994

Lucio Battisti – Hegel cover 1994

di un Battisti che per i fan del primo periodo diventa freddo e calcolatore, razionale a discapito della passionalità e del coinvolgimento di mogoliana memoria. Lucio Battisti se ne va così,  il 9 settembre 1998, lontano dai palchi che per più di  vent’anni ha calcato, se ne va incompreso dai più, come i geni, sul più bello perché Hegel probabilmente segnava l’inizio di un’altra fase ancora. Un artista che l’Italia ha visto crescere, evolvere, passando dal rock all’ R&B alla dubstep e all’ elettronica new wave: visionario, istrionico, colto e appassionato. Battisti diventa quindi esempio del genio, di chi rifiuta gli onori per perseguire l’arte, per il semplice gusto di farlo, il bambino che non perde la  meraviglia  e vuole ancora scoprire e sperimentare, che offre il suo talento musicale ad un poeta di alto calibro quale è stato Panella.

Al di là delle simpatie o meno che tutti possiamo provare per il cantante, questi ultimi cinque album sono la prova che qualcosa di grande è accaduto in questa fucina musicale in cui Battisti e Panella si porgevano la mano. Gli ascoltatori, anche i più scettici, non possono che restare inermi e affascinati dai ritmi e dagli estrosi incastri di parole perfettamente calzanti con le melodie sincopate create da tastiere e basi elettroniche. Restiamo allora quasi come si sta davanti ad un quadro di arte moderna, consapevoli di non aver tutti gli strumenti per comprenderlo, ma altrettanto certi che si è di fronte a qualcosa di originale e intramontabile destinato a cambiare il corso degli eventi.

Captain Fantastic, la recensione

Captain Fantastic, la recensione

Il campo lunghissimo iniziale ci fa capire quanto anticonvenzionale sia la famiglia che verrà analizzata in questo film: ci sono solo alberi ovunque in un verde infinito, una famiglia tradizionale in una foresta così non potrebbe che farci un’allegra scampagnata, con l’ausilio di detergente antibatterico e salviettine precauzionali. Ma non è il caso della famiglia Cash, che in natura trascorre tutta la propria vita, allenata tutti i giorni alla caccia, alla sopravvivenza nei casi più estremi e a sbarcare il lunario attraverso qualche ‘furtarello’ al supermercato da papà Ben, interpretato da un sorprendente Viggo Mortensen. Altro elemento “diverso dalla norma” che salta all’occhio nei primissimi minuti della pellicola è il font del titolo del film.

Tutti, a partire dai figli più piccoli, sono armati di un cinismo surreale e di una conoscenza approfondita delle varie dottrine politiche, e hanno inoltre una visione disincantata del mondo alimentata da conoscenze mediche e dalla lettura dei capolavori più dissacranti della letteratura mondiale. Inoltre, i ragazzi non vanno a scuola, preferendo il padre istruirli autonomamente.

Ma i bambini sono pur sempre bambini, e preoccupati chiedono al padre il motivo dell’assenza prolungata della madre dalla loro vita:col solito cinismo, il padre spiega loro che è ricoverata per la sua depressione causata dalla poca serotonina.
Presto il figlio grande Bo (George MacKay) scopre di essere stato ammesso all’Università in seguito alla presentazione di certificati falsi. Sebbene sia chiara la sua voglia di andarci, egli è combattuto a causa degli insegnamenti anarchici del padre, che non approverebbe una sua formazione accademica convenzionale.

Ben riceve poi una telefonata in cui gli comunicano il suicidio della moglie Leslie, notizia che sarà poi da lui passata con minuzia di particolari anche ai figli. Incredibilmente, neppure l’indomani sarà giorno di lutto: l’allenamento continuerà come al solito. Il suocero di Ben odia il padre, accusandolo di essere causa della morte della sua unica figlia, vittima, a parer suo, dell’instabilità della loro vita fuori dagli schemi.

L’armata Cash va poi a cena dalla famiglia della sorella di Ben, Harper, e il loro pulmino hippie (da loro affettuosamente denominato Steve) viaggia verso la città, circondato dai vari simboli dell’odiato consumismo. La scena della cena tra le due famiglie è il punto chiave del film: lo scontro tra due mondi opposti e all’apparenza inconciliabili. La vita da eremiti della famiglia selvaggia li rende incapaci di relazionarsi con la società, come sarà poi dimostrato da Bo, che confonderà una fugace infatuazione con la storia d’amore della sua vita. La notte che avrebbero dovuto passare in casa con la famiglia di zia Harper, verrà invece trascorsa nelle tende in giardino. E’ emblematica questa separazione fisica, in questo caso voluta, ma in seguito forzata, quando Ben sarà sbattuto fuori dalla chiesa in cui celebravano il funerale di Leslie a causa della lettura delle sue “scomode” ultime volontà, tra cui quella di essere cremata e gettata nello scarico dei bagni. Stanco di questa situazione paradossale, il suocero Jack decide di chiedere l’affidamento dei suoi nipoti intimando a Ben di stargli lontano.

Il punto di svolta nella vita della famiglia sarà quando Vespyr (Annalise Basso), una delle figlie, nel tentativo di prelevare suo fratello Rellian dalla casa dei nonni, cadrà dal tetto: rimane viva per pura fortuna, e questo sconvolge Ben, che l’indomani manderà tutti i suoi figli a vivere a casa dei nonni. Tutto il mondo che il protagonista si era creato sta lentamente crollando addosso, specialmente dopo la scoperta che è stata sua moglie ad aiutare il figlio Bo a falsificare i documenti per l’Università.

Egli comincia a mostrare un lato umano che fino a quel momento sembrava sconosciuto agli occhi degli spettatori, mentre torna nella foresta a bordo di Steve, sulle note della fantastica Varðeldur dei Sigur Ros. Bo sarà infine libero di partire per inseguire i propri sogni, e il resto della famiglia continua a vivere insieme, questa volta in una casa normale, i figli vanno a scuola, ma sono forti dell’esperienza maturata nella foresta, coltivano un loro orto e hanno le loro galline, ora sono davvero felici.

Captain Fantastic, di Matt Ross, vincitore della Miglior Regia nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, è un film con uno straordinario equilibrio dei colori, che parla di coesistenza e rispetto reciproco, con la speranza che un giorno si possa prendere il meglio da mondi apparentemente inconciliabili per creare qualcosa di superiore, pur mantenendo le proprie convinzioni, come dimostrato dalla famiglia protagonista, il cui motto continua ad essere “Potere al popolo, abbasso il sistema”. Se poi continuate a pontificare su quale dei due mondi sia quello più giusto, probabilmente di questo film non avete capito nulla.

foto da: blog.screenweek.it

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Ho deciso di scrivere un romanzo. È una cosa che immagino venga in mente a molti nel corso della vita e più volte nella vita. Questo per me è il quarto tentativo: la prima volta avevo provato a raccontare la storia di un vampiro inglese, di nome Raven Nightmare, ma poi, avendo esaurito le idee ed essendomi trovato a fronteggiare una trama troppo ingarbugliata, lasciai perdere. La seconda volta, anni dopo, uscivo da un’intensa relazione e mi era sorta la voglia di raccontare le vicissitudini di Adrian: un giovane scrittore tormentato, che si sarebbe dovuto suicidare alla fine del romanzo, per poi rinascere come bambino fra le braccia della donna che aveva amato; tuttavia, per quanto mi fosse caro Adrian e i suoi occhi d’oro, lasciai perdere: non sopportavo più l’oscurità che gravava sul suo personaggio e sull’intera narrazione.

C’era poi il terzo tentativo, quello che più mi era dispiaciuto abbandonare: Giacomo Pagusa, detto Jack, un ragazzo un po’ fesso e dalla parlata biascicata, che si ritrovava ad incontrare Cristo e poi il diavolo, dopo essere scappato di casa con il primo treno passato in stazione. Interruppi la storia perché anche in quel caso mi ritrovai a non aver più idee, ma adesso, che mi ritrovo nuovamente a scrivere, mi chiedo se non sia il caso di disseppellire qualcuno dalla sua fossa.

Pensandoci un poco, mi rendo che conto che Raven appartiene alla mia fantasia infantile, variamente influenzata dalle mode di quel tempo; Adrian invece è la personificazione di un dolore di cui ormai ho chiuso le ferite e non sarebbe giusto fingere che ci sia ancora; ma lui, Giacomo Pagusa detto Jack, pare che batta le mani contro il coperchio della bara e insista perché lo faccia uscire. Quasi me lo sento nell’orecchio, che mi dice con la sua “s” che sibila “Andiamo amico, fammi uscire, si schiatta di caldo qua dentro!”.

E sia, dissotterriamo il vecchio Jack. Si spala un po’ di terra ed ecco che il coperchio vola via con un calcio. Lo aiuto ad uscire, quello sbuffa, si spolvera i calzoni con una mano e con l’altra si gratta un po’ la testa.

-Oh, ce l’hai na sigaretta? Pare un secolo che non fumo. – mi chiede

-Ehm, sì, tieni. – gli rispondo, pensando “Ti pareva”.

-Grazie, capo.

-Niente, niente. Senti, io e te dovremmo metterci d’accordo per una nuova storia, guarda, sul taccuino mi sono segnato qualche idea-

A quel punto il Pagusa mi rivolge un’occhiataccia.

-Che stai scemo? Così appena ti cambia l’idea in quella tua zuccaccia mi rificchi lì dentro, scordatelo!

Rimango ammutolito, prima, poi provo a balbettare qualcosa … ma alla fine mi rendo conto che ha ragione.

-Ascolta, mi dispiace. Purtroppo tendo a non finire le cose che inizio, ma stavolta sarà diverso, te lo assicuro. Stavolta lo porto a termine!

-Eh no, non me freghi, caro mio. Io me ne vado!

Prova a camminare qualche passo, poi si ferma e si volta verso di me.

-Oh, là! Perché non ci riesco? Che me pija?

-Ascolta, te lo dico. Se con te non finisco una storia, da qua non te ne puoi andare tu e non me ne posso andare io, a meno che non ti rimetto sottoterra.

-E pecché mo’ sta cosa?

-Non lo so, è così e basta. Non ci posso fare niente.

Jack sbuffa di nuovo. Sembra voglia urlare. Se potesse mi prenderebbe a pugni, ne sono sicuro.

-Allora, vuoi ascoltare questo quattro idee?

-Prima dammi un’altra sigaretta.

Scocciato dalla sua scrocconeria, ma fermo e deciso nei miei intenti, gliela do. Lui la accende con tutta calma e quando ha fatto, provo di nuovo a parlargli di ciò che avevo in mente.

-Aspetta, aspe, ma sei proprio sicuro di volerla fare sta roba? Che se poi come l’altra volta mi fai pensà che sono libero e dopo un paio di mesi mi rinchiudi di nuovo è pure peggio. Tanto vale che mi ci rificco adesso e tanti saluti.

Dio, l’ultima volta tutte queste storie non le aveva fatte, penso, ma è evidente che dobbiamo trovare un compromesso. Ci penso un po’, mi scervello, mi gratto la testa come gli piace fare a lui, ed ecco che l’idea mi arriva come un pizzico sul braccio.

-Guarda, facciamo così: non iniziamo subito con qualcosa di lungo. Che ne dici di un racconto breve? Un raccontino piccolo piccolo?

Jack si morde un labbro, sta zitto un poco e poi chiede.

-Tipo che racconto? Cosa dovrei fare? Che storia è?

-Una roba da niente per cavarci fuori da questa situazione. Magari quello che stiamo facendo adesso.

-Uhm, non mi pare malvagia come idea.

-Già, non pare.

-Ma dovrei dire qualcosa. Che a furia di parlare così stiamo a temporeggià.

-Eh, lo so … ma che si può dire? Non mi viene in mente niente.

-Ma come?! Sei te lo scrittore e non te passa nulla per la zucca?

-Ehi, sei anche tu uno scrittore, sai. Ti avevo immaginato che scrivevi, ricordi?

-E pure tu tieni ragione. Aspe che magari n’idea m’è venuta.

E allora il Pagusa tira un bel respiro, chiude gli occhi, li riapre, accenna a parlare ma poi mi chiede.

-Che ce l’hai un’altra sigaretta?

-Ancora?!

-Eddai che devo raccontà na storia, fammi dare il contegno da cantastorie.

-I cantastorie fumano?

-Questo cantastorie sì.

-Ma non ti fa male fumare così tanto?

-Ma che stai a di’. Mica posso morire de cancro se non mi ci fai morire te.

-Già, alle volte mi dimentico che non sei reale.

-O magari sei te a non essere reale. Ammolami sta sigaretta dai, siediti per terra che ora me siedo pure io.

Il Pagusa si infila la sigaretta in bocca, la accende con un gesto e soffia una voluta di fumo nell’aria che ci divide. Dietro quella nebbiolina grigia i suoi tratti paiono cambiare un poco: la sua espressione si fa un po’ più seria, negli occhi vedo qualche guizzo d’oro e nella sua voce avverto un tono più cupo e raschiato. La sua parlata semi-dialettale svanisce, lasciando il posto a un italiano più solenne.

“Difficile immaginare che qualcuno possa raccontare com’è finito alla tomba, poiché quello è un letto dal cui sonno la gente non si ridesta più. Ma sono uno di quei pochi fortunati che può farlo, che da quella scatola di legno ci è uscito oltre ad esserci entrato. Ero calato nella mia storia, mi trovavo nella città di Limbo: un mucchio di case storte, progettate da un architetto strabico e governata dalla creatura più particolare che avessi mai avuto modo di vedere. Poteva sembrare un uomo dal suo aspetto, un uomo persino elegante, con il suo frac e il bastone con il pomo di testa di capra, con il cilindro calcato in testa sotto cui si scioglieva una lunga cascata di treccine, simili alle liane di una palude. Denti bianchissimi e puntuti, in contrasto con la sua pelle color ebano.

I suoi occhi, nelle rare occasioni in cui li vidi (poiché portava sempre un paio di occhialetti neri e rotondi), erano un vuoto senza fondo in cui si agitavano iridi animate d’un fuoco infernale, chi avesse indugiato troppo in quello sguardo si sarebbe ritrovato con l’anima schiantata, preso da un puro e genuino terrore.

Il suo nome era Hilel, poteva vedere contemporaneamente il passato, il presente e il futuro, ma non di rado gli capitava che questi s’accavallassero e si sovrapponessero, generando confusione. Difatti al nostro primo incontro mi chiese se per caso non venissi da una colonia terrestre su qualche pianeta non ancora esplorato dall’uomo. Hilel mi accolse in città o in paese o come lo si voglia chiamare, conobbi sua moglie Salome’: che invero era la più bella donna che avessi mai visto, e mi assegnò come guardia del corpo una zanzara trasformata in donzella (Limbo era un posto pericoloso).

La mia prima notte fu anche l’ultima e la passai nel vecchio albergo gestito da Edipo. Ricordo che prima di addormentarmi fui cullato dalla voce di una ragazza, seduta al ciglio di un balcone, chissà dove in quell’alveare di scale, legno e polvere. Cantava una canzone amara, cantava di chiamarsi Ofelia; avessi avuto un giorno di più avrei voluto incontrarla, ma ahimè…

Limbo, il cielo stellato dalla finestra, il viso della donna-zanzara accanto al mio letto svanirono con l’oscurità del primo sonno e al mio risveglio ero chiuso in una cassa da morto, almeno supponevo che lo fosse, visto che in una cassa da morto, prima di allora, non c’ero mai stato. Provai a cavarmene con la forza bruta, sfasciandomi le dita e le nocche a colpire il legno; mi seccai la gola a furia di urlare ma niente: lì nessuno poteva sentirmi né salvarmi. Ero finito nel cimitero delle storie perdute. Ogni personaggio lo sa, sa che la sua storia non sempre finisce. È nella natura di uno scrittore lasciare alcune cose a metà. All’inizio me la presi, non capivo il perché e perché era capitato propri a me. Ma alla fine, non avendo altro da fare che pensare, chiuso com’ero in una scatola di legno, arrivai a una conclusione: gli scrittori, le persone in genere, cambiano e insieme vanno cambiando anche le idee, la personalità, i comportamenti. E alcune storie, come i ricordi, finiscono per far parte di quell’intricato groviglio che è l’esperienza: fatta un po’ di cose incomplete e un po’ di vissuti totalizzanti. Mi chiedevo poi che fine avesse fatto quel mondo in cui avevo camminato per lo spazio di cinquanta pagine, cosa mai ne avesse fatto l’Autore. Se magari solo io ne ero stato buttato fuori e quello continuava ad esistere. Era un po’ come morire, anche se ero vivo: sei cavato fuori dal mondo ma immagini che quel mondo continui a vivere anche senza di te.

Posso dire di aver provato sentimenti contrastanti verso il mio Autore: lo amavo e lo odiavo perché mi aveva dato la vita (o perlomeno mi aveva cucito insieme), ma adesso me la riduceva a questo: allo spazio di una bara, come una cattiva madre troppo protettiva verso il suo unico figlio.

Ma mentirei se non dicessi che una piccola speranza la coltivavo dentro di me, sapevo che fra tutte le sue creature io ero la più simile all’Autore e quando si è così, essere ripescati non è poi un’eventualità troppo lontana. Certo, sapevo che sarei cambiato, come del resto sarebbe cambiata la mia storia, sapevo anche che avrebbe potuto mischiarmi con qualche altro personaggio (magari quell’Adrian, il malinconico dagli occhi d’oro) ma andava bene così, sarebbe stata comunque libertà.”

Jack spegne la sigaretta per terra, mi guarda: un fuoco d’oro gli brilla negli occhi. Adrian è in lui come entrambi ormai sono in me.

-Posso chiederti una cosa? – mi fa a un certo punto.

-Certo. – gli rispondo, con la voce resa un po’ rauca dal lungo silenzio.

-Per cosa lo userai questo racconto?

-Magari come introduzione a qualcosa di più grande o per una rubrica di un qualche giornale online, non so. – rispondo, dopo averci pensato un poco.

-E com’è che hai tirato fuori proprio me?

-Beh, ascoltavo quella canzone di Ray Charles e…

-Ah, ho capito. Speriamo ci capiscano qualcosa anche loro.

-Me lo auguro.

-Guarda – sorride – una strada.

-Dov’è che porta?

-Dove vuoi che porti? Da qualche parte.

-Dici?

-Dico.

-Stiamo di nuovo temporeggiando.

-Dovremmo smetterla.

-Già, dovremmo.

-E allora andiamo, per questa strada.

Dopo un po’ mi guarda e mi fa

-Senti, ma che ce l’hai una sigaretta?

-Mi dispiace, le ho finite Jack.

Marco Ambrosini.

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Metti una sera a cena, nella cucina di casa propria, con un ragazzo e una ragazza inaspettati, due sconosciuti… Lei indossa un pantalone militare e un paio di anfibi, lui, maglione vecchio e denti neri, si rolla una sigaretta con uno strano aggeggio di metallo,una specie di portatabacco. Sono ucraini: lei si è unita da volontaria due anni fa alle truppe ucraine, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia. Pilotava droni perchè ha studiato Geografia all’università e sa leggere le mappe. Lui aspirante scrittore, sembra uscito da un film di Buster Keaton. Ci raccontano l’Ucraina, il freddo, la città, ovvero Kiev. Si parla di musica, di Prokofiev, quando lei racconta di essere stata chitarrista di un gruppo rock composto da sole ragazze, prende la chitarra che porta sempre con sè, anche in questo viaggio in Portogallo, dove entrambi sono arrivati in autostop. Esegue Tribal Connection in versione acoustic e nella stanza ormai aleggia un solo nome: Gogol Bordello. Le si illuminano gli occhi, quando pronuncia  il nome del cantante, Eugene Hütz, ucraino d’origine, di Kiev  ma cresciuto negli States, dove i genitori si rifugiano durante la sua infanzia per scappare dal disastro di Chernobyl del 1986.

Il cantante, Hütz, baffone da vero uomo dell’Est, occhio blu, denti d’oro, sempre in abiti gitani, fonda i Gogol Bordello ed esporta la musica dell’Europa dell’Est, o meglio, parte di essa nel mondo. La band si forma nel 1993, e subito ha un grande successo. I testi mescolano inglese, ucraino e a volte spagnolo, in una lingua che somiglia un po’ all’idea del patchanka di Manu Chao. Preponderanti nella loro musica sono il violino suonato dal russo Sergey Ryabtsev e la fisarmonica… Ed è subito folk, tanto che il gruppo è stato spesso paragonato agli irlandesi Pogues.

Scrivono la colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata di cui il frontman è anche protagonista, non a caso, perché il film racconta del viaggio fisico (e metafisico) di un ragazzo ucraino, l’autore, partito alla ricerca della sua famiglia, delle sue origini. Il film è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Jonathan Safran Foer e la colonna sonora è una ballata dolce e melanconica, diversa da quello a cui i fan dei Gogol Bordello sono abituati e, si intitola Through the roof’n’ Underground.

Nelle canzoni dei Gogol Bordello l’anima gipsy emerge forte: ci si trova davanti ad un mix di punk, rock, folk, in una ricetta che fornisce una dose esorbitante di energia, perché spesso e volentieri, i testi cantati sono potenti come la stessa Tribal Connection, che è il lamento arrabbiato di chi sente di non avere possibilità nel proprio paese d’origine :

No can do this, no can do that.
What the hell can you do, my friend?
In this place that you call your town.

Il primo album, Voi-La Intruder del 1999, non tralascia la politica, o meglio la storia della politica, sempre interpretandola con tono scanzonato, disordinato, scomposto, scorretto, irriverente: basta ascoltare Mussolini vs Stalin in cui si traccia questo sarcastico e pittoresco quadretto in cui i due dittatori ballano insieme la tarantella. Con l’album Super Taranta fanno il botto nel 2007, per poi regalarci canzoni che sono ormai diventate inni come Immigraniada (We Comin’ Rougher) o My Companjera, indiscutibili successi dell’album successivo. Il mondo gitano si sente, si vede anche, per esempio, nel videoclip di Wanderlust King in cui troviamo Hütz  che, più sfrenato che mai, strimpella e balla (che sembra quasi in preda al ballo di San Vito) con una cartina dietro le spalle mentre scorrono immagini di posti diversi in Europa dell’Est e non solo: è una sorta di sintesi dei suoi viaggi, in cui parla di questo Re delle meraviglie perdute, facendo venire a tutti la voglia di girovagare per il mondo sulle note gipsy-punk della sua musica.Nel frattempo, i Gogol Bordello, per non farsi  mancare nulla, non si lasciano scappare nemmeno l’occasione di inneggiare e scrivere un elogio all’alchool in una canzone omonima.

Il cantante che ha vissuto per un po’ nel borgo di Santa Marinella vicino Roma, a cui è dedicata la canzone che porta lo stesso titolo e, che fece scalpore all’Umbria Jazz perché le bestemmie nella canzone risultarono offensive, ha raccontato inoltre, che nel periodo in cui suonava per vivere in Piazza Navona fu arrestato perché scambiato per uno zingaro e accusato di furto. Le loro canzoni sono la perfetta colonna sonora della vita da nomadi, loro sono una meravigliosa e spumeggiante carovana di artisti pronta a far saltare e ballare i propri fan. Ci si trova di fronte a ritmi di contrabbando, per dirla con le parole di Eugenio Bennato. I Gogol Bordello si atteggiano a bad boys, cantando le rivoluzioni ma continuando ad usare la musica per affrontare temi caldi in Ucraina, sempre presente nelle loro canzoni che, nonostante il ritmo sgangherato, offrono spunti di riflessione. Sbeffeggiano persino motti pro globalizzazione in Think locally, fuck globally. In più, le loro canzoni, sull’immigrazione, tema caro al cantante,non sono state mai attuali quanto ai giorni nostri.

Gli album più famosi sono probabilmente gli ultimi tre, in cui si dà più importanza all’ energia della taranta (genere di cui Hütz ha fatto incetta nel suo periodo italiano), e al folk. Nelle innumerevoli clip dei loro live emerge quanto siano coinvolgenti i giri di violino, quanto irriverente, folle e sfrenato sia il loro atteggiamento e chi riesce a stare fermo deve avere delle qualità fuori dal comune. Indimenticabile è a questo proposito il mash -up live con Madonna, di cui il cantante è grande amico, fra La Isla Bonita e Pala tute, storia d’amore cantata dai Gogol Bordello in romani, la lingua parlata da alcuni rom dell’Europa . Emerge, in questa memorabile performance al Live Earth nel 2009, quanto i Gogol Bordello siano più una band da live che da studio di registrazione .Infatti, il 2017 sarà l’anno del nuovo loro tour che prevede anche date italiane, il 14 luglio a Trento e poi il Pistoia Blues Festival, perché a Hütz manca, come lui stesso ha dichiarato più volte, il periodo italiano. Nel frattempo ci si accontenta di ascoltarli in cuffia perché certamente, they’re coming rougher again e il divertimento è assicurato.

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