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Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Sono sulle scale della metropolitana, dopo quattro lunghissime rampe uscirò “a riveder le stelle”, ho in cuffia una riproduzione casuale, la solita, ma so che tra poichi secondi gioirò. Mi guardo intorno, per capire chi c’è, per capire se posso ondeggiare sul ritmo dolcissimo di questa canzone meravigliosa, ci penso un po’, poi ignoro il resto dei passanti e comincio a muovere la testa e a canticchiare con Eddie Vedder.

Society è contenuta nell’ album che è colonna sonora del film Into the Wild, che non ha alcun bisogno di presentazioni. Certo, in quegli anni, siamo nel 2007, l’ignoto (ai tempi) Alexander Supertramp entrava a gamba tesa nelle vite di molti di noi, allora adolescenti. Questo giovane americano, attraverso un film che è diventato un cult, con la sua storia ci ha insegnato la libertà, il coraggio di una scelta, la voglia di scoprire, rendendoci consci e facendoci apprezzare Sean Penn che ne fu regista e mise in scena il viaggio in maniera sublime. La colonna sonora non poteva che scriverla Eddie Vedder, che con i temi del film un po’ ci sta a pennello, si può dire quasi che ne abbia sposato la causa. Nel 2000 sostiene infatti il candidato indipendente alle presidenziali Ralph Nader, per i suoi interessi nella causa ambientalista, mentre nelle presidenziali del 2004 partecipa alla campagna Vote for Change a favore del candidato democratico John Kerry. È anche sostenitore del movimento ecologista radicale Earth First!.

Lo scorso mese ha annunciato che il suo tour toccherà l’Italia: il 4 giugno sarà al nuovo Firenze Rocks Festival, e passerà poi per Taormina, all’interno dello storico Teatro Antico per un doppio concerto in programma il 26 e 27 giugno. La notizia è stata accolta con giubilo dai suoi fan, che più volte avevano richiesto, tramite la pagina internet ufficiale del cantante, una data in Italia. Le polemiche non sono mancate, per i costi;  pare, infatti, che i biglietti per i suoi concerti si aggirino ormai intorno ai 130 euro, cosa che fa specie, quando proprio Vedder ha condotto una campagna contro l’imposizione di prezzi alti per i concerti della sua band, i Pearl Jam. Questa però è la solita polemica trita e ritrita che ha visto anche protagonisti i Radiohead, e ora, come allora, nonostante tutto, resta il fatto che i biglietti siano andati a ruba.

Vedder, comunque, si prende il suo spazio per scoprirsi come artista solista, non senza subire critiche, come ogni volta accade ai membri delle band che prendono pause dal resto delle truppa ma, il suo essere solista funziona. Funziona perchè i Pearl Jam perderebbero di valore senza la sua voce cavernosa e allo stesso tempo calda, senza il suo volto, immagine a cui si è spesso ricondotto l’impegno della band in canzoni altrettanto impegnate come Jeremy, la storia del ragazzino uccisosi in Texas in classe, davanti al suo professore e ai suoi compagni di classe, per citare un esempio.

Eddie Vedder non è mai veramente solo sul palco, lo si capisce da vari live pregressi, in cui ha sempre un amico del mondo dello spettacolo a fargli da spalla, da Johnny Depp a Beyoncè e chissà che non ne porti anche in Italia di ospiti. Il cantante, inoltre, non esegue solo le sue di canzoni, farà a suo piacimento, pezzi estrapolati dall’opera magna dei Pearl Jam, ma canta spesso anche Tom Waits, Bruce Springsteen, Neil Young. L’America del rock, con lui, insomma, pulsa sul palco.

Suona spesso con Glen Hansard che è quello che non manca mai, perchè suo amico da sempre. Per chi non lo conoscesse, l’irlandese Hansard appare sugli schermi nel film Once, uscito in Italia per la Sacher distribuzione, nel 2008, la casa cinematografica di Nanni Moretti. Vedder e Hansard cantano insieme Falling Slowly, la canzone che fece vincere l’Oscar allo stesso Hansard dieci anni fa circa. Il film, di una delicatezza sconfinata, parla di un giovane musicista che aggiusta elettrodomestici per vivere e, nel tempo, libero suona per le strade di Dublino. Nel film, questo musicista un po’ vagabondo incontrerà una ragazza, di orgine ceca,  madre di un bambino. La loro passione per la musica li unirà, producendo duetti che restano memorabili, come appunto quello di Falling Slowly.

Gli album da solista del cantante dei Pearl Jam sono due, uno è appunto quello  in cui si trovano Rise, Guaranteed ( vincitrice del Golden Globe per la miglior canzone originale), Society, le canzoni di Into the Wild per l’appunto che costituiscono poi un concept album, perchè seguono pedissequamente le vicende del film .La bravura di Vedder sta nell’aver descritto con le sue canzoni la libertà, la solitudine, in maniera così dolce e appassionata che ci si chiede come un’artista del genere sia passato dal grunge nudo e crudo di Alive, Crazy Mary ,ma soprattutto Black, a pezzi come Long Nights. Anche se, c’è da dire che l’anima dolce di Vedder l’avevamo già scoperta nell’inflazionatissima Just Breathe.

L’altro album, da solista, quello più  recente, Ukulele Songs, approfondisce la vena intimistica e se vogliamo piu disimpegnata del cantante. Per quanto riguarda l’ukulele poi, forse si deve anche a Vedder il suo sdoganamento e la sua diffussione massiccia. Vedder, oltre ad essere un grande performer, è anche un musicista  straordinariamente bravo; nei suoi concerti passa con nonchalance dalla chitarra all’ukulele ,dal sitar alla batteria. Ha cominciato da solista nel 2008, e da questo concerto è nato un film documentario, Water on the Road.  Da allora non si è più fermato. Vedder ha in Italia un grande stuolo di fan che, siamo sicuri lo accoglieranno come merita un artista del suo calibro. E noi? Che facciamo, non ci andiamo?

 

T2: Trainspotting, un (primo) bilancio

T2: Trainspotting, un (primo) bilancio

Tutto nacque nel 1996 per mano di Danny Boyle, regista, sceneggiatore e produttore inglese che cambiò radicalmente il panorama cinematografico del Regno Unito dando vita a Trainspotting. Il film, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore scozzese Irwine Welsh, è incentrato sulla descrizione delle vite di un gruppo di tossicodipendenti nella Edimburgo di fine anni ottanta.

Rent, Sick Boy, Spud e Begbie sono i personaggi principali, oltre alla figura di Tommy, venuta meno durante la prima pellicola. Quattro ragazzi alle prese con le loro dipendenze, dalle più comuni per l’epoca come l’eroina, a quelle più particolari (ma non troppo), come la violenza nel caso di Begbie. Un uomo che ”neanche si faceva di droga, si faceva di gente!”. Un qualcosa capace di mandarlo fuori di testa, Renton docet.

Insomma, il film tratta una realtà incredibilmente malata in cui i protagonisti non cercano di riscattare le proprie vite ma ‘risolvono’ i problemi annegandoli nelle proprie assuefazioni.

Fra morte, tentativi di disintossicazione e profonde riflessioni arriva la svolta: i ragazzi decidono di guadagnare qualche soldo vendendo la stessa droga che li ha resi schiavi. Rent tradirà i suoi vecchi amici, scappando col malloppo verso una nuova vita e ripulendo la coscienza affermando che ognuno di loro avrebbe fatto lo stesso. Potrebbe sembrare a prima vista come l’amicizia sia considerata in modo superficiale. Ma non è affatto così. Tale sentimento è infatti visto da un diverso punto di vista. Amicizie quasi obbligate, ma in alcuni casi persino profonde e sincere, nonostante il bagaglio di difficoltà in mano ai protagonisti. Ma la non necessità del riscatto sarà capace di riunire una parte di essi.

In questo film la narrazione e’ nuda e cruda, con aghi conficcati in vena ed allucinazioni spaventose. Allo stesso tempo, però, la pellicola pare assumere una veste persino comica, come ad esempio nella scena del colloquio di Spud per un’agenzia viaggi, dopo aver assunto sostanze stupefacenti assieme al fido Rent Boy.

Signor Murphy, cosa le attira di questo settore?

In due parole, lo spasso. Cioè mi spasso nel vedere le persone a spasso.

Il 23 febbraio di quest’anno nelle sale cinematografiche usciva T2: Trainspotting. Ventuno anni dopo il primo capitolo Danny Boyle ha voluto raccontare la reunion fra i quattro protagonisti.

Tutto ha inizio con il ritorno di Renton nell’unico posto che da sempre chiama casa. Una Edimburgo ritrovata dopo il tentativo di risalita nella capitale olandese di Amsterdam, nonostante appaia evidente la coincidenza tra il ritorno ed il fallimento ‘estero’. Ad attenderlo ci sono Spud, Sick Boy e Begbie, assieme ad altre vecchie conoscenze: la vendetta, il dolore, l’amicizia, il rimpianto e anche l’eroina. Porno e’ il nome del romanzo da cui e’ tratto questo secondo film, nonostante il sequel viaggi verso altre direzioni. Trainspotting non aveva bisogno di una prosecuzione, ma in quanti abbiamo sognato di (ri)vedere come le vite di quei quattro scapestrati si sarebbero potute evolvere?

Il dolore è ora acuto e percepito, nonché ben più consapevole. Il leitmotiv resta tuttavia lo stesso: l’ironica ‘scelta della vita’, nonostante la profonda delusione nei confronti della stessa. Una drammatica delusione che di fatto coincide con il fallimento dell’essere umano, incapace di gestire le proprie problematiche con la conseguenza di giungere ad ignote accuse non imputabili a se stesso. Una corazza per non sentirsi/ci ulteriormente delusi.

I protagonisti si ritrovano a fare i conti con la scoperta della tragedia dell’età: in gioventù hanno vissuto fregandosene del tempo? Ecco la punizione ‘quotidiana’: in T2 è ora proprio il tempo a non attendere i protagonisti, finiti dinanzi al bivio della vera o presunta maturità. Tutto ciò che fanno per sopperire a questa triste realtà è il costante ritorno al passato. Dimenticando ancora una volta il vuoto del presente. Un vuoto che tuttavia si rende ancor più rumoroso, come nella scena tra Rent e Sick Boy dopo la quiete conseguente al loro primo tragico nuovo incontro (finito in rissa, nda).

Il tradimento e la menzogna rimangono due tematiche fortemente affrontate, cominciando dal momento in cui vediamo Rent correre su un tapis roulant piuttosto che sulle strade di Edimburgo. Una Edimburgo che cambia e si evolve, ma che difficilmente si è in grado di dimenticare, nonostante Rent ‘disapprovi’ il mutamento degli scenari. E’ tuttavia una contemporaneità fasulla, nella quale i personaggi tentano di trovare un senso a tutto e soprattutto cercheranno poi di vendicarsi del furto subito per mano di chi quella vita ha davvero cercato di sceglierla ed afferrarla (Renton, nda).

La droga e’ sempre presente ma in tonalità ben minori e drammatiche: ne è emblema la sostituzione tra eroina e cocaina, utilizzata in tutto il corso della narrazione da Sick Boy. Se ne aggiungono invece delle altre: Facebook, Instagram, Twitter, e tutti gli altri social che hanno di fatto ‘schiavizzato’ il nuovo corso degli eventi, condizionando pesantemente un pensiero ormai troppo conforme e quasi desolatamente meschino.

Resta invece, puntuale come un ritorno inaspettato di Boyle, la qualità della colonna sonora. Ancora una volta durante il film ci ritroveremo a canticchiare o portare il ritmo quasi inevitabilmente. David Bowie, Iggy Pop, Prodigy, Brian Eno, Lou Reed, Queen e Blondie sono solo alcuni degli artisti presenti, con chiari riferimenti anche all’attuale mutato panorama musicale.

Nel complesso T2:Trainspotting è un lavoro onesto e persino sincero: è la rappresentazione del contatto tra Boyle e il pubblico. Un pubblico che ancora si chiede se avesse davvero bisogno di un sequel, nonostante l’enorme affezione ala prima pellicola. Una pellicola chiaramente indimenticabile, che difficilmente poteva essere superata, essendo uno dei più grandi ed inaspettati capolavori degli anni Novanta. E’ per questo che Boyle non spiazza ma al contempo non delude. Resta lo status quo, con qualche piccola ma rilevante novità (vedasi l’evoluzione del personaggio Spud). Come a dire, guardate che se lo si vuole vi è ancora tempo per poter cambiare. Nella consapevolezza tuttavia dell’impossibilità di dimenticare il passato. 

“Siete dei tossici? Allora fatevi! Ma fatevi di qualcos’altro. Scegliete le persone che amate, scegliete il futuro, scegliete la vita!”

foto da: denofgeek.com

Io, Daniel Blake – La recensione

Io, Daniel Blake – La recensione

È in grado di alzare entrambe le braccia sulla testa come se stesse mettendo un cappello?
Le capita mai di perdere il controllo dell’intestino con conseguente evacuazione di notevole entità?
È in grado di fare la semplice operazione di mettere una sveglia?

Queste sono solo alcune delle domande demenziali poste al povero Daniel Blake (Dave Johns), un carpentiere costretto a chiedere un’indennità allo Stato a causa di gravi problemi al cuore. Un uomo come un altro obbligato a sottostare alla trafila burocratica nella speranza di ottenere ciò che gli spetterebbe di diritto.

Ci troviamo a Newcastle, nord dell’Inghilterra, e sebbene Daniel sia stato ritenuto da tutti i dottori non in grado di tornare al lavoro, coloro che decideranno se sia idoneo o meno all’attività lavorativa (e se dunque gli spetti una futura pensione) saranno dei cosiddetti professionisti della sanità dalle dubbie competenze mediche. Il protagonista è un uomo tenace, desideroso di lavorare e rendersi utile, disposto ad aiutare il prossimo in ogni modo necessario. Ed è ciò che ha fatto fin quando la sua compagna malata di mente era in vita, e che continua a fare quando nella sua vita entrerà la famiglia di Katie(Hayley Squires), giovane madre di Daisy e Dylan nel bel mezzo di enormi difficoltà economiche senza l’aiuto del padre dei suoi due figli. Sfrattati a Londra e costretti a vagabondare per due anni, Katie riesce a trovare per la sua famiglia una sistemazione arrangiata a Newcastle.

A fare da contorno alle intricate vicende del film c’è il vicino di casa del signor Blake, il quale prova a racimolare qualcosa, nutrendo speranze di vita migliore, tramite la compravendita di scarpe cinesi oltre i confini della legalità.
Vista l’impossibilità di ottenere un’indennità di malattia, a Daniel non resta che il sussidio di disoccupazione, ma al fine di ottenerlo sarà costretto a cercare lavoro per un tot di ore settimanali, pur dovendo rifiutare eventuali offerte per il suo stato di salute, trovandosi dunque in situazioni umilianti.

Nel frattempo, Katie viene beccata a rubacchiare al supermercato dalla guardia Ivan, che le dà il suo numero nel caso le servisse aiuto. Di fronte alle lamentele di Daisy, Katie non riesce a resistere alla tentazione di contattare la guardia, che le propone di fare la prostituta. Distrutta, avvilita e senza speranza di trovare un lavoro come domestica, la giovane accetta, toccando il punto più basso della sua esistenza. Presto Daniel capisce cosa sta succedendo, e raggiunge Katie al bordello provando a convincerla a desistere, in quella che è la scena probabilmente più toccante dell’intera pellicola: due esseri umani a confronto, due generazioni differenti, ma con una sorte che li unisce nella disperazione, stato d’animo filo conduttore dell’intero racconto e comune a una percentuale sempre più alta della popolazione, senza distinzione di genere, razza o età.

Daniel non ne può più, e decide di rifiutare il sussidio di disoccupazione facendo ricorso per l’indennità di malattia. Riporterà sul muro tutta la sua rabbia:

”Io, Daniel Blake, esigo un appuntamento per il mio ricorso prima di morire di fame”

Ma i risultati del suo gesto non vanno oltre l’ammirazione dei passanti, con la polizia ad ammonirlo per danneggiamento.
Ormai esausto, si reca con Katie al centro per il ricorso dell’indennità di malattia, e malgrado le rassicurazioni, viene colto da un infarto fulminante.

“Io, Daniel Blake”, vincitore della palma d’oro al Festival di Cannes, è un film del 2016 diretto dall’ottantenne regista inglese Ken Loach. Figlio di operai, ha dedicato la sua intera carriera alla descrizione della condizione di vita dei ceti meno abbienti, e a tal proposito ricordiamo film come ‘Kes’, ‘Cathy come home’ e ‘Il vento che accarezza l’erba’. Ci troviamo dinanzi a un piccolo capolavoro contemporaneo, capace di indignare ed emozionare, in cui il protagonista, provando a dimenarsi tra le svariate assurdità burocratiche, incrocia bricioli di umanità in un mondo governato da un sistema fondamentalmente cinico e robotico. Chi si aspetta un film con colonna sonora in pompa magna e lieto fine da “vissero felici e contenti” non rimanga deluso, piuttosto ne colga la morale: ”Se perdi il rispetto per te stesso, sei finito.”

immagine da: sentieriselvaggi.it

Nelle profondità di Manchester by the Sea: la recensione

Nelle profondità di Manchester by the Sea: la recensione

Dopo aver visto per la prima volta “Manchester by the sea” effettivamente mi sono chiesto come mai l’Academy avesse scelto la performance di Casey Affleck, premiato quest’anno come miglior attore protagonista, un interprete che personalmente trovo sempre molto emotivamente a fuoco. E’ una performance scarna, mai sopra le righe se non attraverso poche azioni compiute dal protagonista. Ho dovuto riguardare il film per apprezzare la performance fisica impostata e molto chiusa di Affleck, quella sua maschera sempre intontita che solo in alcuni attimi si apre alle lacrime e all’emotività, in generale la gamma di emozioni che passano quasi in sordina ma arrivano in alcuni precisi momenti del film.

Coincidenza vuole che in alcuni dei film premiati quest’anno agli Oscar protagonista sia l’acqua: in Moonlight, vincitore del miglior film (anche se volevano farci credere di no), essa è simbolo di purezza ed accompagna le tre diverse fasi della storia. In Manchester by the sea invece è un luogo legato all’attaccamento familiare.

Manchester by the sea è dominato dal senso di famiglia, dal legame di sangue e dalle responsabilità che esso comporta e che quando vengono tradite, nel modo più tragico possibile, spezzano l’umanità degli uomini e li travolgono totalmente.

Lee torna a Manchester, Massachusetts a causa della morte del fratello Joe e si trova, per le disposizioni legali che Joe aveva dato avendo una malattia congenita al cuore, a dover fare da tutore al nipote Patrick.

Il sapiente montaggio ci restituisce le ragioni della fuga di Lee dal paesino, nonostante la sua intera famiglia si trovasse lì: Lee viveva a Manchester con la moglie Randi (una Michelle Williams che quando compare, ruba la scena) e le due figlie. Dopo una serata ad alto tasso alcolico con gli amici era uscito di casa per andare a comprare altro alcol, lasciando dei ciocchi di legno nel camino e causando un incendio che ha ucciso le due figlie. Quando lo ammette di fronte a due poliziotti, ha la faccia di un uomo che pensa di non avere responsabilità ma capisce di essere colpevole in ogni caso.

L’evento, è banale da dire, è uno spartiacque nella psicologia del personaggio che Affleck rende benissimo: il film si apre con lui e Joe che prendono in giro Patrick, dicendogli di star attento a non pescare uno squalo bianco, una cosa impensabile se si guarda alla assenza di vocabolario che caratterizza il parlato di Lee, sempre stringato e conciso, e alla difficoltà nel ristabilire il tipo di dialogo che avevano.

Il parallelo tra l’umanità impoverita del protagonista e i paesaggi glaciali e spogli è reso benissimo tramite un’attenta fotografia che si nutre del paesaggio rigido della zona.
La distanza tra sé stesso e gli altri che Lee ha voluto imporre lo trascina in un’indole depressiva,una lontananza emotiva triste e totale. Il montaggio, unito allo sguardo della regia lo mostra spesso mentre lavora, da solo, spalando la neve, aggiustando dei tubi, “un tuttofare” come ricorda più volte lui stesso.
Il clima è la ragione che fà si che Lee rimanga a Manchester, Joe non può essere sepolto a causa del gelo e il suo corpo viene tenuto in un freezer per conservarlo in attesa del funerale. Ciò scatena una crisi isterica una sera a Patrick, perché cade della carne dal freezer del frigorifero e l’analogia con la sorte del padre scatena in lui uno stato d’ansia molto forte: è grazie a questo che Lee si rende conto di dover restare accanto al nipote nonostante avesse subito messo in chiaro di voler andar subito via dalla città.

Kenneth Lonergan, regista della pellicola, ha raccontato al Times che ciò che più lo ha sconvolto, leggendo la sceneggiatura era come Lee cercasse di controllare la situazione. Razionalizza la cosa, parla di semplice carne nel frigo e si accerta delle sue condizioni,ma non riesce a esserne partecipe.

Nemmeno l’incontro con l’ex moglie riesce a risvegliare quella parte ormai morta e sepolta in lui, di fronte alla colpa di cui lei si accusa e alla rivelazione di un amore mai sopito, Lee non riesce a dir nulla se non poche frasi, delle scuse e l’esortazione alla moglie nel non essere così dura con sé stessa, abbandonandola in strada con un fugace “devo andare”. La rabbia schiuma dentro di lui ed è l’unica emozione di cui Lee lascia una testimonianza tangibile e sommata ai fumi dell’alcol fa sì che scateni una rissa in un bar, da cui viene salvato da Joe, l’amico che durante il film veglia su di lui, uno dei pochi a non evitare lui o il suo nome a Manchester a causa dei suoi trascorsi.

Tutto ciò però riesce a risvegliarlo emotivamente, e seppur conscio di non essere più lo stesso, si vede come dopo il funerale prova a riavvicinarsi almeno al nipote, che nonostante la giusta dose di egoismo adolescenziale, nutre per lui un bene sincero.
Il pregio della sceneggiatura, nata da un’idea di Matt Damon e sviluppata dal regista, vincitrice  è quello di mantenere quotidiano ogni dettaglio ed è forse questo il motivo principale per cui Manchester by the sea scatena una vicinanza in chi lo guarda.

L’ha scatenata sicuramente in me. In maniera fortissima verso il personaggio di Affleck, così affascinante nella sua spirale quotidiana. Ma guai a parlare di Manchester by the sea senza prescindere dallo sguardo di Lonergan, che non indugia mai sul dolore che le persone sono capaci di infliggere e autoinfliggersi. La sua regia guarda sempre alle azioni dei personaggi che dimostrano molto di più delle parole, ciò che essi provano. E il fatalismo con cui guarda alla tragedia e al trauma aiuta l’empatia che si prova verso i protagonisti, senza bisogno di inutili giustificazioni.

 

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista. A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967.  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969.

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

La La Land, la recensione

La La Land, la recensione

Forse con un po’ di ritardo, mi sono sentito in dovere di esprimere la mia sul film del momento:La La Land”. Esaltato per la sua atmosfera magica e la sua musica spensierata, deriso per la clamorosa gaffe durante la notte degli Oscar, “La La Land” è, piaccia o no, un film che ha fatto e fa parlare di sé.

La storia d’amore tra Sebastian (Ryan Gosling), appassionato pianista jazz col sogno di aprire un locale, e Mia (Emma Stone, aggiudicatasi la statuetta come miglior attrice protagonista), aspirante attrice e barista negli studi della Warner Bros. per necessità, nasce nella pittoresca Los Angeles.

Inverno. La scena iniziale della pellicola è uno stupendo piano sequenza (tecnica molto usata per tutta la durata del film) in pieno stile musical, in cui avviene il primo incontro/scontro tra i due protagonisti: questo tracking shot culminato in un campo lunghissimo ci immerge totalmente in quel paese dei balocchi per sognatori che è L.A., attraverso l’allegria trasmessaci dagli acrobatici movimenti della macchina da presa.

A contatto col mondo del cinema ogni giorno, Mia ne ammira ogni dettaglio, attrici snob comprese, col sogno di essere un giorno al loro posto. Ma al momento non è che una ragazza disposta a fare ore di fila per poi essere bistratta ad ogni casting, con la speranza che il prossimo andrà meglio. Uscita con le amiche per distrarsi, al ritorno viene ammaliata da un incantevole suono di pianoforte, che la conduce in un locale: il pianista è Sebastian, che non rispettando la scaletta, si diletta col free jazz. Colpo di testa non apprezzato dal suo capo, che lo licenzia sotto gli occhi di Mia, il cui tentativo di complimentarsi con lui viene ignorato.

Primavera. I due si rincontrano ad una festa, e questa volta l’aria è meno tesa. Escono insieme e improvvisano un ballo sulle note di “A lovely night” sul Cathy’s Corner. Sebastian e Mia si danno poi appuntamento al cinema per vedere Gioventù bruciata, ma dimentica di avere già un impegno col suo fidanzato, che dribblerà scappando: è l’inizio della loro storia d’amore.

Estate. Quando Keith (John Legend) propone a Sebastian di suonare per la sua band pop/jazz, qualcosa sembra cambiare tra di loro, o meglio Mia vede qualcosa cambiare in Sebastian, ora preso dal tour con la band, impegnato nel suonare una musica che non gli appartiene.

Autunno. Convinta da Sebastian, Mia decide di dedicarsi anima e corpo alla scrittura di un proprio monologo teatrale, ma alla sua prima, visionata peraltro da pochissime persone, Sebastian non riesce ad arrivare in tempo: è la fine della loro storia d’amore. Mia decide di andare a casa dei suoi per schiarirsi le idee. Quando Sebastian riceve una chiamata da una direttrice di casting presente alla prima di Mia, che la invita a presentarsi l’indomani ad un provino, scappa da lei per spronarla a provarci. Lei segue il suo consiglio, ma malgrado i due si giurino amore eterno, il loro futuro appare incerto e destinato a separarli per sempre.

Inverno di cinque anni dopo. Mia ce l’ha fatta: ora è lei l’attrice di successo che ordina un caffè nel bar nel quale rivestiva il ruolo di semplice barista. È ricca, sposata, ha una figlia e una babysitter. Una sera decide di uscire con suo marito a cena, e attirati dalla musica, i due entrano in un locale:il Seb’s. Il nome del locale le ricorda che fu proprio lei a suggerirlo a Sebastian, se un giorno egli avesse realizzato il sogno di aprirne uno. Accortosi di lei, Sebastian decide di eseguire la stessa canzone che Mia sentì quando venne licenziato, e ciò ci porta a fantasticare insieme agli ex fidanzati su ciò che sarebbero potuti essere se non fosse stato per gli errori di lui, o forse di lei, o se non fosse stato per Los Angeles, che come Saturno che divora i suoi figli nel celebre dipinto di Goya, li ha creati e poi distrutti.

“La La Land”, film pluripremiato del 2016 scritto e diretto dal giovane Damien Chazelle (miglior regista agli Oscar 2017), è un continuo omaggio del cinema anni ’50: dai costumi al sistema di ripresa Cinemascope, passando per le musiche e i continui riferimenti a capolavori assoluti di quegli anni. Grande attenzione viene riposta nei dettagli.
“La La Land” mi ha ricordato molti dei motivi per cui amo la settima arte.

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