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L’invadenza del Kitsch

L’invadenza del Kitsch

“Nella maggior parte dei casi il kitsch consiste non nell’oggetto, bensì nello sguardo”

Sono le parole di Umberto Eco, tratte da “La Bustina di Minerva” del settembre 2014 che definiscono la funzione assunta dal termine “Kitsch” nel contemporaneo. A partire da una affermazione di tale portata, il Kitsch non è più soggetto di una invadenza d’opere d’arte di cattivo gusto, ma lo sguardo della gente mediamente acculturata (e non) nella sua preponderante intromissione tesa a scombinare il rapporto tra arte e persona.

La società culturale del nostro secolo è più interessata al fine economico delle opere ed all’apprezzamento della maggioranza. Perciò, piuttosto che tendere ad una sensibilità poetica determinante al fine di formulare un pensiero critico, si preferisce aprire le porte del sapere alla gentile concessione di chiunque. Infatti, se da un lato l’accessibilità alle bellezze e ai musei che le raccolgono muove le masse ad interessarsi sempre più alla sfera artistica, dall’altro la massa stessa costituisce un problema, dal momento che, essendo per definizione un gruppo allargato riunito attorno ad un’ideologia comune, finisce per uniformarsi ad un’unica identità condivisa. Una identità che spesso si realizza nel bisogno di conservare attraverso i comuni mezzi tecnologici i momenti della vita, anche quelli più banali, solo per farne sfoggio a terzi.

Il Kitsch è un processo che presuppone una sorta di degradazione dell’opera d’arte ed in tal senso la gente è la migliore realizzazione del decadimento della cultura. Siamo sempre più abituati a fingerci degli intellettuali dato che provare ad esserlo è difficile. Richiede impegno e costanza, il che non è da tutti: anzi, è sempre più raro trovare qualcuno che rientri in questa categoria. E’ più facile, invece, mostrare agli altri tutte le cose che pensiamo possano arricchirci, ma che nella realtà rappresentano solo un accumulo di roba messa qua e là.

In tal senso si può riportare il caso del fenomeno musicale che investe la sfera del cantautorato. Il riferimento è ad “artisti” come Calcutta, aka Edoardo D’Erme, simbolo del disagio che non si sbandiera come posa, tradito dall’ondata di giovani adolescenti (esistono anche gli adulti adolescenti) che lo segue con occhi annebbiati dalla difficoltà di quel periodo di transizione complicato per ognuno di noi. E che dire di Pop X, gruppo formato da Davide Panizza, che guarda caso ha spopolato tra le masse con testi che recitano cose tipo “la mucca fa mu mu”.

Attualmente, è vergognoso che vengano messi a confronto con nomi che hanno fatto la storia come Battisti e gli Elio e le Storie Tese. Ma questo è il modello esemplificativo del fenomeno di massa realizzato in musica. Il Kitsch in sé non è invadente, anzi. Il vero problema siamo noi, con il nostro bisogno di accettazione tale da renderlo a livelli stomachevoli. Perciò, in ogni azione che muoviamo dovremmo chiederci sempre le motivazioni delle stesse. Per quale motivo lo stiamo facendo? A quale fine, a quale pro e soprattutto per chi?

L’individuo dovrebbe riacquistare sicurezza, eppure non si tratta un processo che si realizza dall’oggi al domani. Sicché siamo presi, trascinati e scaraventati nei social network che distorcono la percezione della realtà e la configurano in maniera tale da spaventarci. Da farci paura. Ci espongono al giudizio e si sa che a nessuno piace essere giudicati, men che meno sulla propria persona o peggio sulle proprie scelte di vita. Specie se si tratti di conoscenti e/o soprattutto di estranei.

In conclusione, nelle numerose forme di cultura che ci circondano dovremmo ricercare quelle che ci incuriosiscono, che muovono le nostre membra al fine di accumulare sapere, bellezza e felicità, senza includere il riconoscimento da parte di chi, con uno scrolling di un telefono, ha già dimenticato ciò che abbiamo visto o fatto. Alla fine dei conti, ciò che accumuliamo ci sostiene e ci aiuta a crescere e maturare, elevandoci di conseguenza a persone capaci di attuare un progresso culturale. Nella consapevolezza di riuscire ad affrontare il mondo in tutta la sua complessità.

immagine da: hmcf.me

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava (Epilogo)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava (Epilogo)

Cara Cecily,

Saranno passati ormai cinque anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati. E’ incredibilmente desolante constatare questo drammatico cambiamento e la tua sparizione. Ho trascorso mesi e giorni nel tormento di una speranza e di un sogno destinato a svanire. Ricordi sbiaditi come le nostre facce nelle vacanze invernali trascorse nei rispettivi paesi d’origine. Ce ne siamo andati, lentamente. Non ora. Il nostro destino è stato deciso sedici anni fa, quando ad andartene per prima fosti tu. Ho sempre sognato di riportarti nel luogo dove tutto cominciò man mano a dissolversi. Niente prati e niente spiagge: solo i nostri impietriti e spaventati corpi. Intimoriti dalla nostra stessa tresca.

 

Abbiamo creduto di porre rimedio alla nostra inerzia, alle stupidità e al nostro non detto. Oggi, provo ad osservarti ed immaginarti da questa surreale stanza nella quale il dottor Waterloo sperimenta chissà quali cure su di me. Niente di cui voglia parlare, nulla di cui voglia sapere: sono sicuro che anche lui è una brava persona ed un bravo medico. Lo dicevi sempre tu e quindi credo possano essere fugati i miei ultimi dubbi. Lo vedo alla mattina, tre volte a settimana nel suo originario studio a Cupcake. La mia vita si è conclusa quando ho dovuto farvi ritorno. Una vita a correre e fuggire per poi restare in uno stanzone per strizzacervelli. In attesa del tuo rientro o della mia morte.

 

Dagli psicoanalisti paghi molto per la qualità dei divani, non certo per i loro vani tentativi di renderci persone migliori. Chi può infatti detenere o arrogarsi un simile potere? Chi può decidere tutto questo su di me? I medici dicono che continuavamo a sorridere ad occhi chiusi dopo il nostro incidente. L’auto brutalmente piombata su un fottuto tronco, ma noi sorridevamo. Ci piaceva da piccoli: osservarsi rapidamente e vegliare sul sorriso dei nostri sguardi. Ci piaceva e ci bastava. Mi piace pensare che abbiamo solo deciso di accontentarci e di rifiutare il ticket dell’eternità. Non avrei mai sopportato la nostra agonia, la caduta indicativa di una magia che avrebbe totalmente annullato le positività di una storia che ha cambiato per sempre le nostre vite. Non so dove tu sia finita, ma non me ne sto disperando. So che possiamo ancora farcela. E scoprirò dove ti trovi.

 

Non mi abbandonare.

 

Aaron

 

P.S: Ho cominciato a scrivere il nostro romanzo. A differenza degli altri scrittori ho già cominciato dal titolo. Lo intitolerò “La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava”. Mi ricorda di te.

 

  • Aaron, per te questa ragazza è suggestione o monotonia?

  • Non potrei che considerarla suggestione. Capisce, lei non parla, guarda e sorride giusto? E’ come un viaggio nel suo mondo diviso in piccole parti. Come quando gli anni passano. Lei si esprime con calma, con quella fermezza di chi promette implicitamente che racconterà il finale di questa storia. E’ un semaforo acceso e spento allo stesso modo. Comincerà a raccontarne solo un pezzo. Ma attenderà il corso degli eventi prima di scrivere la propria apoteosi. E’ una lunga e perenne scoperta tra amore e sofferenza.

  • E vorresti dire qualcos’altro?

  • Non ci sono domande. Lei è suggestione ma anche monotonia. E’ lo specchio di quei pezzi raccontati, che invadono e susseguono gli andamenti della realtà. Era forse sempre stata lì, dico bene? Tra gli stessi eccessi e le stesse difficoltà di concezione del tempo? Qualcuno mi dica dove sono.

  • Un giorno sarai dove devi essere. Al tuo posto, scopriremo dove. Ora non andare. Piuttosto: questo è inganno o menzogna?

  • Per quale motivo dottore?

  • E’ come se questa ragazza non fosse mai con te. Non hai percezioni di isolamento? Non temi il finale a tuo sfavore?

  • Perché lei non ha compreso. Non finirà, mi creda. Vediamoci lunedì al solito posto dottor Waterloo.

 

A Cupcake Town era diventato parecchio raro, nonostante gli sgoccioli di un secolo fallimentare sotto una svariata fetta di punti di vista, ritrovare gente pronta a scommettere su quella funesta e disastrata città. In molti tuttavia non conoscevano e non conobbero la drammatica conclusione di Aaron Mithcell e Cecily Burns. Quello che avrebbe dovuto rappresentare l’arrivederci al fascino iberico, si tramutò in una tragedia al vaglio di inquirenti ed anche di chi scrive. Che cosa era successo esattamente quella notte? Cosa aveva riservato il regime di Mellby? Non poteva certo saperlo Aaron, poiché l’incidente d’auto tra Madrid e Santiago, prima di procedere alla volta dell’America, gli provocò la perdita della memoria. Non riusciva a ricordare il volto di Cecily né gli ultimi sguardi prima dell’impatto fatale e della presunta morte della propria amata, dichiarata deceduta nello stesso momento in cui il talentuoso ghostwriter lottava tra la vita e la morte.

 

 

In tempi di regime, constatare ed accettare una dichiarazione di morte presunta è alquanto ottimistico. Gli inquirenti bollarono immediatamente il caso come semplice incidente d’auto peraltro senza nessun altra auto coinvolta. Mi occupai a lungo della vicenda, nel tentativo di ricercare la verità sfuggita alla mente di Aaron. Era forse tempo di aiutare quel sempre sfortunato uomo a ritrovare la donna dai neri e lunghi capelli tanto sognati ed adorati. Ma naturalmente non tutto era così semplice in assenza di Dustin Sharedown, la pettegola di Cupcake. Come avrebbe, persino lui, potuto conoscere i dettagli di una vicenda avvenuta in territorio spagnolo? Adoravo riconoscere invece un finale del tutto eccentrico, tra un percorso stradale capace di ripercorrere l’esperienza iberica di Hemingway e l’ennesimo riascolto del Morrissey più ispirato, quello di The Queen Is Dead.

 

 

Una mattina mi svegliai e cambiai atteggiamento. Volevo scrivere qualcosa di più bellico, di autentico. Desideravo inseguire faide poi dissoltesi abbastanza immediatamente come quella tra i Mellby e i Mithcell. Auspicavo la stesura di un racconto di sangue, finendo invece ad assaporare la rassegnazione degli esseri umani nei riguardi di un regime che aveva totalmente estraniato la figura e il concetto di cittadino. Decisi di intervenire e di interrogare, sebbene non adorassi assumere atteggiamenti intimidatori o ancor peggio accomodanti. Chiedevo di Aaron e Cecily ininterrottamente, senza ottenere successi o novità. Trascorsi immerso in questi effimeri tentativi il 31 dicembre. Prima di svegliarmi in un bar, totalmente confuso e con un insano senso di isteria dovuto forse ad un fortissimo mal di testa. Quasi un omaggio alle amnesie di Aaron. Ritrovai dinanzi a me un biglietto firmato Dustin Sharedown:

 

  • Meet me tomorrow. 6 o’clock. Be careful.

 

 

Rimasi profondamente sorpreso del ritrovamento di una pista dopo non averne avuta una per cinque anni. Persino Mellby e la dittatura erano un lontano ricordo, ma lo era anche l’ormai disperso senso di fiducia tra la gente che mi impedì psicologicamente di incontrare persino Sharedown. Ebbi invece pienamente conoscenza del romanzo di Aaron Mithcell e delle sue visite dal dottor Waterloo. Ne parlai con la sua assistente, Meredith Mellby. La sorella del dittatore mi aveva garantito dei miglioramenti e della possibile guarigione di Aaron. Ma resta un mondo complesso e non riesco più a credere a nessuno. Questo è un mondo deludente.

 

E’ 1 gennaio del 2100, qui a Cupcake Town. Alcuni provano ancora a festeggiare, come da tradizione consumistica pitturata da abbuffate alimentari e costosissimi regali. Altri trascorrono questo giorno nel ricordo di tempi desolatamente consumati o comunque migliori. Ma nulla da temere: il primo dell’anno è solo un giorno più banale di altri.

 

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

foto da: seatgeek.it

Codes and Keys

Ovvero: come affrontare la vita con i Death Cab for Cutie in poche semplici mosse.

“So this is the new year and I don’t feel any different”: si apre in maniera così lapidaria il celebre album Transatlanticism (2003), che ci introduce oggi alla band americana. Chi scrive è non a caso a poche ore dall’inizio di questo 2017.

Già, ma perché Death Cab? Il leader Ben Gibbard dichiara in una intervista:

“Nel 1999 abbiamo suonato in South Carolina, e siamo stati presentati come i “Death Camp for Cutie”. E quest’errore era anche sui poster affissi giorni prima del concerto! C’era un enorme equivoco in tutta la città, e al momento del concerto ci sentivamo strani e divertiti al tempo stesso. Allora abbiamo deciso di introdurre una sorta di booking contract, in cui affermavamo che chiunque decidesse di organizzare un nostro concerto avrebbe dovuto scrivere il nome della nostra band in modo corretto, oppure ci sarebbero state delle conseguenze finanziarie: niente di particolare, soltanto 50 dollari. Quindi, se qualcuno vorrà mai storpiare il nome della nostra band, che sia pronto a sborsare!”

 

A parte ciò, la loro storia è presto delineata. Mettiamo un gruppo di ingegneri di Washington che decidono di unirsi assieme nel 1997 e formare una band, col semplice scopo di strimpellare fra una derivata e un’equazione. Mettiamo che tra i fan siano considerati fuoriclasse nel descrivere amori impossibili e non solo. Che vengano selezionati per scrivere colonne sonore per diverse serie tv americane. Mettiamo tutto questo insieme e avremo la ricetta e il segreto del loro successo. Senza evidentemente banalizzare: i Death Cab non sono certo unicamente frutto della loro potenziale e possibile commercializzazione.

 

Con 8 album all’attivo, gli esperti Death Cab si erigono a sperimentatori di quelle melodie che gli inglesi definirebbero ‘mellow’: canzoni in cui ci si sente fluttuare nello spazio, carezzati dalla voce di Gibbard, ma allo stesso tempo con richiami passati di ‘Cure-iana’ memoria. Che siano ingegneri questo pare evidente. E pare che i ritmi siano perfettamente calcolati, con nulla lasciato al caso. Si avverte una sensazione di precisione anche nel disordine (apparente) che attraversa l’opera musicale della loro fondamentale presenza indie. Disordine che richiama spesso e volentieri non solo i Beatles, ma anche i Joy Division, influenze più palpabili nell’album 2008 ‘Narrow Stairs’. E anche quella Some Boys rimanda ai The Smiths e all’influenza britannica, ricordando vagamente (almeno per quanto riguarda l’incipit) la ‘indimenticata’ e indimenticabile Some Girls Are Bigger Than Others.

 

Mi chiederete: ma perché i Death Cab allora possono fornire un decalogo per affrontare la vita? Beh, scorrendo bene ed ascoltando l’ottima discografia sembrerebbe avvertirsi la presenza di almeno un suggerimento sul come affrontare determinate situazioni. Quasi un identikit cui riallacciarsi e sentirsi liberi ma al tempo stesso con cui proteggersi, a gentile concessione della poesia di Gibbard e soci. Se Plans rappresenta, a detta di molti critici e fan, forse l’album più incisivo dei Death Cab, in grado di tenere botta al piccolo capolavoro di Translatlanticism, non si sottovaluti nemmeno l’ultimo Kintsugi: una piccola perla che riporta in auge la band dopo quattro anni di silenzio compositivo.

 

In Transatlanticism si dipinge la vita quotidiana su una nave, come un moderno e rivisitato Titanic. A farla da padrone, il tema del viaggio e degli amori non corrisposti. Non ingannino i temi apocalittici o le composizioni più ‘problematiche’: lo stesso tema della morte è affrontato tutto sommato serenamente, con quella positiva prospettiva di chi crede ancora ai piccoli spazi, agli sprazzi e agli spiragli. Un apparente a volte, ed in altre avvertito, pessimismo universale che paradossalmente spesso sfocia in melodie spensierate e rassicuranti. Come quando ci si sente adolescenti e sprovvisti di quella serenità che i Death Cab raramente hanno fatto mancare al proprio pubblico, nonostante i loro dischi rappresentino spesso e volentieri amare caramelle da digerire. Provare per credere.

 

I Death Cab hanno bisogno di finestrini abbassati e facce controvento. A volte sarebbe invece sufficiente ballare nel salone di casa propria, come si usava fare un tempo, nell’intimità e nella familiarità di un ambiente domestico. Per assaporare ogni singola nota, goccia a goccia. Un rifugio sicuro in ogni momento, un porto che offre comprensione per ogni malinconia.

 

La nostra gioventù è passeggera

La vecchiaia è proprio dietro l’angolo

E non posso aspettare che i miei capelli diventino grigi.

Starò qua a pensare

Ad ogni amore che avrei potuto vivere.

Se solo avessi pensato a qualcosa di affascinante da dire.

 

E qui si torna al senso del titolo, che dunque a volte un senso lo possiede al di là del potere di catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. Codes and Keys: una specie di foglietto di istruzioni per una vita felice. Come dimenticare a riguardo la vivace The Tourist. Una sorta di training autogeno in musica, un manifesto che attraversa le fasi emotive dell’essere umano. Rabbia, stupore, estraneità ai propri luoghi e persino a noi stessi. I Death Cab non si riservano dal profondersi in consigli vari, accompagnando i dolori e le incertezze dell’ascoltatore.

 

Non tragga in inganno, come si osservava precedentemente, la commercializzazione che ha contribuito alla loro maggiore presenza ‘televisiva’ e dunque appunto ad espandere la loro veste commerciale. I Death Cab sono un patrimonio da difendere, anche dalle minimizzazioni e dalle critiche spesso concretizzatesi nell’assenza di idee o nella presunta monotonia della voce di Gibbard. Perché no, Seth Cohen non è certo stato l’unico ad averli sperimentati (do you remember?!)

 

Accogliamo dunque i nostri Death Cab nei buoni propositi dell’anno nuovo con annessi e connessi, because this is the new year and they will possess your heart. With no esitation.

Ha collaborato: Cosimo Cataleta

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

“Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”.

A questa didascalia iniziale, Charlie Chaplin fa subito seguire un gregge di pecore, intente a pascolare in maniera disordinata ma efficiente, cui associa uno sciame di operai che va al lavoro, con analoga passività.
Una vita diversa è quella  invece del Presidente dell’azienda in cui gli operai lavorano, il cui compito principale sembra quello di monitorare ogni movimento del suo gregge. Il regista inglese Charlie Chaplin, in “Tempi Moderni”, affronta dunque la tematica del controllo sulla vita quotidiana, che sarà poi ripresa ben tredici anni dopo da George Orwell in 1984 e ribattezzata con il nome di Grande Fratello.

Le scene riprodotte in maniera accelerata ci fanno ben capire quanto fosse incessante il ritmo di lavoro che gli operai erano costretti a sostenere. Il Presidente riceverà una visita in cui gli verrà presentata una “macchina da nutrizione”, con la capacità di cibare automaticamente i lavoratori e dunque di eliminare l’ora di pausa, garantendo maggiori profitti. È proprio questo l’emblema dei “Tempi Moderni” secondo Chaplin: l’eliminazione dell’essere umano in quanto tale in favore dell’arricchimento amorale e del capitalismo. Tramite l’eliminazione di una classica nutrizione, infatti, l’uomo va a perdere una di quelle abitudini che lo rendono vivo, facendolo inevitabilmente scivolare in una turpe condizione robotica. Addirittura Charlot ci mostra come la sua vita lavorativa influisca negativamente sulla propria situazione emotiva, attraverso tic nervosi magistralmente interpretati.

Ad ora di pranzo, il prescelto per fare da cavia a questo marchingegno è proprio il nostro protagonista. Ma il test si rivela fallimentare, con una tra le scene più tragicomiche della storia del cinema, dove il povero Charlot è letteralmente devastato dalle lacune tecnologiche della macchina. Nella scena seguente, Charlot, la cui coscienza è annullata dal lavoro che sta svolgendo, finisce risucchiato tra gli ingranaggi della catena di montaggio, nella famosissimo atto nel quale l’operaio appare come la pellicola intrappolata negli ingranaggi della macchina da presa, sottolineando in tal modo come anche il cinema sia il prodotto delle macchine!

In quanto ausilio per l’arte, dunque, le macchine non sono solo negative per l’umanità: Chaplin piuttosto ne critica l’utilizzo sfrenato utile solo per ritorni economici da parte dell’alta società. Charlot, così, impazzisce: comincia a ballare e a minacciare chiunque con la sua chiave inglese, tra cui un’ignara signora, nella cui scena è mirabile l’utilizzo della macchina da presa durante l’inseguimento, malgrado le evidenti difficoltà causate all’epoca dalla inesistenza della steadycam. Non sarà neppure l’inseguimento di un poliziotto a bloccare il pazzo operaio, che ormai ha perso totalmente il lume della ragione(o lo ha trovato?) e dopo aver cosparso d’olio gli altri lavoratori (che però inermi continuano a eseguire il loro “dovere supremo”), manomette le macchine, provocando l’ira dei colleghi. Tuttavia, essi verranno ben presto distratti quando Charlot rimetterà le macchine in funzione, e potrà dunque tornare a cospargerli d’olio.

Charlot è quindi affidato ad una clinica di cura per il suo esaurimento nervoso. Una volta guarito, il medico gli dice: ”Non si affatichi, ed eviti ogni emozione”. Un messaggio drammatico, che suona quasi come un: ”Smetta di vivere, questo mondo non fa per lei”.

Un qui pro quo conduce il protagonista in cella. Dopo aver ingerito accidentalmente della cocaina, egli sventa il tentativo di fuga di alcuni galeotti, guadagnandosi libertà ed una lettera di presentazione che attesta le sue qualità.
Qui entra in scena Monella (Paulette Goddard), una giovane orfana di madre con due sorelline ed un padre disoccupato, che si arrangia rubando le merci delle imbarcazioni attraccate al porto. Quando suo padre perde la vita, le figlie piccole vengono affidate ad un istituto, mentre Monella riesce a scappare ad identica sorte. Dopo una serie di (s)fortunate coincidenze, Charlot e Monella si incontrano, e decidono di passare insieme la loro vita, con la speranza di avere una casa in cui passarla. Sarà Monella a trovare un’accidentata casetta in cui i due, malgrado tutto, saranno felici.

Dopo altre disavventure, la coppia troverà lavoro in un ristorante- Nella sala,  Chaplin si esibisce cantando in una scena indimenticabile. Monella però, è ricercata per essere rinchiusa nell’istituto. I due, costretti ad una disperata fuga, tornano quindi disoccupati. Rifugiati vicino la loro casetta, camminano verso il loro incerto e misterioso futuro. Ma felici, perché insieme. Titoli di coda.

“Tempi Moderni” è un film di denuncia, non fine a sé stessa: una denuncia vogliosa di donare speranza ad una società profondamente cambiata in seguito allo sconvolgimento della Seconda rivoluzione industriale e dunque spaesata. Come dà questa speranza? Facendoci capire che la felicità è nelle piccole cose. Avere a fianco la persona che amiamo, mangiare a sazietà, possedere una casa accogliente. Insomma, per quanto datato, “Tempi Moderni” è un film più che mai attuale, con la speranza che lo sia per sempre.
foto da: ilpost.it

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte nona)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte nona)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Nessuna speranza, nessun danno. Solo un falso allarme. In preda ad un groviglio di deliri esistenziali, come piccoli pezzi a caccia di ricomposizione.

 

  • Da dove cominciamo?

  • Non saprei. Hemingway è stato ovunque.

  • Qui in Spagna o in generale intendi?

  • Entrambe le cose.

  • Allora cominciamo da dove aveva iniziato.

 

Il viaggio verso la terra iberica s’avviava a prender le forme di una inattesa e folgorante realtà. Aaron Mitchell e Cecily Burns avevano ormai lasciato da diversi mesi Cupcake. Erano rimasti in Spagna, colpiti dalla bellezza di quegli affascinanti ed inesauribili luoghi. Non poterono che cominciare da Madrid: Plaza Santa Ana, Cerveceria Alemana. Hemingway ebbe modo di raccontare, ai tempi del periodo spagnolo, che in quel posto bisognava necessariamente andarci perché è lì che giace la birra più buona di Spagna.

 

Il pensiero ed il personaggio dello scrittore americano erano una sorta di mantra legato alla vita di Aaron. Sentiva in qualche modo di averlo tradito, dopo averlo seguito e venerato per tutta la propria gioventù. Hemingway conobbe davvero, come mai nessuno era stato abituato a fare tra gli scrittori, l’esperienza tragica ed il significato della parola guerra. In particolar modo quella spagnola del 1936, che pose fino ai sogni di una Spagna allora democratica e repubblicana dando adito al quarantennio del franchismo.

 

Dalla guerra civile Hemingway ebbe modo di partorire ‘For Whom the Bell Tolls’. E quello fu, a giudizio di chi scrive e con buona pace per i sostenitori di ‘The Old Man and the Sea’, il grande capolavoro di una vita. Ne era forse consapevole lo stesso Aaron, che ora sognava un romanzo anti-totalitarista sulla dittatura britannica di Mellby. O sulla sua Cecily, in un contesto simile. Che però di fatto non aveva vissuto, allontanandosi con codardia da un luogo ormai abbandonato ed indifeso.

 

Succede spesso quando l’allievo ignora il maestro. Aaron ne era fortemente consapevole, ma anche questa volta decise di lasciar correre. Era come se ormai avesse perso la voglia di scrivere qualcosa di reale. Come se ne fosse attratto a tal punto da tornare ad uno stato di incurabile smarrimento, poiché impaurito dalle pregiudizievoli conseguenze dello ‘stare sul campo’.

 

  • E’ incredibile questa birra.

  • Dimmi se non aveva ragione quell’uomo straordinario.

  • Ma non ha fatto la guerra anche lui?

  • Tutti fanno la guerra.

  • Noi no.

  • Giusto, noi l’abbiamo avviata.

 

Tra riflessioni e presunti pentimenti, le giornate di Aaron e Cecily si riversavano nella scoperta di quei mosaici sino ad allora sconosciuti. Visitarono Madrid, Siviglia, Valencia, Barcellona. Ed ancora, un giro a Pamplona per la festa di San Firmino. Prima del raccoglimento. Della storia e dei pensieri. A caccia di luoghi tramortiti dal dolore e dal sangue versato per conquiste di libertà e purtroppo anche di insopportabile potere.

 

  • Perché adorava la Spagna?

  • Non saprei. E’ come quando qualcosa ti accade e ti segna per tutta la vita. Spiegare qualcosa di simile sembrerebbe inutile e superfluo.

  • Cosa faremo tra 5 anni?

  • Potremo andare a vivere in Islanda.

  • L’Islanda mi piace.

  • Perché?

  • E’ davvero un bel posto in cui morire.

 

Aaron e Cecily avevano trovato sistemazione in una casetta nei pressi di Santiago de Compostela, nella comunità autonoma della Galizia. Crearono così il loro personale porto sentimentale, laddove tutto sarebbe stato pronto a muoversi per intraprendere qualsiasi altro cammino. A Londra intanto, i primi conflitti civili cominciarono ad acuirsi in maniera sempre maggiore. Ad essere allo sbando non vi era la sola capitale, ma un Regno Unito ormai disperso in una catastrofe straordinariamente novecentesca. Mellby lavorava alla stabilizzazione del regime di giorno. Di notte beveva per dimenticare Cecily, ascoltando tristi e sconfortanti telegiornali che lo rendevano sempre maggiormente noto alle cronache internazionali. Il mondo è fatto anche di questo.

 

  • Comunque devo ringraziarti Aaron.

  • Perché?

  • Non lo avrei mai letto Hemingway senza le tue fissazioni.

  • Non avresti nemmeno ascoltato Morrissey.

  • Questo no. I A-M T-H-E Q-U-E-E-N

  • Preferisco Meat is Murder.

  • Cosa?

  • Sapevo ti saresti arrabbiata.

  • E’ la stessa storia di For whom The Bell Tolls

  • Anche A Farewell to Arms mi affascina.

  • Ma perché mischi sempre Hemingway e Morrissey?

  • Una volta ho fatto un sogno in cui erano contemporanei.

 

La leggiadria e la serenità contornavano la nuova dimora di Santiago, ennesimo luogo ospitale di quell’intramontabile sentimento. Aaron aveva trovato lavoro come editor presso una rinomata casa editrice spagnola, la Exposiciòn. Cecily proseguiva la propria carriera professionale come infermiera nell’ospedale comunale. Gli orari di lavoro erano inoltre altamente accessibili ed il tempo libero non mancava. Poterono trascorrere così gran parte del tempo assieme. Fu proprio quello il momento nel quale si accorsero di non essersi mai conosciuti davvero bene quanto adesso. Un’incredibile rivelazione, che fungeva da preludio al raggiungimento di una maturità mai richiesta alla vita. Desiderata in silenzio, tra ferite e semafori rotti.

 

Il passare dei mesi affievolì tuttavia la scoperta spagnola, richiedendo di fatto un rovesciamento di piani e prospettive. La fuga dal Regno Unito inculcò la profonda convinzione di una esistenza trascorsa malamente in un luogo che avevano sempre odiato. L’università, le continue rotture, l’uccisione di Pamela Mithcell. Ci sono episodi che la vita non può cancellare e mai essa potrà beneficare di anticorpi affinché ciò accada. Ma resta sempre dinanzi all’essere umano quel barlume di lucentezza, apparentemente sopito ma pronto a riemergere prima di uno scongiurato annegamento definitivo.

 

Dopo l’ultimo grande ritorno a Madrid, che Hemingway un tempo definì capitale del mondo, progettarono di lasciare la Spagna per procedere alla volta dell’America. Un passaggio a Cuba, prima di una sistemazione negli Stati Uniti. La casa editrice Expositiòn richiese infatti nuovi trasferimenti nelle sedi affiliate. Aaron colse la palla al balzo, convincendo Cecily a raggiungere la nuova meta. «Non è per sempre» – le aveva promesso. Ma a Cecily comunque poco importava: avrebbero lasciato quel posto per un altro ben presto, come accaduto con la storia di Santiago.

 

  • Sei davvero convinta, Cec?

  • Certo.

  • Non mi sembra. Se vuoi restiamo qui.

  • Ma abbiamo visto tutto della Spagna. Ora dobbiamo scoprire dove vogliamo vivere.

  • Per sempre.

  • Per sempre.

  • La carta Islanda è sempre valida.

  • Pensiamo a questa ultima notte.

 

E fu davvero una grande notte. Quella dei saluti finali al fascino iberico. Tra sangria, coraggiosi dosi di tequila e la birra più buona del Paese. Aaron e Cecily radunarono nella capitale quei pochi amici conosciuti in quei dieci mesi trascorsi tra una città e l’altra. Prima della relativa stabilità a Santiago. Fu la loro ultima traccia, in una Madrid gioiosa e meravigliosamente accattivante.

 

  • Allaccia le cinture.

  • Stiamo tornando?

  • Prendiamo la roba.

  • Ma quando partiamo?

  • Torniamo a casa proprio per questo. Abbiamo bisogno di due biglietti.

  • Da quanto non prendiamo un aereo?

  • Dodici anni. Dopo la triennale a Lakewood. Ti accompagnai in Francia per fare quella cosa.

  • La ragazza alla pari.

  • Ecco brava.

  • Non so ancora oggi come mai ci abbia ripensato.

  • Se lo avessi fatto davvero sarei morto dentro.

  • Non moriremo mai Aaron.

Moda e cosmesi nella Roma antica

Moda e cosmesi nella Roma antica

In copertina: Affresco della Casa dei Vettii  – Pompei – Ciclo di lavorazione degli olii profumati

L’arte che mira a conservare la bellezza e la freschezza del corpo femminile e maschile è definita cosmesi. Si tratta di una tecnica antica, infatti trae le sue origini in Oriente e in Egitto si diffonde ben presto in Grecia diventando una pratica indispensabile per uomini e soprattutto donne anche nel mondo Romano.

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

 

I Romani una volta conosciuto tale mondo, nonostante le opinioni dei più conservatori, che resistevano al fascino della cosmetica, ne divennero dei consumatori sfrenati. A tal proposito è opportuno citare uno degli autori più “licenziosi” e brillanti della letteratura latina: Ovidio, conosciuto provocatore della regola severa dell’imperatore Augusto, oltre ad altre celebri opere scrive i “Medicamina Faciei femineae”, un trattato sui cosmetici. I primi versi corrispondono a una sorta di introduzione generale al problema della cosmesi, nei successivi l’autore elenca una serie di ricette e di prodotti per la bellezza del corpo. In quest’opera si conferma il contrasto con le regole ufficiali dell’epoca. Secondo le quali il ricorso alla “maschera” per valorizzare le peculiarità fisiche è considerata per lungo tempo dal mondo latino una sorta di contaminazione prodotta dalla mentalità orientale. Ovidio in un ennesimo atteggiamento trasgressivo e con una mirabile modernità di pensiero considera i cosmetici uno strumento essenziale attraverso il quale le donne rispondono ad un obbligo verso se stesse prima che nei confronti degli altri. Il cosmetico in tale prospettiva ha una funzione decisiva: la bellezza d’espressione del volto non ha valore in una dinamica ostentativa e quindi di esibizione narcisistica delle proprie qualità, risulta invece, un’ esigenza profonda del singolo.

Ritratto di Ovidio

Ritratto di Ovidio

Anche se vivono confinate in campagna si pettinano i capelli

Anche se la loro nascosta dimora fosse sull’impervio Atos, l’alto monte accoglierebbe donne curate

Piacere a se stessi ha sempre un certo fascino, alle giovani donne sta a cuore ed è gradita la propria bellezza.

Le donne del monte Atos pur isolate in un ambiente non facile sarebbero truccate e adornate, dice Ovidio. La connessione tra qualità esterne e morali è molto stretta, a tal punto che le prime quando sfioriscono per ragioni anagrafiche devono essere valorizzate dalla virtù.

In cima alle vostre preoccupazioni ci sia o fanciulle un buon comportamento, l’aspetto fisico trova consensi se l’indole è accattivante, l’età cancellerà la bellezza e il volto pur piacevole sarà solcato da rughe, verrà i tempo in cui vi increscerà di guardarvi allo specchio, e il disagio aggiungerà un altro motivo per corrugare il volto. La qualità dell’animo è sufficiente e dura per lungo tempo, e proprio nella sua durata l’amore ha una ragione per esistere.

L’idea Ovidiana sta a metà strada tra l’accettazione dello scorrere inesorabile del tempo e l’intento consolatorio suggerito dalla consapevolezza di un inarrestabile processo di invecchiamento.

Ma passando al lato pratico della questione è importante dire che in antico gli ambienti dedicati alla toeletta erano arricchiti da vari oggetti d’arredo, e i trucchi utilizzati erano prevalentemente di origine naturale.

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Questo rilievo decorava il fianco di un pilastro funerario e rappresenta soggetti tratti prevalentemente dalla vita quotidiana. Al centro, la matrona siede su una poltrona di vimini, mentre le ancelle sono intente a pettinarla.

Gli oggetti relativi alla pratica sono una poltrona di fibre vegetali come nel rilievo, un tavolino con  zampe da leone su cui poggiavano altri utensili utili: specchi di rame e di argento levigato, pettini, spilloni per capelli, cassettine e vasetti per il trucco e profumi.

Per la cura dei capelli oltre ai pettini e agli spilloni a quell’epoca esistevano per fare i ricci, dei ferri riscaldati chiamati Calamistra.

Le pettinature più in voga erano il tutulus di origine etrusca, in cui i capelli erano raccolti con un nastro in modo da formare una sorta di cono sulla sommità del capo, e un’acconciatura detta “all’Ottavia”, inaugurata da Ottavia sorella dell’imperatore Augusto. Imitata da tutte le donne del palazzo: sulla fronte si lasciava solo un ricciolo, mentre gli altri capelli si raccoglievano in trecce sulla nuca.

Ritratto di Giulia, figlia dell'imperatore Tito con acconciatura all'Ottavia

Ritratto di Giulia, figlia dell’imperatore Tito con acconciatura all’Ottavia

 

Per la cura del viso invece si usava il nero fumo di semi di datteri arrostiti per il contorno degli occhi ed esistevano già da allora dei falsi nei. Un impasto particolare a base di hennè serviva per colorare le unghie. Anche il resto del corpo spesso veniva colorato: le labbra, le mani, le piante dei piedi, e in certi casi anche le punte dei seni con polvere d’oro.

Le donne amavano anche tingersi i capelli. Per divenire bionde si impiegava il sapo, un misto di cenere e di grasso animale o vegetale, altrimenti si ricorreva a parrucche fatte con capelli dei popoli nordici o con i capelli delle proprie schiave per risparmiare sui costi .Per la depilazione invece si usava una crema a base di pece greca, oppure le classiche pinzette.

E gli uomini?

Nonostante la pratica della depilazione fosse considerata effemminata, molti uomini si facevano depilare. Tra cui anche personaggi importanti della storia come Cesare e Augusto, che si depilavano le gambe con gusci di noci incandescenti, convinti che così i peli sarebbero ricresciuti più morbidi. La depilazione maschile era tanto derisa quanto diffusa. Alle terme per esempio era sempre presente uno schiavo addetto esclusivamente alla depilazione degli uomini.

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