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Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Le strade di Istanbul e di Ankara appaiono avvolte in un’atmosfera surreale, una stasi silenziosa ben lontana da come si presentarono ai miei occhi, appena cinque anni fa: solari, allegre, concitate, gravide di riscatto. Ci mancavo dai tempi dei fatti di Gezi, ed era palpabile e subitanea la trasformazione a cui s’erano sottoposti i due centri urbani che da sempre animano la vita politica della Turchia. Faccio scalo a Istanbul dove incontro un gruppo di vecchi amici dalle facce stanche, in un pub semi-deserto nel quartiere di Kadıköy. «Sono cambiate tante, troppe cose da quando sei andato via», provano a spiegarmi quell’aria tetra, rassegnata: «è dal colpo di stato dello scorso luglio che nessuno ha più voglia di uscire, non ci si sente più tanto al sicuro per strada». Il giorno dopo raggiungo la capitale Ankara, una città anonima piena di palazzoni nuovi, grattacieli e mastodontici edifici governativi che mi ricordano le Sette Sorelle di Mosca. A due passi da Kızılay incontro Barış Yıldırım, giornalista turco-curdo, scrittore e attivista, una persona estremamente attenta alle dinamiche politiche del suo paese.

Provo a chiedergli conto di cosa stesse diventando la Turchia, che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza cruciale da un punto di vista geopolitico, è rimbalzata ripetutamente sui media di mezzo mondo per questioni interne che spaziano tra il controverso e l’eclatante. Terremoti politici i cui effetti dimostrano di avere un raggio a gettito lungo, capaci di condizionare sia l’Europa che il Medio Oriente. Il prossimo 16 aprile, i cittadini turchi sono chiamati a votare per un referendum costituzionale, la cui rigida dicotomia sì / no potrebbe compromettere seriamente gli equilibri del paese e dell’area tutta. Ho chiesto a Barış di fare maggiore chiarezza.

Cosa esattamente si andrà a votare il prossimo 16 aprile?

Con il referendum viene chiesto ai turchi di accettare o rifiutare la bozza di alcune riforme costituzionali. Come spesso accade in Turchia, vengono accorpati più punti da sottoporre al voto. Si tratta nella maggior parte dei casi di punti irrilevanti, alcuni necessari, ma nella bozza sono presenti diversi articoli nascosti che possono portare a cambiamenti cruciali per la vita politica del paese, e ovviamente in maniera negativa. Se tali modifiche passassero, non avremo più un primo ministro ma una repubblica presidenziale nelle mani di Erdoğan. Si tratta di concedergli parecchi poteri che includerebbero la continuazione dello stato di emergenza, l’influenza sulla magistratura, e il “rinnovo” della legge elettorale, che in sostanza significherebbe l’eliminazione sistematica dei parlamentari non graditi al Presidente. Formalmente in Turchia abbiamo ancora un Presidente della Repubblica, e non “Il Presidente”. Ma la situazione dal post-golpe in poi ha già assunto gli aspetti che sono previsti dalla riforma costituzionale: il presidente Erdoğan in sostanza ha già tutti i poteri nelle sue mani; e ciò che è de facto e contro legge oggi diventerà de jure e legale domani se vincesse il sì.

Com’è percepito il referendum dall’opinione pubblica? Quali le speranze, quali i timori?

Il paese appare fortemente polarizzato: da una parte, la maggioranza dei sostenitori dell’AKP (ma non tutti) ritengono che l’unica soluzione per risollevare le sorti del paese sia quella di fornire ulteriori poteri al loro leader indiscusso Recep Tayyip Erdoğan, per non precipitare nel baratro; dall’altra, c’è una metà della popolazione turca che teme l’instaurazione del cosiddetto “One Man Regime”, e che la vittoria del sì possa rappresentare la fine di tutto, inclusa la stessa repubblica. In linea di massima, entrambe le posizioni appaiono piuttosto pessimistiche. C’è da dire però che negli ultimi mesi l’AKP sta continuando a legiferare bypassando il parlamento, attraverso decreti legge arbitrari; questo aspetto non verrà cambiato dalle urne, dal momento che è un risultato che non arriva da nessuna votazione.Finora la Turchia ha scongiurato l’instaurazione di un regime democratico, ma ciò non significa che le cose non possano peggiorare. E la mia personale opinione è che peggiorerebbero di parecchio con una vittoria del sì.

Cosa effettivamente cambierebbe con la vittora del sì?

Detta in termini pratici e diretti, la vittoria del sì istituzionalizzerebbe quello che io chiamo “il fascismo semi-aperto”. Come riteneva il leader socialista Mahir Çayan negli anni ‘70, in un paese neo-coloniale come la Turchia, l’imperialismo ha optato per un fascismo coloniale (o per un fascismo “sotto copertura”), caratterizzato da un parlamento e un gruppo di sindacati che favoriscono l’establishment. Nel corso degli anni, l’oligarchia ha preferito neutralizzare le opposizioni attraverso un parlamento apparentemente funzionante, in un processo graduale ma inesorabile. Il golpe dello scorso 15 luglio, che altro non era che il risultato di conflitti interni alle classi dominanti, ha dato il via ad una sorta di fascismo semi-aperto: sono mesi che assistiamo quotidianamente ad arresti incondizionati di membri del parlamento (in particolare del partito filo-curdo e dell’HDP), e numerose associazioni di sinistra e organizzazioni democratiche sono state chiuse per decreto con il solito pretesto del colpo di stato. La gente ha timore di scendere in strada, dai fatti di Gezi Park le cose sono cambiate parecchio, le manifestazioni vengono chiuse o vietate al primo cenno di “pensiero contro”. Questo è quello che chiamo “fascismo semi-aperto”; il sì renderebbe legale il mantenimento di questo tipo di status quo.

Chi supporta il no?

I socialisti turchi, l’opposizione curda, i kemalisti [sostenitori del secolarismo turco messo in atto da Mustafa Kemal Atatürk, ndr], una parte degli ultra-nazionalisti (il loro partito, l’MHP, che i socialisti descrivono come i “fascisti civili”, è apertamente schierato con Erdoğan, ma negli ultimi tempi un corposo numero di membri del partito è passato all’opposizione, guidato da Meral Aksener), e apparentemente anche alcuni elettori dell’AKP si sono schierati per il no. Ognuno di loro per motivi differenti. I kemalisti sono per il no perché non vogliono che un leader islamico acquisti tanta smisurata autorità, nel timore che questo possa portare alla fine della repubblica laica e secolare di Atatürk – una repubblica in realtà già mutilata, se non decapitata da decenni, ma questa è un’altra storia. Gli oppositori tra gli ultra-nazionalisti non sono felici dello stesso Erdoğan, dal momento che condividono parzialmente i concetti kemalisti e ritengono Erdoğan responsabile di aver dato troppe concessioni ai curdi in passato. Ovviamente il partito curdo la pensa esattamente nel modo opposto, e si sente tradito da Erdoğan per aver terminato la “risoluzione” del processo di “pace”, con il giro di vite sui curdi, molti dei quali giustiziati durante le cosiddette “guerre di trincea”, e gli attacchi contro l’YPG in Siria. Lasciami dire che una parte dei socialisti turchi pensa che nessun risultato elettorale o referendum potrà portare a cambiamenti significativi e specieper le fasce sociali più deboli, che semplicemente hanno perduto qualunque speranza e reagiscono astenenendosi dalle elezioni.

Qual è la tua opinione sulla crisi diplomatica tra Ankara e alcuni paesi europei? Che legame c’è con il referendum del 16 aprile?

Dicono che la Germania non abbia consentito gli incontri a causa della comunità curda che vive nel paese; i Paesi Bassi erano tesi per le imminenti elezioni politiche [tenutesi il 15 marzo, ndr]; la Danimarca ha preso una posizione solidale con i Paesi Bassi dopo le reazioni anti-olandesi della Turchia. Dal mio punto di vista, queste crisi erano completamente fasulle, artificiali ed esagerate dal governo. L’AKP è sempre stato in ottimi rapporti con gli imperialisti americani ed europei. Persino durante la crisi con Israele, l’AKP ha espresso il proprio orgoglio di essere un fedele alleato di Israele nella regione. Al di là di dispute minori, il governo dell’AKP – così come i governi precedenti – è a tutti gli effetti integrato nel sistema imperialistico globale. Ma, si sa, l’anti-imperialismo si vende benissimo in Turchia, così con l’approssimarsi delle elezioni si cominciano ad utilizzare slogan di rimprovero contro “le potenze straniere”, sicomincia ad utilizzare il termine “imperialismo”, ma in ultima analisi si resta sempre alla larga da qualsiasi reale concezione anti-imperialista e si continua a cooperarci a pieno regime. Gli islamisti turchi non perdono occasione di servirsi di un sentimento xenofobo e anticristiano piuttosto diffuso, nelle vesti di argomentazioni anti-imperialiste che sanno di temporaneità, irrilevanza e demagogia. Questo è accaduto con alcuni paesi europei. L’intenzione era di raggirare un numero maggiore di elettori e portarli a scegliere di votare sì, incitando a presunti contrasti diplomatici con alcuni paesi. Non so se abbia funzionato o meno. I sondaggisti affermano che la “crisi” abbia influenzato la votazione più o meno allo stesso modo per entrambe le posizioni, dunque pare non abbia sortito particolari effetti, il che ha senso per me, perché c’è da essere davvero stupidi ad abboccare a questo tipo di esca. Gli individui possono essere stupidi, le popolazioni non lo sono quasi mai.

Domenica Letteraria-Un caffè (letterario) col professor Gianfranco Claudione

Domenica Letteraria-Un caffè (letterario) col professor Gianfranco Claudione

– Potremmo essere davanti ad una tazza di caffè, ma date le distanze, lo immagineremo virtualmente posato su di un tavolo altrettanto virtuale.
Ma chi è Gianfranco Claudione e perché ha avvertito l’esigenza di creare la pagina Zibaldone Letterario (un raccoglitore di splendide citazioni e poesie di autori classici e non solo, poiché ospita le parole di scrittori inediti, come ad esempio la sottoscritta, nda)?

Ho 52 anni e insegno italiano e latino al liceo classico “Zingarelli” di Cerignola. Insegnare, stare a contatto con i giovani, a volte è faticoso, ma mi piace, mi diverte. Come dico spesso ai miei studenti, vengo pagato per fare qualcosa che mi diverte, penso quindi di essere un uomo davvero fortunato, e auguro la stessa fortuna a ciascuno di loro. Zibaldone Letterario nasce in un momento un po’ particolare della mia vita, in cui avvertivo profondamente un bisogno di autenticità, di ritrovare l’essenza delle cose, cose semplici ma vere, solide, su cui valesse la pena investire tempo ed energie. E’ un bisogno di bellezza, anche. Ecco, bellezza e verità non potevo che trovarle nella poesia, nei versi di quelli che sono stati i compagni di viaggio della mia esistenza, che l’hanno guidata e confortata, inquadrandola in un universo che sovrasta la prospettiva angusta dell’esistenza individuale e, proprio per questo, a volte l’hanno anche resa molto più interessante di quanto, nella sua ordinarietà, potesse apparire. Perché scopri che molti tuoi pensieri e sentimenti sono sostanzialmente gli stessi che i poeti hanno espresso nei loro versi, o fatto vivere ai loro personaggi, ed è un po’ come aver vissuto come loro, no? Di qui il progetto dello Zibaldone, che ha anche l’ambizione di offrire una piccola isola di bellezza e di autenticità (naturalmente non è l’unica) in un mondo social dominato dall’apparenza, dalla fatua ostentazione di sé, dalla superficialità, dal cattivo gusto, dal consumismo della parola e delle emozioni.

– Poniamo di dover dividere in due blocchi distinti tutti gli abitanti di questo splendido contenitore chiamato Terra: lettori e scrittori.
Cosa crede che vogliano oggi i lettori, specie quelli più giovani con cui lei è a contatto quotidianamente, dagli scrittori e dai loro libri? Cercano risposte, domande, riflessi di sé stessi o nuove verità fuori dagli schemi? E, in base all’andatura della letteratura contemporanea, alle tematiche scelte e al tipo di scrittura utilizzati, cosa chiedono, cosa cercano invece gli scrittori nei lettori?

È difficile dare una risposta a questa domanda perché oggi, in tempi di scolarizzazione di massa, l’universo dei lettori è molto più variegato ed eterogeneo che nel passato, quando la lettura era un’attività molto più selettiva. Penso però che in un libro il lettore di oggi, come del resto quello di tutti i tempi, cerchi innanzitutto il piacere della lettura. Si legge per ascoltare una bella storia, per vivere un’avventura, per provare sensazioni, passioni, sentimenti, per fare una bella esperienza. E questo è bello e piacevole, perché altrimenti, come avverte Michel Houellebecq, «ci si deve accontentare della vita». Leggere, insomma, salva dalla trappola dell’ordinario, dalla bruttezza mediocre della vita reale. Tuttavia non è solo questo, perché leggere apre alla mente e all’anima mondi sconosciuti, dischiude prospettive inedite, propone chiavi di interpretazione, punti di vista. Leggere è sempre un’esplorazione della realtà, un’esplorazione esistenziale, un viaggio di conoscenza. La letteratura è finzione, una sostanziale menzogna, ma è una menzogna che dice la verità, che getta una fascio di luce sulla realtà. Non a caso Calvino afferma che «il discorso sulla letteratura è sempre uno: è il discorso sulla realtà del mondo, sulla regola segreta, il disegno, il ritmo della vita». E credo che, anche inconsapevolmente, il lettore cerchi anche e soprattutto questo: risposte, conferme, smentite. Il lettore cerca sempre se stesso, e qualche volta si trova anche. Il problema è che oggi il libro è una merce, e in quanto tale è sottoposta alle leggi del consumismo, che moltiplica un’offerta culturale spesso banale, scontata, ruffiana. Sono libri che, come lo yogurt, hanno una scadenza breve, non sono permanenza, ma brusio, rumore di fondo. Naturalmente la scuola ha il compito di orientare il giovane lettore nel supermarket editoriale, ma dubito fortemente che ne abbia la capacità. Quanto allo scrittore, a mio parere cerca nella scrittura la stessa cosa del lettore: se stesso.

– A partire dalla fine dell’800 e, ancor di più al termine dei due conflitti mondiali, gli scrittori hanno cominciato ad avvertire un potente distacco dalla Natura, intesa quasi in senso divino, il che ha portato ad una sempre maggiore disgregazione dell’Io degli autori, fino alla loro “morte” nelle opere, lasciando il senso e l’unità dei loro scritti interamente nelle mani dei lettori, fenomeno che ha raggiunto l’apice con lo strutturalismo ed il formalismo e con la scrittura di autori quali Calvino (specie nella sua ultima fase, nda), Gadda.
Data la sua esperienza personale di lettore, è riuscito a cogliere gli interrogativi esistenziali più ossessivi e martellanti di questi anni? Come stanno raccontando la società odierna gli scrittori?

La vicinanza temporale e la sterminata offerta editoriale rende veramente arduo, se non impossibile, anche solo tentare di cogliere linee d’insieme nella produzione letteraria degli ultimi decenni. Del resto non sono certo un critico e il mio punto di vista di semplice lettore non può che risultare, necessariamente, parziale ed estemporaneo. In linea molto generale mi sembra di percepire da un lato il senso di un’esistenza dominata dal caso e dall’insensatezza, di fronte alla quale si pone il problema del “che fare?”; dall’altro la propensione introspettiva, l’indagine di sé, soprattutto nella lirica; da un altro ancora l’attenzione verso la condizione giovanile, specialmente adolescenziale. Pensando ai miei studenti, mi limito intenzionalmente ad alcuni esempi di autori “commerciali”, seppur dignitosi nella scrittura, e perciò di facile approccio per il lettore neofita: Alessandro Baricco, con le sue vicende surreali e i suoi personaggi sopra le righe, ma dalla scrittura morbida e rotonda, ammaliante; Alda Merini, nella quale l’analisi introspettiva si esprime in versi dalla fulminante icasticità e assume spesso l’aspetto di una dolorosa catabasi infernale; Enrico Brizzi e il suo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo di formazione che risente di modelli come Il giovane Holden di Salinger e Sulla strada di Kerouac, forse un po’ datato (è del 1994) ma ancora attuale nei temi, e dal linguaggio fresco e a quei tempi spiazzante.

– Negli anni ’80 Montale profetizzò l’impossibilità di una poesia sublime o “alta”. Io non riesco del tutto a dissentire, e mi sovviene un poeta italiano contemporaneo come Guido Catalano (che peraltro io adoro), che adotta uno stile semplice e tematiche quotidiane.
Lei cosa ne pensa? Siamo davvero vivendo anni grigi, senza alcuna punta di “genio sublime”? Forse questo abbassamento di standard ed aspettative è imputabile al sempre più cospicuo utilizzo di social networks deformanti e dispersivi, in cui le immagini dominano incontrastate e dove la voce talentuosa si disperde nel rumore?

Accostare Guido Catalano (che pure ospito spesso nel mio Zibaldone e che approfitto di questa occasione per ringraziare della gentile concessione alla pubblicazione) a Montale mi sembra forse un tantino azzardato. Battute a parte, difficile non concordare con Montale. Del resto già Baudelaire, nei Fiori del male, ormai quasi due secoli fa, parlava di perdita dell’aureola. Non è il caso, qui, di ricostruire le cause del fenomeno, estremamente complesso. Mi limito a dire che non ho nessuna nostalgia per la poesia sublime, che implica il rischio detestabile dell’enfasi retorica e celebrativa: si pensi a certa orrenda produzione di Carducci, Pascoli o D’Annunzio, che non a caso è uscita dal canone letterario scolastico, e giustamente. Del resto, stile semplice e tematiche quotidiane non è detto che diano vita a una poesia necessariamente “facile” o disimpegnata. Ad ogni modo, viviamo in un mondo prosaico e volgare, dove domina il cattivo gusto, il kitsch: basta accendere la tv o aprire Facebook per rendersene conto. Se in passato la poesia selezionava rigorosamente il repertorio del poetabile, la sfida, oggi, consiste nel tentare di rinvenire frammenti di bellezza nel caos informe e prosaico del mondo. La bellezza dell’ordinario, del normale, del quotidiano, insomma dove non te l’aspetti, pezzi d’azzurro tra le cimase, come ne I limoni di Montale. Tra l’altro, anche se non sono assolutamente un fotografo, è il senso di un altro mio piccolo progetto su Instagram, “_mimimalia_”, nato con le stesse motivazioni e finalità dello Zibaldone. Cercare la bellezza inaspettata nell’ordinario, senza cedere allo scetticismo e alla sfiducia: forse è (anche) da qui che si può partire per costruire un mondo più a misura d’uomo.

E con queste parole speriamo di avervi dato degli ottimi spunti per affrontare questa Domenica e per cercare (e trovare, nel migliore dei casi) negli angoli sperduti o familiari il vostro personalissimo momento di bellezza.

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Articolo originale di Chris Jordan, pubblicato il 27 Novembre 2016, qui.

“Ladies and gentlemen, Fidel Castro?”

Fidel CastroNoto per aver presentato Elvis e i Beatles all’America durante il suo varietà “The Ed Sullivan Show” in onda per molti anni sulla CBS, nel 1959, Sullivan presentò in un contesto totalmente differente una personalità d’alto rilievo: Fidel Castro.

Il modo in cui ottenne l’intervista nasconde una storia fatta d’intrighi e pericoli, poiché i tizzoni della rivoluzione bruciavano ancora. Nel 1958 la maggior parte dell’America ancora non sapeva chi fosse Castro, né quali fossero le sue inclinazioni politiche. Sullivan chiese “in prestito” uno scrittore del Chicago Tribune*, posseduto dal New York Daily News, per impostare l’intervista.  Dopo un viaggio in aereo ed un “giretto” di sei ore per le vie secondarie della città di Matanzas, Sullivan e la sua troupe si ritrovarono in una piccola stanza con Castro ed i suoi seguaci, armati di mitragliatrici.

Sullivan e Castro sedevano ad una scrivania.

“I due erano circondati da soldati, uno dei quali aveva un mitra puntato alla testa di Ed,” scrive Maguire.

“L’atteggiamento di Sullivan non era il solito rigido ed innaturale che adottava durante il suo programma il sabato sera, ma piuttosto esuberante e vivace.”

Sullivan, un Anti-Comunista convinto, chiese a Castro s’egli lo fosse. La domanda provocò una reazione violenta.

“(Castro) quasi saltò dalla sedia” disse il cameraman Andrew Laszlo “si strappò la camicia e fece vedere un bellissimo crocifisso e gridò: “Sono un Cattolico, come potrei essere un Comunista?!”

Sullivan gli chiese in seguito se fosse il George Washington cubano, il che aumentò facilmente la tensione in quella stanza. Concluse infine l’intervista chiedendo a Castro in che modo riuscire ad impedire l’ascesa di futuri dittatori, come Fulgencio Baptista, il Leader cubano che Fidel Castro riuscì ad abbattere.

“Sarà facile” disse Castro in un inglese imperfetto:

“Non permettendo a dittatori futuri di venire a governare il nostro Paese. Potete starne certi, Baptista è e sarà l’ultimo dittatore di Cuba”. 

Sullivan

All’insaputa di Sullivan, Castro si prestò ad un’intervista durante il programma “Face the Nation”, in onda poche ore prima della sua intervista col conduttore, ma Sullivan condusse il primo.

Castro divenne una sorta di star dei media, ed eroe della contro-cultura negli Stati Uniti prima che i rapporti fra i due paesi s’inacidissero. In seguito al 1959 apparve al “Jack Paar’s Tonight Show”, ed al  “Person to Person” di Edward R. Murrow. Bob Dylan, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Gabriel García Márquez espressero il loro supporto al rivoluzionario.

Dopo l’invasione della Baia dei Porci nel 1961, Castro divenne un nemico dello stato, e le sue apparizioni sulla TV americana calarono sempre di più. Un’eccezione vi fu nel 1976 quando il giornalista sportivo Howard Cosell intervistò Castro per la ABC durante un incontro amatoriale di box nell’Avana. Castro gli parlò dei suoi primi tiri a Baseball.

Sullivan, che presentò Elvis Presley durante il suo show nel 1959, causerà un’onda d’urto ben maggiore nel 1964, portando i Beatles in America.  Le apparizioni di Presley, i Beatles e Castro hanno una cosa in comune: al termine delle interviste Sullivan, dall’imponenza del suo palco,  li dichiara tutti “cittadini modello” dei loro paesi.

“È un bravo giovanotto” disse Sullivan di Castro nella trasmissione dell’11 Gennaio 1959 “un giovanotto intelligentissimo”

 

*Il Chicago Tribune è il quotidiano principale dell’area metropolitana di Chicago e del Midwest degli Stati Uniti

Tratti d’Autore: Martina Pesce

Tratti d’Autore: Martina Pesce

Immagine di copertina, galleria a fondo pagina ed altre illustrazioni nell’articolo a cura di Martina Pesce. Originali qui

Conosco Martina dai tempi del Liceo. Da sempre, ho visto Martina come uno dei talenti più estrosi che io abbia mai conosciuto e devo contendere con tanti altri il titolo di fan numero uno. Martina Pesce è una bomba ad orologeria, e la sua arte è l’esplosivo. I suoi disegni sono unici, una linea a tratti spezzata, a tratti ballerina. Martina riesce a racchiudere in se una duplice natura, l’insicurezza è un tratto che. istintivamente, la caratterizza. Con questo sentimento, Martina trasforma questa ansia da prestazione in magia. Questa timidezza è vinta dalla vivacità artistica che ripone in ogni disegno. Assieme a questa intervista, che sono riuscito ad estorcere dopo mesi di tentativi, troverete solo alcuni degli ultimi disegni di Martina Pesce. In ogni singolo tratto, ritroverete tutta la maestria di Martina. Vi suggerisco di continuare a seguire Martina, perché disegnatrici con il suo talento, attitudine e brio sono rari, e vederla crescere ed esplodere come artista sarà una gioia unica.

Martina Pesce è una illustratrice di Stornara. Ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti ed ora si sta specializzando nell’arte del fumetto. Ma chi è davvero Martina Pesce?

Eh, bella domanda!! (ride) Parlando seriamente, ho studiato Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Foggia e mi sono diplomata a marzo 2016. Prima di allora non avevo mai studiato roba inerente al disegno, ne fatto corsi o altro: tutto quello che facevo era dovuto al fatto che mi piacevano un sacco i disegni dei cartoni animati che guardavo e dei fumetti che avevo iniziato a leggere (W.I.T.C.H. è stato il primo in assoluto, poi mi sono buttata su manga/anime) e mi divertivo a copiarli… anche se non sono un granchè a copiare e siccome non uscivano mai uguali mi ritrovavo sempre ad inventare personaggi o a disegnare quelli esistenti in modo diverso. Quest’anno ho finalmente deciso di iscrivermi ad una scuola di fumetto, così da dedicarmi esclusivamente a questo, con la speranza che un giorno la mia passione possa diventare il mio lavoro.

Una passione travolgente la tua. Ma quando hai capito di voler diventare una fumettista?

Guarda, non saprei dirlo con certezza. Io disegno praticamente da sempre (anche se le prime vignette risalgono alle superiori, quando immortalavo i momenti più disastrosi e imbarazzanti della vita scolastica), ma penso di aver maturato la certezza di volerlo fare di mestiere quando ho intrapreso il percorso accademico, quattro anni fa.

“L’opera è l’uomo. Una cosa non spunta dal nulla” diceva Edward Hopper. Qual è lo stile che ti rappresenta più di altri?

Penso si possa dire che i miei scarabocchi sono un miscuglio di stili tendente al grottesco, caratterizzato da una spessa linea di contorno e dalla quasi totale assenza di colori. Almeno fino ad ora, dato che è in continua evoluzione.

I tuoi lavori partono da una cultura moderna, dei manga, videogiochi e fumetti. Quali sono i personaggi e le storie che più preferisci ritrarre?

Beh, questa risposta potrebbe essere più lunga del normale, ma farò lo sforzo di essere breve: fino ad ora, purtroppo, non sono ancora riuscita a tirar fuori un fumetto vero e proprio (anche se ci sto lavorando); mi sono limitata, in tutto questo tempo, a disegnare personaggi di cartoni animati, film o serie tv, spesso ad inventarne di miei, ma lasciandoli poi a marcire tra i vari fogli sparsi per la mia disordinatissima scrivania. A volte è capitato di tirar fuori singole vignette, ma per lo più mi limito a veloci sketch o, al massimo, a semplicissime illustrazioni in bianco e nero inchiostrate con i pennarelli. In ogni caso, i miei soggetti preferiti sono i personaggi comici e disastrosi (non a caso ho ritratto moltissime volte la mia amica e compagna di banco delle superiori che combinava un sacco di guai ed assumeva espressioni “da cartone animato” sempre diverse).

I disegnatori che più ti hanno segnata nella creazione del tuo stile?

Tralasciando i disegnatori dei Walt Disney Animation Studios (soprattutto Glen Keane… darei un rene per poter disegnare come lui!), che forse insieme a Capena e Barbucci sono stati quelli che mi hanno catapultato nel mondo del disegno, devo ringraziare anche cartoni animati come “Adventure Time”, “Lo straordinario mondo di Gumball”, “Due Fantagenitori”, “Le Superchicche”, “Mucca e Pollo”, “Ed, Edd & Eddy”, “Leone il cane fifone”, ecc. Ma ci sono talmente tanti altri disegnatori che stimo e seguo che se dovessi nominarli tutti si farebbe notte! Giusto per citarne qualcuno: Veronica “Veci” Carratello, Vanessa Cadinali, Davide Toffolo, Sarah Andersen, Anna Cattish, Francesca De Martino, Steve Thompson, Bill Watterson… vabbè, mi fermo qui, ma giuro che ce ne sono ancora tantissimi.

martina pesce

Scott McCloud, parlando del fumetto, lo definisce come “immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore”. Qual’è il messaggio di fondo della tua arte?

Più che ad un messaggio di fondo io punto alla “reazione estetica”. Rimanendo molto spesso incantata dai lavori di alcuni autori, mi piacerebbe diventare in grado di suscitare le stesse sensazioni in chi si ritrova davanti ai miei scarabocchi. E, perché no, anche strappare una risata.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? Ci sono aspetti della tua formazione che vorresti ampliare? Un sogno del cassetto da realizzare?

Per quanto riguarda l’ampliare alcuni aspetti della mia formazione, ci sto lavorando: proprio quest’anno mi sono iscritta alla scuola di fumetto Inkiostro (che ha alle spalle proprio l’omonima casa editrice) e mi sto impegnando tanto per diventare una disegnatrice completa, in grado di disegnare anche cose differenti dal grottesco in modo tale da avere più opportunità lavorative nel campo. I piani per il futuro non sono ancora ben definiti, se non per il desiderio di lavorare, in qualche modo, nel mondo del fumetto. Chissà, speriamo bene!

Martina, a nome di Cronache ti ringrazio per questa intervista. Dacci qualche informazione per poter continuare a seguire il tuo mirabolante percorso

Grazie a te e tutti i ragazzi di Cronache dei Figli Cambiati. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare tutti i vostri lettori ed invitarli a seguire i miei lavori sulla pagina Facebook Tram. In questo momento sono nel pieno dell’Inktober, 31 disegni per 31 giorni. Seguitemi per scoprirli tutti. Ciao!

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