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eCommerce: il futuro astratto del Commercio

eCommerce: il futuro astratto del Commercio

In copertina: eCommerce – Mediamodifier @Pixabay

Gli ultimi due decenni sono stati, più di ogni altro segmento temporale nell’ultimo secolo, anni di profondo cambiamento per le interazioni sociali ed economiche dell’umanità. Lo sdoganamento commerciale di Internet ed una profonda accelerata della globalizzazione hanno, inevitabilmente, unito sempre più la nostra società e distrutto le vecchie concezioni che la componevano. Dal modo in cui creiamo nuove reti, interagiamo con i nostri “peers” e manteniamo contatti con quest’ultimi, le nuove tecnologie sono state lo strumento per una vera rivoluzione. Ma il segmento, che per noi italiani vive ancora in un limbo di diffidenza, più in crescita ed in mutamento nell’economia globale è sicuramente il commercio.

Quello che noi italiani vediamo come “semplice” eCommerce, nel Nuovo Mondo ha raggiunto quote di mercato importanti: le proiezioni parlando di 660.4 miliardi di dollari di vendite nel 2017 nel solo territorio statunitense. Queste vendite riguardano il solo settore Business to Consumer, ovvero da produttore a consumatore, e nella vendita “classica” di beni e servizi (singola transazione per singola prestazione). Sono, quindi, tagliate fuori tutte le nuove forme di mercato quali servizi in abbonamento come Netflix o piattaforme di scambio servizi come Fiverr o Freelancer che vedremo in seguito.

Nuovo e vecchio: l’economia al tempo dell’eCommerce

Il tratto più importante della nuova economia del Nuovo Millennio è proprio la smaterializzazione ed astrazione delle transazioni. I nostri nonni, ad esempio, sono stati abituati ad una economia basata sul negozietto sotto casa: il fruttivendolo, il macellaio, il sarto, tutte le transazioni erano basati su un rapporto umano, una contrattazione tra due persone della stessa cerchia, dello stesso gruppo sociale.

Sono arrivate, in seguito, le economie di scala: tutti i settori dell’economia scoprono una nuova e più importante grandezza guadagnando maggiore efficienza e riduzione dei costi. Nascono così le grandi catene ed i grandi gruppi industriali, aiutati dal perfezionamento dei servizi di trasporto, fondamentali fin da subito per mantenere minimi i tempi di attesa ed alta l’efficienza aziendale. Così per i nostri genitori è diventata parte della routine frequentare i grandi centri commerciali, che sia per compiere vere spese o semplicemente come passatempo, talmente assuefatti da questi templi del consumismo.

In seguito, l’introduzione dell’elettronica nelle nostre vite, ha mutato significativamente tutte le metodologie e costruzioni preesistenti: l’avvento dell’eCommerce ha creato un inventario e possibilità infinite per il consumatore, e per il produttore in primis. Visitare Amazon e ritrovare quel prodotto che nel negozio sotto casa non era presente, ordinare una pizza direttamente dal divano o noleggiare l’ultimo film per la serata sono diventate azioni sempre più presenti nelle nostre vite.

Servizi a sottoscrizione e freelance senza barriere: il prossimo passo

Siamo ora in una fase di transizione, ma per i nostri figli tutti i loro acquisti saranno basati sull’eCommerce. Evoluzione che alcuni sono riusciti ad abbracciare a pieno, elaborando nuovi metodi da applicare ai vecchi mercati. Sarebbe semplicissimo richiamare all’attenzione Amazon, un colosso che in quarto di secolo non ha semplicemente rivoluzionato il commercio, ma ne ha distrutto le pratiche costruendo un nuovo paradigma. Ma ancor più di Amazon, aziende come Blue Apron in Nord America incarnano a pieno l’evoluzione del Nuovo Millennio.

Blue Apron, nata soli 4 anni fa a New York, verte su una business idea piuttosto bizzarra rispetto alle nostre conoscenze: un servizio a sottoscrizione mensile di consegna cibo. Ogni settimana, i clienti ricevono un pacco contenente tutti gli ingredienti necessari per preparare i pasti di tutti i giorni. Varie ed interessanti ricette vengono proposte ogni settimana, avendo a cuore, ovviamente, le varie necessità dei clienti, che siano essi vegetariani o intolleranti a qualche ingrediente. Come Blue Apron, sono nati tantissimi altri casi di servizi a sottoscrizione di prodotti basilari (Dollar Shave Club , Lootcrate , The Bookish Club solo per citarne alcuni) che stanno trasformando il nostro modo di fare acquisti.

Neppure settori tradizionalmente basati su rapporto umano sono esenti da trasformazioni. Il lavoro creativo, ad esempio, ha trovato la sua evoluzione tecnologica in piattaforme come Freelancer o Fiverr: su queste piattaforme, è possibile creare delle aste di commissione, indicando budget e necessità, ed attraverso le quali migliaia di creativi propongo al committente le proprie capacità e la propria professionalità. Nella fase attuale, ci troviamo in una situazione tragicamente votata al ribasso, nella quale il livello si è inevitabilmente abbassato (queste piattaforme sono piene di semi-professionisti il cui lavoro finale è alquanto discutibile in molti casi) ma che a lungo termine potrà portare solo che giovamento in un settore nel quale, specie i piccoli studi o i nuovi arrivati, è sempre più difficile trovare clienti disponibili ad una seria collaborazione.

Rimuovere il fattore umano e semplificare il processo per il consumatore

Il dato di fatto di questa evoluzione è inevitabilmente la continua ed inesorabile cancellazione del commercio al dettaglio nello stile che tutti conosciamo. La stessa Amazon sta sperimentando negozi fisici in formati nuovi con Amazon Go. Amazon Go permette ai suoi clienti di entrare negli spazi dedicati allo shopping, scegliere i propri prodotti e portarli a casa senza passare dalle casse, poiché il conto passa direttamente dal conto Amazon. Per quanto innovativa, questa esperienza risulta più come un esercizio di stile, un modo per mostrare un pensiero fuori dal comune, piuttosto che una vera realtà aziendale.

Il dado è tratto e i consumatori apprezzano: perchè trascorrere ore in coda, affollare grandi centri commerciali, iniziare una caccia al tesoro tra mille prodotti, quando con uno smartphone posso cercare ciò di cui ho bisogno e farlo arrivare a casa nel giro di poche ore? I vantaggi dell’eCommerce e dei servizi a sottoscrizione, che ci sollevano dalla ricerca e dal ritiro, sono indubbi. L’economia sta cambiando ed assieme ad essa le necessità dei consumatori. A costo, però, del fattore umano, lasciandoci chiusi dalle voci esterne, togliendoci anche le più piccole esperienze sociali.

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Traduzione da: Why Time’s Trump Cover Is a Subversive Work of Political Art

L’annuncio annuale  del ’ personaggio dell’anno’ del Time è, anno dopo anno,  grossolanamente frainteso. Il periodico tuttavia,  è molto chiaro sul suo unico criterio ” la persona che ha avuto la maggiore influenza, in bene o in male, sugli eventi dell’anno”. Fate una semplice ricerca su Twitter e troverete innumerevoli persone che credono che la scelta del ‘personaggio dell’anno’ equivalga a un’approvazione.

Tra i precedenti vincitori erano inclusi Stalin (1939, 1942), Ayatollah Khomeini (1979), Adolf Hitler (1938), e altre figure che credo si possa presumere non siano appoggiate dallo staff del Time.

Quest’anno, non dovrebbe sorprendere che l’eletto presidente Donald Trump sia stato scelto per onorare la copertina dell’edizione annuale del Time (ripreso dal fotografo ebraico Nadav Kander).

”In bene o in male,” Trump, durante la sua campagna, e ora dopo la sua elezione, è stato certamente tra le maggiori influenze sugli eventi dell’anno.

Per cercare indizi utili a capire come il Time si senta in merito alla domanda – è ” nel bene e nel male?” – si può guardare l’immagine scelta per la copertina del numero. Le decisioni che il Time ha preso sulle modalità di fotografare Trump rivelano uno stratificato, variegato  settore di  riferimento che pone l’immagine tra le migliori copertine della rivista.

Al fine di scomporre l’immagine, concentriamoci su tre elementi chiave (tralasciando la posizione della ‘M’ di ‘Time’ che fa sembrare che Trump abbia delle corna rosse)

IL COLORE

Notiamo come i colori appaiano leggermente slavati, tenui, delicati. La tavolozza crea ciò che possiamo definire un effetto vintage. La nitidezza e i dettagli dell’immagine rivelano la contemporaneità dell’immagine, ma i colori indicano un tipo di pellicola più vecchia, chiamato Kodachrome.

La Kodachrome, la pellicola recentemente sospesa prodotta dalla Kodak, fu progettata all’inizio del 1900 per creare una riproduzione accurata dei colori. Divenne estremamente popolare tra la fine degli anni 30 e gli anni 70, e il suo aspetto distintivo definisce il nostro comune concetto visivo di nostalgia.

Riproducendo la tavolozza dei colori della Kodachrome, il Time ci fa immaginare la copertina  come se l’immagine appartenesse al periodo di popolarità della Kodachrome.

Questo spostamento visivo-temporale in un certo senso rispecchia molte delle guide che hanno alimentato l’ascesa di Trump.

Trump ha condotto una campagna basata su politiche regressive e atteggiamenti Anti- protezione ambientale, anti-aborto, pro-carbone, ecc.

Questa elezione non riguardava solo scelte politiche regressive, ma anche valori tradizionali (definiti in primo luogo dalla destra cristiana), di nostalgia per la grandezza americana e la sicurezza, di nostalgia per un mondo pre-globalizzato.

LA POSA

La posa di Trump può essere interpretata come un gioco sovversivo sulle tradizionali pose dei ritratti dei potenti.

I quadri dei monarchi possono detenere due funzioni estetiche- al suolo l’associazione tra il soggetto e il trono, consolidando in tal modo la metonimia, e aumentare il senso di assoggettamento nello spettatore. Lo spettatore deve avvicinarsi al monarca, il monarca non si scomoda per lo spettatore.

Nella nostra epoca post-monarchica, il potere del trono è ampiamente passato, ma l’importanza della figura seduta rimane. La sedia in se è irrilevante, ciò che conta è l’atto di essere seduti.  Inserendo un ritratto in questa tradizione, la sedia assume il ruolo del trono, e il soggetto il ruolo di re (o regina)- l’effetto visivo è lo stesso.

Consideriamo l’immagine seguente del Memoriale di Lincoln ( per ulteriori riferimenti osservate questa immagine di Putin).

Esse sono una versione esagerata delle pose tradizionali. Vediamo i nostri soggetti con la testa sollevata, ma cosa più importante, li osserviamo dal basso- L’angolazione ci costringe a cercare i soggetti, e fa sembrare che a sua volta il soggetto guardi in basso verso di noi. Questa posizione e angolazione, con lo spettatore apparentemente (e letteralmente nel caso del memoriale di Lincoln ), ai piedi del soggetto, lo  fa apparire dominante, potente, a giudicare.

Ma, capovolgiamo l’immagine, e improvvisamente abbiamo una nuova serie di significati.  Sulla copertina del time invece di vedere Trump con la testa sollevata e dal basso, lo vediamo seduto da dietro e circa all’altezza degli occhi. Il rapporto di potere si è completamente spostato.

La posizione di Trump girato verso la fotocamera rende il tono cospiratorio, piuttosto che di giudizio. Ci sono due immagini in gioco qui-  l’immaginario potere-immagine  dell’immagine presa dalla parte anteriore, e l’immagine reale, in cui Trump sembra offrire allo spettatore un occhiolino complice, come a dire, guardate come abbiamo gabbato quei polli (sia Trump che lo spettatore stanno guardando in basso verso coloro che si trovano davanti). Sovvertendo la tipica potenza dinamica, il Time, in un certo senso, coinvolge lo spettatore nelle elezioni di Trump, nel suo essere in copertina, in primo piano .

Su un altro livello, gran parte di ciò che sappiamo di Donald Trump è stato raccolto aattraverso le immagini. E’ un maestro di branding, una star dei reality che è stata per molto soggetto favorito dei tabloid. Scegliendo di non fotografare Trump con la testa alta, la copertina del Time ci offre quasi uno scorcio ‘dietro le quinte’ dell’uomo che ha passato molto del suo tempo di fronte alla macchina fotografica- aumentando il tono cospiratorio e la complicità dello spettatore. La natura altamente posata ed elaborata della fotografia offre un altro livello di ironia. Infine, dobbiamo notare l’ombra minacciosa in agguato sullo sfondo. E ‘un piccolo, ma importante e brillante dettaglio.  Proprio come questa immagine ci fornisce due punti di vista, ci fornisce anche due Trump- Trump il neoeletto presidente, e il suo spettro, inquietante dietro le quinte, in attesa di prendere forma.

LA SEDIA

Il colpo da maestro, il singolo  dettaglio che completa l’immagine intera, è la sedia.  Trump è seduto su quella che sembra essere una sedia Vintage  “Luigi XV” (così chiamata perché  fu progettata in Francia sotto il regno del re Luigi XV nella metà del XVIII secolo). La sedia non suggerisce solo i regni ciecamente ostentati dei re francesi poco prima della rivoluzione, ma anche, più specificamente, il regno di Luigi XV che, secondo lo storico Norman Davies, “ha prestato maggiore attenzione alla caccia di donne e cervi che al governo del paese”, e il cui regno è stato caratterizzato da “debilitante stasi”, “guerre ricorrenti,” e “continue crisi finanziarie” (suona familiare?). La brillantezza della sedia però, è visiva piuttosto che storica. E ‘un simbolo vistoso di ricchezza e prestigio’, ma se si guarda in alto a destra, si può vedere uno strappo nella tappezzeria, a significare l’immagine deteriorata di Trump stesso.

Dietro la furia, dietro i display luminosi della ricchezza, dietro le promesse scintillanti, abbiamo il debito, la mancanza di gusto, la demagogia, il razzismo, la mancanza di esperienza di governo o conoscenza (tutte cosi che, purtroppo, conosciamo già troppo bene ). Una volta notato lo strappo, le macchie sul legno vengono mese a fuoco, come le crepe nel trucco di Trump, la sottigliezza dei suoi capelli, la macchia nell’angolo in basso a sinistra della sedia – l’intera illusione di grandezza comincia a crollare. La copertina  dona meno l’immagine di un uomo potente rispetto alla ferma immagine di un leader, e il suo paese, in uno stato di degrado. L’ombra spettrale fa gli straordinari qui – suggerisce uno splendore che è già passato, se mai è esistito.

Nel loro insieme, questi elementi si aggiungono ad una profonda interpretazione di ansia per i prossimi anni. Abbiamo il collocamento implicito di Trump a metà del 1900 (guardando attraverso gli archivi delle copertine del Time, non ci sono immagini che somiglino propriamente a questa, salvo quella qui a sinistra [un confronto puramente visivo]). Abbiamo un’ipotesi di complotto, squallore al di sotto del potere. Abbiamo la facciata fatiscente di ricchezza, che, come “Il ritratto di Dorian Gray”, suggerisce più di un deterioramento fisico.

Come  fotografia, è un successo raro. Come copertina, è una dichiarazione.

 

 

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

In copertina: il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e la Cancellieria Angela Merkel. Fonte qui e qui

Le bufale abbondano sulla Rete: che novità! Abbiamo già discusso del problema delle notizie false e del loro possibile condizionamento degli eventi ma questo tema è di nuovo tornato a fare notizia su tutti i giornali italiani poco dopo l’insediamento del nuovo governo Gentiloni. Lunedì scorso è diventato virale l’articolo di Libero Giornale, palesemente falso, dove viene citata una fantomatica frase del nuovo premier:

Basta ipocrisie, sono tutti finti poveri e io sono già scocciato di questo piagnisteo, rimboccarsi le maniche per il futuro del Paese, qualche sacrificio non ha mai ammazzato nessuno, solo così l’Italia tornerà a primeggiare in Europa”.

Libero Quotidiano “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi” 

Una frase del genere potrebbe sembrare assurda fin dalla prima lettura. Eppure per oltre 10.000 utenti di Facebook non lo è. Questi utenti hanno infatti ricondiviso l’articolo di Libero Quotidiano, con quel sentore di odio che oramai macchia dai prodromi del Web 2.0 l’esperienza della Rete. 

Scorrendo le pagine di Libero Quotidiano, possiamo notare che il caso Gentiloni non è l’unico (magari lo fosse). Una seconda notizia riporta: “Deborah Serrachiani in lacrime: ‘Non arrivo a fine mese, altro che la crisi è finita’”. Con una semplicissima ricerca, anche questa notizia risulta falsa: la governatrice del Friuli-Venezia Giulia, infatti, è sì scoppiata in lacrime nell’aula del Consiglio Regionale, ma per i continui attacchi ricevuti in questi anni in carica alla Regione.

Come questo, tantissimi sono i casi da segnalare. Dalle continue bufale con protagonista la presidentessa della Camera Laura Boldrini, a quelle contro la parlamentare PD Cecile Kyenge. Tutti questi siti cercano di nascondere questa leva per il personale ricavo dietro la satira. Una ulteriore beffa nei confronti di chi ne ha invece fatto uso magistralmente per istillare il dubbio e la discussione, e che oggi vede paragonata la propria onestà intellettuale a pessime tattiche tese alla creazione di una confusione che genera vantaggi a pochi (o a nessuno). Tanto meno al lettore.

Anche la Germania, simbolo di compostezza e rigore, teme questa ondata di confusione. Tutto nasce dalle polemiche scaturite a seguito della vittoria di Donald Trump, che molti analisti e la stessa CIA riconducono proprio alla diffusione di notizie false e ad interferenze da parte di hacker russi. A pochi mesi dalle elezioni, tutte le forze politiche hanno il timore che questa situazione possa replicarsi durante la campagna elettorale e le votazioni.

Per correre ai ripari, diversi politici di importante caratura, dal vice cancelliere Sigmar Gabriel al capogruppo del SPD al Bundestag, Thomas Oppermann, hanno esplicitamente richiesto una feroce battaglia contro le bufale. Patrick Sensburg, membro del partito di Angela Merkel, ha richiesto che “la disinformazione che punti a destabilizzare lo Stato sia considerata un reato”.

Per la Cancelliera “è un problema che va affrontato e se necessario, regolamentato”. È questa la vera ed unica soluzione? Certamente no. La limitazione della libertà di parola e di satira, per quanto utilizzata malamente come nei casi prospettati, non può essere considerata unica fonte di soluzione. Potremmo addirittura ritrovarci in una situazione pericolosamente peggiore. Le sofferenze del popolo della Rete non verrebbero meno, per quanto represse da un potenziale stato di polizia, lontano dai principi dello stato di diritto e dal corretto funzionamento del modello legato allo stato sociale.

Alla visione di questa impietosa situazione, una domanda sorge spontanea: qual è il motivo di tutto questo? Quali sono le ragioni del fruitore medio della Rete, che urla indignato senza verificare le proprie conoscenze? Piuttosto che scadere negli immediati e banalissimi commenti stile “Siamo un popolo di ignoranti”, sebbene i dati sull’analfabetismo funzionale e il successo di pagine come Adotta anche tu un analfabeta funzionale supportino la tesi, bisognerebbe vedere oltre queste soluzioni semplicistiche.

Non è possibile negare, infatti, come negli ultimi anni vi sia stato un forte cambiamento nella percezione della politica da parte della popolazione. Tra scandali di palazzo e politiche ancorate ad austerità e regole di bilancio, gli elettori hanno percepito i propri rappresentanti lontani dalle loro istanze. Se in questa situazione aggiungiamo una crisi economica globale, dalla quale politica e finanza non hanno trovato forze adeguate di rinascita, ecco la fuoriuscita di un drammatico cocktail di rabbia. La Rete ha poi giocato da liberissimo vettore, coadiuvando il dolore della difficoltà contro i potenti. Contro coloro che pensano al proprio tornaconto invece di aiutare il popolo. Ora più che mai, il tempo dei cambiamenti risulta necessario. A patto che si cambi con ponderata cognizione di causa.

Perchè Facebook non bloccherà mai le notizie false

Perchè Facebook non bloccherà mai le notizie false

In copertina: Il neo eletto presidente Harry Truman mostra sorridente una copia del Tribune che riporta, erroneamente, la vittoria del suo avversario, Thomas E. Dewey (W. Eugene Smith//Time Life Pictures/Getty Images)

Oramai tutti conosciamo Facebook e tutti ( o quasi) lo utilizziamo quotidianamente per qualsiasi motivo. Dal più futile, come giocare a Candy Crush o similari, al più utile (basti pensare che 1.5 milioni di attività spendono per pubblicitià su Facebook ed è un trend in crescita). Eppure c’è quel tarlo che Internet non riesce proprio a staccare, quell’errore nel sistema che ne compromette l’integrità della sua immagine. Le notizie false, o bufale, come le chiamiamo qui in Italia.

Ora chiariamoci: c’è stata una criminalizzazione pesante della bufala, sebbene, inizialmente, era un mezzo di mero divertimento. Non erano neppure notizie false nel senso stretto, ma satira, che poteva spaziare da grottesche esagerazioni della realtà, oppure racconti fantastici con una minima base di verità. La prima serie di articoli “falsi” fu proprio il Great Moon Hoax, apparsa sul “The Sun” nel 1835, dove Richard A. Locke raccontava della scoperta della vita e di una civiltà sulla Luna. Samuel Clemens, meglio conosciuto come Mark Twain, ha iniziato la sua carriera come scrittore di notizie false, il che fu un problema per lui. Twain, infatti, fu spesso aggredito da persone che prendevano sul serio i suoi articoli.

In epoca moderna, c’è chi ha utilizzato la notizia falsa come il giusto mezzo per veicolare una sana satira. Il capostipite per questo genere di scrittura è, senz’altro, The Onion. È il diretto successore di quegli articoli falsi, che riesce a strappare una grande risata a chi comprende la loro vera natura, anche se, spesso, perfino i professionisti ci cascano. Non possiamo, inoltre, non citare Lercio, che, essenzialmente, è la controparte nostrana di The Onion. Lercio è, oramai da anni, un caposaldo del Web italiano, anche vincitore del Macchianera Awards 2015.

Con l’avvento di Internet, però, in tanti si sono fatti furbi ed hanno iniziato a giocare con l’integrità del giornalismo e con l’intelligenza della gente. E se il detto dichiara: “L’occasione fa l’uomo ladro”, qui in tanti stanno tentando di diventare Arsenè Lupin. Le notizie false si sono trasformate da innocente gioco a terribile nemico dell’informazione.

Ora penserete che sono un catastrofista: può essere vero, ma è un dato di fatto la concentrazione di informazioni fuorvianti presenti su Internet. Che poi, quanto possano essere veritiere le parole e le immagini che tutti i giorni, o senza vero interesse o con falsa indignazione, guardiamo, leggiamo e magari condividiamo su Facebook, a quanto pare, non è un dato che al navigatore medio di Internet interessi particolarmente.

Nell’immagine: headline del People’s Daily, il più importante giornale cinese, che condivide una notizia di The Onion come vera.

La questione ha destato particolarmente scalpore proprio durante le ultime elezioni statunitensi, che da poco hanno decretato la vittoria di Donald Trump. In molti hanno collegato la vittoria del candidato repubblicano alla marea di notizie false che circolavano su Facebook: di sicuro The Donald non ha vinto solo per queste notizie, ma di sicuro è stato aiutato da queste e dal clima errato che hanno creato. Anzi, lo si vede tutt’ora con Facebook Italia e il Referendum costituzionale e la questione migranti (almeno una volta al giorno, sulle nostre bacheche è presente la solita notizia dell’immigrato che ha stuprato la ragazzina di 15 anni, o l’annosa questione 35€).

Sebbene Google e Facebook si siano impegnate a combattere questa piaga che afflige entrambe le piattaforme, credo che difficilmente vedremo grandi cambiamenti e grandi crociate contro le notizie false perchè, semplicemente, non conviene ad entrambe le multinazionali. Altre grandi crociate su Internet, dove i colossi si sono mossi per risolvere la situazione, sono sempre partite da questioni economiche o di immagine. Possiamo citare ad esempio, lo spam.

Google ha combattuto da sempre lo spam nelle ricerche e nelle sue caselle di posta per pura convenienza: se sistemi automatizzati riescono ad indicizzare un qualsiasi sito e farlo arrivare ai primi posti nelle ricerche, per quale motivo qualsiasi attività dovrebbe investire in pubblicità sulla piattaforma Alphablet? Difatti, il problema è stato risolto da tempo (lo spam esiste ancora, ma è pesantemente filtrato da qualsiasi sistema di posta e motore di ricerca.

Il problema con le notizie false è che i grandi gruppi non ci perdono dalla condivisione delle stesse, anzi ci guadagnano. Questo è il vero motivo per il quale Facebook non bloccherà mai, seriamente, queste notizie perchè, effettivamente, perderebbe ricavi. Precisiamo, non sarebbe una grave perdita per Facebook, ma, se la questione è sentita solo da una piccola parte del suo pubblico, Facebook non bloccherà mai dei contenuti sponsorizzati (cosa che spesso sono). Ecco, se davvero le notizie false un giorno non ci dovessero essere più, sarà perchè noi per primi le avremmo scartate o segnalate. Come sempre, è necessario un cambio nel lettore: nessuna condivisione di notizie false equivale a nessun ricavo per i siti che le condividono (e per Facebook), e di qui la loro chiusura (si spera).  Siate voi, i lettori, i primi a cambiare: ogni qualvolta che vedete una notizia palesemente falsa che vuol passare come vera, segnalatela, bloccatela ma non condividetela per nessun motivo.

 

Napster, Kanye ed altre storie: il rapporto tra musica e ascoltatori

Napster, Kanye ed altre storie: il rapporto tra musica e ascoltatori

In copertina, da sinistra a destra: Kayne West e Sean Parker, fondatore di Napster. Montaggio a cura di CFC, file originali qui e qui

Recentemente ho avuto modo di visionare The Social Network, film del 2009 di David Fincher. Un passaggio mi ha lasciato folgorato: la cena tra Sean Parker, fondatore di Napster, Mark Zuckerberg ed Eduardo Saverin. In un passaggio stupendo,  Eduardo messo alle strette ricorda a Parker come ha perso la causa contro le case discografiche che egli aveva danneggiato. Parker lucidamente risponde: “Vorresti comprare un negozio Tower Records, Eduardo?” (Tower Records era un negozio che vendeva dvd e cd musicali, ha dichiarato bancarotta nel 2004, dopo esser stato stilettato a morte dalla pirateria e da servizi come Napster stesso – nda).

Ma facciamo un passo indietro.

Napster è partito come sistema gratuito di condivisione file, perlopiù mp3. Per questo essenzialmente era possibile ricercare musica senza necessità di nessun tipo di pagamento: una forma più spregiudicata rispetto a quella del moderno Spotify, il quale guadagna dalla pubblicità pagando gli artisti con royalties bassissime in base agli ascolti. Dal suo lancio, il 1° Giugno 1999, ha causato un effetto devastante sull’economia discografica. Napster è stato infatti il Big Boy e le case discografiche Hiroshima e Nagasaki. Boom. Affondate. Chiuderà nel 2001, anno in cui i fondatori verranno messi sotto processo.

Poi, qualche anno dopo,  un colosso qualsiasi dell’informatica introdurrà iTunes e ciao ciao dischi. Il mercato digitale cresce anno dopo anno, con un abbassamento generale dei dati di vendita: se nel 1999  gli album venduti secondo Nielsen erano di 754 milioni (album ‘fisici’ e digitali), nel 2004 si registra già un calo di circa il 15% del mercato totale. 100 milioni di album in meno venduti. I dati al 2015 sono impietosi: 241 milioni di dischi venduti, di cui circa 137 milioni ‘fisici’, per il resto digitali. (fonte Nielsen Music – nda).

Ormai dunque  l’uso di musica liquida è predominante nonostante riduca l’ascolto ad uno shuffle freddo e ripetitivo, che tuttavia agevola e ci rende quasi estensioni musicali, vista la facilità con cui è possibile usufruirne.

La contraddizione più assurda la generiamo noi fruitori,: da un lato siamo affezionatissimi alla musica in generale, dall’altro è altrettanto raro che qualcuno la supporti economicamente, non riconoscendole così un reale valore artistico.

 

Nel 2016 il mercato degli album fisici ha fatto i conti con la ripresa del vinile fuori catalogo che è tornato in auge. Catastrofico? Forse. Eppure è possibile sfruttare la cosa in modo intelligente: userò appositamente la parola intelligente e non il termine “proficuo”.

 

Il 12 febbraio di quest’anno è uscito dopo numerosi cambiamenti il nuovo album di Kanye West, ‘The Life of Pablo’. West probabilmente ha toccato l’apice della ‘concettualità’ musicale (si spazia dagli autotune di Feedback, fino all’old school di No More Parties in L.A.) e lirica, con testi che spaziano da riflessioni sul ruolo della religione, al ruolo di Kanye come artista, fino ad una riflessione umana che spazia dal senso di autodistruzione, alla famiglia e alle relazioni in generale.

Ne parlo perché ‘The Life of Pablo’ nasce come un disco in costante cambiamento, posseduto dal suo artista prima che dai fruitori. West stesso si è riservato il diritto di poterne cambiare la scaletta, fino ad aggiungerci due tracce, Saint Pablo e Frank’s Track. TLOP ha inoltre cambiato per due volte titolo (da SWISH a Waves fino a quello corrente) oltre che innumerevoli altri dettagli tra cui campionamenti all’interno delle canzoni, alcuni cori ed elementi delle basi che sono stati silenziati o messi in primo o secondo piano rispetto alle precedenti versioni.

 

Come è possibile modificare un album che esce su cd o vinile? Una ristampa subito dopo, si chiederà il lettore, mossa di mercato interessante anche se solo un ‘aficionado’ sarebbe portato ad acquistare il prodotto due volte. Invece no: Kanye West ha deciso di palesare l’album in streaming su Tidal, dichiarando in seguito di non voler far uscire mai più una sua opera su supporto fisico.

 

Da appassionato d’arte non ho potuto non pensare al ciclo della “Cattedrale di Rouen” di Monet: trenta dipinti che illustrano uno stesso soggetto cambiare in base alle fasi del giorno e alle stagioni. Si potrebbe addirittura parlare di impressionismo musicale, reso possibile questa volta grazie alla liquidità del supporto.

 

Se quindi ormai la musica è in costante cambiamento a causa dei mezzi con i quali viene distribuita, le tendenze del pubblico non cambiano. Nonostante West l’abbia infatti  inizialmente reso disponibile su Tidal, in streaming su PornHub (dite ciò che volete, ma non che Kanye non abbia gusto) e solo dopo attraverso download digitale sul suo sito, a causa della mancanza di supporto fisico, è stato vittima di un enorme tasso di pirateria: già solo all’indomani della pubblicazione risultava ‘piratato’ di 500000 copie, stimando le sue perdite in 10 milioni di dollari.

 

Ne deduciamo quindi che purtroppo ormai la rivoluzione Napster ha fornito troppe armi, diseducando il pubblico ad un rapporto di scambio con l’opera musicale e con gli artisti. Qui si torna a The Social Network: Eduardo pecca di miopia come chiunque abbia pensato che chiudendo Napster sarebbe stato possibile arginare una falla del sistema di fruizione musicale. Il vero vincitore finale è Sean, prevedendo nonostante la sconfitta in tribunale il soddisfacimento di un bisogno pervasivo del consumatore, permettendo un cambiamento assoluto ed epocale nel modo di approcciarsi al prodotto.

Privacy: pecunia non olet, sed instar mendacia cloacarum sunt

Privacy: pecunia non olet, sed instar mendacia cloacarum sunt

In copertina: campagna di sensibilizzazione per la Giornata Internazionale per la Data Privacy. Originale qui

Fu singolare l’episodio tra Vespasiano e suo figlio Tito, pochi anni dopo la nascita di Cristo, tanto da coniare una iconica frase: “Pecunia non olet”. La frase, letteralmente “il denaro non ha odore”, fa riferimento alla tassa, la “centesima venalium”, che l’Impero Romano aveva posto sull’urina raccolta dai bagni privati, o vespasiani. La frase di Tito fa riferimento all’accaduto secondo il quale Tito avrebbe gettato delle monete in un bagno, e raccolte le avrebbe odorate. Ciò significa che bisogna far cassa, senza distinzione sulla provenienza del denaro stesso.

Questo articolo, però, è un inserto di tecnologia, cosa c’entrano i Romani? In un mondo nel quale il denaro e il guadagno sono due capisaldi della nostra società, una frase come quella di Tito ha una valenza ancora attualissima. Mi sono permesso di aggiungere alla locuzione latina una proposizione dipendente. “Sed instar mendacia cloacarum sunt”, ovvero “Ma le menzogne sono come fogne“. Un po’ teatrale si, ma, a mio avviso, sottolinea la gravità della situazione, della concezione profondamente sbagliata che abbiamo del Web e di alcuni suoi strumenti, come i social network, e di quanto possa essere violata la nostra privacy, se non preservata con cura.

Privacy come valuta

L’evoluzione del Web nella sua versione 2.0 si è portata dietro un bieco futuro: i nostri dati e le nostre informazioni sono diventate letteralmente valuta. Ma andiamo con ordine: come fanno i nostri dati e le nostre informazioni a diventare denaro?

Primo su tutti i cookie. Fino all’avvento di Internet, i cookie erano solo biscotti. Deliziosi e privi di pericoli. Nel gergo informatico, per cookie si intendono quei microfile contenenti informazioni per il riconoscimento del browser. Sono alla base di molti meccanismi per noi così scontati sul web. Autenticazione, salvataggio automatico di alcune preferenze, la creazione di un carrello acquisti in un negozio online e tanti altri. Tutto grazie ai cookie. Purtroppo questi possono essere utilizzati anche in altro modo: i cosidetti cookie di profilazione e di tracciamento. Questi file cercano, ad esempio, le ultime ricerche fatte dall’utente ed inviano questi dati a terze parti, le quali potranno utilizzare queste informazioni per pubblicità mirate. Tutti noi abbiamo almeno una volta fatto una ricerca su Google su un qualsiasi prodotto, per poi ritrovarci i banner di tutti i siti che visitiamo riempiti dei prodotti affini alla ricerca che avevamo fatto. Molti siti riempiono in ogni modo raccoglitori di cookie le loro pagine, proprio per carpire i dati dei proprio visitatori.

Questa può essere vista come una violazione della privacy, ed effettivamente lo è quando la pubblicità diventa asfissiante. Purtroppo, limitare l’uso dei cookie non risolve la situazione. Partendo dal presupposto che un nuovo tipo di cookie, chiamato Evecookie, il quale si autoreplica più volte quando creato, è stato implementato da poco sulla Rete. Nuovi regolamenti sovranazionali, come la Cookie Law dell’Unione Europea, hanno cercato di limitare l’uso spregiudicato e sbagliato di questi file ausiliari. Ma il vero problema è che disabilitare l’uso dei cookie rende impossibile un uso completo e moderno di Internet. Troppe routine di base utilizzano i cookie e disabilitarli significherebbe ridurre al minimo la funzionalità di un sito o, peggio, renderlo del tutto inutilizzabile. Alcuni browser web permettono l’automatizzazione del processo di cancellazione dei cookie. Una mezza soluzione, visto che i siti recepiscono i cookie durante la navigazione.

Social network e privacy: realtà inconciliabili

Il rischio maggiore per la privacy, però, si nasconde dietro un muro di ipocrisia: i social network. Questo pare un discorso molto paranoico, alla Mr Robot, ma è purtroppo vero. Facebook è una miniera di dati, come tutti i social network, ma perchè? Perchè i social network analizzano ogni dato che passa attraverso i loro sistemi. Lo immagazzinano e lo rivendono al miglior offerente.

Il marketing ha trovato nel socia network la più grande banca dati del mondo. Prima si ricorreva ai sondaggi per avere informazioni: si cercava di comprendere il mercato ed i suoi bisogni attraverso domande mirate. Ma i social network rispondono alle domande prima ancora che esse vengano pronunciate. Sesso, etnia, orientamento religioso e politico, quali sono le tue aspirazioni, le tue voglie, qualsiasi cosa. Tutto ciò che condividi sui social diventa denaro. Mark Zuckemberg non è un genio per aver collegato migliaia di persone, è un genio perchè ha nascosto dietro la dipendenza intrinseca degli essere umani ad affermarsi una colossale macchina di raccolta dati. Un pubblico infinito di persone non solo pronte a donare le proprie informazioni sensibili e vedere annullata così la propria privacy, ma anche ad assorbire pubblicità senza batter ciglio. Una perfetta macchina da soldi, perfettamente legale e diabolicamente geniale.

Cybersicurezza: un miraggio

Ci sono tanti siti che, in un modo o nell’altro, richiedono le nostre informazioni. Questo non è un dramma, anzi spesso è necessario per le nostre attività. Pensate all’e-commerce: come faremmo a pagare e ricevere oggetti a casa senza fornire dei nostri dati? Questo non è necessariamente dannoso per la nostra privacy, poichè queste piattaforme non rivendono i nostri dati, ma li tengono al sicuro nei loro server. Peccato che in informatica, non esista un sistema perfetto, inespugnabile. E più grandi sono, e più pesante è la caduta. Basti pensare a Yahoo, al quale sono stati rubate oltre 500 milioni di credenziali di accesso. Mezzo miliardo di potenziali dati rivendibili sul mercato nero. Un colpo colossale, che distanzia notevolemente anche il secondo attacco più grave, quello a MySpace con 360 milioni di utenti compromessi. Ma anche tante minuscole azioni di phishing, di hackeraggio. Spyware e malware pronti ad insinuarsi nei vostri computer e rubare i vostri dati. La sicurezza in Rete può essere un miraggio, ma non siamo completamente senza difese.

L’intelligenza come difesa

Il Web è uno straordinario strumento ma molti di noi lo utilizzano ancora con una disarmante ingenuità. Ma non tutto è perduto. Non siamo alla mercè delle multinazionali, schiavi del loro oppio e legati alle loro infinite tattiche per soggiogarci. No, siamo liberi di informarci. L’unica grande difesa contro le minacce della nostra privacy online è il nostro intelletto. Bisogna avere parsimonia nella divulgazione delle nostre informazioni. La ricerca anonima permette che i cookie non vengano salvati ed utilizzati da terze parti. Imparare a non condividere qualsiasi informazione su Facebook, Twitter, Instagram e vari, ci renderà consapevoli delle nostre informazioni pubbliche. Nessuno può entrare nella nostra mail se non forniamo loro i dati per farlo. Nessuno può spiare il nostro computer se non diamo l’autorizzazione all’esecuzione di tali programmi. Nessuno è indenne, e tanti governi stanno iniziando a percorrere la strada della sorveglianza online. Bisogna tutelarsi nei confronti di chi, nel bene o nel male, sfrutta il Web per impossessarsi della nostra privacy. L’intelligenza è l’unica tattica vincente.

 

 

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