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Un natale cinico

Un natale cinico

Domani cominceranno di fatto le festività natalizie. A dire il vero il “Natale” si “respira” già da qualche settimana con le luci, gli alberi, i presepi, gli addobbi e ovviamente i regali che decorano e riempiono le nostre case e le nostre città e non solo. Solo il Gesù Bambino manca all’appello, ma non c’è da preoccuparsi visto che verrà posizionato tra il bue e l’asinello allo scoccare della mezzanotte come da tradizione. Da domani cominceranno i brindisi, gli abbracci, i baci, le partite a carte, le tombolate, i cenoni, i botti, i saluti, i sorrisi… come da tradizione. E come da tradizione tutto questo carico di bontà e amore si scioglierà come neve al sole alla fine delle suddette festività. Ed ecco il ritorno alla normalità fatta a volte di indifferenza, a volte di astio, a volte di invidia… come da tradizione (umana).

Che il mio giudizio sia poco obiettivo e al contrario abbastanza impregnato di cinismo? Potrebbe essere, anzi meglio così, visto che di cinismo parleremo in questo articolo. Nella Grecia antica del IV secolo a.C. cinici erano Antistene e Diogene di Sinope, ovvero i maggiori esponenti di questa scuola d’ispirazione socratica che facevano del loro pensiero un assoluto stile di vita. Cinico, infatti, tradotto dal greco antico significa “alla maniera dei cani” e appunto Diogene di Sinope era soprannominato il “cane”. Gli adepti di questa scuola avevano come fine il raggiungimento dell’Eudaimonia (felicità); per essi l’unico modo di essere felici era il vivere in modo autarchico, in assoluta armonia con la natura, e del servirsi della ragione per rimanere impassibili di fronte alle passioni umane e alla caducità della vita. Altra cosa importante per la scuola cinica era la Paressia (libertà di dire tutto): era un dovere per un cinico dileggiare e farsi beffe della società, dei suoi rappresentanti e delle sue leggi. Celebre è l’aneddoto raccontato da Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi dove Diogene di Sinope al saluto di Alessandro Magno risponde con un «Scostati un poco dal sole».

Dopo questa piccola introduzione alla filosofia cinica, ritorniamo a parlare del Natale. Il Natale come tutti sappiamo è una festa della religione cristiana. Lo psicoanalista Carl Gustav Jung disse una volta che il limite del Cristianesimo è stato quello di considerare la divinità in forma di Trinità e non in forma di Quaternità, ovvero considerare come parte di Dio il Diavolo stesso. Il male esiste non perché esiste il Diavolo, bensì per la prepotenza di nasconderlo. Portarlo alla luce significa debellarlo o meglio controllarlo.

Ricordate la Paressia, la libertà di dire tutto dei cinici? È giunto il momento di abbattere tutta questa facciata di ipocrisia che puntualmente si erge durante le vacanze natalizie. Che vadano al diavolo (per l’appunto!) i convenevoli e le frasi di circostanza. Abbiamo bisogno di nuove parole. Ci aiuterà Ambrose Bierce, giornalista e scrittore americano che nel 1906 pubblicò The Cynic’s Word Book (Il vocabolario del Cinico) successivamente ribattezzato The Devil’s Dictionary (Il dizionario del Diavolo). Il dizionario del Diavolo non è altro che un normale dizionario dove a ciascun lemma è affiancata una definizione sarcastica e di folgorante veridicità. Ne riporto qui qualcuna per cominciare a masticare le grammatiche del cinismo nella speranza che la lettura possa servire a proteggere il lettore da tutto lo “zucchero” che queste feste gli riserveranno:

 

  • abominevole (agg.) – La qualità delle opinioni altrui.
  • abuso (s.m.) – Si parla di abuso di potere quando l’autorità viene esercitata in modo a noi sgradito.
  • affezionato (agg.) – Dicesi di chi ha la tendenza a diventare molto noioso. La creatura più affezionata del mondo è un cagnolino bagnato.
  • amicizia (s.f.) – Una nave abbastanza grande per portare due persone quando si naviga in buone acque, ma riservata a una sola quando le acque si fanno difficili.
  • amore (s.m.) – Parola inventata dai poeti per far rima con cuore.
  • antagonista (s.m.) – Persona indotta dalla sua stessa malvagia natura a negare i nostri meriti o a esibirne di personali di gran lunga superiori.
  • bandito (s.m.) – Persona che toglie con la forza ad A quello che A ha preso con l’inganno a B.
  • battaglia (s.f.) – Metodo per sbrogliare coi denti un nodo politico per cui la lingua non basta.
  • battezzare (v. tr.) – Infliggere con grandi cerimonie un nome a un povero bambino incapace di difendersi. Il rito richiede fra l’altro che il bambino venga bagnato in modo che il nome gli si appiccichi.
  • bellezza (s.f.) – Il mezzo con cui una donna conquista l’amante e terrorizza il marito.
  • bigotto (s.m.) – Chi resta ostinatamente fedele a un’opinione che non condividete.
  • carità (s.f.) – Un’amabile disposizione dell’animo che induce a perdonare negli altri i peccati e i vizi cui siamo dediti noi stessi.
  • cervello (s.m.) – Organo con cui pensiamo di pensare. Distingue l’uomo che si accontenta di “essere” qualcosa da quello che desidera “fare” qualcosa.
  • chiaroveggente (s.m. o f.) – Persona, di solito donna, dotata della facoltà di vedere ciò che il suo cliente non vede, cioè anzitutto che è uno stupido.
  • congratulazione (s.f.) – La veste elegante dell’invidia.
  • defraudare (v. tr.) – Offrire una preziosa occasione di istruirsi e fare esperienza a chi si fida di noi.
  • demagogo (s.m.) – Un avversario politico.
  • denaro (s.m.) – Una benedizione che non ci è di alcun vantaggio se non quando ce ne separiamo. E’ una patente di cultura e un passaporto per il bel mondo.
  • diffamare (v. tr.) – Mentire a proposito di qualcuno e dire la verità a proposito di un altro.
  • discussione (s.f.) – Uno dei tanti metodi per confermare gli altri nei loro errori.
  • egocentrico (s.m.) – Persona dai gusti volgari, più interessata a se stessa che a me.
  • elezione (s.f.) – Semplice artificio mediante il quale una maggioranza dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere.
  • emigrante (s.m.) – Un ingenuo convinto che un paese possa essere migliore di un altro.
  • fanciullezza (s.f.) – Periodo di transizione nella vita umana che sta fra l’idiozia dell’infanzia e la follia della giovinezza, a due passi dalle colpe della maturità e a tre dai rimorsi della vecchiaia.
  • fede (s.f.) – Credere senza prove a ciò che ci viene detto da uno che parla senza cognizione di causa di cose senza paragone.
  • felicità (s.f.) – Gradevole sensazione suscitata dalla contemplazione delle miserie altrui.
  • filosofia (s.f.) – Strada con molte diramazioni, che conduce dal nulla a nessun posto.
  • gentile (agg.) – Esperto nell’arte e nella pratica della dissimulazione.
  • gioia (s.f.) – Emozione che può essere suscitata nei modi più svariati; uno dei gradi più alti di intensità che può raggiungere ha comunque origine dalla contemplazione dell’altrui dolore.
  • gratitudine (s.f.) – Un sentimento che sta a metà strada fra il beneficio ricevuto e quello previsto o atteso.
  • illusione (s.f.) – La madre di una rispettabilissima famiglia che comprende Entusiasmo, Affetto, Abnegazione, Fede, Speranza, Carità e tanti altri bei figli e figlie.
  • imperturbabile (agg.) – Dotato di grande forza morale per sopportare le sciagure che affliggono un altro.
  • imputato (s.m.) – Termine giuridico per designare quella persona così gentile che dedica tutto il suo tempo e le sue energie per mantenere prospere le condizioni del suo avvocato.
  • incoraggiare (v. tr.) – Confermare uno stolto nella follia che incomincia a costargli cara.
  • ispirazione (s.f.) – Viene così definito letteralmente l’atto di immagazzinare aria inspirandola; ad esempio un profeta è ispirato dallo spirito divino e un flauto da un nemico dell’umanità.
  • libertà (s.f.) – 1. Esenzione da un piccolo numero di vincoli tra le migliaia imposte all’uomo.
  • lunedì (s.m.) – Nei paesi cristiani viene così chiamato il giorno che segue la partita di baseball.
  • mano (s.f.) – Singolare strumento inserito all’estremità del braccio umano e di solito infilato nelle tasche altrui.
  • matrimonio (s.m.) – Lo stato o condizione di una piccola comunità, costituita da un padrone, una padrona, e due schiavi: in tutto, due persone.
  • merito (s.m.) – Le qualità che dimostrano il nostro buon diritto a ottenere ciò che qualcun altro si prende.
  • nemico (s.m.) – Un astuto mascalzone che ti ha reso certi servigi scomodi da ricambiare.
  • nostalgico (agg.) – Dicesi di chi si trova all’estero senza una lira.
  • odio (s.m.) – Il sentimento più appropriato di fronte all’altrui superiorità.
  • ozio (s.m.) – Intervalli di lucidità nei disordini della vita.
  • palese (agg.) – Evidente per noi e per nessun altro.
  • pazienza (s.f.) – Forma minore di disperazione, travestita da nobile virtù.
  • pentimento (s.m.) – Un sentimento che di rado turba la gente, almeno finché le cose non cominciano ad andare male.
  • piacere (s.m.) – Emozione generata da un vantaggio personale o da uno svantaggio altrui.
  • rimpianto (s.m.) – Ciò che si sedimenta nella coppa della vita.
  • risoluto (agg.) – Chi si mostra ostinato in una direzione da noi approvata.
  • rivoluzione (s.f.) – In campo politico viene così chiamato il brusco passaggio da una forma a un’altra di malgoverno.
  • santo (s.m.) – Peccatore morto, riveduto e corretto.
  • sentimento (s.m.) – Fratellastro malaticcio del pensiero.
  • sfortuna (s.f.) – Il tipo di fortuna che non manca mai.
  • tradire (v. tr.) – Ripagare per la fiducia accordata.
  • uccidere (v. tr.) – Creare un posto vacante senza creare un successore.
  • vigliacco (agg.) – Chi, nell’emergenza del pericolo, pensa con le proprie gambe.
  • voto (s.m.) – Simbolo e strumento della facoltà che ha ogni libero cittadino di dimostrarsi uno sciocco e di rovinare il proprio paese.
  • zelo (s.m.) – Malattia nervosa che colpisce talvolta i giovani e gli inesperti.
L’educazione scolastica secondo Montaigne

L’educazione scolastica secondo Montaigne

«È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena» scriveva Montaigne nel 1580 nei suoi Essais. Mi sembra che oggigiorno si avverta sempre di più il bisogno di teste ben fatte; infatti, se è pur vero che uno dei problemi maggiori di questo mondo contemporaneo (a dir la verità lo è da sempre) sia giustappunto l’ignoranza dilagante, indubbiamente è anche vero che pericolose siano le tante teste piene circolanti.

Una testa piena è una testa fatta di sole nozioni imparate a memoria, una testa impregnata di scienza ma non di coscienza, come una moneta senza valore. Nei capitoli XXV (Della pedagogia) e XXVI (Dell’educazione dei fanciulli), Montaigne è chiarissimo: non est loquendum, sed gubernandum (non si tratta di parlare, ma di reggere il timone); la saggezza è il frutto di un processo educativo che può solo scaturire dall’esercizio della virtù e della bontà e non dal solo studio delle lettere e delle scienze, infatti afferma: «ogni altra scienza è dannosa a colui che non ha la scienza della bontà. […] oggi in Francia lo studio ha quasi per unico scopo il guadagno».

Queste ultime parole fanno indubbiamente impressione per la loro estrema attualità, e forse anche per la constatazione che l’utilitarismo e l’opportunismo fossero di moda anche tra gli uomini del Rinascimento. Non lasciamoci scandalizzare e procediamo con accortezza. Si studia per il guadagno, per crearsi una posizione stabile e fruttuosa in società, in ultima analisi potremmo dire che si studia anche per vanità e per il nostro innato spirito di conservazione. Si studia anche per egoismo e per fragilità. Tante sono le persone a cui sembra che lo studio venga loro quasi imposto dall’alto, e che si affannano sui libri, che sembrano invecchiare sui libri, imbruttire e forse anche un po’ morire (non me ne vogliano i lettori). Platone nella Repubblica afferma che le cariche ai cittadini devono essere affidate in base alla natura interiore della persona. Uno zoppo sarebbe poco indicato nel partecipare a una maratona così come sarebbe poco indicato che una persona irosa tenti la carriera da magistrato. A mio parere la questione è abbastanza chiara: avremo sempre più teste piene che teste ben fatte poiché il sistema scolastico-educativo attuale impone una sola via per raggiungere lo “scopo”, fregandosene altamente delle diverse attitudini caratteriali di ogni singola persona.

Riguardo all’educazione dei fanciulli, su questo punto, Montaigne scrive: «la maggiore e più grave difficoltà della scienza umana par che s’incontri proprio là dove si tratta dell’educazione e dell’istruzione dei fanciulli. Come nell’agricoltura le operazioni che precedono il piantare sono determinate e facili, e così il piantare medesimo. Ma quando ciò che è stato piantato comincia a vivere, per farlo crescere si ha una gran varietà di modi e molte difficoltà: così per gli uomini, ci vuol poca abilità a piantarli, ma dopo che sono nati ci si addossa un compito diverso, pieno di affanni e di ansie, per educarli e allevarli». Per il filosofo francese importante è la figura del precettore. Un buon precettore è l’unico in grado di guidare il fanciullo nel lungo percorso della conoscenza (di sé soprattutto) «a volte aprendogli la strada, a volte lasciandogliela aprire». L’educatore di Montaigne è innanzitutto un maestro di vita che insegna all’allievo i propri punti di forza e a riconoscere di volta in volta le proprie debolezze per poi superarle.

Ecco perché diventa importante che le “strade vengano aperte” una volta dal precettore e una volta dall’allievo: è quasi un gioco delle parti in cui non c’è nessuna autorità, ma anzi rispetto reciproco e la volontà di imparare uno dall’altro. Questa è la sapienza derivante da una profonda educazione alla bontà. «Non si tratta di parlare, ma di reggere il timone». Solo dopo aver appreso l’arte della bontà si può passare allo studio delle lettere e delle scienze, e tra queste Montaigne consiglia lo studio della storia poiché parla di gesta e azioni fatte da uomini.

Giunti a questo punto, mettiamo da parte Montaigne e il passato e ritorniamo al presente. Come faremo ad educarci alla bontà nella società di massa attuale che tutto appiattisce e che tutto semplifica? Perché parliamoci chiaro, la società attuale è impostata solamente per creare teste piene e non teste ben fatte. Ennio Flaiano disse una volta che il problema della scuola era questa costante e dannosa propensione a voler semplificare tutto: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle» si trasforma in «Questa collina mi è sempre piaciuta». Perché semplificare? Leopardi non era mica un tipo semplice. E perché non cercare di metterci davvero a confronto con un Leopardi, innalzandoci noi e non abbassando lui al nostro livello. Sapere Aude, osa essere saggio, abbi il coraggio di sapere. Adesso posso andare a dormire tranquillo; dopo avere scritto tutte queste citazioni sento la testa meno piena. Deve essere un buon segno!

Buon compleanno, The Eraser!

Buon compleanno, The Eraser!

Articolo originale da “Consequence of sound” qui

"The Eraser - Thom Yorke" la copertina dell'album

“The Eraser – Thom Yorke” la copertina dell’album

Il business musicale che conosciamo sta morendo da decenni, il che lo posiziona in buona compagnia, assieme al teatro, letteratura, pittura e scultura. Sono diventati tutti  degli invalidi permanenti, mai abbastanza in guarigione ma non ancora morti. Queste industrie così diverse soffrono della stessa malattia: parliamo di un caso di tecnologia terminale. Un concerto sul palco a New York può difficilmente avere la stessa rilevanza culturale di un TV show guardato da milioni di persone in tutto il mondo; sembra che molte persone inoltre preferiscano leggere i post dei loro amici che qualche autore emerito; e anche se un dipinto dell’oceano può essere davvero carino, probabilmente avrebbe avuto più valore prima che ci fossero le ricerche di Google Image e i last minute per Miami.

Al volgere del nuovo millennio, Napster e altri servizi di condivisione hanno cambiato drasticamente la musica provando l’ovvio:  le persone non pagherebbero per qualcosa che potrebbero avere gratis. Alcuni musicisti hanno preso la notizia in maniera peggiore rispetto agli altri. I Metallica, ad esempio hanno fomentato una guerra pubblica a Napster e facendo ciò, hanno perso la credibilità che dava loro l’immagine da dei del rock. A molti fan, specialmente ai più giovani, sembrò che il gruppo ci tenesse molto alla cosa, soprattutto per una questione di soldi.

Al contrario,i componenti dei Radiohead sembrano,  non disinteressati, ma alquanto coscienti. Dopo che con Hail to the Thief il loro contratto che includeva la registrazione di cinque album per la Emi/Capitol si è esaurito, Thom Yorke ha detto al TIME: “Mi piacciono le persone della nostra casa discografica, ma siamo arrivati al punto in cui devi chiederti perché a tutti ne serva una. E si, probabilmente questo ci da’ una specie di piacere perverso nel dire “Vaffanculo” a questo decadente modello di mercato”.

Il dito medio dei Radiohead è diventato nel 2007 il loro capolavoro “In Rainbows”, con la formula di successo del “Paga quanto vuoi”.

Ma a noi interessa il periodo di mezzo. Dopo aver finito il tour di Hail to the Thief e prima di iniziare a scrivere In Rainbows, i Radiohead hanno premuto il tasto pausa per la prima volta nella loro carriera. Non sono stati inattivi, ovviamente. Facendo un conteggio sommario la pausa ha prodotto un album solista, una colonna sonora per un film e cinque nuovi pargoli, per portare il numero totale ad 11. Si sono tenuti occupati insomma, sebbene in modi diversi. Scorgendo tutti i membri della band separatamente, i fan hanno potuto capire meglio come i singoli lavorano insieme.

In The Eraser Thom Yorke riproduce in maniera rischiosa lo stile di scrittura “a pezzi” già sperimentato in Kid A ed Amnesiac. Quando l’album è uscito, intervistato dal Globe e da The Daily Mail, ha detto: “Non ho iniziato aspettandomi realmente di fare canzoni. È iniziato tutto con pezzi e bit casuali, credo di aver pensato che ci sarebbe stato il cantato, ma pensavo più a dei piccoli intramezzi vocali, renderli parte dell’affresco, ma non la cosa principale. Ma appena abbiamo superato questa fase iniziale, è stato abbastanza ovvio che sarebbero potute essere piuttosto reattive. Nigel (Godrich, il produttore) in pratica mi ha trascinato, urlando e scalciando, cercando di fare di queste canzoni qualcosa di attuale”.

“Reattive” è forse un’esagerazione; le canzoni sono pesanti per le immagini evocate e la narrativa è invece poco presente. Di tutte, la canzone più diretta è forse “Harrowdown Hill”, che tratta la morte della spia David Kelly. Durante la guerra in Iraq, Kelly era sceso in campo per cercare armi di distruzione di massa. Non ne ha trovata nessuna, perché come ora sappiamo, non ce n’erano. Perciò, nel 2003, quando un dossier governativo Britannico aveva affermato di aver trovato quelle armi, Kelly rivelò alla BBC in maniera anonima che il dossier aveva dichiarato il falso. L’identità di Kelly era stata scoperta, la stampa l’aveva diffamato, era stato convocato in Parlamento con la minaccia che sarebbe potuto finire in prigione e si è suicidato…o è solo quello che vogliono farvi credere? La canzone inizia con un avvertimento ad altri possibili informatori, talpe:” Don’t walk the plank like I did/You will be dispensed with/ When you become inconvenient” e si riferisce esplicitamente alle teorie cospiratorie che ci sono sulla sua morte: “Did I fall or was I pushed?” Yorke non sceglie da che parte stare: assolutamente suicidio, sicuramente omicidio. Qual è il punto? È l’incertezza che circonda l’intero avvenimento. C’erano le armi? Oppure no? La verità è stata distrutta.

Se non dovessimo contare Nigel Godrich come sesto componente della band, solo un altro componente collabora all’album. Jonny Greenwood suona il piano nel loop esitante e ossessionante della title track. Il beat della batteria non sarebbe fuori posto in una canzone dance, con Yorke che continua a spingersi all’infinito con la voce, con gli “ooh” sussurrati e gli effetti elettronici. La struttura di questo album ha a che fare con la stratificazione, più o meno complessa. Ciò vale per tutto l’album, che non ha nulla che riguardi i Radiohead, dai cambi di ritmo alle dinamiche “silenzio-urlato” come Sit Down/Stand Up o Weird Fishes/Arpeggi.

Provate a paragonarlo con il lavoro di Jonny Greenwood del periodo, la premiata colonna sonora del film “Non è un paese per vecchi”. La colonna sonora è basata tutta sulle dinamiche: le prime note entrano in maniera soffusa, alzando il tono o il volume, frantumandosi  in una disarmonia prima di costituire una singola nota penetrante. L’intera colonna sonora è costruita sulla tensione: tra note alte e basse, disarmonia e armonia, silenzio e rumore.

I due progetti suonano ovviamente in maniera differente, sono stati creati in ambienti diversissimi e con fini disuguali. Non ci sono molte opportunità per misurare l’apporto individuale dei membri della band, perciò ogni progetto solista ci porta un po’ più dentro il gruppo, per questo c’è un enorme fascino nei dischi solisti di Phil Selway (il batterista della band).  I dischi provano che sicuramente contribuisce alle idee musicali della band, ma che non è uno dei motori principali che spingono i Radiohead. Yorke e Greenwood  sono riconosciuti come i primari compositori, proprio perché durante la prima pausa hanno creato qualcosa di stupendo senza grandi aiuti dagli altri.

Al mio orecchio, The Eraser ha tre momenti deboli: Skip Divided, Atoms for Peace( il nome della band che ha formato assieme a Nigel Godrich, Flea dei Red Hot Chili Peppers e altri, per promuovere quest’album e poi è confluita in un side project con Amok, nel 2013) e Cymbal Rush. Le altre sono quantomeno forti esempi delle persistenti ossessioni di Yorke tra tecnologia, paranoia, ambientalismo e la distruzione del mondo, se non volete considerarle come alcune delle più grandi canzoni nella illustre discografia di Yorke.
L’attrazione di Yorke per i computer è sempre stato equilibrato dalla sua sfiducia in ciò a cui la tecnologia porta. Questo è il tema esplicito di “Analyse”, che è stato ispirato da un blackout a casa sua, che Yorke ha visto come una specie di ampliamento dato dalla sottrazione: “A self-fulfilling prophecy of endless possibility/ In rolling reams across a screen/ In algebra, in algebra/ […] It gets you down.”

Una delle migliori versioni di Analyse, tratta dal live from The Basement con Thom Yorke accompagnato dal solo pianoforte.

Per Yorke, la rivoluzione dei computer avrà conseguenze che non potranno essere predette e questo si estende anche alla scrittura musicale. Di nuovo, come dichiarato al Globe e al Daily Mail: ”Scrivere basandosi su sequenze e campionamenti è molto più difficile. Quando le ascolti continuamente, non puoi reagire spontaneamente e in maniera diversa ogni volta. Accade che le ascolti una volta, smetti,torni indietro e le riascolti, il che in termini pratici porta via troppo tempo. Alla fine ho dovuto imparare a suonarle da solo, in qualche modo, al fine di completare i testi. Ho dovuto imparare a suonare le canzoni che avevo scritto in maniera spezzettata sui sequenziatori, dove in realtà non stavo pensando a cosa facessi. È stata una esperienza stranissima, imparare passo dopo passo.”

La forma più elegante di questa filosofia, oltre che indubbiamente il momento più alto dell’album, è “Black Swan”. È un riferimento alla teoria del Cigno Nero, un problema filosofico sui danni dell’induzione. L’origine appartiene all’Antica Roma e in particolare ad una frase di Giovenale, che usò la metafora “raro come un cigno nero” per riferirsi a qualcosa di inesistente. Più tardi, ovviamente, vennero scoperti i cigni neri. Parlando in maniera più generica, la storia è piena di eventi importantissimi ma difficili da prevedere.

The Eraser è stato scritto in un periodo tumultuosissimo della storia, un periodo pieno di Cigni Neri. Quando Internet è diventato di largo consumo negli anni ’90, qualcuno avrebbe potuto prevedere come Napster e iTunes avrebbero distrutto l’industria musicale? Qualcuno avrebbe pensato che la Guerra Fredda, la Guerra del Golfo e l’invenzione dell’aereoplano si sarebbero potute combinare così violentemente dando vita all’11 Settembre? O che due Paesi verosimilmente democratici avrebbero architettato di mentire ai loro cittadini per creare supporto in una guerra internazionale? Yorke canta:” This is your blind spot, blind spot/ It should be obvious, but it’s not.”  Questo è il tuo angolo cieco, dovrebbe essere ovvio ma non lo è.

E questa, in ultima battuta, è la maggior preoccupazione di colui che è uno dei più grandi poeti dell’ansia: una semplice paura dello sconosciuto. “People get crushed like biscuits crumbs” canta, e non c’è niente che sia possibile fare. Per tutte le ragioni umane possibili, non possiamo anticipare le cose che ci serve realmente conoscere.

Le virtù del sognare ad occhi aperti

Le virtù del sognare ad occhi aperti

Articolo originale curato da John Lehrer del “The New Yorker” qui

Gli esseri umani sono sognatori ad occhi aperti.
Secondo un recente studio condotto dagli psicologi dell’Università di Harvard Daniel Gilbert e Matthew A. Killingsworth, le persone si abbandonano all’immaginazione per il 47% del tempo in cui sono sveglie. (Gli scienziati lo hanno dimostrato attraverso lo sviluppo di un app per iPhone che contattava 250 volontari del progetto a intervalli casuali durante il giorno). Da questa analisi si è potuto evincere che la nostra mente smette di fantasticare soltanto mentre “facciamo l’amore”.

A prima vista, dati del genere sembrano confermare la nostra pigrizia intrinseca. In una cultura ossessionata dall’efficienza, l’immaginazione è spesso definita inutile. Freud, per esempio, ha definito “infantile” il sognare ad occhi aperti affermando che sia solo un mezzo per fuggire dalla routine quotidiana verso un mondo di fantasie e di “soddisfacimento dei desideri”.

Negli ultimi anni, comunque, psicologi e neuroscienziati hanno riscattato questo stato mentale, rivelando che i modi in cui la mente immagina è un essenziale strumento conoscitivo. L’immaginazione si attiva ogni volta che siamo annoiati – quando la realtà non è abbastanza per noi – iniziamo ad esplorare i nostri pensieri, contemplando varie ipotesi e scenari irreali che prendono vita solo nella nostra testa.

Virginia Woolf, nella sua novella “Gita al faro”, narra minuziosamente questa forma di pensiero attraverso la descrizione del personaggio di Lily :

Senza dubbio lei stava perdendo la cognizione dell’ambiente che la circondava. E così come perdeva la cognizione dell’ambiente della circondava..la sua mente continuava ad attraversare le sue profondità, le memorie e le idee, divenendo come una fontana zampillante.

Il sogno ad occhi aperti è proprio quella fontana zampillante che riversa strani e nuovi pensieri nel flusso di coscienza e questi si scoprono essere sorprendentemente utili. Lo studio, prossimo alla pubblicazione e intitolato Scienze Psicologiche, condotto da Benjamin Baird e Jonathan Schooler nell’Università della California a Santa Barbara ci aiuta a capire il perché. L’esperimento di per sé è piuttosto semplice: a 145 studenti universitari è stato dato un test standard di creatività noto come “uso insolito”, nel quale avevano a disposizione due minuti per elencare tutti gli utilizzi possibili di oggetti apparentemente inutili come stuzzicadenti, mattoni e appendiabiti.

Gli oggetti erano assegnati casualmente in quattro livelli differenti. In tre di questi, ai partecipanti venivano dati 12 minuti di pausa che comportavano: restare in una stanza senza stimoli, eseguire dei piccoli esercizi di memoria a breve termine, o fare qualcosa di così noioso da mettere in moto la fantasia. Durante il livello finale invece, ai partecipanti non veniva data alcuna pausa, bensì un altro round di test creativi, incluso quello degli usi diversi a cui avevano lavorato pochi minuti prima.

Ed è stato qui che le cose sono diventate interessanti: gli studenti a cui sono stati assegnati gli incarichi noiosi hanno meglio eseguito il compito di trovare più usi per oggetti di tutti i giorni, cosa che avevano anche già fatto. Dando loro nuovi oggetti, tutti i gruppi hanno reagito allo stesso modo. Invece riassegnando ai gruppi gli stessi oggetti dei primi tre livelli, i sognatori ad occhi aperti hanno raggiunto il 41% in più di possibilità nel trovare le soluzioni rispetto agli altri studenti.

Questo cosa significa? Secondo Schooler è chiaro che quei 12 minuti di immaginazione hanno permesso ai soggetti dell’esperimento di ideare nuove possibilità, infatti la loro mente inconscia ha riflettuto su nuovi e diversi modi per utilizzare gli stuzzicadenti. Questo effetto però era limitato agli oggetti a cui gli studenti erano già stati sottoposti – la mente ha potuto rimuginare sulla domanda, “incubandola” in quelle zone celate del pensiero che riusciamo a controllare a malapena.

Praticamente gli scienziati sostengono che i loro studi dimostrano il perché “le soluzioni creative possono essere facilitate soprattutto da semplici compiti che massimizzano lo spaziare della mente”. Il beneficio di questi compiti è che essi impiegano solo l’attenzione sufficiente a tenerci impegnati, lasciando un sacco di risorse mentali libere di permetterci di sognare ad occhi aperti. Un altro valido strumento che ci permette di sognare ad occhi aperti è leggere le opere di Tolstoy. Infatti Schooler, durante le sue prime analisi sull’immaginazione, consegnava ai soggetti dell’esperimento un passaggio noioso di “Guerra e Pace” che scaturiva in loro la voglia di sognare ad occhi aperti dopo solo qualche minuto!

Sebbene lo studioso, in uno dei suoi precedenti saggi, abbia dimostrato la presenza di un collegamento fra immaginazione e creatività – coloro che sono più propensi a fantasticare dimostrano di avere una miglior capacità di generare nuove idee – questo nuovo studio evince che i nostri sogni ad occhi aperti si servono delle stesse, o quasi, funzioni dei sogni notturni facilitando picchi di intuizione creativa. Consideriamo adesso uno studio del 2004 pubblicato su Nature dai neuroscienziati Ullrich Wagner e Jan Born. I ricercatori hanno dato a un gruppo di studenti un tedioso esercizio in cui bisognava trasformare una lunga lista di stringhe di numeri in un nuovo e ordinato insieme di numeri. Wagner e Born hanno progettato il compito in modo tale che i soggetti potessero trovare una scorciatoia verso la soluzione solo se fossero riusciti ad individuare il problema. Meno del 20% dei partecipanti sono stati in grado di trovare questa scorciatoia, nonostante le molte ore messe a disposizione per risolvere il problema. L’atto del sognare, però, ha cambiato tutto: dopo aver lasciato i soggetti dormire, e quindi entrare nella fase R.E.M. circa il 60% di loro ha scoperto il trucco. Kirkegaard aveva ragione: il sonno è la virtù del genio.

Se tutto questo vi suona come una giustificazione ai sonnellini pomeridiani, alle lunghe docce, e alla letteratura russa, avete ragione. “Noi partiamo sempre dal presupposto che se ci concentriamo consciamente su di un problema allora siamo più vicini alla sua soluzione”, mi diceva Schooler. “E questo è ciò che intendiamo quando affermiamo di stare ‘lavorando a qualcosa’. Spesso però è un errore. Se stiamo cercando di risolvere un quesito complesso allora dovremmo concederci una pausa, così da permettere alla nostra mente di ‘incubare’ il problema e rifletterci autonomamente”.

Schooler ha provato ad applicare queste idée alla sua stessa vita. Un tempo,durante le vacanze, portava con sé una grande mole di lavoro da eseguire..successivamente si rese conto di essere più produttivo concedendosi alle lunghe pause e all’immaginazione. Egli afferma :“La cosa positiva è che non c’è ragione di sentirsi in colpa quando ci concediamo un po’ di relax oppure non controlliamo le nostre e-mail, perché in verità, anche se siamo in vacanza, il nostro inconscio probabilmente sta ancora lavorando alla soluzione del problema”.

Un sogno ad occhi aperti, in questo senso, è il mezzo che intercetta tutti i pensieri generati dal subconscio. Noi siamo convinti di perdere tempo, ma in realtà, una sorgente di pensieri sta inondando la nostra mente.

 

Immagini shock sui pacchetti di sigarette: una piccola osservazione

Immagini shock sui pacchetti di sigarette: una piccola osservazione

Immagine in copertina: nuove immagini shock sui pacchetti di sigarette. Fonte qui

Era maggio quando decisi di smettere di fumare; ne ero talmente convinto che alla fine vinsi la partita con me stesso: ce l’avevo fatta, così, da un giorno all’altro, senza libri, cerotti, gomme da masticare, caramelle, senza neanche provare la tecnica dell’oggi ne fumo dieci, domani sette, dopodomani quattro, e via a scalare. No, un bel “BASTA” echeggiante in tutto il cranio fu la soluzione al tabagismo: “volere è potere”, insomma.

È fine ottobre e sto scrivendo un nuovo articolo per il blog a cui collaboro. Sto scrivendo… e sto fumando. Eh già, ci sono ricascato, dopo tre mesi ho pensato di fare qualche tiro, tanto “ho tutto sotto controllo” e invece due tiri oggi, una sigaretta domani, un pacchetto dopodomani, e via in maniera esponenziale: la tecnica a scalare per smettere non l’avevo neppure considerata, la tecnica contraria, invece, ha subito funzionato, ma non fa niente, a questo mondo non c’è nulla di immutabile, solo l’essere di Parmenide. Come dicevo ho ripreso a fumare, da settembre, per la precisione, a tutti gli effetti. Ho notato subito una differenza dai pacchetti che acquistavo solo alcuni mesi fa: la presenza di fotografie. Un tempo c’erano solo le scritte, adesso anche le fotografie (shock le chiamano): evoluzione della specie a quanto pare.

Prendo come esempio la confezione di tabacco trinciato che ho con me: è presente l’immagine (fronte-retro) di un bambino infastidito (sembra quasi piangere) dal fumo di sigaretta proveniente dalla bocca del genitore che lo tiene in braccio; sotto la foto la scritta: «Il tuo fumo può nuocere ai tuoi figli, alla tua famiglia e ai tuoi amici» e ancora un rettangolo giallo con un numero verde da chiamare per smettere di fumare, il resto della confezione è coperta dal marchio produttore. In sintesi: 65% di immagini e scritte e 35% di marchio, affinché il consumatore si ricordi che caspita di sigarette/tabacco abbia acquistato dieci minuti prima.                                                       Questa che vi ho appena descritto è una delle fotografie più morigerate; basta fare una semplice ricerca su internet per osservare il resto della collezione ed ecco comparire davanti agli occhi denti marci, donna su sedia a rotelle, lingua provvista di metastasi, coppia che piange sulla bara di bimbo mai nato, donna che sputa sangue, ecc. Le scritte annesse ormai le abbiamo imparate un po’ tutti a memoria: il fumo uccide, il fumo aumenta il rischio di impotenza, il fumo causa il 90% dei casi di cancro ai polmoni, il fumo crea un’elevata dipendenza, ecc. Una tragedia in poche paroleImmagino un uomo del 2216 che visita una mostra di oggetti di epoche passate che alla vista di questi pacchetti esclama: «Ma che cazzo si fumavano questi scemi!».

Ora, a parte gli scherzi, non ho la benché minima voglia di confutare i rischi e le patologie legate al fumo, ma credo sia lecito porsi una domanda: «Ma a che serve tutto ciò?». Anzi ne aggiungerei un’altra: «Ma noi fumatori ci meritiamo tutto ciò?». E ancora: «Ma chi cazz…». Va bene, mi calmo, mi accendo un’altra sigaretta va!                                                                Sono stati effettuati vari studi sull’efficacia delle suddette immagini e scritte, ovviamente alcuni di essi affermano la loro efficacia, altri ne affermano l’inutilità. Io che non sono uno studioso di tali scienze, cerco di basarmi solo sull’esperienza della mia vita quotidiana che mi vede a contatto con tanti esemplari di Fumus Sapiens Sapiens e posso garantire con cognizione di causa che la maggioranza ha terrore di una cosa sola: il prezzo delle sigarette che tende a lievitare ogni tot mesi.                                                               Vedo gente posare il proprio pacchetto illustrato sopra tavole imbandite: un bel piatto di spaghetti con posate a destra e un bel dente marcio a sinistra. Sigaretta dopo il caffè, mi raccomando!                                             Ascolto gente opinare sulle immagini: “che schifo!”, “hai visto questa!”, “Ahahah, Marco questo sei tu da vecchio!”, “Poverina!”, ecc.              Non vedo nessun cambiamento effettivo, solo tante chiacchiere e fumo e poco senso estetico se mi permettete.

Aristotele considerava la visione delle tragedie a teatro utile ai fini della catarsi, della purificazione dalle passioni negative. Chi lo spiega ai creatori e a chi permette la commercializzazione di queste immagini che la loro utopia non verrà mai a realizzarsi su vasta scala. Perché? Perché puzzano di moralismo, di mamma e papà, di Stato, di noia. O forse non puzzano di nulla, neanche di fumo di sigaretta. Non salveranno un bel niente poiché sono fintamente tragiche. Aveva ragione quel folle di Nietzsche a definire la tragedia come unità di dolore e piacere. In queste immagini non vedo nulla di “tragico” e dove non c’è tragedia non c’è salvezza.                                     Ma in fondo c’è veramente qualcosa o qualcuno da salvare? La sigaretta è un diabolico piacere, punto. E credo che ogni essere umano abbia la capacità di capire che la sigaretta è compagna e traditrice senza scritte, senza immagini, senza pubblicità con attori che deridono e chiamano scemi i fumatori.

L’uomo del 2216 aggiunge: «Ma che cazzo scrivevano questi scemi!»

Quel Ribelle di Jünger

Quel Ribelle di Jünger

In copertina: Ernst Jünger. Originale qui

Ernst Jünger è stato uno scrittore, filosofo ed entomologo tedesco. Morto alla bellezza di 103 anni (1895-1998), ha praticamente vissuto per tutto il XX secolo. Egli è stato uno degli intellettuali più complessi, controversi, ma anche dei più dimenticati del secolo scorso; un nazionalista che per giunta è stato ufficiale della Wehrmacht durante l’occupazione tedesca a Parigi: non proprio un modello da seguire qualcuno potrebbe obiettare.

Jünger “amava” la guerra, la vedeva in un’ottica anti-borghese. Essa era per lui la forza che carica di «ebrezza e voluttà» avrebbe potuto cancellare lo spirito borghese, colpevole di eliminare a suon di benessere e comodità il lato oscuro, imprevedibile e pericoloso della vita stessa.

La parola guerra in Jünger va sempre presa con le pinze e non bisogna mai lasciarsi andare in giudizi superficiali. Egli la intende alla maniera del filosofo greco antico Eraclito che, nella sua teoria della coincidenza e interdipendenza dei contrari, affermava che Polemos (Guerra) fosse «padre di tutte le cose». Infatti, scriveva lo stesso Jünger: «ogni forma di vita è durissima lotta per la luce e per il nutrimento, ogni albero e ogni pianta che cresce schiaccia altre vite. Anche noi esseri umani ci facciamo avanti nella vita solo al costo di sofferenze e privazioni altrui».

Il filosofo tedesco provò sulla propria pelle l’esperienza della guerra: si arruolò come volontario in fanteria durante la Grande Guerra e combatté sul fronte occidentale. Il fronte gli donò: il grado di tenente, due decorazioni militari al valore, quattordici ferite e tanto materiale da mettere su carta stampata. Subito dopo il conflitto, infatti, furono pubblicati i suoi due romanzi più celebri, ovvero Nelle tempeste d’acciaio (1920) e Il tenente Sturm (1923). In questi romanzi, per lo più autobiografici, Jünger ci dona un’esatta fotografia della guerra: orrenda, devastante, putrida, ma in essa egli riconosce la possibilità paradossale di riscoprire l’Uomo, in quanto durante la guerra il soldato è messo in primis in conflitto con se stesso, è solo con se stesso e quindi in grado di cogliere quell’umanità perduta ed originaria di cui è stato privato dalla società borghese.

Se il primo dopoguerra fu il periodo d’oro della sua produzione romanzesca, il secondo dopoguerra fu il periodo delle sue grandi speculazioni filosofiche, tutte tese a cogliere le contraddizioni della modernità, il pericolo dell’avanzamento della tecnica e il livello di libertà personale dell’individuo.

Prima di proseguire, visto che siamo passati direttamente al secondo dopoguerra, ci sarebbe da fare un piccolo appunto: Jünger fu ufficiale della Wehrmacht, questo è vero, ma fu sempre critico verso il nazismo, tanto che fu congedato dopo il fallito attentato ad Hitler del luglio 1944, in quanto si sospettava avesse avuto un ruolo nello stesso seppur marginale. Inoltre, Goebbels scrisse di lui nei suoi diari: «gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare».

Il 1951 è l’anno di pubblicazione di uno dei suoi saggi più celebri, ovvero il Trattato del Ribelle. In questo libro il nazionalismo di Jünger si fa mistico ed anarchico. Il nichilismo ha ormai desertificato la civiltà e il singolo individuo ha solo una possibilità di salvezza (disperata). Quale? Ovviamente passare al bosco e rendersi selvatico.

Der Waldgang è il titolo originale in tedesco dell’opera che significa letteralmente “il passaggio al bosco”. Ecco l’incipit: «Passare al bosco: dietro questa espressione non si nasconde un idillio. Il lettore si prepari piuttosto a un’escursione perigliosa, non solo fuori dei sentieri tracciati, ma oltre gli stessi confini della meditazione». Il “bosco” è per Jünger non un luogo fisico, ma uno spirituale in cui riscoprire l’antica libertà dell’individuo. L’umanità, infatti, per il filosofo è come in uno stato comatoso; l’automatismo (la vera faccia del nichilismo) regna ormai sovrano.

Nella prima parte dell’opera, l’autore si scaglia contro i sistemi elettorali delle dittature: «Nei luoghi in cui la dittatura ha ormai consolidato la propria posizione, il novanta per cento dei consensi sembrerebbe un risultato troppo modesto. […] E invece, un totale di schede nulle o di voti contrari che si aggiri attorno al due per cento sembra non solo tollerabile, ma addirittura vantaggioso. […] La propaganda ha bisogno di una situazione nella quale il nemico dello Stato, il nemico di classe, il nemico del popolo sia già stato ridicolizzato, e però non sia ancora scomparso del tutto». È in quel due per cento che può nascere il Ribelle. È tramite la paura che egli può forgiarsi: «L’uomo che cerca consiglio in se stesso, trova ogni volta nella paura il proprio interlocutore privilegiato; sennonché la paura punta a trasformare il dialogo in monologo: soltanto qui infatti riesce a conservare l’ultima parola. Se invece la paura viene costretta al dialogo, l’uomo può a sua volta prendere la parola. Cadrà così la sensazione di accerchiamento e, oltre a quella dell’automatismo, comparirà un’altra soluzione. D’ora innanzi, insomma, ci sono due vie, o per dire la stessa cosa con parole diverse, si è ristabilita la libertà di decidere».

Il secondo attacco è rivolto al progredire della Tecnica. Per Jünger dietro le “bellezze” del nostro tempo si aggirerebbe un’ombra, un mostro o con le sue parole un Leviatano. Porta come esempio il Titanic: nel momento in cui l’uomo decide di salire a bordo del transatlantico ha contemporaneamente limitato il suo potere decisionale. I vantaggi sono direttamente proporzionali alla perdita di libertà. «Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità. Ma non appena si profilano all’orizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente».

Bisogna dire che l’attacco che Jünger rivolge alla Tecnica non è alla Tecnica in sé; per lui l’avanzamento tecnologico è negativo solo se viene utilizzato per soddisfare la voglia di comodità della classe borghese. In realtà la Tecnica è indispensabile per rifondare la civiltà, a patto che l’Uomo Nuovo sia in grado di controllarla e sottometterla.

Il vero antagonista dell’uomo moderno, per Jünger, è la Paura: questa è la fonte del nichilismo, dell’automatismo e della perdita generale di libertà. Il filosofo tedesco ci ricorda che i poteri che ci schiavizzano non sono altre che chimere nate all’interno di noi stessi. Per questo è così importante che sia il singolo il primo a spezzare la catena che lo lega a se stesso. «La storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l’impronta che l’uomo dà al destino. In questo senso possiamo dire che l’uomo libero agisce in nome di tutti: il suo sacrificio vale anche per gli altri».

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