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Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

immagine da: quotidiano.net

Sulla strage di Berlino al mercatino di Natale e sulla morte dell’ambasciatore russo ad Ankara, non è ancora dato formulare con certezza la completezza degli eventi. Per dovere di cronaca, mi limiterò così ad analizzare tutto quello che al momento è espresso dalla stampa italiana ed estera.

 

Per Berlino l’ipotesi è l’attentato di matrice islamista, considerata anche la rivendicazione di Isis, il sedicente Stato islamico. Il bilancio è di 9 morti e 50 feriti, le cui vite saranno per sempre compromesse (eventuali sopravvissuti inclusi) nella tragica notte di Charlottenburg, nel pieno centro berlinese e nei pressi della Chiesa del Ricordo. Vite devastate dalle inadeguatezze colossali dei governi occidentali e dall’incapacità europea di gestire l’apparato sicurezza, come ampiamente designato dalle precedenti stragi che hanno colpito in particolar modo la Francia ed il Belgio.

 

Altro non è dato aggiungere: l’Europa si conferma bersaglio facile degli attacchi terroristici per la sua inconcludenza ed ipocrisia nella risoluzione delle principali crisi mondiali. Se infatti l’attentato di Berlino non trova ancora riscontri negli attacchi di matrice islamica, l’episodio di Ankara legato all’uccisione dell’ambasciatore russo delinea un chiaro segnale composto di rabbia e frustrazione. Non è trascurabile pertanto il profilo dell’attentatore in terra turca: un poliziotto di 22 anni che uccide in nome di Aleppo, interminabile scenario di un disastro nel territorio siriano tutt’altro che concluso e risolto.

 

Uno scenario che ormai prosegue dal 2011, protagonista della devastazione di civili innocenti privati delle loro regolari vite e della loro regolare quotidianità. Non si dimentichino le recenti parole della giornalista arabo-israeliana, Lucy Aharish:

 

«Proprio adesso, in Aleppo, Siria, è in corso un genocidio. Ma fatemi essere più precisa: è un Olocausto. Magari non vogliamo sentircelo dire, non vogliamo occuparcene, ma sta accadendo. Ad Aleppo è in corso un Olocausto e il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla».

 

E sono ancor più dure le parole successive:

 

«Nel ventunesimo secolo, in un mondo dove l’informazione può stare sul palmo della vostra mano, in un mondo in cui potete sentire le vittime e le loro storie dell’orrore in tempo reale, noi ce ne stiamo immobili. Mentre i nostri bambini vengono massacrati in ogni singola ora».

 

La situazione di Aleppo e della Siria in generale non può dunque essere trascurata dai paesi occidentali, né dalle principali potenze mondiali in campo. Nell’articolo de “Il Post” del 18 dicembre, intitolato ‘L’evacuazione di Aleppo è di nuovo bloccata’ si legge:

 

«Nonostante gli appelli umanitari degli ultimi giorni per Aleppo, non sembra ci siano paesi occidentali disposti ad intervenire più massicciamente in quella parte di guerra siriana in cui non è coinvolto lo Stato islamico, cioè quella che vede contrapporsi i ribelli con le forze alleate ad Assad».

 

Cosa vuol dire tutto questo? Il mondo è forse legittimato a dimenticare e porre in seconda fascia morti dimenticati poiché lontani territorialmente e probabilmente ideologicamente? Questo è il quesito di fondo, del quale purtroppo oramai conosciamo la risposta. L’importante non attacchino noi: eccola la vittoria dell’individualismo moderno, incapace di riflettere sulle questioni umanitarie del nostro tempo se ad essere colpite non sono Bruxelles, Parigi, Berlino o i nostri cari. Un menefreghismo e pressappochismo politico, pagato da civili e concittadini europei banalmente ricordati con un Safe Check o una ridicola immagine da social network, mentre all’improvviso esplode quell’innato senso politico di manifestazione delle proprie conoscenze della politica estera, naturalmente non pervenute in assenza di stragi.

 

Qui si torna all’individualismo moderno, che affonda le proprie radici nella parte più idolatrata del liberalismo ottocentesco: esporre a tutti i costi la propria idea, pur nei casi di una evidente e totale assenza di contenuti capaci di formulare un pensiero critico, tuttavia indispensabile alla creazione di un pensiero comune in grado di analizzare le dinamiche della società odierna.

 

La manifestazione di quella idea, sacrosanta nei limiti previsti dalle costituzioni moderne, non può tuttavia trascurare le idee dell’altro, del diverso. E’ così che infatti il processo di integrazione rischia di fallire: distruggendo imprescindibili basi legate all’ascolto di culture aprioristicamente rifiutate in nome della supremazia occidentale, alle quali non resta che adattarsi in cambio di una ospitalità quasi forzata (la spaccatura europea sul tema migranti ne è emblematica).

 

Una società sempre più povera moralmente ed indifesa personalmente, le cui responsabilità sono da additare al mondo dei politicanti e che proprio per questo non possono più limitarsi a deleghe e tifi calcistici. La politica è campo di confronto, a prescindere dalle singolari prese di posizione. E’ terreno di scelte, già peraltro compromesse dal terribile avvento di una finanza che ha surclassato l’avvento novecentesco dei partiti di massa e dell’ormai defunto Stato sociale.

 

E’ 20 dicembre ed un altro infausto anno volge al termine. C’è un tempo per il silenzio ed un altro per le soluzioni. La politica rifletta e le ricerchi senza prese in giro, delle quali il mondo civile è profondamente rassegnato e rammaricato. I cittadini smettano invece di smanettare senza cognizione di causa. In un mondo così ci sarà davvero bisogno di tutti.

Italia Sì, Italia No: benvenuti al Festival del complotto

Italia Sì, Italia No: benvenuti al Festival del complotto

Immagine presa da l’Espresso

Partiamo da un assunto: gli italiani non vogliono cambiare la Costituzione. Era successo nel 2006 con la disfatta della proposta Berlusconi. Si ripropone con l’esperienza del governo Renzi dieci anni dopo. Il popolo italiano non è incline a modifiche costituzionali. Sarebbe curioso ricercarne le ragioni, poiché la vaga impressione è che l’alta ed inaspettata affluenza abbia portato alle urne una altissima percentuale di No, decisiva per la netta bocciatura legata alla proposta del governo. Senza che forse, fosse presa in considerazione.

Questo non vuol dire che in casa Pd possano o debbano essere sottovalutate le dimensioni della sconfitta. Il popolo sovrano racchiude dopotutto una vasta gamma di anime: non solo costituzionalisti che convivono quotidianamente con la bellezza e le complicazioni interpretative della Carta. E per fortuna: la sconfitta di Renzi è dunque quella di aver dimenticato una buona fetta di tali anime.

ll Sì ‘trionfa’ solo in Toscana, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige: un risultato devastante che collide persino con gli ultimi sondaggi. Sondaggi che pur vedendo in vantaggio il No, consegnavano ai sostenitori del Sì una fievole speranza in vista del voto. Non è stato così, ma sono tuttavia molti gli aspetti da prendere in considerazione. Per quanto netta, la vittoria del No non può evitare la considerazione relativa alla percentuale raggiunta dal Sì: ad osservare le posizioni degli schieramenti politici, per i vincitori c’è da gioire ma nemmeno troppo.

Il 40% del Sì non è un dato da sottovalutare ed è un prodotto ad esclusivo marchio renziano, a differenza della elevata frammentazione del No, dal centrodestra alla destra populista, sino a M5s, minoranza Pd e sinistra radicale. Vien da chiedersi se questo risultato possa davvero rappresentare una concreta svolta per le opposizioni in vista del futuro (a parte le quotazioni in notevole rialzo del Movimento Cinque Stelle).

E’ stata una vigilia di pessimo gusto, come del resto in riferimento a quanto avvenuto durante tutta la campagna, voto compreso. E tutto si è dissolto nel peggiore dei modi: il sospetto per presunti brogli dei Sì nel voto estero, la questione delle matite, la votazione ‘irregolare’ (?) del Premier. Uno scenario che conferma la bassezza attuale delle opposizioni e più in generale della politica italiana. Vogliono farci credere che sia stata una delle migliori pagine della nostra storia e della democrazia, in uno squallido festival ‘complottistico’ talmente inadeguato da rendere apprezzabili e persino credibili manifestazioni come il festival di Sanremo o il defunto Festivalbar. E’ giusto guardare in faccia la realtà, in un Paese tifoso ed arrabbiato.

Per il Paese c’è davvero poco da esultare, ricordando inoltre come curiosamente tutti coloro che abbiano contestato eventuali brogli e complotti di qualsivoglia genere ed entità, siano improvvisamente ricomparsi direttamente sul carro dei vincitori. Senza nemmeno il pudore e la dignità di ammissione di una palese assenza di contenuti politici, oltre che di elevati e spocchiosi atteggiamenti di una incommensurabile ipocrisia. Perché le regole valgono quando diviene necessario tutelarsi dalle (presunte) sconfitte o quando fanno comodo, ma divengono trasparenti in caso di successo elettorale. Questa è l’Italia ed i rappresentanti della stessa (per fortuna, una sola parte).

Zero alternative al governo Renzi, che domani rassegnerà le proprie dimissioni al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ma che di fatto ha ancora le redini del partito e potrebbe risultare decisivo negli scenari futuri. Quale sarà il futuro del dimissionario premier? Renzi ha espresso ai leader vincitori «congratulazioni, onori ed oneri» per un futuro accordo sulla legge elettorale, ritraendola tra le priorità post-voto assieme all’approvazione definitiva della legge di bilancio.

Questi i passaggi fondamentali: vero che la palla finirà nelle mani del Capo dello Stato. Altrettanto vero come il Pd potrebbe restare tuttavia ago della bilancia delle prossime evoluzioni politiche del Paese. Anche i vincitori del No si mostrano spaccati: la destra lepenista e il Movimento chiedono immediate elezioni, magari sulla base di correttivi al Senato della legge elettorale. Forza Italia mostra cautela, non a caso ben consapevole del divario che separa i berlusconiani dal consenso piuttosto consistente di Salvini e Grillo. In ballo vi è il futuro del centrodestra, mentre M5s dovrà fare i conti con un probabile futuro passaggio da forza di opposizione a partito di governo.

E si giunge così anche alla fatidica domanda: quali saranno le strategie del Movimento? Il tempo delle chiacchiere e della propaganda è ormai (fortunatamente) terminato. Ora occorrono proposte. Occorre dimostrare al popolo di non essere unicamente contenitore di un malcontento generale, ma generatore di una proposta politica alternativamente valida alla caratura di un leader come Renzi, francamente un unicum all’interno di una povera e disastrata politica nazionale.

Come ha ricordato lo stesso premier «fare politica contro qualcuno è facile, ma fare politica per qualcosa è più bello». Al Movimento e alle opposizioni non resta che augurare un buon lavoro in vista di un futuro improvvisamente roseo, dopo svariati mesi trascorsi nelle beate stanze dell’ostruzionismo. Difficile dire che Italia sarà: ai migliori psichiatri, in un Paese altamente psicotico ed incline alle piacevolezze dell’instabilità, l’ardua sentenza.

Cosimo Cataleta

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