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L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

Sulla questione migranti in Italia giungono svariate notizie di sindaci sul piede di guerra, rispetto ad una obiettiva emergenza che non accenna a placarsi. E’ l’ennesimo segnale che questo Paese da solo non può farcela, in una situazione che nessun paese Ue riuscirebbe ad affrontare senza altrui voci (vedi aiuti) comunitarie. Pur con questa consapevolezza, l’Europa continua a nascondersi dietro irrisori elogi al Belpaese e improbabili distinzioni tra richiedenti asilo e migranti economici. Il risultato è un ripetuto collasso istituzionale, frutto di un pressappochismo e menefreghismo generale che allontana ed impallidisce il sogno europeo. Ma all’Europa va bene così.

Il vertice di Tallinn ed il G20 di Amburgo hanno del resto confermato come il tema non rivesta priorità. Si pensi che, in Parlamento europeo, i membri presenti alla discussione ‘migranti’ del 4 luglio erano “una trentina” su 751. Un risultato disastroso ed indegno per chi si professa collettività, ed invece al giorno d’oggi altro non può che definirsi mera aggregazione di Stati a sé stanti, senza un minimo interesse alla revisione di Trattati non in linea con l’attualità di problematiche sempre più in espansione e che richiedono pertanto risposte globali.

Il punto d’arrivo del disastro è la debolezza del nostro attuale esecutivo, sempre più a rischio nella (in parte) correlata situazione politica che vede in Parlamento nazionale la difficile partita dello Ius Soli. Nell’isolazionismo della maggioranza e di un Pd esautorato dalla solitudine renzista, le speranze di vedere una Italia forte in Europa sono ridotte al lumicino.

I proclami in vista delle prossime elezioni politiche sono intanto cominciati. Tutti concordi ormai nel ritenere necessario un ripensamento dell’Unione Europea (ne parla oggi a ‘Il Mattino’ anche Silvio Berlusconi). Ma per dare voce ad un ripensamento serve innanzitutto un programma da presentare agli elettori, che non si limiti all’an ma manifesti pubblicamente un come ed un quantum. A questo programma deve poi accompagnarsi un’altra triste consapevolezza, che andrebbe risolta con un intervento su una legge elettorale che spiani la strada alla cosiddetta governabilità.

Come si vincono le elezioni con un proporzionale in un sistema tripolare e con il partito dell’astensione maggioranza del Paese? Sarebbe bene chiedersi soprattutto questo. Per essere forti in Europa, bisognerebbe mettere qualcuno nelle condizioni di vincere. Peccato che questo, alla politica italiana, non interessi affatto. Il proporzionale innesca difatti la madre delle ragioni della resa dei partiti: munirsi di un pezzo di torta, dato che nessuno potrebbe mangiarla tutta.

Mangiarla tutta poi, è rischio di ingordigia e future sconfitte: essere all’opposizione è infatti notoriamente più comodo e facilmente suscettibile di consenso. Perché il punto è sempre quello di partenza: attaccare chi governa, senza necessità di svelare controproposte. L’ideologia, rispetto alla quale i discorsi sul proprio presunto funerale si sprecano, tende ad una inesorabile dissoluzione non a causa del presunto vecchiume, ma di nuovi atteggiamenti ormai consolidatisi e divenuti prassi. Nascondersi, insomma, è molto semplice, ed è rappresentativo di una ideologia ‘moderna’ e (dis)funzionante. In politica pare addirittura portare i suoi frutti.

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

Tra le letture della stampa di stamane, un cenno lo merita sicuramente l’intervento su “Repubblica” del noto giurista Stefano Rodotà, “La democrazia senza morale”. La riflessione mi pare incentrata su due filoni cardine: il richiamo all’art.54 della Costituzione e lo scritto politico di Italo Calvino  “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, datato 1980 e presente sempre nel quotidiano attualmente diretto da Mario Calabresi.

L’art. 54 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

Dalla trattazione “rodotiana” emerge la chiara pertinenza di un disposto di una così elevata importanza alla luce dei recenti avvenimenti interni, sul tema della corruzione e conseguentemente delle problematiche strutturali del nostro Paese. Rodotà non esita a richiamare l’attualità di Calvino, in un clima «ben peggiore degli anni Ottanta». Vi è un passo che a mio avviso colpisce molto, mettendo a nudo il malcostume italiano e il “così fan tutti“, e sottolineando la diversità (ed anomalia) del sistema politico italiano rispetto ad altri noti casi internazionali e sistemi politici:

«Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina per la tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento di spese elettorali: il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro Agnew  che si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di conclamata evasione fiscale)».

Per le altre considerazioni rimando alla lettura integrale dell’intervento. Qui è invece sufficiente sintetizzare il punto attraverso il passo citato: ovvero l’emersione del  disprezzo della Cosa Pubblica, a vantaggio di spinte individualistiche e di profitto personale, per sé e per la propria “famiglia”, figlie di un fallimentare atteggiamento che tocca praticamente l’intera storia italiana del dopoguerra, dalle responsabilità della cosiddetta democrazia bloccata, sino al fallimento dell’apparente benessere craxiano e all’avvento del berlusconismo. Una storia travagliata, che pure avrebbe potuto muovere da quei fallimenti per contrastare le ceneri e le oscurità di un Paese anomalo e sprovvisto di qualsivoglia forma morale o etica. E si torna così allo scritto calviniano, il cui incipit suona prepotentemente attuale:«C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.  … Così, tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto».

Considerazioni straordinariamente attuali, che delineano il quadro di una società ormai integrata e basata sull’erosione della collettività, perché essa non è priorità ma lo diventa nel momento in cui si avverte la necessità di ritrarre vantaggi, economici e non, nell’arco di una spiccata e considerevole sensazione di impunità. Calvino se ne mostra assolutamente consapevole, Rodotà altrettanto ma entrambi mi sembrano ritrovarsi in un punto comune: avvertono infatti una altrettanto collettiva mancanza di indignazione, nel tentativo di rovesciare la tendenza ed il senso di marcia. Come se tutto lo scenario attuale fosse divenuto ordinario, a scapito della minoranza onesta, rappresentata dalla controsocietà teorizzata da Calvino.

Ed infatti lo scrittore prosegue così: «Avrebbero potuto (i corrotti) dirsi unanimemente felici  gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti».

Calvino rivela l’eterna contrapposizione tra due modelli ed idee di società totalmente diversificati, i cui valori distintivi non possono che partire dal profitto, e di conseguenza, nell’anomalia italiana, sfociare in fenomeni di corruzione, criminalità organizzata ed evasione fiscale: gli eterni cavalli di battaglia della società corrotta contro i valori nobili ma purtroppo deboli della moralità e dell’etica. Né può essere altrimenti, dinanzi a cotanta spietatezza e spregiudicatezza nell’imporre la propria forza sul più debole.

Esiste ancora la “controsocietà degli onesti” teorizzata da Calvino? Questa è l’amara constatazione di fondo, che avverte l’inconsistenza del sentirsi diversi ma al tempo stesso impotenti. Tuttavia, questa controsocietà  rappresenta  «qualcosa che non è stato ancora detto e non sappiamo ancora cos’è». Oggi continuiamo a conoscere senza agire, senza essere in grado di remare verso le acque del cambiamento, quasi annullando quel quesito calviniano di (eterna) sconosciuta risposta. Prima o poi, l’impressione è che non basterà solo scegliere da che parte stare, ma occorrerà porsi in grado di conoscere quali risposte fornire. Perché appare arduo continuare ad attendere la vera normalità attraverso la delegazione o il “ci pensa qualcun altro”, in un contesto nel quale la politica nasconde le proprie nefandezze dentro se stessa e il potere giudiziario resta immerso in una battaglia complicata, ritenuta tristemente e beffardamente eroica, così come accaduto in Tangentopoli e nell’era del berlusconismo.

Non resta che ammettere come la politica abbia ormai deciso di nascondere se stessa agli occhi dell’opinione pubblica, oscurando ogni considerazione del “bene comune”. Dimenticandosi della controsocietà  altrettanto nascosta ed invisibile, che ricorda quasi l’inesistente Cavaliere Agilulfo ne “Il cavaliere inesistente”, tanto per tornare a Calvino. Agilulfo mostra infatti le difficoltà dell’uomo contemporaneo nel comprendere la propria persona in primis ed il suo conseguente rapporto con il mondo. Pur essendo corporalmente invisibile, egli non è tuttavia privo di autocoscienza, suscitando ciò, un senso di tormento e smarrimento, generato appunto dalla necessità (ma incapacità) di dare risposte a se stesso. Ancor più interessante è la contrapposizione con il  personaggio Gurdulù: qui il corpo esplica la sua esistenza ma è contrariamente sprovvisto di quella autocoscienza posseduta invece da Agilulfo. Sembra paradossale ma pare ricordare l’eterna antitesi tra la controsocietà degli onesti e la “politica nascosta”. In maniera tutt’altro che invisibile e con la necessità di trovare una sintesi.

(8 aprile 2016)

 

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Scrivere e parlare di Antonio Gramsci, o anche solo riassumerne l’essenza, evitando banalità o superficialità, non è affatto un compito semplice. “Chi è Gramsci? Cosa è stato? Perché è importante ricordarlo?” In queste brevissime domande molteplici si nascondono gli argomenti su cui è possibile riflettere.

Per parlare di Gramsci ho ritenuto opportuno, con un’analisi personale e totalmente spontanea, far riferimento al titolo di una canzone di Francesco De Gregori. Il cantautore nel testo citava un certo Pablo, e ritornano frasi come “parlava strano e io non lo capivo”, “il padrone non sembrava poi cattivo”, “il pane con lui lo dividevo”, ed alludeva ad un uomo di sinistra che aspirava a coinvolgere tutti nella sua causa, ma che il protagonista, a causa della sua ignoranza, non riusciva a capire.

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo” ricorda anche la frase di Ernesto Che Guevara: “sparami, ucciderai solo un uomo”. Come per dire che Pablo è stato ucciso ma le sue idee restano vive. Come l’essenza di Gramsci.
Lui è morto  ma i suoi pensieri sono rimasti vivi e lo stesso vale per le sue lezioni che sconfinano al di là dell’uomo comunista che fu. Non esiste solo un Gramsci politico…

Questa sua ubiquità negli anni successivi alla sua morte, si percepisce dai testi di scienze politiche, antropologia, linguistica, pedagogia, cinema e letteratura fino agli atenei delle università che vanno dal Pacifico all’Atlantico. A ottant’anni dalla morte (1937) proprio il suo lessico l’ha portato ad essere tra i pensatori italiani più citati e tradotti al mondo.

Lemmi come egemonia; società civile; rivoluzione passiva; concetto di classe sono oggi presenti nei dibattiti politici del partito spagnolo Podemos e di altre sinistre nel mondo. Negli USA, dov’è fortemente apprezzato, è stato installato da Thomas Hirschhorn il “Gramsci Monuments” nel South Bronx. In Cina dopo gli anni in cui il suo pensiero è stato condannato per “idealismo” è stato tradotto e studiato, nonostante gli evidenti problemi lessicali. Nei paesi arabi I quaderni dal carcere sono applicati alla comprensione dei movimenti degli ultimi anni da studiosi costretti all’esilio.

Leggere i testi politici del leader sardo in quest’era di post-verità e di post-ideologia, che fortemente condiziona i pensieri e i risultati elettorali, fa presupporre che molto ci sia ancora da dire e da fare.

Ne La città futura l’11 febbraio 1917 scriveva “Odio gli indifferenti”. Questo sentimento è giustificato dal paragone dell’indifferenza accostato all’abulia, il parassitismo e la vigliaccheria. Per Gramsci l’indifferenza non si ferma ad essere un peso morto della storia, ma finisce per operare inconsciamente fino a sconvolgere i programmi e i piani meglio costruiti fino a rovesciarli.

L’indifferenza strozza l’intelligenza abbattendosi sulle masse che abdicano a loro volta, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Il suo pensiero è vivo nell’attualità della lotta contro le disuguaglianze e della complessità dei processi di modernizzazione, argomenti che spesso sono stati tacciati di anacronismo. È presente nella nozione di egemonia politica e culturale, che oggi nelle sue carenze coinvolge in particolar modo le democrazie occidentali, se si tiene conto della corruzione nella società civile. È presente anche nei discorsi pieni d’odio, nella circolazione delle false informazioni e dall’espressione pubblica di risentimenti razzisti. Dato di fatto è il demagogo che oggi sostituisce la figura del leader politico. Bisogna sempre ricordare che per Gramsci il softpower dell’egemonia culturale non dura senza l’hardpower del controllo delle risorse economiche.

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Dietro le parole di quest’uomo cosa c’è? Perché continuiamo a studiarlo? Forse per necessità e/o voglia di fare una riflessione rigorosa? Probabile! A maggior ragione  nell’epoca dove i pensieri di pancia sono i più forti. Questo è un richiamo non solo alla sua figura, ma anche al desiderio di recuperare quel pensiero politico non violento che oggi pare perduto.

Il titolo del mio articolo è frutto di un personale pensiero casuale e non vuole assolutamente alludere alla pubblicazione di Giovanni Zanardelli; Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo; Prospettiva Editrice; 2017.

En Marche, s’il vous plait!

En Marche, s’il vous plait!

Il voto francese di ieri ci ricorda come i primi ad essere ancora vivi siano i sondaggisti, dopo le beffe subite in altri appuntamenti cruciali come Brexit e l’elezione alla presidenza americana di Donald J. Trump.

Non hanno infatti fallito questa volta le previsioni. Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono i candidati che si contenderanno la poltrona all’Eliseo, dopo aver sbaragliato una numerosa concorrenza formata da altri ben nove candidati. L’appuntamento del 7 maggio molto dirà sul futuro dell’Europa, dato che la partita in ballo non può riguardare solo ed esclusivamente il popolo francese, in considerazione della elevata e delicatissima posta in gioco.

Il primo aspetto che senza dubbio emerge è la crisi dei partiti tradizionali, con destra e sinistra chiamate a guardare la partita del secondo turno da spettatrici. La sconfitta della politica tradizionale ha tuttavia aspetti diversi, a ben guardare le situazioni di Fillon e Hamon. Se infatti i gollisti devono la propria sconfitta a questioni personali del proprio candidato, la cui corsa è stata travolta dagli scandali giudiziari che ne hanno pesantemente condizionato la campagna elettorale, diverso discorso deve essere fatto per la sinistra ed il socialismo francese.

La sconfitta di Benoit Hamon, a differenza dell’insuccesso di Fillon, non è infatti circoscrivibile al proprio appeal elettorale (o meglio, non solo) ma ad un generale ridimensionamento della sinistra francese, tramortita dalla discutibile gestione Hollande e dall’ondata terroristica che ne ha ulteriormente minato consensi e credibilità.

Al netto di queste prime due considerazioni, appare evidente come il successo dell’homo novus della politica francese, quel Emmanuel Macron che nel suo discorso ha già parlato da presidente in pectore, ci riveli come di questi tempi anche una start up politica fondata da appena un anno possa avere le qualità per dissuadere il popolo francese dal richiamo ai partiti tradizionali, ormai defunti rispetto all’antitesi tra ‘sovranismo’ ed europeismo post-ideologico. Un europeismo con riserva, purché sganciato da soggetti considerati relitti e non più credibili. Con tanti saluti al Novecento e alla supremazia dei partiti di massa.

Detto status quo tocca non solo la politica francese ma una Europa sempre più a corto di consensi. Ogni tornata elettorale che conti non fa altro che rivelarci la presenza di un voto di protesta, spesso proveniente da classi sociali devastate dalla crisi economica e pertanto intenzionate ad offrire un segnale all’establishment comunitario e non solo (vedasi Donald Trump).

Certo, un diverso andamento delle diatribe personali di Fillon avrebbe forse oggi portato a compiere analisi diverse sul voto di ieri. Ma se la politica non si fa con i se e con i ma, bisogna ammettere come il voto di ieri rappresenti un rigetto di ciò che essa è stata. Di un passato che ormai non può più tornare e deve guardare al presente e al nuovo che avanza. Ovvero all’invenzione politica di Emmanuel Macron, ultima àncora di salvezza rispetto al leitmotiv sovranista di Marine Le Pen.

Tutto fa pensare alla clamorosa vittoria dell’ex ministro 39enne. Un uomo in grado da solo di spazzare il partito socialista, per quanto Hamon affermi che la sinistra non sia morta e con lo stesso Melenchon non oltre la soglia del 20%. La guerra a sinistra, fatta di scontri ed ideologie, si disperde rispetto alla candidatura vincente e post-ideologica di un neonato leader che sente ormai la vittoria in pugno.

L’endorsement successivo ai risultati fornito da Fillon e Hamon apre ad un fronte repubblicano che inviterà l’elettorato ad esprimersi contro il programma politico del Front National e della candidata Marine Le Pen. Non si è invece espresso, come d’altronde prevedibile, Jean Luc Melenchon. L’estrema sinistra s’è infatti mostrata nel corso della campagna elettorale tutt’altro che ammiratrice del progetto europeo, ed anzi molto più vicina a temi che invocavano al rilancio del popolo francese basato sulla rivendicazione di una sovranità nazionale preferita alle politiche di Bruxelles.

Ed allora, se è vero che si formerà una sorta di grande coalizione elettorale per portare Macron all’Eliseo (o meglio per sconfiggere l’insidia populista Le Pen, come del resto già accaduto in passato con suo padre) nulla ancora è possibile dire su quel consistente 19% a firma Melenchon. L’impressione è che se chi ha deciso di fare affidamento su di lui decidesse di tornare alle urne, parrebbe molto più probabile una scelta ai danni di Macron e a vantaggio di Marine Le Pen.

L’altro punto cruciale è il seguente: la scelta elettorale di appoggio politico a Macron ad opera di Fillon e Hamon non corrisponderà quasi certamente in maniera univoca alle menti pensanti dell’elettorato. Perciò, se a primo impatto la corsa alla presidenza della Le Pen termina con il voto di ieri sera, con un risultato considerevole ma non di sfondamento, non pare che l’esito possa dirsi del tutto scontato.

I fattori in campo sono infatti tantissimi: il primo è ciò che si diceva, ovvero la non garanzia che gli elettorati di Fillon e Hamon convergano automaticamente su Macron. Il secondo è legato alla partecipazione dei cittadini, ed è su questo piano che i candidati alla presidenza saranno chiamati a sfidarsi. Per confermare il dato elettorale o addirittura migliorarlo, modellandolo a proprio vantaggio e a spese dell’avversario.

Ma non si può certamente ignorare il ridimensionamento di Marine Le Pen. Un risultato, si diceva, “considerevole ma non di sfondamento”, poiché non può eludere le aspettative iniziali ed i sondaggi che la vedevano addirittura favorita con picchi del 25%. Non è andata così e probabilmente il voto del 7 maggio ci dirà che questo parziale successo è servito davvero poco alla leader del Front National.

Altrettanto non trascurabile è la considerazione ultima, ma non certo di inferiore importanza, che tocca il sistema elettorale francese. L’elezione presidenziale sarà infatti immediatamente seguita dalle Legislative dell’11 giugno. Il voto tra Presidente e Parlamento è un voto separato che avviene nel giro di un mese. Considerata la grande ventata di novità apportata dai candidati in campo, appare molto difficile la presenza di un governo che non passi da una coalizione e dal rischio della cosiddetta coabitazione, ovvero quel fenomeno secondo cui Presidente e maggioranza parlamentare potrebbero non corrispondere politicamente. Uno scenario possibile e che aveva già impantanato in passato presidenti del calibro di Mitterrand e Chirac. Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da raccontare.

foto da: ouest-france.fr

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

«Ma il secolo che iniziò pieno di fiducia in se stesso e nel trionfo definitivo della democrazia liberale occidentale sembra ormai prossimo a tornare, circolarmente, al punto dal quale è partito: (…) ad una vittoria incontrastata del liberalismo, politico ed economico.» (F. Fukuyama, «La fine della Storia?», The National Interest, n. 16, 1989)

«Our democracy has been hijacked!»(«Ci hanno sottratto la democrazia!»): con questo grido Zack de la Rocha, cantante dei Rage Against the Machine, apriva, nell’Agosto del 2000, uno degli ultimi concerti del suo gruppo, fuori dal palazzetto dello sport di Los Angeles nel quale contemporaneamente si teneva il Congresso nazionale del Partito Democratico statunitense, che avrebbe ufficializzato la nomina di Al Gore a candidato alla presidenza per le elezioni del Novembre di quell’anno (vinte da George W. Bush). La performance (parzialmente caricata su YouTube, frammista alle immagini dei violenti scontri con la polizia, che disperse l’assembramento) si inseriva nel più ampio contesto delle proteste indette in tale sede da un variegato conglomerato di sigle ed attivisti, generalmente riferibile a quell’area No Global che meno di un anno prima aveva ottenuto risonanza mondiale grazie alle infuocate proteste in occasione del summit della WTO di Seattle, contro il sistema politico, saldamente bipolare, statunitense. Tale sistema era accusato, appunto, di aver sostanzialmente svuotato di significato i meccanismi democratici, obbligando l’elettorato ad una scelta puramente formale, il cui esito sarebbe stato totalmente indifferente rispetto ad una pluralità di questioni, tra cui l’adesione ad una linea economica liberoscambista ed una politica estera aggressiva, mirante a profittarsi dell’apparente possibilità di instaurare un ordine internazionale unipolare.

L’attenzione del gruppo per questi temi non era nuova: pochi mesi prima, esso aveva pubblicato il videoclip della canzone «Testify», nel quale, con l’icastico sarcasmo proprio di Michael Moore (che ne curò la realizzazione), veniva messa alla berlina la pressoché totale interscambiabilità dei candidati dei due partiti maggiori, attraverso il rapido susseguirsi di identici spezzoni di loro discorsi. Questo video risulta particolarmente efficace nel mettere in luce quello che non pare azzardato ritenere il tratto saliente della vita politica nelle democrazie liberali consolidate nella nostra epoca, in grado di fornire un’efficace chiave di lettura dei fenomeni maggiormente degradanti e degradati della stessa, quali l’ascesa delle destre “populiste” e la crisi delle forze di sinistra: l’appiattimento delle posizioni dei partiti politici e la generalizzata instaurazione di sistemi bipolari.

LA FINE DELLA STORIA E IL BIPOLARISMO AD UNA DIMENSIONE

Tale fenomeno, che negli ultimi 25 anni ha rivestito carattere strutturale nella quasi totalità degli Stati riferibili al modello liberaldemocratico (dagli Usa, all’Italia, passando per gli altri Paesi dell’UE), è la precisa conseguenza di quello che il politologo statunitense Francis Fukuyama, nell’articolo «The End of History?»(citato in epigrafe) e nel successivo saggio «The End of History and the Last Man» (1992), che ne sviluppava ulteriormente le tesi, definì «fine della Storia». Tali opere, che godettero diuna fama notevole quanto immeritata (a fronte del dilettantismo col quale Autori come Hobbes, Hegel e Platone venivano diffusamente citati) negli anni immediatamente successivi alla dissoluzione del blocco sovietico, sostenevano, sulla scorta di opinabili argomentazioni che non è qui la sede di approfondire, che, a seguito delle convulse vicende del biennio ’89-’91 (la perestrojka, la glasnost, il crollo del Muro di Berlino…), il sistema economico capitalista e il sistema politico liberaldemocratico occidentali, avendo vinto la competizione col rivale sovietico che aveva informato di sé la seconda metà del XX secolo, dopo aver fatto piazza pulita nei secoli precedenti degli altri antagonisti socioeconomici quali il fascismo e le società tradizionali, fossero ormai privi di competitori nell’arena dei possibili modelli sociali disponibili all’umanità, e che presto l’intero globo  vi avrebbe aderito. Fukuyama riteneva, infatti, che le forze storiche che avevano portato all’affermazione degli stessi secondo uno schema progressivo non fossero reversibili, né che tale progresso potesse condurre ad ulteriori evoluzioni: si era, insomma, giunti alla “fine della Storia” preconizzata da Hegel, essendosi ormai risolte tutte le contraddizioni che costituivano il propellente del cammino dell’umanità sul rettilineo della Storia stessa attraverso l’interazione dialettica tra opposti.

Negli anni successivi, a fronte della vigorosa smentita delle sue concezioni offerta in particolare dall’area mediorientale e dall’area asiatica (delle quali, ad onor del vero, lo stesso Autore riconosceva la potenziale problematicità), Fukuyama ritrattò le proprie posizioni. Nella prassi politica degli Stati “occidentali” (termine che, qui come sopra, viene usato senza alcuna implicazione culturale, ma semplicemente per riferirsi ai già citati Stati aderenti al sistema liberaldemocratico), però, queste furono con ogni evidenza, esplicitamente o meno, accolte. In altre parole, i partiti che la animavano, a seguito del crollo del “socialismo reale”, agirono precisamente come se il sistema politico liberaldemocratico e (ciò che più conta in questa sede) quello del libero mercato globalizzato fossero modelli storicamente necessari, privi di contraddizioni e di alternative e nei confronti dei quali non si poteva assumere altro atteggiamento che quello dell’accettazione acritica e/o entusiastica.

Il risultato fu, pressoché ovunque, l’adozione del già ricordato sistema bipartitico: allo scioglimento dei partiti comunisti, piagati dal rapporto di dipendenza dal liberticida sistema sovietico e la cui dottrina non risultava più praticabile, a fronte del suo clamoroso fallimento storico e dal totale mutamento delle condizioni sociali in rapporto alle quali era stata elaborata, fece generalmente seguito la creazione di due “poli” antagonistici (ad esclusione di formazioni politiche minori); come nel modello anglosassone, la filosofia di fondo era quella di incoraggiare l’alternanza tra i due avversari, chiamati ciascuno a governare senza “scossoni” per un periodo prestabilito, al termine del quale sarebbero stati giudicati dall’elettorato, che, se insoddisfatto, avrebbe votato il polo “di opposizione”. Centrosinistra e centrodestra in Italia, socialisti e gaullisti in Francia, socialdemocratici e cristiano-democratici in Germania divennero così gli attori chiamati ad avvicendarsi ai ruoli di potere nei rispettivi Stati. In tutti questi casi, tanto l’uno quanto l’altro schieramento mostravano di avere aderito ai princìpi liberisti che, complice il vigoroso (e non casuale) rafforzamento della CE/UE tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, si ponevano alla base del sempre più strettamente integrato sistema economico globale. Eliminata in radice la possibilità stessa di concepire una critica dello stesso, il contrasto politico si spostava, nel migliore dei casi, sul piano dei diritti civili: accesi diverbi sulla depenalizzazione delle droghe leggere, dibattiti sui diritti LGBT, rigurgiti antiabortisti e correlative resistenze divennero temi di primo piano nei comizi e nei talk show. Nel peggiore dei casi, la contrapposizione tra l’un polo e l’altro si riduceva ad una mera contrapposizione tra i centri di interesse economico, mediatico e culturale che in essi trovavano espressione.

È opinione di chi scrive, come accennato, che questa situazione si ponga alla base dei fenomeni, strettamente correlati, della crisi dei partiti di sinistra (o presunta tale) e del travolgente successo delle istanze “populiste”. Venuta meno la legittimazione storica dell’ideologia che ne aveva guidato l’azione per più di un secolo, e che aveva posto al centro del proprio programma la trasformazione dell’esistente partendo dai rapporti di forza economici, nella convinzione che a ciò sarebbe conseguita l’emancipazione dell’essere umano in ogni altro àmbito, le forze di sinistra istituzionale non trovarono di meglio, per perpetuare la propria esistenza, che il collocarsi nel campo “progressista” della citata contrapposizione sui temi delle libertà individuali. Era però inevitabile che la rinuncia a porre in discussione le logiche del mercato comportasse uno snaturamento di queste forze, tale da alienare da esse le simpatie elettorali degli irriducibili e sempre più sparuti sostenitori di un totale ripensamento, nell’ottica indicata, di un mondo che, d’altro canto, appariva sempre più sfuggente alle loro tradizionali categorie interpretative di «classe» e «proprietà dei mezzi di produzione», abiurate in blocco dai partiti in esame. Perduta ogni connotazione ideologica, in un generale contesto di declino di qualsiasi forma di fidelizzazione partitica, esse rimasero succubi della logica dell’alternanza, esposte alle incostanti oscillazioni di un elettorato a sua volta disorientato dalla ristrettezza di divergenze sulle visioni di lungo periodo tra le alternative politiche disponibili e cedevole alle lusinghe delle narrazioni, spesso mendaci, sull’operato del “potente” di turno.

La politica veniva così declassata ad amministrazione. In un clima di generale scollamento tra società ed istituzioni rappresentative, specialmente in Italia in costante aggravio fin dalla seconda metà degli anni ’70, divenne sempre più frequente il leitmotiv «sono tutti uguali»: un’eguaglianza che, generalmente, veniva ritenuta consisterein una spiccata tendenza al malaffare. In tale lamentela, troppo spesso demonizzata ed irrisa negli ambienti della sinistra, si nascondeva un’inquietante verità: dal punto di vista economico, effettivamente si era diffuso un consenso bipartisan sui princìpi cardine. Lungi dal proporre un disegno complessivo della società da portarsi avanti per la durata del proprio governo, i partiti finirono sempre più ad assomigliare a complessi apparati burocratici, impegnati a confrontarsi sulla gestione più o meno efficace delle finanze pubbliche e sulla percezione che di essa sarebbe giunta all’elettorato. Così, in Italia, l’ondata delle privatizzazioni e delle riduzioni della spesa pubblica degli anni ’90, imposta dall’UE come condizione per poter aderire all’Unione monetaria, poté proseguire senza soluzione di continuità nonostante i convulsi avvicendamenti delle maggioranze politiche, organizzatesi (almeno in linea ideale) secondo uno schema bipolare, nella narrazione dell’epoca (e non solo) indicato come la panacea di tutti i mali. Anzi, in questa fase il potere di governo fu per la maggior parte del tempo detenuta da quel centro-sinistra che si proponeva quale erede, almeno parziale, della tradizione del Partito Comunista Italiano.

IL (GIUSTIFICATO?) SENTIMENTO ANTI-ESTABLISHMENT

Crediamo che a questa situazione, e al suo protrarsi pressoché ininterrotto nei passati 25 anni, debba essere imputata l’ascesa dei movimenti “populisti”. La stessa “sinistra” che (giustamente) irride lo sboccato berciare sessista e xenofobo di Trump dovrebbe (e, fortunatamente, lo sta facendo) sottoporsi ad un severo esame di coscienza: essa è, infatti, la maggior responsabile della creazione di quel “establishment” in contrapposizione al quale l’attuale presidente USA ha costruito il proprio consenso, e che ha posto le condizioni che fanno sì che Marine Le Pen sia da taluni indicata come plausibile vincitrice delle prossime elezioni presidenziali francesi. Quando Grillo urlava che avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, «mandando a casa» la Casta dei corrotti «tutti uguali», essa ha preferito girarsi disgustata dall’altra parte, senza rendersi conto di come l’aver impostato tutta la propria azione politica dalla fine della Guerra Fredda in avanti sulla (sacrosanta ed irrinunciabile) battaglia per l’espansione dei diritti civili avesse lasciato quello che, nell’odierno linguaggio giornalistico, è definito “ceto medio impoverito”, totalmente privo di rappresentanza.  C’era un fondo di verità in quello scomposto vociare, indubbiamente e visceralmente di destra, sulla non attualità della distinzione tra destra e sinistra, sull’interscambiabilità dei rappresentanti di quel “sistema” che rincorreva il mito dell’alternanza bipolare e della stabilità. L’accettazione supina, da parte della sinistra, delle logiche del mercato globale, o, peggio, l’essersene essa stessa fatta la principale portabandiera, recando come unico segno distintivo rispetto al polo avversario il progressismo e l’accoglienza rispetto alla questione migratoria, ha anzi favorito una perversa associazione di idee tra il fenomeno dell’impoverimento e queste istanze. Questo sta alla base del coagularsi di quella parte di elettorato, che non è andata ad ingrossare le sempre più spaventose ed ormai strutturali file dell’astensionismo,intorno a chi tuona contro “l’establishment”, e dell’inquietante recrudescenza di posizioni reazionarie, che credevamo di aver debellato, sui temi della sfera individuale. La traumatica provocazione di Žižek, teorico tra i più in vista dell’odierna sinistra non istituzionale, che nell’imminenza dell’elezione di Trump dichiarò che, se fosse stato chiamato a votare, la sua scelta sarebbe ricaduta su Trump stesso, per «scuotere la sinistra dall’immobilismo», pur non condivisibile negli esiti, offre tragici spunti di riflessione. Lo stesso Žižek, poco più tardi, scrisse:

«È evidente che il loro (di Trump, Brexit, Le Pen e il partito polacco “Diritto e giustizia”, ndr) spazio è stato aperto dal fallimento delle sinistre: intendendo ora per sinistra i residui della socialdemocrazia, la sinistra istituzionale, o la sinistra liberale, che forse non dovremmo neppure chiamare sinistra.(…)La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori.»

Per quanto la visione del filosofo sloveno non appaia priva di contraddizioni («ingenti trasferimenti sociali» e «sostegno serio ai lavoratori» appaiono evidenti forzature dei programmi politici di un miliardario che progetta di deregolamentare i mercati finanziari, avvalendosi dell’operato di una squadra di governo composta anch’essa da “Paperoni”), è innegabile che la sinistra del XXI secolo, di modello Blairiano, abbia negli ultimi anni sostenuto politiche ben lontane non già da un programma di radicale redistribuzione della ricchezza, ma anche dalle politiche socialdemocratiche di miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni e di stemperamento delle diseguaglianze più radicali causate dal mercato che furono tanto in voga nell’immediato dopoguerra: in ciò non distinguendosi affatto dai partiti della destra liberale coalizzatisi a livello europeo nel Partito Popolare, e lasciandosi sorpassare sulla linea dell’assistenzialismo dalle forze populiste, abili nel catalizzare consensi attribuendo le colpe della crisi del Welfare State ai migranti (mentendo) e, per quanto riguarda l’Europa, all’Unione Europea (dicendo, almeno parzialmente, il vero).

CHE FARE?

Crediamo, dunque, che sia evidente come, almeno in parte, allo slogan «Destra e sinistra non esistono più» debba essere riconosciuta una certa dignità. Se, inteso come proposizione assoluta, esso è certamente mistificatorio e, come già sostenuto, intrinsecamente destrorso, non si può negare che esso contenga una parte di verità, nella misura in cui lo si riferisca alla politica istituzionale maggioritaria: a questo livello, infatti, si è assistito per un ventennio ad un’egemonia incontrastata della destra economica e ad una totale estromissione di quelle istanze che dovrebbero formare il nerbo di una vera sinistra, essendo necessario, ma non sufficiente, battersi per i diritti civili per reindirizzare la società in una direzione egualitaria.

Una sinistra moderna, per essere definita come tale, deve dunque recuperare la propria identità: la qual cosa non passa certo attraverso la rinuncia, come paiono sostenere alcuni irriducibili nostalgici del ‘900, al proprio progressismo culturale e alle politiche di accoglienza sulla questione migratoria, ben lungi dall’essere gli «strumenti del capitale» che li si taccia da rappresentare in certi ambienti estremistici, ma avendo il coraggio di affiancare loro una linea economica alternativa al libero mercato ed un’analisi critica della globalizzazione e dei suoi effetti distorsivi. L’ultimo ventennio ci ha consegnato un mondo per interpretare il quale il retaggio culturale della sinistra otto-novecentesca è in larga parte inadeguato, ma rinunciare ad elaborare strumenti alternativi significa rassegnarsi a vagabondare smarriti tra le macerie di cui questo mondo è composto, nell’attesa che sia una destra populista sempre più sdoganata, probabilmente peggiore dei nazionalismi del secolo scorso cui sovente la si paragona (depotenziandone una reale critica), a costruirvi sopra il proprio aberrante disegno sociale.

È positivo, in quest’ottica, che i traumatici eventi del 2016 (l’incanalamento del disagio nei confronti dell’Unione Europea – la quale, non dimentichiamolo, ha in ogni caso giocato un ruolo fondamentale nell’eliminazione dal dibattito pubblico di qualsiasi posizione ideologica alternativa al liberoscambismo – nella cieca direzione della Brexit e l’elezione di Trump) abbiano, come auspicato da Žižek, creato più di un tumulto a sinistra. Sono recenti le notizie di un sussulto d’orgoglio contro il neoliberismo da parte del PSOE in Spagna e del rinnovato attivismo, costellato di termini che invero rappresentano poco più che una strategia retorica («Compagne e compagni», «Rivoluzione socialista», «Capitalismo sregolato»), ma contribuiscono a spazzare via sul piano culturale la bambagia bipolare e neutralizzata che ci ha avvolti negli ultimi anni, di Enrico Rossi in Italia. Per quanto non si possano non nutrire perplessità nei confronti di soggetti che fino all’altro giorno si sono prestati al gioco delle parti dell’immobilismo sopraindicato, si può sperare che questi siano i primi passi su un lungo percorso di rifondazione della Sinistra (l’utilizzo della maiuscola non è casuale).

È quindi ora di rispondere, a chi per anni ha ripetuto «Destra e sinistra sono morte e sepolte», che esse sono state solo occultate dall’illusione di poter creare un mondo interamente basato sul, ed unito dal, liberismo. Quest’illusione, ben lungi dal rappresentare un tramonto delle categorie di cui sopra, altro non è stata che una stagione di dominio incontrastato di una destra individualista che ha anestetizzato le coscienze politiche, frammentato la società civile e distrutto la relazione tra di essa e le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, producendo l’odiosa immagine dell’establishment e creando l’humus più adatto per una destra ancor più becera, priva perfino di quell’adesione alla retorica dei diritti umani, ora sprezzantemente irrisa come “politicamente corretto”, che rendeva minimamente accettabile la cultura “politica” (se tale può essere definita) maggioritaria. In un’epoca in cui il termine “ideologico” è ormai carico di disvalore, è tempo di accettare nuovamente la possibilità di elaborare modelli interpretativi dell’esistente per poterlo cambiare, e di abbandonare la chimera del bipolarismo, per sua stessa natura volto a produrre stagnazione, immobilismo e conformismo. Insomma, di rifondare la Sinistra.

Paolo Mazzotti

foto da: independent.co.uk

Il curioso caso Roger Federer: eziologia di una leggenda

Il curioso caso Roger Federer: eziologia di una leggenda

“Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quello che si potrebbe definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, sbalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene. I Momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di comprendere l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare.”

(David Foster Wallace- Federer come esperienza religiosa)

 

Il 3 aprile 2017 ogni appassionato della racchetta si è svegliato con una certezza: Roger Federer, alla veneranda età di 35 anni, ha sorpreso tutti un’altra, innumerevole volta. Il tennista elvetico ha vinto il torneo Master 1000 di Miami, battendo per il maiorchino Rafael Nadal in due set (6-3/6-4). E’ il suo quinto titolo a Miami, oltre che novantunesimo (!) in carriera. Mai nessuno nell’era Open come lui.

E sarebbe qualcosa che potrebbe rientrare nella sua (nella nostra,mai) concezione di “normale” se non fosse che l’ultimo Master vinto prima di questo straordinario 2017 era datato 1° Novembre 2015, e addirittura l’ultimo Open risale a Wimbledon 2012. Anche i più appassionati si stavano abituando all’idea di un campione ormai tramontato, col ritiro all’orizzonte. Roger, però, ha voluto dare un ultimo plot twist alla trama della sua carriera.

Che ormai l’ha definitivamente consegnato all’Olimpo dello Sport. (Roger Federer con il trofeo vinto all’Australian Open 2017, via Instagram)

 Partire dal fondo

La storia del meraviglioso 2017 di Roger Federer parte però, come per tutte le favole, da un fulmine a ciel sereno: il 26 luglio 2016 Roger, sul suo profilo Facebook, annuncia il ritiro dall’Olimpiade di Rio e soprattutto lo stop fino al termine della stagione: una decisione presa per salvaguardare il ginocchio sinistro operato a febbraio (menisco), evidentemente ancora lontano dal pieno recupero.

Il tennista rinuncia cosi a conquistare l’unico successo che ancora non è presente nella sua bacheca, ovvero l’Oro Olimpico, poiché festeggerebbe durante Tokyo 2020 il suo 39° anno d’età (anche se ormai ci sorprenderebbe un po’ meno trovarlo all’ombra dei ciliegi giapponesi tra tre anni) e mette fine già a Luglio al suo annus horribilis. Per la prima volta da 14 anni, Federer non riesce a vincere un titolo ATP.

A luglio 2016, a ormai 35 anni, la sua carriera sembrava essere volta al termine.

 

A fine anno, per la prima volta dal 2002, esce dalla Top 10 del ranking ATP.

 

Forever Young

Adesso, il bilancio dei primi tre mesi del 2017 è di 19-1. Ha vinto tutto ciò che c’era da vincere, in Australia, in California e in Florida. Una trilogia che ha centrato solo un’altra volta, nel 2006, all’apice della carriera. Il Rinascimento del gioco di Federer nasce nel Luglio 2016. E il Rinascimento del gioco del tennista svizzero va ricercato in Croazia, terra natia di tale Ivan Ljubicic, coach subentrato a Stefan Edberg.

Cos’ha da insegnare un omone di oltre 190 cm, che in una modesta carriera ha vinto solamente l’ATP di Indian Wells nel 2010, al Re del tennis?

Il segreto è che prima di essere l’allenatore di Roger, egli è uno tra i suoi più cari amici e forse, assieme alla moglie Mirka, il suo primo tifoso. Ed è forse questo amore prima, ossessione poi, che ha permesso a Ivan di analizzare a fondo il gioco dello svizzero, quasi a sviscerarlo nei fondamentali, per poi, durante i 5 mesi di stop modificare l’approccio tattico e la posizione in campo.

La finale dell’Australian Open contro Nadal è l’estremo esempio di quanto Roger abbia reso il gioco del 2017 quanto più spregiudicato e veloce il suo corpo gli permetta. Durante il match che assegnava il torneo infatti, Federer ha giocato sempre e solo d’anticipo,piedi sulla riga di fondo e braccio in decontrazione. Certo, un’impresa sportiva così grande richiede il concatenarsi di tanti fattori ulteriori: un buon tabellone, la superficie più veloce, le sconfitte premature dei big, il resto lo fa l’immensità rogeriana, ma Ivan il Croato ha rivoluzionato il gioco di Federer molto più di quanto si pensi. Del resto, se Roger gli ha consegnato la coppa pubblicamente a fine premiazione, un motivo ci dovrà pur essere stato.

 

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La seconda rivoluzione la troviamo nel rovescio. Il rovescio a una mano che ha contraddistinto la sua carriera l’ha aiutato a sbrogliare diverse situazioni di gioco ed avversari, ma ha avuto già con Edberg e ancora di più con Ljubicic un’evoluzione che l’ha portato ad essere molto più offensivo e potente e a fare affidamento soprattutto al lungolinea per chiudere il punto e all’incrociato per aprirsi il campo. Ciò è dovuto principalmente al fatto di aver cambiato la sua racchetta, aumentandone la grandezza. Questo gli ha permesso di “inventare” di sana pianta una specie di return & volley, lo Sneak Attack by Roger (SABR) che gli consente di rispondere al servizio di contro-balzo,togliendo tempo all’avversario e andare direttamente a rete.

 

 

Il terzo segreto di Federer è essere diventato più aggressivo, più portato verso la rete. Questo perché se vuoi allungarti la carriera devi accorciare gli spazi. Per questo si può notare come sulle superfici veloci a volte pratichi il Serve&Volley, una rarità ormai nel circuito. La sua bravura è anche accorciare il tempo tra un punto e l’altro: ti soffoca dal punto di vista fisico e mentale, non ti dà il tempo di riflettere.

 

 

La magnifica regola dell’invenzione costante

I primi 3 mesi del 2017 sono andati via e saranno giudiziati dai posteri come una delle celebrazioni più alte del giocatore svizzero, perchè testimonianza della della sua regola aurea: innovare. Abbiamo visto il Federer 2.0 dopo l’infortunio alla schiena del 2013 e abbiamo visto il Federer 3.0 nel 2015 col cambio di racchetta: la bravura e il talento di questo campione sono, perciò, solo la base per costruire una leggenda capace di far innamorare gli esteti del tennis. 

Roger, a Luglio avrebbe potuto semplicemente dire basta: godersi le sue amate Alpi e i suoi 4 figli.

Ma non l’ha fatto.

Citando il Guardian appena prima della vittoria di Miami: “Non è una questione di soldi. Riguarda la lotta per continuare a migliorarsi, vincere di nuovo, raggiungere la vetta. Di conseguenza si capisce come vi fosse un errore riguardo il disturbo di Nadal e Djokovic alla grandezza di Federer. Non lo hanno ridimensionato. Lui li ha portati al suo livello. Non avrebbero mai raggiunto i loro apici senza di lui a guidarli. E ora, come il campione indomabile che è, è uscito allo scoperto ancora una volta”.

E ne siamo felici, aspettando Wimbledon.

 

Vincenzo Matarrese e Walter Somma

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