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Minoranza Pd? Vota Waldo!

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Nella morsa di un drammatico labirinto ‘lynchiano’ il Partito Democratico si appresta a vivere il fine settimana più difficile dalla propria nascita. Succede qualcosa di apparentemente inspiegabile dalle parti del Nazareno. Tuttavia, non pare vi sia nulla di cui stupirsi.

 

Il Partito Democratico rispetta in realtà gli albori e le proprie origini: uniti per dividere. Era il 14 ottobre del 2007 quando l’impresa giunse a termine. Erano i tempi del ‘riunire’ il Centrosinistra per rilanciare il Paese e preparare la spallata nei confronti del redivivo Silvio Berlusconi, il Revenant della politica italiana.

 

A dieci anni di distanza si compie la catarsi di un Partito che sulla carta anagrafica avrebbe quanto meno dovuto e potuto avviarsi verso una fase (almeno) adolescenziale. E dire che da più parti qualcuno riferisse addirittura di una annidata maturità: l’era della svolta, della definitiva crescita e della vocazione maggioritaria dopo anni di insuccessi elettorali. Ed invece ecco la nascita-non nascita: il compimento per eccellenza della guerra a sinistra alla fatica domanda: «Chi lo è di più tra noi?»

 

E’ così che uno dei principali partiti del socialismo europeo si avvia verso una sfaldatura annunciata, poiché espressione di personalità (apparentemente) inconciliabili. Perché è sufficiente governare con un Centrodestra di turno per giustificare la perenne malattia ed i quotidiani mal di pancia, dimenticando le cause di un paraggio elettorale che ha comportato ‘il dono’ delle obbligate larghe intese.

 

Succede che poi, ad un certo punto, nel momento in cui chi allora comandava decise di lasciare il timone, qualcuno dovesse pur prendere le redini del partito. Democraticamente, rispettando le radici ed il nome di quel partito stesso. Un partito impaurito da elezioni sulla carta agevoli, consumate e dissoltesi in lettere IMU berlusconiane e generale sottovalutazione degli avversari politici (vedasi M5S). Il prodotto delle primarie, creato e consolidatosi con la tradizione Pd, avrebbe portato all’avvento di un nuovo leader.

 

La favola proseguì così con la legittimazione popolare della nuova guida, quella del giovane Matteo Renzi. Ma dalle parti della vecchia guardia tale affronto non poteva, non può e non potrà essere tollerato. Viene ancora da chiedersi come l’attuale minoranza abbia salutato il salto di qualità (a livello di consenso) renziano conseguito a pieni voti alle Europee del 2014. L’impressione è che qualcun altro, alla presa d’atto di quel 40,8%, abbia dovuto usufruire dell’ormai famosissimo maalox.

 

Ed allora comincia una visione oscura: legare il futuro di Renzi al risultato, in attesa di potersi riprendere la ditta. Senza una lucida visione in vista del futuro. Senza una piattaforma politica condivisa. Senza una minoranza ‘unita’ per replicare all’attuale leadership e scardinarla sulla base dei contenuti e di una proposta da presentare al Paese.

 

In tutto questo, ecco giungere al labirinto ‘lynchiano’. Eccoci immersi nel definitivo sviluppo di una trama nascosta ma di fatto già scritta: dimenticarsi del Paese, lasciandolo nelle mani di destra e populismo. Questa volta non sarà nemmeno necessario fingere o richiamare le vicende capitoline di Raggi e M5S. La manifesta incompetenza di un qualunque pentastellato non potrà mai essere tanto incisiva quanto l’eterna scissione che diviene davvero scissione. Storia di un amore desiderato, che si accinge ad un avveramento di portata storica.

 

La speranza è che tutta questa storia che raccontiamo possa rendere felice e ‘serena’ la minoranza più famosa del Paese, peraltro ormai stanco e surclassato da una non-crescita formato fanalino di coda UE. Ma non è così interessante: in questo momento è prioritario capire se dalle parti della minoranza a spuntarla possa essere Emiliano, Rossi o Speranza. O almeno così pare (a chi?).

 

Una minoranza che non è nemmeno minoranza, ma minoranza di una parte delle minoranze, avrebbe sacrosanto diritto a contestare le ragioni di chi ha il dovere di gestire e non comandare un partito. Questo non vuol dire che giocare all’autodistruzione rappresenti il mezzo idoneo o addirittura lecito (moralmente parlando) al fine di condannare all’incertezza il soggetto politico titolare dell’attuale legislatura. Esiste un limite, di maturità appunto, che non dovrebbe essere oltrepassato da chi teoricamente dovrebbe essere guida del paese (sulla base dell’ultimo responso elettorale nazionale).

 

Ma ribadiamo: l’esatta rappresentazione del Pd giunge ormai a compimento. La scissione è dunque servita, in un finale che nessuno si aspettava essere così noioso e scontato. Ci si aspettava altro. Un colpo di scena, che rivelasse di una compagine politica straordinariamente teatrale ed in grado di sbaragliare gli avversari, illudendoli di una caduta che non sarebbe mai avvenuta. Ed invece di teatrale resta solo una possibilità: candidare Waldo*. Di questo passo potrebbe essere l’unico realmente in grado di sconfiggere Renzi.

 

*    ‘Waldo è il protagonista della puntata 2×03 di Black Mirror. E’ la storia di Jamie Stalter, comico (in declino) nelle vesti di un orsetto blu di nome Waldo. Il produttore di Waldo deciderà di candidare l’orsetto, che concorrerà così alle elezioni della città, nonostante i toni scurrili e poco consoni al linguaggio politico. Nonostante ciò, l’orsetto giungerà secondo sfiorando la vittoria’.

foto da: nonsolocinema.com

La politica senza politica

La politica senza politica

In una età nella quale la finanza e l’economia scavalcano la politica, sminuendola di fatto a mera interlocutrice ed interprete secondaria dei nostri giorni, ritoccare con mano il passato storico resta di fatto l’unica fonte di possibile nuova legittimazione del concetto politico stesso. Basti fermarsi un attimo ad analizzare l’attuale situazione partitica italiana ed i recenti sviluppi sempre più vicini ad una definitiva sostanziale dissoluzione del rapporto tra istituzioni e cittadino.

 

Le enormi difficoltà della politica italiana, devastata da una colossale crisi di consenso, si concretizzano sempre più negli inequivocabili recenti dati forniti da sondaggi e politologi. E’ un mondo difficile, questo sì, nel quale la disoccupazione giovanile dilaga e si dilania sempre più il fenomeno della diseguaglianza sociale (Italia in primis). Ma chi si occupa esattamente di una rinascita tanto auspicata e promessa quanto altamente ed attualmente insperabile oltre che improbabile?

 

Per la nostra Italia, la misura è ormai colma. La spaccatura sociale creata dall’unico vero attuale leader sulla piazza, Matteo Renzi, ha ulteriormente evidenziato le pecche del panorama e del pacchetto politico interno italiano. Archiviato il voto referendario sovrano del popolo, che ha sconfitto ma non cancellato l’ex premier e segretario Pd dalle scene politiche, quali sono stati gli scenari concretizzatisi negli ultimi due mesi?

 

L’avvento del ‘silenzioso’ governo Gentiloni ha letteralmente evidenziato l’irresponsabilità dei partiti e della politica nazionale. In un’era tremendamente ossessionata dal consenso, ciò che abbiamo sentito ripetere da più fronti è rappresentato da una religiosa invocazione del voto anticipato. Come se esso potesse essere fonte di miracoli ed improvvisa creazione di castelli fondati su una stabilità politica da sempre sconosciuta al Belpaese (anche storicamente parlando).

 

Ne esce fuori un quadro deludente e destabilizzante: partiti a vocazione maggioritaria costantemente in calo, destre che crescono e populismi tendenti alla creazione di mondi fiabeschi e tutt’altro che realistici. Il tutto, proprio all’interno di un momento nel quale il dialogo tra le compagini politiche avrebbe dovuto rappresentare mezzo attraverso il quale ripristinare i valori ed il consenso di una politica dimenticata dai cittadini, a loro volta dimenticati e cancellati dal fallimento della politica stessa.

 

Si sarebbe potuto affrontare sin da subito il tema della legge elettorale. Perché è tema cruciale per la stabilità di un Paese, così come lo è la stabilità dei partiti politici stessi (gli ordinamenti anglosassoni insegnano). L’Italia ha invece deciso di fare l’Italia e restare tale: confermare la propria instabilità storica in un quadro di una altrettanto storicamente perenne instabilità. L’importante è andare al voto. Certo, dimenticando che un sistema proporzionale o una semplice modifica al tanto discusso Italicum (improvvisamente adottato da chi non aveva fatto altro che attaccarlo) mal si adattano ad un confusionario tripolarismo senza vincitori né vinti.

 

Ed intanto, disoccupazione giovanile e diseguaglianza sociale dilagano. Inutili lettere di richiamo alla limitatezza della classe giovanile del futuro si propagano verso un sistema scolastico-universitario che ha dimenticato la necessità di rispolverare un futuro più vicino ai nostri studenti. Quell’alternanza scuola-lavoro tanto attesa quanto (sempre più) sbugiardata.

 

Però, ribadiamo, l’importante è votare. Assistere alla inutile battaglia italiana del vincitore senza vinti, con prospettive di papabili candidati alla vittoria densi di una drammaticità vicina alla nuova tragicommedia americana firmata Donald Trump. Dove nulla è ormai più certo, alla luce di secolari valori cancellati dalla paura nei riguardi del terrorismo internazionale e delle migrazioni. Come se ignorare la faccenda e combattere le difficoltà a suon di improvvisati diktat possa automaticamente sciogliere le paure e cancellare definitivamente l’eterna ed anche attualmente moderna antitesi tra sicurezza e libertà.

 

Ma ribadiamo ancora: andiamo a votare. Che sia Italicum, Legalicum, Mattarellum o qualsiasi nuovo improvvisato latino pasticciato. Il pasticcio è ormai all’ordine del giorno: reinventare il latino non sarà certo il primo dei problemi del nuovo ordine mondiale. La politica italiana si mobiliti pure in vista del famigerato voto di rottura rispetto all’attuale legislatura. Ma non dimentichi le importanti lezioni del passato. Come quelle di Gramsci, mai così calzante rispetto alla crisi del consenso politico. Perché è necessario recuperare l’impatto tra politica e cittadino. Il collante tra istituzioni e società. Prima di perdersi per sempre.

 

Se è vera infatti la nota lezione dell’intellettuale sardo sulla possibile dispersione della politica a vantaggio delle ‘oscure burocrazie’, siamo ben certi di una società destinata a peggiorare, avara di speranze rispetto a chi una speranza l’ha già persa. Di chi ha voltato pagina, prendendo atto del declassamento della politica (e della società civile) rispetto all’originario avvento novecentesco dei partiti di massa. La crisi della democrazia è in corso e l’attuale modello ne riconsegna un macchinario sempre meno al passo coi tempi e sulla via di un ineccepibile e clamoroso tramonto.

immagine da: centroriformastato.it

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

Quando ci ritroveremo a raccontare nei prossimi anni le elezioni americane del 2016 sicuramente concluderemo il nostro racconto con una frase simile a quella del titolo. Una frase che può essere ironica e celare al suo interno anche un forte rammarico e risentimento. Eppure l’8 novembre il magnate Donald J. Trump è riuscito davvero a diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America nella totale incredulità dei sondaggisti e analisti internazionali che davano per vinta Hillary Clinton. Tutti sono rimasti stupiti tranne i Simpsons che l’avevano predetto. Le immagini in diretta del 20 gennaio di Trump hanno riportano alla mente la stessa data del 2009 in cui Barack Obama portò negli States e la sua voglia di cambiamento ma questa volta i giardini presidenziali non sembravano animati dalla stessa atmosfera di festa delle scorse cerimonie. Questa prima settimana è andata così:

Cerimonia Trump

Cerimonia d’inaugurazione per Trump immagine da washingtonpost.com

«I PRIMI 3 GIORNI» Il giorno precedente all’insediamento i newyorchesi hanno organizzato un sit-in di protesta chiamato “We Stand United” proprio sotto la Trump Tower. Il giorno successivo diverse manifestazioni gemelle hanno coinvolto molte città dello stato, alcune poi sfociate in violenza. Infine, il terzo giorno, c’è stata la pacifica Women Rally, la marcia femminista formata da donne e uomini di tutte le generazioni e nazionalità estesa fino in Europa coinvolgendo anche le femministe cinesi per contestare la xenofobia del neo-presidente.

Logo dell'Obamacare immagine da New York Post

Logo dell’Obamacare immagine da New York Post

«OBAMACARE» Lo smantellamento dell’operato di Obama è subito iniziato. Trump, come ha promesso in campagna elettorale, ha firmato subito il decreto contro la riforma sanitaria nota come Obamacare, la prima delle riforme dell’ex-presidente, per sostituirla con una propria a vantaggio del libero mercato e della competitività. Questa riforma è stata sempre contestata dai repubblicani e dai cittadini già assicurati in sostanza perché concedeva dei sussidi statali per acquistare o migliorare una copertura sanitaria a discapito proprio del libero mercato e libera concorrenza del settore sanitario. La riforma era dedicata alla piccola fetta di cittadini in difficoltà che non avendo un lavoro non disponeva di una copertura assicurativa.

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

«AMBASCIATA A GERUSALEMME» Questa è la mossa che nessun Presidente USA aveva mai osato avviare dalla creazione di Israele. L’amministrazione Trump ha subito annunciato il piano per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il posizionamento-schieramento dell’ambasciata a Gerusalemme o Tel Aviv sta ad indicare il riconoscimento o meno della legittimità dei rispettivi paesi. Per i palestinesi infatti questo spostamento significherebbe l’accettazione da parte di Washington dell’occupazione israeliana della parte palestinese della città e nessun paese vi ha mai collocato la propria rappresentanza dall’altra parte. Inoltre questa mossa potrebbe innescare nuovi eventi destinati ad ostacolare il processo di pace.

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

«TPP» Ritirato anche uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il Partenariato Trans-Pacifico (Trans Pacific Partnership), siglato da dodici paesi delle due sponde del Pacifico, è stato fortemente voluto da Obama che lavorò diplomaticamente per due anni proprio a causa del governo di Tokyo. Il suo testo è stato firmato, alla fine del 2015, ma è stato attualmente archiviato dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Senza gli Stati Uniti questo accordo è inutile ma molti analisti vedrebbero in questa archiviazione un vantaggio per il Giappone o per la Cina.

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

«MURO CON IL MESSICO» È stato il principale argomento della campagna elettorale. Nella scorsa settimana è saltato il bilaterale previsto per martedì con il presidente messicano Enrique Peña Nieto perché rifiuta di pagare a proprie spese il muro voluto da Trump. The Donald non punterebbe solamente una barriera fisica al confine ma le sue ambizioni vorrebbero anche un muro politico ed economico tra i due paesi rinegoziando l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, il Nafta. Ci sarebbe anche la possibilità di una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico che servirebbero a coprire i costi della costruzione del muro.

L'oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

L’oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

«OLEODOTTO SULLA TERRA DEI SIUX» Firmati i due ordini esecutivi per permettere la costruzione dei due controversi oleodotti precedentemente bloccati da Obama il Keystone e il Dakota Access. Quest’ultimo era stato al centro di una controversia con i nativi americani Sioux che aveva mobilitato un movimento di protesta a Standing Rock denunciando il fatto che nel caso di incidenti l’oleodotto, che passa sotto la loro riserva, rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri.

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

«INCONTRO CON THERESA MAY» Donald Trump e Theresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Lui elogia la Brexit lei spera in una nuova collaborazione bilaterale. Ricordano gli anni 80 di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: “gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?” Chiede uno dei giornalisti alla conferenza provocando un’inevitabile imbarazzo a causa delle differenti posizioni sull’argomento. Trump risponde “Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva“.

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

«CONGELATA L’ACCOGLIENZA» Nel weekend è stata congelata l’accoglienza per 120 giorni e stop all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani per 3 mesi. L’obiettivo di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri” è l’ultimo dietrofront delle politiche della precedente amministrazione. Questa di Trump è stata una settimana piena e nonostante sia sicuramente troppo presto per azzardare conclusioni o previsioni sul futuro del paese e del sistema internazionale già si sente prepotentemente “l’olezzo” delle intenzioni isolazioniste.

 

365 giorni senza Giulio Regeni

365 giorni senza Giulio Regeni

In copertina: Sit-in di protesta a Roma, Piazza Santi Apostoli. Riccardo Antimiani—Camera Press/Redux Originale qui

Come già annunciato dalla stampa italiana ed estera, ricorre oggi l’anniversario della scomparsa ufficiale del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso e torturato in circostanze tutt’ora indefinite e misteriose. Il tributo ed il ricordo nei confronti del ventottenne friulano risulta necessario e doveroso, in omaggio alla ricerca di una verità ancora sconosciuta ma sulla quale non è possibile fermarsi o tacere.

Come il lettore ben conosce, eravamo stati protagonisti di una mini-inchiesta, a sette mesi dal ritrovamento del corpo di Regeni (3 febbraio 2016, nda). Anche Cronache resterà così vicino ad un caso così delicato e complesso, raccontando ogni possibile scenario che questa triste storia porrà dinanzi ai nostri occhi e alle nostre orecchie.

L’ultimo atto di una vicenda che fa rabbia per gli sviluppi che si sono succeduti, è la divulgazione di un video tra Giulio e Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani. Abdallah aveva sostanzialmente messo in dubbio l’attività di ricerca di Regeni al Cairo, temendo potesse invece essere una spia dell’intelligence britannica, sino al punto di denunciare il tutto alle autorità egiziane.

Ma cosa si dicono esattamente Regeni ed Abdallah, in questa conversazione che risulta essere datata 7 gennaio 2016, ovvero 18 giorni prima della sparizione del giovane ricercatore?

Eccone alcuni tratti:

Abdallah: Mia moglie ha un tumore e deve operarsi. Mi aggrappo a qualsiasi cosa purché arrivino i soldi.

Regeni: Guarda Mohamed, i soldi non sono miei. Non posso utilizzare questi soldi nel modo più assoluto. Sono un accademico e non posso scrivere questo nella application: intendo le informazioni da presentare all’Ente in Gran Bretagna. Non posso utilizzare i soldi per questioni personali. Se succede questa cosa sarebbe un problema grande, molto grande per i britannici

Abdallah: Non esiste un altro percorso.. ?

Regeni: .. Non esiste un altro modo.

Abdallah: Tu sei italiano. Io ho la sensazione che il Centro egiziano ci prenda in giro e non ci dia niente (la risposta replica al passaggio di denaro dall’Ente britannico al Centro descritto precedente da Giulio, senza che esso passi direttamente da lui)

Regeni: Non è possibile che io faccia questa cosa. Mi dispiace, questa è la situazione ed io non ho autorità in questione.

 

La sensazione che emerge dalla conversazione è il tentativo di Abdallah di incastrare Giulio in qualche modo, soffiando a lui delle informazioni controverse o ‘lesive’ per l’incolumità della nazione egiziana. Emerge tuttavia il costante e continuo rifiuto del ricercatore, nonostante Abdallah faccia leva su presunte difficoltà familiari (il cancro della moglie, l’operazione della propria figlia).

Regeni ricorda ad Abdallah la propria posizione: è un accademico e non ha dunque alcun potere circa la possibilità di finanziare Abdallah ed il sindacato degli ambulanti, se non in ipotesi che riguardino sovvenzionamenti in base a progetti del sindacato. L’altra sensazione è quella di una qualche possibile incomprensione tra i due: non è del tutto chiaro decifrare alcuni scambi di battute, forse per l’arabo di Giulio, ritenuto non esattamente fluente seppur comprensibile.

In ballo non paiono esserci informazioni riservate: tuttavia, sarà probabilmente questo il video che firmerà la successiva condanna a morte di Giulio. Sappiamo dopo un anno chi lo ha denunciato e sappiamo chi ha dunque cercato di incastrarlo. Resta il nodo fondamentale: Chi ha ucciso Giulio Regeni? Quali sono gli esecutori materiali e soprattutto, quali i mandanti? Continueremo a tale scopo a rinnovare le dieci domande di settembre, in considerazione anche delle ultime dichiarazioni della Procura di Roma che indaga sul caso:

“Dallo scorso settembre ad oggi sono stati fatti passi significativi nell’inchiesta sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni. Il cammino verso la verità procede, sia pur lentamente, su un’unica strada percorribile: quella della collaborazione con le autorità egiziane”.

Ed intanto Mohamed Abdallah resta fermo sulle proprie opinioni, convinto di aver agito per il bene della nazione: «Le sue domande avevano destato sospetti nei cinque precedenti incontri in cui abbiamo parlato. Parlava della rivoluzione, della persecuzione dei venditori ambulanti da parte della polizia». Ad accrescere i “dubbi” di Abdallah sarebbero stati i rapporti di Regeni con l’istituzione britannica. In realtà, dal video che avrebbe dovuto incastrarlo, non emergerebbero come sottolineato prima, atteggiamenti o informazioni che riconducessero Giulio ai servizi di intelligence.

Il valore del video non è tuttavia unicamente simbolico. Anzi, la presenza della telecamera che filma Giulio in volto per l’intera conversazione, «è la prova che il servizio segreto egiziano ha avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell’omicidio di Giulio Regeni. Nella parte finale del filmato… il sindacalista compie una telefonata e dice ai suoi interlocutori: ‘Con Regeni ho finito, venite a togliermi la telecamera’» (Ivan Cimmarusti, Il Sole 24 Ore, 24 gennaio).

E’ la prova dei depistaggi della National Security e del loro coinvolgimento all’interno di questa tragica storia? E soprattutto, perché gli agenti egiziani affermano di aver chiuso gli accertamenti su Regeni tre giorni dopo l’esposto di Abdallah? Anche qui, emergerebbero delle incongruenze. I magistrati romani valutano la data dell’esposto: non il 7 gennaio 2016, bensì il 7 dicembre 2015. Se così fosse, verrebbe smentita la tesi delle autorità egiziane e confermata l’ipotesi degli accertamenti su Regeni per diverse settimane. Poi la presunta ‘chiusura delle indagini’. E quel maledetto 25 gennaio, dove in Egitto ogni anno muore qualcuno.

Al momento, sarebbero cinque gli agenti della National Security al vaglio dei pm capitolini: da chiarire l’accaduto del 24 marzo, legato all’uccisione della banda ‘specializzata nel rapimento di turisti stranieri’, nella quale occasione vennero ritrovati i documenti del ricercatore italiano. Forse solo l’ennesimo, inutile ed inconcludente tentativo di depistaggio, nella singolare convinzione che la diluizione del tempo chiudesse gli occhi e le menti dell’opinione pubblica.

«Sappiamo essere pazienti ma siamo inarrestabili: vogliamo la verità e la vogliamo tutta» è il monito dei coniugi Regeni: perché vedere «tutto il male di questo mondo» sul proprio figlio è qualcosa di estremamente difficile da sostenere e sopportare. Per questo, è tempo di avvicinarsi alla verità, camminando assieme senza mai più dimenticare.

Le dieci domande a Giulio Regeni (3 settembre 2016):

 

  1. Perché l’unica reale mossa italiana nella vicenda è stata quella del richiamo dell’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, provvedendo poi alla sua sostituzione con il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini?
  2. La magistratura italiana ha ascoltato (o avuto la possibilità di ascoltare) l’ex colonnello Afifi, dopo le dichiarazioni rese a giornali e tv?
  3. In che misura è coinvolto Mohamed Abdallah, e più in generale i sindacati ambulanti egiziani?
  4. Quale era esattamente, a patto che fosse vero, il ruolo di Giulio all’interno di Oxford Analytica?
  5. Qual è la verità sul coinvolgimento di un agente dell’ MI6 britannico, infiltrato all’interno di uno dei gruppi di ricerca di Giulio?
  6. Esiste davvero un coinvolgimento britannico all’interno della vicenda?
  7. Le autorità britanniche stimoleranno realmente un rovesciamento del silenzio dell’Università di Cambridge, dopo il rifiuto della professoressa di Regeni di collaborare con i pm italiani?
  8. L’Italia ha davvero intenzione di rimandare il proprio ambasciatore al Cairo, decretando di fatto una sorta di resa ai fini della verità?
  9. Se e in quale modo le autorità egiziane sono responsabili del caso Regeni?
  10. Le relazioni diplomatiche tra Stati possono continuare a tollerare casi identici a quello di Giulio Regeni, nella più totale indifferenza in relazione al rispetto e all’imprescindibilità dei diritti umani?

 

A Paola, Claudio e Giulio Regeni

 

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

immagine da: quotidiano.net

Sulla strage di Berlino al mercatino di Natale e sulla morte dell’ambasciatore russo ad Ankara, non è ancora dato formulare con certezza la completezza degli eventi. Per dovere di cronaca, mi limiterò così ad analizzare tutto quello che al momento è espresso dalla stampa italiana ed estera.

 

Per Berlino l’ipotesi è l’attentato di matrice islamista, considerata anche la rivendicazione di Isis, il sedicente Stato islamico. Il bilancio è di 9 morti e 50 feriti, le cui vite saranno per sempre compromesse (eventuali sopravvissuti inclusi) nella tragica notte di Charlottenburg, nel pieno centro berlinese e nei pressi della Chiesa del Ricordo. Vite devastate dalle inadeguatezze colossali dei governi occidentali e dall’incapacità europea di gestire l’apparato sicurezza, come ampiamente designato dalle precedenti stragi che hanno colpito in particolar modo la Francia ed il Belgio.

 

Altro non è dato aggiungere: l’Europa si conferma bersaglio facile degli attacchi terroristici per la sua inconcludenza ed ipocrisia nella risoluzione delle principali crisi mondiali. Se infatti l’attentato di Berlino non trova ancora riscontri negli attacchi di matrice islamica, l’episodio di Ankara legato all’uccisione dell’ambasciatore russo delinea un chiaro segnale composto di rabbia e frustrazione. Non è trascurabile pertanto il profilo dell’attentatore in terra turca: un poliziotto di 22 anni che uccide in nome di Aleppo, interminabile scenario di un disastro nel territorio siriano tutt’altro che concluso e risolto.

 

Uno scenario che ormai prosegue dal 2011, protagonista della devastazione di civili innocenti privati delle loro regolari vite e della loro regolare quotidianità. Non si dimentichino le recenti parole della giornalista arabo-israeliana, Lucy Aharish:

 

«Proprio adesso, in Aleppo, Siria, è in corso un genocidio. Ma fatemi essere più precisa: è un Olocausto. Magari non vogliamo sentircelo dire, non vogliamo occuparcene, ma sta accadendo. Ad Aleppo è in corso un Olocausto e il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla».

 

E sono ancor più dure le parole successive:

 

«Nel ventunesimo secolo, in un mondo dove l’informazione può stare sul palmo della vostra mano, in un mondo in cui potete sentire le vittime e le loro storie dell’orrore in tempo reale, noi ce ne stiamo immobili. Mentre i nostri bambini vengono massacrati in ogni singola ora».

 

La situazione di Aleppo e della Siria in generale non può dunque essere trascurata dai paesi occidentali, né dalle principali potenze mondiali in campo. Nell’articolo de “Il Post” del 18 dicembre, intitolato ‘L’evacuazione di Aleppo è di nuovo bloccata’ si legge:

 

«Nonostante gli appelli umanitari degli ultimi giorni per Aleppo, non sembra ci siano paesi occidentali disposti ad intervenire più massicciamente in quella parte di guerra siriana in cui non è coinvolto lo Stato islamico, cioè quella che vede contrapporsi i ribelli con le forze alleate ad Assad».

 

Cosa vuol dire tutto questo? Il mondo è forse legittimato a dimenticare e porre in seconda fascia morti dimenticati poiché lontani territorialmente e probabilmente ideologicamente? Questo è il quesito di fondo, del quale purtroppo oramai conosciamo la risposta. L’importante non attacchino noi: eccola la vittoria dell’individualismo moderno, incapace di riflettere sulle questioni umanitarie del nostro tempo se ad essere colpite non sono Bruxelles, Parigi, Berlino o i nostri cari. Un menefreghismo e pressappochismo politico, pagato da civili e concittadini europei banalmente ricordati con un Safe Check o una ridicola immagine da social network, mentre all’improvviso esplode quell’innato senso politico di manifestazione delle proprie conoscenze della politica estera, naturalmente non pervenute in assenza di stragi.

 

Qui si torna all’individualismo moderno, che affonda le proprie radici nella parte più idolatrata del liberalismo ottocentesco: esporre a tutti i costi la propria idea, pur nei casi di una evidente e totale assenza di contenuti capaci di formulare un pensiero critico, tuttavia indispensabile alla creazione di un pensiero comune in grado di analizzare le dinamiche della società odierna.

 

La manifestazione di quella idea, sacrosanta nei limiti previsti dalle costituzioni moderne, non può tuttavia trascurare le idee dell’altro, del diverso. E’ così che infatti il processo di integrazione rischia di fallire: distruggendo imprescindibili basi legate all’ascolto di culture aprioristicamente rifiutate in nome della supremazia occidentale, alle quali non resta che adattarsi in cambio di una ospitalità quasi forzata (la spaccatura europea sul tema migranti ne è emblematica).

 

Una società sempre più povera moralmente ed indifesa personalmente, le cui responsabilità sono da additare al mondo dei politicanti e che proprio per questo non possono più limitarsi a deleghe e tifi calcistici. La politica è campo di confronto, a prescindere dalle singolari prese di posizione. E’ terreno di scelte, già peraltro compromesse dal terribile avvento di una finanza che ha surclassato l’avvento novecentesco dei partiti di massa e dell’ormai defunto Stato sociale.

 

E’ 20 dicembre ed un altro infausto anno volge al termine. C’è un tempo per il silenzio ed un altro per le soluzioni. La politica rifletta e le ricerchi senza prese in giro, delle quali il mondo civile è profondamente rassegnato e rammaricato. I cittadini smettano invece di smanettare senza cognizione di causa. In un mondo così ci sarà davvero bisogno di tutti.

Italia Sì, Italia No: benvenuti al Festival del complotto

Italia Sì, Italia No: benvenuti al Festival del complotto

Immagine presa da l’Espresso

Partiamo da un assunto: gli italiani non vogliono cambiare la Costituzione. Era successo nel 2006 con la disfatta della proposta Berlusconi. Si ripropone con l’esperienza del governo Renzi dieci anni dopo. Il popolo italiano non è incline a modifiche costituzionali. Sarebbe curioso ricercarne le ragioni, poiché la vaga impressione è che l’alta ed inaspettata affluenza abbia portato alle urne una altissima percentuale di No, decisiva per la netta bocciatura legata alla proposta del governo. Senza che forse, fosse presa in considerazione.

Questo non vuol dire che in casa Pd possano o debbano essere sottovalutate le dimensioni della sconfitta. Il popolo sovrano racchiude dopotutto una vasta gamma di anime: non solo costituzionalisti che convivono quotidianamente con la bellezza e le complicazioni interpretative della Carta. E per fortuna: la sconfitta di Renzi è dunque quella di aver dimenticato una buona fetta di tali anime.

ll Sì ‘trionfa’ solo in Toscana, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige: un risultato devastante che collide persino con gli ultimi sondaggi. Sondaggi che pur vedendo in vantaggio il No, consegnavano ai sostenitori del Sì una fievole speranza in vista del voto. Non è stato così, ma sono tuttavia molti gli aspetti da prendere in considerazione. Per quanto netta, la vittoria del No non può evitare la considerazione relativa alla percentuale raggiunta dal Sì: ad osservare le posizioni degli schieramenti politici, per i vincitori c’è da gioire ma nemmeno troppo.

Il 40% del Sì non è un dato da sottovalutare ed è un prodotto ad esclusivo marchio renziano, a differenza della elevata frammentazione del No, dal centrodestra alla destra populista, sino a M5s, minoranza Pd e sinistra radicale. Vien da chiedersi se questo risultato possa davvero rappresentare una concreta svolta per le opposizioni in vista del futuro (a parte le quotazioni in notevole rialzo del Movimento Cinque Stelle).

E’ stata una vigilia di pessimo gusto, come del resto in riferimento a quanto avvenuto durante tutta la campagna, voto compreso. E tutto si è dissolto nel peggiore dei modi: il sospetto per presunti brogli dei Sì nel voto estero, la questione delle matite, la votazione ‘irregolare’ (?) del Premier. Uno scenario che conferma la bassezza attuale delle opposizioni e più in generale della politica italiana. Vogliono farci credere che sia stata una delle migliori pagine della nostra storia e della democrazia, in uno squallido festival ‘complottistico’ talmente inadeguato da rendere apprezzabili e persino credibili manifestazioni come il festival di Sanremo o il defunto Festivalbar. E’ giusto guardare in faccia la realtà, in un Paese tifoso ed arrabbiato.

Per il Paese c’è davvero poco da esultare, ricordando inoltre come curiosamente tutti coloro che abbiano contestato eventuali brogli e complotti di qualsivoglia genere ed entità, siano improvvisamente ricomparsi direttamente sul carro dei vincitori. Senza nemmeno il pudore e la dignità di ammissione di una palese assenza di contenuti politici, oltre che di elevati e spocchiosi atteggiamenti di una incommensurabile ipocrisia. Perché le regole valgono quando diviene necessario tutelarsi dalle (presunte) sconfitte o quando fanno comodo, ma divengono trasparenti in caso di successo elettorale. Questa è l’Italia ed i rappresentanti della stessa (per fortuna, una sola parte).

Zero alternative al governo Renzi, che domani rassegnerà le proprie dimissioni al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ma che di fatto ha ancora le redini del partito e potrebbe risultare decisivo negli scenari futuri. Quale sarà il futuro del dimissionario premier? Renzi ha espresso ai leader vincitori «congratulazioni, onori ed oneri» per un futuro accordo sulla legge elettorale, ritraendola tra le priorità post-voto assieme all’approvazione definitiva della legge di bilancio.

Questi i passaggi fondamentali: vero che la palla finirà nelle mani del Capo dello Stato. Altrettanto vero come il Pd potrebbe restare tuttavia ago della bilancia delle prossime evoluzioni politiche del Paese. Anche i vincitori del No si mostrano spaccati: la destra lepenista e il Movimento chiedono immediate elezioni, magari sulla base di correttivi al Senato della legge elettorale. Forza Italia mostra cautela, non a caso ben consapevole del divario che separa i berlusconiani dal consenso piuttosto consistente di Salvini e Grillo. In ballo vi è il futuro del centrodestra, mentre M5s dovrà fare i conti con un probabile futuro passaggio da forza di opposizione a partito di governo.

E si giunge così anche alla fatidica domanda: quali saranno le strategie del Movimento? Il tempo delle chiacchiere e della propaganda è ormai (fortunatamente) terminato. Ora occorrono proposte. Occorre dimostrare al popolo di non essere unicamente contenitore di un malcontento generale, ma generatore di una proposta politica alternativamente valida alla caratura di un leader come Renzi, francamente un unicum all’interno di una povera e disastrata politica nazionale.

Come ha ricordato lo stesso premier «fare politica contro qualcuno è facile, ma fare politica per qualcosa è più bello». Al Movimento e alle opposizioni non resta che augurare un buon lavoro in vista di un futuro improvvisamente roseo, dopo svariati mesi trascorsi nelle beate stanze dell’ostruzionismo. Difficile dire che Italia sarà: ai migliori psichiatri, in un Paese altamente psicotico ed incline alle piacevolezze dell’instabilità, l’ardua sentenza.

Cosimo Cataleta

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