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Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

In copertina: la corona svedese. Fonte qui

Gli ultimi report parlano di una fatina dei denti visibilmente sconvolta ed agitata. Diversi enti governativi nel mondo stanno pensando a possibili soluzioni di digital currency, da affiancare alla normale valuta fisica e la Svezia sta studiando il sistema per sostituirla completamente. I suoi analisti prevedono il fallimento certo a seguito della sparizione dell’ultima banconota o centesimo di moneta nel mondo.

Tornando seri, per la Svezia il passaggio alla moneta elettronica potrebbe sembrare così semplice da dover essere automatico, ma molti, in Italia in primis, ma anche in Europa e USA, non vedono la fattibilità del cambio radicale. Facciamo un passetto indietro e cerchiamo, però, di comprendere cos’è esattamente una moneta elettronica, o digital currency.

Le digital currencies sono nate attorno al 1995-2000, quando alcune aziende – che oggi definiremmo start-up – della bolla DotCom, crearono delle valute alternative (la prima importante fu la e-Gold). Queste, però, per dei limiti prima tecnici e poi amministrativi furono bandite dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto inseribili nella stessa categoria, è necessaria una ulteriore distinzione tra virtual currency e cryptocurrency:

  • La Banca Centrale Europa definisce le virtual currencies come: “Un tipo di moneta non regolamentata, digitale, la quale è messa e solitamente controllata dai suoi sviluppatori ed utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale”. Queste monete virtuali chiuse sono utilissime per le economie interne di alcuni servizi online, quali, ad esempio, la maggior parte delle app mobile (si veda l’oro in World of Warcraft o qualsiasi altro gioco moderno, per smartphone o multipiattaforma). Queste, assieme alle valute ad unica direzione (come i Facebook Credits o gli Amazon Coins), motorizzano parte delle transazioni della Rete, ma non sono mai uscite dal recinto del Web.
  • Le cyptocurrencies, invece, sono delle valute completamente digitali che, utilizzando sistemi di crittografia avanzata, rendono sicure le transazioni e la generazione della moneta stessa. La più famosa cryptovaluta è sicuramente il Bitcoin, che sfrutta la dispersione del peer2peer, e soprattutto la crittografia, per rendere sicure, anonime ma tracciabili, dato che il sistema proof of work tiene traccia delle transazioni completate, tutti gli scambi di valuta. Questo sistema, a differenza della valuta virtuale, può e vorrebbe assurgere a vero competitor della moneta tradizionale.

Bisognerebbe notare come anche le valute a corso legale possono essere utilizzate elettronicamente: qualunque possessore di un conto corrente bancario ha effettuato un bonifico online o tutti abbiamo utilizzato, almeno una volta, una carta di credito o debito per comprare l’oggetto più inutile del momento su Amazon. Il funzionamento sarebbe lo stesso, ma la base fondante completamente diversa: una digital currency rimarrebbe sempre e comunque elettronica, permettendone la tracciabilità in ogni caso. Una valuta classica, invece, una volta “trasformata” in contante, non sarebbe più rintracciabile se dovesse uscire dai canali elettronici della banca.

Questo non sottintende, però, che le valute classiche siano terribili mentre una digital currency debba essere considerata come una manna dal cielo, ma il sistema del contante è, a mio avviso, indubbiamente arcaico. Una società dove l’elettronica avanzata non è diventata semplicemente importante, ma fondamentale per le nostre vite, passare da un portafoglio in pelle ad uno digitale non è così sbagliata come idea, e lo hanno capito da molto tempo gli svedesi.

La Svezia, infatti, sta seriamente pensando di passare ad una moneta nazionale completamente digitale. Una digital currency svedese, e-Krona: sarebbe una svolta epocale per l’economia, ma difficilmente replicabile, a breve termine, nel resto del Mondo. Possiamo dire che gli svedesi non hanno mai amato il contante, dato che dal 1950 ad oggi il valore del contante rispetto al PIL è sceso dal 10% all’1,5% e la maggior parte delle attività non accettano neppure il contante, anche e soprattutto le banche. Una nazione con un debito statale basso rispetto alle medie internazionali (circa al 50% del PIL), una economia solida (in crescita negli ultimi anni oltre il 2%), matura ed innovativa, focalizzata sull’elettronica, industria tecnologica e terziario avanzato. Potreste pensare che la moderna economia svedese sia il motivo del possibile cambio ad una digital currency, ma la base è sociale, non economica.

Gli svedesi, infatti, si fidano ciecamente del loro governo e, soprattutto, pagano le tasse. In Svezia, sebbene la pressione fiscale sia particolarmente alta, la tracciabilità e il pagamento tributario non sono mai stati un problema. È questione proprio di mentalità: statunitensi, britannici ed europei semplicemente non hanno abbastanza fiducia nel sistema economico della loro zona e della loro nazione (sebbene i presupposti di stabilità economica per un cambio del genere non siano presenti in alcuni stati). La Svezia preferisce il pagamento elettronico proprio perchè non sente la necessità di un denaro “da toccare”. Non ha il timore che la banca X o Y possa fallire o vedere i suoi risparmi andare in fumo perchè lo Stato li ha sequestrati.

In definitiva, la digital currency, o meglio l’economia digitale, sarà il futuro dell’umanità, senza dubbi. I mezzi tecnologici ci sono e, in questo caso più che in altri, ci attendono per migliorare e semplificare la nostra vita. Sarà nostra cura cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Il contante, per quanto rassicurare le nostre paranoie con la sua fisicità, ha un costo di mantenimento ed una difficoltà importante nella tracciabilità. Il digitale sta colonizzando le nostre esistenze, non è il caso di rimanere nel vecchio secolo.

 

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Partiamo da un presupposto: in democrazia si vota. Mettetevi l’anima in pace. La gente vota chi vuole e non importa che abbia i rubinetti d’oro o l’aereo privato. Il voto non è decisione obiettiva sul buongoverno: è un misto di credenza e sentimento“. Vince il candidato che meglio sa osservare la realtà, interpretarla, è capace di comunicare agli elettori che la si è compresa e che la si migliorerà. Non tutti gli elettori sono uguali. Ma per vincere devi parlare alla maggioranza. In questo la Sinistra ha miseramente fallito. In Europa, negli Stati Uniti, ovunque. Non solo si è resa colpevole di non aver mosso un dito per fermare la deindustrializzazione di enormi aree industriali dell’Italia, degli Usa, della Grecia, della Francia, ma continua ad interloquire solo con chi tale disastro l’ha prodotto: finanza e grande industria, intellettuali (?) e burocrati, esasperando le enormi masse di disoccupati o precari che ormai si sentono su un altro pianeta, rispetto a quello narrato.

Le sinistre parlano ad un elettorato élitario e privilegiato che maggioranza non sarà mai. Quando si dice che Donald Trump ha vinto grazie alla rabbia dei disoccupati della “Rust Belt” non è un esercizio di retorica: è la realtà. Quando dai salotti in TV i giornalisti di sinistra sbraitano contro i risparmiatori truffati da Banca Etruria perchè in piazza portano un cappio o uno striscione volgare, ecco, è lì che la sinistra sta morendo. O meglio, si sta suicidando, rendendosi odiosa. Questo conglomerato di snob, arrogante ed élitario, continuando a disprezzare il popolo definendolo ignorante, razzista, populista, retrogrado per ogni manifestazione di disagio, sta commettendo un errore fatale.

Gli americani li definirebbero “Snowflakes“, fiocchi di neve: persone troppo delicate per confrontarsi con chi la pensa in modo diverso, che si professano superiori e rimangono così isolate.  Questi snowflakes di Sinistra stanno consegnando pacchi di consenso nelle mani di partiti populisti e nazionalisti. Non in quanto i popoli occidentali, che erano e sono (un pò meno) i popoli più agiati al mondo, siano diventati di colpo violenti razzisti convinti della supremazia bianca, ma perchè tali popoli, ridicolizzati ed ignorati dalla Sinistra, vogliono ora vendetta: hanno bisogno di giustizieri. E allora votano chiunque sia contro il “sistema”. Più questo griderà forte, più sarà aggressivo, maggiori saranno le possibilità di attirare consenso.

Dopo le sonore sconfitte subite (Brexit, Trump, il dimenticato referendum greco tradito 1000 volte) avranno capito la lezione? Macchè! Pensate che dopo l’elezione di Donald Trump, il nostro Napolitano ha rincarato la dose mettendo in dubbio il suffragio universale, definendolo “non sempre portatore di avanzamento”, rivelandosi così persino un sostenitore dell’ancien Règime. Certo, probabilmente si riferiva al Nazismo: quello che lui e quel modo di fare politica sta lentamente risvegliando. L’humus da cui rischia di risorgere un nuovo populismo violento è lo stesso degli anni ’30, ma oggi ha un elemento in più di cui nutrirsi: le ceneri della globalizzazione.

È l’economia, infatti, il perno attorno al quale si muove questa inversione di tendenza politica: la disoccupazione creata dalle delocalizzazioni, gli stipendi al ribasso a causa della crisi e dell’immigrazione incontrollata, e le macerie lasciate dalle follie finanziarie sono le basi su cui si fonda questo “nazionalismo economico“, vera essenza dei nuovi populismi. Non è vero che si tratta di movimenti anti establishment, ma è quello che vogliono far credere. Siamo in politica, d’altronde.

Guardiamo al fenomeno Trump: un milionario con decenni di successi tra luci ed ombre che ha come guru un ex banchiere di Goldman Sachs, ex imprenditore cinematografico, Stephen Bannon. Quindi?

Quindi, far passare Trump come uomo fuori dal sistema non è altro che politica, così come è politica quella di far passare il muro col Messico per una novità, quando è li da 20 anni. Eppure nonostante non sia un Robin Hood o un proletario, Trump vince e proprio Stephen Bannon, ne analizza le ragioni:

I globalisti hanno distrutto l’America dei lavoratori, e hanno creato una classe media in Asia. Se Trump mantiene le promesse, avremo il 60% dei voti dei bianchi, e il 40% dei voti ispanici e neri, e governeremo per 50 anni. E’ qui che i Democratici hanno fallito, loro parlavano a gente con aziende da 9 miliardi di dollari e 9 dipendenti. Non è la realtà. Hanno totalmente perso di vista il mondo”.

Preparatevi, sarà questo il manifesto della nuova politica, e non avete ancora visto niente.

L’importanza delle industrie culturali e creative

L’importanza delle industrie culturali e creative

La rivoluzione digitale apre a nuovi mondi e posti di lavoro. Dove? Nelle industrie culturali e creative

La parola “digitalizzazione” è ormai diventata una buzzword, che non appartiene più ad un futuro prossimo ma ad un presente che sta considerevolmente cambiando forma e aspetto. Intellettuali, professionisti e imprenditori, esperti e fanatici delle innovazioni tecnologiche dei nostri tempi, si incontrano in summit e conferenze di rilevanza mondiale per discutere e scambiare le proprie idee su temi come rivoluzione digitale, robotica, Big data, machine learning e tanti altri ancora. Da qui emerge la presenza di 4 settori che saranno investiti dalla digitalizzazione: settore contabile, turismo, moda ed educazione.

Rohan Silva, considerato uno dei personaggi più innovativi nella sfera globale, in un suo recente articolo invita con un pizzico di provocazione banchieri, contabili e agenti immobiliari a preoccuparsi del loro futuro, il quale sembrerebbe svanire nell’uragano della digitalizzazione. La tecnologia infatti rimpiazzerà molti dei cosiddetti white-collar jobs (lavori da impiegato) e specialmente settori come finanza e amministrazione sono già fortemente sotto pressione. Secondo Silva, una possibile conseguenza a questo forte cambiamento sarà il consolidarsi di nuovi lavori e ruoli nelle cossi dette industrie culturali e creative. Per chi abbia un concetto ancora sfumato, basti sapere che le industrie culturali e creative sono quelle che operano nei settori delle arti performative e visive, cinema, editoria, musica, pubblicità, radio, televisione e videogiochi, ma anche architettura, moda e design.

In Europa, questo mondo rappresenta oggi ben il 4,4% del PIL e il 3,8% della forza lavoro (Unioncamere, 2016). Tra le capitali europee, Londra si distingue come una tra le più innovative creative economy, le cui industrie generano quasi un posto di lavoro su sei su scala nazionale.

valore economico

In Italia, l’industria della cultura e della creatività contribuisce per il 2,9% al Pil e rappresenta il 4,5% della forza lavoro, contando quasi un milione di occupati (EY, 2014). Tra questi vi sono maggiormente giovani e donne.

In genere gli operatori in questo settore sono rappresentati dalle piccole e medie imprese, che sono solite essere più propense al rischio e quindi all’innovazione. Nonostante la crisi economica e finanziaria le industrie culturali e creative hanno continuato a creare reddito e posti di lavoro, generando nel 2014 un valore economico complessivo di 46,8 miliardi di euro (EY).

La potenzialità di queste industrie si scontra tuttavia con diverse problematiche legate al incertezza della domanda, piccola dimensione delle imprese e assenza di competenze manageriali specializzate. In genere, queste imprese sottocapitalizzate non godono di un equo accesso al finanziamento e di una giusta valutazione dei loro assetti immateriali, diversamente da quanto accade per le imprese puramente tecnologiche. immagine2Per non parlare della controversa questione sulla tutela del diritto d’autore. Per queste ragioni, le industrie culturali e creative hanno ancora difficoltà ad attrarre investimenti e talenti e a competere alla pari di altre industrie. A questo proposito, l’Unione Europea ha già avviato diversi programmi di finanziamento e ha stanziato per il periodo 2014-2020 una somma totale 1,8 miliardi di euro nel settore della creatività. Nel Libro verde (2010), documento ufficiale pubblicato dalla Commissione Europea in merito allo sviluppo e crescita di questo settore, si spiega come sia indispensabile creare nuove modalità di accesso e garanzia al finanziamento (anche sviluppando strumenti finanziari innovativi ad hoc).

È necessario creare un ponte tra il mondo della cultura e quello degli affari e della finanza. Parallelamente le industrie culturali e creative dovranno riunirsi in cluster e alimentare network volti a rafforzare la loro presenza nel settore economico sia a livello nazionale che internazionale. Non solo banche e investitori, ma l’intera comunità deve confrontarsi con l’elevato potenziale di queste industrie. In questo senso, formatori e istituzioni accademiche hanno un ruolo fondamentale nel promuovere una visione di sistema che valorizzi le industrie culturali e creative e le metta alla pari di altre industrie commerciali.

È importante, per esempio, che le Business Schools più all’avanguardia che tendono a concentrare e modellare l’offerta formativa in previsione di possibilità occupazionali in settori come quello bancario e della consulenza di grandi multinazionali, promuovano allo stesso modo la connessione tra gli studenti e il settore della creazione e della cultura. Dall’altra parte, gli indirizzi di studio artistici e umanistici devono puntare di più sulla formazione di competenze trasversali che riguardano i campi del management e dell’economia, del diritto e normativa in materia di copyright e diritto d’autore.

Mancano ancora dei precisi riferimenti per i giovani che vogliono intraprendere la loro carriera nel settore creativo. Per fortuna qualche segnale giunge dal faro del web. Recentemente è nata “The Dots”, una community online che si presenta come la versione più ricca e creativa di Linkedin. Il portale è volto a connettere infatti i professionisti nell’ambito creativo con potenziali collaboratori e aziende commerciali. Un altro esempio è Crebs.it, un sito online che raccoglie le offerte di lavoro destinate a creativi, pubblicitari, developer, start up e altri ancora. Dal mondo imprenditoriale, invece, mi piace segnalare “Book a street artist”. Nata nelle vesti di una start up tra Berlino e Lisbona, “Book a street artist” è una piattaforma online che facilita la connessione di privati e imprese commerciali con artisti di strada ma non solo. Così un’ azienda che apre un nuovo store, intende rinnovare gli uffici o festeggia un particolare evento può facilmente entrare in contatto, tra una serie di proposte, con artisti e opere che più si adattano al caso.

E’ così probabile finalmente che stiano maturando i giusti presupposti per il fiorire delle industria culturale e creativa in Europa, Italia compresa. Ma perché ciò accada, occorrerà convogliare le energie dei giovani studenti in questo settore e guardare alla rivoluzione digitale non come una minaccia, ma come straordinaria occasione di rilancio della forza lavoro.

Il settore della cultura e della creatività valorizza e scommette sul capitale umano, concorrendo così a formare una società basata più sulla coscienza e sulla conoscenza. La rivoluzione è pronta a partire. Io voglio farne parte.

E tu?

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Russia, Cina, Arabia Saudita e il declino dell’egemonia del Dollaro

Russia, Cina, Arabia Saudita e il declino dell’egemonia del Dollaro

Articolo originale qui, di Ariel Noyola Rodríguez

Negli scorsi mesi, Russia, Cina e Arabia saudita hanno venduto miliardi di buoni del tesoro degli USA. Inoltre, per proteggersi dalle violente fluttuazioni del dollaro, le banche centrali di diversi Paesi acquistano enormi quantità di oro per diversificare le riserve valutarie. In breve, l’offensiva globale nei confronti del dollaro è esplosa attraverso la vendita massiccia di titoli di debito degli Stati Uniti e, in parallelo, l’acquisto di metalli preziosi.
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Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

In copertina: il quesito del Referendum. Fonte ilpost

L’altro giorno assistevo in differita al secondo appuntamento su La7 targato Enrico Mentana, nel quale vengono approfonditi i temi e le ragioni del Sì e del No in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. A confronto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi e uno degli storici leader Dc, Ciriaco De Mita. La domanda che a tutti sorge spontanea, anche forse e soprattutto da parte degli stessi sostenitori del No è la seguente: perché le ragioni addotte dagli stessi debbono essere sostenute ‘televisivamente’ da quella politica vecchia incarnata più che mai da uno come Ciriaco De Mita? Quali sono le ragioni di questo vuoto a perdere, dopo la deludente ‘esibizione’ del costituzionalista Zagrebelsky?

 

E la storia è sempre la stessa: limitarsi al compitino, difendere lo status quo. Ignorando che la faccenda del bicameralismo perfetto/paritario desueta nemmeno lo è attualmente: lo è sempre stata, sin dagli albori dell’Assemblea Costituente. Perché, per quanto la nostra Costituzione possa essere la più bella al mondo, è altrettanto vero ed innegabile che quell’atto politico fondamentale fu un compromesso dettato da paure del passato più che giustificate. Un compromesso che coinvolse soprattutto la struttura istituzionale e la seconda parte della Costituzione: la contrapposizione tra bicameralismo e monocameralismo professato da socialisti e comunisti è storia nota ma spesso oscurata e dimenticata.

 

L’appuntamento del 4 dicembre è fondamentale se si guarda a quelli che sono i profili di merito: ed invece la personalizzazione continua a farla da padrone, con i professoroni ed i politici del No chiusi in una scatola di vetro ed incartati nella iniziale trappola renziana. Un gioco di gambe ed un doppio passo di classe, che il No non è mai stato in grado di reggere e contrastare. Urlando alla caduta del premier anziché addurre le ragioni della contrarietà alla riforma, che possono peraltro essere molteplici ed innumerevoli, considerata la possibile modifica di oltre 40 articoli del dettato costituzionale.

 

Avvento del nuovo bicameralismo imperfetto, ridefinizione competenze Stato-Regioni, funzionalità e funzionamento del nuovo Senato, sparizione ( o meglio, non menzione) delle Province, nuova elezione del Presidente della Repubblica. Vien da chiedersi come mai quei No, che contestando anche uno solo di questi profili potrebbero vincere a mani basse, si limitino ad andare in Tv adducendo «che è meglio lasciare le cose così come stanno».

 

A preoccupare è la drammatica assenza contenutistica della (anti)politica: è del resto difficilmente appetibile sposare una battaglia da tutti contro uno, soprattutto se quei tutti si chiamano Berlusconi, Brunetta, De Mita, Di Maio, Salvini, Grillo, D’Alema. Ed è meglio fermarsi qui. Se poi, tale battaglia diviene strumentale ed avara di contenuti,  la frittata è fatta ed il disastro si rivelerà a breve in tutta la sua evidenza. Piccolo inciso a riguardo: pare che Berlusconi sia andato da Mattarella ed abbia offerto la propria disponibilità ad (appoggiare?) un nuovo governo in caso di dimissioni di Renzi. E niente, fa già ridere così.

 

Se volessimo peggiorare il quadro, potremmo addirittura sindacare sulla necessità di un referendum costituzionale. La fine del bicameralismo perfetto segnerà davvero la risoluzione delle complicazioni istituzionali del Paese dei 63 governi in 70 anni? L’eliminazione del principio di competenza concorrente Stato-Regioni, nella ridefinizione del tanto discusso art.117 (già revisionato nel 2001 con la riforma del titolo V), allevierà l’illimitato numero di ricorsi presentati in questi anni alla Corte Costituzionale? Il Senato dei 100 rispecchierà canoni di efficienza e funzionalità, o si attesterà semplicemente nella comoda categoria legata alla voce ‘taglio degli sprechi’, lasciando la tazza bollente a Sindaci e Consiglieri? Ed ancora: il nuovo art. 70 è abbastanza chiaro da definire la possibile futura diversità tra Camera e Senato? La riduzione dei senatori, la sparizione delle Province, l’elezione indiretta del Senato, l’abolizione del Cnel. Basterà tutto questo a limitare le spese di un Parlamento tra i più costosi e numerosi in Europa e nel mondo?

 

Come si mette dunque in difficoltà Renzi, considerata la notevole abilità dialettica, fondata su canoni di semplificazione e rottamazione? Lo avrete capito: portando le ragioni della contrarietà alla riforma. Non abbiamo assistito (ancora) a nulla di tutto questo. Quel che invece sappiamo (..) è la presenza di una modifica costituzionale piuttosto sostanziale, che potrà essere votata o meno esprimendo un semplice Sì o No. Un fatto a mio avviso paradossale: si sarebbe ad esempio potuto lottare, di più e meglio, per uno ‘spacchettamento’ dei quesiti, evitando una concentrazione così radicale di un unico quesito tutt’altro che omogeneo.

 

E veniamo così all’errore personalizzazione: gravissimo, inadeguato e strumentale. Strumentale, poiché la maggior parte di quei No continua a premere sulle responsabilità dell’attuale governo, dimenticandosi del passato e riversando tutte le grane nazionali addosso ad un esecutivo insediatosi due anni e mezzo fa. Gravissimo ed inadeguato, perché tale ristretta concezione dimentica e tradisce il problema dei problemi: tutti questi politici, costituzionalisti, giornalisti e tuttologi ignorano forse l’introduzione del pareggio di bilancio (Cost, art.81 + art.97,117,119) in vigore dal 2014 (Legge Cost. 1/2012). Non mi pare dunque che il problema sia Renzi: il problema è chi fa il suo gioco. Il bicameralismo perfetto non ha deciso nulla in termini di stabilità ed efficienza della macchina istituzionale, considerato che quella stessa stabilità dipende principalmente dalla salute e dalla coesione dei partiti politici (o quanto meno così era, prima che venissero firmati trattati molto discutibili).

 

Con il pareggio di bilancio, invece, non abbiamo più sovranità ‘sostanziale’ e non possiamo fare debito per rilanciare la crescita. Di più: non lo abbiamo scelto né votato ed è stato così facile farlo passare. Attraverso il bicameralismo paritario. Nel frattempo cercavamo di capire cosa fosse lo spread ed esultavamo per la fine dell’era Berlusconi voluta dallo sfrenato liberismo europeo, nel quale gli Stati diventano macchine telecomandate più che entità sovrane, costrette a piegarsi in nome della attuale ed inconcludente supremazia europea. Come dire: lottare politicamente è senza dubbio forma d’arte nobile, a patto che forse ci si concentri sulle reali priorità dei cittadini, italiani ed europei.

Insomma, Sì o No e tanti saluti. Ma è davvero così utile tutto questo?

 

“Il principio del pareggio di bilancio rappresenta ormai all’interno del nostro ordinamento costituzionale un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi. E’ solo apparentemente una norma costituzionale come le altre. In realtà è lo strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e sociale che è destinata a mutare definitivamente e drammaticamente il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero aver dimostrato a tutti”.

(Alessandro Mangia, costituzionalista italiano, ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Milano)

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

In copertina: protesta dei Remain durante una manifestazione Brexit. ADRIAN DENNIS/AFP/Getty Images. Originale qui

Traduzione da The Independent: “Britain, these are the five realistic choices for Brexit – take your pick” di Ben Chu

Il referendum del Regno Unito sulla Brexit è stato, come sappiamo, incentrato, mediaticamente parlando, tutto sul “riprendere il controllo”. Ed ora sembrerebbe che i Ministri del Governo britannico e i giornali di destra vogliano riprendere il controllo della lingua inglese da quei furbacchioni dei “Piagnucoloni” (traduzione di “Remoaners”, neologismo nato dall’aggiunta del termine “Moan”, lamentarsi, a Remainers, coloro che volevano rimanere nell’Unione Europea. Il termine ha accenzione dispregiativa, N.D.R.)

“Non è mai esistita la possibilità di scelta tra una dolce o dura Brexit” ha recentemente dichiarato Theresa May, Primo Ministro Britannico. Fa eco alla May il cancelliere Philip Hammond: “Non vogliamo riconoscere la polemica sulla distinzione tra una Brexit dura ed una dolce. Noi vogliamo la giusta Brexit”. E Micheal Gove, Lord Cancelliere e Segretario di Stato della Giustizia inglese, ha protestato riguardo la pessima associazione che il termine “dura Brexit” ha creato nella pubblica opinione, collegandolo a cose come “imparare la dura lezione, affrontare un brutto atterraggio o impegnarsi duramente”.

Brexit 1 – Fuori dalle istituzioni, ma nel mercato unico

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europa. Non avremmo alcun membro nel Parlamento Europeo, nessun seggio nel Consiglio Europeo dei leader e nessun ruolo di sostanziale importanza nel regolamento del mercato unico. Potremmo avere tale posizione e rimanere in ogni caso nel mercato unico europeo ed anche nell’Unione Doganale Europea (EUCU). Questo significherebbe contribuire annualmente al budget dell’Unione Europea.

Il Regno Unito dovrebbe anche accettare il libero movimento di persone, anche se potrebbe riuscire a negoziare alcune eccezioni per “gravi difficoltà economiche, sociali ed ambientali”, similmente agli accordi che Norvegia e Liechtenstein hanno stretto con l’Unione Europea. L’opzione Brexit 1 sarebbe quella con il minor numero di disagi per le imprese britanniche che commerciano con l’Europa.

Brexit 2 – Temporaneamente nel mercato unico

Come per Brexit 1, il Regno Unito lascia l’Unione Europea e rimane nel mercato unico e nell’unione doganale, ma solo per un periodo limitato di tempo, mentre un accordo commerciale a lungo termine viene concordato con l’Europa. Il Regno Unito avrebbe anche la possibilità di stringere accordi commerciali con il resto del mondo.

I disagi per gli imprenditori britannici sarebbero minimi, come per Brexit 1, oltre che fornire il grande vantaggio di far guadagnare tempo al Regno Unito. Molti esperti di commercio, infatti, ritengono insufficienti i due anni, prima che la procedura dell’Articolo 50 si attivi forzatamente, a disposizione del governo britannico per negoziare un nuovo accordo con i maggiori protagonisti dell’economia europea ed ogni singola istituzione europea. Raoul Ruparel, il nuovo consigliere del Segretario alla Brexit, David Davis, ha consigliato un accordo di transizione come questo durante l’ultimo incontro del Think Tank Open Europe.

Brexit 3 – Fuori con accordo speciale

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea ed anche dall’Unione doganale ma firmerebbe un accordo unico di libero commercio con il resto dell’Unione. Questa opzione sarebbe gradita dagli esportatori britannici che fanno affari in Europa, ma aggiungerebbe costosi dazi doganali.

Bisognerebbe, inoltre, creare un confine doganale tra il Nord dell’Irlanda e la Repubblica, con potenziali conseguenze politiche di seria portata. E se l’accordo non dovesse includere i fornitori di servizi, cosa che solitamente gli accordi di libero commercio non fanno, gli esportati di servizi britannici in Europa, in particolare servizi finanziari, sarebbero particolarmente svantaggiati.

È possibile che un accordo speciale sui servizi possa essere finalizzato con il resto dell’Unione Europea, ma questo significherebbe doversi attendere alle regole dell’Unione senza poter in alcun modo partecipare alla loro stesura.

Brexit 4 – Commercio secondo WTO

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio ed utilizzare le regole della WTO, Organizzazione per il Commerciale Mondiale, per il commercio con l’Europa. Questo significa che l’Unione Europea potrebbe imporre, secondo il regolamento del WTO, la sua tariffa comune extracomunitaria sugli esportatori britannici. L’impatto iniziale sull’economia britannica, secondo una ricerca del “The Independent” , sarebbe di circa 4.5 miliardi di sterline, con una ricaduta più pesante sull’economia reale.

Anche il Regno Unito potrebbe imporre dazi sulle merci importate dall’Europa, sempre che queste non siano più alte di quelle già stabilite per le importazioni da altri stati. Questo porterebbe si più gettito fiscale, ma i dazi sulle importazioni aumenterebbero i costi di importazione e l’inflazione interna. Per di più, se il Regno Unito non riuscisse a finalizzare accordi specifici con gli altri 52 stati con i quali al momento liberamente ha scambi commerciali, in quanto membro dell’Unione Europea, sarebbe impossibile evitare l’istituzione di dazi doganali di importazione ed esportazione, con conseguenti danni all’economia britannica.

Brexit 5 – Soli contro tutti

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio, e togliere ogni tipo di dazi per le importazioni. Questo permetterebbe letteralmente una inondazione di cibo, merci e prodotti a basso costo nel Regno Unito. I prezzi nei negozi sarebbero si in discesa, ma con una ricaduta catastrofica sui settori primario e secondario britannico.

Sarebbe una scelta politicamente incauta da parte del governo togliere ogni tipo di dazio alle importazioni, ma lasciando le esportazioni alla mercè delle tasse altrui. Inoltre, secondo questo scenario, il Regno Unito non cercherebbe neppure di stringere accordi di libero commercio, e neppure quelli specifici per i servizi. Questo significa che le imprese fornitrici di servizi, che sono la parte dominante dell’economica britannica, riceverebbero zero aiuti per entrare nei mercati stranieri e contrastare le loro barriere senza dazi.

Quindi, che cosa dovremmo pensare di questi scenari Brexit? Brexit 1 sembrerebbe la preferibile, sebbene sia un compresso troppo inferiore allo status di membro dell’Unione Europea. Brexit 2 è preferibile sicuramente a Brexit 3 e la quarta opzione, invece, sarebbe un disastro economico. Brexit 5, invece, è una utopia ultraliberale che sarebbe politcamente impossibile.

Gli esperti di Oxford Economics stimano che Brexit 1 e 2 fino al 2030 farebbero scivolare l’economia britannica in una recessione tra lo 0.1 e il 1.8%. Brexit 3, invece, sarebbe più pesante, con una diminuzione tra l’0.8 e il 3,1% e Brexit 4 tra l’1.5 e il 3.9%.

Gli economisti vicini al gruppo Brexit affermano che il Regno Unito riviverebbe un boom economico fino al 2020 se si seguisse il piano Brexit 5. Gli economisti della London School of Economics, però, affermano che è una pseudoscienza guidata dall’ideologia, e che, anzi, un piano del genere ridurrebbe il PIL britannico di percentuali tra il 6.3 e il 9.5% entro il 2030. Circa tra le 4.200 e 6.300 sterline per ogni famiglia.

Chiamate i vari piani come volete, ma la realtà è che alcuni di essi infliggerebbero danni molti più importanti per ogni famiglia ed impresa nel Regno Unito di altri.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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