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“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

Sconfitto a Roma e a Torino dal Movimento 5 Stelle – la formazione “anti-sistema” – il partito democratico del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ne esce indebolito dalle elezioni municipali del 19 giugno. È da credere che la sua riforma del lavoro, il famoso Jobs Act, ha sedotto più i media, i circoli dei datori di lavoro e i socio-liberali europei che gli elettori italiani.

Matteo Renzi adora presentarsi come un dirigente politico moderno ed innovativo. Così, la sua riforma del mercato del lavoro voleva liberare i paesi dai suoi arcaismi e fare diminuire la disoccupazione. Conosciuto come Jobs Act, le misure adottate dal suo governo per rilanciare il lavoro non hanno fatto che spingere ancora più lontano la logica delle vecchie ricevute liberali.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro in italia è cominciata nel 1985, quando i partenariati sociali (federazioni sindacali, patronati e ministero del lavoro) hanno firmato l’accordo ScottiOltre a limitare l’indicizzazione dei prezzi sui salari, questo testo introduce anche il primo contratto atipico, a durata determinata è destinato ai giovani il “contratto di formazione e lavoro”. A partire da quel momento, numerose leggi hanno ingrandito la gamma di contratti disponibili, tant’è che ora ne esistono più di quaranta.

Nel 1997, la legge Treu ha legalizzato i contratti temporanei; nel 2003, la legge Biagi-Maroni ha inventato il contratto di subappalto. Nel 2008 è stato messo in atto il sistema dei voucher, questi buoni di lavoro del valore di €10 all’ora utilizzati soprattutto da attività poco professionali. La diversificazione dei tipi di contratto è stata accompagnata da misure miranti ad accrescere il potere del datore di lavoro. Tra le più recenti, la legge detta del “lavoro collegato”, votata nel 2010, limita la possibilità da parte dei salariati di fare ricorso in caso di eventuali abusi da parte del titolare; mentre la legge Fornero (2012) facilita i licenziamenti per ragioni economiche.

Le riforme messe in atto da Matteo Renzi  nel 2014 e 2015 si adattano alla continuità di questa storia, può essere che la completeranno, per quanto hanno istituzionalizzato la precarietà. Così, il Contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti”, entrato in vigore nel 2015, non ha questo granché di perenne né di produttivo. Nel corso degli primi tre anni, i datori di lavoro potevano mettere fine a un contratto in qualunque momento e senza motivazione. Il loro unico obbligo è di versare al lavoratore licenziato un’indennità proporzionale al suo grado di anzianità. L’emblematico articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga a giustificare tutti i licenziamenti individuali per giusta causa (rubare, assenteismo, ecc.) si ritrova così messo tra parentesi per 36 mesi. La formula ricorda il contratto a primo ingaggio immaginato dal primo ministro francese Dominique de Villepin nel 2006, solo che le dispositive italiane non sono limitate ai minori di 26 anni ma a tutti.

Il governo Renzi ha anche deregolamentato l’uso dei Contratti a Durata Determinata. Da marzo 2014, la legge Poletti, – dal nome del ministro del lavoro Giuliano Poletti – permette ai datori di lavoro di ricorrere senza giustificarsi e quindi di rinnovarli fino a cinque volte senza periodo di carenza. Questa limitazione è per di più teorica: non si applica alle persone, ma ai posti di lavoro. Basta modificare sulla carta un fascicolo per condannare un salariato al lavoro instabile a vita.

In queste condizioni, perché i datori di lavoro dovrebbero scegliere i Contratti a Durata Indeterminata “a tutele crescenti” piuttosto che  una serie di Contratti a Durata Determinata? La risposta è semplice: per un interesse finanziario. Il governo Renzi in effetti ha messo in pratica delle agevolazioni fiscali che permettano, per tutti i Contratti a Durata Indeterminata firmati nel 2015, di economizzare fino a €8000 per anno. Costringendo a l’austerità, questo dispositivo molto costoso per lo Stato è stato rivisto dalle basi dalla legge di stabilità 2016, ed ora le agevolazioni si sono stabilizzati intorno ai €3300. Il Jobs act ha creato quindi un effetto peso morto: fare firmare un contratto “a protezione crescente”, è poi licenziare il lavoratore senza giustificazione, diventa più remunerativo rispetto a un  Contratto a Durata Determinata. L’inclinazione dei Contratti a Durata Determinata verso i Contratti a Durata Indeterminata permette di gonfiare artificialmente le cifre del lavoro detto “stabile”, e nello stesso tempo anche la precarietà continua ad aumentare.

Le riforme di Matteo Renzi non hanno innescato scioperi o manifestazioni comparabili al movimento anti legge di El Khomri in Francia. Contrariamente alla sua vicina, l’Italia non ha una soglia minima di salario, fatta eccezione per le professioni coperte da convenzioni collettive, che proteggono un numero sempre più ristretto di lavoratori (meno del 50% oggigiorno). Altrimenti, il “principio dei favori” non esisterebbe: niente obbliga gli accordi di impresa a proporre condizioni più vantaggiose per il lavoratore degli accordi di filiale, i quali a loro volta, non sono necessariamente più favorevoli del codice del lavoro. I lavoratori sono così più vulnerabili alle minacce dei loro datori di lavoro.Il paese non ha per giunta  l’equivalente delle ritenute di solidarietà attiva (revenu de solidarité active), anche sotto condizioni di ricollocamento professionale. Gli ammortizzatori sociali sono pensati soprattutto per i Contratti a Durata Indeterminata; la massa dei nuovi precari se ne trova esclusa. Collegato alla crisi economica, alla fragilità dei sindacati, alla stagnazione delle ritenute e al rafforzamento del controllo patronale – Il Job Act autorizza determinate tecniche di controllo a distanza dei dipendenti, a rischio di danneggiare la loro vita privata -, questa situazione spiega la debole resistenza riscontrata per le recenti misure attuate.

Più del 40% dei giovani sono disoccupati

Al fine di difendere le loro riforme, Matteo Renzi e i suoi ministri si sono nascosti dietro le stesse argomentazioni dei loro predecessori a Roma e del loro omologhi conservatori in Germania o socialista in Francia: l’ ”assottigliamento” del codice del lavoro sarà una condizione necessaria (e sufficiente) per costruire un’economia moderna e abbassare la disoccupazione, in particolare quella dei giovani. <L’articolo 18 è datato all’anno 1970, e la sinistra allora non aveva neanche votato. Noi siamo nel 2014; questo diventa prendere un I-Phone e chiedere: “Dove va messo il gettone?”, o a prendere una fotocamera digitale e provare a metterle il rullino> ha stimato il Presidente del Consiglio.

Il governo e molti media presentano Jobs act come un successo indiscutibile <mezzo milione di lavoratori a Contratto a Durata Indeterminata creati nel 2015. L’Istituto Nazionale delle statistiche dimostra l’assurdità delle polemiche su Job Act>, sbandiera M. Renzi su Twitter il 19 gennaio 2016. <Con noi, le tasse diminuiscono e il lavoro aumenta> scriveva ancora il 2 marzo. Questo è vero nel 2015, per la prima volta dopo l’inizio della crisi economica che ha distrutto all’incirca un milione di impieghi la curva della disoccupazione è stata leggermente invertita: 1,8… Dopotutto, questa diminuzione modesta si spiega soprattutto per il colpo di polso fiscale che ha accompagnato la creazione di Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crociata”. Il periodo probativo è di 3 anni bisognerà attendere 2018 per stipulare un bilancio di questi nuovi contratti; ma possiamo già constatare che il ribasso degli incentivi finanziarie ha dato come risultato una contrazione immediata della creazioni di impieghi. Il numero di Contratti a Durata Indeterminata firmati nel primo trimestre 2016 è in ribasso 77% in confronto agli stessi mesi dell’anno precedente.

Inoltre, la diminuzione della disoccupazione nel 2015 maschera il ricorso esponenziale al sistema dei voucher, in particolare nei settori poco qualificati dov’è i lavoratori sono considerati come intercambiabili. Nel 2015, 1,38 milioni di persone erano concerni (contro 25 000 nel 2008) e 115 milioni di buoni sono stati venduti (contro 10 milioni nel 2010). Logicamente anche il tasso di precarietà ha seguito una curva ascendente: dai dati forniti dall’Organizzazione della cooperazione dello sviluppo economico (OCDE), nel 2011, il 43% dei giovani Italiani si trovarono in una situazione professionale instabile; nel 2015, sono stati quasi 55%. Nello stesso tempo il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni è salita di dieci punti per superare la bara del 40%.

L’Italia tuttavia non ha risparmiato i suoi sforzi per conformarsi alle norme dell’economia moderna: il “grado di protezione dell’occupazione” – un indice immaginato dall’OCDE per misurare la “rigidità” del mercato del lavoro – si è abbassato di un terzo in dieci anni…

Dal suo arrivo alla presidenza del Consiglio, Matteo Renzi ha impostato tutto su una politica dell’offerta. Oltre a Jobs Act, le leggi di stabilità 2015 e 2016 hanno pianificato delle diminuzioni delle imposte sulle aziende, una riduzione delle tasse sul patrimonio, una diminuzione delle dispensa della collettività locale, alla privatizzazione dicesti servizi pubblici (nel settore trasporti dell’energia o delle poste). Secondo la filosofia che guida queste misure, l’aumento dei profitti e la diminuzione dei costi avranno come risultato automatico un aumento degli investimenti, e dunque della produzione e dell’impiego.

Questo ragionamento è largamente falso. Il tasso di disoccupazione in Italia non si spiega dalle strutture interne del mercato del lavoro: è il risultato, innanzitutto, della debolezza della domanda, perché nessun imprenditore rischia di aumentare la produzione se teme che i suoi prodotti o i suoi servizi non troverebbero nessun acquirente. Ora, il governo Renzi non ha fatto niente per rilanciare la domanda in maniera strutturale: ne salari minimi, ne riforme della protezione sociale in favore dei salari troppo bassi, né ritenute garantite.   

Risultato, dal 2014, il prodotto interno lordo(PIL) stagna, e il rapporto debito /PIL non è vicino a ridursi perché il denominatore del rapporto non aumenta.

Il Jobs Act ha diviso il mercato del lavoro in tre segmenti principali, e ognuno di loro vede l’instabilità eretta ad opera d’arte. Il primo raggruppa i giovani senza titolo di studio, che entrano generalmente nella vita attiva con dei contratti di apprendistato (poco pretenzioso) e, di più in più dei voucher (ancor meno pretenziosi). Nel secondo, dove troviamo i giovani che dispongono di un livello di qualificazione medio o elevato (diploma o laurea). Per favorire il loro inserimento il governo si appoggia sul piano “Garanzia Giovani”. Finanziato dall’Unione Europea è destinato alle Nazioni che dimostrano un tasso di disoccupazione elevato, questo piano mira ufficialmente a migliorare impiegabilità dei giovani e di proporli, attraverso delle piattaforme regionali che uniscono aziende private e pubbliche, dei “percorsi di inserimento” adattati ai bisogni delle stesse aziende: il servizio al civico (gratuito), lo stage (quasi gratuito), è il lavoro benevolo. All’inizio sperimentato nel 2013 per l’assunzione di 700 persone in vista dell’Esposizione Universale di Milano, questo modello è stato successivamente applicato a livello nazionale. Ha già permesso di occupare 600.000 giovani e di farli uscire, a buon mercato, dalle statistiche della disoccupazione. Infine, per il resto del lavoratori – sarebbe a dire gli attivi di 30 anni e più – i Contratti a Durata Determinata rinnovati all’infinito e i Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crescente” sono destinati a diventare i contratti standard fino all’età della pensione. Solo gli impiegati giudicati efficaci, indispensabili al centro del mestiere dell’azienda, saranno assunti in maniera stabile e fidelizzata.

Come evidenziato dal piano “Garanzia Giovani”, il lavoro gratuito, alimentato “dall’economia della promessa” che rimette sempre a più tardi l’ottenimento di un lavoro remunerato è stabile, diventa la nuova frontiera della deregolamentazione del mercato del lavoro italiano. Le riforme di Matteo Renzi hanno consacrato lo statuto di precarietà, conferendogli una natura a volte strutturale e generalizzata. Lo sviluppo della precarietà figura giustamente tra le prime cause della stagnazione dell’economia dell’Italia, che serve a giustificare le misure miranti ad accrescere la precarietà del lavoro…

Articolo originale qui

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Se in America c’è ancora bisogno di personaggi celebri come Leonardo di Caprio per convincere gli indecisi e i disinformati sulla gravità dei cambiamenti climatici, in Europa sembra che molti ne siano già ampiamente consapevoli e preoccupati.

Per fortuna.

Eppure dinanzi alle immagini di calotte polari in scioglimento, specie animali in via di estinzione, scandali ambientali di imprudenti multinazionali e allarmanti affermazioni di politici, ci sale quasi un senso di impotenza. Ma non è così.

È proprio questo il momento per intervenire a livello sociale e politico, ma non solo. Se i trattati internazionali e le direttive comunitarie con i loro standard impongono una direzione al mondo, i passi da compiere richiedono il coinvolgimento di ciascun individuo nella sua sfera personale. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Come?

Attraverso un consumo sostenibile e responsabile che oggi trova facile applicazione grazie allo sviluppo dell’economia circolare.

L’economia circolare è un sistema economico che si basa sulla massimizzazieconomia circolareone delle risorse esistenti e il reinserimento nel ciclo produttivo di quelle risorse che in un sistema economico di tipo lineare si chiamerebbero “rifiuti”.
Un sistema chiuso e rigenerativo grazie al riciclo e il riuso, che trova secondo alcuni piena razionalità economica.

La cosa interessante è che i vantaggi per il mondo imprenditoriale di creare modelli di business ispirati ai principi di economia circolare sono così rilevanti e molteplici che viene da chiedersi perché nessuno non ci abbia pensato prima. Infatti l’economia circolare opera in una logica “Everyone win”: il produttore, il consumatore e l’ambiente.

Il produttore che massimizza l’uso delle materie prime, incentiva la riconsegna del prodotto reinserendolo nel processo produttivo, risparmia nei costi di produzione e manutenzione. Il consumatore ne trae un vantaggio di costo in molti casi dato che i prodotti acquistati sono concepiti per durare di più. E per l’ambiente l’effetto è ovvio.

 

Oggi, agire secondo i principi dell’economia circolare è ancora più facile grazie all’innovazione tecnologica. Molte imprese si stanno concentrando su un’ offerta di servizi, più che di prodotto, che puntano ad un risparmio economico per il produttore e il consumatore, con ovvie esternalità positive sull’ambiente.

Ecco un classico esempio: avete mai pensato per esempio di affittare una lavatrice piuttosto che acquistarla? Secondo alcuni studi, questo servizio permetterebbe al consumatore un risparmio di un terzo per ciclo di lavaggio e a ai produttori un guadagno di circa un terzo più alto.

economia circolare

Nel settore della telefonia, alcune imprese come la Fairphone stanno realizzando modelli di cellulare destinati a durare quasi in eterno, perché completamente smontabili nelle più piccole componenti così che al primo guasto basterebbe sostituire la parte difettosa e non l’intero prodotto.

D’altra parte alcune aziende come l’Apple incentivano i consumatori a riconsegnare il prodotto dopo solo un anno di vita in cambio di un prodotto completamente nuovo e aggiornato, pagando un prezzo fisso annuale.

Quanto invece all’ autovettura, sembra che non sia più un mezzo strettamente necessario soprattutto nelle grandi città dove trasporti pubblici e sistemi di car sharing sono efficienti e ben integrati. Eppure, per molti, disporre di un’automobile propria è una condizione quasi inderogabile e fa parte di uno status sociale e culturale ben consolidato.

Con la crescita dell’economia circolare, le cose potrebbero cambiare. La proprietà assoluta di un bene non è più necessaria e diviene invece temporanea o addirittura condivisa.

La sharing economy è un tassello fondamentale nella transizione ad una economia più circolare ed è promotrice anche di un cambiamento sociale, basato sull’ottimismo e la fiducia nel prossimo, il piacere della condivisione e il desiderio di vivere e raccontare nuove esperienze. Il successo di startups come Airbnb, Uber e Blablacar ha dimostrato che, laddove vi è qualità e risparmio, i consumatori prediligono soluzioni più “amiche” dell’ambiente.

Eppure in Italia, si tende ancora a salvaguardare di più gli interessi dei “vecchi” e dei “grandi” piuttosto che i diritti dei “nuovi” e dei “piccoli”, con riferimento per esempio ad Uber, definito un caso di concorrenza sleale. Seppur Uber rappresenti un caso particolare, non c’è niente di sleale nel fatto che l’innovazione tecnologica apra le porte a nuovi modi di fare business, più veloci, facili e flessibili, e ben vengano se a guadagnarci è l’ambiente.

economia circularTuttavia, l’ attenzione sul tema dell’economia circolare in Italia è crescente. E se ne sono accorti anche all’estero.

Durante l’incontro COTEC sull’economia circolare tenutosi soli due mesi fa a Lisbona, in cui era presente persino il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa, la fondatrice dell’ Ellen MacArthur Foundation elogiava dinanzi ad una platea internazionale la città di Milano per l’eccellente gestione dei rifiuti (soprattutto l’organico) e la Banca Intesa San Paolo per gli ingenti investimenti in ricerca sul tema.

La transizione da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare è un processo lento, ma la sua accelerazione dipende soltanto da noi. Davanti alla seria minaccia di ciò che è più caro, la vita, non c’è liberismo che regga.

La “responsabilità sociale d’ impresa” è un principio intrinseco alle imprese commerciali e deve figurare come obbligo sociale e morale, a cui tutte le imprese naturalmente aderiscono. Insomma,per un’impresa moderna essere socialmente responsabile non è più una scelta opzionale che ci permette di distinguere tra un’elite di imprese più “etiche” da quelle incuranti dell’impatto ambientale. Tutte le imprese devono adottare rigide misure per la massimizzazione dell’uso delle risorse. Non solo, si deve puntare ad un completo riutilizzo delle materie, come già accade in Olanda.

A tal proposito servono grossi disincentivi al consumo di nuove risorse e un alleggerimento dell’apparato legislativo per favorire lo sviluppo di modelli di business innovativi ispirati ai principi dell’economia circolare. Non dimenticando però che il contributo individuale nelle piccole scelte quotidiane è essenziale.

D’altronde, come ricorda la famosa esortazione Volterriana, “coltivare il nostro giardino” è l’unico atto di potenza che ci resta.

 

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

In copertina: la corona svedese. Fonte qui

Gli ultimi report parlano di una fatina dei denti visibilmente sconvolta ed agitata. Diversi enti governativi nel mondo stanno pensando a possibili soluzioni di digital currency, da affiancare alla normale valuta fisica e la Svezia sta studiando il sistema per sostituirla completamente. I suoi analisti prevedono il fallimento certo a seguito della sparizione dell’ultima banconota o centesimo di moneta nel mondo.

Tornando seri, per la Svezia il passaggio alla moneta elettronica potrebbe sembrare così semplice da dover essere automatico, ma molti, in Italia in primis, ma anche in Europa e USA, non vedono la fattibilità del cambio radicale. Facciamo un passetto indietro e cerchiamo, però, di comprendere cos’è esattamente una moneta elettronica, o digital currency.

Le digital currencies sono nate attorno al 1995-2000, quando alcune aziende – che oggi definiremmo start-up – della bolla DotCom, crearono delle valute alternative (la prima importante fu la e-Gold). Queste, però, per dei limiti prima tecnici e poi amministrativi furono bandite dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto inseribili nella stessa categoria, è necessaria una ulteriore distinzione tra virtual currency e cryptocurrency:

  • La Banca Centrale Europa definisce le virtual currencies come: “Un tipo di moneta non regolamentata, digitale, la quale è messa e solitamente controllata dai suoi sviluppatori ed utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale”. Queste monete virtuali chiuse sono utilissime per le economie interne di alcuni servizi online, quali, ad esempio, la maggior parte delle app mobile (si veda l’oro in World of Warcraft o qualsiasi altro gioco moderno, per smartphone o multipiattaforma). Queste, assieme alle valute ad unica direzione (come i Facebook Credits o gli Amazon Coins), motorizzano parte delle transazioni della Rete, ma non sono mai uscite dal recinto del Web.
  • Le cyptocurrencies, invece, sono delle valute completamente digitali che, utilizzando sistemi di crittografia avanzata, rendono sicure le transazioni e la generazione della moneta stessa. La più famosa cryptovaluta è sicuramente il Bitcoin, che sfrutta la dispersione del peer2peer, e soprattutto la crittografia, per rendere sicure, anonime ma tracciabili, dato che il sistema proof of work tiene traccia delle transazioni completate, tutti gli scambi di valuta. Questo sistema, a differenza della valuta virtuale, può e vorrebbe assurgere a vero competitor della moneta tradizionale.

Bisognerebbe notare come anche le valute a corso legale possono essere utilizzate elettronicamente: qualunque possessore di un conto corrente bancario ha effettuato un bonifico online o tutti abbiamo utilizzato, almeno una volta, una carta di credito o debito per comprare l’oggetto più inutile del momento su Amazon. Il funzionamento sarebbe lo stesso, ma la base fondante completamente diversa: una digital currency rimarrebbe sempre e comunque elettronica, permettendone la tracciabilità in ogni caso. Una valuta classica, invece, una volta “trasformata” in contante, non sarebbe più rintracciabile se dovesse uscire dai canali elettronici della banca.

Questo non sottintende, però, che le valute classiche siano terribili mentre una digital currency debba essere considerata come una manna dal cielo, ma il sistema del contante è, a mio avviso, indubbiamente arcaico. Una società dove l’elettronica avanzata non è diventata semplicemente importante, ma fondamentale per le nostre vite, passare da un portafoglio in pelle ad uno digitale non è così sbagliata come idea, e lo hanno capito da molto tempo gli svedesi.

La Svezia, infatti, sta seriamente pensando di passare ad una moneta nazionale completamente digitale. Una digital currency svedese, e-Krona: sarebbe una svolta epocale per l’economia, ma difficilmente replicabile, a breve termine, nel resto del Mondo. Possiamo dire che gli svedesi non hanno mai amato il contante, dato che dal 1950 ad oggi il valore del contante rispetto al PIL è sceso dal 10% all’1,5% e la maggior parte delle attività non accettano neppure il contante, anche e soprattutto le banche. Una nazione con un debito statale basso rispetto alle medie internazionali (circa al 50% del PIL), una economia solida (in crescita negli ultimi anni oltre il 2%), matura ed innovativa, focalizzata sull’elettronica, industria tecnologica e terziario avanzato. Potreste pensare che la moderna economia svedese sia il motivo del possibile cambio ad una digital currency, ma la base è sociale, non economica.

Gli svedesi, infatti, si fidano ciecamente del loro governo e, soprattutto, pagano le tasse. In Svezia, sebbene la pressione fiscale sia particolarmente alta, la tracciabilità e il pagamento tributario non sono mai stati un problema. È questione proprio di mentalità: statunitensi, britannici ed europei semplicemente non hanno abbastanza fiducia nel sistema economico della loro zona e della loro nazione (sebbene i presupposti di stabilità economica per un cambio del genere non siano presenti in alcuni stati). La Svezia preferisce il pagamento elettronico proprio perchè non sente la necessità di un denaro “da toccare”. Non ha il timore che la banca X o Y possa fallire o vedere i suoi risparmi andare in fumo perchè lo Stato li ha sequestrati.

In definitiva, la digital currency, o meglio l’economia digitale, sarà il futuro dell’umanità, senza dubbi. I mezzi tecnologici ci sono e, in questo caso più che in altri, ci attendono per migliorare e semplificare la nostra vita. Sarà nostra cura cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Il contante, per quanto rassicurare le nostre paranoie con la sua fisicità, ha un costo di mantenimento ed una difficoltà importante nella tracciabilità. Il digitale sta colonizzando le nostre esistenze, non è il caso di rimanere nel vecchio secolo.

 

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Partiamo da un presupposto: in democrazia si vota. Mettetevi l’anima in pace. La gente vota chi vuole e non importa che abbia i rubinetti d’oro o l’aereo privato. Il voto non è decisione obiettiva sul buongoverno, ma è un misto di credenza e sentimento“. Vince il candidato che meglio sa osservare la realtà, interpretarla, è capace di comunicare agli elettori che la si è compresa e che la si migliorerà. Non tutti gli elettori sono uguali. Ma per vincere devi parlare alla maggioranza. In questo la Sinistra ha miseramente fallito. In Europa, negli Stati Uniti, ovunque. Non solo si è resa colpevole di non aver mosso un dito per fermare la deindustrializzazione di enormi aree industriali dell’Italia, degli Usa, della Grecia, della Francia, ma continua ad interloquire solo con chi tale disastro l’ha prodotto: finanza e grande industria, intellettuali (?) e burocrati, esasperando le enormi masse di disoccupati o precari che ormai si sentono su un altro pianeta, rispetto a quello narrato.

Le sinistre parlano ad un elettorato élitario e privilegiato che maggioranza non sarà mai. Quando si dice che Donald Trump ha vinto grazie alla rabbia dei disoccupati della “Rust Belt” non è un esercizio di retorica: è la realtà. Quando dai salotti in TV i giornalisti di sinistra sbraitano contro i risparmiatori truffati da Banca Etruria perchè in piazza portano un cappio o uno striscione volgare, ecco, è lì che la sinistra sta morendo. O meglio, si sta suicidando, rendendosi odiosa. Questo conglomerato di snob, arrogante ed élitario, continuando a disprezzare il popolo definendolo ignorante, razzista, populista, retrogrado per ogni manifestazione di disagio, sta commettendo un errore fatale.

Gli americani li definirebbero “Snowflakes“, fiocchi di neve: persone troppo delicate per confrontarsi con chi la pensa in modo diverso, che si professano superiori e rimangono così isolate.  Questi snowflakes di Sinistra stanno consegnando pacchi di consenso nelle mani di partiti populisti e nazionalisti. Non in quanto i popoli occidentali, che erano e sono (un pò meno) i popoli più agiati al mondo, siano diventati di colpo violenti razzisti convinti della supremazia bianca, ma perchè tali popoli, ridicolizzati ed ignorati dalla Sinistra, vogliono ora vendetta: hanno bisogno di giustizieri. E allora votano chiunque sia contro il “sistema”. Più questo griderà forte, più sarà aggressivo, maggiori saranno le possibilità di attirare consenso.

Dopo le sonore sconfitte subite (Brexit, Trump, il dimenticato referendum greco tradito 1000 volte) avranno capito la lezione? Macchè! Pensate che dopo l’elezione di Donald Trump, il nostro Napolitano ha rincarato la dose mettendo in dubbio il suffragio universale, definendolo “non sempre portatore di avanzamento”, rivelandosi così persino un sostenitore dell’ancien Règime. Certo, probabilmente si riferiva al Nazismo: quello che lui e quel modo di fare politica sta lentamente risvegliando. L’humus da cui rischia di risorgere un nuovo populismo violento è lo stesso degli anni ’30, ma oggi ha un elemento in più di cui nutrirsi: le ceneri della globalizzazione.

È l’economia, infatti, il perno attorno al quale si muove questa inversione di tendenza politica: la disoccupazione creata dalle delocalizzazioni, gli stipendi al ribasso a causa della crisi e dell’immigrazione incontrollata, e le macerie lasciate dalle follie finanziarie sono le basi su cui si fonda questo “nazionalismo economico“, vera essenza dei nuovi populismi. Non è vero che si tratta di movimenti anti establishment, ma è quello che vogliono far credere. Siamo in politica, d’altronde.

Guardiamo al fenomeno Trump: un milionario con decenni di successi tra luci ed ombre che ha come guru un ex banchiere di Goldman Sachs, ex imprenditore cinematografico, Stephen Bannon. Quindi?

Quindi, far passare Trump come uomo fuori dal sistema non è altro che politica, così come è politica quella di far passare il muro col Messico per una novità, quando è li da 20 anni. Eppure nonostante non sia un Robin Hood o un proletario, Trump vince e proprio Stephen Bannon, ne analizza le ragioni:

I globalisti hanno distrutto l’America dei lavoratori, e hanno creato una classe media in Asia. Se Trump mantiene le promesse, avremo il 60% dei voti dei bianchi, e il 40% dei voti ispanici e neri, e governeremo per 50 anni. E’ qui che i Democratici hanno fallito, loro parlavano a gente con aziende da 9 miliardi di dollari e 9 dipendenti. Non è la realtà. Hanno totalmente perso di vista il mondo”.

Preparatevi, sarà questo il manifesto della nuova politica, e non avete ancora visto niente.

L’importanza delle industrie culturali e creative

L’importanza delle industrie culturali e creative

La rivoluzione digitale apre a nuovi mondi e posti di lavoro. Dove? Nelle industrie culturali e creative

La parola “digitalizzazione” è ormai diventata una buzzword, che non appartiene più ad un futuro prossimo ma ad un presente che sta considerevolmente cambiando forma e aspetto. Intellettuali, professionisti e imprenditori, esperti e fanatici delle innovazioni tecnologiche dei nostri tempi, si incontrano in summit e conferenze di rilevanza mondiale per discutere e scambiare le proprie idee su temi come rivoluzione digitale, robotica, Big data, machine learning e tanti altri ancora. Da qui emerge la presenza di 4 settori che saranno investiti dalla digitalizzazione: settore contabile, turismo, moda ed educazione.

Rohan Silva, considerato uno dei personaggi più innovativi nella sfera globale, in un suo recente articolo invita con un pizzico di provocazione banchieri, contabili e agenti immobiliari a preoccuparsi del loro futuro, il quale sembrerebbe svanire nell’uragano della digitalizzazione. La tecnologia infatti rimpiazzerà molti dei cosiddetti white-collar jobs (lavori da impiegato) e specialmente settori come finanza e amministrazione sono già fortemente sotto pressione. Secondo Silva, una possibile conseguenza a questo forte cambiamento sarà il consolidarsi di nuovi lavori e ruoli nelle cossi dette industrie culturali e creative. Per chi abbia un concetto ancora sfumato, basti sapere che le industrie culturali e creative sono quelle che operano nei settori delle arti performative e visive, cinema, editoria, musica, pubblicità, radio, televisione e videogiochi, ma anche architettura, moda e design.

In Europa, questo mondo rappresenta oggi ben il 4,4% del PIL e il 3,8% della forza lavoro (Unioncamere, 2016). Tra le capitali europee, Londra si distingue come una tra le più innovative creative economy, le cui industrie generano quasi un posto di lavoro su sei su scala nazionale.

valore economico

In Italia, l’industria della cultura e della creatività contribuisce per il 2,9% al Pil e rappresenta il 4,5% della forza lavoro, contando quasi un milione di occupati (EY, 2014). Tra questi vi sono maggiormente giovani e donne.

In genere gli operatori in questo settore sono rappresentati dalle piccole e medie imprese, che sono solite essere più propense al rischio e quindi all’innovazione. Nonostante la crisi economica e finanziaria le industrie culturali e creative hanno continuato a creare reddito e posti di lavoro, generando nel 2014 un valore economico complessivo di 46,8 miliardi di euro (EY).

La potenzialità di queste industrie si scontra tuttavia con diverse problematiche legate al incertezza della domanda, piccola dimensione delle imprese e assenza di competenze manageriali specializzate. In genere, queste imprese sottocapitalizzate non godono di un equo accesso al finanziamento e di una giusta valutazione dei loro assetti immateriali, diversamente da quanto accade per le imprese puramente tecnologiche. immagine2Per non parlare della controversa questione sulla tutela del diritto d’autore. Per queste ragioni, le industrie culturali e creative hanno ancora difficoltà ad attrarre investimenti e talenti e a competere alla pari di altre industrie. A questo proposito, l’Unione Europea ha già avviato diversi programmi di finanziamento e ha stanziato per il periodo 2014-2020 una somma totale 1,8 miliardi di euro nel settore della creatività. Nel Libro verde (2010), documento ufficiale pubblicato dalla Commissione Europea in merito allo sviluppo e crescita di questo settore, si spiega come sia indispensabile creare nuove modalità di accesso e garanzia al finanziamento (anche sviluppando strumenti finanziari innovativi ad hoc).

È necessario creare un ponte tra il mondo della cultura e quello degli affari e della finanza. Parallelamente le industrie culturali e creative dovranno riunirsi in cluster e alimentare network volti a rafforzare la loro presenza nel settore economico sia a livello nazionale che internazionale. Non solo banche e investitori, ma l’intera comunità deve confrontarsi con l’elevato potenziale di queste industrie. In questo senso, formatori e istituzioni accademiche hanno un ruolo fondamentale nel promuovere una visione di sistema che valorizzi le industrie culturali e creative e le metta alla pari di altre industrie commerciali.

È importante, per esempio, che le Business Schools più all’avanguardia che tendono a concentrare e modellare l’offerta formativa in previsione di possibilità occupazionali in settori come quello bancario e della consulenza di grandi multinazionali, promuovano allo stesso modo la connessione tra gli studenti e il settore della creazione e della cultura. Dall’altra parte, gli indirizzi di studio artistici e umanistici devono puntare di più sulla formazione di competenze trasversali che riguardano i campi del management e dell’economia, del diritto e normativa in materia di copyright e diritto d’autore.

Mancano ancora dei precisi riferimenti per i giovani che vogliono intraprendere la loro carriera nel settore creativo. Per fortuna qualche segnale giunge dal faro del web. Recentemente è nata “The Dots”, una community online che si presenta come la versione più ricca e creativa di Linkedin. Il portale è volto a connettere infatti i professionisti nell’ambito creativo con potenziali collaboratori e aziende commerciali. Un altro esempio è Crebs.it, un sito online che raccoglie le offerte di lavoro destinate a creativi, pubblicitari, developer, start up e altri ancora. Dal mondo imprenditoriale, invece, mi piace segnalare “Book a street artist”. Nata nelle vesti di una start up tra Berlino e Lisbona, “Book a street artist” è una piattaforma online che facilita la connessione di privati e imprese commerciali con artisti di strada ma non solo. Così un’ azienda che apre un nuovo store, intende rinnovare gli uffici o festeggia un particolare evento può facilmente entrare in contatto, tra una serie di proposte, con artisti e opere che più si adattano al caso.

E’ così probabile finalmente che stiano maturando i giusti presupposti per il fiorire delle industria culturale e creativa in Europa, Italia compresa. Ma perché ciò accada, occorrerà convogliare le energie dei giovani studenti in questo settore e guardare alla rivoluzione digitale non come una minaccia, ma come straordinaria occasione di rilancio della forza lavoro.

Il settore della cultura e della creatività valorizza e scommette sul capitale umano, concorrendo così a formare una società basata più sulla coscienza e sulla conoscenza. La rivoluzione è pronta a partire. Io voglio farne parte.

E tu?

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Russia, Cina, Arabia Saudita e il declino dell’egemonia del Dollaro

Russia, Cina, Arabia Saudita e il declino dell’egemonia del Dollaro

Articolo originale qui, di Ariel Noyola Rodríguez

Negli scorsi mesi, Russia, Cina e Arabia saudita hanno venduto miliardi di buoni del tesoro degli USA. Inoltre, per proteggersi dalle violente fluttuazioni del dollaro, le banche centrali di diversi Paesi acquistano enormi quantità di oro per diversificare le riserve valutarie. In breve, l’offensiva globale nei confronti del dollaro è esplosa attraverso la vendita massiccia di titoli di debito degli Stati Uniti e, in parallelo, l’acquisto di metalli preziosi.
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