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Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

“Uno o due Stati? L’importante è la pace”. Questo è stato il primo giudizio pubblico sulla questione palestinese di Donald Trump nelle vesti di presidente degli Stati Uniti, durante il suo primo incontro con l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Una stupidaggine? Affatto. Ovviamente tale opinione è stata criticata da molti, compresa l’OLP presieduta da Abu Mazen, da sempre concorde con la soluzione a due Stati, causa che però porta avanti con un politica totalmente stagnante.

La soluzione dei “due Stati, due popoli” è il principio su cui si sono basate le trattative di pace tra israeliani e palestini  a partire dall’accordo di Oslo del 1993. Praticamente 25 anni fa. Non ci vuole molto per capire come molte cose siano cambiate d’allora, quando altre invece sono purtroppo rimaste uguali. Cosa non è cambiato? Israele continua, di fatto, ad occupare militarmente gran parte del territorio della Cisgiordania, continua ad umiliare militarmente e tramite l’embargo la popolazione di Gaza, oggi di fatto una “prigione a cielo aperto”.  Non è cambiato l’atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi, costretti a “vivere come cani“. È l’essenza del sionismo, sintetizzato fedelmente dall’allora ministro degli esteri Ariel Sharon, nel 1998, quando davanti alla platea del Tsomet Party disse: “non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato ebraico senza la cacciata degli arabi e l’espropriazione delle loro terre”.

Cosa è invece cambiato in questi anni? Molto è cambiato, rendendo la soluzione a due Stati impossibile.

La novità è che gli USA con Trump rompono il ritornello ormai retorico del “due Stati, due popoli”, svuotato di qualsiasi significato dalla stessa realtà e ormai impossibile da attuare come spiegato in seguito. Per il resto l’incontro Trump-Netanyahu è il solito show, di un capo di stato americano che giura eterno amore per Israele. Atteggiamento irremovibile, essendo Israele la più importante base militare USA per il sostegno dei propri interessi energetici e strategici nella regione.

Mappa degli insediamenti Israeliani Fonte: HRW

La questione degli insediamenti

Dimostrando mancanza di memoria storica, lo Stato ebraico ha costruito un muro lungo 730km che divide Israele dalla Cisgiordania, cercando di inglobare gli insediamenti israeliani. Proprio la questione degli insediamenti è un nodo chiave della questione attuale: la costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, in Cisgiordania, oltre a provocare tensioni e alimentare le ingiustizie, ha di fatto reso impraticabile la soluzione a due Stati. Circa 500000 israeliani vivono nei territori dove dovrebbe sorgere lo Stato Palestinese, e questi territori sono sotto controllo militare e amministrativo di Israele.

L’interdipendenza economica

In secondo luogo, ed è il punto più importante, la convivenza forzata di due popoli ha portato ad una naturale interdipendenza economica. Oggi in Israele vivono all’incirca 8.192.000 milioni di persone, di cui l’80% sono israeliani e il 20% sono arabi con cittadinanza israeliana, cristiani e musulmani. Il 43,3% degli arabi israeliani uomini lavorano nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dell’industria. Solo il 7.8% degli arabi israeliani lavora nel settore bancario e assicurativo e il 2,8% nell’industria high-tech. Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  

Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  Mentre sono 30000 i lavoratori illegali, che oltrepassano cioè le recinzioni in modo illegale per raggiungere il posto di lavoro in Israele. Questi ultimi si stima che guadagnino circa un quarto dello stipendio di un Israeliano ebreo. Questo mescolarsi di persone e capitali sta creando interdipendenza tra israeliani e palestinesi, rendendo il sistema economico israeliano dipendente dalla manodopera palestinese. Dall’altro lato, i palestinesi, potranno utilizzare questa loro posizione per condurre battaglie per maggiore libertà e per la fine di una segregazione ormai indegna del mondo in cui viviamo.

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Traduzione da Independent.co.uk a cura di Silvia Fortunato. Fonte qui

Starbucks sostiene che assumerà 10,000 rifugiati nei prossimi cinque anni, in risposta alla sospensione a tempo indeterminato dell’accoglienza dei rifugiati siriani e al blocco temporaneo delle immigrazioni di Donald Trump, applicato ad altre sei nazioni a maggioranza Musulmana.

Howard Schultz, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha detto in una lettera ai dipendenti che le assunzioni si rivolgeranno ai punti vendita di tutto il mondo e che la manovra comincerebbe a partire dagli Stati Uniti dove il focus principale saranno le assunzioni degli immigrati che “hanno servito l’esercito degli Stati Uniti come interpreti e personale ausiliario”.

Schultz, sostenitore di Hillary Clinton durante la corsa alle presidenziali, ha preso di mira altri punti “dell’agenda” di Trump focalizzati sull’immigrazione, sull’abrogazione della legge Health Care (riforma sanitaria, ndt) dell’ex presidente Barack Obama, e sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con il Messico. La lettera diceva che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè in Messico, provvederà all’assicurazione sanitaria per i lavoratori idonei, nel caso in cui la riforma sanitaria sarà abrogata, e sosterrà un programma di immigrazione in linea con quello di Obama, che conceda ai giovani immigrati introdotti da bambini nel Paese una proroga di due anni per l’espatrio e un permesso di lavoro.

La mossa riflette la crescente complessità che incontrano gli affari quando si tratta di confrontarsi con l’amministrazione Trump. Trump ha incontrato gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Boeing, chiedendogli di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, e nel mentre acclamava ogni annuncio di incremento di impiego nelle aziende come un successo, sebbene quegli incrementi fossero stati programmati ben prima della sua vittoria presidenziale.

Ma non tutti i leaders delle aziende si sono avvicinati a Trump. Schultz ha aggiunto che Starbucks cercherà di comunicare più frequentemente con i lavoratori, dicendo “Anche io sento la preoccupazione che tutti voi state provando: la civiltà e i diritti umani che noi tutti abbiamo dato per scontati così a lungo sono sotto attacco”.

 

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

Sconfitto a Roma e a Torino dal Movimento 5 Stelle – la formazione “anti-sistema” – il partito democratico del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ne esce indebolito dalle elezioni municipali del 19 giugno. È da credere che la sua riforma del lavoro, il famoso Jobs Act, ha sedotto più i media, i circoli dei datori di lavoro e i socio-liberali europei che gli elettori italiani.

Matteo Renzi adora presentarsi come un dirigente politico moderno ed innovativo. Così, la sua riforma del mercato del lavoro voleva liberare i paesi dai suoi arcaismi e fare diminuire la disoccupazione. Conosciuto come Jobs Act, le misure adottate dal suo governo per rilanciare il lavoro non hanno fatto che spingere ancora più lontano la logica delle vecchie ricevute liberali.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro in italia è cominciata nel 1985, quando i partenariati sociali (federazioni sindacali, patronati e ministero del lavoro) hanno firmato l’accordo ScottiOltre a limitare l’indicizzazione dei prezzi sui salari, questo testo introduce anche il primo contratto atipico, a durata determinata è destinato ai giovani il “contratto di formazione e lavoro”. A partire da quel momento, numerose leggi hanno ingrandito la gamma di contratti disponibili, tant’è che ora ne esistono più di quaranta.

Nel 1997, la legge Treu ha legalizzato i contratti temporanei; nel 2003, la legge Biagi-Maroni ha inventato il contratto di subappalto. Nel 2008 è stato messo in atto il sistema dei voucher, questi buoni di lavoro del valore di €10 all’ora utilizzati soprattutto da attività poco professionali. La diversificazione dei tipi di contratto è stata accompagnata da misure miranti ad accrescere il potere del datore di lavoro. Tra le più recenti, la legge detta del “lavoro collegato”, votata nel 2010, limita la possibilità da parte dei salariati di fare ricorso in caso di eventuali abusi da parte del titolare; mentre la legge Fornero (2012) facilita i licenziamenti per ragioni economiche.

Le riforme messe in atto da Matteo Renzi  nel 2014 e 2015 si adattano alla continuità di questa storia, può essere che la completeranno, per quanto hanno istituzionalizzato la precarietà. Così, il Contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti”, entrato in vigore nel 2015, non ha questo granché di perenne né di produttivo. Nel corso degli primi tre anni, i datori di lavoro potevano mettere fine a un contratto in qualunque momento e senza motivazione. Il loro unico obbligo è di versare al lavoratore licenziato un’indennità proporzionale al suo grado di anzianità. L’emblematico articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga a giustificare tutti i licenziamenti individuali per giusta causa (rubare, assenteismo, ecc.) si ritrova così messo tra parentesi per 36 mesi. La formula ricorda il contratto a primo ingaggio immaginato dal primo ministro francese Dominique de Villepin nel 2006, solo che le dispositive italiane non sono limitate ai minori di 26 anni ma a tutti.

Il governo Renzi ha anche deregolamentato l’uso dei Contratti a Durata Determinata. Da marzo 2014, la legge Poletti, – dal nome del ministro del lavoro Giuliano Poletti – permette ai datori di lavoro di ricorrere senza giustificarsi e quindi di rinnovarli fino a cinque volte senza periodo di carenza. Questa limitazione è per di più teorica: non si applica alle persone, ma ai posti di lavoro. Basta modificare sulla carta un fascicolo per condannare un salariato al lavoro instabile a vita.

In queste condizioni, perché i datori di lavoro dovrebbero scegliere i Contratti a Durata Indeterminata “a tutele crescenti” piuttosto che  una serie di Contratti a Durata Determinata? La risposta è semplice: per un interesse finanziario. Il governo Renzi in effetti ha messo in pratica delle agevolazioni fiscali che permettano, per tutti i Contratti a Durata Indeterminata firmati nel 2015, di economizzare fino a €8000 per anno. Costringendo a l’austerità, questo dispositivo molto costoso per lo Stato è stato rivisto dalle basi dalla legge di stabilità 2016, ed ora le agevolazioni si sono stabilizzati intorno ai €3300. Il Jobs act ha creato quindi un effetto peso morto: fare firmare un contratto “a protezione crescente”, è poi licenziare il lavoratore senza giustificazione, diventa più remunerativo rispetto a un  Contratto a Durata Determinata. L’inclinazione dei Contratti a Durata Determinata verso i Contratti a Durata Indeterminata permette di gonfiare artificialmente le cifre del lavoro detto “stabile”, e nello stesso tempo anche la precarietà continua ad aumentare.

Le riforme di Matteo Renzi non hanno innescato scioperi o manifestazioni comparabili al movimento anti legge di El Khomri in Francia. Contrariamente alla sua vicina, l’Italia non ha una soglia minima di salario, fatta eccezione per le professioni coperte da convenzioni collettive, che proteggono un numero sempre più ristretto di lavoratori (meno del 50% oggigiorno). Altrimenti, il “principio dei favori” non esisterebbe: niente obbliga gli accordi di impresa a proporre condizioni più vantaggiose per il lavoratore degli accordi di filiale, i quali a loro volta, non sono necessariamente più favorevoli del codice del lavoro. I lavoratori sono così più vulnerabili alle minacce dei loro datori di lavoro.Il paese non ha per giunta  l’equivalente delle ritenute di solidarietà attiva (revenu de solidarité active), anche sotto condizioni di ricollocamento professionale. Gli ammortizzatori sociali sono pensati soprattutto per i Contratti a Durata Indeterminata; la massa dei nuovi precari se ne trova esclusa. Collegato alla crisi economica, alla fragilità dei sindacati, alla stagnazione delle ritenute e al rafforzamento del controllo patronale – Il Job Act autorizza determinate tecniche di controllo a distanza dei dipendenti, a rischio di danneggiare la loro vita privata -, questa situazione spiega la debole resistenza riscontrata per le recenti misure attuate.

Più del 40% dei giovani sono disoccupati

Al fine di difendere le loro riforme, Matteo Renzi e i suoi ministri si sono nascosti dietro le stesse argomentazioni dei loro predecessori a Roma e del loro omologhi conservatori in Germania o socialista in Francia: l’ ”assottigliamento” del codice del lavoro sarà una condizione necessaria (e sufficiente) per costruire un’economia moderna e abbassare la disoccupazione, in particolare quella dei giovani. <L’articolo 18 è datato all’anno 1970, e la sinistra allora non aveva neanche votato. Noi siamo nel 2014; questo diventa prendere un I-Phone e chiedere: “Dove va messo il gettone?”, o a prendere una fotocamera digitale e provare a metterle il rullino> ha stimato il Presidente del Consiglio.

Il governo e molti media presentano Jobs act come un successo indiscutibile <mezzo milione di lavoratori a Contratto a Durata Indeterminata creati nel 2015. L’Istituto Nazionale delle statistiche dimostra l’assurdità delle polemiche su Job Act>, sbandiera M. Renzi su Twitter il 19 gennaio 2016. <Con noi, le tasse diminuiscono e il lavoro aumenta> scriveva ancora il 2 marzo. Questo è vero nel 2015, per la prima volta dopo l’inizio della crisi economica che ha distrutto all’incirca un milione di impieghi la curva della disoccupazione è stata leggermente invertita: 1,8… Dopotutto, questa diminuzione modesta si spiega soprattutto per il colpo di polso fiscale che ha accompagnato la creazione di Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crociata”. Il periodo probativo è di 3 anni bisognerà attendere 2018 per stipulare un bilancio di questi nuovi contratti; ma possiamo già constatare che il ribasso degli incentivi finanziarie ha dato come risultato una contrazione immediata della creazioni di impieghi. Il numero di Contratti a Durata Indeterminata firmati nel primo trimestre 2016 è in ribasso 77% in confronto agli stessi mesi dell’anno precedente.

Inoltre, la diminuzione della disoccupazione nel 2015 maschera il ricorso esponenziale al sistema dei voucher, in particolare nei settori poco qualificati dov’è i lavoratori sono considerati come intercambiabili. Nel 2015, 1,38 milioni di persone erano concerni (contro 25 000 nel 2008) e 115 milioni di buoni sono stati venduti (contro 10 milioni nel 2010). Logicamente anche il tasso di precarietà ha seguito una curva ascendente: dai dati forniti dall’Organizzazione della cooperazione dello sviluppo economico (OCDE), nel 2011, il 43% dei giovani Italiani si trovarono in una situazione professionale instabile; nel 2015, sono stati quasi 55%. Nello stesso tempo il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni è salita di dieci punti per superare la bara del 40%.

L’Italia tuttavia non ha risparmiato i suoi sforzi per conformarsi alle norme dell’economia moderna: il “grado di protezione dell’occupazione” – un indice immaginato dall’OCDE per misurare la “rigidità” del mercato del lavoro – si è abbassato di un terzo in dieci anni…

Dal suo arrivo alla presidenza del Consiglio, Matteo Renzi ha impostato tutto su una politica dell’offerta. Oltre a Jobs Act, le leggi di stabilità 2015 e 2016 hanno pianificato delle diminuzioni delle imposte sulle aziende, una riduzione delle tasse sul patrimonio, una diminuzione delle dispensa della collettività locale, alla privatizzazione dicesti servizi pubblici (nel settore trasporti dell’energia o delle poste). Secondo la filosofia che guida queste misure, l’aumento dei profitti e la diminuzione dei costi avranno come risultato automatico un aumento degli investimenti, e dunque della produzione e dell’impiego.

Questo ragionamento è largamente falso. Il tasso di disoccupazione in Italia non si spiega dalle strutture interne del mercato del lavoro: è il risultato, innanzitutto, della debolezza della domanda, perché nessun imprenditore rischia di aumentare la produzione se teme che i suoi prodotti o i suoi servizi non troverebbero nessun acquirente. Ora, il governo Renzi non ha fatto niente per rilanciare la domanda in maniera strutturale: ne salari minimi, ne riforme della protezione sociale in favore dei salari troppo bassi, né ritenute garantite.   

Risultato, dal 2014, il prodotto interno lordo(PIL) stagna, e il rapporto debito /PIL non è vicino a ridursi perché il denominatore del rapporto non aumenta.

Il Jobs Act ha diviso il mercato del lavoro in tre segmenti principali, e ognuno di loro vede l’instabilità eretta ad opera d’arte. Il primo raggruppa i giovani senza titolo di studio, che entrano generalmente nella vita attiva con dei contratti di apprendistato (poco pretenzioso) e, di più in più dei voucher (ancor meno pretenziosi). Nel secondo, dove troviamo i giovani che dispongono di un livello di qualificazione medio o elevato (diploma o laurea). Per favorire il loro inserimento il governo si appoggia sul piano “Garanzia Giovani”. Finanziato dall’Unione Europea è destinato alle Nazioni che dimostrano un tasso di disoccupazione elevato, questo piano mira ufficialmente a migliorare impiegabilità dei giovani e di proporli, attraverso delle piattaforme regionali che uniscono aziende private e pubbliche, dei “percorsi di inserimento” adattati ai bisogni delle stesse aziende: il servizio al civico (gratuito), lo stage (quasi gratuito), è il lavoro benevolo. All’inizio sperimentato nel 2013 per l’assunzione di 700 persone in vista dell’Esposizione Universale di Milano, questo modello è stato successivamente applicato a livello nazionale. Ha già permesso di occupare 600.000 giovani e di farli uscire, a buon mercato, dalle statistiche della disoccupazione. Infine, per il resto del lavoratori – sarebbe a dire gli attivi di 30 anni e più – i Contratti a Durata Determinata rinnovati all’infinito e i Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crescente” sono destinati a diventare i contratti standard fino all’età della pensione. Solo gli impiegati giudicati efficaci, indispensabili al centro del mestiere dell’azienda, saranno assunti in maniera stabile e fidelizzata.

Come evidenziato dal piano “Garanzia Giovani”, il lavoro gratuito, alimentato “dall’economia della promessa” che rimette sempre a più tardi l’ottenimento di un lavoro remunerato è stabile, diventa la nuova frontiera della deregolamentazione del mercato del lavoro italiano. Le riforme di Matteo Renzi hanno consacrato lo statuto di precarietà, conferendogli una natura a volte strutturale e generalizzata. Lo sviluppo della precarietà figura giustamente tra le prime cause della stagnazione dell’economia dell’Italia, che serve a giustificare le misure miranti ad accrescere la precarietà del lavoro…

Articolo originale qui

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Se in America c’è ancora bisogno di personaggi celebri come Leonardo di Caprio per convincere gli indecisi e i disinformati sulla gravità dei cambiamenti climatici, in Europa sembra che molti ne siano già ampiamente consapevoli e preoccupati.

Per fortuna.

Eppure dinanzi alle immagini di calotte polari in scioglimento, specie animali in via di estinzione, scandali ambientali di imprudenti multinazionali e allarmanti affermazioni di politici, ci sale quasi un senso di impotenza. Ma non è così.

È proprio questo il momento per intervenire a livello sociale e politico, ma non solo. Se i trattati internazionali e le direttive comunitarie con i loro standard impongono una direzione al mondo, i passi da compiere richiedono il coinvolgimento di ciascun individuo nella sua sfera personale. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Come?

Attraverso un consumo sostenibile e responsabile che oggi trova facile applicazione grazie allo sviluppo dell’economia circolare.

L’economia circolare è un sistema economico che si basa sulla massimizzazieconomia circolareone delle risorse esistenti e il reinserimento nel ciclo produttivo di quelle risorse che in un sistema economico di tipo lineare si chiamerebbero “rifiuti”.
Un sistema chiuso e rigenerativo grazie al riciclo e il riuso, che trova secondo alcuni piena razionalità economica.

La cosa interessante è che i vantaggi per il mondo imprenditoriale di creare modelli di business ispirati ai principi di economia circolare sono così rilevanti e molteplici che viene da chiedersi perché nessuno non ci abbia pensato prima. Infatti l’economia circolare opera in una logica “Everyone win”: il produttore, il consumatore e l’ambiente.

Il produttore che massimizza l’uso delle materie prime, incentiva la riconsegna del prodotto reinserendolo nel processo produttivo, risparmia nei costi di produzione e manutenzione. Il consumatore ne trae un vantaggio di costo in molti casi dato che i prodotti acquistati sono concepiti per durare di più. E per l’ambiente l’effetto è ovvio.

 

Oggi, agire secondo i principi dell’economia circolare è ancora più facile grazie all’innovazione tecnologica. Molte imprese si stanno concentrando su un’ offerta di servizi, più che di prodotto, che puntano ad un risparmio economico per il produttore e il consumatore, con ovvie esternalità positive sull’ambiente.

Ecco un classico esempio: avete mai pensato per esempio di affittare una lavatrice piuttosto che acquistarla? Secondo alcuni studi, questo servizio permetterebbe al consumatore un risparmio di un terzo per ciclo di lavaggio e a ai produttori un guadagno di circa un terzo più alto.

economia circolare

Nel settore della telefonia, alcune imprese come la Fairphone stanno realizzando modelli di cellulare destinati a durare quasi in eterno, perché completamente smontabili nelle più piccole componenti così che al primo guasto basterebbe sostituire la parte difettosa e non l’intero prodotto.

D’altra parte alcune aziende come l’Apple incentivano i consumatori a riconsegnare il prodotto dopo solo un anno di vita in cambio di un prodotto completamente nuovo e aggiornato, pagando un prezzo fisso annuale.

Quanto invece all’ autovettura, sembra che non sia più un mezzo strettamente necessario soprattutto nelle grandi città dove trasporti pubblici e sistemi di car sharing sono efficienti e ben integrati. Eppure, per molti, disporre di un’automobile propria è una condizione quasi inderogabile e fa parte di uno status sociale e culturale ben consolidato.

Con la crescita dell’economia circolare, le cose potrebbero cambiare. La proprietà assoluta di un bene non è più necessaria e diviene invece temporanea o addirittura condivisa.

La sharing economy è un tassello fondamentale nella transizione ad una economia più circolare ed è promotrice anche di un cambiamento sociale, basato sull’ottimismo e la fiducia nel prossimo, il piacere della condivisione e il desiderio di vivere e raccontare nuove esperienze. Il successo di startups come Airbnb, Uber e Blablacar ha dimostrato che, laddove vi è qualità e risparmio, i consumatori prediligono soluzioni più “amiche” dell’ambiente.

Eppure in Italia, si tende ancora a salvaguardare di più gli interessi dei “vecchi” e dei “grandi” piuttosto che i diritti dei “nuovi” e dei “piccoli”, con riferimento per esempio ad Uber, definito un caso di concorrenza sleale. Seppur Uber rappresenti un caso particolare, non c’è niente di sleale nel fatto che l’innovazione tecnologica apra le porte a nuovi modi di fare business, più veloci, facili e flessibili, e ben vengano se a guadagnarci è l’ambiente.

economia circularTuttavia, l’ attenzione sul tema dell’economia circolare in Italia è crescente. E se ne sono accorti anche all’estero.

Durante l’incontro COTEC sull’economia circolare tenutosi soli due mesi fa a Lisbona, in cui era presente persino il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa, la fondatrice dell’ Ellen MacArthur Foundation elogiava dinanzi ad una platea internazionale la città di Milano per l’eccellente gestione dei rifiuti (soprattutto l’organico) e la Banca Intesa San Paolo per gli ingenti investimenti in ricerca sul tema.

La transizione da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare è un processo lento, ma la sua accelerazione dipende soltanto da noi. Davanti alla seria minaccia di ciò che è più caro, la vita, non c’è liberismo che regga.

La “responsabilità sociale d’ impresa” è un principio intrinseco alle imprese commerciali e deve figurare come obbligo sociale e morale, a cui tutte le imprese naturalmente aderiscono. Insomma,per un’impresa moderna essere socialmente responsabile non è più una scelta opzionale che ci permette di distinguere tra un’elite di imprese più “etiche” da quelle incuranti dell’impatto ambientale. Tutte le imprese devono adottare rigide misure per la massimizzazione dell’uso delle risorse. Non solo, si deve puntare ad un completo riutilizzo delle materie, come già accade in Olanda.

A tal proposito servono grossi disincentivi al consumo di nuove risorse e un alleggerimento dell’apparato legislativo per favorire lo sviluppo di modelli di business innovativi ispirati ai principi dell’economia circolare. Non dimenticando però che il contributo individuale nelle piccole scelte quotidiane è essenziale.

D’altronde, come ricorda la famosa esortazione Volterriana, “coltivare il nostro giardino” è l’unico atto di potenza che ci resta.

 

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

In copertina: la corona svedese. Fonte qui

Gli ultimi report parlano di una fatina dei denti visibilmente sconvolta ed agitata. Diversi enti governativi nel mondo stanno pensando a possibili soluzioni di digital currency, da affiancare alla normale valuta fisica e la Svezia sta studiando il sistema per sostituirla completamente. I suoi analisti prevedono il fallimento certo a seguito della sparizione dell’ultima banconota o centesimo di moneta nel mondo.

Tornando seri, per la Svezia il passaggio alla moneta elettronica potrebbe sembrare così semplice da dover essere automatico, ma molti, in Italia in primis, ma anche in Europa e USA, non vedono la fattibilità del cambio radicale. Facciamo un passetto indietro e cerchiamo, però, di comprendere cos’è esattamente una moneta elettronica, o digital currency.

Le digital currencies sono nate attorno al 1995-2000, quando alcune aziende – che oggi definiremmo start-up – della bolla DotCom, crearono delle valute alternative (la prima importante fu la e-Gold). Queste, però, per dei limiti prima tecnici e poi amministrativi furono bandite dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto inseribili nella stessa categoria, è necessaria una ulteriore distinzione tra virtual currency e cryptocurrency:

  • La Banca Centrale Europa definisce le virtual currencies come: “Un tipo di moneta non regolamentata, digitale, la quale è messa e solitamente controllata dai suoi sviluppatori ed utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale”. Queste monete virtuali chiuse sono utilissime per le economie interne di alcuni servizi online, quali, ad esempio, la maggior parte delle app mobile (si veda l’oro in World of Warcraft o qualsiasi altro gioco moderno, per smartphone o multipiattaforma). Queste, assieme alle valute ad unica direzione (come i Facebook Credits o gli Amazon Coins), motorizzano parte delle transazioni della Rete, ma non sono mai uscite dal recinto del Web.
  • Le cyptocurrencies, invece, sono delle valute completamente digitali che, utilizzando sistemi di crittografia avanzata, rendono sicure le transazioni e la generazione della moneta stessa. La più famosa cryptovaluta è sicuramente il Bitcoin, che sfrutta la dispersione del peer2peer, e soprattutto la crittografia, per rendere sicure, anonime ma tracciabili, dato che il sistema proof of work tiene traccia delle transazioni completate, tutti gli scambi di valuta. Questo sistema, a differenza della valuta virtuale, può e vorrebbe assurgere a vero competitor della moneta tradizionale.

Bisognerebbe notare come anche le valute a corso legale possono essere utilizzate elettronicamente: qualunque possessore di un conto corrente bancario ha effettuato un bonifico online o tutti abbiamo utilizzato, almeno una volta, una carta di credito o debito per comprare l’oggetto più inutile del momento su Amazon. Il funzionamento sarebbe lo stesso, ma la base fondante completamente diversa: una digital currency rimarrebbe sempre e comunque elettronica, permettendone la tracciabilità in ogni caso. Una valuta classica, invece, una volta “trasformata” in contante, non sarebbe più rintracciabile se dovesse uscire dai canali elettronici della banca.

Questo non sottintende, però, che le valute classiche siano terribili mentre una digital currency debba essere considerata come una manna dal cielo, ma il sistema del contante è, a mio avviso, indubbiamente arcaico. Una società dove l’elettronica avanzata non è diventata semplicemente importante, ma fondamentale per le nostre vite, passare da un portafoglio in pelle ad uno digitale non è così sbagliata come idea, e lo hanno capito da molto tempo gli svedesi.

La Svezia, infatti, sta seriamente pensando di passare ad una moneta nazionale completamente digitale. Una digital currency svedese, e-Krona: sarebbe una svolta epocale per l’economia, ma difficilmente replicabile, a breve termine, nel resto del Mondo. Possiamo dire che gli svedesi non hanno mai amato il contante, dato che dal 1950 ad oggi il valore del contante rispetto al PIL è sceso dal 10% all’1,5% e la maggior parte delle attività non accettano neppure il contante, anche e soprattutto le banche. Una nazione con un debito statale basso rispetto alle medie internazionali (circa al 50% del PIL), una economia solida (in crescita negli ultimi anni oltre il 2%), matura ed innovativa, focalizzata sull’elettronica, industria tecnologica e terziario avanzato. Potreste pensare che la moderna economia svedese sia il motivo del possibile cambio ad una digital currency, ma la base è sociale, non economica.

Gli svedesi, infatti, si fidano ciecamente del loro governo e, soprattutto, pagano le tasse. In Svezia, sebbene la pressione fiscale sia particolarmente alta, la tracciabilità e il pagamento tributario non sono mai stati un problema. È questione proprio di mentalità: statunitensi, britannici ed europei semplicemente non hanno abbastanza fiducia nel sistema economico della loro zona e della loro nazione (sebbene i presupposti di stabilità economica per un cambio del genere non siano presenti in alcuni stati). La Svezia preferisce il pagamento elettronico proprio perchè non sente la necessità di un denaro “da toccare”. Non ha il timore che la banca X o Y possa fallire o vedere i suoi risparmi andare in fumo perchè lo Stato li ha sequestrati.

In definitiva, la digital currency, o meglio l’economia digitale, sarà il futuro dell’umanità, senza dubbi. I mezzi tecnologici ci sono e, in questo caso più che in altri, ci attendono per migliorare e semplificare la nostra vita. Sarà nostra cura cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Il contante, per quanto rassicurare le nostre paranoie con la sua fisicità, ha un costo di mantenimento ed una difficoltà importante nella tracciabilità. Il digitale sta colonizzando le nostre esistenze, non è il caso di rimanere nel vecchio secolo.

 

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