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Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Nanni Moretti è un autarchico.

Nanni Moretti è un uomo pieno di idiosincrasie e l’unico modo che ha per esorcizzarle è attraverso il suo cinema, quello che molti di noi fanno su un divano parlando con lo psicologo, lui lo fa attraverso una macchina da presa.

Soprattutto nella prima parte della sua carriera c’è davvero un momento molto visibile dove non esiste più il Nanni Moretti regista e attore, nè il personaggio autobiografico di Michele Apicella,da lui interpretato per quattro diversi film (giusto per non lasciar molti dubbi, il cognome è quello della mamma di Moretti) ma questi si mischiano fino a non capire dove ci sia la sceneggiatura e dove invece la recitazione venga sostituita dalla realtà. Si tratta di un’operazione che ha un analogo da un punto di vista autoriale soltanto in un’altra occasione, è l’Antoine Doinel protagonista della saga di film di Truffault che parte da “I 400 colpi” per finire con “L’amore fugge”.

(Il personaggio di Michele Apicella in Bianca, il terzo dei film di Moretti con questo personaggio come protagonista principale)

 

“Palombella Rossa” è l’ultimo episodio della saga di film che hanno come protagonista Michele Apicella e che qualche giorno fa ha aperto la rassegna estiva organizzato dal “Nuovo Sacher” (la Sacher-torte farà venire in mente qualcosa agli ammiratori del regista romano): per l’occasione Nanni Moretti stesso ha presentato il film mettendo in luce come in molti, all’interno della critica, non lo compresero quando uscì.

In questo film, Apicella è un dirigente del PCI che però per un banale incidente all’inizio del film, perde la memoria. E quindi tutto il film si gioca su una specie di meccanismo alla Memento in una chiave che è impossibile definire se non riferendoci a ciò che provoca il cinema di Moretti: è quella sensazione agrodolce che ci punge anche quando sorridiamo con lui, mai di lui. Tutto ciò avviene perché quello che lo rende così riconoscibile è l’ampliare le sue nevrosi e vedere come esse in realtà corrispondano anche alle nostre.

 

Moretti stesso ha raccontato molti dei retroscena della lavorazione del film, ci furono tantissime difficoltà: scelse lui stesso di girare fuori Roma, a differenza di film come Bianca, e partiva con evidenti mancanze nella sceneggiatura che venne completata sul set. La lavorazione si prolungò per le evidenti difficoltà fisiche, svolgendosi il film in una piscina e durante una partita di pallanuoto, e quindi c’erano evidenti difficoltà perché come il regista ricordava: “dovevo dirigere attori che non erano pallanuotisti e pallanuotisti che non erano attori”. La regia aveva la necessità che alcune azioni della partita andassero a finire in un determinato modo, ad esempio con la palla in gol, per concentrarsi attraverso i movimenti della cinepresa su ciò che accadeva fuori, con tutti i personaggi che si relazionavano con Michele Apicella. Tra cui spiccano i due giornalisti che continuano a torchiare Michele per scucirgli dei nomi di deputati da denunciare.

Sulle parole si gioca un’altra partita molto importante, che emerge da un altro incontro con un’altra giornalista che vuole intervistare Apicella, e che rielabora costantemente i suoi pensieri non capendoli e filtrandoli attraverso il suo linguaggio moderno ma svuotato di significato, di cui “trend negativo” rappresenta l’esempio lampante nel film ed è diventata una delle battute proverbiali.

 

L’amnesia è quello che continua ad affliggere il protagonista, che non sa quale ruolo deve ricoprire all’interno della piscina, durante la partita di pallanuoto che lo vede protagonista: molteplici ricordi ci fanno vedere come da bambino non volesse entrare nella piscina, che avesse paura dell’acqua. La piscina è una metafora molto forte della politica e il comportamento manifesto del bambino che rifiuta di entrare in acqua ripercorre lo dello straniamento del protagonista nei confronti della politica e del PCI in primis. Palombella Rossa è una parabola incalcolabile sulla storia della sinistra e del PCI di quel periodo ed è quantomai attuale, alla luce delle comunali che hanno sancito una nuova crisi all’interno dei nuovi partiti di sinistra. Lo stesso Moretti ha ricordato come i critici di sinistra non riuscivano a contestualizzare la crisi di Apicella, gli dicevano che il film non era sul PCI di Occhetto ma di Natta, quindi anacronistico, la crisi non era più lo stato in cui il movimento comunista versava in Italia. Ebbene, due mesi dopo il Muro di Berlino crolla e con lui crolla il direttorio comunista, mandando in una crisi il versante di sinistra. Non solo, la crisi di cui soffre il protagonista, probabilmente era sintomo di un esaurimento della vena creativa di Moretti, che ormai doveva lasciare i panni del suo “doppio”.

E riflettendoci a posteriori, il regista indugia in questo senso affermando che a posteriori l’amnesia di cui soffre Michele nel film, a livello personale significava quasi un rigetto nei confronti del personaggio. Michele dimentica chi è perché il Moretti regista e sceneggiatore voleva muovere in avanti rispetto a questo personaggio.

Come già detto, il film parte da una simbologia molto immediata, la partita di pallanuoto che Apicella affronta in trasferta è come il PCI vedeva la politica, il risultato finale della partita è di 8-9 come l’anno d’uscita del film. Questo dualismo si nota nella scena del rigore, la soluzione politica che Apicella auspica per il partito è quella di una mobilitazione totale della gente, la stessa gente che in coro si ritrova a cantare “E ti vengo a cercare” con il protagonista stesso durante il rigore che vale la partita. Il rigore, Apicella lo sbaglia tirando a sinistra e questo la dice piuttosto lunga sulla interpretazione della crisi dell’epoca secondo Moretti.

Uno degli strumenti di aggregazione molto forti è rappresentato dalla musica stessa, la rimonta della Ac Monteverde (la squadra di pallanuoto di Moretti ha il nome del quartiere di Roma in cui vive) avviene sotto le note di I’m on fire di Bruce Springsteen dove la regia si sofferma inquadrando i volti dei protagonisti, nel momento in cui deve tirare il rigore decisivo, Apicella viene sostenuto da tutto il pubblico che canta con lui “e ti vengo a cercare” di Franco Battiato.

 

Riuscire ad essere così pungenti e così lucidi nel saper trasmettere il senso di crisi pur rimanendo equilibrati nella divisione tra il protagonista e il movimento di cui fa parte è una cosa complicatissima oltre che un gran risultato per un film che ricordiamolo, partiva con delle zone d’ombra nella sceneggiatura.

Palombella Rossa” non è quindi il racconto di una partita, o almeno non solo: rappresenta anche dei meccanismi molto più personali della fine di un movimento civile e politico. Ed è questo alternarsi di registri, la connessione al mondo fanciullesco che probabilmente rappresenta uno dei film più maturi ma innovativi di Nanni Moretti.

 

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

L’Odio (La Haine) : la recensione

L’Odio (La Haine) : la recensione

Ci sono un nero, un arabo e un ebreo. Non è l’inizio di una barzelletta da Bar dello Sport, sono i protagonisti de L’ Odio, film in cui verrà descritta la loro giornata successiva alla guerriglia con la polizia, causata dal grave ferimento del sedicenne Abdel durante un interrogatorio.

Vinz(Vincent Cassel), Saïd(Saïd Taghmaoui) e Hubert(Hubert Koundé) sono degli aspiranti rivoluzionari che passano il loro tempo raccontandosi aneddoti, girovagando per le strade della banlieue di Parigi senza meta e fumando qualche spinello. Il senso di noia è amplificato dalla mancanza di dilatazione temporale, infatti il film si sviluppa interamente nell’arco di una giornata. Giornata in cui tutte le televisioni sono sintonizzate sulle reti che trasmettono gli ultimi aggiornamenti sugli avvenimenti della notte precedente e sulla instabile condizione medica di Abdel.

I tre ragazzi di vita(riprendendo il titolo di un noto romanzo di Pier Paolo Pasolini, che narra le vicende di giovani appartenenti al sottoproletariato urbano) descritti rappresentano dei pannelli distanziometrici dal disfacimento, con Hubert che è il più riflessivo e meno propenso a cacciarsi nei guai, Saïd che si barcamena tra senso di responsabilità e violenza, e infine Vinz, un Accattone in chiave anni ’90, una bomba a orologeria carica di odio verso il sistema, col rischio costante che esploda nella maniera peggiore. Ed Il pericolo che si cacci nei guai da un momento all’altro nasce quando ritrova una pistola persa da un poliziotto durante gli scontri e confida agli amici di volerla utilizzare al più presto per vendicare Abdel. Una situazione che genera tensione negli spettatori, i quali notano facilmente fragilità e contraddizioni di un disperato senza futuro, convinto di diventare un duro facendo credere agli altri di esserlo e mettendosi spesso in situazioni sul filo del rasoio.

Ma se è vero che l’amore genera amore, come ci suggerisce Hubert ‘l’ Odio chiama l’ Odio’, sentimento chiave del film che dunque non è unilaterale:così come la gioventù bruciata lo nutre nei confronti della polizia, quest’ultima non porge certo l’altra guancia e mette nei guai persone innocenti per puri pregiudizi, causa tra l’altro dell’odio provato dalla società verso questi ragazzi.

Come andrà a finire?

L’intro con Burnin’ and Lootin’ di Bob Marley & The Wailers a fare da sottofondo alle immagini documentaristiche di archivio reali raffiguranti la guerriglia urbana, ci immerge già nel clima di chi sta per guardare un film che da ogni appassionato di cinema dovrebbe essere visto come un sommelier osserva uno Chateau Lafite Rothschild. “We gonna burn and loot tonight” cantava Bob Marley, la cui traduzione è “Stanotte bruceremo e saccheggeremo”, e questo sembra essere l’inno dei quartieri di Parigi dove ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’, come Fabrizio De André poetava nella sua Città vecchia, quelle realtà popolari di cui l’alta società si disinteressa.
In un’epoca in cui gli esseri umani danno poca importanza a problematiche ritenute di secondo piano, tra cui l’odio con le sue molteplici sfumature che spaziano dal razzismo alla misoginia, appare più che mai attuale questa pellicola del 1995, ed ancora più attuali sono le parole che, nell’aneddoto più famoso del film, si ripete l’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, facendo da eco alle allucinazioni della società:“Fino a qui tutto bene”.

Questa opera targata Mathieu Kassovitz, vincitore della miglior regia al 48° Festival di Cannes, ha destato, oltre che scroscianti applausi da spettatori e critici di tutto il mondo, scalpore e sgomento tra gli agenti a causa del ritratto brutale della polizia.
La scelta di girare il film interamente in bianco e nero è certamente una scelta coraggiosa, ma coerente col messaggio lanciato:le immagini a colori, infatti, con la loro cromia distraggono e talvolta non trasmettono l’intimità a cui il racconto mira, limitandosi ad una visione spesso più superficiale; il bianco e nero, al contrario, trascende questa superficialità, e nel corso del film ci dona immagini da cui traspaiono i diversi spiriti dei protagonisti.
I virtuosismi tecnici di una regia superba fanno da contraltare ad una trama più che mai lineare, che non confonde lo spettatore, ma anzi lo tiene incollato davanti allo schermo con l’ausilio di una sceneggiatura simbolica(si pensi alla vacca che ossessiona Vinz) condita da discorsi frivoli alternati ad altri con una nuance filosofica.

Da chi sia nato questo odio non possiamo saperlo, ma per dare una spiegazione alla sua onnipresenza possiamo parafrasare il filosofo francese Jean Paul Sartre:

Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”. Imperdibile.

 

Storia di un film maledetto. Da Jodorowsky a Lynch: Il caso “Dune”

Storia di un film maledetto. Da Jodorowsky a Lynch: Il caso “Dune”

Esistono storie che solo alcuni uomini sono capaci di raccontare. Ci sono storie mai raccontate e storie raccontate e andate perdute che continuano ad esistere perché ad essi legate. E il racconto di una storia mai raccontata o di uomini che sapevano raccontare sa sopraffare, avvolgendo con il suo alone leggendario, tutto ciò che sarà raccontato successivamente risentendo,quest’ultimo, della superiorità di qualcosa che è stato e non ci è pervenuto.

Una storia complessa, che doveva essere raccontata,  l’ha saputa raccontare nel 1965 Frank Herbert: “Dune”.

Copertina del libro Dune, edizione Nord

Il noto romanzo fantascientifico è dotato di una trama vivace in cui convogliano tante dinamiche quotidiane translate in un’ambientazione galattica futura e dove, sapientemente, l’autore combina molteplici livelli di lettura con particolare attenzione alla descrizione degli ambienti, ai costumi sociali e alla dimensione introspettiva.
La letteratura è sicuramente uno dei supporti più interessanti con il quale è possibile creare infiniti mondi. In questo caso una narrazione come Dune, in forma scrittoria, ha la possibilità di esplicarsi in tutte le sue intenzioni e dar luce in maniera equilibrata ad ogni componente.

Ma un supporto come il cinema come renderebbe una storia così intrisa di concetti filosofici, antropologici e sociologici?

L’uomo della psicomagia e dei tarocchi Alejandro Jodorowsky comprese la portata del messaggio che Dune era capace di offrire.
Il regista cileno era all’apice della sua carriera quando nel 1974 gli venne chiesto di cosa avrebbe trattato il prossimo film. Non aveva mai letto il romanzo del ’65 ma come folgorato decise che il racconto di Herbert doveva essere anche il suo.

“Avevo trovato un libro che era la continuazione dei film che scrivevo. Quel tema mi permetteva di fare di questo film una profezia e di pormi al servizio di un’idea capace di realizzarmi. Quel pianeta deserto, con una nuova razza che si adattava a delle nuove condizioni ecologiche, forse era il simbolo di una città come New York, dove avrebbe potuto nascere una razza di giovani guerrieri adattati in maniera mutante alle attuali condizioni di inquinamento intellettuale, emotivo, sessuale e corporeo”.

Una ferrea dedizione, sofferta ma anche animata da grandi aspettative caratterizzò la preparazione della durata di due anni del film. La sua era un’idea alta, strettamente di natura spirituale, perciò chi doveva affiancarlo doveva condividerne “la stessa anima”: Gli spiritual warriors. Tra i grandi nomi coinvolti fondamentali sono quelli dell’illustratore Moebius con cui immediata e complice fu la collaborazione; Salvador Dalì; i Pink Floyd con cui però non pochi furono i diverbi.

L’imperatore delle galassie, cui personaggio doveva essere interpretato da Dalì. Illustrazione di Moebius

L’entusiasmo con il quale si portò avanti il progetto rifletteva la grandiosità di quello che ne sarebbe stato l’esito, l’esito mai concretizzatosi: le majors americane non gli concessero finanziamenti in quanto non fiduciosi dell’attrattività che un Jodorowsky potesse avere sulle masse. I soliti meccanismi commerciali in termini di business a cui, però, il regista non intendeva sottomettersi. Aveva inteso che l’altezza delle sue intenzioni erano vane in quell’ambiente e decise di abbandonare il racconto,arrendendosi agli sciacalli. I diritti furono venduti ad Hollywood, fu Dino De Laurentis a comprarli, e ne affidò la regia  a David Lynch.  Ad oggi  esistono solo due copie della sceneggiatura originale e i disegni di Moebius con cui si regolavano le inquadrature, la fotografia, il design dei costumi e delle macchine.

”Quando si spendono 250 milioni di dollari, il film non può che essere un’operazione commerciale. Lynch ha perso 4 anni della sua vita e fare il regista in quelle condizioni è come essere una specie di vigile urbano.”

“Quello di Dune è un tema alchemico, ecologico, profondo, non è Hollywood”

David Lynch come il collega cileno è tra quegli uomini che le storie le sa raccontare. Le racconta perfettamente in un modo del tutto personale che inganna e ti guida in inciampi labirintici meditadivi nei quali rimanere intrappolati è un piacere. Non è casuale quindi che il film nel quale preso a considerare ciò che doveva piacere al pubblico piuttosto che dar adito alle proprie inclinazioni, burattinato dalla produzione, sia la sua opera meno riuscita. Pur non essendo un capolavoro gli elementi lynchiani sono individuabili, soprattutto nell’attribuire rilievo ai tortuosi percorsi mentali dei personaggi la cui suggestione è resa dalla colonna sonora di Brian Eno e i Toto.Una storia mediocre però che deve subire il confronto con quella mai raccontata di Jodorowsky che ha aperto strada a un tipo di fantascienza differente che discostandosi dal rigore scientifico segue i canoni dell’ immaginazione e della fantasia.

Quando andai a vedere Dune di David Lynch diventai verde per la rabbia. Lui era l’unico capace di realizzarlo. Ma alla fine del film mi rilassai e divenni allegro: il film era una merda. E la colpa non era di certo di Lynch”.

E oggi possiamo solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere. Eppure il racconto di come sarebbe stato raccontato possiamo raccontarlo. E ce lo racconta lo stesso Jodorowsky nel suo documentario:

Perché David Lynch non è solo Twin Peaks

Perché David Lynch non è solo Twin Peaks

Quando si intende scrivere di David Lynch, bisogna subito preannunciare le enormi difficoltà che scrittori e critici sono chiamati a superare. Questo non solo per la grandezza compositiva del regista di Missoula, ma anche per l’infinità di attività rivestite. Lynch incarna infatti la bellezza e lo spettacolo dell’arte sotto molteplici punti di vista.

Scrittore, regista, pittore, musicista, compositore, attore e forse nemmeno finirebbe qui, Lynch è stato in grado di divenire a tutti gli effetti il miglior regista del panorama contemporaneo cinematografico mondiale. La sua assenza, risalente al 2006 con il Leone d’Oro alla Carriera nella 63esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e la conseguente proiezione fuori corso del magico incubo di Inland Empire, consegnano a pubblica e critica un vuoto difficile da colmare, data l’ecletticità della complessiva opera lynchiana.

Certo, il ritorno sulle scene televisive con la terza stagione dell’indimenticato ed indimenticabile Twin Peaks (1990) aiuterà a renderci meno soli e a continuare a sognare sulle note di Angelo Badalamenti. Ma è pur vero che Inland Empire rappresenta di fatto il punto di arrivo, dopo che Eraserhead (1979) aveva invece fatto da contraltare, manifestandosi come punto di partenza di un’opera che avrebbe stregato registi del calibro di Stanley Kubrick e Mel Brooks. Non è un mistero infatti, come nel 1979 Kubrick avesse invitato il set di Shining alla visione di Eraserhead, per introdurre il cast alla “giusta atmosfera”. Altro caso politico, per certi versi anche più ‘clamoroso’, fu la richiesta di spostamento di un concerto privato di Paul Mccartney ad opera della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Le ragioni? La Regina era impegnata con la puntata serale di Twin Peaks.

Se buona parte della critica mondiale ha riconosciuto la grandezza delle immagini lynchiane, non lo stesso deve dirsi di un pubblico che non sempre lo ha accompagnato benevolmente, preferendo di fatto voci cinematografiche mainstream ed arriviste. E’ opinione di chi scrive, come l’opera di Lynch sia troppo spesso ridotta al fenomeno mediatico legato a Twin Peaks, lasciando nel dimenticatoio pezzi di Storia cinematografica. Perciò, David Lynch non è solo Twin Peaks ma ben altro. Il che risulta evidente dalla mano operata dal regista all’interno della serie cult. Perché non esisterebbe Twin Peaks senza David Lynch, né potrebbe immaginarsi una sua prosecuzione senza le visioni profondamente metafisiche ed oniriche poste in campo con sostanziale unicità e con una rarità che fa rimpiangere opere di tale calibro.

RABBITS (2002)

Rabbits è una serie di 7 cortometraggi realizzati da Lynch nel 2002. Alcuni frammenti di questa serie compaiono nello schermo televisivo all’interno di una scena di Inland Empire (2006), collegandosi però ad altri personaggi della pellicola.

Si tratta di un’opera singolare all’apparenza indecifrabile, concepita nel tipico quadro onirico lynchiano.

Il regista gioca qui con gli schemi di messa in scena teatrale inserendo in vari punti del dialogo fra i protagonisti le risate di un pubblico che solo all’apparenza interagisce con l’opera. Queste risate infatti suonano sempre fuori luogo e non denotano alcuna comprensione del gioco dialogico di fronte al quale Lynch ci pone. Ciò che il regista sembra voler fare è pertanto un’intenzionale parodia di quelli che sono i ritmi di interazione tipici della sit-com americana. Nel semplice inserire tre bizzarri personaggi, nella forma di conigli antropomorfi, all’interno di una stanza dalla scenografia essenziale, Lynch crea già un primo principio di straniamento. L’atmosfera nella stanza è cupa e la musica di sottofondo conferisce alla sequenza narrativa un ritmo di tensione che collide con la comicità che la reazione del pubblico vorrebbe suggerire.

Il botta e risposta dei protagonisti può risuonare del tutto incoerente ad un primo ascolto, eppure in qualche modo si arriva a pensare che le battute non siano del tutto affidate al caso. La sensazione che si ha è quella di una sceneggiatura tagliuzzata battuta per battuta e rimaneggiata in modo che ogni enunciato acquisti un nuovo senso all’interno dell’ordine apparentemente casuale che il regista sembra affidare. I tre conigli sono quindi costretti, e lo spettatore con loro, a perdersi in un vortice mentale che impedisce loro di ricostruire e ridare un senso alla sequenza di eventi cui hanno assistito e preso parte. Sequenza di eventi la cui natura, per quanto sconosciuta, assume i toni del crimine violento man mano che la narrazione prosegue in maniera lenta e inesorabile verso l’enigmatica conclusione. Il film si chiude infatti con una porta che si spalanca facendo entrare nella stanza una luce abbagliante e un grido disperato.

I tre protagonisti si raccolgono spaventati nel divano e uno di loro dice: “Mi domando chi sarò”. La crisi di identità è un topos classico nella cinematografia lynchiana ma l’assenza di una logica premessa in questo racconto rende tremendamente complicato mettere insieme i vari pezzi di una narrazione che suggerisce tanto senza affermare nulla. Il tutto sembra esaurirsi in un’insieme di sensazioni, come quelle poetate nel monologo che i tre protagonisti tengono in momenti diversi, senza soluzione di coerenza. È uno sguardo sui fatti filtrato da menti che affannano nel tentativo di comprendere un ordine che non possono afferrare.

Ci troviamo pienamente inseriti nella logica dell’incubo che intrappola il sognatore nei propri schemi privi di coerenza. E il sognatore, di fatto assente, dovrà essere individuato nello sguardo della soggettiva a cui questo racconto appartiene. È lo spettatore infatti a trovarsi imprigionato inconsapevolmente nei meccanismi di decodifica che la sua mente attiva di fronte a questa trama, in un gioco che Lynch intrattiene con lui fin dall’inizio illudendolo di appartenere ad una platea che non esiste.

Con Rabbits si rende quindi la tipicità degli schemi di coinvolgimento del regista in una forma che, proprio grazie alla sua apparente incoerenza narrativa, concretizza l’esperienza dell’incubo, confermando a pieno titolo l’eccezionale talento di Lynch.

TRILOGIA DEL SOGNO (1997-2006): Lost Highway, Mullholand Drive, Inland Empire

E’ così che giungiamo agevolmente al richiamo più importante della (seconda parte) legata alla carriera di Lynch: la trilogia del sogno venuta alla luce tra il 1997 e il 2006. Da Lost Highway (Strade Perdute), sino al capolavoro Mullholland Drive (2001) per culminare con l’apice di Inland Empire, il regista rilancia una già onorata carriera, dopo le eccellenze di Eraserhead, Blue Velvet ed il celebre The Elephant Man.

Nella trilogia del sogno, Lynch mostra allo spettatore tutte le proprie abilità non solo cinematografiche ma principalmente psicologiche, costringendolo ad essere parte narrante ed attore delle claustrofobiche vicende dei tre capolavori. Il tema onirico rappresenta la base di una narrazione molto vicina al cinema di Chaplin, Bunuel o dello stesso Polanski nella trilogia dell’appartamento. In Lost Highway l’incipit dalla perenne incertezza firmato “Dick Laurent è morto”, apre ad un noir psicologico e strutturalmente (ma solo apparentemente) contorto, all’interno di un puzzle che acquisirà una definizione reale rispetto alla chiara impronta onirica, giunta all’apice in Mullholland Drive.

In Lynch, molti temi sanno essere rivelatori del proprio pensiero e della sua complessiva visione cinematografica. Si pensi a quello piuttosto ricorrente del doppelganger, ampiamente accentuato nella trilogia attraverso i personaggi del Sig.Eddy/Dick Laurent in Strade Perdute, di Betty Helms/Diane Selwyn e Rita/Camilla Rhodes in Mullholland Drive, per concludere con l’ottima interpretazione di una sempre affascinante Laura Dern in Inland Empire, attraverso il personaggio di Nikki/Susan.

«Mi piace fare film perché mi piace perdermi in un altro mondo. I film sono un mezzo magico che permette di sognare nel buio» – è quanto David Lynch ha avuto modo di dichiarare in relazione al suo rapporto con il cinema e con il pubblico. Comprendere il significato del cinema lynchiano è un esercizio mentale tuttavia avaro di soluzioni pronte ed immediate. E’ del resto lo stesso Lynch a comunicarlo, al netto delle infinite recensioni messe in campo da critici e cinefili: «Mi mette a disagio parlare dei significati dei miei film perché si tratta di una cosa molto personale. Il significato per me è diverso dal significato per qualcun altro». Come a dire: inutile litigare su interpretazioni univoche che non esistono e non potranno esistere, ma che potranno e dovranno semplicemente muovere dall’analisi della propria filosofia di pensiero, la cui impronta freudiana traspare inequivocabilmente.

In Lost Highway, agli albori della trilogia onirica, è possibile constatare la struttura narrativa del Nastro di Moeblius. Secondo Enrico Ghezzi, la seguente struttura toccherebbe anche il secondo film della trilogia, Mullholland Drive. Gli attori si ritroveranno così all’interno di scene già vissute con ruoli interscambiati, come del resto emerge nelle vicende che si susseguono. Ed in Lost Higway è possibile così individuare non solo aspetti della teoria del matematico tedesco, ma anche il tema della trasfigurazione e dell’Io all’interno della psicoanalisi. Ritroviamo dunque l’Es lynchiano-freudiano, la personalità violenta capace di farsi corpo, l’Io (ciò che non siamo ma vorremmo essere), la presenza del Super-Io, la narrazione riavvolta sull’omissione omicida del protagonista, l’ossessione sentimentale, il continuo avvicendarsi di personalità che l’uomo intende cancellare nella propria personale modellazione di un sogno.

Il labirinto di Lost Higway è solo un primo passo verso il grande capolavoro di quattro anni dopo. Con Mullholland Drive, Lynch richiama drammaticamente il tema del doppio con le straordinarie interpretazioni di Naomi Watts e Laura Harring, attrice feticcia del regista del Montana, altra caratteristica presente nel cinema lynchiano (la presenza dei cosiddetti attori simbolo). La storia di Betty/Diane è solo il preludio al ‘film non film’ Inland Empire, accompagnato da tre ore formato trip mentale che richiamano anche la tristezza e frivolezza del mondo hollywoodiano in contemporanea al lunghissimo sogno di Nikki-Susan.

Il richiamo onirico alla definizione freudiana di «finestra nell’intimidità del mondo» conclude il cerchio di una narrazione coerente e tutt’altro che incomprensibile, come spesso rimproverato a Lynch. Un buon modo per ricordare come fornire al cinema del buon cinema non voglia e possa dire regalare prodotti pronti e preconfezionati ma rappresentazioni poliedriche che sveglino lo spettatore dalla realtà e lo riportino alla riflessione. A quello che vorremmo e non sappiamo essere, negando quotidianamente di non essere. Il cinema di Lynch, per quanto onirico, resta dunque straordinariamente reale. Evitarlo è un atto di codardia e timore esistenziale, così come limitarlo alla pur straordinaria e celebre serie cult che si accinge a rivelarsi nuovamente sui teleschermi a venticinque anni dalla precedente apparizione.

Aicha Matrag e Cosimo Cataleta

immagine da: debaser.com

 

 

Un padre, una figlia – La recensione

Un padre, una figlia – La recensione

Romania. Il degrado regna incontrastato in una nazione che ci convive da ormai troppo tempo. Romeo (Adrian Titieni), medico, è il padre di Eliza (Maria-Victoria Dragus), diciottenne prossima alla maturità su cui Romeo ripone le speranze di una vita che lui e sua moglie Magda (Lia Bugnar) non sono riusciti ad ottenere. Con alle spalle un passato da rivoluzionari, hanno vissuto la loro giovinezza nella speranza di cambiare le sorti dell’amata Romania, ma si sono ritrovati alla soglia dei cinquant’anni in un matrimonio alla deriva, intrappolati in un’infelicità che suona tanto come il cliché dei paesi dell’Est.

Ormai disilluso, Romeo farà dunque di tutto per mandare la giovane figlia a studiare in Inghilterra dopo il diploma. Ma quando Eliza sarà aggredita, questo evento rischierà di compromettere ogni sogno di gloria.

Per quanto Magda cerchi di essere complice di sua figlia, lasciandola libera di vivere le proprie esperienze, Romeo si limita a a continue costrizioni circa gli obiettivi che egli è pentito di non aver perseguito in passato, ponendo la pubblica immagine davanti alle situazioni concrete tra le sue preoccupazioni. Ma è davvero un uomo così cinico? La lunga ricerca dell’aggressore di Eliza svelerà vari lati della sua personalità allo spettatore, permettendogli di ponderare ogni giudizio.

Come in “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, il regista Cristian Mungiu è critico verso la sua terra natia, e la macchina da presa a mano, molto utilizzata nel corso dei centoventotto minuti, è una precisa scelta stilistica al fine di donare maggior pathos e drammaticità alle scene.

“Un padre, una figlia”, film del 2016 per cui Mungiu si è aggiudicato la Miglior Regia al Festival di Cannes, è una pellicola che indaga sui complessi equilibri che regolano il rapporto tra genitori e figli. E lo fa cercando di mettersi nei panni degli uni e degli altri: infatti, seppure il padre venga dipinto come un marito infedele, la dedizione nel suo lavoro, unita all’amore nei confronti della figlia (dimostrato in maniere spesso discutibili) e dell’anziana madre, evidenziano come in realtà ci si trovi dinanzi ad un brav’uomo. Con dei grandi difetti, non ultimo quello di voler dare a Eliza il futuro che non ha mai avuto, negandole la possibilità di crescere tramite scelte personali che talvolta possono e devono dimostrarsi anche sbagliate.

Romeo è un genitore oppressivo, che a preoccuparsi delle reali ambizioni della figlia preferisce lavorare psicologicamente su di lei per far sì che queste si trasformino in quelle che lui ritiene più giuste. Una rivisitazione della propria vita, che rischia di sconfinare nella negazione della libertà adolescenziale e in un futuro pesantemente condizionato dall’oppressione genitoriale.

“Se avessi io la tua età adesso…”

foto da: articolo21.org

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