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Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

“Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”.

A questa didascalia iniziale, Charlie Chaplin fa subito seguire un gregge di pecore, intente a pascolare in maniera disordinata ma efficiente, cui associa uno sciame di operai che va al lavoro, con analoga passività.
Una vita diversa è quella  invece del Presidente dell’azienda in cui gli operai lavorano, il cui compito principale sembra quello di monitorare ogni movimento del suo gregge. Il regista inglese Charlie Chaplin, in “Tempi Moderni”, affronta dunque la tematica del controllo sulla vita quotidiana, che sarà poi ripresa ben tredici anni dopo da George Orwell in 1984 e ribattezzata con il nome di Grande Fratello.

Le scene riprodotte in maniera accelerata ci fanno ben capire quanto fosse incessante il ritmo di lavoro che gli operai erano costretti a sostenere. Il Presidente riceverà una visita in cui gli verrà presentata una “macchina da nutrizione”, con la capacità di cibare automaticamente i lavoratori e dunque di eliminare l’ora di pausa, garantendo maggiori profitti. È proprio questo l’emblema dei “Tempi Moderni” secondo Chaplin: l’eliminazione dell’essere umano in quanto tale in favore dell’arricchimento amorale e del capitalismo. Tramite l’eliminazione di una classica nutrizione, infatti, l’uomo va a perdere una di quelle abitudini che lo rendono vivo, facendolo inevitabilmente scivolare in una turpe condizione robotica. Addirittura Charlot ci mostra come la sua vita lavorativa influisca negativamente sulla propria situazione emotiva, attraverso tic nervosi magistralmente interpretati.

Ad ora di pranzo, il prescelto per fare da cavia a questo marchingegno è proprio il nostro protagonista. Ma il test si rivela fallimentare, con una tra le scene più tragicomiche della storia del cinema, dove il povero Charlot è letteralmente devastato dalle lacune tecnologiche della macchina. Nella scena seguente, Charlot, la cui coscienza è annullata dal lavoro che sta svolgendo, finisce risucchiato tra gli ingranaggi della catena di montaggio, nella famosissimo atto nel quale l’operaio appare come la pellicola intrappolata negli ingranaggi della macchina da presa, sottolineando in tal modo come anche il cinema sia il prodotto delle macchine!

In quanto ausilio per l’arte, dunque, le macchine non sono solo negative per l’umanità: Chaplin piuttosto ne critica l’utilizzo sfrenato utile solo per ritorni economici da parte dell’alta società. Charlot, così, impazzisce: comincia a ballare e a minacciare chiunque con la sua chiave inglese, tra cui un’ignara signora, nella cui scena è mirabile l’utilizzo della macchina da presa durante l’inseguimento, malgrado le evidenti difficoltà causate all’epoca dalla inesistenza della steadycam. Non sarà neppure l’inseguimento di un poliziotto a bloccare il pazzo operaio, che ormai ha perso totalmente il lume della ragione(o lo ha trovato?) e dopo aver cosparso d’olio gli altri lavoratori (che però inermi continuano a eseguire il loro “dovere supremo”), manomette le macchine, provocando l’ira dei colleghi. Tuttavia, essi verranno ben presto distratti quando Charlot rimetterà le macchine in funzione, e potrà dunque tornare a cospargerli d’olio.

Charlot è quindi affidato ad una clinica di cura per il suo esaurimento nervoso. Una volta guarito, il medico gli dice: ”Non si affatichi, ed eviti ogni emozione”. Un messaggio drammatico, che suona quasi come un: ”Smetta di vivere, questo mondo non fa per lei”.

Un qui pro quo conduce il protagonista in cella. Dopo aver ingerito accidentalmente della cocaina, egli sventa il tentativo di fuga di alcuni galeotti, guadagnandosi libertà ed una lettera di presentazione che attesta le sue qualità.
Qui entra in scena Monella (Paulette Goddard), una giovane orfana di madre con due sorelline ed un padre disoccupato, che si arrangia rubando le merci delle imbarcazioni attraccate al porto. Quando suo padre perde la vita, le figlie piccole vengono affidate ad un istituto, mentre Monella riesce a scappare ad identica sorte. Dopo una serie di (s)fortunate coincidenze, Charlot e Monella si incontrano, e decidono di passare insieme la loro vita, con la speranza di avere una casa in cui passarla. Sarà Monella a trovare un’accidentata casetta in cui i due, malgrado tutto, saranno felici.

Dopo altre disavventure, la coppia troverà lavoro in un ristorante- Nella sala,  Chaplin si esibisce cantando in una scena indimenticabile. Monella però, è ricercata per essere rinchiusa nell’istituto. I due, costretti ad una disperata fuga, tornano quindi disoccupati. Rifugiati vicino la loro casetta, camminano verso il loro incerto e misterioso futuro. Ma felici, perché insieme. Titoli di coda.

“Tempi Moderni” è un film di denuncia, non fine a sé stessa: una denuncia vogliosa di donare speranza ad una società profondamente cambiata in seguito allo sconvolgimento della Seconda rivoluzione industriale e dunque spaesata. Come dà questa speranza? Facendoci capire che la felicità è nelle piccole cose. Avere a fianco la persona che amiamo, mangiare a sazietà, possedere una casa accogliente. Insomma, per quanto datato, “Tempi Moderni” è un film più che mai attuale, con la speranza che lo sia per sempre.
foto da: ilpost.it

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

Arancia Meccanica, la recensione

Arancia Meccanica, la recensione

immagine da: ondamusicale.it

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven”.
Arancia Meccanica è un film del 1971 diretto da Stanley Kubrick e ispirato all’omonimo romanzo di Anthony Burgess.

Non c’è bisogno di molto tempo per capire che siamo di fronte ad un film eccezionale: i titoli di testa su sfondo rosso vivo con sottofondo musicale di Henry Purcell con la sua “Funeral of Queen Mary” ci dicono già abbastanza. La celebre scritta “A Stanley Kubrick film” è inoltre pura libidine per qualsiasi cinefilo. Appena terminati i titoli di testa, compare un primo piano di Alex(A-lex=senza legge), interpretato da Malcolm McDowell, talmente intenso da farci comprendere lo spessore psicologico che si cela dietro quegli occhi truccati: un uomo crudele e spietato.

Alex è il capo drugo di una banda di teppistelli, ripreso mentre sorseggia del latte più, corretto con droghe di vario genere, nel Korova Milk Bar. L’inquadratura si allarga fino a riprendere gli altri componenti della banda (Dim, Georgie e Pete) e tutto il grottesco bar in cui i ragazzi si trovano, arredato con statue bianche di donne nude adibite a tavolini.
Alex comincia così la propria folle opera nella narrazione, fatta di ultra-violenza compiuta dalla sua banda di ragazzacci. Nel primo episodio di teppismo, i quattro pestano un anziano barbone sbronzo. La macchina da presa, saggiamente diretta da Stanley Kubrick, evidenzia la debolezza del clochard, con un plongée su di lui disteso a terra.

La narrazione continua, accompagnata dal meraviglioso sottofondo musicale di Rossini con “The Thieving Magpie”. Questa volta compare e si affaccia la presenza della banda rivale, capeggiata da Billy Boy, intenta a stuprare una giovane. Poi, una furibonda rissa tra le due bande stoppata dal suono della sirena della polizia, induce i giovani a fuggire. Il sapiente accostamento tra violenza e musica classica è poesia allo stato puro.

Altri primi piani sparsi sui drughi, in viaggio contromano a tutta velocità, delineano la loro follia, nonché i tratti caratteristici. La celebre scena dello stupro nella casa borghese è un altro capolavoro alla Kubrick: Alex stupra una donna e massacra il suo anziano marito mentre euforico danza e canticchia “Singin’ in the rain”, sbeffeggiando le malcapitate vittime. Lo sguardo dell’uomo a terra è immortalato dalla macchina da presa tenuta puntata sul suo volto proprio dal regista.

Quando il capo drugo tornerà a casa, sarà tempo di un ascolto estasiato della “Sinfonia n° 9” di Ludwig Van Beethoven: Alex è immerso in un vortice di goduria, sognando scene catastrofiche come esecuzioni, esplosioni ed eruzioni vulcaniche. Memorabili in questa scena il crash zoom che porta ad un primissimo piano sul volto di Beethoven, un serpente che sembra fare un cunnilingus ad un poster raffigurante una donna nuda, e le statuette del Cristo nudo immortalato in un passo di danza.

L’attenzione ai dettagli regna sovrana in questa scena, così come in tutto il resto del film. Kubrick si diletta ad omaggiare il suo ‘2001:Odissea nello spazio’ quando compare l’album della sua colonna sonora, nella scena in cui Alex nel incontra due fanciulle con cui avrà un’orgia, girata in maniera accelerata con in sottofondo l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. Quando gli altri tre drughi decidono di ribellarsi al loro leader, Alex decide di mettere in chiaro chi comanda pestandoli a sangue. Affidandosi all’ispirazione, in quanto secondo lui “Il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”. E così il contre-plongée rivolto verso Alex, che schernisce i tre sbattuti nel fiume, ci fa capire che il tentato cambio di gerarchie è fallito. Tuttavia, la sera stessa, Alex è tradito dai  suoi tre drughi, che lo consegnano alla polizia in seguito ad un raid in cui perde la vita un’anziana vittima: quattordici anni di galera attendono Alex.

Dopo qualche anno però, il protagonista riuscirà ad essere una delle prime cavie del trattamento “Ludovico”, che promette di cambiare radicalmente la personalità del detenuto, permettendogli di uscire di galera dopo due settimane di cura intensiva, in cui il carcerato sarà chiamato alla visione di pellicole ultra-violenza e ad assumere strani farmaci.

Ma non è così semplice come potrebbe sembrare: Alex dovrà osservare il tutto con la testa legata e gli occhi tenuti forzatamente aperti da un fissa palpebre. Egli soffre terribilmente questo trattamento, e risulta particolarmente insofferente di fronte all’abbinamento tra un terribile filmato e una parte della Nona Sinfonia di Beethoven.

L’ultima sera di cura, si sottopone ad un umiliante spettacolo in cui viene maltrattato e tentato sessualmente, ma resiste. Il solo istinto di agire come avrebbe fatto in passato gli provoca un profondo malessere. A modo di vedere dei dottori e del Presidente, promotore del trattamento, Alex è guarito. Il giorno dopo è un uomo libero, ma tornando alla vita di tutti i giorni si rende conto che tutti lo odiano. Perfino i suoi genitori lo hanno sostituito con un altro ragazzo, e due dei suoi ex drughi, che sono diventati poliziotti, lo picchiano. Emblematico che Alex definisca “Trattamento” ciò che faceva coi drughi alle sue vittime, con lo stesso nome quindi del trattamento Ludovico.

Abbandonato a sé stesso nel bel mezzo di una tempesta, inseguito passo passo dalla macchina da presa, Alex chiede ospitalità in una casa, dimenticandosi di esserci già stato: è la casa dello stupro. A riceverlo c’è un robusto ragazzo che funge da badante a Frank, l’anziano signore della famigerata sera, da allora ridotto in sedia a rotelle. L’uomo però, non lo riconosce. Di lui sa solo che vittima del sistema. Così, lo accoglie a braccia aperte.

Mentre sta facendo un bagno, Alex intona “Singin’ in the rain”: l’uomo capisce tutto. Secondo la convinzione del signore, sua moglie è morta a causa dello shock di quella notte, “vittima dell’era moderna”. Ma convinto ad andare a fondo alla vicenda, convoca dei personaggi influenti per intervistare Alex, che cade addormentato in seguito alla somministrazione di un vino avvelenato. Messo a riposare di sopra, Alex viene svegliato dalla “Sinfonia n° 9” messa a tutto volume al piano di sotto. Totalmente intrappolato in un vortice di disperazione, “il nostro affezionatissimo”(come ama definirsi nella narrazione) decide di buttarsi dalla finestra. Da sottolineare il “per sempre, per sempre, per sempre” pronunciato durante il suicidio che sarà poi riutilizzato dallo stesso Kubrick in Shining. 

Alex si risveglia incredibilmente vivo in un letto d’ospedale, ingessato dalla testa ai piedi. Le prime pagine dei giornali sono piene di poderosi attacchi al governo per i suoi inumani metodi di cura, e il Presidente ha bisogno  dell’aiuto di Alex per vincere le imminenti elezioni. In visita all’ospedale, si fa dunque fotografare sorridente ed abbracciato a lui per rifarsi la reputazione. Primo piano su Alex: visioni mentre fa sesso applaudito da file di uomini e donne in costumi vittoriani.

“Ero guarito, eccome!”

 

“Arancia Meccanica” narra del rapporto tra istinto e società ed indaga profondamente nell’animo del protagonista, il quale rappresenta a pieno la generazione anni ‘60/’70, caratterizzata dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. La visione che Kubrick ha del mondo è profondamente pessimista. Lo dimostra il fatto che neppure le cure disumane riservate ad Alex sono servite a  migliorare la sua persona, né tanto meno lo avrebbero fatto impedendogli di essere sé stesso, deprivandolo della sua personalità. “Se ad un uomo si nega la possibilità di scelta, egli cessa di essere un uomo” dice il cappellano della prigione, commentando il trattamento “Ludovico”.

 

Ed è proprio questo il punto: Alex non è stato guarito, poiché un uomo privato dei suoi stimoli cessa di essere uomo. Cessa di esercitare il libero arbitrio che lo differenzia da un oggetto inanimato. Quello che sembra essere un lieto fine, è in realtà il culmine di un insulso spettacolo portato avanti dalla società. Film inarrivabile nel suo genere.

Federico Maria Saverio Del Vecchio

Rogue One: In una galassia lontana lontana tutti possiamo diventare eroi

Rogue One: In una galassia lontana lontana tutti possiamo diventare eroi

In copertina: collage dei poster ufficiali di Rogue One: A Star Wars Story. Fonte qui

Questa è una recensione SPOILER FREE.

Dopo i 4 film su Star Wars (sì, 4 e non 7 fingendo la non esistenza dei primi tre per amore di tutti) la Disney ci propone un nuovo capitolo che dal punto di vista cinematografico prova a dare un punto di vista diverso rispetto a quello visto nei capitoli precedenti, ampliando la nostra percezione di quel magnifico universo.

Il regista e gli sceneggiatori di questo film sono liberi da tutti i vincoli nei quali si era trovato Abrams per il capitolo VII. Qui, stiamo osservando un retroscena: una sorta di ‘dietro le quinte’ di ciò che poi porterà al primo film uscito nelle sale cinematografiche. Questa libertà narrativa ed espressiva ci mette davanti un qualcosa che costruisce un proprio ecosistema a sé stante ma perfettamente in simbiosi con l’ecosistema principale. Si viene quindi a creare un film dalla narrazione multiforme, toccando differenti generi. Si va così dallo spy-movie sino a concludersi con un più classico war-movie. Il tutto, mantenendo comunque l’anima di un vero film di Star Wars.

Un’altra libertà evidente e presente nella pellicola è quella di non utilizzare la figura dello Jedi in senso fisico, ma facendone percepire l’esistenza attraverso la forza, che non viene controllata come era stato fatto fino ad ora, ma lasciando che sia essa stessa a controllare gli eventi. Dunque, la forza si trasforma qui in una rappresentazione di una religione che aiuta ed alimenta la speranza dei protagonisti.

Questa assenza di esseri superiori come gli Jedi mette ancora di più in evidenza la sensazione di vivere un evento avvenuto dietro le quinte, riempiendo la narrazione di quei personaggi che in un qualsiasi altro film (non solo della saga) sarebbero semplici comprimari, elevandoli inoltre a protagonisti e paladini assoluti. Ciò non stona affatto e pare una scelta azzeccata. Anzi, ne è punto focale e complessivo.

Unico essere superiore presente nel film è Darth Vader, la cui superiorità è talmente importante ed imponente che anche in assenza dallo schermo riusciamo a percepire la sua presenza, personaggi in campo compresi. Nei primi film abbiamo assistito alla nascita del personaggio, attraverso le varie fasi che lo hanno portato verso al lato oscuro, provando a comprenderne le ragioni. Negli ultimi tre invece osserviamo una drastica ma graduale caduta. Un ritorno alle origini sino al raggiungimento della più totale redenzione.

Mancava la parte centrale della sua parabola, il punto massimo in assoluto. In questo film possiamo finalmente vederci chiaro. La verità ci viene spiattellata in faccia senza remore attraverso le scelte del regista. Questo suo dominio è ancora più enfatizzato dal fatto che intorno a lui vi sono solo esseri normali, assolutamente incapaci di poterlo contrastare e indebolire. Ma nonostante tutto questo, la forza si fa portatrice di speranza e aiuta tutti i personaggi in determinati momenti catartici.

Un altro elemento apprezzabile del film è che la sua attesa circa il compimento e lo sviluppo della trama. L’evoluzione della narrazione si nutre di quella tensione capace di incollare lo spettatore allo schermo.

Possiamo definire questa pellicola come pura Pornografia Nerd. Sembra infatti di guardare un fan-film: vengono messi in atto tutti gli elementi del vero fan di Star Wars. Tutto ciò che egli vorrebbe e che abbia sempre desiderato. Con un pregio su tutti: la auto concessione di quella libertà creativa considerata elemento cardine nel complesso di un soddisfacente prodotto.

Un ultimo aspetto da non trascurare è il classico tono di epicità. Una storia ‘autoconclusiva’ composta da comprimari e personaggi estremamente normali porta al via una delle saghe cinematografiche più amate e apprezzate di tutti i tempi.

In conclusione, per poter comprendere tutto quello che il film vuole lasciare allo spettatore, vi consiglio di entrare in sala e guardare ciò che verrà proiettato davanti, con lo sguardo di un bambino pieno di speranze e voglia di conoscere grazie a chi e come sono nati gli eroi e le storie che hanno conquistato generazioni intere.

E’ solo la fine del mondo. Parola di Dolan

E’ solo la fine del mondo. Parola di Dolan

immagine da: ultimavoce.it

In questi giorni è possibile ammirare nelle sale il nuovo film di Xavier Dolan “E’ solo la fine del mondo”.

Il titolo rende l’idea, forse un po’ ironicamente, di una catastrofe:

Come possono vicende famigliari rappresentare la fine del mondo?

La “fine del mondo” descritta è quella sperimentata nel quotidiano. Nessuna apocalisse biblica, solo l’essere umano faccia a faccia con se stesso e di conseguenza con le proprie paure.

Fine del mondo è intraprendere un viaggio, continuamente rimandato per mancanza di coraggio. Dettato dalla necessità di rivedere la propria famiglia per annunciare loro qualcosa di drammatico.

L’opera inizia con un viaggio di andata, ma anche di ritorno a casa, e con un incredibile crescendo creato dal decollo di un aereo ma soprattutto dalla azzeccatissima “Home is where it hurts” della cantautrice francese Camille.

“Casa è il posto in cui fa male ritornare” è incipit in grado di sintetizzare perfettamente la carica emotiva delle vicende cui ci troveremo ad assistere, a partire dall’arrivo del protagonista che sconvolgerà i fragili equilibri di una famiglia instabile e composta da unità singolari.

Il primo personaggio di rilievo è la madre, interpretata da Nathalie Baye. Una donna energica che si approccia al figlio ritrovato con lo stereotipo che tutti gli omosessuali, compreso egli stesso, amino l’esuberanza. La donna subisce una continua svalutazione ad opera dei figli per il suo essere esuberante ed inopportuna. Nell’intimità di una sigaretta fumata di nascosto, si rivelerà tutta la propria forza. Con una disarmante credibilità regalata agli occhi dello spettatore.

Personaggio totalmente opposto è Antoine, il fratello maggiore, interpretato in maniera straordinaria da Vincent Cassel. Antoine è il brontolone di casa, un uomo scontroso e dai toni aggressivi. Cercherà di mantenere le distanze da suo fratello. Si mostra inoltre indisposto nel renderlo partecipe delle evoluzioni della propria vita e della propria famiglia, tanto da aggredire chiunque cerchi di far sentire Louis a casa, protagonista della pellicola. Egli giustifica i suoi silenzi con un apparente disinteresse nei confronti del fratello, nonostante il suo atteggiamento celi la rabbia provata per l’abbandono. Egli considera la sua vita piccola in confronto a quella del fratello, drammaturgo di successo, ed impedisce alla moglie Catherine di mostrargli i dettagli che la riguardano.

Catherine, interpretata da Marion Cotillard, è l’unico personaggio che riesce ad entrare in empatia con il protagonista nonostante l’apparente rifiuto attraverso le parole. Tra i due vi è in ballo un continuo gioco di sguardi ben più comunicativo di semplici parole. Catherine è sfuggente, imbarazzata alla presenza di questo sconosciuto membro della famiglia. Lo rimanda continuamente ad Antoine affinché abbiano il tanto auspicato confronto.

Poi c’è Suzanne, la piccola di casa, interpretata dalla bellissima Lèa Seydoux, sorella alla ricerca della parte mancante. Una ragazza cresciuta con il desiderio di conoscere un fratello del quale nutre una sfocata idea tramite i racconti di famiglia, e le poche righe delle cartoline ricevute sporadicamente. E’ assetata ed ossessionata dal tempo, non volendone sprecare neanche un secondo. E’ alla ricerca di un’intimità, che non riuscirà a costruire a causa della drammaticità di suo fratello.

Louis è dunque il centro attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Il figlio tornato a casa e riempito di attenzioni che non vuole. Un uomo sfuggente e tormentato, incapace di portare con sé la gioia del ritorno. Compone frasi da tre parole nell’attesa del momento giusto per la sua rivelazione. Il suo ritorno a casa è un viaggio dentro se stesso, nella sua infanzia, alla ricerca dei suoi luoghi felici. Ne sono una testimonianza il suo desiderio di rivedere i luoghi in cui è cresciuto. Quelli dei primi amori, accompagnati da flashback che lo riportano ai suoi giorni migliori.

L’intera narrazione è un’altalena tra l’infanzia leggera, le gite fuori porta e le emozioni vive dell’amore intervallate dalla drammaticità del presente, del ‘qui ed ora’.

In questo film, Dolan è in grado di combinare perfettamente tutti i temi che tormentano l’essere umano, legati principalmente al dolore provato in consapevolezza della propria fine. Al termine di un tormento senza via d’uscita, nel tentativo di sfruttare al meglio ciò che resta.

L’opera di Dolan inscena il rimpianto che si prova, ormai giunti al capolinea, di quello che avremmo potuto dire o fare. Uno spaccato rappresentativo di rapporti che avrebbero potuto essere coltivati o gestiti diversamente, a cominciare dagli affetti famigliari.

Ci pone davanti ad una riflessione sul tempo, distruggendo la concezione della durevolezza della vita. In maniera sublime, attraverso immagini che evocano continuamente la sua natura effimera, spaziando da inquadrature di orologi e momenti passati alla fretta di andare e alle occasioni perse. Una verità che non arriva perché attendiamo il momento giusto per rivelarla: un momento che non arriverà mai se non siamo in grado di crearlo. Forse per la nostra mancanza di coraggio, forse per l’incapacità umana di farsi carico dei propri sentimenti e delle proprie rispettive responsabilità.

Ciò che il protagonista auspica è la riuscita del viaggio:

“Fare questo viaggio per preannunciare la mia morte, per annunciarla io stesso e dare a me e agli altri, per l’ultima volta, l’illusione di essere, ora che arriva la fine, di essere padrone di me stesso”.

 

Nell’illusione di essere padrone di se stesso. Di avere la forza di sostenere le proprie emozioni senza timore. Alla ricerca del tempo perso, nella speranza di lasciare qualcosa di sé. Una aspirazione che si rivelerà tuttavia fallimentare. In definitiva, Dolan ritrae così una adeguata immagine della fragilità umana e il divario tra ciò che ognuno ha dentro se e ciò che vorrebbe invece esternare. Con il rischio di perdersi in dissolvenza.

This must be the place: le immagini di Paolo Sorrentino

This must be the place: le immagini di Paolo Sorrentino

 

Il 2016 è stato l’anno di Paolo Sorrentino.

Il regista italiano già con l’Oscar a “La Grande Bellezza” aveva conquistato l’America. Un prodotto, il suo, con saldi punti forti nella scrittura, nelle interpretazioni maestose – prima fra tutti quella di Toni Servillo – ma soprattutto nella sua regia concettuale eppure piena di movimento. Quest’anno il regista napoletano è riuscito a conquistare tutto il pubblico, rapito da un prodotto più aderente ad suo calibro poiché gli permette di esplorare in maniera molto più profonda l’animo umano e di esprimere ciò che ha da dire, con una forza che da sempre gli appartiene. Sapete tutti di cosa sto parlando.
Bene, oggi non parleremo di The Young Pope.

 

C’è un film che è una piccola gemma di Sorrentino e che contiene alcuni dei suoi più riusciti momenti cinematografici, il film che ha permesso all’America di conoscerlo e stupirsi della forza delle parole che nei dialoghi tra i personaggi fuoriescono, mai aggressive ma sempre calibrate a far riflettere e sorridere lo spettatore. Questo film è This must be the place.

 

Il personaggio

Cheyenne (uno splendido Sean Penn in versione Robert Smith dei Cure), è una rockstar che da anni non calca le scene. L’esilio a Dublino, in una villa dove vive con la moglie che è il suo punto fermo, che di fronte alla sua autodiagnosi di depressione lo contesta (“Un depresso non fa l’amore con la donna con la quale sta insieme da 35 anni come se fosse la prima volta. Tu non sei depresso.”). Se lo incontraste al supermercato, probabilmente avreste quella specie di timore che va esorcizzato ridendo di lui, del suo rossetto, del cerone che traveste quel viso. Lui per tutta risposta, come farebbe un bambino libero da ogni inibizione, prenderebbe il tetrapak che contiene il vostro latte, rompendolo e facendo uscire il liquido. Le peggiori giornate iniziano così. È un uomo atipico, nulla suggerirebbe la sua saggezza spropositata e la sua consapevolezza dell’apparato umano.

Cheyenne sa che passiamo da un’età in cui diciamo “un giorno farò così” al dire “è andata così”, sa e spiega a Desmond, infatuato di Mary -la sua (non) biografa ufficiale- che è il tempo che lusinga e da’ sicurezza alle persone, spronandolo a non mollare con lei.

La sua apparenza sembra non scalfire la maschera da rockstar dei tempi che furono, ma in realtà è divorato da dei sensi di colpa dovuti alla “responsabilità” della sua musica nel suicidio di due ragazzi che ogni settimana va a trovare al cimitero,di fronte a una lapide emblematica che cita un suo verso: “Dark flowers bloom in this autumnal garden that grows inside of me”. Questo viene fuori in un confronto con David Byrne,cantante e songwriter dei Talking Heads, dopo un suo concerto a cui Cheyenne assiste. È  l’unica volta nel film in cui  alza i toni, come se la maschera crollasse di fronte a questo senso di colpa e fuoriuscisse la rabbia e il senso di colpa covato per tutto questo tempo.

 

Il Viaggio

L’esilio e la non vita a cui Cheyenne ha votato sè stesso si interrompe con la morte del padre. È questo che lo spinge ad intraprendere un viaggio che gli serve per evolversi e ritrovare la bussola. Sorrentino non pensa al personaggio in maniera meccanica, lo vede come se avesse molteplici significati e questi uscissero in modi sempre nuovi attraverso il confronto con gli altri. Il colloquio con Byrne è il primo tra tanti, durante il suo viaggio Cheyenne incontra un tatuatore in un bar che sembra uscito da un quadro di Hopper , che vuole farlo riflettere sul significato artistico dei disegni stampati sul suo corpo. La chiosa è pragmatica, come non ti aspetteresti: ”Hai notato che ormai non lavora più nessuno ma tutti fanno qualcosa di artistico?”. Non esattamente quello che ti aspetteresti da un musicista.

Il confronto più didattico avviene con Rachel – che ha perso il marito – e suo figlio. Le confessioni di Cheyenne fanno riflettere entrambi sulla paura e sul suo effetto protettivo che però sopisce le persone. In questo viaggio lui ha scelto di non avere paura delle conseguenze e di dove questo cammino lo porterà. Ciò migliorerà Rachel e anche suo figlio che ha paura dell’acqua. Il montaggio in cui il nostro fugge via per continuare il suo percorso mentre le immagini mostrano il bambino galleggiare col suo corpo goffo in una piscina gonfiabile è uno dei punti più alti del film, una catarsi in fotogrammi.

 

La Vendetta.

Cheyenne è andato in New Mexico, non sta cercando sé stesso, altrimenti sarebbe andato a Bombay, come dice lui stesso. Sta seguendo le tracce che il padre ha lasciato in un diario dove mostra tutto il trauma da lui subito durante il periodo trascorso da ragazzino in un lager nazista. Le immagini descritte dalle righe del padre sono potentissime: Il campo decreta la perdita dell’intimità mentale stabilendo cosi una nuova morte che respira. Ci sono molti modi di morire il peggiore è rimanendo vivi. […] Poi, durante l’inferno, anche noi dall’altra parte del filo spinato guardavamo la neve. E guardavamo Dio. Dio è così: una forma infinita che stordisce. Bella, pigra e ferma, che non ha voglia di fare nulla. Come certe donne che, da ragazzi, abbiamo solo sognato.

A muovere Cheyenne è la volontà di compiere la vendetta che il padre non aveva raggiunto, punire un soldato tedesco che gli aveva fatto uno sgarbo durante la prigionia. Cheyenne arriva nella casa del soldato con una pistola, trovando un uomo prossimo quasi alla morte. Lo punisce umiliandolo con un contrappasso crudele ma esteticamente geniale: l’uomo esce fuori dalla sua casa, nudo, in un paesaggio innevato dove il bianco della neve viene interrotto solo dalle forme del suo corpo, stantio, che sembra comunicare più morte che vita e rimane lì, a privarsi di quella poca vita rimasta mentre il pick up guidato da Cheyenne va’ via.

 

 

La Musica

Il nome del film è preso in prestito da un singolo dei Talking Heads, di cui assistiamo ad una versione live cantata dallo stesso David Byrne. Le immagini sono piene e respirano meglio grazie alla musica che le pervadono.Anche il viaggio di Cheyenne è accompagnato dal cd che un giovane gli consegna perchè vuole l’opinione di Cheyenne a riguardo. La sua band si chiama I pezzi di merda perché è il nome giusto per l’epoca in cui viviamo. Il brano omonimo al film ne accompagna alcune sequenze ed è il mezzo che permette la redenzione artistica di Cheyenne.

In una scena viene cantata dal figlio di Rachel, che prima di farlo, mette sul tavolo una foto del padre morto, come se la stesse dedicando a lui. Cheyenne si fa pregare all’inizio ma mentre suona e il bambino canta -anche se il piccolo pensa che la canzone la cantino gli Arcade Fire e invece Cheyenne lo corregge come farebbe un professore- si assiste all’instaurazione di un legame tra di loro. Quando Cheyenne suona l’ultima nota alla chitarra sorride, consapevole di aver espresso lui stesso qualcosa come non gli era mai successo e di aver fatto esprimere qualcosa al ragazzino.

 

Questo film, come tutte le pellicole di Sorrentino segue il suo impeccabile stile e dimostra come parlare per immagini sia più efficace di un monologo, non perché le parole contino meno, ma perché a volte si ha bisogno di ricordare per mezzo di una canzone o di simboli. Quando immagini di una tale forza riescono a scavare nella nostra memoria visiva, contribuiscono a svelare una ad una le sensazioni che il ricordo provoca quando si sprigionano in noi.

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