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Ladri di biciclette, la recensione

Ladri di biciclette, la recensione

Italia del secondo dopoguerra. Un uomo, Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), riesce a trovare un lavoro, ma gli serve una bicicletta per ottenerlo. Tramite la vendita di alcune coperte, sua moglie Maria (Lianella Carell) riesce a procurare abbastanza soldi per riscattare la loro bici dall’officina di riparazione. Antonio comincia entusiasta il suo lavoro, ma il primo giorno gli rubano la bicicletta. Sconsolato e senza più possibilità di lavorare, egli dapprima denuncia il furto, ma vedendo la freddezza della caserma di fronte al suo dramma, decide di chiedere aiuto ad un suo compagno di partito che lo tranquillizza, promettendogli che l’avrebbero ritrovata l’indomani mattina ad un mercatino di merci rubate.

Il giorno seguente inizia dunque una disperata ricerca con l’aiuto del figlioletto Bruno(Enzo Staiola), che porta ad un anziano signore sorpreso a parlare con un ragazzo in sella alla bici incriminata. Il vecchio però, inseguito fino ad una mensa per poveri, si dimostra restio alla richiesta del Ricci di condurlo dal giovane, e così Antonio decide di affidarsi ad una “santona” da cui sorprese sua moglie Maria. Purtroppo però, non ottiene che una vacua risposta, ma all’uscita trova il ragazzo che cercava, sebbene perfino la perquisizione della sua casa non gli frutterà alcun risultato. Antonio decide allora di rubare una bicicletta, ma il suo maldestro tentativo viene fermato in breve tempo :l’uomo ha fallito anche nel più disperato dei suoi piani.

Commovente lo scambio di sguardi finale tra Antonio e Bruno che, piangenti e senza più speranze, tornano a casa, mescolati in una massa di gente come loro:indigente e sfiduciata.

Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, è una storia di ordinaria miseria, la cui scena iniziale mostra la disperazione di un ammasso di uomini costretti ogni mattina a chiedere angosciosamente lavoro, nella maggior parte dei casi invano. La disperazione però, non fa distinzioni di genere, ed infatti presto vediamo un gruppo di donne di ogni età, Maria compresa, ricorrere ai fantomatici aiuti di un’anziana “santona”. Quando poi padre e figlio provano a dimenticare la tristezza per la bici rubata andando in un’osteria, la loro felicità ci sembra assurda in riferimento ai giorni nostri.

Rarissimi i primi piani, per risaltare lo stato emotivo dei protagonisti. Vittorio De Sica si è invece servito dei mezzi primi piani, molto sfruttati durante tutto l’arco del film. Questo capolavoro è il manifesto del neorealismo italiano per eccellenza: gli attori non sono professionisti, le scene sono girate prevalentemente in esterno, per lo più in periferia e in campagna. Il soggetto rappresenta la vita di lavoratori impoveriti dalla guerra. La trama è costruita su scene di gente normale impegnata in normali attività quotidiane, e il bimbo, Bruno, riveste un ruolo di grande importanza. Enzo Staiola ha raccontato che nella scena finale del transito del tram, si manifesta un passaggio non previsto dal copione.

Bruno, infatti, va da una parte e Antonio dall’altra, creando una scena completamente improvvisata, come dimostrato anche dai passeggeri del tram che in coro si sporgono a guardare l’arresto,poichè lo credevano reale, non essendosi accorti della macchina da presa:questo è stato il cinema neorealista, in cui la realtà entrava totalmente nel film, e la fantasia si confondeva spesso con la vita vera.

La pellicola parla di un’Italia fatta a pezzi, la cui unica speranza sembrava essere riposta nel “mal comune mezzo gaudio”, la quale rappresentava l’unica risposta alla sofferenza che attanagliava gran parte della popolazione: nella scena finale, difatti, si può vedere come tutto sommato la gente sorrida, trovando conforto proprio nel non essere sola, nel sentirsi una goccia nell’oceano di miseria di quegli anni.

Un film che ha segnato un’epoca.

foto da: scuolanticoli.com

Cinema, identità sessuale e tabù contemporanei

Cinema, identità sessuale e tabù contemporanei

Il freddo è tagliente, la nebbia fitta. Bologna profuma di inverno e trasuda silenzio. Al Lumière, la sala è gremita di gente, le luci si spengono e la visione comincia. La luce del grande schermo illumina i volti emozionati, pronti a farsi pervadere i sensi dall’intensità dell’ultimo e atteso film di Xavier Dolan.

Il francese scorre dolcemente tra i denti degli attori, come i fotogrammi che con amara lentezza cominciano a lacerare l’anima. Juste la fin du monde mi riporta a casa, nella cucina dai mobili anni Ottanta, dove il pranzo e la cena non sono che banali contorni formali di scontri emozionali pericolosi, che si sciolgono in facili piagnistei o grandi risate a bocca larga.

Le luci si accendono e “Natural Blues” di Moby continua a riecheggiare, finché non scompaiono tutti i titoli di coda e le poltrone rosse non si vuotano, come il mio stomaco, che comincia a gorgogliare e che metto velocemente a tacere accendendo l’ultima sigaretta della giornata. Il centro del petto rimbomba freneticamente e la testa va più veloce del corpo.

I portici mi tengono al caldo, ma gli occhi sono ancora in sala: sola, al centro della stanza, il telo bianco proietta la scena più intensa: Louis poggia la testa su un vecchio materasso impolverato, la luce è fioca e quella camera racconta un passato animato dal sesso omosessuale, dalla cannabis e dalla cocaina. Due minuti di flemmatico erotismo e morbida trasgressione. Il pop leggero di Exotica abbraccia la bellezza dell’adolescenza che distrugge la norma comune.

Come l’argenteria che cade sul marmo, così Xavier Dolan comincia a far rumore nelle mie giornate: uno dopo l’altro, da Mommy a Laurence Anyways, poi Les Amours Imaginaires e J’ai tué ma mere, riempiono i giorni del bianco Natale. L’entusiasmo cresce e le parole si accavallano su fogli bianchi dimenticati in un cassetto.

I lungometraggi sono pieni di provocazione, apnea, nostalgia, mancanza, affezione, rabbia, amore, tragicità, lacrime. Non mancano il sesso, la droga, i disturbi psichici, la sessualità, la dipendenza, la famiglia. La selezione musicale è sorprendente, l’aspect ratio 1:1 è geniale, la sceneggiatura non lascia nulla al caso.

Xavier Dolan rompe gli indugi, spacca i tabù, zittisce la naturalizzazione arcaica di comportamenti sociali culturalmente determinati: un figlio che bacia una madre, una madre single che denuncia la medicalizzazione degli ospedali psichiatrici, un padre che non esiste, una madre che è assente, un figlio omosessuale, un insegnante da premio Pulitzer, ma trans-gender, l’amore che va oltre il sesso e la sessualità senza sesso.

Laurence Anyways e il desiderio di una donna…è un film dal sapore agrodolce, non-convenzionale, in cui i ruoli si ribaltano, i corpi si trasformano, l’amore è preso dal collo e appeso al muro, l’aria è pesante e l’intensità è un crescendo esplosivo. E’ la sfida della contemporaneità a prendere il sopravvento, dove la natura lascia spazio alla tecnologia, per chi in vesti d’uomo diventa donna.

“A New Error” dei Moderat diventa una ballata per la riconquista dell’amore perduto: gli abiti cadono su Fred e Laurence e sanciscono la vittoria dell’amore sul(lla) sess(ualità)o. Il glitch diventa armonia, ma quella felicità ha la durata di un istante: la convenzione ha la meglio sui grandi sogni di cambiamento e non c’è posto per l’inconsueto.

Allora penso a Simone Cangelosi, ospite nel 2015 a Bari al Festival delle donne e dei saperi di genere, organizzato dal Centro interdipartimentale Studi cultura di genere. Nel suo cortometraggio “Dalla testa ai piedi” racconta come ha abbandonato il corpo femminile con difficoltà e paura, modellando un nuovo corpo tutto maschile.

Nasce nel 1968 a Pisa, si trasferisce a Bologna, dove frequenterà il Dams e dopo lavorerà presso la Cineteca Comunale come tecnico dell’Immagine Ritrovata per il Progetto Chaplin. Nel 1995 conosce Marcella di Folco, fondatrice e presidente del Mit, Movimento Identità Transessuale. A Bologna comincia a percepire pian piano il cambiamento e a sopportare un’identità transessuale. Il cinema, secondo Cangelosi, serve a descrivere paesaggi, e nei ventotto minuti di corto c’è la descrizione della sua corporeità e individualità, bellissimi paesaggi in movimento.

Così l’arte, in particolar modo il cinema, diventa la testimonianza che la trasformazione è possibile, non solo pensabile, grazie alla partecipazione attiva del corpo, mai solo, in un contesto politico, sociale, culturale ed economico che può essere rimodernato, prima decostruito e poi riscritto.

Captain Fantastic, la recensione

Captain Fantastic, la recensione

Il campo lunghissimo iniziale ci fa capire quanto anticonvenzionale sia la famiglia che verrà analizzata in questo film: ci sono solo alberi ovunque in un verde infinito, una famiglia tradizionale in una foresta così non potrebbe che farci un’allegra scampagnata, con l’ausilio di detergente antibatterico e salviettine precauzionali. Ma non è il caso della famiglia Cash, che in natura trascorre tutta la propria vita, allenata tutti i giorni alla caccia, alla sopravvivenza nei casi più estremi e a sbarcare il lunario attraverso qualche ‘furtarello’ al supermercato da papà Ben, interpretato da un sorprendente Viggo Mortensen. Altro elemento “diverso dalla norma” che salta all’occhio nei primissimi minuti della pellicola è il font del titolo del film.

Tutti, a partire dai figli più piccoli, sono armati di un cinismo surreale e di una conoscenza approfondita delle varie dottrine politiche, e hanno inoltre una visione disincantata del mondo alimentata da conoscenze mediche e dalla lettura dei capolavori più dissacranti della letteratura mondiale. Inoltre, i ragazzi non vanno a scuola, preferendo il padre istruirli autonomamente.

Ma i bambini sono pur sempre bambini, e preoccupati chiedono al padre il motivo dell’assenza prolungata della madre dalla loro vita:col solito cinismo, il padre spiega loro che è ricoverata per la sua depressione causata dalla poca serotonina.
Presto il figlio grande Bo (George MacKay) scopre di essere stato ammesso all’Università in seguito alla presentazione di certificati falsi. Sebbene sia chiara la sua voglia di andarci, egli è combattuto a causa degli insegnamenti anarchici del padre, che non approverebbe una sua formazione accademica convenzionale.

Ben riceve poi una telefonata in cui gli comunicano il suicidio della moglie Leslie, notizia che sarà poi da lui passata con minuzia di particolari anche ai figli. Incredibilmente, neppure l’indomani sarà giorno di lutto: l’allenamento continuerà come al solito. Il suocero di Ben odia il padre, accusandolo di essere causa della morte della sua unica figlia, vittima, a parer suo, dell’instabilità della loro vita fuori dagli schemi.

L’armata Cash va poi a cena dalla famiglia della sorella di Ben, Harper, e il loro pulmino hippie (da loro affettuosamente denominato Steve) viaggia verso la città, circondato dai vari simboli dell’odiato consumismo. La scena della cena tra le due famiglie è il punto chiave del film: lo scontro tra due mondi opposti e all’apparenza inconciliabili. La vita da eremiti della famiglia selvaggia li rende incapaci di relazionarsi con la società, come sarà poi dimostrato da Bo, che confonderà una fugace infatuazione con la storia d’amore della sua vita. La notte che avrebbero dovuto passare in casa con la famiglia di zia Harper, verrà invece trascorsa nelle tende in giardino. E’ emblematica questa separazione fisica, in questo caso voluta, ma in seguito forzata, quando Ben sarà sbattuto fuori dalla chiesa in cui celebravano il funerale di Leslie a causa della lettura delle sue “scomode” ultime volontà, tra cui quella di essere cremata e gettata nello scarico dei bagni. Stanco di questa situazione paradossale, il suocero Jack decide di chiedere l’affidamento dei suoi nipoti intimando a Ben di stargli lontano.

Il punto di svolta nella vita della famiglia sarà quando Vespyr (Annalise Basso), una delle figlie, nel tentativo di prelevare suo fratello Rellian dalla casa dei nonni, cadrà dal tetto: rimane viva per pura fortuna, e questo sconvolge Ben, che l’indomani manderà tutti i suoi figli a vivere a casa dei nonni. Tutto il mondo che il protagonista si era creato sta lentamente crollando addosso, specialmente dopo la scoperta che è stata sua moglie ad aiutare il figlio Bo a falsificare i documenti per l’Università.

Egli comincia a mostrare un lato umano che fino a quel momento sembrava sconosciuto agli occhi degli spettatori, mentre torna nella foresta a bordo di Steve, sulle note della fantastica Varðeldur dei Sigur Ros. Bo sarà infine libero di partire per inseguire i propri sogni, e il resto della famiglia continua a vivere insieme, questa volta in una casa normale, i figli vanno a scuola, ma sono forti dell’esperienza maturata nella foresta, coltivano un loro orto e hanno le loro galline, ora sono davvero felici.

Captain Fantastic, di Matt Ross, vincitore della Miglior Regia nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, è un film con uno straordinario equilibrio dei colori, che parla di coesistenza e rispetto reciproco, con la speranza che un giorno si possa prendere il meglio da mondi apparentemente inconciliabili per creare qualcosa di superiore, pur mantenendo le proprie convinzioni, come dimostrato dalla famiglia protagonista, il cui motto continua ad essere “Potere al popolo, abbasso il sistema”. Se poi continuate a pontificare su quale dei due mondi sia quello più giusto, probabilmente di questo film non avete capito nulla.

foto da: blog.screenweek.it

Carlito’s way: la recensione

Carlito’s way: la recensione

Ciak. Azione. Carlito (Al Pacino) è spacciato: due colpi d’arma da fuoco trafiggono la sua pancia, la sua faccia è assorta, rassegnata. La macchina da presa fluttua nell’aria. L’inquadratura plongée unita al bianco e nero non fa che sottolinearlo ulteriormente: è la fine. La scena si conclude con un primissimo piano incentrato su Carlito, mentre osserva un manifesto pubblicitario su cui è stampata la scritta “Escape to paradise” (la cui emblematicità è suggeritaci dal fatto che è l’unico elemento a colori della scena).

Un pensiero di Carlito ci riporta al perché di questa vicenda. Charlie Brigante, detto Carlito, è un uomo appena uscito di prigione grazie alla scaltrezza del suo avvocato corrotto, nonché fraterno amico, David Kleinfeld, magistralmente interpretato da Sean Penn, il quale permette a Carlito di uscire di prigione con largo anticipo rispetto alla sentenza precedentemente stabilita. Ora Charlie ha un obiettivo: essere pulito. Ma il suo percorso verso la redenzione si rivelerà più tortuoso di quanto immaginasse; la cerchia sociale che si è costruito durante gli anni precedenti all’incarcerazione finisce per rimetterlo nei guai. E così Carlito torna al suo punto di partenza, nel girone dell’Inferno.

Durante il suo cammino, in una sera piovosa, Charlie va a trovare la sua ultima fidanzata prima della galera, Gail (Penelope Ann Miller), a cui si sente ancora profondamente legato. La visione che ha di Gail, impegnata in una scuola di danza a provare “il duetto dei fiori”, è celestiale, paradisiaca. Ella è lontana, come evidenzia lo sguardo in primo piano di Carlito mentre la osserva. Lontana da lui, ancora collegato all’Inferno. Charlie deve scontare le sue colpe, e sebbene in sede giudiziaria gli sia andata bene, sarà la vita a fargliele scontare.

È a metà del suo percorso che Carlito si rende conto di essere quello di sempre, quando dice a Gail: ”Questa è la mia vita. Io sono come sono, nel bene e nel male. Non posso farci niente.” Più in là, si renderà davvero conto di non poter sfuggire al suo destino, quando David lo metterà nei pasticci, e a farPi comprendere la rassegnazione di Charlie è questa frase da lui pensata:”C’è una linea di confine dalla quale non si torna indietro:il punto di non ritorno. Dave l’ha superato, e io sono qui con lui.”

Emblematico quando Charlie rinchiude uno scarafaggio sotto un bicchiere, per poi sollevare il bicchiere e lasciare libero l’insetto: lo scarafaggio era tale prima, era tale durante la sua “prigionia”, ed è lo stesso dopo essere stato liberato.

“Carlito’s way” è così la storia di un uomo e della sua lotta contro se stesso, contro la sua natura. Purtroppo però non è possibile avere la meglio sulla propria natura, e tutto finisce come è cominciato.  A mettere il punto esclamativo su questo magnifico film ci pensa Joe Cocker, nei titoli di coda, con “You are so beautiful”.

‘Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va’.

foto da: radiocinema.it

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

“Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”.

A questa didascalia iniziale, Charlie Chaplin fa subito seguire un gregge di pecore, intente a pascolare in maniera disordinata ma efficiente, cui associa uno sciame di operai che va al lavoro, con analoga passività.
Una vita diversa è quella  invece del Presidente dell’azienda in cui gli operai lavorano, il cui compito principale sembra quello di monitorare ogni movimento del suo gregge. Il regista inglese Charlie Chaplin, in “Tempi Moderni”, affronta dunque la tematica del controllo sulla vita quotidiana, che sarà poi ripresa ben tredici anni dopo da George Orwell in 1984 e ribattezzata con il nome di Grande Fratello.

Le scene riprodotte in maniera accelerata ci fanno ben capire quanto fosse incessante il ritmo di lavoro che gli operai erano costretti a sostenere. Il Presidente riceverà una visita in cui gli verrà presentata una “macchina da nutrizione”, con la capacità di cibare automaticamente i lavoratori e dunque di eliminare l’ora di pausa, garantendo maggiori profitti. È proprio questo l’emblema dei “Tempi Moderni” secondo Chaplin: l’eliminazione dell’essere umano in quanto tale in favore dell’arricchimento amorale e del capitalismo. Tramite l’eliminazione di una classica nutrizione, infatti, l’uomo va a perdere una di quelle abitudini che lo rendono vivo, facendolo inevitabilmente scivolare in una turpe condizione robotica. Addirittura Charlot ci mostra come la sua vita lavorativa influisca negativamente sulla propria situazione emotiva, attraverso tic nervosi magistralmente interpretati.

Ad ora di pranzo, il prescelto per fare da cavia a questo marchingegno è proprio il nostro protagonista. Ma il test si rivela fallimentare, con una tra le scene più tragicomiche della storia del cinema, dove il povero Charlot è letteralmente devastato dalle lacune tecnologiche della macchina. Nella scena seguente, Charlot, la cui coscienza è annullata dal lavoro che sta svolgendo, finisce risucchiato tra gli ingranaggi della catena di montaggio, nella famosissimo atto nel quale l’operaio appare come la pellicola intrappolata negli ingranaggi della macchina da presa, sottolineando in tal modo come anche il cinema sia il prodotto delle macchine!

In quanto ausilio per l’arte, dunque, le macchine non sono solo negative per l’umanità: Chaplin piuttosto ne critica l’utilizzo sfrenato utile solo per ritorni economici da parte dell’alta società. Charlot, così, impazzisce: comincia a ballare e a minacciare chiunque con la sua chiave inglese, tra cui un’ignara signora, nella cui scena è mirabile l’utilizzo della macchina da presa durante l’inseguimento, malgrado le evidenti difficoltà causate all’epoca dalla inesistenza della steadycam. Non sarà neppure l’inseguimento di un poliziotto a bloccare il pazzo operaio, che ormai ha perso totalmente il lume della ragione(o lo ha trovato?) e dopo aver cosparso d’olio gli altri lavoratori (che però inermi continuano a eseguire il loro “dovere supremo”), manomette le macchine, provocando l’ira dei colleghi. Tuttavia, essi verranno ben presto distratti quando Charlot rimetterà le macchine in funzione, e potrà dunque tornare a cospargerli d’olio.

Charlot è quindi affidato ad una clinica di cura per il suo esaurimento nervoso. Una volta guarito, il medico gli dice: ”Non si affatichi, ed eviti ogni emozione”. Un messaggio drammatico, che suona quasi come un: ”Smetta di vivere, questo mondo non fa per lei”.

Un qui pro quo conduce il protagonista in cella. Dopo aver ingerito accidentalmente della cocaina, egli sventa il tentativo di fuga di alcuni galeotti, guadagnandosi libertà ed una lettera di presentazione che attesta le sue qualità.
Qui entra in scena Monella (Paulette Goddard), una giovane orfana di madre con due sorelline ed un padre disoccupato, che si arrangia rubando le merci delle imbarcazioni attraccate al porto. Quando suo padre perde la vita, le figlie piccole vengono affidate ad un istituto, mentre Monella riesce a scappare ad identica sorte. Dopo una serie di (s)fortunate coincidenze, Charlot e Monella si incontrano, e decidono di passare insieme la loro vita, con la speranza di avere una casa in cui passarla. Sarà Monella a trovare un’accidentata casetta in cui i due, malgrado tutto, saranno felici.

Dopo altre disavventure, la coppia troverà lavoro in un ristorante- Nella sala,  Chaplin si esibisce cantando in una scena indimenticabile. Monella però, è ricercata per essere rinchiusa nell’istituto. I due, costretti ad una disperata fuga, tornano quindi disoccupati. Rifugiati vicino la loro casetta, camminano verso il loro incerto e misterioso futuro. Ma felici, perché insieme. Titoli di coda.

“Tempi Moderni” è un film di denuncia, non fine a sé stessa: una denuncia vogliosa di donare speranza ad una società profondamente cambiata in seguito allo sconvolgimento della Seconda rivoluzione industriale e dunque spaesata. Come dà questa speranza? Facendoci capire che la felicità è nelle piccole cose. Avere a fianco la persona che amiamo, mangiare a sazietà, possedere una casa accogliente. Insomma, per quanto datato, “Tempi Moderni” è un film più che mai attuale, con la speranza che lo sia per sempre.
foto da: ilpost.it

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

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