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[In copertina: Canova – Avete ragione tutti]

Anche i Canova, con quest’esordio, si ascrivono al sottoinsieme dei nuovi neorealisti della canzone. Avvolti dagli spleen post adolescenziali a cantare il tableau vivant di aperitivi, Navigli, amori fallimentari e cantanti alla meno peggio. Davvero non riusciamo a permetterci di più? Davvero dopo tutte le copie dei cantautori 70s, ora ci tocca un elementare passaggio alla riproduzione degli 80s? Basteranno musiche catchy, produzioni dorate e chitarre acchiappa attenzione a offrire alla nostra musica qualcosa di significativo? Ma, soprattutto, è questo il modo migliore che abbiamo per cantare questo tempo? Preferiremmo pensare di no.(1)

Rolling Stone, in maniera tranchant, critica aspramente i Canova, la band milanese super in auge nell’ultimo periodo. Prima però di bocciarli in toto sarebbe opportuno e legittimo capire chi sono e quali novità magari apportano al panorama musicale italiano.

Crediamo di concordare con Rolling Stone per ciò che riguarda lo status attuale della musica italiana. Raf si chiedeva in una famosa hit dell’inizio degli anni 90 cosa resterà degli anni 80, mentre Vasco Brondi si chiede ne’ La lotta armata al bar, “che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero”. In effetti, sono entrambe domande legittime, chiaramente dal punto di vista musicale. In un proliferare di band, cantautori, soprattutto nel filone indie-pop, tra chi si atteggia a paraculo e chi incarna il disagio giovanile, come cantava Battiato, chi non butteremmo giù dalla torre? Ecco, magari i Canova li salveremo.

I Canova sono un po’ fuori dal coro, si inseriscono in quel filone che cerca di narrare agli ascoltatori il disagio giovanile. Già la parola disagio è stata proprio riportata in auge dalla nostra generazione. I millennials, che non vogliono crescere e passano le loro esistenze fra una conversazione Whatsapp e Instagram. Tra “ape” e Navigli, i Canova ci raccontano, con melodie cantabili e orecchiabili, la nostra condizione, e lo fanno senza essere pretenziosi, senza essere completamente avulsi dal contesto sociale in cui viviamo.

L’album ha un titolo tanto democratico quanto provocatorio, si intitola Avete ragione tutti e la prima canzone si chiama Vita Sociale, canzone in cui il cantante dalla voce un po’ nasale ci dice che tutto è destinato a passare, dall’estate alle leggi sul posto fisso. Non c’è particolare ricerca nell’utilizzo del linguaggio, vi ritroviamo testi semplici i cui ritornelli entrano nella mente. Siamo di fronte alla solita canzonetta? Certo i ritmi anni 80 lo suggeriscono.

L’Expo viene raccontata nella seconda traccia, ma è solo un luogo, un retroscena perché è la storia di un incontro romantico di “due sanguinanti amanti”. Ritornano qui la solitudine e l’individualismo, annettendoci la descrizione della vita quotidiana di una qualunque persona che vive in città, Milano, ad esempio perché da lì provengono i Canova. Expo, è la storia convenzionale di due ragazzi del nostro tempo, lui tenta di dire a lei qualcosa (lo si scopre all’ultimo secondo della canzone), ma nemmeno alla fine della canzone ci riesce.

Come ha scritto rockol(2) ogni canzone di quest’album può essere indipendente e potrebbe essere un potenziale singolo. Portovenere è una di queste. Ci si chiede perché bisognerebbe andare fino Portovenere solo per litigare? Anche le parole usate sono la fotografia dei nostri tempi, ricorrono espressioni e frasi come “prenderci male”.

Manzarek, traccia successiva, ha un inizio da canzone di Vasco Rossi, è una canzone d’amore sgangherata, tra “la Borsa che cade e l’Oroscopo che dice che tornerà tutto a posto”, mentre la protagonista si spoglia su una canzone dei Doors. Un bel quadretto quotidiano, una canzone da strimpellare al mare.

“Siamo tutti quanti personaggi” è l’intro della canzone Brexit, canzone sulla mancanza di un futuro, inno generazionale di una generazione allo sbando che non ha “neanche un soldo per viaggiare, andare a Londra”, mentre la Brexit è solo un’esclusione fatale e personale dalla possibilità stessa di viaggiare.

Siamo quelli che domani morirò,
ti dedico un pezzo degli Strokes.
Stiamo insieme dopo mezzanotte,
che poi ci viene l’ansia di esser coppie. (da Brexit)

L’album quindi è uno di quelli in cui non c’è una canzone sbagliata dal punto di vista musicale, tutte potrebbero essere dei potenziali successi. I Canova e gli altri come loro che hanno raccontato la gioventù e i sogni, le speranze, le delusioni non sono nuovi nella musica, si pensi a Guccini (ma Guccini scriveva Eskimo e Farewell, poesie quasi infarcite di lotta studentesca, idee politiche, viaggi in America, Edgar Lee Masters!). La differenza fra i due modi di essere la colonna sonora dei vent’anni è abissale, ma di questo non c’è n’è da fare una colpa ai Canova o a chi come loro ci prova, perché ogni forma d’arte è figlia del suo tempo. Al di là della sociologia spicciola, forse i Canova passeranno, forse no, intanto, nello scorso 2016, va messo agli atti,  ci hanno regalato un’ora e mezza di musica giovane, fresca e spensierata non senza una buona dose di cinismo.


(1) Rolling Stone Italia, 31 ottobre 2016, di Giulia Cavaliere

(2) Rockol, 12 novembre 2016, di Marco Jeannin

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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