Seleziona una pagina
Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

“Solo il tempo ci appartiene”: riconoscere e gestire l’inestimabile valore del tempo

“Solo il tempo ci appartiene”: riconoscere e gestire l’inestimabile valore del tempo

Quando il filosofo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) scriveva in latino le sue riflessioni sul senso del tempo, non si sarebbe certo immaginato che esse si sarebbero tramandate così a lungo tra i posteri, per quasi duemila anni, né che, dopo tanti secoli, sarebbero ancora risultate attuali. Se leggessimo, infatti, alcune delle Lettere scritte da Seneca a Lucilio, suo allievo e amico, oppure certi passi del trattatello La brevità della vita, rimarremmo stupiti nel vedere come le considerazioni presenti in questi testi potrebbero adattarsi alla realtà contemporanea, in cui la frenesia dell’azione fa sì che il tempo scorra a velocità doppia, senza lasciarci riflettere su quanto esso sia prezioso e come valga la pena impiegarlo.

seneca tempo

Busto dello Pseudo-Seneca, bronzo. Ercolano – I sec. d.C.

Tra le altre cose, Seneca esortava Lucilio a rivendicare per sé il possesso della sua persona: lo spronava, cioè, a dedicarsi a coltivare se stesso e la propria dimensione intellettuale e morale, piuttosto che a spendersi per futili incombenze, immischiandosi negli affari altrui.

Alla cura di se stessi è strettamente legata una buona amministrazione del tempo di vita che ciascuno dei mortali ha a disposizione. “Non è poco il tempo che abbiamo; piuttosto è molto quello che abbiamo perduto”, afferma il filosofo ne La brevità della vita, consapevole che il tempo è “perduto” nel momento in cui, concentrati sulle occupazioni quotidiane, gli uomini dimenticano di guardare dentro il proprio animo e di perseguire la propria felicità. Si tratta di un fenomeno tangibile anche nel mondo contemporaneo, in cui, travolti dagli impegni di lavoro o di studio, dediti al raggiungimento dei nostri obiettivi e preoccupati per un futuro che sembra cadere nel vuoto, non riusciamo a cogliere la vera essenza di ciò che veramente potrebbe renderci felici. Dimenticando la cura di noi stessi, delle piccole cose e dei rapporti di ogni giorno.

clessidra tempo

In realtà, per liberarsi dell’incertezza del domani, basterebbe dare la giusta importanza al momento di vita in corso, dedicando tutta la propria attenzione alla persona che siamo, per costruire quella che saremo, senza che l’assillo del futuro attanagli la nostra esistenza. Quante volte vediamo, soprattutto tra i giovani, persone rincorrere il voto di un esame, un aumento di stipendio, una promozione o un risultato importante, in affanno per la continua ricerca della performance, ma incapaci di rendersi conto che la loro felicità, insieme a una parte cospicua del loro futuro, sta inesorabilmente scorrendo via?

dalì tempo

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931. Museum of Modern Art, New York.

Secondo Seneca, infatti, la vera felicità consisterebbe nella cura di sé, della sapienza e della virtù morale. Nel contesto contemporaneo, tali valori potrebbero tradursi nella capacità di individuare un percorso e uno stile di vita che ci facciano sentire bene con noi stessi, nel rispetto e nella comprensione degli altri. Il compito può risultare difficile ed è aggravato, sempre più spesso, dal senso di inadeguatezza nei confronti del mondo che ci circonda e dalla mancanza di punti di riferimento sicuri. Alla base di queste sensazioni, sta la paura di non avere tempo a sufficienza, per agire, per dedicarci ai nostri cari o per essere noi stessi, per sognare e affermare ciò che vorremmo diventare.

Il concetto di tempo, dunque, è all’origine di gran parte delle problematiche della nostra quotidianità: il cattivo uso e, soprattutto, l’abuso di esso (ne sono esempio le ore trascorse davanti allo schermo del computer o dello smartphone) causano un senso di insicurezza e di smarrimento, mentre averne una corretta percezione porta a vivere bene nella realtà che ci circonda. Il tempo è, così, l’unica cosa che ci appartiene realmente. Farne un buon uso significa rendere la nostra vita completa di tutto il necessario.

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Nel mondo contemporaneo assistiamo al progressivo tentativo di rendere la condizione della donna quanto più uguale possibile a quella dell’uomo e, sebbene lo scorso 8 marzo ci abbia ricordato che ancora molto resta da fare, soprattutto in alcuni paesi del mondo, possiamo dire che rispetto a poche decine di anni fa le donne hanno acquisito maggiori diritti e indipendenza, sia a livello lavorativo, sia politico, sia sociale.

Nel mondo classico greco e romano la vita delle donne era molto più complicata rispetto a come è oggi nei paesi occidentali e paragonabile, forse, a quella che caratterizza le donne di alcuni paesi africani o islamici a spiccato orientamento integralista. Tuttavia, potevano esistere alcune eccezioni, per cui le donne ricoprivano posizioni di potere (si pensi a Cleopatra, regina d’Egitto), gestivano il patrimonio familiare al posto degli uomini o, silenziosamente, da dietro le quinte, determinavano le decisioni dei propri mariti, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata.

Di questa forza e potere nascosti si resero conto anche i poeti e gli scrittori antichi, che sospettavano che le donne potessero essere qualcosa di più di semplici spose o madri e trasferirono nelle loro opere questa consapevolezza, inconscia o no, insieme alla paura che esse sovvertissero in qualche modo l’ordine ‘maschile’ prestabilito. Tra le figure di “Bad Women” tramandate dal mito classico ne spiccano soprattutto due.

Fedra e Medea: donne empie, ‘madri’ assassine

Fedra, figlia di Pesifae e Minosse, sposa Teseo, re di Atene. Durante l’assenza del marito, si innamora perdutamente del figliastro, Ippolito. Nel momento in cui, però, Ippolito la rifiuta, Fedra lo accusa di fronte al popolo di Atene e, poi, davanti allo stesso Teseo, rientrato dal suo viaggio, di aver tentato di violentarla. Per questo motivo, Teseo scaglia sul figlio la maledizione di suo padre Nettuno, re dei mari, che porta Ippolito a una morte atroce. Alla fine, dopo aver confessato a Teseo la verità, Fedra si toglie la vita.

La vicenda di Fedra ci è tramandata dall’Ippolito di Euripide, dalle Eroidi Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Medea, figlia di Eeta e principessa di Colchide, fugge dal regno del padre con Giasone e i compagni (gli Argonauti). Una volta a Corinto, però, Giasone abbandona Medea, ormai madre dei suoi figli, per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. A questo punto, Medea, invasa da una terribile ira, cova la sua vendetta: manda, quindi, una veste avvelenata a Creusa, causandone la morte, e uccide di sua stessa mano i figli avuti con Giasone.

La vicenda di Medea è nota principalmente attraverso le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Eroidi e Metamorfosi di Ovidio e la Medea di Seneca.

Donne assassine (e assassinate) di ieri e di oggi

Episodi di questo genere, come infanticidi o omicidi del partner, sono purtroppo abbastanza frequenti anche nella cronaca di oggi, da parte di entrambi i sessi. Tuttavia, non mancavano nemmeno nella realtà del tempo. Gli storici affermano infatti che Agrippina, moglie dell’imperatore Claudio (I sec. d.C.), abbia ucciso il marito per favorire il figlio Nerone. Poi stesso Nerone, una volta diventato imperatore, ordinò che la madre fosse uccisa (59 d.C.) non appena si rese conte che essa avrebbe potuto ostacolarlo nella sua ascesa al potere – della serie: “buon sangue, non mente!”

Questi omicidi tra parenti potrebbero ricordare fatti della cronaca odierna, come il delitto di Ferrara dello scorso 11 gennaio, e vanno letti come il risultato di sentimenti estremi di rabbia e frustrazione e, molto spesso, come conseguenza di disagi psichici radicati in profondità. A volte, questi disagi, per vergogna o per paura del giudizio altrui, sono tenuti nascosti proprio dalle persone più vicine a chi ne è soggetto, le quali intuiscono o sono a conoscenza di qualcosa che sfugge agli altri, per poi essere esse stesse a cadere vittime delle violenze.

Pin It on Pinterest