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Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

“Uno o due Stati? L’importante è la pace”. Questo è stato il primo giudizio pubblico sulla questione palestinese di Donald Trump nelle vesti di presidente degli Stati Uniti, durante il suo primo incontro con l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Una stupidaggine? Affatto. Ovviamente tale opinione è stata criticata da molti, compresa l’OLP presieduta da Abu Mazen, da sempre concorde con la soluzione a due Stati, causa che però porta avanti con un politica totalmente stagnante.

La soluzione dei “due Stati, due popoli” è il principio su cui si sono basate le trattative di pace tra israeliani e palestini  a partire dall’accordo di Oslo del 1993. Praticamente 25 anni fa. Non ci vuole molto per capire come molte cose siano cambiate d’allora, quando altre invece sono purtroppo rimaste uguali. Cosa non è cambiato? Israele continua, di fatto, ad occupare militarmente gran parte del territorio della Cisgiordania, continua ad umiliare militarmente e tramite l’embargo la popolazione di Gaza, oggi di fatto una “prigione a cielo aperto”.  Non è cambiato l’atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi, costretti a “vivere come cani“. È l’essenza del sionismo, sintetizzato fedelmente dall’allora ministro degli esteri Ariel Sharon, nel 1998, quando davanti alla platea del Tsomet Party disse: “non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato ebraico senza la cacciata degli arabi e l’espropriazione delle loro terre”.

Cosa è invece cambiato in questi anni? Molto è cambiato, rendendo la soluzione a due Stati impossibile.

La novità è che gli USA con Trump rompono il ritornello ormai retorico del “due Stati, due popoli”, svuotato di qualsiasi significato dalla stessa realtà e ormai impossibile da attuare come spiegato in seguito. Per il resto l’incontro Trump-Netanyahu è il solito show, di un capo di stato americano che giura eterno amore per Israele. Atteggiamento irremovibile, essendo Israele la più importante base militare USA per il sostegno dei propri interessi energetici e strategici nella regione.

Mappa degli insediamenti Israeliani Fonte: HRW

La questione degli insediamenti

Dimostrando mancanza di memoria storica, lo Stato ebraico ha costruito un muro lungo 730km che divide Israele dalla Cisgiordania, cercando di inglobare gli insediamenti israeliani. Proprio la questione degli insediamenti è un nodo chiave della questione attuale: la costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, in Cisgiordania, oltre a provocare tensioni e alimentare le ingiustizie, ha di fatto reso impraticabile la soluzione a due Stati. Circa 500000 israeliani vivono nei territori dove dovrebbe sorgere lo Stato Palestinese, e questi territori sono sotto controllo militare e amministrativo di Israele.

L’interdipendenza economica

In secondo luogo, ed è il punto più importante, la convivenza forzata di due popoli ha portato ad una naturale interdipendenza economica. Oggi in Israele vivono all’incirca 8.192.000 milioni di persone, di cui l’80% sono israeliani e il 20% sono arabi con cittadinanza israeliana, cristiani e musulmani. Il 43,3% degli arabi israeliani uomini lavorano nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dell’industria. Solo il 7.8% degli arabi israeliani lavora nel settore bancario e assicurativo e il 2,8% nell’industria high-tech. Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  

Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  Mentre sono 30000 i lavoratori illegali, che oltrepassano cioè le recinzioni in modo illegale per raggiungere il posto di lavoro in Israele. Questi ultimi si stima che guadagnino circa un quarto dello stipendio di un Israeliano ebreo. Questo mescolarsi di persone e capitali sta creando interdipendenza tra israeliani e palestinesi, rendendo il sistema economico israeliano dipendente dalla manodopera palestinese. Dall’altro lato, i palestinesi, potranno utilizzare questa loro posizione per condurre battaglie per maggiore libertà e per la fine di una segregazione ormai indegna del mondo in cui viviamo.

Insegnare filosofia ai bambini li rende più intelligenti in matematica e inglese

Insegnare filosofia ai bambini li rende più intelligenti in matematica e inglese

Oggi le scuole affrontano l’inarrestabile pressione nell’aggiornare la loro offerta nei campi della scienza, della tecnologia, ingegneria e matematica. Pochi stanno pensando alla filosofia. Probabilmente dovrebbero.

In Inghilterra, alcuni bambini di nove e dieci anni che hanno partecipato ad un corso di filosofia una volta a settimana hanno in un anno aumentato significativamente le loro capacità matematiche e la loro alfabetizzazione, con un aumento maggiore negli studenti svantaggiati, secondo un autorevole studio. Più di 3000 bambini in 48 scuole di tutta l’Inghilterra hanno partecipato settimanalmente in discussioni su concetti come la verità, la giustizia, l’amicizia e la conoscenza, ritagliando del tempo per riflessioni silenziose, per fare domande, per poi ridiscuterne e proporre nuove idee.
I bambini che hanno partecipato al corso hanno aumentato i voti in matematica e hanno migliorato la lettura, un miglioramento equivalente a due mesi di lezioni extra, anche se lo scopo del corso di filosofia non aveva previsto di ottenere tale risultato. Bambini provenienti da contesti svantaggiati hanno visto un salto persino maggiore nelle loro performance: in quattro mesi hanno migliorato la capacità di lettura, in tre mesi quelle matematiche, e sono migliorati nella scrittura in soli due mesi. Gli insegnanti hanno riscontrato anche un impatto positivo nella fiducia e nell’ascolto degli altri.

Lo studio è stato condotto dalla Education Endowement Foundation (EEF), un gruppo no-profit che si propone di ridurre il divario tra reddito familiare e frequentazione scolastica. L’EEF ha testato l’efficacia della filosofia attraverso uno studio randomizzato controllato, in modo simile a quello sulla sperimentazione dei farmaci. Ventidue scuole hanno agito da gruppo di controllo (cioè non hanno seguito i corsi di filosofia, ndr), mentre gli studenti delle altre 26  scuole hanno fatto i corsi di filosofia (con incontri di 40 minuti una volta alla settimana). I ricercatori hanno monitorato le performance scolastiche dei due gruppi. Gli effetti benefici della filosofia sono durati per due anni: il gruppo che seguiva i corsi  otteneva sistematicamente risultati migliori del gruppo di controllo anche dopo la fine del corso. “Li sono stati dati nuovi modi di pensare e di esprimere loro stessi.” ha detto Kevan Collins, capo della EEF. “Hanno iniziato a pensare con più logica e a connettere le idee tra loro”.

Foto da The Telegraph

L’inghilterra non è il primo Paese a sperimentare l’insegnamento della filosofia ai bambini. Il programma che ha usato l’EEF, chiamato P4C (Philosophy for Children), fu ideato dal professor Matthew Lippman nel New Jersey negli anni ’70 per insegnare capacità di pensiero tramite la discussione filosofica. Nel 1992, la Society for the Advancement of Philosophical Enquiry and Reflection in Education (“SAPERE” – Società per il progresso della ricerca e riflessione filosofica nell’istruzione) fu messa in piedi per emulare questo programma. P4C è stato adottato da scuole in ben 60 Paesi.

Il programma messo in atto dalla SAPERE non si concentrava sulla lettura di testi di Kant o Platone, piuttosto sulla lettura di storie, poesie, o clip di alcuni film che inducano alla discussione di temi filosofici. L’obiettivo è di aiutare il ragionamento dei bambini, la loro capacità di formulare e porre domande, di dedicarsi a conversazioni costruttive, e sviluppare argomenti. Collins spera che le ultime prove convincano i dirigenti delle scuole, che in Gran Bretagna hanno un potere maggiore rispetto agli USA, a destinare parte del budget alla filosofia. Implementare un programma  di questo tipo costerebbe circa 16 sterline (18 €) per studente. Programmi del genere “ti spingono a voler fare di più per i bambini svantaggiati, non di meno” dice Collins. ” Non è un piano di studi riduttivo o restrittivo, al contrario, è un programma che si vuole allargare molto”. Secondo EEF, il 63% dei 15enni britannici ottiene buoni risultati negli esami, contro il 37% degli studenti svantaggiati. Il gruppo pensa che usando ricerche basate su prove e studi randomizzati controllati, le scuole adotteranno politiche più efficenti per affrontare la disparità. Socrate diceva che “la vera conoscenza sta nel sapere di non sapere”. Ma per eliminare il divario nei risultati scolastici, alcuni insegnanti sono convinti che la filosofia avrà un ruolo molto importante.

Qui l’articolo originale di Jenny Anderson

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Giunti al sesto anno della feroce guerra in Siria, appare più chiara la piega che tale crisi prenderà nel futuro. Dopo l’intervento russo e il passo di lato degli Stati Uniti, il baricentro della crisi siriana si è spostato totalmente ad Oriente. Appaiono più chiare anche le forze in gioco, gli schieramenti e le loro intenzioni, in un contesto che volge verso un punto di svolta. Oggi i protagonisti rimangono la Siria, supportata da Russia ed Iran, mentre dall’altra parte, ufficialmente, c’è solo la Turchia. I gruppi ribelli non paiono avere nessuna reale prospettiva di un ruolo politico nel futuro assetto della Siria, apparendo come meri strumenti delle ambizioni di Paesi stranieri, come molti hanno sempre sostenuto. Qual è, quindi, la situazione oggi in Siria e cosa ci si può aspettare dal futuro?

Che ruolo hanno gli USA ?

Gli Stati Uniti, in piena e radicale transizione politica, hanno assunto un ruolo sempre più marginale nel conflitto. Cosa avevano gli USA da guadagnare in Siria? L’estensione della loro influenza, per mezzo del rovesciamento di Assad e l’instaurazione di un governo Sunnita più vicino ai suoi alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Gli USA speravano che tale transizione potesse avvenire a favore di ribelli moderati (come l’ESL), ma i Sauditi e i Qatarioti hanno preferito i gruppi radicali (ISIS, Jabaht al-Nusra, Jaysh al-Islam, Faylaq al-Islam, ecc.), fornendo loro aiuto militare e finanziario. Per far cambiare idea ai propri alleati, gli americani hanno cercato di usare i Curdi e l’ESL contro l’ISIS, per imporre la linea moderata ai Paesi del golfo. Senza però riuscirci.
Ad Aprile 2016 gli USA utilizzano Muhamad al-Ghabi (membro dell’ESL con strette relazioni con l’intelligence USA), mettendolo a capo di un programma atto a convincere militanti dell’ISIS a disertare, pagandoli e convincendoli a combattere per gruppi moderati o tornare a casa. Tale atteggiamento è confermato dai Leak delle mail di Hilary Clinton, in cui scrive: “Mentre questa operazione militare/para-militare continua [usare curdi ed ESL contro l’ISIS , ndr], dobbiamo usare le nostre risorse di intelligence per fare pressione su Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo clandestinamente aiuto logistico e finanziario all’ISIS“.

La Russia, la vittoria di Aleppo e il Ruolo di Ankara

L’intervento russo, partito nell’autunno 2015, ha risollevato le sorti di Bashar al-Assad. Mentre nel 2015 gli islamisti occupavano il 75% della Siria, oggi i gruppi armati sono in seria difficoltà. L’ultima e più importante sconfitta è quella di Aleppo, a fine 2016, dove i terroristi, asserragliati nei quartieri che occupavano da ormai 4 anni, erano certi di poter vincere. Quando l’assedio di russi, siriani, lealisti iraniani ed Hezbollah è iniziato, le cose si sono messe male per i ribelli, che hanno implorato l’aiuto alla Turchia. Nello specifico hanno chiesto di mediare politicamente la loro resa, e così è stato.

Evacuazione di Aleppo in Pullman – Fonte: lifegate.it

La Turchia, da sempre vicina ai ribelli, si è accordata con Russia e Siria, facendo da garante, per la resa di Dicembre e l’evaquazione dei miliziani islamisti rimasti intrappolati ad Aleppo verso la provincia di Idlib. L’aiuto turco nella liberazione di Aleppo sarà sicuramente il pretesto per una pretesa territoriale turca nei confronti della Siria. La caduta di Aleppo si traduce in una possibilità di dialogo tra le parti in gioco, costringendo la Turchia e i gruppi ribelli che a lei fanno riferimento a sedersi al tavolo delle trattative, cioè quello dei colloqui di Astana.

I colloqui di pace di Astana

L’ultima evoluzione della situazione siriana sono proprio i colloqui di pace di Astana, in Kazakhstan, svoltisi il 23 e 24 Gennaio 2017. La location indica come la soluzione al conflitto siriano sia una cosa “tutta orientale”, da cui sia USA che Europa sono completamente estromessi e senza voce in capitolo. Dimostrazione dell’ irrilevanza occidentale è la completa autonomia con cui Russia, Iran, Siria e Turchia hanno organizzato il vertice, senza alcun supporto dell’ONU.
Astana ha l’aria di essere un vertice decisivo, dove la situazione è sicuramente cambiata: la Russia si è innalzata a “guida” politica e strategica, capace di far dialogare Turchia e Siria, cosa non facile dal momento che quest’ultima non ha alcuna fiducia nella Turchia e nelle sue intenzioni. La Turchia ha accettato che Assad rimanga al potere,

La zona “cuscinetto” che oggi si estende ad al-Bab

cosa che solo un anno fa sembrava impensabile; in cambio chiede il controllo turco sulla “zona cuscinetto”, così da poter spezzare a metà i territori del Rojava, distruggendo il sogno Curdo e la possibilità di un accordo Assad-curdi per una regione federale curdo-siriana.
A conferma di questo, le dichiarazioni del vice primo ministro turco, Numan Kurtulmus: “Se qualcuno pensa che dopo aver liberato la città di Al-Bab [città nella zona cuscinetto, ndr] la consegneremo nelle mani di Assad, si sbaglia“. Proprio al-Bab pare essere al centro della nuova strategia russa: consegnare l’area alla Turchia ed assicurarsi la sua uscita di scena dal conflitto.
Anche la sorte di Bashar al-Assad è al centro dei negoziati: rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni per poi cedere il posto al nuovo presidente.
I progressi ottenuti negli ultimi mesi, e più recentemente con i colloqui di Astana, appaiono sulla strada di una soluzione al conflitto. Sarà però il vertice di Ginevra dell’8 Febbraio a dimostrare la solidità degli accordi fin’ora presi.

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

Dong e Gao preparano il pranzo nel cortile della loro casa della Cina rurale. Photographer: Stefen Chow for Bloomberg Businessweek

Articolo originale di Bloomberg qui.


Shangxule è un povero villaggio di contadini situato nelle montagne della provincia di Hebei, nel nord della Cina. L’elevata altitudine non permette coltivazioni redditizie, come le fragole, quindi gli abitanti coltivano mais, grano, arachidi e patate, principalmente per il loro fabbisogno. Negli ultimi anni, la maggior parte dei giovani del villaggio sono partiti per cercare lavoro nelle industrie della zona costiera, o nei cantieri. Chi vive qui? Oltre ai bambini qui vive soltanto vecchia gente, che cerca di non ammalarsi per continuare a coltivare la terra” dice Dong Xiangju, 69 anni, mentre siede nel cortile della sua malmessa fattoria in mattoni e cemento, in un freddo pomeriggio di Dicembre. I suoi tre figli lavorano a Shijiazhuang, e solo raramente hanno il tempo di tornare a casa, dice.


Mentre suo marito settantenne, Gao Chouni, brandisce un grosso bastone per guidare maiali e galline nel loro recinto, Dong parla della sua più grande preoccupazione: il costo di andare da un dottore. “La vita non è affatto facile, e la mia salute continua a peggiorare” , dice, schiaffeggiandosi il ginocchio artritico per enfatizzare.


Lo scorso anno, le medicine per i suoi problemi di cuore e pressione alta, necessarie durante un ricovero in ospedale, sono costate fino a 8000 Yuan ($1154), più del guadagno di un anno di lavoro, dice. “Se possiamo sopportare il dolore, non andiamo in ospedale. E’ troppo costoso“. I loro figli di solito non mandano soldi a casa, ma quando necessario contribuiscono alle spese mediche.


La sfida demografica che la Cina dovrà affrontare è ben nota: nel 2050 quasi il 27 percento della popolazione sarà oltre i 65 anni, da un 10 percento del 2015, secondo le stime delle Nazioni Unite e del China Research Center on Aging. Meno noto è che questa crisi colpirà con più violenza villaggi come Shangxule, che soffrono gli effetti sia della politica del figlio unico, sia quelli della migrazione verso le città.


Ottanta milioni di anziani, il 60 percento degli anziani del Paese, vivono fuori dalle città, lontani dalle strutture sanitarie. Un quinto degli anziani che vivono in zone rurali hanno salari che vanno sotto la soglia di povertà ufficiale. In molti casi, a causa dei costi sanitari, molte famiglie finiscono con l’indebitars. Il tasso di suicidi degli anziani delle aree rurali è tre volte superiore rispetto a quello degli anziani che vivono in città, dice Xiangming Fang, economista alla Georga State University’s School of Public healt.

Rivolgendosi ai membri del Partito Comunista Cinese, il Maggio scorso, il presidente Xi Jinping ha affermato: “C’è una grande differenza tra le aspettative e la realtà di vita che gli anziani hanno della loro vecchiaia“.
I contadini cinesi lavorano nei campi fino a oltre 70 anni, diice John Giles, capo economista del gruppo di ricerca sullo sviluppo alla Banca mondiale. “Non si tratta solo di curare il proprio giardino – dice- è duro lavoro. E se gli anziani hanno figli che sono migrati altrove, è più probabile che lavoreranno ancora più a lungo e più duramente”. Gli anziani delle campagne hanno un tasso magiore di disibabilità fisica rispetto agli abitanti delle città.
Molti hanno difficoltà nello svolgere semplici funzioni come vestirsi, mangiare e farsi il bagno. Sono inoltre sempre più affetti da malattie croniche quali ipertensione, patologie cardiache, problemi respiratori e diabete, in parte, causate dell’elevato tasso di fumatori e bevitori, ma soprattutto a causa dell’inadeguato servizio sanitario.

Al contrario della maggior parte degli altri Paesi, i cittadini cinesi, più invecchiano, e meno spendono in cure mediche, spiega Albert Park, economista alla Hong Kong University.”Quindi anche se gli anziani si ammalano sempre di più nella Cina rurale, stanno ricevendo sempre meno cure”, dice Park.

Le legioni di medici a piedi scalzi di Mao (cittadini con una preparazione medica basilare che ricevevano una minima paga) portarono un grande miglioramento nel servizio sanitario rurale. Ma molte di queste conquiste iniziarono a divenire obsolete con l’apertura dei mercati alla fine degli anni ’70. Oggi, le città cinesi ricevono una sproporzionata fetta della spesa sanitaria nazionale e dei migliori dottori, così gli abitanti delle campagne devono sopportare un servizio sanitario che è costoso ma scadente. Il costo medio di una visita ospedaliera rappresenta il 50 percento dello stipendio annuale di un abitante di città; per un cittadino delle campagne, quel costo è 1,3 volte lo stipendio annule, secondo Gerard La Forgia, autore di Healthy China. Nel frattempo, un sondaggio del 2014 della Stanford’s Rural education Action Program ha scoperto che i pazienti delle cliniche mediche rurale ricevono una giusta diagnosi solo una volta su quattro. La prescrizione inutile di medicinali è dilagante. “A volte ti danno la medicina sbagliata”, dice Dong, la contadina di Shangxule. L’anno scorso ha sofferto di una reazione allergica dovuta ad un medicinale erroneamente prescritto.

Ma i legislatori cinesi sono a conoscenza del fatto che il problema dell’abbandono degli anziani potrebbe diventare una bomba finanziaria e sociale se ignorato. Oggi, tramite agevolazioni fiscali, lo Stato sta incoraggiando sempre più ospedali ad offrire servizi in aree rurali, secondo Mao Qunan, portavoce della Commissione di Salute Nazionale e della famiglia. E mentre le strutture di accoglienza per anziani stanno spuntando numerose nelle città (nella Cina confuciana, tradizionalmente sono i figli a doversi occupare dei genitori anziani), le autorità stanno incoraggiando le strutture ad espandersi nelle campagne. Un programma pensionistico sperimentale rivolto alle aree rurali e introdotto nel 2009, è stato oggi ampliato e copre tutte le persone oltre i 60 anni (prima di tale programma, nessun abitante rurale godeva di trattamenti pensionistici). Similmente, molti anziani dei villaggi hanno ora accesso ad un’assicurazione medica rurale, introdotta più di dieci anni fa. Entrambi i programmi, però, garantiscono una protezione limitata; la pensione rurale ammonta intorno agli 80 yuan al mese (circa 12$), molto lontani dai pagamenti medi ricevuti nelle città. “Sulla carta sembra ottimo, 90 percento della popolazione rurale è coperta, è questo è probabilmente vero. Il problema, però, è cosa questa assicurazione copre.” dice La Forgia.

La Cina ha una politica dei permessi di residenza molto restrittiva: ciò rende difficile per i genitori anziani riconciliarsi con i loro figli nelle città, e le assicurazioni di cui dispongono non offrono copertura negli ospedali urbani. Alcuni figli stanno tornando nei villaggi per prendersi cura dei genitori, ciò potrebbe intaccare la crescita economica, in quanto i più giovani cinesi andranno a fare lavori meno produttivi lasciandone altri. “Dopo dovrò tornare nella mia città, perchè i miei genitori stanno diventando vecchi”, dice il 25enne Zhang Chi, che lavora in una fabbrica di giocattori a Dongguan, a più di 1300 km dalla sua città natale, Xi’an, nella Cina centrale. “Lavorando lontano, riesco a vedere i miei genitori raramente, e questo non va bene“. “Alcuni pensano che tornare nei villaggi non sia fattibile e nemmeno desiderabile. Alcuni migranti hanno paura di non poter fare abbastanza per aiutare le proprie famiglie, e mentre la vita nelle città industriali cinesi ha le sue difficoltà, i lavoratori delle fabbriche possono però godere di comfrot sconosciuti ai loro genitori o amici delle campagne. “Ovviamente, vedere i nostri figli così lontani non è facile“, dice Dong. “Ma c’è lavoro lì, quindi devono allontanarsi per trovare un lavoro. Tutto qui. Certo mi mancano, ma a cosa servirebbe?”.

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Partiamo da un presupposto: in democrazia si vota. Mettetevi l’anima in pace. La gente vota chi vuole e non importa che abbia i rubinetti d’oro o l’aereo privato. Il voto non è decisione obiettiva sul buongoverno: è un misto di credenza e sentimento“. Vince il candidato che meglio sa osservare la realtà, interpretarla, è capace di comunicare agli elettori che la si è compresa e che la si migliorerà. Non tutti gli elettori sono uguali. Ma per vincere devi parlare alla maggioranza. In questo la Sinistra ha miseramente fallito. In Europa, negli Stati Uniti, ovunque. Non solo si è resa colpevole di non aver mosso un dito per fermare la deindustrializzazione di enormi aree industriali dell’Italia, degli Usa, della Grecia, della Francia, ma continua ad interloquire solo con chi tale disastro l’ha prodotto: finanza e grande industria, intellettuali (?) e burocrati, esasperando le enormi masse di disoccupati o precari che ormai si sentono su un altro pianeta, rispetto a quello narrato.

Le sinistre parlano ad un elettorato élitario e privilegiato che maggioranza non sarà mai. Quando si dice che Donald Trump ha vinto grazie alla rabbia dei disoccupati della “Rust Belt” non è un esercizio di retorica: è la realtà. Quando dai salotti in TV i giornalisti di sinistra sbraitano contro i risparmiatori truffati da Banca Etruria perchè in piazza portano un cappio o uno striscione volgare, ecco, è lì che la sinistra sta morendo. O meglio, si sta suicidando, rendendosi odiosa. Questo conglomerato di snob, arrogante ed élitario, continuando a disprezzare il popolo definendolo ignorante, razzista, populista, retrogrado per ogni manifestazione di disagio, sta commettendo un errore fatale.

Gli americani li definirebbero “Snowflakes“, fiocchi di neve: persone troppo delicate per confrontarsi con chi la pensa in modo diverso, che si professano superiori e rimangono così isolate.  Questi snowflakes di Sinistra stanno consegnando pacchi di consenso nelle mani di partiti populisti e nazionalisti. Non in quanto i popoli occidentali, che erano e sono (un pò meno) i popoli più agiati al mondo, siano diventati di colpo violenti razzisti convinti della supremazia bianca, ma perchè tali popoli, ridicolizzati ed ignorati dalla Sinistra, vogliono ora vendetta: hanno bisogno di giustizieri. E allora votano chiunque sia contro il “sistema”. Più questo griderà forte, più sarà aggressivo, maggiori saranno le possibilità di attirare consenso.

Dopo le sonore sconfitte subite (Brexit, Trump, il dimenticato referendum greco tradito 1000 volte) avranno capito la lezione? Macchè! Pensate che dopo l’elezione di Donald Trump, il nostro Napolitano ha rincarato la dose mettendo in dubbio il suffragio universale, definendolo “non sempre portatore di avanzamento”, rivelandosi così persino un sostenitore dell’ancien Règime. Certo, probabilmente si riferiva al Nazismo: quello che lui e quel modo di fare politica sta lentamente risvegliando. L’humus da cui rischia di risorgere un nuovo populismo violento è lo stesso degli anni ’30, ma oggi ha un elemento in più di cui nutrirsi: le ceneri della globalizzazione.

È l’economia, infatti, il perno attorno al quale si muove questa inversione di tendenza politica: la disoccupazione creata dalle delocalizzazioni, gli stipendi al ribasso a causa della crisi e dell’immigrazione incontrollata, e le macerie lasciate dalle follie finanziarie sono le basi su cui si fonda questo “nazionalismo economico“, vera essenza dei nuovi populismi. Non è vero che si tratta di movimenti anti establishment, ma è quello che vogliono far credere. Siamo in politica, d’altronde.

Guardiamo al fenomeno Trump: un milionario con decenni di successi tra luci ed ombre che ha come guru un ex banchiere di Goldman Sachs, ex imprenditore cinematografico, Stephen Bannon. Quindi?

Quindi, far passare Trump come uomo fuori dal sistema non è altro che politica, così come è politica quella di far passare il muro col Messico per una novità, quando è li da 20 anni. Eppure nonostante non sia un Robin Hood o un proletario, Trump vince e proprio Stephen Bannon, ne analizza le ragioni:

I globalisti hanno distrutto l’America dei lavoratori, e hanno creato una classe media in Asia. Se Trump mantiene le promesse, avremo il 60% dei voti dei bianchi, e il 40% dei voti ispanici e neri, e governeremo per 50 anni. E’ qui che i Democratici hanno fallito, loro parlavano a gente con aziende da 9 miliardi di dollari e 9 dipendenti. Non è la realtà. Hanno totalmente perso di vista il mondo”.

Preparatevi, sarà questo il manifesto della nuova politica, e non avete ancora visto niente.

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