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La Germania sta divorando l’Unione Europea

La Germania sta divorando l’Unione Europea

L’Europa oggi e il ruolo della Germania

Se c’è una cosa ben chiara a tutti nell’attuale quadro europeo, è che qualcosa non va.

Il progetto di unione politica e monetaria aveva l’obiettivo di mettere fine agli antichi rancori tra Stati, vecchi di secoli e causa di infinite guerre, ma aveva anche il fine di riunire i popoli in una nuova unione continentale, che fosse in grado di competere con i giganti dell’economia e della politica odierna. Di chi parliamo? Di Usa, Russia e Cina.

E’ chiaro che in una prospettiva di competizione tra giganti di tali dimensioni, piccoli Paesi come il Portogallo, l’Austria, l’Italia non ce l’avrebbero mai fatta autonomamente, in un mondo che corre ad alta velocità. Ma con l’ Unione europea sì: anche l’Irlanda, l’Italia o la Francia avrebbero avuto il modo di competere con le grandi sfide globali attraverso il progetto comunitario (stando almeno alle intenzioni di base).

Qualcosa però si è incrinato, e oggi rischia davvero di spezzarsi. Nello scenario attuale, l’Europa non è una forza diplomatica ed economica unitaria, ma una unione frammentata in cui la Germania definisce le regole dell’economia e della politica. Chiunque neghi questo, negherebbe di fatto l’evidenza.

La perdita di potere dell’UE a vantaggio della Germania è sicuramente imputabile alla incapacità degli altri Stati membri, ma non esclusivamente. Oltre a tale incapacità di concepirsi come entità unitaria e di andare oltre gli interessi nazionali, vi è stata la consapevolezza tedesca di beneficiare di un sistema economico favorevole solo a sé, ma, nel complesso, estremamente dannoso per l’Europa.

Il ruolo della Germania è senza dubbio quello di Leader, seppure nel progetto di Unione Europea non sia stata così “Europeista” come tutti credono. Ciò è evidente e qui proviamo a spiegarlo.

Economia: la Germania predica male e razzola bene

La Germania ha avuto un ruolo guida soprattutto nell’economia. Quella tedesca cresce più di quella dei partners europei, e tutti voglio scoprire il segreto. Le ricette economiche che la Germania consiglia sono quelle che conosciamo: austerità, risanamento dei conti pubblici, meno spesa. E sono le stesse che da anni vengono applicate ai Paesi europei in crisi, Italia compresa. I risultati? Deflazione (diminuzione dei prezzi e dei salari), debito pubblico in aumento, produzione industriale stagnante. Risanare i conti pubblici in una congiuntura già esasperata dalla crisi economica (partita negli USA nel 2008) è stato completamente disastroso, fallimentare. E ciò, più di ogni altra cosa, ha portato alla sfiducia nell’Europa tutta e nelle sue istituzioni e dato nuova vita ai populismi. Chiunque avrebbe cambiato strategia: d’altronde c’è il futuro dell’Europa tutta in gioco. Chiunque, tranne la Germania. Per anni Berlino ha difeso questa linea, anche quando tutti i leader europei chiedevano un cambio di rotta. Ma per quale motivo, se si è visto che non funzionano? I risultati parlano chiaro.

fonte: Wikipedia

Viene allora da chiedersi, quali solo le modalità di successo del governo tedesco? E’ presto detto: mentre la Germania ha detto per anni che la spesa pubblica e il debito sono il male assoluto, la locomotiva tedesca era alimentata proprio dalla spesa pubblica. Attraverso il KfW, la Germania ”canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Esatto, la Germania ha trovato il modo per non far rientrare la spesa pubblica nel debito pubblico. Mentre il resto d’Europa soffre la fame a causa dei vincoli di Maastricht e del fiscal compact, la Germania fa spesa pubblica per miliardi di euro.

L’iniquità di una tale atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e rivela il ruolo demolitore che interpreta la Germania in Europa. E pensare che in italia continuano a dirci che la spesa pubblica è il male!

Politica: che fine ha fatto Bruxelles?

Nella politica, gli Stati, affannati dai problemi economici hanno “colpevolmente spostato il potere dalla commissione europea al consiglio europeo” 1, cioè da un “organo di Individui” (i commissari nazionali) ad un “organo di Stati” (riunione dei capi di governo). L’operazione ha totalmente sbilanciato il peso delle decisioni europee, consegnando di fatto il potere a Berlino, con la Merkel a rappresentare la figura politica più abile presente al momento. Gli esempi di questa situazione sono numerosi:

Proteste dei profughi sulla rotta balcanica

Accordo con Turchia sui profughi. L’ondata di profughi diretti verso l’EU arriva da due versanti, quello libico e quello turco, cioè rotta del Mediterraneo e rotta dei Balcani. La Germania ha abilmente condotto un accordo con il governo turco per fermare l’arrivo di profughi dalla rotta balcanica, fornendo mezzi e fondi alla Turchia. Per alcuni l’accordo è stato uno scandalo, per altri un esempio di pragmaticità politica. In effetti oggi la rotta balcanica è chiusa, mentre quella del mediterraneo è totalmente incontrollata.

Ancora una volta, la Germania agisce come Stato “unico”, curando i propri interessi nazionali e commerciali, senza spingere verso l’unificazione politica europea, ma scavalcandola e ponendosi come unico interlocutore. A dimostrazione di questo le dichiarazioni della Casa Bianca, secondo cui, da ora in poi, le comunicazioni tra USA-UE non avverranno più tra Washington-Bruxelles, ma tra Washington-Berlino, come detto recentemente da Steve Bannon. La cosa curiosa è che dichiarazioni simili sono state fatte anche dal governo canadese guidato da Justin Trudeau, a dimostrazione che non si tratti solo di un colpo di testa del governo Trump, ma di una presa d’atto delle forze in gioco in Europa.

Sanzioni alla Russia e accordi Russia-Germania. La vicenda delle sanzioni europee alla Russia è piuttosto esplicativa del modo di muoversi della Germania in ambito internazionale. Berlino, si è a lungo fatta fatta promotrice e guida delle sanzioni economiche alla Russia come reazione europea alla crisi ucraina. Non tutti in Europa hanno gradito, per via delle conseguenze economiche. Solo all’Italia, le sanzioni sono costate una perdita di export di 3,6 miliardi di euro tra il 2014 al 2016.

fonte: fort-russ.com

Al di là del giudizio di valore riguardo le cause e le conseguenze di questa crisi, c’è un dato importante da notare. I russi hanno definitivamente deciso di spostare la rotta dei gasdotti, fermando le forniture che passano dall’Ucraina, di cui Mosca non si fida più. Quelle forniture arrivavano in Europa per alimentare Italia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca.

Qui entra in gioco la Germania. Dopo essersi fatta portabandiera delle sanzioni alla Russia, i tedeschi entrano in trattativa con la russa Gazprom riguardo la questione gasdotti. La proposta è di aggirare il problema Ucraino, costruendo un gasdotto che non passi più da Kiev, ma che attraversi tutto il Mar Baltico e giunga in Germania. Si tratta del North Stream 2. Si, 2. Perché c’è già un gasdotto che percorre il Baltico, e questo sarebbe il secondo. In questo modo, tutto il gas proveniente dalla Russia passerebbe per la Germania, rendendoci di fatto dipendenti da Berlino.

L’incoerenza tedesca non è passata inosservata, e persino l’ex premier Renzi ha accusato la Germania di fare il doppio gioco, sanzionando Mosca e allo stesso tempo facendoci affari.

Trump, la Nato e la bomba atomica tedesca

Nel 2015, in piena crisi ucraina, i Paesi Nato hanno concordato l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL dei Paesi sotto quella soglia. Se la Francia si trovava appena sotto quella soglia, la Germania si assestava al 1,3 % del Pil e l’aumento consisteva circa in 35 miliardi. A inizio 2016 Berlino però rincara la dose, la ministra della difesa Ursula von der Leyen dichiara di voler aumentare la spesa militare di 130 miliardi entro il 2030.

In assenza di un esercito europeo unitario, o quantomeno coordinato, e alla luce della crisi economica, la difesa dei membri europei è affidata sostanzialmente a loro stessi e alle loro capacità di spendere e innovare. Con una Nato sempre più distaccata, tutto ciò potrebbe essere un problema: gli Stati europei non possono spendere autonomamente per il proprio esercito, e con vincoli di spesa così bassi finiranno per non avere mai i mezzi finanziari necessari per far fronte alle recenti

Bandiera della NATO (fonte: huffingtonpost.com)

richieste di Trump di aumentare prima possibile i contributi alla Nato. La forza della Germania non solo affossa le economie, ma mette in difficoltà gli stati, i loro conti e la loro capacità di spesa militare.

Nel frattempo nel Paese si è riaperto un dibattito a lungo rimasto tabù, alla luce del passato bellico della Germania: la bomba nucleare. Da qui nasce un interrogativo molto cupo, ma che purtroppo diventa necessario alla luce delle dinamiche europee. Le difficoltà finanziarie dei Paesi europei e la politica isolazionistica di Trump, lasceranno che la Germania sfrutti i suoi vantaggi per diventare il primo esercito europeo?

In conclusione, quindi, perché dovremmo ispirarci ad un modello tedesco che continua a imporre regole che non rispetta, affossando le economie e le capacità di Stati e disgregando di fatto il progetto europeo? Non eravamo fieri, all’inizio, di essere parte dell’Unione Europea, fondatori e protagonisti di questo progetto? Si tratta di un controsenso pazzesco. Oggi, essere europeisti significa ancora una volta arginare il ruolo tedesco, ridimensionare la Germania a membro dell’Unione. Perché neppure la Germania potrà mai davvero giocare un ruolo globale tra i giganti.


 1. (Prodi 3/03/2017)

Un asilo ultranazionalista in Giappone

Un asilo ultranazionalista in Giappone

La vita all’asilo Tsukamoto di Osaka

Ogni mattina, i bambini dell’asilo Tsukamoto marciano con i loro piccoli piedi a ritmo di inni militari, si inchinano alle immagini dell’imperatore, promettono coraggiosamente di offrire la propria vita per difendere la patria. Alle recite scolastiche, questi bambini di tre, quattro o cinque anni, mettono in scena spettacoli in cui esortano il pubblico di genitori a proteggere il Giappone da minacce straniere.

I bisnonni degli allievi dell’asilo Tsukamoto ricevettero la stessa educazione, ma le scuole di stato attenuarono il nazionalismo all’indomani della seconda guerra mondiale. Questo finchè alcuni giapponesi si sono resi conto che in realtà le scuole private offrono ancora questa educazione ultra-nazionalista. E la cosa che più li ha stupiti, è stato il fatto che sia proprio il governo a sostenerle.

Lo scorso anno, la Moritomo Gakuen, l’azienda che dirige l’asilo, ha comprato un lotto di terreno pubblico nella città di Osaka ad un prezzo stracciato, circa al 14% del suo valore effettivo. Così iniziarono la costruzione di una scuola elementare per insegnare le stesse idee ultranazionaliste. Fu invocato il nome di Shinzo Abe, primo ministro giapponese, durante un discorso per la sollecitazione alle donazioni. La moglie di Abe, Akie, tenne un discorso presso l’asilo Tsukamoto e ne fu nominata direttrice. Tomomi Inada, il ministro della difesa, spedì una lettera ringraziando l’asilo di migliorare il morale dei soldati giapponesi, dopo che i bambini dell’istituto furono inviati a dare il benvenuto alle navi da guerra giapponesi che tornavano ai porti.

Gli imbarazzanti collegamenti con il governo giapponese

Shinzo Abe nega ogni coinvolgimento nella vendita del terreno, e promette di dimettersi se chiunque altro sarà in grado di provare il contrario. Il presidente Abe dice che lui e sua moglie furono assillati dal direttore, Yasunori Kagoike, affinchè donassero a favore dell’asilo, e lo stesso Kagoike utilizzò il nome del primo ministro come spinta per raccogliere altri fondi “nonostante la mia ripetuta insistenza di non farlo”.

Tuttavia, Abe aveva precedentemente elogiato il direttore Kagoike per la sua “ammireovle passione” nell’istruzione e aveva detto che condividono “ideologie simili”. Col crescere dell’attenzione sul caso, però, qualsiasi riferimento alla ministra della difesa Inada e al presidente Abe è stato eliminato dal sito internet dell’asilo senza troppi complimenti.

Istigazione all’odio e la retromarcia delle istituzioni

L’asilo Tsukamoto era persino stato messo sotto inchiesta per istigazione all’odio. La scuola mandò note a casa degli studenti in cui i cinesi venivano chiamati “shinajin“, l’equivalente di “musi gialli”. La vice preside nonchè moglie del preside Yasunori Kagoike, spedì una lettera ai genitori di un bambino di origine coreana dicendo che lei non discrimina ma “odia coreani e cinesi”.

La Moritomo Gakuen ora cerca di divincolarsi dalla faccenda, così come il presidente Abe. Le autorità di Osaka dicono che una volta finito di costruire, l’asilo, potrebbe non ricevere la licenza di operare. Ci sono stati meno iscritti rispetto a quelli attesi. E ha dovuto cambiare il nome in Land of Rice memorial school, e non più quello iniziale: Prime minister Shinzo Abe memorial school.

Qui l’articolo originale dal “The Economist“.

Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

Israele-Palestina. La soluzione a due Stati non è più una soluzione

“Uno o due Stati? L’importante è la pace”. Questo è stato il primo giudizio pubblico sulla questione palestinese di Donald Trump nelle vesti di presidente degli Stati Uniti, durante il suo primo incontro con l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Una stupidaggine? Affatto. Ovviamente tale opinione è stata criticata da molti, compresa l’OLP presieduta da Abu Mazen, da sempre concorde con la soluzione a due Stati, causa che però porta avanti con un politica totalmente stagnante.

La soluzione dei “due Stati, due popoli” è il principio su cui si sono basate le trattative di pace tra israeliani e palestini  a partire dall’accordo di Oslo del 1993. Praticamente 25 anni fa. Non ci vuole molto per capire come molte cose siano cambiate d’allora, quando altre invece sono purtroppo rimaste uguali. Cosa non è cambiato? Israele continua, di fatto, ad occupare militarmente gran parte del territorio della Cisgiordania, continua ad umiliare militarmente e tramite l’embargo la popolazione di Gaza, oggi di fatto una “prigione a cielo aperto”.  Non è cambiato l’atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi, costretti a “vivere come cani“. È l’essenza del sionismo, sintetizzato fedelmente dall’allora ministro degli esteri Ariel Sharon, nel 1998, quando davanti alla platea del Tsomet Party disse: “non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato ebraico senza la cacciata degli arabi e l’espropriazione delle loro terre”.

Cosa è invece cambiato in questi anni? Molto è cambiato, rendendo la soluzione a due Stati impossibile.

La novità è che gli USA con Trump rompono il ritornello ormai retorico del “due Stati, due popoli”, svuotato di qualsiasi significato dalla stessa realtà e ormai impossibile da attuare come spiegato in seguito. Per il resto l’incontro Trump-Netanyahu è il solito show, di un capo di stato americano che giura eterno amore per Israele. Atteggiamento irremovibile, essendo Israele la più importante base militare USA per il sostegno dei propri interessi energetici e strategici nella regione.

Mappa degli insediamenti Israeliani Fonte: HRW

La questione degli insediamenti

Dimostrando mancanza di memoria storica, lo Stato ebraico ha costruito un muro lungo 730km che divide Israele dalla Cisgiordania, cercando di inglobare gli insediamenti israeliani. Proprio la questione degli insediamenti è un nodo chiave della questione attuale: la costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, in Cisgiordania, oltre a provocare tensioni e alimentare le ingiustizie, ha di fatto reso impraticabile la soluzione a due Stati. Circa 500000 israeliani vivono nei territori dove dovrebbe sorgere lo Stato Palestinese, e questi territori sono sotto controllo militare e amministrativo di Israele.

L’interdipendenza economica

In secondo luogo, ed è il punto più importante, la convivenza forzata di due popoli ha portato ad una naturale interdipendenza economica. Oggi in Israele vivono all’incirca 8.192.000 milioni di persone, di cui l’80% sono israeliani e il 20% sono arabi con cittadinanza israeliana, cristiani e musulmani. Il 43,3% degli arabi israeliani uomini lavorano nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e dell’industria. Solo il 7.8% degli arabi israeliani lavora nel settore bancario e assicurativo e il 2,8% nell’industria high-tech. Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  

Mentre le donne, sono occupate perlopiù nel settore dell’istruzione. I lavoratori arabi costituiscono un’importante manodopera per l’intero indotto economico israeliano,  le ragioni sono gli stipendi più bassi: la paga media oraria di un arabo residente in Israele è di 7,8€ circa, contro gli oltre 13€ di un cittadino israeliano ebreo. A tutto ciò si aggiungono i 50000 lavoratori palestinesi legali (cioè che hanno un permesso da Israele, molto difficile da ottenere) che ogni giorno attraversano le infinite frontiere e check-point militarizzati israeliani per raggiungere il posto di lavoro.  Mentre sono 30000 i lavoratori illegali, che oltrepassano cioè le recinzioni in modo illegale per raggiungere il posto di lavoro in Israele. Questi ultimi si stima che guadagnino circa un quarto dello stipendio di un Israeliano ebreo. Questo mescolarsi di persone e capitali sta creando interdipendenza tra israeliani e palestinesi, rendendo il sistema economico israeliano dipendente dalla manodopera palestinese. Dall’altro lato, i palestinesi, potranno utilizzare questa loro posizione per condurre battaglie per maggiore libertà e per la fine di una segregazione ormai indegna del mondo in cui viviamo.

Insegnare filosofia ai bambini li rende più intelligenti in matematica e inglese

Insegnare filosofia ai bambini li rende più intelligenti in matematica e inglese

Oggi le scuole affrontano l’inarrestabile pressione nell’aggiornare la loro offerta nei campi della scienza, della tecnologia, ingegneria e matematica. Pochi stanno pensando alla filosofia. Probabilmente dovrebbero.

In Inghilterra, alcuni bambini di nove e dieci anni che hanno partecipato ad un corso di filosofia una volta a settimana hanno in un anno aumentato significativamente le loro capacità matematiche e la loro alfabetizzazione, con un aumento maggiore negli studenti svantaggiati, secondo un autorevole studio. Più di 3000 bambini in 48 scuole di tutta l’Inghilterra hanno partecipato settimanalmente in discussioni su concetti come la verità, la giustizia, l’amicizia e la conoscenza, ritagliando del tempo per riflessioni silenziose, per fare domande, per poi ridiscuterne e proporre nuove idee.
I bambini che hanno partecipato al corso hanno aumentato i voti in matematica e hanno migliorato la lettura, un miglioramento equivalente a due mesi di lezioni extra, anche se lo scopo del corso di filosofia non aveva previsto di ottenere tale risultato. Bambini provenienti da contesti svantaggiati hanno visto un salto persino maggiore nelle loro performance: in quattro mesi hanno migliorato la capacità di lettura, in tre mesi quelle matematiche, e sono migliorati nella scrittura in soli due mesi. Gli insegnanti hanno riscontrato anche un impatto positivo nella fiducia e nell’ascolto degli altri.

Lo studio è stato condotto dalla Education Endowement Foundation (EEF), un gruppo no-profit che si propone di ridurre il divario tra reddito familiare e frequentazione scolastica. L’EEF ha testato l’efficacia della filosofia attraverso uno studio randomizzato controllato, in modo simile a quello sulla sperimentazione dei farmaci. Ventidue scuole hanno agito da gruppo di controllo (cioè non hanno seguito i corsi di filosofia, ndr), mentre gli studenti delle altre 26  scuole hanno fatto i corsi di filosofia (con incontri di 40 minuti una volta alla settimana). I ricercatori hanno monitorato le performance scolastiche dei due gruppi. Gli effetti benefici della filosofia sono durati per due anni: il gruppo che seguiva i corsi  otteneva sistematicamente risultati migliori del gruppo di controllo anche dopo la fine del corso. “Li sono stati dati nuovi modi di pensare e di esprimere loro stessi.” ha detto Kevan Collins, capo della EEF. “Hanno iniziato a pensare con più logica e a connettere le idee tra loro”.

Foto da The Telegraph

L’inghilterra non è il primo Paese a sperimentare l’insegnamento della filosofia ai bambini. Il programma che ha usato l’EEF, chiamato P4C (Philosophy for Children), fu ideato dal professor Matthew Lippman nel New Jersey negli anni ’70 per insegnare capacità di pensiero tramite la discussione filosofica. Nel 1992, la Society for the Advancement of Philosophical Enquiry and Reflection in Education (“SAPERE” – Società per il progresso della ricerca e riflessione filosofica nell’istruzione) fu messa in piedi per emulare questo programma. P4C è stato adottato da scuole in ben 60 Paesi.

Il programma messo in atto dalla SAPERE non si concentrava sulla lettura di testi di Kant o Platone, piuttosto sulla lettura di storie, poesie, o clip di alcuni film che inducano alla discussione di temi filosofici. L’obiettivo è di aiutare il ragionamento dei bambini, la loro capacità di formulare e porre domande, di dedicarsi a conversazioni costruttive, e sviluppare argomenti. Collins spera che le ultime prove convincano i dirigenti delle scuole, che in Gran Bretagna hanno un potere maggiore rispetto agli USA, a destinare parte del budget alla filosofia. Implementare un programma  di questo tipo costerebbe circa 16 sterline (18 €) per studente. Programmi del genere “ti spingono a voler fare di più per i bambini svantaggiati, non di meno” dice Collins. ” Non è un piano di studi riduttivo o restrittivo, al contrario, è un programma che si vuole allargare molto”. Secondo EEF, il 63% dei 15enni britannici ottiene buoni risultati negli esami, contro il 37% degli studenti svantaggiati. Il gruppo pensa che usando ricerche basate su prove e studi randomizzati controllati, le scuole adotteranno politiche più efficenti per affrontare la disparità. Socrate diceva che “la vera conoscenza sta nel sapere di non sapere”. Ma per eliminare il divario nei risultati scolastici, alcuni insegnanti sono convinti che la filosofia avrà un ruolo molto importante.

Qui l’articolo originale di Jenny Anderson

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Giunti al sesto anno della feroce guerra in Siria, appare più chiara la piega che tale crisi prenderà nel futuro. Dopo l’intervento russo e il passo di lato degli Stati Uniti, il baricentro della crisi siriana si è spostato totalmente ad Oriente. Appaiono più chiare anche le forze in gioco, gli schieramenti e le loro intenzioni, in un contesto che volge verso un punto di svolta. Oggi i protagonisti rimangono la Siria, supportata da Russia ed Iran, mentre dall’altra parte, ufficialmente, c’è solo la Turchia. I gruppi ribelli non paiono avere nessuna reale prospettiva di un ruolo politico nel futuro assetto della Siria, apparendo come meri strumenti delle ambizioni di Paesi stranieri, come molti hanno sempre sostenuto. Qual è, quindi, la situazione oggi in Siria e cosa ci si può aspettare dal futuro?

Che ruolo hanno gli USA ?

Gli Stati Uniti, in piena e radicale transizione politica, hanno assunto un ruolo sempre più marginale nel conflitto. Cosa avevano gli USA da guadagnare in Siria? L’estensione della loro influenza, per mezzo del rovesciamento di Assad e l’instaurazione di un governo Sunnita più vicino ai suoi alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Gli USA speravano che tale transizione potesse avvenire a favore di ribelli moderati (come l’ESL), ma i Sauditi e i Qatarioti hanno preferito i gruppi radicali (ISIS, Jabaht al-Nusra, Jaysh al-Islam, Faylaq al-Islam, ecc.), fornendo loro aiuto militare e finanziario. Per far cambiare idea ai propri alleati, gli americani hanno cercato di usare i Curdi e l’ESL contro l’ISIS, per imporre la linea moderata ai Paesi del golfo. Senza però riuscirci.
Ad Aprile 2016 gli USA utilizzano Muhamad al-Ghabi (membro dell’ESL con strette relazioni con l’intelligence USA), mettendolo a capo di un programma atto a convincere militanti dell’ISIS a disertare, pagandoli e convincendoli a combattere per gruppi moderati o tornare a casa. Tale atteggiamento è confermato dai Leak delle mail di Hilary Clinton, in cui scrive: “Mentre questa operazione militare/para-militare continua [usare curdi ed ESL contro l’ISIS , ndr], dobbiamo usare le nostre risorse di intelligence per fare pressione su Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo clandestinamente aiuto logistico e finanziario all’ISIS“.

La Russia, la vittoria di Aleppo e il Ruolo di Ankara

L’intervento russo, partito nell’autunno 2015, ha risollevato le sorti di Bashar al-Assad. Mentre nel 2015 gli islamisti occupavano il 75% della Siria, oggi i gruppi armati sono in seria difficoltà. L’ultima e più importante sconfitta è quella di Aleppo, a fine 2016, dove i terroristi, asserragliati nei quartieri che occupavano da ormai 4 anni, erano certi di poter vincere. Quando l’assedio di russi, siriani, lealisti iraniani ed Hezbollah è iniziato, le cose si sono messe male per i ribelli, che hanno implorato l’aiuto alla Turchia. Nello specifico hanno chiesto di mediare politicamente la loro resa, e così è stato.

Evacuazione di Aleppo in Pullman – Fonte: lifegate.it

La Turchia, da sempre vicina ai ribelli, si è accordata con Russia e Siria, facendo da garante, per la resa di Dicembre e l’evaquazione dei miliziani islamisti rimasti intrappolati ad Aleppo verso la provincia di Idlib. L’aiuto turco nella liberazione di Aleppo sarà sicuramente il pretesto per una pretesa territoriale turca nei confronti della Siria. La caduta di Aleppo si traduce in una possibilità di dialogo tra le parti in gioco, costringendo la Turchia e i gruppi ribelli che a lei fanno riferimento a sedersi al tavolo delle trattative, cioè quello dei colloqui di Astana.

I colloqui di pace di Astana

L’ultima evoluzione della situazione siriana sono proprio i colloqui di pace di Astana, in Kazakhstan, svoltisi il 23 e 24 Gennaio 2017. La location indica come la soluzione al conflitto siriano sia una cosa “tutta orientale”, da cui sia USA che Europa sono completamente estromessi e senza voce in capitolo. Dimostrazione dell’ irrilevanza occidentale è la completa autonomia con cui Russia, Iran, Siria e Turchia hanno organizzato il vertice, senza alcun supporto dell’ONU.
Astana ha l’aria di essere un vertice decisivo, dove la situazione è sicuramente cambiata: la Russia si è innalzata a “guida” politica e strategica, capace di far dialogare Turchia e Siria, cosa non facile dal momento che quest’ultima non ha alcuna fiducia nella Turchia e nelle sue intenzioni. La Turchia ha accettato che Assad rimanga al potere,

La zona “cuscinetto” che oggi si estende ad al-Bab

cosa che solo un anno fa sembrava impensabile; in cambio chiede il controllo turco sulla “zona cuscinetto”, così da poter spezzare a metà i territori del Rojava, distruggendo il sogno Curdo e la possibilità di un accordo Assad-curdi per una regione federale curdo-siriana.
A conferma di questo, le dichiarazioni del vice primo ministro turco, Numan Kurtulmus: “Se qualcuno pensa che dopo aver liberato la città di Al-Bab [città nella zona cuscinetto, ndr] la consegneremo nelle mani di Assad, si sbaglia“. Proprio al-Bab pare essere al centro della nuova strategia russa: consegnare l’area alla Turchia ed assicurarsi la sua uscita di scena dal conflitto.
Anche la sorte di Bashar al-Assad è al centro dei negoziati: rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni per poi cedere il posto al nuovo presidente.
I progressi ottenuti negli ultimi mesi, e più recentemente con i colloqui di Astana, appaiono sulla strada di una soluzione al conflitto. Sarà però il vertice di Ginevra dell’8 Febbraio a dimostrare la solidità degli accordi fin’ora presi.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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