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Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Traduzione dal TIME: http://time.com/4663317/syrian-refugee-women-cook-food-restaurant/?xid=homepage

Le storie

Dyana Aljizawi ha passato tre giorni cucinando più di due dozzine di piatti tradizionali siriani– riso pilaf, hummus, insalata, baba gaboush, cosce di pollo arrosto e altro- ed era esausta. E’ stata una notte impegnativa per la ventenne rifugiata siriana al Syria Supper Club, gruppo dedicato all’accoglienza dei rifugiati attraverso la condivisione di pasti.

Aljizawi è una delle molte donne rifugiate che sono riuscite a entrare in sintonia con le loro nuove case e a guadagnare cucinando e condividendo piatti tradizionali con i vicini degli Stati Uniti e del Canada. Grazie al Syria Supper Club, queste donne ricavano profitti dall’organizzazione di cene a buffet con l’intento di respingere l’islamofobia e la xenofobia che, a detta loro, è stata esacerbata dall’elezione del Presidente Donald Trump. “Sono spaventata all’idea di uscire perchè, con il corrente clima politico e Trump, ho paura che possiamo essere rispedite a casa, in una zona di guerra”, ha detto Aljizawi, che ora vive nel New Jersey con suo marito. “L’America è piacevole, bellissima, ma abbiamo dovuto affrontare moltissimo dolore qui”.

La guerra civile siriana ha creato circa 11 milioni di emigranti, mandandone più di 10,000 in America e 40,000 in Canada. Prima di arrivare negli USA, Aljizawi ha vissuto in Egitto per alcuni anni. Sebbene non abbia fornito molti dettagli circa la sua precedente vita in Siria, Aljizawi ha detto di aver imparato la cucina tradizionale siriana da sua madre all’incirca a 17 anni, mentre viveva in Egitto. Durante la serata, gli invitati alla cena hanno fatto i complimenti allo chef, meravigliati dalla varietà delle sue abilità culinarie ad una così giovane età. A differenza del cibo americano, la cucina siriana, ricca di verdure e carne “halal”, include miriadi di piatti. I 20 piatti e più di quella sera non erano niente, ha detto Aljizawi.

“Dovreste vedere com’è durante il Ramadan”, ha detto, mentre descriveva l’infinita quantità di cibo che lei e la sua famiglia avrebbero mangiato alla fine del mese santo di digiuno Islamico. Un po’ timida all’inizio, Aljizawi si è aperta con il proseguire della cena, aiutata dal suo traduttore Asma Alqudah, studente alla Montclair State University. Alla fine del pasto delle risatine riempivano l’angolo della sala occupato dalle donne più giovani che parlavano animatamente in Arabo e si facevano alcuni selfies. Alijzawi ha detto che il suo più grande obiettivo è cucinare per la sua famiglia ed occuparsi della sua casa, una volta stabilitasi perfettamente nella sua nuova dimora.

La cucina come forma di integrazione

Oltre al rischio di islamofobia, altre sfide hanno reso la vita in America difficile per Aljizawi. Casa sua è troppo piccola e in pessime condizioni, l’affitto è troppo caro e lei e suo marito non hanno agevolazioni adeguate, ha detto. I soldi che guadagna grazie alle cene sono d’aiuto mentre cerca lavoro. Gli ospiti acquistano i biglietti a 50 dollari l’uno, per poter partecipare alla cena, e il ricavato va alle donne siriane per acquistare gli ingredienti necessari. Iniziato da Kate McCaffrey e Melina Macall, il Syria Supper Club offre opportunità ai rifugiati e cerca di opporsi a Trump. Le donne, che sono state coinvolte nel progetto dalla sinagoga di Montclair, Bnai Keshet, hanno organizzato circa 30 cene, di cui 15 solo a Gennaio, tanto  la popolarità del club cresce. Circa 30 rifugiate hanno cucinato, e ci sono stati vari ospiti che si sono proposti per organizzare eventi successivi.

Trump ha attraversato le menti di tutti gli ospiti durante la cena del 5 Febbraio, tenutasi nei giorni seguenti all’emanazione da parte di un giudice federale di una conferma circa il suo ordine esecutivo sull’immigrazione, che bandiva i provenienti da sette nazioni a maggioranza musulmana, incluso un bando a tempo indeterminato per i rifugiati siriani. Molte persone vedono il bando come anti-Musulmano e condividere i beni con i rifugiati già presenti negli USA è diventato l’unico modo per gli americani di ribellarsi contro l’ordine, che è stato subito ostacolato da un appello alla corte federale in California.

Il desiderio di familiarizzare con i nuovi vicini ed aiutarli ad avere una vita piena ha spinto gli americani e i canadesi ad avviare in entrambi i Paesi pop-up restaurants e servizi di catering che assumono le donne per condividere quelle ricette della tradizione orale che potrebbero dissolversi a causa della dispersione nelle varie parti del mondo. A Toronto, in Canada, Newcomer Kitchen invita le donne siriane rifugiate a preparare pasti settimanali che vengono venduti online per 20$. Il menù varia da settimana a settimana e può includere torte salate di carne, Tabbouleh, hummus, pollo, verdure e sempre un dolce tipico siriano.

“Vogliamo celebrare il fatto che conservino una delle più antiche tradizioni culinarie al mondo”  afferma la co-fondatrice Cara Benjamin-Pace. “Il nostro obiettivo non è formare queste donne affinché si inseriscano nel settore culinario. Vogliamo riunirle e accoglierle come donne e come parte della comunità.”

Sembra abbia funzionato per tre donne che cucinano ogni settimana per Newcomer Kitchen. Le tre vivevano a Toronto da circa un anno e hanno raccontato al TIME, attraverso un traduttore, di quanto si sentissero frustrate prima di essere coinvolte nel progetto,  e di come il loro umore sia migliorato ora che sono parte di una comunità affiatata. Una cuoca, Amina Alshaar, ci ha raccontato di aver esitato prima di unirsi al progetto perché non aveva mai fatto “questo tipo di esperienze”. Come casalinga, cucinare per la sua famiglia poteva risultarle stressante ma, alla Newcomer Kitchen, sente di avere una nuova energia. “Sono qui per sette ore e sono davvero felice. Per niente stanca” dice Alshaar.

Cucinare per non sentirsi sole

Khadija Alibrahim, un’altra cuoca, ci racconta di come  la sua famiglia ha reagito alla notizia di voler lavorare ora che vive in Canada. Hanno cambiato idea quando hanno visto quanto lei fosse soddisfatta. “Mi ha resa davvero felice l’idea di riunirmi con altre donne” dice. “Se non mi fossi unita a questo tipo di progetto, non avrei avuto la possibilità di familiarizzare con gli eventi sociali che la cucina racchiude.”

Ghada Neemat racconta invece della necessità di cucinare per evitare di sentirsi sola. Neemat, 32 anni, ci ha detto di aver perso suo padre, suo fratello e tre cugini a causa della guerra. “La possibilità di incontrare Cara e far parte di questo progetto è stata davvero d’aiuto” racconta Neemat che ora è incinta. “Prima ero totalmente depressa, ora mi sento molto meglio”

La politica di accoglienza canadese nei confronti dei rifugiati ha sorpreso totalmente le donne, molte delle quali al proprio arrivo sono state accolte dal primo ministro Justin Trudeau in persona. Alshaar dice che le ci vorrebbero circa dieci giorni per esprimere a pieno la sua opinione nei confronti di Trump e della sua politica isolazionista. “Non ce lo si aspetta da un presidente degli Stati Uniti” dice riferendosi all’ordine esecutivo di Trump, il quale ha causato la detenzione negli aeroporti di milioni di persone il giorno dopo averlo sottoscritto. “Come hanno fatto ad eleggerlo?”

Benjamin-Pace dice che la Newcomer Kitchen è riuscita a raggiungere le donne proprio perché tendono ad essere messe in secondo piano quando la propria famiglia arriva nella nuova casa. Mentre gli uomini trovano un lavoro e i figli vanno a scuola, loro restano a casa e si isolano. “E’ quasi come se le loro vite non avessero l’opportunità di ripartire. Se dai nuova energia alle donne, lo sviluppo complessivo della famiglia è parecchio superiore.” sostiene Benjamin-Pace. “Le donne in Siria hanno un grande potere. Non stiamo cercando di cambiarle. Vogliamo solo valorizzarle per ciò che sono.”

 

Traduzione di Silvia Fortunato e Francesca Del Vento

Giappone, il “mono no aware” e la concezione estetica della natura

Giappone, il “mono no aware” e la concezione estetica della natura

Il concetto di “Mono no Aware”

Quando in Giappone i ciliegi iniziano a fiorire, si celebra l’evento con un’usanza dalla storia millenaria. E’ quella dell’Hanami, che in lingua nipponica vuol dire “ammirare i fiori” e consiste appunto nell’osservare e godere della bellezza dei sakura (fiori di ciliegio) organizzando pic nic e passeggiate all’aperto. Questa antica tradizione è strettamente legata ad uno dei temi centrali del Buddismo e della filosofia Zen: il fiore di ciliegio è infatti il simbolo della fugacità della vita umana e dell’impermanenza della realtà.  Il meraviglioso spettacolo offerto dai ciliegi in fiore dura solo pochi giorni, è passeggero come tutto ciò che ci circonda, ma è proprio questo a renderlo così affascinante ed unico. L’Hanami esprime al meglio il concetto estetico giapponese del “mono no aware”.

Se volessimo tradurlo a parole, il “mono no aware” può essere definito come il pathos delle cose, un sentimento di partecipazione emotiva nei confronti dell’esistenza. E’ la contemplazione della bellezza seguita dalla sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Il termine è l’unione di due parole: “mono” che significa “cose” e “aware” che originariamente indicava l’esclamazione di stupore nei confronti di un soggetto naturale. Successivamente “aware” ha assunto il significato di “compassione”, “pietà”, “tristezza”. Il “mono no aware” è quindi quel sentimento di malinconia che deriva dall’apprezzamento del bello e dalla consapevolezza della sua caducità. E’ osservazione che si fa sentimento. E’ la struggente solitudine della bellezza, di ciò che in un momento è, e il momento successivo non è più.

L’impermanenza: la bellezza è nel cambiamento

Tuttavia, al di là della tristezza che ne deriva, si cela dietro questo concetto anche un importante insegnamento della saggezza orientale: sono proprio l’impermanenza e la transitorietà delle cose a renderle uniche e ad esaltarne la bellezza.  Se i ciliegi fossero sempre in fiore perderebbero sicuramente gran parte del loro fascino. La consapevolezza dell’impermanenza, inoltre, nella visione buddista è fondamentale per adattarsi alla imprevedibilità degli eventi e alla natura effimera delle cose. Gran parte della sofferenza umana deriva dall’incapacità di accogliere il distacco, il cambiamento, la fine. Ma la vita è un implacabile scorrere di avvenimenti, di inizi e cessazioni. Accettarlo, permette di comprendere che non serve opporre resistenza e che se ogni cosa è effimera e fugace, affannarsi per essa diventa inutile. La transitorietà delle cose non deve essere quindi motivo di angoscia nichilista, ma piuttosto può essere considerata come un invito a godere il momento presente nella sua speciale unicità.

Il mono no aware trova la sua massima espressione letteraria in una delle opere principali della letteratura giapponese, il Genji Monogatari. Il romanzo ruota intorno alle vicende del figlio dell’imperatore e il discorso che egli pronuncia quando è ormai prossimo alla morte, è forse il più rappresentativo del “pathos delle cose” di cui l’opera è il simbolo:

Non mi lamento di un destino che condivido con i fiori, con gli insetti, con gli astri. In un universo dove tutto passa come un sogno, non ci perdoneremmo di durare per sempre. Non mi addolora che le cose, gli essere e i cuori siano perituri, dal momento che una parte della loro bellezza è fatta di questa sciagura. Ciò che mi affligge è che siamo unici…Saranno in fiore altre donne, sorridenti come quelle che ho amato, ma il loro sorriso sarà diverso. Altri cuori si spezzeranno sotto il peso di un amore insopportabile, ma le loro lacrime non saranno le nostre lacrime. Mani umide di desiderio continueranno a intrecciarsi sotto i mandorli in fiore, ma la stessa pioggia di petali non cade mai due volte sulla felicità umana”

Monia Sammali

 

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

Martedì 7 febbraio è stata pubblicata la lettera di Michele, il ragazzo udinese di 31 anni che si è tolto la vita. I genitori hanno inviato alla testata giornalistica Il Messaggero Veneto il messaggio che il ragazzo ha lasciato loro prima di suicidarsi. L’hanno inviata perché tutti sapessero le motivazioni che hanno condotto il figlio a togliersi la vita.

Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto. La lettera di Michele, carica di rabbia e rancore, è stata virale arrivando a commuovere la rete.

Una giovane autrice della nostra redazione ha voluto rispondere con una lettera di scuse in forma anonima ma nome della sua generazione sulla via per i 30 anni.

Caro Michele,

ti scrivo dal mondo che hai deciso di lasciare. Quello degli uomini e delle donne che sopravvivono in questa giungla chiamata vita. Non ho ancora trent’anni. Non so cosa voglia dire vedersi sbattere le porte in faccia, aspettare una chiamata che non arriva, illudersi che “sì, forse questa è la volta buona”. Non ho la minima idea di come possa far male vedere i propri sogni calpestati, le proprie ambizioni umiliate. Sono ancora una studentessa in attesa del futuro, il cui massimo fallimento nella vita può essere un esame andato male.

Nonostante ciò, la tua lettera di addio è stata un pugno al cuore. Ben piazzato, doloroso come solo le parole a volte possono essere. E ho sentito la tua sofferenza come se fosse anche mia. In un attimo ho sentito l’angoscia che si prova a perdere ogni speranza, a sopportare fino al limite, a non riuscire più a vedere il futuro.

Si fa presto a dare libero sfogo ai giudizi in queste occasioni. Alcuni stanno già rimproverando il tuo gesto. Dicono che avresti dovuto resistere, che non avresti dovuto darla vinta a questo mondo che sembra non volerci. Dicono che la vita è preziosa e bisogna difenderla ad ogni costo. Alcuni dicono che sei stato un debole e che i giovani di oggi si autocommiserano anziché lottare. Io dico che a volte dovremmo tacere.

In questo mondo che corre, che premia i vincenti, che ignora i talenti, gli assassini siamo anche noi, che non riusciamo più a osservare senza giudicare. Siamo noi che critichiamo senza conoscere e rimaniamo indifferenti a tutto. Siamo noi che chiediamo: come stai? e non ascoltiamo. E anche noi che rispondiamo: “bene” e vorremmo urlare.

Questa lettera non è un inno alla vita, non è nemmeno una denuncia sociale. E’ piuttosto una lettera di scuse. Mi scuso a nome di questo mondo per non aver apprezzato e riconosciuto le tue qualità. Per avere ucciso i tuoi sogni, per non aver capito la tua sofferenza. Mi scuso a nome di questo mondo per averti rubato la speranza, per averti illuso e deluso, per aver corso troppo lasciandoti indietro.

Mi scuso per aver dimenticato che siamo esseri umani, per aver dimenticato la gentilezza, per aver giudicato senza conoscere.

So che non te ne farai molto di queste scuse, ora.

E forse le ho scritte più per me stessa, per noi che continuiamo a vivere in questo pazzo mondo. Per ricordarci, nel nostro piccolo, di “restare umani” anche quando è difficile.

Buon viaggio, amico mio.

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Vrem democraţie, fără amnistie!” Urlano a piena voce migliaia di manifestanti per le strade delle maggiori città rumene. Significa “vogliamo la democrazia, senza amnistia” ed è uno degli slogan che da giorni accompagna le proteste che infiammano il popolo rumeno.

E’ il 31 gennaio quando il governo, guidato dal premier socialdemocratico Sorin Grindeanu, approva un decreto d’urgenza in piena notte che rende l’abuso di potere punibile solo se arreca un danno allo stato superiore a circa 44.000 euro. Il provvedimento prevede, inoltre, che il reato sia investigabile solo a seguito di denuncia, la quale deve essere presentata entro sei mesi dall’accadimento dei fatti.

Il decreto è stato presentato, almeno nelle intenzioni, come misura urgente contro il sovraffollamento delle carceri. Secondo i critici, tuttavia, proteggerebbe proprio il leader del partito al governo e presidente della camera, Liviu Dragnea, condannato a due anni in via definitiva con sospensione della pena per frode elettorale e accusato di una perdita dello stato pari a circa 24.000 euro. A poche ore dall’approvazione del decreto, le piazze delle maggiori città si riempiono di uomini e donne armati di bandiere, cartelli e voci urlanti “Hoții” (ladri). Dopo solo due ore dall’annuncio del Ministro della Giustizia Florin Iordache, ci sono già in Piazza della Vittoria a Bucarest 10.000 persone pronte a urlare la loro rabbia nonostante il freddo e l’orario.

Alle 2.00 circa i manifestanti iniziano a tornare ad abbandonare le piazze, ma sui social network l’appuntamento è già fissato per il giorno successivo e la partecipazione diventa sempre più massiccia, portando in pochi giorni davanti al Palazzo del Governo 200.000 cittadini e 300.000 in totale in tutta la Romania. Un numero così alto non si vedeva dai tempi della rivoluzione che nel dicembre 1989 portò alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceaușescu. Il clima è bollente. Il 2 febbraio il Ministro del Commercio Florin Jianu esprime il suo disaccordo con le scelte del governo. Sulla sua pagina Facebook, riferendosi al figlio, scrive: “Tra qualche anno, quando lo guarderò negli occhi non avrò bisogno di dirgli che suo padre era un vigliacco.”

Protesta in Romania immagine da ilPost

E mentre la Commissione Europea esprime forte preoccupazione per la modifica del Codice Penale rumeno, le manifestazioni continuano e il 4 febbraio il premier annuncia la revoca del decreto. Sembrerebbe una storia a lieto fine, ma ormai la miccia è scoppiata e i numeri aumentano. 600.000 persone continuano a protestare nonostante il dietrofront del governo. Nelle loro parole c’è la diffidenza di un popolo che si sente preso in giro. La costituzionalità incerta della nuova ordinanza ha infiammato ulteriormente gli animi dei manifestanti che ora chiedono a gran voce le dimissioni del governo.

Sfilano per le strade giovani e anziani e i loro volti esprimono tutta la rabbia di un paese stanco di essere uno tra gli stati più corrotti d’Europa. Centinaia negli ultimi anni sono infatti i funzionari incriminati di abuso di potere e corruzione e un report dell’IPP (Institute for Public Policy) rileva che il 15% dei parlamentari eletti nel 2012 era sotto indagine o lo è stato in passato.

Sfilano tutte le generazioni in Romania. Ci sono gli adulti che fino a poco tempo fa, disillusi, credevano di non poter cambiare nulla ed ora vedono riaccendersi la speranza. Ci sono ragazzi e ragazze che urlano a temperature sotto lo zero, da giorni, la propria rabbia e che non hanno assolutamente intenzione di fermarsi. E ci sono persino i bambini, con le loro bandierine di plastica tra le mani, a rappresentare il futuro per cui si sta lottando.

Intanto nelle ultime ora il presidente rumeno Khlaus Ioannis ha dichiarato di fronte al Parlamento che “l’abrogazione del decreto e le eventuali dimissioni del ministro della Giustizia non sono sufficienti. La soluzione della crisi si trova all’interno della maggioranza di sinistra” suggerendo implicitamente le dimissioni del governo e la nomina di un nuovo esecutivo sempre affidato al PSD. “Convocare elezioni anticipate sarebbe eccessivo in questo momento” ha aggiunto. Alle parole del presidente molti deputati della maggioranza hanno abbandonato l’aula.
La questione sulle sorti del governo rimane ancora sospesa. Ma ciò che è certo è che, in un tempo in cui la sfiducia nei confronti del cambiamento è alta, il popolo rumeno dimostra che uniti, senza violenza e con grande tenacia, si può fare la differenza. Dimostra che la politica, ossia l’arte di governare, non è solo di chi siede sulle poltrone in un aula del Parlamento, ma è anche e soprattutto dei cittadini, senza la cui partecipazione non può esistere democrazia.

Monia Sammali

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Ciondolava per il centro storico di Venezia quando Pierre-Auguste Renoir, un pomeriggio d’autunno del 1881, rimase impressionato dalla maestosità della Basilica di San Marco e dall’atmosfera che quest’ultima suscitava. Quella offertaci dall’artista è una visione totalizzante in cui cerca di rendere, nell’immediatezza, la sensazione di apertura e di vertigine che suggeriva la vista frontale del monumeto nella grande piazza.

Piazza San Marco – Pierre-Auguste Renoir

Il simbolo della Serenissima è da sempre spunto di riflessione artistica e storica. Essa vanta delle origini leggendarie legate al santo di cui porta il nome.

E’ Eusebio di Cesarea, tra le fonti principali relative alla vita dell’Evangelista, a informarci che in seguito a varie peregrinazioni in Oriente, Marco fu ucciso in circostanze misteriose ad Alessandria d’Egitto e il suo corpo trascinato per tutta la città. Nell’828 le sue reliquie vennero trafugate e trasportate a Venezia da due mercanti, traslazione considerata segno del volere divino. Il santo fu eletto a patrono della città in sostituzione del Santo bizantino Teodoro. Il tutto da leggere in chiave ideologica per legittimare l’ascesa della città.

San Marco l’Evangelista-Emmanuel Tzanes

L’edificio, in origine, era la cappella privata del Doge. Nel X secolo essa fu distrutta da un incendio a seguito di una rivolta. Si procedette con la ricostruzione dell’attuale Basilica nel 1064, sotto il doge Contarini. E con la consacrazione, avvenuta trent’anni dopo, Venezia assunse un ruolo di primo piano nella tradizione cattolica infatti nota è la sua partecipazione attiva alle Crociate.

“A volte sulla riva di San Marco giungono velieri che recano nelle loro vele i venti di altri mondi.”
  cit.Mieczysław Kozłowski

Attività principale dell’economia veneziana è rappresentata dall’intenso operato mercantile che guardava ad Est. I commerci con i paesi orientali permettevano l’importazione di pregiate manifatture e le successive influenze nelle arti figurative. Infatti la struttura della Basilica di San Marco prende a modello l’Apostoleion, situata a Costantinopoli, altrettanto fiorente punto di incontro di diverse popolazioni. Come la basilica dedicata agli apostoli in Oriente, quella di San Marco si presentava con pianta a croce greca con le navate, tre per braccio, separate da colonnati tra piloni che sostengono le cinque cupole, distribuite al centro e lungo gli assi della croce.

 

Pianta Apostoleion

 

Pianta Basilica di San Marco

In quanto emblema dell’unione tra cultura occidentale e orientale, la Basilica veneziana presenta tratti strutturali e stilistici peculiari sia dell’una che dell’altra. Di occidentale viene costruita una cripta, e l’altare, conforme alle regole della tradizione romanica europea, viene collocato nella zona absidale del braccio est. L’ampliamento della navata centrale rompe la perfetta simmetria della pianta creando un’asse longitudinale. Di orientale sono le gallerie con pavimento ligneo che coprivano le navate minori. All’interno le pareti sono interamente rivestite da una ricchissima decorazione musiva e le murature sia interne che esterne erano articolate da nicchioni scavati in esse.

Interno della Basilica di San Marco

 

A partire dal XIII sec. viene allargato il vestibolo e prende forma l’attuale facciata. Essa viene arricchita con materiali recuperati direttamente dalla capitale orientale presentandosi così ricoperta da lastre marmoree, bassorilievi e caratterizzata da colonne in due ordini in marmi preziosi. In ultima analisi per quanto riguarda l’esterno non si può non menzionare gli importanti portali strombati costituiti da timpani ad archi inflessi d’ispirazione araba in cui viene rappresentato il martirio di San Marco ad Alessandria D’Egitto.

Le autrici
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Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

Giulia Morra

Studio Scienze dei beni culturali presso l’Università degli studi di Bari. Amo le danze popolari e i racconti di J.R. R. Tolkien. Sogno di diventare un’archeologa specializzata in cultura funeraria tardoantica

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