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Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Quando i giovani europei non si sentono tali. Quando i “non posso” e i “non ho tempo” diventano barriere più efficaci di quelle di mattoni e filo spinato.

 

Poco più di un secolo fa, si spegneva il giornalista, scrittore e poeta Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo romanzo “Cuore”.
L’opera è resa particolare e innovativa per via della scelta di inserire in un unico contesto (quello della classe scolastica) personaggi appartenenti a regioni diverse; decisione che, nel trentennio immediatamente successivo ai moti risorgimentali e all’Unione di Italia, rappresentava l’espressione del suo desiderio di poter finalmente vivere una nazione unita non solo dal punto di vista geo-politico, ma a tutti gli effetti, il sentire propria un’identità comune a tutti, nel nome della libertà e della fratellanza.
Il suo anelito era forse pura utopia: l’orgoglio del cittadino medio (il patriottismo verso la propria regione e la convinzione della superiorità di quest’ultima sulle altre) insieme alle ovvie differenze linguistiche, rappresentate dalle differenze dialettali, sembravano tarpare le ali di ogni idealista.

Più di cento anni dopo la pubblicazione di quel libro, scritto in un tempo che ci sembra ormai così lontano, viene firmato il Trattato di Maastricht, che istituisce, col nome che essa mantiene ancora oggi, l’Unione Europea. All’inizio della seconda metà del Novecento probabilmente ben pochi avrebbero potuto pensare possibile un evento di tale portata. Nel 2004 si ebbe l’adozione della Costituzione europea con i Trattati di Roma. L’ idea fu ostacolata e successivamente in parte abbandonata, ma trovò compimento ben più che parziale nella Carta di Nizza e nel Trattato di Lisbona. Tutti progressi che in precedenza sarebbero potuti essere interpretati come illusioni frutto di menti che vivevano tra le nuvole.

Ed ecco che giungiamo ai giorni nostri. Giorni in cui anche noi ci troviamo di fronte ad una potenziale futura nazione che cerca, certo con i suoi ovvi compromessi e con le sue inevitabili e innegabili contraddizioni, di tenersi salda: quella degli Stati Uniti di Europa. Paese le cui ipotetiche regioni sarebbero quelle che sono oggi realtà nazionali, ad esempio la stessa Italia. Nazioni-regioni, dunque. Esse trovano difficile integrarsi proprio per il cittadino medio, preso dal nazionalismo e che non intende “sottomettersi” a una realtà politica ancora più in alto; e, ancora una volta, per le differenze linguistiche, che sarebbero certo superabili con un corretto uso dell’inglese da parte dei cittadini (certo, ora che il Regno Unito si è chiamato fuori questo potrebbe apparire come un paradosso), alla cui maggior parte tuttavia sembra strano dover apprendere qualcos’altro oltre al proprio “dialetto” (ovvero la lingua del proprio Stato-regione).
Qualcuno, come l’Ungheria, ha già rivendicato la propria autonomia e il desiderio di ritenersi immacolata innalzando barriere ai confini che non permettano l’accesso a migranti.
Mi è capitato di parlare con un ragazzo ungherese che si trovava a dover passare un periodo da studente Erasmus a Bari. Egli riteneva che la disposizione della sua nazione fosse giusta dato che bisogna ribellarsi alle imposizioni di mamma Europa, poiché l’immigrazione porta delinquenza e guai; giudizio curioso da parte sua, dato che stava vivendo un’opportunità concessagli proprio da quella madre di cui egli negava di essere figlio.

E allora viene da domandarsi: come percepire questa generazione Erasmus, i futuri cittadini europei di cui ha scritto Umberto Eco? Come vivere questa entità di nome UE, che sembra apparire così distante?
Molti ragazzi paiono essere a conoscenza solamente del fatto che adesso possono viaggiare all’interno di determinati confini muniti solo della propria carta d’identità e della moneta Euro,quest’ultima tanto demonizzata da un numero non insignificante di economisti o presunti tale e di politici o presunti tale.
E, se le innumerevoli targhe con su scritto “questa struttura è stata realizzata grazie ai fondi dell’Unione Europea” possono apparire invisibili, se il sempre più crescente numero di figli nati da coppie di diverse nazioni-regioni europee può passare inosservato, se il vantaggio di non dover cambiare moneta ogni volta che si viaggia può non intaccarci; esiste invece un fenomeno nei giovani odierni difficile da non notare: molti, presi dai loro studi universitari e da altre beghe del vivere quotidiano, sembrano non avere mai volontà, tempo e/o possibilità per affacciarsi al mondo là fuori. Eppure al giorno d’oggi con tantissime organizzazioni è possibile partire per progetti europei Erasmus+ non-universitari che durano solo una settimana o poco più in cui le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico dell’Unione Europea. A volte purtroppo semplicemente l’interesse non è abbastanza, inoltre le nostre istituzioni alimentano tutto ciò non informando sufficientemente i cittadini di queste opportunità, a volte con il silenzio totale. Ed è per questa disinformazione che inevitabile è stato il crearsi di sfiducia da parte dei cittadini, soprattutto giovani, sia verso questa oscura Unione che verso la grandissima varietà di possibilità che da essa ci vengono offerte.

Tutto ciò è importante soprattutto in tempi come questi dove, in opposizione agli Stati Uniti di Trump, è fondamentale creare un modello di coesione, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Proprio nel mese di marzo del 1908 moriva Edmondo De Amicis. Ma le sue idee, e di quelli come lui, NO.

 


Autore: Adriano Boezio

 

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

I fatti di ieri di Londra destano sicuramente molta preoccupazione alla luce dell’ennesimo attacco subito dall’Europa, dopo i dolorosi strascichi di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino. Ed il tutto durante le commemorazioni dell’attentato in Belgio, avvenuto esattamente a distanza di un anno.

E’ pur vero che le notizie nel corso della serata si sono rivelate piuttosto frammentate, soprattutto in merito alla presunta identità del terrorista, che avrebbe agito da solo nei pressi di Westminster, cuore delle istituzioni inglesi. Ma se quella identità, riferita a Trevor Books alias Abu Izardeen fosse confermata, è chiaro che Scotland Yard e i sistemi di intelligence britannica rischierebbero di uscire dalla vicenda in maniera mesta e piuttosto singolare. Perché si sarebbe potuto evitare il disastro, dal momento che l’attentatore risultava noto agli inquirenti già a partire dal 2006, poiché coinvolto nel cosiddetto nocciolo duro resosi protagonista degli attacchi del 2005 alla metropolitana di Londra. La tesi è stata tuttavia poi smentita, lasciando così in campo le incertezze sull’identità dell’assalitore.

La dinamica e la tempistica dell’attentato lascerebbero pensare ad una ritorsione dello Stato Islamico contro la stretta antiterrorismo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, con una norma che vieta l’utilizzo di computer e tablet nelle cabine degli aerei provenienti da otto Paesi (Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar,Emirati Arabi e Marocco). Non è chiara la motivazione di questa nuova misura di sicurezza, ma alcuni ufficiali americani dell’antiterrorismo, rimasti anonimi, hanno riferito al New York Times che ci sarebbero informazioni di intelligence riguardo la possibilità di bombe nascoste nelle batterie dei computer portatili o in altri dispositivi elettronici. L’attentato di Londra avviene all’indomani del provvedimento con modalità tutt’altro che elaborate: un’auto investe dei pedoni e un poliziotto viene accoltellato. Ciò fa pensare ad una organizzazione frettolosa e semplice, pensata all’ultimo solo per dare un segnale di non gradimento al governo britannico.

Secondo il Site si tratterebbe infatti di un attacco tipico dei metodi di Daesh, in riferimento alle modalità adottate in Europa negli ultimi anni, ma che tuttavia continuerebbe a rivelare più le difficoltà del terrorismo islamico che una sua possibile espansione. Ed il copione di ieri ci ricorda come gli attacchi terroristici avvengano solitamente in relazione alle difficoltà sul campo riscontrate (meno) in Siria e (maggiormente) in Iraq.

L’autoproclamato Stato Islamico si insediava infatti a Mosul il 29 giugno 2014. Ma da allora la situazione è profondamente cambiata, dato che proprio a Mosul si starebbe consumando il lento declino degli uomini di Al-Baghdadi, probabilmente in fuga dopo il suo presunto ferimento in battaglia. E’ così che Isis, nato a Mosul, rischia di morire a Mosul, liberata per ormai oltre un terzo dall’esercito iracheno e dalle forze speciali della Golden Division.

Ma l’aumento delle difficoltà dello Stato Islamico non coincide e non coinciderà, come erroneamente da più parti si ritiene, con la definitiva conclusione del terrorismo islamico. L’unico aspetto positivo sarebbe costituito dalla necessità per i superstiti di Daesh di doversi nuovamente riorganizzare dopo l’eventuale fallimento. Un fallimento che non può inoltre essere confermato, poiché non ancora pervenuto e tutt’altro che definitivo.

Nella notte tra il 6 e il 7 marzo, le forze armate irachene hanno ripreso il controllo degli edifici governativi nella zona occidentale di Mosul, riconquistando anche il consolato della Turchia dove Daesh prese in ostaggio 49 persone. Altra vicenda cardine è il ‘taglio’ tra la città di Raqqa, altra nota roccaforte, e quella di Deir er Zor. Un colpo piuttosto duro, considerato che secondo fonti Reuters «tagliando la via tra le due città in pratica si certifica che l’accerchiamento della capitale di Daesh è completo». E cosa dire del 23 febbraio, quando il generale Abbas al Juburi ha confermato «la piena liberazione dell’aeroporto» di Mosul.

C’è poi un problema foreign fighters, i combattenti stranieri che tanto avevano sostenuto l’avanzata nei territori oggetto di conquista Isis. Ciò che aveva dunque rappresentato un punto di forza (oltre che necessario, considerata la imprescindibilità di una presenza numerica ormai limitata) si sta rivelando come un dramma in casa Daesh, poiché lo scollamento tra i foreign e i combattenti locali richiama di fatto il fallimento dei terroristi a Ovest di Mosul.

Ma la crisi del Califfato è anche (e soprattutto) finanziaria. Combattere una guerra presuppone una forte disponibilità economica, che al momento starebbe venendo meno. Isis ha provato a debellare tale problema con il taglio dei salari nei confronti dei funzionari pubblici o con il dimezzamento degli stipendi dei miliziani. Ma ciò non sembra bastare, poiché meno territori si controlla minori saranno le entrate in questione.

I dati sono inequivocabili: secondo “Il Sole 24 Ore” Isis avrebbe perso rispetto al 2014 il 30% del territorio siriano e il 62% di quello iracheno, anche se si precisa come possa essere effettivamente difficile rivelare con precisione le difficoltà economiche del sedicente Stato Islamico, quanto meno sotto l’aspetto quantitativo. Ma è certo come la perdita dei territori abbia apportato un duro colpo a quelle casse che si accingono a divenire sempre più vuote, comportando una forte riduzione delle spese militari e di reclutamento dei combattenti.

Vi è dunque correlazione tra l’attentato di Londra (e più in generale quelli ‘europei’) e le difficoltà di Daesh sul terreno di battaglia? L’impressione è che oggi più che mai tale correlazione paia difficile, come del resto risulta addirittura improbabile ritenere il sedicente Stato Islamico in grado di mettere in pratica attacchi sotto la propria organizzazione direttamente in Europa, date le modalità già giornalisticamente ribattezzate “fai da te”. Ciò è quanto emerso dal fenomeno terroristico nel nostro continente. Questo non vuol dire tuttavia abbassare la guardia, e nemmeno ignorare le possibili responsabilità del sistema di sicurezza britannico, che nulla avrebbero invece a che vedere con le difficoltà belliche di Daesh in Siria ed Iraq.

Di Cosimo Cataleta e Samy Dawud

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Nel mondo contemporaneo assistiamo al progressivo tentativo di rendere la condizione della donna quanto più uguale possibile a quella dell’uomo e, sebbene lo scorso 8 marzo ci abbia ricordato che ancora molto resta da fare, soprattutto in alcuni paesi del mondo, possiamo dire che rispetto a poche decine di anni fa le donne hanno acquisito maggiori diritti e indipendenza, sia a livello lavorativo, sia politico, sia sociale.

Nel mondo classico greco e romano la vita delle donne era molto più complicata rispetto a come è oggi nei paesi occidentali e paragonabile, forse, a quella che caratterizza le donne di alcuni paesi africani o islamici a spiccato orientamento integralista. Tuttavia, potevano esistere alcune eccezioni, per cui le donne ricoprivano posizioni di potere (si pensi a Cleopatra, regina d’Egitto), gestivano il patrimonio familiare al posto degli uomini o, silenziosamente, da dietro le quinte, determinavano le decisioni dei propri mariti, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata.

Di questa forza e potere nascosti si resero conto anche i poeti e gli scrittori antichi, che sospettavano che le donne potessero essere qualcosa di più di semplici spose o madri e trasferirono nelle loro opere questa consapevolezza, inconscia o no, insieme alla paura che esse sovvertissero in qualche modo l’ordine ‘maschile’ prestabilito. Tra le figure di “Bad Women” tramandate dal mito classico ne spiccano soprattutto due.

Fedra e Medea: donne empie, ‘madri’ assassine

Fedra, figlia di Pesifae e Minosse, sposa Teseo, re di Atene. Durante l’assenza del marito, si innamora perdutamente del figliastro, Ippolito. Nel momento in cui, però, Ippolito la rifiuta, Fedra lo accusa di fronte al popolo di Atene e, poi, davanti allo stesso Teseo, rientrato dal suo viaggio, di aver tentato di violentarla. Per questo motivo, Teseo scaglia sul figlio la maledizione di suo padre Nettuno, re dei mari, che porta Ippolito a una morte atroce. Alla fine, dopo aver confessato a Teseo la verità, Fedra si toglie la vita.

La vicenda di Fedra ci è tramandata dall’Ippolito di Euripide, dalle Eroidi Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Medea, figlia di Eeta e principessa di Colchide, fugge dal regno del padre con Giasone e i compagni (gli Argonauti). Una volta a Corinto, però, Giasone abbandona Medea, ormai madre dei suoi figli, per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. A questo punto, Medea, invasa da una terribile ira, cova la sua vendetta: manda, quindi, una veste avvelenata a Creusa, causandone la morte, e uccide di sua stessa mano i figli avuti con Giasone.

La vicenda di Medea è nota principalmente attraverso le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Eroidi e Metamorfosi di Ovidio e la Medea di Seneca.

Donne assassine (e assassinate) di ieri e di oggi

Episodi di questo genere, come infanticidi o omicidi del partner, sono purtroppo abbastanza frequenti anche nella cronaca di oggi, da parte di entrambi i sessi. Tuttavia, non mancavano nemmeno nella realtà del tempo. Gli storici affermano infatti che Agrippina, moglie dell’imperatore Claudio (I sec. d.C.), abbia ucciso il marito per favorire il figlio Nerone. Poi stesso Nerone, una volta diventato imperatore, ordinò che la madre fosse uccisa (59 d.C.) non appena si rese conte che essa avrebbe potuto ostacolarlo nella sua ascesa al potere – della serie: “buon sangue, non mente!”

Questi omicidi tra parenti potrebbero ricordare fatti della cronaca odierna, come il delitto di Ferrara dello scorso 11 gennaio, e vanno letti come il risultato di sentimenti estremi di rabbia e frustrazione e, molto spesso, come conseguenza di disagi psichici radicati in profondità. A volte, questi disagi, per vergogna o per paura del giudizio altrui, sono tenuti nascosti proprio dalle persone più vicine a chi ne è soggetto, le quali intuiscono o sono a conoscenza di qualcosa che sfugge agli altri, per poi essere esse stesse a cadere vittime delle violenze.

Simona Martorana

The Crown e il dramma della femminilità

The Crown e il dramma della femminilità

The Crown è un dramma biografico scritto e creato da Peter Morgan. La prima stagione, appena terminata, è andata in onda dal 4 novembre 2016. Si tratta del più grande investimento di Netflix, con un budget stimato di oltre 100 milioni di sterline. Una grossa produzione per una serie che ha riscosso grande successo di pubblico e di critica e che ha vinto diversi premi tra i quali due Golden Globe: uno come Best Television Series e l’altro all’interpretazione di Claire Foy che veste i panni della protagonista Elizabeth II.

È un progetto ambizioso che prevede la messa in onda di sei stagioni composte da dieci puntate ciascuna, che andranno a coprire l’intero arco del regno di Elizabeth II.

Morgan è già stato anche sceneggiatore del film di successo The Queen (2006) diretto da Harry Frears con protagonista Helen Mirren, che era però incentrato unicamente sul periodo della morte di Lady D.

The Crown ha il merito di mettere in scena gli esordi di quello che è attualmente il regno più lungo della storia della monarchia inglese, incentrando la sua serie su una figura quanto mai discussa ed enigmatica: Elizabeth II. E lo fa con una straordinaria eleganza formale ed una messa in scena impeccabile.

Ciò che più colpisce di questa serie è la delicatezza. Una delicatezza che investe sia il modo di raccontare sia quello di riprendere, inquadrare, ritagliare e seguire le vicende e la figura della Regina. Quello che andiamo a guardare infatti non è un racconto storico celebrativo e distaccato, quanto un dramma personale di una donna diventata regina all’età di 26 anni in un momento storico di grandi e profondi cambiamenti sociali.

È una storia che si dipana non fra i fili dorati di abiti sontuosi e scintillanti ma fra le ciglia sottili di una personalità fragile e confusa che si muove con passo leggero e incerto fra i corridoi di una maestosità fredda e intimidante, cercando di non fare rumore.

Elizabeth è una protagonista quanto mai singolare in un panorama cinematografico e televisivo che ci sta abituando a personalità femminili forti e decise a conquistare e dominare la scena come atto di rivalsa secolare. Ciò che colpisce di lei è proprio la sua natura timida, umile e dimessa. È sorprendente il modo in cui il dramma riesce a reggersi su una figura tanto anonima e riservata. Il contrasto con la frizzante ed energica sorella Margareth (grande fonte di scandali) è reso evidente anche dalla frustrazione con la quale Elizabeth stessa vive questo confronto. È un personaggio vittima del proprio anonimato, della propria mancanza di personalità e di un’istruzione approfondita che potesse renderla meno inadeguata nel proprio ruolo.

Qui sta la forza di questa serie. Nelle sue debolezze e fragilità, Elizabeth si fa manifestazione di una condizione più grande di lei. La sua frustrazione non sfocia in una rabbia dis/cos-truttiva come quella delle non tanto lontane suffraggette. Elizabeth rende manifeste le sue paure e le sue insicurezze di donna in un mondo personale, tutto suo, che proprio a causa della propria posizione non può raccontare a nessuno.

The Crown è quindi un dramma sulle donne. Donne che si muovono fra le fredde mura di un palazzo che domina le inquadrature mostrando i personaggi rinchiusi nella propria claustrofobica umanità. Troppo piccoli per le ancestrali aspettative che li investono. Sono amazzoni di un regno silenzioso, custode dei loro tormenti. Eppure sono donne necessarie che prendono costantemente decisioni.

Le grandi protagoniste di questa storia sono la Regina Madre, Elizabeth e sua sorella Margareth. Protagoniste che, ognuna a proprio modo, cercano di manifestare la propria forza e le proprie debolezze fra le sottili e perfette incisioni di una corona troppo grande e allo stesso tempo troppo stretta per le loro vite. Si tratta di generazioni di donne attraversate dalle contraddizioni dei loro secoli che marciano con le loro intime tragedie in un mondo di uomini che viene escluso dalla nostra visione (si parla tanto del Parlamento ma tecnicamente non viene mai ripreso in azione).

Gli uomini barcollano e cedono di fronte alla loro forza. Sono uomini che non agiscono senza il benestare di queste figure. Dal leggendario Winston Churchill al giovane principe Philip, abbiamo a che fare con uomini impotenti, capricciosi, bisbetici ed inetti. Uomini incapaci di gestire la propria irrazionalità. Mentre Elizabeth mette in questione ogni singolo aspetto della propria esistenza di donna e Regina, questi uomini si muovono intorno a lei facendo un gran chiasso con la propria ostentata sicurezza, per poi piegarsi di fronte alle sue dignitosamente sofferte decisioni. È una Regina che non può incutere timore ma suscitare rispetto dalla propria gentile regalità. Una regalità guadagnata con spirito razionale. Elizabeth è una donna che pensa. Claire Foy riesce a comunicare perfettamente la delicata determinazione del personaggio attraverso gli occhi e un loro particolare scintillio che mette insieme risoluzione e fragilità.

The Crown ci mette quindi di fronte ad un modo alternativo di superare cliché e pregiudizi di genere. Queste donne non devono dimostrare nulla né tanto meno affermare la forza del proprio sesso. La loro ricchezza come personaggi esplode silenziosamente nel fruscio delicato dei loro abiti quando, entrando in scena, decidono di escludere i propri drammi dal palcoscenico e di interpretare la propria necessaria parte nel mondo.

Aicha Matrag

foto: popsugar.com.au

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Traduzione dal TIME: http://time.com/4663317/syrian-refugee-women-cook-food-restaurant/?xid=homepage

Le storie

Dyana Aljizawi ha passato tre giorni cucinando più di due dozzine di piatti tradizionali siriani– riso pilaf, hummus, insalata, baba gaboush, cosce di pollo arrosto e altro- ed era esausta. E’ stata una notte impegnativa per la ventenne rifugiata siriana al Syria Supper Club, gruppo dedicato all’accoglienza dei rifugiati attraverso la condivisione di pasti.

Aljizawi è una delle molte donne rifugiate che sono riuscite a entrare in sintonia con le loro nuove case e a guadagnare cucinando e condividendo piatti tradizionali con i vicini degli Stati Uniti e del Canada. Grazie al Syria Supper Club, queste donne ricavano profitti dall’organizzazione di cene a buffet con l’intento di respingere l’islamofobia e la xenofobia che, a detta loro, è stata esacerbata dall’elezione del Presidente Donald Trump. “Sono spaventata all’idea di uscire perchè, con il corrente clima politico e Trump, ho paura che possiamo essere rispedite a casa, in una zona di guerra”, ha detto Aljizawi, che ora vive nel New Jersey con suo marito. “L’America è piacevole, bellissima, ma abbiamo dovuto affrontare moltissimo dolore qui”.

La guerra civile siriana ha creato circa 11 milioni di emigranti, mandandone più di 10,000 in America e 40,000 in Canada. Prima di arrivare negli USA, Aljizawi ha vissuto in Egitto per alcuni anni. Sebbene non abbia fornito molti dettagli circa la sua precedente vita in Siria, Aljizawi ha detto di aver imparato la cucina tradizionale siriana da sua madre all’incirca a 17 anni, mentre viveva in Egitto. Durante la serata, gli invitati alla cena hanno fatto i complimenti allo chef, meravigliati dalla varietà delle sue abilità culinarie ad una così giovane età. A differenza del cibo americano, la cucina siriana, ricca di verdure e carne “halal”, include miriadi di piatti. I 20 piatti e più di quella sera non erano niente, ha detto Aljizawi.

“Dovreste vedere com’è durante il Ramadan”, ha detto, mentre descriveva l’infinita quantità di cibo che lei e la sua famiglia avrebbero mangiato alla fine del mese santo di digiuno Islamico. Un po’ timida all’inizio, Aljizawi si è aperta con il proseguire della cena, aiutata dal suo traduttore Asma Alqudah, studente alla Montclair State University. Alla fine del pasto delle risatine riempivano l’angolo della sala occupato dalle donne più giovani che parlavano animatamente in Arabo e si facevano alcuni selfies. Alijzawi ha detto che il suo più grande obiettivo è cucinare per la sua famiglia ed occuparsi della sua casa, una volta stabilitasi perfettamente nella sua nuova dimora.

La cucina come forma di integrazione

Oltre al rischio di islamofobia, altre sfide hanno reso la vita in America difficile per Aljizawi. Casa sua è troppo piccola e in pessime condizioni, l’affitto è troppo caro e lei e suo marito non hanno agevolazioni adeguate, ha detto. I soldi che guadagna grazie alle cene sono d’aiuto mentre cerca lavoro. Gli ospiti acquistano i biglietti a 50 dollari l’uno, per poter partecipare alla cena, e il ricavato va alle donne siriane per acquistare gli ingredienti necessari. Iniziato da Kate McCaffrey e Melina Macall, il Syria Supper Club offre opportunità ai rifugiati e cerca di opporsi a Trump. Le donne, che sono state coinvolte nel progetto dalla sinagoga di Montclair, Bnai Keshet, hanno organizzato circa 30 cene, di cui 15 solo a Gennaio, tanto  la popolarità del club cresce. Circa 30 rifugiate hanno cucinato, e ci sono stati vari ospiti che si sono proposti per organizzare eventi successivi.

Trump ha attraversato le menti di tutti gli ospiti durante la cena del 5 Febbraio, tenutasi nei giorni seguenti all’emanazione da parte di un giudice federale di una conferma circa il suo ordine esecutivo sull’immigrazione, che bandiva i provenienti da sette nazioni a maggioranza musulmana, incluso un bando a tempo indeterminato per i rifugiati siriani. Molte persone vedono il bando come anti-Musulmano e condividere i beni con i rifugiati già presenti negli USA è diventato l’unico modo per gli americani di ribellarsi contro l’ordine, che è stato subito ostacolato da un appello alla corte federale in California.

Il desiderio di familiarizzare con i nuovi vicini ed aiutarli ad avere una vita piena ha spinto gli americani e i canadesi ad avviare in entrambi i Paesi pop-up restaurants e servizi di catering che assumono le donne per condividere quelle ricette della tradizione orale che potrebbero dissolversi a causa della dispersione nelle varie parti del mondo. A Toronto, in Canada, Newcomer Kitchen invita le donne siriane rifugiate a preparare pasti settimanali che vengono venduti online per 20$. Il menù varia da settimana a settimana e può includere torte salate di carne, Tabbouleh, hummus, pollo, verdure e sempre un dolce tipico siriano.

“Vogliamo celebrare il fatto che conservino una delle più antiche tradizioni culinarie al mondo”  afferma la co-fondatrice Cara Benjamin-Pace. “Il nostro obiettivo non è formare queste donne affinché si inseriscano nel settore culinario. Vogliamo riunirle e accoglierle come donne e come parte della comunità.”

Sembra abbia funzionato per tre donne che cucinano ogni settimana per Newcomer Kitchen. Le tre vivevano a Toronto da circa un anno e hanno raccontato al TIME, attraverso un traduttore, di quanto si sentissero frustrate prima di essere coinvolte nel progetto,  e di come il loro umore sia migliorato ora che sono parte di una comunità affiatata. Una cuoca, Amina Alshaar, ci ha raccontato di aver esitato prima di unirsi al progetto perché non aveva mai fatto “questo tipo di esperienze”. Come casalinga, cucinare per la sua famiglia poteva risultarle stressante ma, alla Newcomer Kitchen, sente di avere una nuova energia. “Sono qui per sette ore e sono davvero felice. Per niente stanca” dice Alshaar.

Cucinare per non sentirsi sole

Khadija Alibrahim, un’altra cuoca, ci racconta di come  la sua famiglia ha reagito alla notizia di voler lavorare ora che vive in Canada. Hanno cambiato idea quando hanno visto quanto lei fosse soddisfatta. “Mi ha resa davvero felice l’idea di riunirmi con altre donne” dice. “Se non mi fossi unita a questo tipo di progetto, non avrei avuto la possibilità di familiarizzare con gli eventi sociali che la cucina racchiude.”

Ghada Neemat racconta invece della necessità di cucinare per evitare di sentirsi sola. Neemat, 32 anni, ci ha detto di aver perso suo padre, suo fratello e tre cugini a causa della guerra. “La possibilità di incontrare Cara e far parte di questo progetto è stata davvero d’aiuto” racconta Neemat che ora è incinta. “Prima ero totalmente depressa, ora mi sento molto meglio”

La politica di accoglienza canadese nei confronti dei rifugiati ha sorpreso totalmente le donne, molte delle quali al proprio arrivo sono state accolte dal primo ministro Justin Trudeau in persona. Alshaar dice che le ci vorrebbero circa dieci giorni per esprimere a pieno la sua opinione nei confronti di Trump e della sua politica isolazionista. “Non ce lo si aspetta da un presidente degli Stati Uniti” dice riferendosi all’ordine esecutivo di Trump, il quale ha causato la detenzione negli aeroporti di milioni di persone il giorno dopo averlo sottoscritto. “Come hanno fatto ad eleggerlo?”

Benjamin-Pace dice che la Newcomer Kitchen è riuscita a raggiungere le donne proprio perché tendono ad essere messe in secondo piano quando la propria famiglia arriva nella nuova casa. Mentre gli uomini trovano un lavoro e i figli vanno a scuola, loro restano a casa e si isolano. “E’ quasi come se le loro vite non avessero l’opportunità di ripartire. Se dai nuova energia alle donne, lo sviluppo complessivo della famiglia è parecchio superiore.” sostiene Benjamin-Pace. “Le donne in Siria hanno un grande potere. Non stiamo cercando di cambiarle. Vogliamo solo valorizzarle per ciò che sono.”

 

Traduzione di Silvia Fortunato e Francesca Del Vento

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