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23 maggio 1992: la stagione delle bombe

23 maggio 1992: la stagione delle bombe

Mancano pochissimi minuti allo scoccar delle 18:00. È tardo pomeriggio di un 23 maggio, il 23 maggio del 1992. L’orologio segna precisamente le 17:58. Giovanni Falcone è il direttore degli affari penali del ministero di Grazie e Giustizia e insieme a sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e sotto scorta, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi. All’altezza dello svincolo per Capaci, cinque quintali di tritolo provocano un’esplosione da cui ne uscirà vivo solo Giuseppe Costanza, l’autista della Fiat Croma marrone che trasportava “l’obiettivo”. L’attentato, radiocomandato da Cosa Nostra e “celebrato” dai mafiosi del carcere dell’Ucciardone, diventa l’emblema di una forza malvagia che pare ora più che mai invincibile. L’episodio, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, si sarebbe verificato con l’intenzione di danneggiare il senatore Giulio Andreotti, in quanto proprio in quei giorni il parlamento era riunito per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo era considerato il più accreditato per la carica, ma l’accaduto orientò la scelta su Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio, due giorni dopo.

Antefatto:

Giovani Falcone dal 1979 era impegnato nella realizzazione di inchieste sulle famiglie mafiose siciliane. Durante l’inchiesta su Rosario Spatola, imprenditore edile che riciclava il denaro della mafia, si rese conto, attraverso dei trasferimenti di denaro e transazioni finanaziarie, di una connessione tra l’organizzazione criminale siciliana e la criminalità statunitense. In seguito a questa scoperta intraprese ua collaborazione molto fruttuosa con la polizia di New York e l’FBI e fondò insieme a Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e ad altri importanti nomi il “pool antimafia” del tribunale di Palermo. Mediante il lavoro del pool prende vita il più grande processo per mafia tenuto in Italia, il “Maxiprocesso”, grazie al quale nel 1987 vengono condannate oltre 360 persone.

Nel settembre-ottobre 1991, durante le riunioni della “Commissione regionale” di Cosa Nostra presiedute dal boss Salvatore Riina, si stabilì di rispondere agli arresti con azioni terroristiche rivendicati con la sigla “Falange Armata” e subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne la riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche personalità politiche:

  • Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana;
  • Sebastiano Purpura, assistente di Salvo Lima;
  • Calogero Mannino, ministro DC per gli interventi straordinari del Mezzogiorno;
  • Claudio Martelli, Ministro di grazia e giustizia del Partito Socialista;
  • Carlo Vizzini, Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, socialista;
  • Salvo Andò, Ministro della difesa, socialista.

 

In realtà la vicenda Falcone è stato un lucido esempio di come il rigore umano e professionale non sia stato seguito e tutelato dall’autorità statale. Anzi, tutto il contrario. In seguito al successo giudiziario del Maxiprocesso grazie all’azione del Pool Antimafia di Palermo, per Falcone si è aperta una fase dove si è scontrato più volte con la politica e gli organi statali.

(Falcone, Borsellino e Caponnetto, ai tempi del Pool Antimafia fondato da Rocco Chinnici, Archivio famiglia Borsellino)

La prima di una lunga serie di delusioni, la ebbe quando nel 1988, candidatosi al posto lasciato vacante da Antonino Caponnetto alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, il CSM gli preferì Antonino Meli,nonostante l’instancabile lavoro e gli innumerevoli meriti di servizio. Caponnetto aveva lasciato il posto su assicurazione del posto per Falcone, inoltre indicando in lui la persona più consona a prenderne la pesante eredità.

Falcone stesso ebbe a dichiarare all’indomani della nomina, amaro:“Mi avete crocefisso. Perché mi avete inchiodato come bersaglio. Ora possono eseguire senza problemi la sentenza di morte già decretata da tempo, perché hanno avuto la dimostrazione che non mi vogliono neanche i miei, cioè i magistrati”. In altre parole, il fatto che Falcone apparisse distaccato totalmente, rese palese la sua solitudine, dando vita a un clima di incomprensione e rivalità. Non fu l’ultima carica che venne soffiata a Falcone, che un mese dopo si vide rifiutare la nomina all’Alto commissariato per la lotta alla mafia. Al suo posto venne eletto Sica, nonostante le indagini da lui seguite sul caso Orlandi di fatto non avevano confermato nessuno degli scenari emersi dalle indagini.

Uno degli episodi più infausti fu però quello del fallito attentato dell’Addaura su cui tuttora le indagini sono aperte: la mattina del 21 giugno 1989, vengono ritrovati 58 cartucce di esplosivo nella zona antistante la villa che Falcone aveva affittato per un breve periodo di vacanza. Il giudice era in attesa di alcuni colleghi per esaminare la documentazione relativa all’inchiesta “Pizza Connection”, che aveva curato con la collaborazione dell’FBI e di Rudolph Giuliani. Negli ambienti della DC e del PCI a Palermo, venne fatta circolare la voce che Falcone avesse addirittura montato l’avvenimento per un caso  mediatico e ricavarne pubblicità, accuse infamanti che piovvero su di lui quasi a volerne minare il valore professionale e umano.

L’isolamento costante da parte dello Stato rese Falcone un “dead man walking” ed è giusto parlare di connivenza e di responsabilità non solo mafiose ma anche istituzionali. Tutto questo concorse a quella nube di fumo nero denso che si levò allo svincolo per Capaci, nera come le condizioni di uno Stato che trovò grazie al sacrificio di Falcone e di Borsellino in seguito, la forza di combattere il fenomeno mafioso.

Tenendo viva la memoria di Giovanni Falcone dovremmo cercare di non pensare a lui come ad un martire, ma innanzitutto come ad un fulgido esempio di etica morale e straordinario talento professionale messo al servizio della vita pubblica.

Di Roberto Del Latte e Walter Somma

La crisi dei migranti: uno sguardo “oltre il confine”

La crisi dei migranti: uno sguardo “oltre il confine”

È necessario essere consapevoli che esistono fondamentalmente due modalità dello sguardo: la prima riguarda gli oggetti, considerati non solamente come cose che si stagliano davanti a noi in sé stesse, ma anche come mezzi per un fine, come strumenti caratterizzati da quella che Heidegger chiamava «fidatezza», ossia la fiducia che riponiamo nel fatto che essi adempiano alla loro funzione.

La seconda modalità è quella che attiene, o dovrebbe attenere, agli esseri umani e agli animali: è d’uopo, in questo caso, tenere in considerazione l’imperativo categorico kantiano, che impone di trattare gli uomini anche come fini, e mai semplicemente come mezzi (è interessante notare, al riguardo, le critiche che Schopenhauer mosse a Kant perché egli, nella stesura del suo imperativo, non prese minimamente in considerazione gli animali).

Ciò deriva dalla consapevolezza delle responsabilità morali che abbiamo verso gli altri in quanto esseri viventi capaci di nutrire sentimenti e di provare dolore. Un’altra differenza tra le due tipologie di sguardo è che, mentre nel primo caso ci troviamo propriamente di fronte ad oggetti, nel secondo caso siamo inseriti in un rapporto tra soggetti, in cui non si può e non si deve ridurre l’altro a cosa materiale, senza prestare attenzione alle sue qualità di soggetto. Mentre nel rapporto con, ad esempio, una sedia non c’è alcuna reciprocità, nella relazione con un’altra persona o con un altro animale noi guardiamo e allo stesso tempo siamo guardati.

Quando si affronta la “questione migranti”, bisogna innanzitutto avere chiari i punti sopra enunciati: si sta parlando di persone che fuggono da guerre, persecuzioni, miseria o povertà (l’ingiusta discriminazione dei cosiddetti “migranti economici”, termine utilizzato assai spesso in un’accezione fortemente negativa e denigrante, meriterebbe un approfondimento a parte). Ebbene, i vertici europei questo l’hanno dimenticato: tale è l’impressione suggerita dalle recenti accuse – provenienti da varie parti, tra cui il direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – mosse alle ong che si occupano dei salvataggi in mare. Esse agirebbero da fattori di attrazione per i migranti, intralcerebbero il lavoro delle autorità o lavorerebbero per accrescere il business dell’accoglienza.

È forte il sospetto che queste accuse siano tese a delegittimare le ong stesse e a bloccare i migranti prima della partenza o lasciarli morire prima che i barconi raggiungano un punto in cui la guardia costiera è autorizzata ad intervenire. Quasi come si trattasse del passaggio di uno sgradito testimone che, diciamola tutta, sarebbe meglio non ci arrivasse tra le mani.
Occorre recuperare, perciò, la dimensione della reciprocità dello sguardo cui si accennava prima.

Di fronte alle sempre crescenti ondate di populismo e xenofobia forse l’unico antidoto è questo penetrare e lasciarsi penetrare che caratterizza l’incontro con gli occhi dell’altro. Si può, in questo modo, prendere finalmente piena consapevolezza del fatto che dietro le pupille di ogni singolo individuo si nasconde un mondo completamente diverso dagli altri, un mondo che non ci si può concedere il lusso di ignorare o reificare. Ci si può, inoltre, sganciare dalla narrazione dominante dei media, che nella maggior parte dei casi presenta i migranti come merci stipate su una nave da carico. È significativo, in questo senso, l’atteggiamento dell’Unione Europea stessa, che ferma i viaggiatori prima della partenza con il pretesto di salvare le loro vite, dimostrando però allo stesso tempo di non prendere minimamente in considerazione le esigenze di quelle che sono persone ma vengono maneggiate come oggetti: subappaltiamo i nostri problemi alla Turchia, che in cambio di qualche miliardo di euro custodisce i migranti come in un magazzino, e giriamo poi lo sguardo dall’altra parte per ignorare le condizioni dei “campi di accoglienza” turchi.

È doveroso, a questo punto, fare una precisazione: non si vuole qui sostenere che l’Unione Europea debba farsi carico della totalità dei problemi del resto del mondo, ed è sicuramente drammatica l’assoluta indifferenza o aperta avversione dimostrata dai paesi del Golfo di fronte alla questione dell’accoglienza. Tuttavia, è significativo che si continui a parlare di emergenza se l’Europa deve accogliere poco più di un milione di persone, quando la Giordania e il Libano offrono asilo rispettivamente a 600 mila e ad un milione di rifugiati siriani. Preoccupa, peraltro, leggere gli innumerevoli racconti di Stati che in questi ultimi anni hanno eretto barriere psichiche o fisiche tese ad arginare una supposta e fantomatica invasione: basti pensare alla chiusura della cosiddetta rotta balcanica, alle politiche del governo Orbán in Ungheria o al Regno Unito e alla campagna per la Brexit, condotta in larga parte sui binari di una bieca retorica razzista e xenofoba.

Persino l’Italia, nonostante sia certamente uno dei paesi più impegnati sul fronte accoglienza, dimostra di condividere tale sentimento di paura e ostilità, e il successo riscosso negli ultimi tempi dalla Lega Nord e dal Movimento 5 Stelle sono un segnale del rigetto dell’altro che serpeggia nella società civile. Questo contegno indica, d’altronde, un completo oblio della storia italiana, costruita anche e specialmente attraverso migrazioni e peregrinazioni. Una menzione d’onore merita, infine, la Francia, che con la chiusura della frontiera a Ventimiglia ha fornito un altro esempio di dimenticanza non solo del proprio passato coloniale, ma anche del proprio presente sfacciatamente e allo stesso tempo celatamente neocoloniale (il riferimento è, in questo caso, al franco CFA, moneta utilizzata da 14 paesi africani ma controllata dal ministero delle Finanze francese).

Di fronte ai naufragi che in questi anni hanno affondato nel mare migliaia di vite l’auspicabile silenzio ammutolito cede malvolentieri il passo a polemiche, accuse di complotti e rigurgiti sovranisti. Ciò non riguarda solamente personaggi come Le Pen, Salvini o Trump, ma la maggioranza assoluta dei leader europei e non; sembra che ormai, per timore di una ricaduta sulle urne, nessuno sia disposto a trasmettere un radicale messaggio di ospitalità e fratellanza. Continuiamo a crogiolarci nelle nostre conquiste democratiche e a bearci della nostra bontà, contrapposta alla malvagità di una certa destra, ma ai risultati raggiunti con l’acquis di Schengen (messi in dubbio anche questi, figuriamoci) corrisponde una netta ripulsa a chi non si qualifica come cittadino europeo. Si tratta, peraltro, di un disconoscimento della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dinanzi al quale è necessario porsi una fondamentale domanda: un essere umano ha dei diritti in quanto essere umano, o solamente in quanto individuo dotato di un passaporto o una carta d’identità, in quanto particula circoscritta da confini nazionali contingenti e storicamente dati? Se, come ritengo, la risposta è la prima, occorre ricostruire dalle fondamenta tutto il discorso intorno ai migranti.

Quanto detto finora non significa che si debba lasciare mano libera agli scafisti, anzi, la battaglia contro di essi dev’essere un obiettivo primario. Tuttavia, questo non deve tradursi nel tentativo di bloccare il flusso della migrazione, tentativo che si è già dimostrato fallimentare tanto quanto la cosiddetta war on drugs: come una lotta senza quartiere alla droga non ha portato e non può portare a un abbattimento dei consumi di sostanze stupefacenti, così non è pensabile impedire ai migranti di partire alla ricerca di condizioni di vita migliori, poiché, per ogni blocco, si aprirà un’altra via d’accesso. E, in mancanza delle garanzie istituzionali, le persone non possono che affidarsi all’illegalità, ai trafficanti e agli aguzzini.

Pertanto, la necessità primaria dev’essere quella di garantire un ponte legale e sicuro tra Europa e Africa/Medio Oriente, perché, al di là di ogni buonismo, sono la dignità degli individui coinvolti e il nostro rispetto per essi ad esigerlo.
In conclusione, due link per rendersi maggiormente conto delle condizioni in cui versa chi intraprende il viaggio verso l’Europa:
http://www.internazionale.it/video/2017/04/26/the-game-lmigranti
http://www.fanpage.it/migranti-le-tariffe-degli-scafisti-2-500-euro-per-il-viaggio-100-euro-per-acqua-e-sardine/

Autore:Adrian Rusu

Il nuovo trend del sushi brasiliano e quei 120 anni di immigrazione giapponese in Brasile

Il nuovo trend del sushi brasiliano e quei 120 anni di immigrazione giapponese in Brasile

Il logo del Sambamaki, la temakeria di via Colonna nel quartiere Prati di Roma, rappresenta un maki fatto di bandiere, piegato elegantemente a forma di cono come si fa col nori, la tipica alga della cucina nipponica, con il giallo-oro del Brasile e il bianco-rosso distintivo del Sol Levante; lo chef del Sambamaki ha un nome piuttosto bizzarro, di quelli capacidi scuotere le fondamenta del nostro immaginario collettivo: Ricardo Takamitsu. La scossa la si avverte già solo incontrandolo: alto, carnagione parecchio scura, occhi a mandorla e un sorriso carioca, Ricardo – di madre giapponese e padre brasiliano – trasuda l’educazione e il rispetto giapponese e la solarità spensierata brasiliana, il meglio di due culture distanti già dalla geografia, che la nostra più fervida fantasia affastellerebbe insieme a fatica, tanto sono entrambe permeate da sani e definiti luoghi comuni. Eppure in Brasile è presente la comunità giapponese più numerosa al mondo al di fuori del Giappone, una storia di immigrazione lunga circa cent’anni che oggi impara ad imporsi sotto forma culinaria nelle città italiane ed europee, indicando la strada maestra delle future tendenze del sushi e della cucina d’Estremo Oriente. Da Milano a Roma, il sushi brasiliano è già diventato il nuovo tempio del cibo (esponenzialmente!) etnico, e la diffusione a macchia d’olio pare non risparmierà le altre città italiane. Lo stesso Ricardo è ormai di casa nel salotto della Clerici a “La Prova del Cuoco”, dove non di rado presenta le sue ricette innovative a suon di pesce crudo e frutti tropicali. «Il mio nonno materno era originario di Okinawa, nel sud del Giappone. Era più scuro, a vederlo già sembrava un brasiliano!», ironizza Ricardo. «Mia nonna invece veniva da una città del nord, una donna bianchissima! Takamitsu è un omaggio a mio nonno, perché in Brasile non sei obbligato a prendere il cognome di tuo padre. Io sono nato in Brasile e mi sento fortemente brasiliano. Ma la cultura della mia mamma, e specie quella gastronomica, mi ha influenzato parecchio». Al Sambamaki hai la possibilità di gustare un menù ricco e caleidoscopico e in continua evoluzione (consiglio: lasciate fare tutto a Ricardo), goderti un’ottima sakeirinha al mango o alla maracujà,immergerti a pieno palato in un duplice esotismo, assaporare in effetti il risultato di un contatto culturale che sa di storia e di identità, di scelte politiche, di assimilazione e acculturazione, di una “etnicità a trattino” – come ama definirla Jeffrey Lesser – che dal 1895 a oggi raccontaun affascinante viaggio condito di autoaffermazione, appartenenza e necessità politiche.

In principio fu l’abolizione della schiavitù

L’immigrazione è stata da sempre sommariamente perimetrata a “fenomeno europeo”, inteso sia in entrata che in uscita: la storiografia ha in generale ignorato gran parte degli scenari non europei, una lacuna sorprendente, data l’enorme mole di persone coinvolte. Il Brasile è di solito annoverato tra le mete principali di tanti immigrati europei, ma le ragioni che spinsero governi, intellettuali ed élite brasiliane ad accogliere l’uno o l’altro gruppo di immigrati, che siano essi asiatici, centro-europei o mediorientali, rimangono ancora ignote ai più. Il repentino “cambiamento di tendenza” che ha favorito il susseguirsi degli ingressi e le esclusioni dei vari gruppi etnici in Brasile, altro non era che lo specchio di interessi nazionali e privati evolutisi in base alla convenienza del momento, spesso legati alle esigenze di singoli o caratterizzati da rigurgiti più o meno razzisti sull’onda dell’ultima teoria evoluzionistica alla moda.Non da meno il “caos identitario” che ne è venuto fuori, quando le classi al potere sentivano forte la necessità nazionalista di poter definire il termine “brasiliano” possibilmente quanto più prossimo ad un ambìto ideale europeo. E per comprendere questo insieme di dinamiche, bisogna partire da molto lontano.

Per oltre 300 anni, ossia dalla seconda metà del XVI secolo fino alla prima metà del XIX secolo, furono deportati dall’Africa al Brasile circa 3,6 milioni di schiavi. Questo numero enorme di africani di colore ha profondamente modificato l’aspetto razziale del Brasile. Afuror di statistica, nel 1872, l’anno del primo censimento nazionale in Brasile, i bianchi costituivano il 38,1% della popolazione, mentre neri, mulatti e indiani rappresentavano il restante 61,9%. La predominanza permaneva anche nel secondo censimento del 1890, dove i bianchi avevano raggiunto il 44%, rappresentando ancora la minoranza. Decisivo, da un punto di vista storico, fu l’abolizione della schiavitù a partiredal 1850, un processo che in Brasile venne parecchio rallentato proprio dai proprietari terrieri, che dovettero trovare una rapida alternativa al rimpiazzo di una manodopera a basso costo. Le conseguenze di tre secoli di schiavitù, inoltre, avevano sollevato un nuovo dilemma legato alla commistione di razze e ad una sommaria dicotomia bianchi/neri: gli africani e i loro discendenti erano ritenuti i responsabili dell’arretratezza del Brasile, e urgeva porre rimedio “sbiancando” la razza brasiliana. A tal fine, un ruolo fondamentale fu giocato dalle teorie eugenetiche di Lamarck (secondo cui i tratti, e di conseguenza la cultura, venivano assimilati attraverso i locali e gli ambienti climatici), e le teorie dell’anatomista tedesco Blumenbach, (che proponeva una “scala razziale” dove primeggiava la razza caucasica, spingendo africani e asiatici in fondo alla lista in quanto a costituzione fisica e intelligenza), fornendo di fatto un conveniente patibolo per le élite brasiliane, a supporto di politiche che promuovevano l’entrata di immigrati “desiderabili”.

Le politiche sull’immigrazione favorirono inizialmente l’ingresso di persone provenienti dall’Europa centrale, in particolare di tedeschi, portoghesi, spagnoli e italiani, tutti pronti ad essere trasformati in braços para a lavoura, e visti dai brasiliani come coloro che “avrebbero ricreato il Vecchio Continente nel Nuovo”, a “estinguere i nativi e la popolazione africana con la loro superiorità”. Ma gli europei ben presto non si mostrarono né a basso costo né servili socialmente, e anzi in breve tempo cominciarono a reclamare aumenti salariali e diritti sindacali, tanto che il dibattito pubblico in Brasile si spostò repentino alla considerazione anche di gruppi non-europei.

C’è da sottolineare, inoltre, che un’identità nazionale singola e statica in Brasile non è mai esistita, l’etnicità poteva essere intesa come un concetto “situazionale”, e il termine “raça” aveva assunto un significato piuttosto vago, con una particolare difficoltà a definire “l’altro”.

Fallito il tentativo europeo, le classi dirigenti brasiliane scoprirono nuovi gruppi di immigrati, abitanti di terre lontane in cui nessuno aveva mai messo piede ma che tutti conoscevano.

 

Porte aperte a cinesi e mediorientali

Una attrazione indiretta del Brasile nei confronti della Cina risale al 1511, quando il Portogallo divenne la prima potenza marittima europea a stabilire dirette relazioni con l’impero cinese. La stessa parola “mandarino” viene dal verbo “mandar” (inviare), e veniva utilizzata dai lusitani per appellare i membri delle élite cinesi. La considerazione che portoghesi e brasiliani avevano degli asiatici seguiva però tendenzialmente le teorie di Blumenbach e la sua “scala razziale”: i cinesi avevano un appeal esotico, e differivano dagli africani per la loro posizione superiore nella gerarchia razziale. A seguito del fallimento con gli europei, i cinesi sembrarono la soluzione ottimale al duplice problema di de-africanizzare il paese e garantire forza lavoro, questa volta con una popolazione maggiormente servile seppure non schiavizzata.

Il dibattito pubblico, però, divampava in una feroce tempesta, tra chi era a favore dell’ingresso del nuovo gruppo etnico e chi temeva che il Brasile venisse trasformato da paese “europeo” ad “asiatico”, chi indicava il modello di crescita dei Caraibi inglesi grazie alla “sobrietà e perseveranza dei cinesi” e chi riteneva che “i cinesi non lavorassero sodo perché non erano cristiani”. In linea di massima, il pericolo avvertito dalle figure più influenti delle élite brasiliane giaceva nella “degenerazione che avrebbe portato la cultura cinese sul Brasile, che aveva già sofferto la deformità degli africani”, o dal “rischio mongolizzazione delle inevitabili relazioni sessuali interraziali”. Nel miasma teorico, fu alla fine la Cina a rifiutarsi di concedere i contratti di lavoro nel settembre del 1880, avendo compreso che i proprietari terrieri vedevano gli asiatici e gli africani come “macchine o come forza lavoro a basso costo” piuttosto che coloni; i cinesi che riuscirono a stabilirsi in Brasile risultarono davvero pochi.

Il medesimo “colpo di fulmine”, questa volta tra brasiliani e mediorientali, ebbe pressappoco vita breve: i rapporti tra arabi e lusitani avevano radici parecchio profonde, risalivano alla conquista della penisola iberica da parte dei Mori, un episodio storico che poneva il Medio Oriente in una posizione speciale, sia amico che nemico, esoticamente differente ma familiare, che in qualche modo testimoniava che i portoghesi del Brasile erano già stati arabizzati. A differenza degli asiatici, i mediorientali godevano della componente “aspetto fisico”: i tratti somatici di siriani, turchi e libanesi non differivano poi di molto da quelli dei brasiliani, al punto che per parecchi di loro giunti dal Mashrek fu sufficiente cambiare nome e vedersi riconosciuta una linda nazionalità brasiliana. Fu così che Taufik divenne Teòfilo, Fauzi divenne Fausto, Mohamad divenne Manuel. (Un caso curioso fu quello di un dentista di Goiás, che cambiò il suo nome, “Abdulmajid Dàu”, in “Hermenegildo da Luz”, perché “Hermenegildo suona come Abdulmajid, e Dàu significa ‘luce’ [Luz]”).

Ma le bieche diatribe intellettuali non risparmiarono di certo i nuovi arrivati: il Brasile si avviava verso la dittatura, e la burocrazia politica sentiva la necessità di esprimere apertamente i propri pregiudizi. Fu difatti decretato che “una delle cause della disoccupazione era il libero ingresso di stranieri, [i quali] favorivano di frequente l’aumento del disordine economico e dell’insicurezza sociale”, mentre i giornali impazzavano contro i mediorientali, portatori di una mentalità “sinuosa e sinistra, forse l’Oriente pittoresco ma ad ogni modo pericoloso […] L’Oriente che tutte le popolazioni civilizzate sperano di evitare”.

Nessuno, insomma, ebbe vita facile in Brasile. Le resistenze xenofobe riuscivano in un modo o nell’altro ad avere sempre la meglio, nonostante i disperati tentativi dell’uno o dell’altro gruppo di ricreare una nuova identità razziale, nel rispetto della propria cultura e di quella che l’aveva accolta. Sirio-libanesi, sino-brasiliani, arabo-carioca, hanno nelle decadi affollato la lunga lista dei falliti neologismi “a trattino”, che hanno tentato di dare un’etichetta ai nuovi fenomeni di commistione razziale, laboratori culturali senza precedenti. L’unica realtà che ha saputo imporsi in maniera costruttiva, nella definizione di un vero e proprio spazio etnico, che ha saputo più di tutte ammaliare le paranoiche élite brasiliane, al punto da rappresentare un “pericolo di superiorità”, aveva compiuto un viaggio parecchio lungo, attraverso l’Oceano Indiano e quello Atlantico, riformulando l’inedito binomio dei nippo-brasiliani.

Brasile e Giappone, 120 anni di identità “a trattino”

I primi contatti tra giapponesi e lusitani risalgono al lontano 1543, quando missionari gesuiti dal Portogallo intrapresero una missione evangelica nel remoto impero insulare orientale. È il tema trattato anche nell’ultimo lavoro di Martin Scorsese “Silence, ispirato all’omonimo romanzo storico di Shūsaku Endō. Le interazioni tra le due culture durarono poco più di mezzo secolo, e a oggi rimangono cristallizzate nel lessico giapponese, parole come “carta”, “copo” o “tabaco”. La stessa“tempura”, oggi considerato uno dei piatti nipponici più conosciuti al mondo, deriva dal portoghese “tempero” (condimento), e nasce proprio da quei primi contatti, quando i portoghesi si astenevano dal cibarsi di carne rossa per tre giorni a ogni inizio di stagione, per celebrare il rito cattolico delle quattro tempora, e solevano preparare un piatto fritto leggero a base di pesce e verdure. I giapponesi, da sempre amanti del pesce, appresero questa tecnica di frittura leggera e ne divennero dei veri e propri maestri. Tutto il resto è storia nota.

Un nuovo contatto luso-giapponese ebbe luogo circa 400 anni dopo, questa volta sulle coste brasiliane: il diplomatico Sho Nemoto, inviato speciale per l’immigrazione, attraccò al porto di Santos nel settembre del 1894, a bordo della leggendaria Kasato-Maru. L’incontro segna un passo fondamentale per l’immigrazione giapponese in Brasile, l’inizio di relazioni bilaterali a tutt’oggi in vigore, con la sola pausa della Seconda Guerra Mondiale.

Nemoto si ritrovò a confrontarsi con un Brasile sia avido di, che spaventato dagli immigrati. Di certo i brasiliani rimasero stupefatti dall’ordine e dalla pulizia con cui si presentò la Kasato-Maru, non disdegnando nemmeno l’abbigliamento “all’occidentale” dello stesso Nemoto; ciò fu sufficiente a che i giapponesi venissero considerati come la soluzione perfetta alle loro ataviche esigenze di forza lavoro a basso costo, e un “Trattato di Amicizia, Commercio e Navigazione” fu siglato tra i due paesi. Dal canto suo, il Giappone pure aveva crucci da risolvere, che dall’inizio della Restaurazione Meiji in poi aveva cominciato a fare i conti con aspre tensioni sociali dovute all’aumento demografico della popolazione.

Nemoto presentò i propri connazionali come i “bianchi” dell’Asia, e li “vendette” come tutto ciò che gli europei non erano: tranquilli, lavoratori, e desiderosi di diventare brasiliani. La sostanziale differenza tra i giapponesi e gli altri gruppi etnici in Brasile stava nel fatto che i primi furono da subito accolti come coloni, e il loro ingresso era supportato politicamente ed economicamente dall’amministrazione di Tokyo. Presto l’emigrazione divenne una politica prioritaria per il Giappone, con maggiore enfasi proprio verso il Brasile: si moltiplicavano i fondi a favore e le campagne di promozione. Un poster di propaganda usato dal governo giapponese ritraeva un giovane muscoloso che punta il dito sul Brasile; nell’altra mano una zappa, e la sua famiglia siede sul suo braccio piegato, e la scritta: “Andiamo! Porta la tua famiglia in Sudamerica!”:

Le aziende giapponesi cominciarono a comprare ampi territori specie nell’area di Registro, a 185 km a sud di San Paolo, dove una colonia omonima fu fondata nel 1913, completamente gestita da immigrati giapponesi il cui stile di vita li scoraggiava a lasciare il Brasile, e anzi incoraggiava altri giapponesi a partire. Le abilità dei nuovi residenti ebbero effetti pressoché immediati: la produzione di riso, per fare un esempio, nel 1908 non era sufficiente per il consumo nazionale, mentre divenne oggetto di esportazione appena 15 anni dopo.

Tra le élite brasiliane serpeggiavano comunque le consuete resistenze razziali, ma ai giapponesi era andata un po’ meglio: nell’immaginario collettivo, tutti i giapponesi indossavano “abiti puliti” e avevano “corpi puliti, avevano con sé persino un kit con spazzolini, spazzole e rasoi. I nuovi arrivati adorano il nostro cibo, e sembrano persino in ansia di imparare il portoghese. La razza è molto diversa, ma non inferiore”. Più in generale, si era diffuso un certo sentimento positivo nei confronti del nuovo gruppo etnico, se ne apprezzava la capacità organizzativa delle colonie e si ammirava un paese come il Giappone che aveva saputo “spogliarsi del kimono e indossare la cravatta”, che sotto i Meiji aveva fornito un modello di crescita interna e come potenza internazionale, economicamente e tecnologicamente avanzato. Il Giappone brillava di modernità, e quindi di Occidente, al punto che era nel Giappone che giaceva la speranza per un futuro del Brasile.

Negli anni a seguire, ci fu un numero altissimo di ingressi di giapponesi in territorio brasiliano: nel 1923 essi rappresentavano il 2,3% degli immigrati a San Paolo, ma raggiunsero repentinamente quota 11,6% appena cinque anni dopo. I giapponesi erano secondi – in quanto a residenti stranieri – solo ai portoghesi, ma rappresentavano il doppio di italiani,spagnoli e tedeschi.

Il forte aumento di giapponesi favorì anche un’inversione di tendenza: nella stessa decade – che precedeva l’istaurazione del regime di Vargas – andò sviluppandosi una forte Campanha anti-niponica all’interno del dibattito pubblico brasiliano. Il timore degli “anti-” veniva percepito in un “rischio invasione” incontrollata, puntando l’indice su presunte “mire imperialistiche” del Giappone, l’intenzione di creare uno “Shin Nihon” (Nuovo Giappone) all’interno del Brasile, che prima o poi avrebbe distrutto la razza brasiliana. La paranoia raggiunse l’apice quando venne diffusa la voce di un presunto piano militare dell’esercito giapponese di trasformare l’Amazzonia in base navale nipponica. Il nazionalismo di Vargas si scatenò anche nella campagna ad ampio raggio per la diffusione della brasilidade, un programma di omogeneizzazione dell’identità nazionale che andò a distruggere tutti i fenomeni di integrazione interraziale faticosamente costruiti in Brasile, dalle scuole gestite da immigrati (furono chiusi circa 600 istituti, la maggior parte gestiti da giapponesi) alla messa al bando dei giornali in lingua straniera.

In politica estera, e con le tensioni di un’incombente coflitto mondiale, Vargas si schierò fermamente dalla parte degli Alleati, a seguito dell’attacco a Pearl Harbor nel dicembre del 1941. Di conseguenza si scatenò una vera e propria caccia alle streghe, con arresti e allontanamenti forzati di cittadini giapponesi. Furono gli anni più bui per la comunità giapponese in Brasile, attaccati ad ogni occasione, accusati di rappresentare il cosiddetto “pericolo giallo”.

La Campanha scatenò una profonda reazione ultranazionalista nella comunità giapponese, al punto da portare i membri più anziani a costituire delle società segrete dove si venerava l’Imperatore e le ancestrali tradizioni nipponiche come forma di difesa della propria identità. Questo fu l’atteggiamento della generazione precedente, mentre i figli della medesima, i cosiddetti nikkei, sprofondavano in un limbo di indeterminatezza, nella strenua lotta di trovare il proprio posto nella società: in Brasile si sentivano brasiliani per il semplice fatto di essere nati in quella nazione, ma continuavano ad essere visti come giapponesi; chi lasciò il Brasile per il Giappone si ritrovò presto a sentirsi uno straniero in una “patria” che in realtà non era propriamente sua. Altri ancora, nel tentativo di diventare brasiliani “a tutti gli effetti”, si sottoposero a interventi di chirurgia plastica agli occhi. I risultati a tutt’oggi rimangono piuttosto confusi, nonostante i giapponesi, a differenza degli altri gruppi etnici, siano stati capaci di insinuarsi con rapidità nelle classi medio-alte della società brasiliana. Oggi i nippo-brasiliani ricoprono cariche pubbliche e posti di rilievo, ma pare che le spinose questioni identitarie rimangono attuali come lo erano negli anni ’20 e ’30.

Il sushi brasiliano: dal quartiere Libertade di San Paolo a futura tendenza culinaria

Modellato sulla Little Tokyo di Los Angeles, il quartiere di Libertade fu costruito con l’idea di renderlo un’attrattiva turistica per la città di San Paolo, condito di lampioni a mughetti e un ampio numero di torii rossi. Libertade è rimasta nel tempo una piccola “colonia asiatica”, oggi assaltata anche da cinesi e coreani, ed è qui che negli anni ’20 nacque il primo germe della cucina sushi-samba. L’esigenza venne fuori dalla rigorosa tradizione giapponese, che si ritrovò adover utilizzare gli ingredienti che aveva a disposizione. Generazione dopo generazione, i piatti giapponesi si arricchirono dei colori brasiliani; il simbolo della fusione è il caratteristico cono d’alga ripieno di riso e pesce (temaki), arricchito con papaya, avocado e salse brasiliane, mentre il saké aveva trovato nella cachaca e nella frutta tropicale un abbinamento del tutto innovativo.

Le temakerie hanno impiegato circa un secolo prima di imporsi sul mercato internazionale, in particolare il loro boom lo si è avuto negli anni ’90, quando questo particolare esempio di sushi-fusion godette di una diffusione capillare in tutta Europa. In Italia la tendenza è arrivata con un leggero ritardo, è partita da Milano e ora è alla conquista della capitale, con i vari Temakinho, Manioka, Sao, e il già citato Sambamaki.

L’incontro tra due culture, in territorio culinario, ha sempre portato ad una trasformazione delle ricette d’origine in un’offerta che sappia sposare i gusti dei palati d’arrivo. Di esempi ne abbiamo a bizzeffe, dalla famigerata “pizza all’ananas” al California e l’Alaska-maki, in un processo perenne di creolizzazione del cibo. Ciò che stupisce del sushi brasiliano è la sua predisposizione ad offrirsi quasi come un totale sostituto al sushi tradizionale. Ne è convinto lo stesso Ricardo: «in futuro sentiremo parlare solamente di sushi fusion, sarà l’unico sushi disponibile. È una questione di tendenza, di evoluzione. E di tempo».

Dino Buonaiuto

Breve guida alla lettura di Pasolini

Breve guida alla lettura di Pasolini

Siamo disposti ad accettare lo spirito di natura che ci compone e completa? Facendo la tara al celebre conflitto natura e società, non si tratta di un’apologia del modello del buon selvaggio, ma di comprendere quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo diventati: uomini sociali.
Questo interrogativo e simili accompagnano la lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini.

Poligrafo, artista, regista. Drammatico, carnale, e qualche altro attributo ugualmente concitato, e dello stesso tenore emotivo. Sconvolgente scrittore del Novecento, Pasolini è uno di quegli autori che merita frasi nominali concise, asindeti molteplici capaci di cogliere, in una complessa rassegna di aggettivi, l’essenza, in realtà ineffabile, di una personalità creativa che scelse l’inafferrabilità quale cifra significativa della sua produzione. Inafferrabilità non come intenzionale desiderio intellettuale di produrre qualcosa di incomprensibile e fortemente esoterico, ma come improvviso impulso dei sensi.
Pasolini non destina i suoi testi a un gruppo di iniziati, piuttosto parla alla nostra pancia, espressione infelice per indicare qualcosa di indefinito che potremmo tradurre come istinto, qualcosa che inerisca lo spirito di natura.

Troppo complessa l’esperienza del testo Petrolio, opera incompiuta dello scrittore di Casarsa, che della contraddizione natura e società incarna forse la ferita più profonda. Nello spazio delle prossime righe, l’esperienza dei versi pasoliniani ne Le Ceneri di Gramsci, poemetto incluso nella raccolta omonima del 1957.
E ci offendono i versi di Pasolini, penetrano senza alcuna parafrasi. Arrivano dritti e senza alcuna analisi retorica, chiedono di essere ascoltati. Ci accorgiamo che lettura e comprensione (almeno nei suoi significati essenziali) non richiedono alcuno sforzo ermeneutico. L’angoscia, la miseria, il vizio dell’ideale e la purezza della carnalità. E quando nulla rimane a difenderci, allora non resta che ascoltare.

Forse rivoluzione è la risposta, l’improvvisa e inafferrabile sensazione che stavamo cercando.
La rivoluzione non è che sentimento insegna Pasolini. E la comprensione dell’esperienza sortita dalla lettura pasoliniana sembra passare da qui: dalla rivoluzione che rappresentiamo, che ognuno di noi in diversa misura incarna, dalla rivoluzione che osserviamo negli altri, e da quella che rifiutiamo.

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri- non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio.

Non un rivoluzionario da Canzone del maggio. Pasolini ci ricorda un accezione differente di rivoluzione: quella delle viscere, dell’anima (qualunque cosa essa significhi). È la rivoluzione estrema della carne, la radicale richiesta di natura dell’io sociale.

E se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai

È la rivoluzione dei sentimenti che passa attraverso una narrazione partecipata e ferita che ci sbigottisce e ci lascia attoniti. È il racconto di un unica condizione: quella umana. Radicale e priva di sfaccettature. Non spregiudicatezza, ma ricerca della viscerale, forse non esperibile, sostanza che ci appartiene. L’Es freudiano? Probabile.
Ma è poi così contraddittoria la natura? Quanto l’equazione natura=bassi istinti ha ostacolato la comprensione di ciò che per contrasto è stato rigettato, o forse semplicemente tralasciato per abitudine? E quanto tale equazione corrisponde al reale?

Mi videro dentro una luce viva: mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua.

Quanto siamo disposti ad accettare la nostra luce viva?
Autore: Alba Cagnina

Ho letto per legittima difesa

Ho letto per legittima difesa

Ho letto per legittima difesa quando intorno non c’era più spazio per creare. Tra quei caratteri neri ho scoperto la bellezza di nuove conquiste, conquiste libere e consapevoli capaci di dare nuova forza a desideri ormai abbandonati.

Ho letto per legittima difesa quando quel grigio opaco non bastava più, ho dovuto cercare nuovi colori per dare un senso e nuovo sapore alle risposte mute che non sapevo più capire.

Ho letto per legittima difesa e ho scoperto che tra quelle pagine al profumo di carta c’erano pezzi di me, lasciati qua e là, ho trovato la meraviglia poi quando ho visto nei miei giorni i segni di una bozza lasciata sempre aperta, una pagina ancora da delineare.

Mi sono innamorata tra quei versi e ho proiettato quelle immagini su persone e luoghi, tra paesaggi e sorrisi, nei lineamenti della gente ho trovato quel ritmo, un suono diverso, una melodia che ora non posso più ignorare.
E ogni volta che ho scelto di allontanarmi da quelle pagine ho sento quella strana esigenza, un rumore dentro, il bisogno di tornare. Fosse quasi rifugio, fosse quasi necessità.

Ho scritto poi per legittima difesa quando gli sguardi e i gesti non potevano più trovare un senso e le parole hanno cominciato a spingere al posto mio, avevano loro per me il bisogno di diventare segno, di diventare realtà, di diventare inchiostro nero su carta rigata.

Ho tradito per me stessa quei libri che non potevo più finire, vedendo così crollare le aspettative proprie di chi immagina ombre sempre più grandi di quel che in verità sono.

Come una metafora costante di quel che era e quel che sarà.

Ho letto e ho scoperto luoghi, ho vissuto vite e sentimenti, storie e immagini con una intensità alla quale poi non si può più rinunciare.

Ho anche corso il rischio di perdermi tra quelle righe, tra quei nomi, tra quelle epoche lontane e quegli autori così vicini, tra quelle lunghe lettere, tra le poesie ritmate e alcuni versi scritti male.

Perché sapete, le aspettative che crea la lettura sono ben lontane dalla banalità di chi aspettative non ha.

E forse questa non è altro che una mia dichiarazione d’amore alla parola, quella forza strana, quel motore inarrestabile, quel confine instabile tra la propria realtà e quella degli altri. La parola, quella libera di distruggere e creare, rimanere fissa nel tempo immutata e costante e non sa sbiadire e non può cancellarsi ma diventa, nello stesso tempo in cui nasce, già memoria.

Cosmiana Lenoci

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