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Avere o Essere? Un libro di Erich Fromm

Avere o Essere? Un libro di Erich Fromm

«Essere o non essere, questo è il dilemma» così recitava il principe Amleto nella celeberrima tragedia shakespeariana. Purtroppo quando fu scritta l’opera Descartes era solamente un bambino altrimenti avrebbe consigliato ad Amleto di non disperarsi troppo nel suo dramma esistenziale in quanto l’attività stessa del pensare è la prova ontologica dell’esistenza, infatti, cogito ergo sum (penso dunque sono) diceva il filosofo francese.

Si è e non si può non essere, quindi; questa certezza però non risolve le inquietudini esistenziali dell’essere umano. Che ci sia un altro dilemma da risolvere? Per lo psicoanalista e sociologo tedesco Erich Fromm è proprio così: la domanda che l’uomo deve farsi è se sia meglio Avere o Essere. Pubblicato nel 1976 To have or to be? (Avere o essere?) è indubbiamente uno dei libri più importanti di Fromm e tra i più importanti della seconda metà del Novecento. Avere ed Essere sono due modi opposti di intendere la vita, le esperienze, gli affetti, il lavoro, la politica, ecc.

Le due modalità esistenziali vengono ben sintetizzate in due composizioni poetiche; la prima è di Alfred Tennyson, poeta inglese del XIX secolo, ed esprime la modalità dell’Avere: «Fiore in un muro screpolato, / Ti strappo dalle fessure, / Ti tengo qui, radici e tutto, nella mano, / Piccolo fiore – ma se potessi capire / Che cosa sei, radici e tutto, e tutto in tutto / Saprei che cosa è Dio e cosa è l’uomo». La modalità dell’Essere è espressa, invece, da Matsuo Bashō, poeta giapponese del XVII secolo: «Se guardo attentamente / Vedo il nazuna che fiorisce / Accanto alla siepe!». Entrambe le poesie parlano di un uomo attratto dalla bellezza di un fiore; nella prima l’uomo non ci pensa due volte e strappa il fiore dalla terra, uccidendolo quindi, solamente per soddisfare i propri interrogativi su Dio e l’umanità. Al contrario, nella seconda, l’uomo non fa praticamente nulla, l’unica “azione” è quella della contemplazione rispettosa nei confronti della natura. L’uomo dell’Avere è un uomo che vive solamente attraverso il possesso di un oggetto (fisico, psichico o spirituale che sia), mentre l’uomo dell’Essere è l’uomo che vive della propria libertà e di quella altrui. Il primo è statico e pesante, mentre, il secondo è dinamico e leggero.

Per Fromm le due modalità sono visibili soprattutto nella vita di tutti i giorni: all’università, per esempio, lo studente dell’Avere sarà quello che trascriverà ogni singola parola dell’insegnante e che si servirà esclusivamente della memoria per superare un determinato esame (possedere, trattenere la conoscenza). Diversamente si comporterà lo studente che farà propria la modalità dell’Essere: egli magari non prenderà neanche un appunto, ma si preoccuperà di avere un rapporto attivo con l’insegnante fatto di domande e curiosità. La lezione gli farà nascere nuovi quesiti e nuove prospettive e si sentirà trasformato alla fine di ognuna di esse. Anche l’arte del conversare sarà differente in base alla modalità utilizzata: l’uomo dell’Avere cercherà di conquistare gli altri facendo leva sulla propria posizione sociale, in sostanza “esibendo” se stesso. L’uomo dell’Essere, invece, non s’aggrapperà al proprio Io. Cercherà di essere vivace e interessante, con la sana volontà di conoscere in profondo l’essenza dell’altro. L’uomo dell’Avere, in definitiva si mostrerà artificioso e costruito, mentre, l’uomo dell’Essere naturale e sincero. La modalità dell’Avere la si potrà riscontrare, inoltre, nei rapporti amorosi e famigliari: il senso di possesso, di controllo verso l’oggetto “amato” schiaccia l’impulso vitale dell’amore. A riguardo sono molto interessanti le considerazioni che Fromm fa sull’uso comune di dire “mi sono preso una cotta”; lo psicoanalista denota che la modalità dell’Avere si manifesta anche nel linguaggio comune e afferma che non si può “prendere” un amore (atteggiamento passivo) ma solo “essere” in amore (atteggiamento attivo).

Questa è, per Fromm, una società basata esclusivamente sull’Avere. Egli afferma che il carattere principale di questa sia il “carattere mercantile”: il valore del singolo non è altro che “valore di scambio” e la sua personalità si riduce al “io sono come voi mi desiderate”. Per questo è auspicabile l’inizio di una nuova stagione all’insegna di un moderno Umanesimo che prenda come base di partenza gli insegnamenti di Cristo, di Buddha, di Meister Eckhart e di Marx per la realizzazione della “Città dell’Essere“.

Un natale cinico

Un natale cinico

Domani cominceranno di fatto le festività natalizie. A dire il vero il “Natale” si “respira” già da qualche settimana con le luci, gli alberi, i presepi, gli addobbi e ovviamente i regali che decorano e riempiono le nostre case e le nostre città e non solo. Solo il Gesù Bambino manca all’appello, ma non c’è da preoccuparsi visto che verrà posizionato tra il bue e l’asinello allo scoccare della mezzanotte come da tradizione. Da domani cominceranno i brindisi, gli abbracci, i baci, le partite a carte, le tombolate, i cenoni, i botti, i saluti, i sorrisi… come da tradizione. E come da tradizione tutto questo carico di bontà e amore si scioglierà come neve al sole alla fine delle suddette festività. Ed ecco il ritorno alla normalità fatta a volte di indifferenza, a volte di astio, a volte di invidia… come da tradizione (umana).

Che il mio giudizio sia poco obiettivo e al contrario abbastanza impregnato di cinismo? Potrebbe essere, anzi meglio così, visto che di cinismo parleremo in questo articolo. Nella Grecia antica del IV secolo a.C. cinici erano Antistene e Diogene di Sinope, ovvero i maggiori esponenti di questa scuola d’ispirazione socratica che facevano del loro pensiero un assoluto stile di vita. Cinico, infatti, tradotto dal greco antico significa “alla maniera dei cani” e appunto Diogene di Sinope era soprannominato il “cane”. Gli adepti di questa scuola avevano come fine il raggiungimento dell’Eudaimonia (felicità); per essi l’unico modo di essere felici era il vivere in modo autarchico, in assoluta armonia con la natura, e del servirsi della ragione per rimanere impassibili di fronte alle passioni umane e alla caducità della vita. Altra cosa importante per la scuola cinica era la Paressia (libertà di dire tutto): era un dovere per un cinico dileggiare e farsi beffe della società, dei suoi rappresentanti e delle sue leggi. Celebre è l’aneddoto raccontato da Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi dove Diogene di Sinope al saluto di Alessandro Magno risponde con un «Scostati un poco dal sole».

Dopo questa piccola introduzione alla filosofia cinica, ritorniamo a parlare del Natale. Il Natale come tutti sappiamo è una festa della religione cristiana. Lo psicoanalista Carl Gustav Jung disse una volta che il limite del Cristianesimo è stato quello di considerare la divinità in forma di Trinità e non in forma di Quaternità, ovvero considerare come parte di Dio il Diavolo stesso. Il male esiste non perché esiste il Diavolo, bensì per la prepotenza di nasconderlo. Portarlo alla luce significa debellarlo o meglio controllarlo.

Ricordate la Paressia, la libertà di dire tutto dei cinici? È giunto il momento di abbattere tutta questa facciata di ipocrisia che puntualmente si erge durante le vacanze natalizie. Che vadano al diavolo (per l’appunto!) i convenevoli e le frasi di circostanza. Abbiamo bisogno di nuove parole. Ci aiuterà Ambrose Bierce, giornalista e scrittore americano che nel 1906 pubblicò The Cynic’s Word Book (Il vocabolario del Cinico) successivamente ribattezzato The Devil’s Dictionary (Il dizionario del Diavolo). Il dizionario del Diavolo non è altro che un normale dizionario dove a ciascun lemma è affiancata una definizione sarcastica e di folgorante veridicità. Ne riporto qui qualcuna per cominciare a masticare le grammatiche del cinismo nella speranza che la lettura possa servire a proteggere il lettore da tutto lo “zucchero” che queste feste gli riserveranno:

 

  • abominevole (agg.) – La qualità delle opinioni altrui.
  • abuso (s.m.) – Si parla di abuso di potere quando l’autorità viene esercitata in modo a noi sgradito.
  • affezionato (agg.) – Dicesi di chi ha la tendenza a diventare molto noioso. La creatura più affezionata del mondo è un cagnolino bagnato.
  • amicizia (s.f.) – Una nave abbastanza grande per portare due persone quando si naviga in buone acque, ma riservata a una sola quando le acque si fanno difficili.
  • amore (s.m.) – Parola inventata dai poeti per far rima con cuore.
  • antagonista (s.m.) – Persona indotta dalla sua stessa malvagia natura a negare i nostri meriti o a esibirne di personali di gran lunga superiori.
  • bandito (s.m.) – Persona che toglie con la forza ad A quello che A ha preso con l’inganno a B.
  • battaglia (s.f.) – Metodo per sbrogliare coi denti un nodo politico per cui la lingua non basta.
  • battezzare (v. tr.) – Infliggere con grandi cerimonie un nome a un povero bambino incapace di difendersi. Il rito richiede fra l’altro che il bambino venga bagnato in modo che il nome gli si appiccichi.
  • bellezza (s.f.) – Il mezzo con cui una donna conquista l’amante e terrorizza il marito.
  • bigotto (s.m.) – Chi resta ostinatamente fedele a un’opinione che non condividete.
  • carità (s.f.) – Un’amabile disposizione dell’animo che induce a perdonare negli altri i peccati e i vizi cui siamo dediti noi stessi.
  • cervello (s.m.) – Organo con cui pensiamo di pensare. Distingue l’uomo che si accontenta di “essere” qualcosa da quello che desidera “fare” qualcosa.
  • chiaroveggente (s.m. o f.) – Persona, di solito donna, dotata della facoltà di vedere ciò che il suo cliente non vede, cioè anzitutto che è uno stupido.
  • congratulazione (s.f.) – La veste elegante dell’invidia.
  • defraudare (v. tr.) – Offrire una preziosa occasione di istruirsi e fare esperienza a chi si fida di noi.
  • demagogo (s.m.) – Un avversario politico.
  • denaro (s.m.) – Una benedizione che non ci è di alcun vantaggio se non quando ce ne separiamo. E’ una patente di cultura e un passaporto per il bel mondo.
  • diffamare (v. tr.) – Mentire a proposito di qualcuno e dire la verità a proposito di un altro.
  • discussione (s.f.) – Uno dei tanti metodi per confermare gli altri nei loro errori.
  • egocentrico (s.m.) – Persona dai gusti volgari, più interessata a se stessa che a me.
  • elezione (s.f.) – Semplice artificio mediante il quale una maggioranza dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere.
  • emigrante (s.m.) – Un ingenuo convinto che un paese possa essere migliore di un altro.
  • fanciullezza (s.f.) – Periodo di transizione nella vita umana che sta fra l’idiozia dell’infanzia e la follia della giovinezza, a due passi dalle colpe della maturità e a tre dai rimorsi della vecchiaia.
  • fede (s.f.) – Credere senza prove a ciò che ci viene detto da uno che parla senza cognizione di causa di cose senza paragone.
  • felicità (s.f.) – Gradevole sensazione suscitata dalla contemplazione delle miserie altrui.
  • filosofia (s.f.) – Strada con molte diramazioni, che conduce dal nulla a nessun posto.
  • gentile (agg.) – Esperto nell’arte e nella pratica della dissimulazione.
  • gioia (s.f.) – Emozione che può essere suscitata nei modi più svariati; uno dei gradi più alti di intensità che può raggiungere ha comunque origine dalla contemplazione dell’altrui dolore.
  • gratitudine (s.f.) – Un sentimento che sta a metà strada fra il beneficio ricevuto e quello previsto o atteso.
  • illusione (s.f.) – La madre di una rispettabilissima famiglia che comprende Entusiasmo, Affetto, Abnegazione, Fede, Speranza, Carità e tanti altri bei figli e figlie.
  • imperturbabile (agg.) – Dotato di grande forza morale per sopportare le sciagure che affliggono un altro.
  • imputato (s.m.) – Termine giuridico per designare quella persona così gentile che dedica tutto il suo tempo e le sue energie per mantenere prospere le condizioni del suo avvocato.
  • incoraggiare (v. tr.) – Confermare uno stolto nella follia che incomincia a costargli cara.
  • ispirazione (s.f.) – Viene così definito letteralmente l’atto di immagazzinare aria inspirandola; ad esempio un profeta è ispirato dallo spirito divino e un flauto da un nemico dell’umanità.
  • libertà (s.f.) – 1. Esenzione da un piccolo numero di vincoli tra le migliaia imposte all’uomo.
  • lunedì (s.m.) – Nei paesi cristiani viene così chiamato il giorno che segue la partita di baseball.
  • mano (s.f.) – Singolare strumento inserito all’estremità del braccio umano e di solito infilato nelle tasche altrui.
  • matrimonio (s.m.) – Lo stato o condizione di una piccola comunità, costituita da un padrone, una padrona, e due schiavi: in tutto, due persone.
  • merito (s.m.) – Le qualità che dimostrano il nostro buon diritto a ottenere ciò che qualcun altro si prende.
  • nemico (s.m.) – Un astuto mascalzone che ti ha reso certi servigi scomodi da ricambiare.
  • nostalgico (agg.) – Dicesi di chi si trova all’estero senza una lira.
  • odio (s.m.) – Il sentimento più appropriato di fronte all’altrui superiorità.
  • ozio (s.m.) – Intervalli di lucidità nei disordini della vita.
  • palese (agg.) – Evidente per noi e per nessun altro.
  • pazienza (s.f.) – Forma minore di disperazione, travestita da nobile virtù.
  • pentimento (s.m.) – Un sentimento che di rado turba la gente, almeno finché le cose non cominciano ad andare male.
  • piacere (s.m.) – Emozione generata da un vantaggio personale o da uno svantaggio altrui.
  • rimpianto (s.m.) – Ciò che si sedimenta nella coppa della vita.
  • risoluto (agg.) – Chi si mostra ostinato in una direzione da noi approvata.
  • rivoluzione (s.f.) – In campo politico viene così chiamato il brusco passaggio da una forma a un’altra di malgoverno.
  • santo (s.m.) – Peccatore morto, riveduto e corretto.
  • sentimento (s.m.) – Fratellastro malaticcio del pensiero.
  • sfortuna (s.f.) – Il tipo di fortuna che non manca mai.
  • tradire (v. tr.) – Ripagare per la fiducia accordata.
  • uccidere (v. tr.) – Creare un posto vacante senza creare un successore.
  • vigliacco (agg.) – Chi, nell’emergenza del pericolo, pensa con le proprie gambe.
  • voto (s.m.) – Simbolo e strumento della facoltà che ha ogni libero cittadino di dimostrarsi uno sciocco e di rovinare il proprio paese.
  • zelo (s.m.) – Malattia nervosa che colpisce talvolta i giovani e gli inesperti.
L’educazione scolastica secondo Montaigne

L’educazione scolastica secondo Montaigne

«È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena» scriveva Montaigne nel 1580 nei suoi Essais. Mi sembra che oggigiorno si avverta sempre di più il bisogno di teste ben fatte; infatti, se è pur vero che uno dei problemi maggiori di questo mondo contemporaneo (a dir la verità lo è da sempre) sia giustappunto l’ignoranza dilagante, indubbiamente è anche vero che pericolose siano le tante teste piene circolanti.

Una testa piena è una testa fatta di sole nozioni imparate a memoria, una testa impregnata di scienza ma non di coscienza, come una moneta senza valore. Nei capitoli XXV (Della pedagogia) e XXVI (Dell’educazione dei fanciulli), Montaigne è chiarissimo: non est loquendum, sed gubernandum (non si tratta di parlare, ma di reggere il timone); la saggezza è il frutto di un processo educativo che può solo scaturire dall’esercizio della virtù e della bontà e non dal solo studio delle lettere e delle scienze, infatti afferma: «ogni altra scienza è dannosa a colui che non ha la scienza della bontà. […] oggi in Francia lo studio ha quasi per unico scopo il guadagno».

Queste ultime parole fanno indubbiamente impressione per la loro estrema attualità, e forse anche per la constatazione che l’utilitarismo e l’opportunismo fossero di moda anche tra gli uomini del Rinascimento. Non lasciamoci scandalizzare e procediamo con accortezza. Si studia per il guadagno, per crearsi una posizione stabile e fruttuosa in società, in ultima analisi potremmo dire che si studia anche per vanità e per il nostro innato spirito di conservazione. Si studia anche per egoismo e per fragilità. Tante sono le persone a cui sembra che lo studio venga loro quasi imposto dall’alto, e che si affannano sui libri, che sembrano invecchiare sui libri, imbruttire e forse anche un po’ morire (non me ne vogliano i lettori). Platone nella Repubblica afferma che le cariche ai cittadini devono essere affidate in base alla natura interiore della persona. Uno zoppo sarebbe poco indicato nel partecipare a una maratona così come sarebbe poco indicato che una persona irosa tenti la carriera da magistrato. A mio parere la questione è abbastanza chiara: avremo sempre più teste piene che teste ben fatte poiché il sistema scolastico-educativo attuale impone una sola via per raggiungere lo “scopo”, fregandosene altamente delle diverse attitudini caratteriali di ogni singola persona.

Riguardo all’educazione dei fanciulli, su questo punto, Montaigne scrive: «la maggiore e più grave difficoltà della scienza umana par che s’incontri proprio là dove si tratta dell’educazione e dell’istruzione dei fanciulli. Come nell’agricoltura le operazioni che precedono il piantare sono determinate e facili, e così il piantare medesimo. Ma quando ciò che è stato piantato comincia a vivere, per farlo crescere si ha una gran varietà di modi e molte difficoltà: così per gli uomini, ci vuol poca abilità a piantarli, ma dopo che sono nati ci si addossa un compito diverso, pieno di affanni e di ansie, per educarli e allevarli». Per il filosofo francese importante è la figura del precettore. Un buon precettore è l’unico in grado di guidare il fanciullo nel lungo percorso della conoscenza (di sé soprattutto) «a volte aprendogli la strada, a volte lasciandogliela aprire». L’educatore di Montaigne è innanzitutto un maestro di vita che insegna all’allievo i propri punti di forza e a riconoscere di volta in volta le proprie debolezze per poi superarle.

Ecco perché diventa importante che le “strade vengano aperte” una volta dal precettore e una volta dall’allievo: è quasi un gioco delle parti in cui non c’è nessuna autorità, ma anzi rispetto reciproco e la volontà di imparare uno dall’altro. Questa è la sapienza derivante da una profonda educazione alla bontà. «Non si tratta di parlare, ma di reggere il timone». Solo dopo aver appreso l’arte della bontà si può passare allo studio delle lettere e delle scienze, e tra queste Montaigne consiglia lo studio della storia poiché parla di gesta e azioni fatte da uomini.

Giunti a questo punto, mettiamo da parte Montaigne e il passato e ritorniamo al presente. Come faremo ad educarci alla bontà nella società di massa attuale che tutto appiattisce e che tutto semplifica? Perché parliamoci chiaro, la società attuale è impostata solamente per creare teste piene e non teste ben fatte. Ennio Flaiano disse una volta che il problema della scuola era questa costante e dannosa propensione a voler semplificare tutto: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle» si trasforma in «Questa collina mi è sempre piaciuta». Perché semplificare? Leopardi non era mica un tipo semplice. E perché non cercare di metterci davvero a confronto con un Leopardi, innalzandoci noi e non abbassando lui al nostro livello. Sapere Aude, osa essere saggio, abbi il coraggio di sapere. Adesso posso andare a dormire tranquillo; dopo avere scritto tutte queste citazioni sento la testa meno piena. Deve essere un buon segno!

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Riprendiamo la lettura del futuro immaginato da Ippolito Nievo in Storia filosofica dei secoli futuri. Nella prima parte (che trovi qui) ci siamo fermati a un anno imprecisato tra XIX e XX secolo: papa Giovanni XXIII in esilio a Sebastopoli stringe un’alleanza con lo zar Nicola II per invadere Italia e Francia (a questa alleanza si unirà anche l’Inghilterra).

Siamo alla fine del secondo capitolo, la Russia e la Germania si contendono il continente. Il 1950 è l’anno della rivoluzione russa (Nievo ha immaginato anche questa seppur in modo diverso): Polonia e Turchia si separano dall’impero dando origine al regno di Polonia e all’impero bizantino. Il 1960 è l’anno di conclusione del secondo capitolo ed è l’anno della federazione di Varsavia. Questa federazione altro non è che l’Unione europea immaginata da alcuni intellettuali risorgimentali italiani come il filosofo Carlo Cattaneo, ovvero un’unione di Stati federali e laici. La federazione di Varsavia è composta da 12 Stati: l’impero russo e l’impero bizantino, i regni d’Inghilterra, di Polonia, d’Italia, d’Irlanda, di Scandinavia e di Spagna, ed infine, le repubbliche di Francia, Germania, Svizzera e Danubio.

Lasciamoci alle spalle il secondo capitolo e procediamo col terzo. Questo si apre con l’introduzione di un personaggio, Giovanni Mayer, agricoltore boemo che afferma di essere il nuovo Messia: «La buona novella ch’io ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna vivere bene, e che a vivere bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l’accettare benefizi […] bisogna mettere via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla». Con il personaggio di Giovanni Mayer, Nievo in un certo senso prefigura la nascita dei trascinatori di masse che noi uomini reali e contemporanei conosciamo fin troppo bene. Lo fa in un modo ironico dicendo che Mayer è riuscito in soli ventotto mesi a crearsi un popolo di credenti, mentre, il filosofo Hegel in quarant’anni di filosofia ne è riuscito a farsene solo uno, il portinaio. Senza dubbio queste pagine mostrano il pensiero del Nievo sociologo e pessimista: il pericolo che le lotte di indipendenza delle masse dai centri di potere politico-religioso possano declinare in forme di decadenza culturale cui solo i “sogni di un visionario” possano riempirle. Il “visionario” forte del numero di adepti acquisiti si autoproclama Papa della buona gente e comincia la sua campagna di conversione nel mondo. Il suo successore Adolf Kurr riuscirà nell’impresa e riuscirà a farsi eleggere “gran patriarca del mondo e benefattore del genere umano”, tanto da ringraziare l’umanità con la distruzione di tutti i libri, colpevoli di determinare la diversità tra le classi.

Il quarto capitolo è quello più fantascientifico e avvincente. Viene descritta la nascita nell’anno 2140 degli omunculi, anche chiamati uomini di seconda mano. Cosa sono? Semplice dei robot. I creatori di questi omuncoli sono i fabbricatori di macchine da cucire e vicini di casa Jonathan Gilles e Teodoro Beridan che assieme hanno creato il primo omuncolo chiamato Adamo. Gilles ordina all’omuncolo di uccidere Beridan, l’omicidio riesce e sia lo scienziato che l’omuncolo vengono arrestati ed entrambi condannati; qui Nievo pone una importante riflessione giuridica, ovvero se sia giusto condannare una macchina artificiale. In queste pagine, inoltre, fuoriesce tutto il pessimismo di Nievo per il progresso tecnologico; è descritto un mondo in balia dell’ozio e delle droghe visto che tutte le semplici mansioni sono affidate agli omuncoli. Per combattere la “peste apatica”, nel 2180 viene ordinata dal Papa la chiusura delle fabbriche di omuncoli e il battesimo per quelli rimasti (attacco sarcastico di Nievo nei confronti del cattolicesimo).

Il viaggio è giunto al termine ed è giunto il momento di tirare le somme sull’opera. Storia filosofica dei secoli futuri non è sicuramente un’opera da affiancare ai classici della letteratura italiana; è un divertissement ricordiamocelo, ma se ne consiglia la lettura anche per capire le aspirazioni e le paure di un uomo che ha scritto questo libricino mentre partecipava alla spedizione dei Mille, ovvero quando si stava facendo la storia.

Oggi 30 novembre ricorre l’anniversario di nascita di Ippolito Nievo e credo sia giusto ricordarlo con l’ultima frase dell’ultimo capitolo: «Sia pace all’anima sua!».

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Prima parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Prima parte

Il 1860 è l’anno della celeberrima spedizione dei Mille: un migliaio di volontari guidati da Giuseppe Garibaldi salpa, tra la notte del 5 e del 6 maggio, dalla città di Quarto per approdare a Marsala, in modo da conquistare il Regno borbonico Delle Due Sicilie affinché l’intero meridione possa essere annesso al nascente Stato italiano. Tra questi vi è il giovane ventinovenne Ippolito Nievo (numero 690) che oltre ad essere un colonnello delle armate garibaldine (grado acquisito dopo le battaglie di Calatafimi e Palermo) è anche giornalista militante, e soprattutto scrittore. La sua opera più famosa sono Le confessioni d’un italiano, romanzo sia storico che di formazione, scritto tra il dicembre 1857 e l’agosto 1858, pubblicato però postumo nel 1867, che racconta cinquant’anni di storia (dalla campagna napoleonica in Italia fino ai moti del 1848) vissuti attraverso gli occhi e sulla pelle del patriota Carlo Altoviti che come lui stesso afferma nacque veneziano e morì italiano.

Se Le confessioni d’un italiano sono un’opera che rivolge lo sguardo al passato, esiste un’altra opera di Nievo che al contrario pensa il futuro. Storia filosofica dei secoli futuri è un romanzo breve, un divertissement composto nel 1860, che può benissimo essere presentato come uno dei primi esempi di fantascienza/fantapolitica all’italiana. Ferdinando De’ Nicolosi è un filosofo e chimico dell’anno 1859; si chiede se sia possibile “anticipare” i prodotti delle vicende umane allo stesso modo dei botanici che riescono nelle serre ad anticipare la fioritura delle rose: «Le rose sbocciate nel calor della serra a mezzo l’inverno raccontano coi loro profumi alle sorelline, addormentate ancora, la storia d’un anno che per queste è ancora da venire[…] Su per su gli uomini somigliano alle piante, e le piante agli uomini[…] Perché non si potranno ottenere anche nel processo del pensiero umano delle fioriture anticipate?»

Dopo la fatidica domanda è messo in scena l’esperimento, primo elemento di tipo fantascientifico: «Presi mezz’oncia di fosforo e una dramma di plutonio, i due elementi di cui si compone l’intima semenza umana; li mescolai ben bene e tolsi dalla dose quella particella infinitesima che forma probabilmente lo strumento passivo dell’intelligenza. Diluito in seguito quest’atomo arcano in una bottiglietta di buon inchiostro nero inalterabile, e versato l’inchiostro sopra una carta convenientemente satura per mezzo del magnetismo animale di volontà e di pensiero, ne ricavai due grandi pagine d’un nero lucente e perfettissimo. Qui cominciava la parte meccanica e delicata del grande esperimento. Assoggettai quella carta alla temperatura media condensata e avvicendata di trecentosessantatré inverni e di trecentosessantatré estati. Il miracolo si operò appuntino; la fioritura pensante di tre secoli avvenire fu ottenuta con tal precisione, che sfido un critico tedesco a trovarci di che ridire. Come su un negativo fotografico alle levature di nitrato d’argento, comparvero dapprima su quella carta apparentemente carbonata alcuni segni bianchi: poi si profilarono alcune lettere, massime le iniziali; indi si disegnarono le intiere parole; da ultimo vi si stese elegantemente calligrafata la storia che ora trascrivo».

La storia che De’ Nicolosi trascrive è l’opera di tale Vincenzo Bernardi di Gorgonzola, storico dell’anno 2222 che ha descritto gli avvenimenti accaduti tra il 1860 e il 2222. L’opera di Nievo è divisa in sette capitoli:

Introduzione
Dalla pace di Zurigo alla pace di Lubiana
Dalla pace di Lubiana alla federazione di Varsavia (1960)
Dalla federazione di Varsavia alla rivolta dei contadini (2030)
Creazione e moltiplicazione degli omuncoli (2066-2140)
Dal 2180 al 2222, o il periodo dell’apatia
Epilogo

Messa da parte l’introduzione che racconta l’esperimento appena descritto, il primo capitolo comincia con un avvenimento storico reale: la pace di Zurigo (10 novembre 1859), ovvero il trattato che mise fine alla Seconda guerra d’indipendenza. In questo primo capitolo vengono descritte le varie battaglie successive alla pace di Zurigo che hanno permesso la scacciata degli austriaci dal Veneto. L’annessione del Veneto avviene con la fantomatica pace di Lubiana di cui però non viene fornita una data poiché Bernardi spiega che nel 2222 tutti i libri precedenti all’anno 2000 sono stati distrutti e sono rimasti solo alcuni frammenti. In questo capitolo Nievo prevede l’apertura del canale di Suez in anticipo di sei anni. Il secondo capitolo è molto sostanzioso. Il nuovo papa Giovanni XXIII (altra previsione?) è costretto a chiedere aiuto alla Russia, guidata dallo zar Nicola II, per via della minaccia dei liberali; i due s’incontrano nella penisola di Crimea e vengono a patti: «“Che volete, Santità?” chiese il Tartaro incivilito. “Quello che volete voi, Maestà”, rispose il Gran Sacerdote latino. “Vale a dire?” “Vale a dire che io voglio il dominio del mondo, come me ne danno diritto le bolle de’ miei santi predecessori”. “Per conquistar il mondo, m’immagino che vorrete cominciare da qualche parte!” “Voglio cominciar da Roma! voglio cacciare dalla sede degli Apostoli quegli scomunicati che vi si sono intrusi per consacrarvi l’empietà e la menzogna”. “Bene; io v’aiuterò a riprender Roma: ma, patti chiari! che la mia parte di mondo la voglio conservar io”. “Ah Maestà, se voleste convertirvi! se…” “Basta! a questo penseremo poi. Intanto io vi assegno a residenza le mine di Sebastopoli, e là potrete pontificare a mie spese finché le navi dell’Inghilterra e le mie truppe abbiano aperto la foce del Tevere e le porte della città eterna. Dio sia con voi!” “E che il cielo benedica le armi di vostra Maestà!” Da quel giorno Sebastopoli diventò la terza Roma o la seconda Avignone, e di colà partivano ogni domenica molti carichi di scomuniche ad uso degli Occidentali». All’alleanza si aggiunge anche l’Inghilterra. Russia e Inghilterra con l’appoggio del papa invadono Italia e Francia.

Che cosa succederà in seguito? Lo scopriremo nella seconda parte.

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