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Lo stato dell’arte (contemporanea)

Lo stato dell’arte (contemporanea)

Il ready-made, ovvero l’arte di trasformare in arte qualunque cosa

Era il lontano 1917 quando l’artista francese, esponente del dadaismo e del surrealismo, Marcel Duchamp fece esporre in incognito, in una mostra americana, un normale orinatoio firmato “R. Mutt 1917”. Con Duchamp fu introdotto nel mondo artistico il concetto di ready-made, ovvero la possibilità di trasformare un normale oggetto di uso comune in un’opera d’arte semplicemente togliendolo dal suo ambito naturale e trasferendolo in un ambito artistico. In parole povere un orinatoio rimane un orinatoio in un bagno ma se esposto in una mostra d’arte automaticamente si trasforma in un’opera d’arte: questo è il succo della provocazione duchampiana.

Gli inizi dell’arte concettuale

Indubbiamente il Novecento, nella storia dell’arte, fu il secolo della grande rottura con il passato. Se è vero che tutta la storia dell’arte si presenta come una lunga catena di rotture (ma anche di riprese) con le tradizioni passate (si pensi ai pittori rinascimentali che ruppero con la tradizione gotica trecentesca introducendo nei loro dipinti l’uso della prospettiva), ciò che rende diverso il Secolo breve dalle altre epoche è da una parte la maggiore centralità dell’artista rispetto all’opera, dall’altra la predominanza del concetto sulla forma. Su questo secondo punto non si può non ripensare a Duchamp, alla sua Fontana (il nome dell’opera-orinatoio) e al ready-made: l’orinatoio viene riconosciuto come arte solamente con l’assimilazione del concetto che ha permesso la sua creazione. Infatti, quando fu presentato per la prima volta, i giudici rimasero alquanto perplessi e non riuscirono a determinarne il valore. Non ci riuscirono perché il loro pensiero non ne aveva ancora afferrato il concetto. Affermare la predominanza del concetto sulla forma equivale ad affermare la predominanza del pensiero sul senso (o meglio i sensi); infatti, se mai ci sia stata una rivoluzione copernicana all’interno del mondo dell’arte sarebbe da rintracciarsi proprio in questo aspetto: il pensiero, o meglio la ragione, è diventato lo strumento primario per interfacciarsi con gran parte della cosiddetta arte contemporanea (per lo più quella estremamente concettuale). L’artista italiano Piero Manzoni è celebre per avere, nel 1961, sigillato in 90 barattoli di latta i suoi escrementi ribattezzandoli come Merda d’artista. La Merda d’artista è l’esempio migliore per spiegare ciò che si diceva prima. Nessuno dei cinque sensi viene utilizzato per “conoscere” l’opera, e in questo caso è una cosa assolutamente positiva visto che si parla di merda, ma si può concordare col fatto che abbiamo a che fare con un’opera artistica sia perché l’ha prodotta un artista (la centralità di questo di cui si è scritto in precedenza) e sia perché è presente un concetto, un significato nascosto che deve essere cercato (in questo caso una critica al consumismo).

Una piccola riflessione sull’arte contemporanea

Tutti (o quasi) ricorderanno la famosa scena con Alberto Sordi tratta dal film Dove vai in vacanza? dove la moglie di Sordi, seduta su una sedia durante una visita alla Biennale di Venezia, viene scambiata dai visitatori per un’opera d’arte (ritorna la lezione duchampiana dell’arte che è arte solo perché si trova esposta in un museo). Cito la scena del film per fare una piccola riflessione sul ruolo del pubblico all’interno del “gioco” artistico. L’arte ha bisogno di un pubblico. Il pubblico è la destinazione finale dell’arte, poiché essa è prima di tutto comunicazione; lo sapeva bene la Chiesa che per secoli ha commissionato artisti per raccontare, attraverso le immagini, le Sacre Scritture e lo sapevano bene i pittori seicenteschi d’oltralpe (soprattutto i fiamminghi) quando dipingevano scene di vita quotidiana. Il pubblico ha bisogno di “godere” dell’opera d’arte. La domanda è questa: è possibile che un’arte troppo concettuale ed astratta possa non riuscire a soddisfare la fruizione da parte del pubblico della stessa? A mio parere la risposta è semplice: ragionando in termini quantitativi la risposta non può che essere affermativa. Un gruppo di pensionati poco istruiti sicuramente si annoierebbero a morte visitando una mostra di orinatoi e merde d’artista, al contrario apprezzerebbero maggiormente una visita alla Cappella Sistina per esempio. Questo perché l’esperienza sensoriale è più diretta ed intuitiva di quella intellettuale.

Tirare le somme

Ovviamente il fulcro del mio discorso (se non si fosse capito) non è mettere in contrapposizione l’arte contemporanea a quella del passato e dire che la prima è peggiore della seconda, anche perché è impossibile tracciare i confini dell’arte contemporanea visto che al suo interno esistono e convivono diverse realtà, ma invece, mettere a confronto l’arte della “forma” con l’arte concettuale ed astratta (che attualmente regna sovrana nelle gallerie d’arte contemporanea). Ho scritto questo articolo per riflettere su una questione importante: non è che certa arte contemporanea è per sua natura stessa non accessibile a tutti poiché non tutti hanno gli strumenti (la cultura) per accedere al senso nascosto? E non è che ha un maggior impatto sociale un normale dipinto che palle colorate, specchietti rotti e merde sigillate? Anche perché non vorrei che un giorno si presentasse in un museo un Arthur Rimbaud e dicesse «Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Avere o Essere? Un libro di Erich Fromm

Avere o Essere? Un libro di Erich Fromm

«Essere o non essere, questo è il dilemma» così recitava il principe Amleto nella celeberrima tragedia shakespeariana. Purtroppo quando fu scritta l’opera Descartes era solamente un bambino altrimenti avrebbe consigliato ad Amleto di non disperarsi troppo nel suo dramma esistenziale in quanto l’attività stessa del pensare è la prova ontologica dell’esistenza, infatti, cogito ergo sum (penso dunque sono) diceva il filosofo francese.

Si è e non si può non essere, quindi; questa certezza però non risolve le inquietudini esistenziali dell’essere umano. Che ci sia un altro dilemma da risolvere? Per lo psicoanalista e sociologo tedesco Erich Fromm è proprio così: la domanda che l’uomo deve farsi è se sia meglio Avere o Essere. Pubblicato nel 1976 To have or to be? (Avere o essere?) è indubbiamente uno dei libri più importanti di Fromm e tra i più importanti della seconda metà del Novecento. Avere ed Essere sono due modi opposti di intendere la vita, le esperienze, gli affetti, il lavoro, la politica, ecc.

Le due modalità esistenziali vengono ben sintetizzate in due composizioni poetiche; la prima è di Alfred Tennyson, poeta inglese del XIX secolo, ed esprime la modalità dell’Avere: «Fiore in un muro screpolato, / Ti strappo dalle fessure, / Ti tengo qui, radici e tutto, nella mano, / Piccolo fiore – ma se potessi capire / Che cosa sei, radici e tutto, e tutto in tutto / Saprei che cosa è Dio e cosa è l’uomo». La modalità dell’Essere è espressa, invece, da Matsuo Bashō, poeta giapponese del XVII secolo: «Se guardo attentamente / Vedo il nazuna che fiorisce / Accanto alla siepe!». Entrambe le poesie parlano di un uomo attratto dalla bellezza di un fiore; nella prima l’uomo non ci pensa due volte e strappa il fiore dalla terra, uccidendolo quindi, solamente per soddisfare i propri interrogativi su Dio e l’umanità. Al contrario, nella seconda, l’uomo non fa praticamente nulla, l’unica “azione” è quella della contemplazione rispettosa nei confronti della natura. L’uomo dell’Avere è un uomo che vive solamente attraverso il possesso di un oggetto (fisico, psichico o spirituale che sia), mentre l’uomo dell’Essere è l’uomo che vive della propria libertà e di quella altrui. Il primo è statico e pesante, mentre, il secondo è dinamico e leggero.

Per Fromm le due modalità sono visibili soprattutto nella vita di tutti i giorni: all’università, per esempio, lo studente dell’Avere sarà quello che trascriverà ogni singola parola dell’insegnante e che si servirà esclusivamente della memoria per superare un determinato esame (possedere, trattenere la conoscenza). Diversamente si comporterà lo studente che farà propria la modalità dell’Essere: egli magari non prenderà neanche un appunto, ma si preoccuperà di avere un rapporto attivo con l’insegnante fatto di domande e curiosità. La lezione gli farà nascere nuovi quesiti e nuove prospettive e si sentirà trasformato alla fine di ognuna di esse. Anche l’arte del conversare sarà differente in base alla modalità utilizzata: l’uomo dell’Avere cercherà di conquistare gli altri facendo leva sulla propria posizione sociale, in sostanza “esibendo” se stesso. L’uomo dell’Essere, invece, non s’aggrapperà al proprio Io. Cercherà di essere vivace e interessante, con la sana volontà di conoscere in profondo l’essenza dell’altro. L’uomo dell’Avere, in definitiva si mostrerà artificioso e costruito, mentre, l’uomo dell’Essere naturale e sincero. La modalità dell’Avere la si potrà riscontrare, inoltre, nei rapporti amorosi e famigliari: il senso di possesso, di controllo verso l’oggetto “amato” schiaccia l’impulso vitale dell’amore. A riguardo sono molto interessanti le considerazioni che Fromm fa sull’uso comune di dire “mi sono preso una cotta”; lo psicoanalista denota che la modalità dell’Avere si manifesta anche nel linguaggio comune e afferma che non si può “prendere” un amore (atteggiamento passivo) ma solo “essere” in amore (atteggiamento attivo).

Questa è, per Fromm, una società basata esclusivamente sull’Avere. Egli afferma che il carattere principale di questa sia il “carattere mercantile”: il valore del singolo non è altro che “valore di scambio” e la sua personalità si riduce al “io sono come voi mi desiderate”. Per questo è auspicabile l’inizio di una nuova stagione all’insegna di un moderno Umanesimo che prenda come base di partenza gli insegnamenti di Cristo, di Buddha, di Meister Eckhart e di Marx per la realizzazione della “Città dell’Essere“.

Un natale cinico

Un natale cinico

Domani cominceranno di fatto le festività natalizie. A dire il vero il “Natale” si “respira” già da qualche settimana con le luci, gli alberi, i presepi, gli addobbi e ovviamente i regali che decorano e riempiono le nostre case e le nostre città e non solo. Solo il Gesù Bambino manca all’appello, ma non c’è da preoccuparsi visto che verrà posizionato tra il bue e l’asinello allo scoccare della mezzanotte come da tradizione. Da domani cominceranno i brindisi, gli abbracci, i baci, le partite a carte, le tombolate, i cenoni, i botti, i saluti, i sorrisi… come da tradizione. E come da tradizione tutto questo carico di bontà e amore si scioglierà come neve al sole alla fine delle suddette festività. Ed ecco il ritorno alla normalità fatta a volte di indifferenza, a volte di astio, a volte di invidia… come da tradizione (umana).

Che il mio giudizio sia poco obiettivo e al contrario abbastanza impregnato di cinismo? Potrebbe essere, anzi meglio così, visto che di cinismo parleremo in questo articolo. Nella Grecia antica del IV secolo a.C. cinici erano Antistene e Diogene di Sinope, ovvero i maggiori esponenti di questa scuola d’ispirazione socratica che facevano del loro pensiero un assoluto stile di vita. Cinico, infatti, tradotto dal greco antico significa “alla maniera dei cani” e appunto Diogene di Sinope era soprannominato il “cane”. Gli adepti di questa scuola avevano come fine il raggiungimento dell’Eudaimonia (felicità); per essi l’unico modo di essere felici era il vivere in modo autarchico, in assoluta armonia con la natura, e del servirsi della ragione per rimanere impassibili di fronte alle passioni umane e alla caducità della vita. Altra cosa importante per la scuola cinica era la Paressia (libertà di dire tutto): era un dovere per un cinico dileggiare e farsi beffe della società, dei suoi rappresentanti e delle sue leggi. Celebre è l’aneddoto raccontato da Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi dove Diogene di Sinope al saluto di Alessandro Magno risponde con un «Scostati un poco dal sole».

Dopo questa piccola introduzione alla filosofia cinica, ritorniamo a parlare del Natale. Il Natale come tutti sappiamo è una festa della religione cristiana. Lo psicoanalista Carl Gustav Jung disse una volta che il limite del Cristianesimo è stato quello di considerare la divinità in forma di Trinità e non in forma di Quaternità, ovvero considerare come parte di Dio il Diavolo stesso. Il male esiste non perché esiste il Diavolo, bensì per la prepotenza di nasconderlo. Portarlo alla luce significa debellarlo o meglio controllarlo.

Ricordate la Paressia, la libertà di dire tutto dei cinici? È giunto il momento di abbattere tutta questa facciata di ipocrisia che puntualmente si erge durante le vacanze natalizie. Che vadano al diavolo (per l’appunto!) i convenevoli e le frasi di circostanza. Abbiamo bisogno di nuove parole. Ci aiuterà Ambrose Bierce, giornalista e scrittore americano che nel 1906 pubblicò The Cynic’s Word Book (Il vocabolario del Cinico) successivamente ribattezzato The Devil’s Dictionary (Il dizionario del Diavolo). Il dizionario del Diavolo non è altro che un normale dizionario dove a ciascun lemma è affiancata una definizione sarcastica e di folgorante veridicità. Ne riporto qui qualcuna per cominciare a masticare le grammatiche del cinismo nella speranza che la lettura possa servire a proteggere il lettore da tutto lo “zucchero” che queste feste gli riserveranno:

 

  • abominevole (agg.) – La qualità delle opinioni altrui.
  • abuso (s.m.) – Si parla di abuso di potere quando l’autorità viene esercitata in modo a noi sgradito.
  • affezionato (agg.) – Dicesi di chi ha la tendenza a diventare molto noioso. La creatura più affezionata del mondo è un cagnolino bagnato.
  • amicizia (s.f.) – Una nave abbastanza grande per portare due persone quando si naviga in buone acque, ma riservata a una sola quando le acque si fanno difficili.
  • amore (s.m.) – Parola inventata dai poeti per far rima con cuore.
  • antagonista (s.m.) – Persona indotta dalla sua stessa malvagia natura a negare i nostri meriti o a esibirne di personali di gran lunga superiori.
  • bandito (s.m.) – Persona che toglie con la forza ad A quello che A ha preso con l’inganno a B.
  • battaglia (s.f.) – Metodo per sbrogliare coi denti un nodo politico per cui la lingua non basta.
  • battezzare (v. tr.) – Infliggere con grandi cerimonie un nome a un povero bambino incapace di difendersi. Il rito richiede fra l’altro che il bambino venga bagnato in modo che il nome gli si appiccichi.
  • bellezza (s.f.) – Il mezzo con cui una donna conquista l’amante e terrorizza il marito.
  • bigotto (s.m.) – Chi resta ostinatamente fedele a un’opinione che non condividete.
  • carità (s.f.) – Un’amabile disposizione dell’animo che induce a perdonare negli altri i peccati e i vizi cui siamo dediti noi stessi.
  • cervello (s.m.) – Organo con cui pensiamo di pensare. Distingue l’uomo che si accontenta di “essere” qualcosa da quello che desidera “fare” qualcosa.
  • chiaroveggente (s.m. o f.) – Persona, di solito donna, dotata della facoltà di vedere ciò che il suo cliente non vede, cioè anzitutto che è uno stupido.
  • congratulazione (s.f.) – La veste elegante dell’invidia.
  • defraudare (v. tr.) – Offrire una preziosa occasione di istruirsi e fare esperienza a chi si fida di noi.
  • demagogo (s.m.) – Un avversario politico.
  • denaro (s.m.) – Una benedizione che non ci è di alcun vantaggio se non quando ce ne separiamo. E’ una patente di cultura e un passaporto per il bel mondo.
  • diffamare (v. tr.) – Mentire a proposito di qualcuno e dire la verità a proposito di un altro.
  • discussione (s.f.) – Uno dei tanti metodi per confermare gli altri nei loro errori.
  • egocentrico (s.m.) – Persona dai gusti volgari, più interessata a se stessa che a me.
  • elezione (s.f.) – Semplice artificio mediante il quale una maggioranza dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere.
  • emigrante (s.m.) – Un ingenuo convinto che un paese possa essere migliore di un altro.
  • fanciullezza (s.f.) – Periodo di transizione nella vita umana che sta fra l’idiozia dell’infanzia e la follia della giovinezza, a due passi dalle colpe della maturità e a tre dai rimorsi della vecchiaia.
  • fede (s.f.) – Credere senza prove a ciò che ci viene detto da uno che parla senza cognizione di causa di cose senza paragone.
  • felicità (s.f.) – Gradevole sensazione suscitata dalla contemplazione delle miserie altrui.
  • filosofia (s.f.) – Strada con molte diramazioni, che conduce dal nulla a nessun posto.
  • gentile (agg.) – Esperto nell’arte e nella pratica della dissimulazione.
  • gioia (s.f.) – Emozione che può essere suscitata nei modi più svariati; uno dei gradi più alti di intensità che può raggiungere ha comunque origine dalla contemplazione dell’altrui dolore.
  • gratitudine (s.f.) – Un sentimento che sta a metà strada fra il beneficio ricevuto e quello previsto o atteso.
  • illusione (s.f.) – La madre di una rispettabilissima famiglia che comprende Entusiasmo, Affetto, Abnegazione, Fede, Speranza, Carità e tanti altri bei figli e figlie.
  • imperturbabile (agg.) – Dotato di grande forza morale per sopportare le sciagure che affliggono un altro.
  • imputato (s.m.) – Termine giuridico per designare quella persona così gentile che dedica tutto il suo tempo e le sue energie per mantenere prospere le condizioni del suo avvocato.
  • incoraggiare (v. tr.) – Confermare uno stolto nella follia che incomincia a costargli cara.
  • ispirazione (s.f.) – Viene così definito letteralmente l’atto di immagazzinare aria inspirandola; ad esempio un profeta è ispirato dallo spirito divino e un flauto da un nemico dell’umanità.
  • libertà (s.f.) – 1. Esenzione da un piccolo numero di vincoli tra le migliaia imposte all’uomo.
  • lunedì (s.m.) – Nei paesi cristiani viene così chiamato il giorno che segue la partita di baseball.
  • mano (s.f.) – Singolare strumento inserito all’estremità del braccio umano e di solito infilato nelle tasche altrui.
  • matrimonio (s.m.) – Lo stato o condizione di una piccola comunità, costituita da un padrone, una padrona, e due schiavi: in tutto, due persone.
  • merito (s.m.) – Le qualità che dimostrano il nostro buon diritto a ottenere ciò che qualcun altro si prende.
  • nemico (s.m.) – Un astuto mascalzone che ti ha reso certi servigi scomodi da ricambiare.
  • nostalgico (agg.) – Dicesi di chi si trova all’estero senza una lira.
  • odio (s.m.) – Il sentimento più appropriato di fronte all’altrui superiorità.
  • ozio (s.m.) – Intervalli di lucidità nei disordini della vita.
  • palese (agg.) – Evidente per noi e per nessun altro.
  • pazienza (s.f.) – Forma minore di disperazione, travestita da nobile virtù.
  • pentimento (s.m.) – Un sentimento che di rado turba la gente, almeno finché le cose non cominciano ad andare male.
  • piacere (s.m.) – Emozione generata da un vantaggio personale o da uno svantaggio altrui.
  • rimpianto (s.m.) – Ciò che si sedimenta nella coppa della vita.
  • risoluto (agg.) – Chi si mostra ostinato in una direzione da noi approvata.
  • rivoluzione (s.f.) – In campo politico viene così chiamato il brusco passaggio da una forma a un’altra di malgoverno.
  • santo (s.m.) – Peccatore morto, riveduto e corretto.
  • sentimento (s.m.) – Fratellastro malaticcio del pensiero.
  • sfortuna (s.f.) – Il tipo di fortuna che non manca mai.
  • tradire (v. tr.) – Ripagare per la fiducia accordata.
  • uccidere (v. tr.) – Creare un posto vacante senza creare un successore.
  • vigliacco (agg.) – Chi, nell’emergenza del pericolo, pensa con le proprie gambe.
  • voto (s.m.) – Simbolo e strumento della facoltà che ha ogni libero cittadino di dimostrarsi uno sciocco e di rovinare il proprio paese.
  • zelo (s.m.) – Malattia nervosa che colpisce talvolta i giovani e gli inesperti.
L’educazione scolastica secondo Montaigne

L’educazione scolastica secondo Montaigne

«È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena» scriveva Montaigne nel 1580 nei suoi Essais. Mi sembra che oggigiorno si avverta sempre di più il bisogno di teste ben fatte; infatti, se è pur vero che uno dei problemi maggiori di questo mondo contemporaneo (a dir la verità lo è da sempre) sia giustappunto l’ignoranza dilagante, indubbiamente è anche vero che pericolose siano le tante teste piene circolanti.

Una testa piena è una testa fatta di sole nozioni imparate a memoria, una testa impregnata di scienza ma non di coscienza, come una moneta senza valore. Nei capitoli XXV (Della pedagogia) e XXVI (Dell’educazione dei fanciulli), Montaigne è chiarissimo: non est loquendum, sed gubernandum (non si tratta di parlare, ma di reggere il timone); la saggezza è il frutto di un processo educativo che può solo scaturire dall’esercizio della virtù e della bontà e non dal solo studio delle lettere e delle scienze, infatti afferma: «ogni altra scienza è dannosa a colui che non ha la scienza della bontà. […] oggi in Francia lo studio ha quasi per unico scopo il guadagno».

Queste ultime parole fanno indubbiamente impressione per la loro estrema attualità, e forse anche per la constatazione che l’utilitarismo e l’opportunismo fossero di moda anche tra gli uomini del Rinascimento. Non lasciamoci scandalizzare e procediamo con accortezza. Si studia per il guadagno, per crearsi una posizione stabile e fruttuosa in società, in ultima analisi potremmo dire che si studia anche per vanità e per il nostro innato spirito di conservazione. Si studia anche per egoismo e per fragilità. Tante sono le persone a cui sembra che lo studio venga loro quasi imposto dall’alto, e che si affannano sui libri, che sembrano invecchiare sui libri, imbruttire e forse anche un po’ morire (non me ne vogliano i lettori). Platone nella Repubblica afferma che le cariche ai cittadini devono essere affidate in base alla natura interiore della persona. Uno zoppo sarebbe poco indicato nel partecipare a una maratona così come sarebbe poco indicato che una persona irosa tenti la carriera da magistrato. A mio parere la questione è abbastanza chiara: avremo sempre più teste piene che teste ben fatte poiché il sistema scolastico-educativo attuale impone una sola via per raggiungere lo “scopo”, fregandosene altamente delle diverse attitudini caratteriali di ogni singola persona.

Riguardo all’educazione dei fanciulli, su questo punto, Montaigne scrive: «la maggiore e più grave difficoltà della scienza umana par che s’incontri proprio là dove si tratta dell’educazione e dell’istruzione dei fanciulli. Come nell’agricoltura le operazioni che precedono il piantare sono determinate e facili, e così il piantare medesimo. Ma quando ciò che è stato piantato comincia a vivere, per farlo crescere si ha una gran varietà di modi e molte difficoltà: così per gli uomini, ci vuol poca abilità a piantarli, ma dopo che sono nati ci si addossa un compito diverso, pieno di affanni e di ansie, per educarli e allevarli». Per il filosofo francese importante è la figura del precettore. Un buon precettore è l’unico in grado di guidare il fanciullo nel lungo percorso della conoscenza (di sé soprattutto) «a volte aprendogli la strada, a volte lasciandogliela aprire». L’educatore di Montaigne è innanzitutto un maestro di vita che insegna all’allievo i propri punti di forza e a riconoscere di volta in volta le proprie debolezze per poi superarle.

Ecco perché diventa importante che le “strade vengano aperte” una volta dal precettore e una volta dall’allievo: è quasi un gioco delle parti in cui non c’è nessuna autorità, ma anzi rispetto reciproco e la volontà di imparare uno dall’altro. Questa è la sapienza derivante da una profonda educazione alla bontà. «Non si tratta di parlare, ma di reggere il timone». Solo dopo aver appreso l’arte della bontà si può passare allo studio delle lettere e delle scienze, e tra queste Montaigne consiglia lo studio della storia poiché parla di gesta e azioni fatte da uomini.

Giunti a questo punto, mettiamo da parte Montaigne e il passato e ritorniamo al presente. Come faremo ad educarci alla bontà nella società di massa attuale che tutto appiattisce e che tutto semplifica? Perché parliamoci chiaro, la società attuale è impostata solamente per creare teste piene e non teste ben fatte. Ennio Flaiano disse una volta che il problema della scuola era questa costante e dannosa propensione a voler semplificare tutto: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle» si trasforma in «Questa collina mi è sempre piaciuta». Perché semplificare? Leopardi non era mica un tipo semplice. E perché non cercare di metterci davvero a confronto con un Leopardi, innalzandoci noi e non abbassando lui al nostro livello. Sapere Aude, osa essere saggio, abbi il coraggio di sapere. Adesso posso andare a dormire tranquillo; dopo avere scritto tutte queste citazioni sento la testa meno piena. Deve essere un buon segno!

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Riprendiamo la lettura del futuro immaginato da Ippolito Nievo in Storia filosofica dei secoli futuri. Nella prima parte (che trovi qui) ci siamo fermati a un anno imprecisato tra XIX e XX secolo: papa Giovanni XXIII in esilio a Sebastopoli stringe un’alleanza con lo zar Nicola II per invadere Italia e Francia (a questa alleanza si unirà anche l’Inghilterra).

Siamo alla fine del secondo capitolo, la Russia e la Germania si contendono il continente. Il 1950 è l’anno della rivoluzione russa (Nievo ha immaginato anche questa seppur in modo diverso): Polonia e Turchia si separano dall’impero dando origine al regno di Polonia e all’impero bizantino. Il 1960 è l’anno di conclusione del secondo capitolo ed è l’anno della federazione di Varsavia. Questa federazione altro non è che l’Unione europea immaginata da alcuni intellettuali risorgimentali italiani come il filosofo Carlo Cattaneo, ovvero un’unione di Stati federali e laici. La federazione di Varsavia è composta da 12 Stati: l’impero russo e l’impero bizantino, i regni d’Inghilterra, di Polonia, d’Italia, d’Irlanda, di Scandinavia e di Spagna, ed infine, le repubbliche di Francia, Germania, Svizzera e Danubio.

Lasciamoci alle spalle il secondo capitolo e procediamo col terzo. Questo si apre con l’introduzione di un personaggio, Giovanni Mayer, agricoltore boemo che afferma di essere il nuovo Messia: «La buona novella ch’io ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna vivere bene, e che a vivere bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l’accettare benefizi […] bisogna mettere via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla». Con il personaggio di Giovanni Mayer, Nievo in un certo senso prefigura la nascita dei trascinatori di masse che noi uomini reali e contemporanei conosciamo fin troppo bene. Lo fa in un modo ironico dicendo che Mayer è riuscito in soli ventotto mesi a crearsi un popolo di credenti, mentre, il filosofo Hegel in quarant’anni di filosofia ne è riuscito a farsene solo uno, il portinaio. Senza dubbio queste pagine mostrano il pensiero del Nievo sociologo e pessimista: il pericolo che le lotte di indipendenza delle masse dai centri di potere politico-religioso possano declinare in forme di decadenza culturale cui solo i “sogni di un visionario” possano riempirle. Il “visionario” forte del numero di adepti acquisiti si autoproclama Papa della buona gente e comincia la sua campagna di conversione nel mondo. Il suo successore Adolf Kurr riuscirà nell’impresa e riuscirà a farsi eleggere “gran patriarca del mondo e benefattore del genere umano”, tanto da ringraziare l’umanità con la distruzione di tutti i libri, colpevoli di determinare la diversità tra le classi.

Il quarto capitolo è quello più fantascientifico e avvincente. Viene descritta la nascita nell’anno 2140 degli omunculi, anche chiamati uomini di seconda mano. Cosa sono? Semplice dei robot. I creatori di questi omuncoli sono i fabbricatori di macchine da cucire e vicini di casa Jonathan Gilles e Teodoro Beridan che assieme hanno creato il primo omuncolo chiamato Adamo. Gilles ordina all’omuncolo di uccidere Beridan, l’omicidio riesce e sia lo scienziato che l’omuncolo vengono arrestati ed entrambi condannati; qui Nievo pone una importante riflessione giuridica, ovvero se sia giusto condannare una macchina artificiale. In queste pagine, inoltre, fuoriesce tutto il pessimismo di Nievo per il progresso tecnologico; è descritto un mondo in balia dell’ozio e delle droghe visto che tutte le semplici mansioni sono affidate agli omuncoli. Per combattere la “peste apatica”, nel 2180 viene ordinata dal Papa la chiusura delle fabbriche di omuncoli e il battesimo per quelli rimasti (attacco sarcastico di Nievo nei confronti del cattolicesimo).

Il viaggio è giunto al termine ed è giunto il momento di tirare le somme sull’opera. Storia filosofica dei secoli futuri non è sicuramente un’opera da affiancare ai classici della letteratura italiana; è un divertissement ricordiamocelo, ma se ne consiglia la lettura anche per capire le aspirazioni e le paure di un uomo che ha scritto questo libricino mentre partecipava alla spedizione dei Mille, ovvero quando si stava facendo la storia.

Oggi 30 novembre ricorre l’anniversario di nascita di Ippolito Nievo e credo sia giusto ricordarlo con l’ultima frase dell’ultimo capitolo: «Sia pace all’anima sua!».

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