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Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Se in America c’è ancora bisogno di personaggi celebri come Leonardo di Caprio per convincere gli indecisi e i disinformati sulla gravità dei cambiamenti climatici, in Europa sembra che molti ne siano già ampiamente consapevoli e preoccupati.

Per fortuna.

Eppure dinanzi alle immagini di calotte polari in scioglimento, specie animali in via di estinzione, scandali ambientali di imprudenti multinazionali e allarmanti affermazioni di politici, ci sale quasi un senso di impotenza. Ma non è così.

È proprio questo il momento per intervenire a livello sociale e politico, ma non solo. Se i trattati internazionali e le direttive comunitarie con i loro standard impongono una direzione al mondo, i passi da compiere richiedono il coinvolgimento di ciascun individuo nella sua sfera personale. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Come?

Attraverso un consumo sostenibile e responsabile che oggi trova facile applicazione grazie allo sviluppo dell’economia circolare.

L’economia circolare è un sistema economico che si basa sulla massimizzazieconomia circolareone delle risorse esistenti e il reinserimento nel ciclo produttivo di quelle risorse che in un sistema economico di tipo lineare si chiamerebbero “rifiuti”.
Un sistema chiuso e rigenerativo grazie al riciclo e il riuso, che trova secondo alcuni piena razionalità economica.

La cosa interessante è che i vantaggi per il mondo imprenditoriale di creare modelli di business ispirati ai principi di economia circolare sono così rilevanti e molteplici che viene da chiedersi perché nessuno non ci abbia pensato prima. Infatti l’economia circolare opera in una logica “Everyone win”: il produttore, il consumatore e l’ambiente.

Il produttore che massimizza l’uso delle materie prime, incentiva la riconsegna del prodotto reinserendolo nel processo produttivo, risparmia nei costi di produzione e manutenzione. Il consumatore ne trae un vantaggio di costo in molti casi dato che i prodotti acquistati sono concepiti per durare di più. E per l’ambiente l’effetto è ovvio.

 

Oggi, agire secondo i principi dell’economia circolare è ancora più facile grazie all’innovazione tecnologica. Molte imprese si stanno concentrando su un’ offerta di servizi, più che di prodotto, che puntano ad un risparmio economico per il produttore e il consumatore, con ovvie esternalità positive sull’ambiente.

Ecco un classico esempio: avete mai pensato per esempio di affittare una lavatrice piuttosto che acquistarla? Secondo alcuni studi, questo servizio permetterebbe al consumatore un risparmio di un terzo per ciclo di lavaggio e a ai produttori un guadagno di circa un terzo più alto.

economia circolare

Nel settore della telefonia, alcune imprese come la Fairphone stanno realizzando modelli di cellulare destinati a durare quasi in eterno, perché completamente smontabili nelle più piccole componenti così che al primo guasto basterebbe sostituire la parte difettosa e non l’intero prodotto.

D’altra parte alcune aziende come l’Apple incentivano i consumatori a riconsegnare il prodotto dopo solo un anno di vita in cambio di un prodotto completamente nuovo e aggiornato, pagando un prezzo fisso annuale.

Quanto invece all’ autovettura, sembra che non sia più un mezzo strettamente necessario soprattutto nelle grandi città dove trasporti pubblici e sistemi di car sharing sono efficienti e ben integrati. Eppure, per molti, disporre di un’automobile propria è una condizione quasi inderogabile e fa parte di uno status sociale e culturale ben consolidato.

Con la crescita dell’economia circolare, le cose potrebbero cambiare. La proprietà assoluta di un bene non è più necessaria e diviene invece temporanea o addirittura condivisa.

La sharing economy è un tassello fondamentale nella transizione ad una economia più circolare ed è promotrice anche di un cambiamento sociale, basato sull’ottimismo e la fiducia nel prossimo, il piacere della condivisione e il desiderio di vivere e raccontare nuove esperienze. Il successo di startups come Airbnb, Uber e Blablacar ha dimostrato che, laddove vi è qualità e risparmio, i consumatori prediligono soluzioni più “amiche” dell’ambiente.

Eppure in Italia, si tende ancora a salvaguardare di più gli interessi dei “vecchi” e dei “grandi” piuttosto che i diritti dei “nuovi” e dei “piccoli”, con riferimento per esempio ad Uber, definito un caso di concorrenza sleale. Seppur Uber rappresenti un caso particolare, non c’è niente di sleale nel fatto che l’innovazione tecnologica apra le porte a nuovi modi di fare business, più veloci, facili e flessibili, e ben vengano se a guadagnarci è l’ambiente.

economia circularTuttavia, l’ attenzione sul tema dell’economia circolare in Italia è crescente. E se ne sono accorti anche all’estero.

Durante l’incontro COTEC sull’economia circolare tenutosi soli due mesi fa a Lisbona, in cui era presente persino il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa, la fondatrice dell’ Ellen MacArthur Foundation elogiava dinanzi ad una platea internazionale la città di Milano per l’eccellente gestione dei rifiuti (soprattutto l’organico) e la Banca Intesa San Paolo per gli ingenti investimenti in ricerca sul tema.

La transizione da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare è un processo lento, ma la sua accelerazione dipende soltanto da noi. Davanti alla seria minaccia di ciò che è più caro, la vita, non c’è liberismo che regga.

La “responsabilità sociale d’ impresa” è un principio intrinseco alle imprese commerciali e deve figurare come obbligo sociale e morale, a cui tutte le imprese naturalmente aderiscono. Insomma,per un’impresa moderna essere socialmente responsabile non è più una scelta opzionale che ci permette di distinguere tra un’elite di imprese più “etiche” da quelle incuranti dell’impatto ambientale. Tutte le imprese devono adottare rigide misure per la massimizzazione dell’uso delle risorse. Non solo, si deve puntare ad un completo riutilizzo delle materie, come già accade in Olanda.

A tal proposito servono grossi disincentivi al consumo di nuove risorse e un alleggerimento dell’apparato legislativo per favorire lo sviluppo di modelli di business innovativi ispirati ai principi dell’economia circolare. Non dimenticando però che il contributo individuale nelle piccole scelte quotidiane è essenziale.

D’altronde, come ricorda la famosa esortazione Volterriana, “coltivare il nostro giardino” è l’unico atto di potenza che ci resta.

 

L’importanza delle industrie culturali e creative

L’importanza delle industrie culturali e creative

La rivoluzione digitale apre a nuovi mondi e posti di lavoro. Dove? Nelle industrie culturali e creative

La parola “digitalizzazione” è ormai diventata una buzzword, che non appartiene più ad un futuro prossimo ma ad un presente che sta considerevolmente cambiando forma e aspetto. Intellettuali, professionisti e imprenditori, esperti e fanatici delle innovazioni tecnologiche dei nostri tempi, si incontrano in summit e conferenze di rilevanza mondiale per discutere e scambiare le proprie idee su temi come rivoluzione digitale, robotica, Big data, machine learning e tanti altri ancora. Da qui emerge la presenza di 4 settori che saranno investiti dalla digitalizzazione: settore contabile, turismo, moda ed educazione.

Rohan Silva, considerato uno dei personaggi più innovativi nella sfera globale, in un suo recente articolo invita con un pizzico di provocazione banchieri, contabili e agenti immobiliari a preoccuparsi del loro futuro, il quale sembrerebbe svanire nell’uragano della digitalizzazione. La tecnologia infatti rimpiazzerà molti dei cosiddetti white-collar jobs (lavori da impiegato) e specialmente settori come finanza e amministrazione sono già fortemente sotto pressione. Secondo Silva, una possibile conseguenza a questo forte cambiamento sarà il consolidarsi di nuovi lavori e ruoli nelle cossi dette industrie culturali e creative. Per chi abbia un concetto ancora sfumato, basti sapere che le industrie culturali e creative sono quelle che operano nei settori delle arti performative e visive, cinema, editoria, musica, pubblicità, radio, televisione e videogiochi, ma anche architettura, moda e design.

In Europa, questo mondo rappresenta oggi ben il 4,4% del PIL e il 3,8% della forza lavoro (Unioncamere, 2016). Tra le capitali europee, Londra si distingue come una tra le più innovative creative economy, le cui industrie generano quasi un posto di lavoro su sei su scala nazionale.

valore economico

In Italia, l’industria della cultura e della creatività contribuisce per il 2,9% al Pil e rappresenta il 4,5% della forza lavoro, contando quasi un milione di occupati (EY, 2014). Tra questi vi sono maggiormente giovani e donne.

In genere gli operatori in questo settore sono rappresentati dalle piccole e medie imprese, che sono solite essere più propense al rischio e quindi all’innovazione. Nonostante la crisi economica e finanziaria le industrie culturali e creative hanno continuato a creare reddito e posti di lavoro, generando nel 2014 un valore economico complessivo di 46,8 miliardi di euro (EY).

La potenzialità di queste industrie si scontra tuttavia con diverse problematiche legate al incertezza della domanda, piccola dimensione delle imprese e assenza di competenze manageriali specializzate. In genere, queste imprese sottocapitalizzate non godono di un equo accesso al finanziamento e di una giusta valutazione dei loro assetti immateriali, diversamente da quanto accade per le imprese puramente tecnologiche. immagine2Per non parlare della controversa questione sulla tutela del diritto d’autore. Per queste ragioni, le industrie culturali e creative hanno ancora difficoltà ad attrarre investimenti e talenti e a competere alla pari di altre industrie. A questo proposito, l’Unione Europea ha già avviato diversi programmi di finanziamento e ha stanziato per il periodo 2014-2020 una somma totale 1,8 miliardi di euro nel settore della creatività. Nel Libro verde (2010), documento ufficiale pubblicato dalla Commissione Europea in merito allo sviluppo e crescita di questo settore, si spiega come sia indispensabile creare nuove modalità di accesso e garanzia al finanziamento (anche sviluppando strumenti finanziari innovativi ad hoc).

È necessario creare un ponte tra il mondo della cultura e quello degli affari e della finanza. Parallelamente le industrie culturali e creative dovranno riunirsi in cluster e alimentare network volti a rafforzare la loro presenza nel settore economico sia a livello nazionale che internazionale. Non solo banche e investitori, ma l’intera comunità deve confrontarsi con l’elevato potenziale di queste industrie. In questo senso, formatori e istituzioni accademiche hanno un ruolo fondamentale nel promuovere una visione di sistema che valorizzi le industrie culturali e creative e le metta alla pari di altre industrie commerciali.

È importante, per esempio, che le Business Schools più all’avanguardia che tendono a concentrare e modellare l’offerta formativa in previsione di possibilità occupazionali in settori come quello bancario e della consulenza di grandi multinazionali, promuovano allo stesso modo la connessione tra gli studenti e il settore della creazione e della cultura. Dall’altra parte, gli indirizzi di studio artistici e umanistici devono puntare di più sulla formazione di competenze trasversali che riguardano i campi del management e dell’economia, del diritto e normativa in materia di copyright e diritto d’autore.

Mancano ancora dei precisi riferimenti per i giovani che vogliono intraprendere la loro carriera nel settore creativo. Per fortuna qualche segnale giunge dal faro del web. Recentemente è nata “The Dots”, una community online che si presenta come la versione più ricca e creativa di Linkedin. Il portale è volto a connettere infatti i professionisti nell’ambito creativo con potenziali collaboratori e aziende commerciali. Un altro esempio è Crebs.it, un sito online che raccoglie le offerte di lavoro destinate a creativi, pubblicitari, developer, start up e altri ancora. Dal mondo imprenditoriale, invece, mi piace segnalare “Book a street artist”. Nata nelle vesti di una start up tra Berlino e Lisbona, “Book a street artist” è una piattaforma online che facilita la connessione di privati e imprese commerciali con artisti di strada ma non solo. Così un’ azienda che apre un nuovo store, intende rinnovare gli uffici o festeggia un particolare evento può facilmente entrare in contatto, tra una serie di proposte, con artisti e opere che più si adattano al caso.

E’ così probabile finalmente che stiano maturando i giusti presupposti per il fiorire delle industria culturale e creativa in Europa, Italia compresa. Ma perché ciò accada, occorrerà convogliare le energie dei giovani studenti in questo settore e guardare alla rivoluzione digitale non come una minaccia, ma come straordinaria occasione di rilancio della forza lavoro.

Il settore della cultura e della creatività valorizza e scommette sul capitale umano, concorrendo così a formare una società basata più sulla coscienza e sulla conoscenza. La rivoluzione è pronta a partire. Io voglio farne parte.

E tu?

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