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Brunori Sas: la voce della crisi

Brunori Sas: la voce della crisi

All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Dichiara invece per questo nuovo album, A casa tutto bene, in un’intervista a Rock.it “Ho iniziato a scrivere questo disco un anno fa, durante un viaggio in Aspromonte, un luogo che ho sempre accostato alla paura, all’oscurità, a ciò che mi spaventa. La paura anzitutto di dover affrontare le paure. La paura di chi pensa di avere qualcosa da perdere. La paura di cambiare, la paura di deludere le aspettative, di perdere ciò che hai conquistato con fatica, la paura di non farsi trovare pronti all’appuntamento. La paura di cambiare direzione, di osare, di trasformarsi. La paura di ciò che non conosci, che vedi come altro da te, come una minaccia. Ma anche la paura dell’adolescenza incompleta che ti chiede il conto, della giovinezza che scalpita perché sta finendo e non tornerà.”

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

L’importanza di ascoltare i Death Cab For Cutie

foto da: seatgeek.it

Codes and Keys

Ovvero: come affrontare la vita con i Death Cab for Cutie in poche semplici mosse.

“So this is the new year and I don’t feel any different”: si apre in maniera così lapidaria il celebre album Transatlanticism (2003), che ci introduce oggi alla band americana. Chi scrive è non a caso a poche ore dall’inizio di questo 2017.

Già, ma perché Death Cab? Il leader Ben Gibbard dichiara in una intervista:

“Nel 1999 abbiamo suonato in South Carolina, e siamo stati presentati come i “Death Camp for Cutie”. E quest’errore era anche sui poster affissi giorni prima del concerto! C’era un enorme equivoco in tutta la città, e al momento del concerto ci sentivamo strani e divertiti al tempo stesso. Allora abbiamo deciso di introdurre una sorta di booking contract, in cui affermavamo che chiunque decidesse di organizzare un nostro concerto avrebbe dovuto scrivere il nome della nostra band in modo corretto, oppure ci sarebbero state delle conseguenze finanziarie: niente di particolare, soltanto 50 dollari. Quindi, se qualcuno vorrà mai storpiare il nome della nostra band, che sia pronto a sborsare!”

 

A parte ciò, la loro storia è presto delineata. Mettiamo un gruppo di ingegneri di Washington che decidono di unirsi assieme nel 1997 e formare una band, col semplice scopo di strimpellare fra una derivata e un’equazione. Mettiamo che tra i fan siano considerati fuoriclasse nel descrivere amori impossibili e non solo. Che vengano selezionati per scrivere colonne sonore per diverse serie tv americane. Mettiamo tutto questo insieme e avremo la ricetta e il segreto del loro successo. Senza evidentemente banalizzare: i Death Cab non sono certo unicamente frutto della loro potenziale e possibile commercializzazione.

 

Con 8 album all’attivo, gli esperti Death Cab si erigono a sperimentatori di quelle melodie che gli inglesi definirebbero ‘mellow’: canzoni in cui ci si sente fluttuare nello spazio, carezzati dalla voce di Gibbard, ma allo stesso tempo con richiami passati di ‘Cure-iana’ memoria. Che siano ingegneri questo pare evidente. E pare che i ritmi siano perfettamente calcolati, con nulla lasciato al caso. Si avverte una sensazione di precisione anche nel disordine (apparente) che attraversa l’opera musicale della loro fondamentale presenza indie. Disordine che richiama spesso e volentieri non solo i Beatles, ma anche i Joy Division, influenze più palpabili nell’album 2008 ‘Narrow Stairs’. E anche quella Some Boys rimanda ai The Smiths e all’influenza britannica, ricordando vagamente (almeno per quanto riguarda l’incipit) la ‘indimenticata’ e indimenticabile Some Girls Are Bigger Than Others.

 

Mi chiederete: ma perché i Death Cab allora possono fornire un decalogo per affrontare la vita? Beh, scorrendo bene ed ascoltando l’ottima discografia sembrerebbe avvertirsi la presenza di almeno un suggerimento sul come affrontare determinate situazioni. Quasi un identikit cui riallacciarsi e sentirsi liberi ma al tempo stesso con cui proteggersi, a gentile concessione della poesia di Gibbard e soci. Se Plans rappresenta, a detta di molti critici e fan, forse l’album più incisivo dei Death Cab, in grado di tenere botta al piccolo capolavoro di Translatlanticism, non si sottovaluti nemmeno l’ultimo Kintsugi: una piccola perla che riporta in auge la band dopo quattro anni di silenzio compositivo.

 

In Transatlanticism si dipinge la vita quotidiana su una nave, come un moderno e rivisitato Titanic. A farla da padrone, il tema del viaggio e degli amori non corrisposti. Non ingannino i temi apocalittici o le composizioni più ‘problematiche’: lo stesso tema della morte è affrontato tutto sommato serenamente, con quella positiva prospettiva di chi crede ancora ai piccoli spazi, agli sprazzi e agli spiragli. Un apparente a volte, ed in altre avvertito, pessimismo universale che paradossalmente spesso sfocia in melodie spensierate e rassicuranti. Come quando ci si sente adolescenti e sprovvisti di quella serenità che i Death Cab raramente hanno fatto mancare al proprio pubblico, nonostante i loro dischi rappresentino spesso e volentieri amare caramelle da digerire. Provare per credere.

 

I Death Cab hanno bisogno di finestrini abbassati e facce controvento. A volte sarebbe invece sufficiente ballare nel salone di casa propria, come si usava fare un tempo, nell’intimità e nella familiarità di un ambiente domestico. Per assaporare ogni singola nota, goccia a goccia. Un rifugio sicuro in ogni momento, un porto che offre comprensione per ogni malinconia.

 

La nostra gioventù è passeggera

La vecchiaia è proprio dietro l’angolo

E non posso aspettare che i miei capelli diventino grigi.

Starò qua a pensare

Ad ogni amore che avrei potuto vivere.

Se solo avessi pensato a qualcosa di affascinante da dire.

 

E qui si torna al senso del titolo, che dunque a volte un senso lo possiede al di là del potere di catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. Codes and Keys: una specie di foglietto di istruzioni per una vita felice. Come dimenticare a riguardo la vivace The Tourist. Una sorta di training autogeno in musica, un manifesto che attraversa le fasi emotive dell’essere umano. Rabbia, stupore, estraneità ai propri luoghi e persino a noi stessi. I Death Cab non si riservano dal profondersi in consigli vari, accompagnando i dolori e le incertezze dell’ascoltatore.

 

Non tragga in inganno, come si osservava precedentemente, la commercializzazione che ha contribuito alla loro maggiore presenza ‘televisiva’ e dunque appunto ad espandere la loro veste commerciale. I Death Cab sono un patrimonio da difendere, anche dalle minimizzazioni e dalle critiche spesso concretizzatesi nell’assenza di idee o nella presunta monotonia della voce di Gibbard. Perché no, Seth Cohen non è certo stato l’unico ad averli sperimentati (do you remember?!)

 

Accogliamo dunque i nostri Death Cab nei buoni propositi dell’anno nuovo con annessi e connessi, because this is the new year and they will possess your heart. With no esitation.

Ha collaborato: Cosimo Cataleta

E se ci regalassimo una playlist? Natale con Cronache

E se ci regalassimo una playlist? Natale con Cronache

immagine da: hercampus.com

E se ci regalassimo una playlist?

Dunque,

Preparate playlist nei vostri cannoni e sotto gli alberi di natale!

Il natale di Cronache sarà questo. Faremo un esperimento, una sorta di circolo virtuoso della musica. La redazione vi invita a proporre le vostre canzoni del cuore, da quelle che vi rendono vivi a quelle che destano sensazione di caduta ed instabilità. Il Natale sarà così festa ma anche possibile e simpatico motivo di riflessione. Qualcuno, con l’animo un po’ più ‘Scrooge’ si starà chiedendo: io cosa ci guadagno? La risposta è trasporto e condivisione. Festeggiando i nostri diversi ed eclettici gusti musicali.

 

E’ quasi fine anno ed arriva sempre il tempo di tirare le somme. Calcuttiani (?) oroscopi, bilanci, classifiche (sapevate che Mozart ha venduto più dischi di Drake?) e playlist per la musica. Lo fanno ormai anche diversi artisti: consegnare una personale playlist. Dal web ai giornali, come ha fatto con ironia pochi giorni fa Murdoc dei Gorillaz. The Heart of Saturday Morning non poteva farsi scappare questa occasione. Coinvolgendo naturalmente il lettore.

 

Anni fa, Nick Hornby, pubblicava un libro divenuto bestseller, da cui fu tratto anche un film con John Cusack e Jack Black. Il protagonista della pellicola, proprietario di un negozio di dischi, metteva giù una lista delle 5 più grandi fregature e ognuna di queste aveva più o meno una sua colonna sonora. Il libro si chiama ‘Alta fedeltà’ e Hornby accosta in maniera esilarante brani e momenti salienti dell’esistenza del protagonista. Proprio come per il protagonista di Alta fedeltà, Hornby scriveva qualcosa che suonava come “la colonna sonora della mia vita sarebbe dovuta essere Born to Run di Springsteen”, così ognuno di noi, inconsciamente, costruisce passo dopo passo la colonna sonora della propria vita.

 

Da quando Spotify ha pubblicato decine e decine di playlist da associare ad ogni momento della giornata, sembra quasi che l’ascoltatore abbia perso la particolarità di elaborarle personalmente. E’ forse così drammaticamente passiva questa evoluzione? Le playlist non sono altro che una collezione di emozioni. A volte si fanno perché magari preferiamo una canzone piuttosto che un’altra: ad altre canzoni invece non ci si riesce proprio a rinunciare. Un disco, un momento della vita di tutti i giorni. Tutto si evolve in base alla quotidianità delle nostre emozioni. In realtà non sappiamo ancora che quella sarà un giorno la canzone per quando lasceremo andare via qualcuno o racchiuderà pensieri tumultuosi prima di andare a letto, nel momento migliore della nostra giornata.

 

Ogni playlist è una carta di identità: racconta storie misteriose, che spesso si custodisce gelosamente e che non si vuole condividere. Ad ogni playlist è collegato un aneddoto, un incontro, una data. Una specie di codice a barre identificativo di un prodotto” umano”. Chi scrive poi, è affetto da una particolare perversione tesa allo spiare titoli sugli Ipod altrui nei luoghi più disparati. Perdonatemi ma è più forte di me: una curiosità irrefrenabile. Un interesse all’altro a volte invadente ma innocuo. Siate clementi, suvvia.

 

Così, benedetto fu l’inventore dell’Ipod, e del walkman prima ancora. Cosa c’è di più bello che coprire i rumori delle macchine con una bella melodia, cantare a volte di nascosto per paura di essere scambiati per folli? Guido Catalano ha scritto versi riguardo a quanto sia bello indossare sciarpe d’inverno, per nascondersi e parlare da soli, cantare da soli si potrebbe aggiungere, senza essere confusi per mentecatti.

 

La playlist sul nostro Ipod rappresenta un luogo sicuro per ognuno di noi. Sentire la stessa sequenza è come tornare a casa: è confortante. Cambiare traccia, invece, permette di riordinare pensieri conferendo un adeguato colore alle emozioni. Un telecomando per le sensazioni. Tornare allo stesso gruppo, allo stesso cantante dopo mesi e scoprire che ci sono mancati è come accorgersi della mancanza di abitudini, come quando rivediamo le persone che amiamo ma sembra che nulla sia cambiato. Come ci si può sentire legati così tanto a qualcosa dopo anni? Come ci si può emozionare al semplice ascolto di canzoni da due o tre note? Qui credo non esistano risposte oggettive ma interpretazioni soggette alle particolarità e diversità che compongono l’essere umano.

 

Con questo non si vuole assolutamente denigrare ciò che fa Spotify: ma mi pare un modo alquanto impersonale di vivere la musica. Il rischio è di diventare ascoltatore passivo, inerme alla partecipazione e al corso degli eventi. Oggi è Natale e vi chiedo di raccontarci la vostra storia, dedicando anche solo cinque dei vostri minuti natalizi. Perché in fondo se Guccini invece di scrivere Una canzone avesse scritto Una Playlist, probabilmente con la sua voce tonante avrebbe cantato:

 

La playlist è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;
è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare

Caro lettore, accogli sotto il tuo albero (e anche sul nostro blog) la vostra/nostra playlist. Ripartiamo dal sorriso e dalle nostre storie musicali. Aggiungi direttamente nella playlist di Spotify, oppure inviaci le canzoni tramite questo form e le aggiungeremo noi per te.

 

 

Baustelle: il nuovo album ed una nuova era

Baustelle: il nuovo album ed una nuova era

In copertina: i Baustelle, da sinistra a destra Claudio Brasini, Francesco BianconiRachele Bastreghi. Fonte qui

Aspettando il nuovo album dei Baustelle..

“Che fine hai fatto? Ti sei sistemato? Che prezzo hai pagato? Che effetto ti fa? Vivi ancora in provincia? Ci pensi ogni tanto alle rane? “ Se fossimo di fronte a Bianconi e co, magari chiederemmo loro questo. Dopo 3 anni di assenza, ecco i Baustelle. Ritornano e pubblicano il singolo Lili Marleene, che però non sarà nel prossimo e nuovo album.

Francesco Bianconi, d’origine toscana, diventa celebre con Charlie fa Surf: una storia di crescita disturbata. Un racconto di formazione ma anche una sorta di inno alla sindrome di Peter Pan. Il videoclip, mandato in loop su Mtv neppure molti anni fa è nella memoria di tutti. Così come lo è quel “non voglio crescere, andate a farvi fottere” nel bel mezzo della canzone. Stiamo parlando di singoli noti alla gran parte della popolazione musicale. Come dimenticare inoltre ‘Un romantico a Milano’? Bianconi giocava allora con le parole e con gli omonimi (il Manzoni che lui preferisce non è l’Alessandro bensì l’artista Piero, quello della famosa Merda d’artista). Da qui comincerà a mixare storia personale e affreschi di una società contemporanea a volte dipinta come terribile ed incompatibile alla positività.

I Baustelle offrono una interpretazione della società da un punto di vista diverso. Gente disillusa, che cresce in un contesto sociale che cambia. Non secondo le proprie aspettative, non secondo gli ideali perseguiti. Rappresentazione piuttosto dark e tutt’altro che morettiana, per dirne una.

Alcuni dei loro versi sono diventati slogan. Perché le parole sono importanti. Risuonano e danzano anche all’interno dei party dell’ipocrisia. Come un “mi si nota di piu se vengo e me ne sto in disparte oppure se non vengo” o il “come sono fatto male, come mi disprezzo”, così “io vi amo, vi amo ma vi odio però” ed “ho scaricato tonnellate di filmati porno” restano negli annali di un’attenzione elevata per la lirica. Prendendosene anche adeguatamente beffe. Non inganni l’unicità dei versi cult: i Baustelle sono molto altro. Un fenomeno da analizzare nel complesso del loro lavoro discografico puntuale ed accurato.

I Baustelle rappresentano un mondo musicale mischiato ad un tocco di sociologia e filosofia. E’ il fascino di storytellers in un modo raffinato, per quanto qualcuno possa criticarlo definendolo in termini elitari. I continui rimandi alla letteratura come la passione per Baudelaire o per il Decadentismo fungono da elementi non trascurabili, in grado di porli come rare eccezioni di un panorama musicale italiano attuale a dir poco deludente ed illusorio.

Cinecittà, la Dolce Vita, il Neorealismo, Alain Delon. E’ un mondo bellissimo quello in quota Baustelle, innamorato di una nostalgia di quegli anni tanto fecondi per la cultura cinematografica italiana.

Bianconi non lascia nulla al caso. Non risparmia nemmeno la religione, tra un Padre Nostro ed un ‘Alleluiah’, con il richiamo a valori e caratteristiche che rappresentano pregi e difetti del provincialismo italiano. A questo si aggiunga quella sana voglia di non crescere, il romanzo di formazione, gli amori ed anche le droghe.

Cosa dovremmo aspettarci da questo album invece? Altre pillole di Decadentismo, forse? Altri musicali romanzi di formazione? E avremo forse così ancora la sensazione che non ci stiano dicendo proprio tutto? E diventeremo alunni, ancora una volta. Pronti a fare i compiti a casa e a rimettere in gioco le nostre convinzioni nei loro riguardi.

Secondo Bianconi il prossimo sarà un disco “pop, oscenamente pop. Come una bestemmia”

Forse sì: assisteremo alla nascita di un album tipicamente pop.Una specie di sfida per la band di Montepulciano? Nell’ennesimo tentativo di rompere la monotonia della musica italiana, letteralmente stanca, richiamando il maestro Battiato. Nell’attesa di attendere una nuova luce ed un nuovo grande e piacevole ritorno. In qualsiasi momento si manifesti.

Rodriguez, il Bob Dylan di Cape Town

Rodriguez, il Bob Dylan di Cape Town

immagine da: sugarman.org

Rodriguez sta al successo come Einstein alle bocciature, e come le 13 volte della Rowling cestinata prima della pubblicazione del primo libro di Harry Potter. Storie di geni incompresi sentite e risentite mille volte. Ma non vi dirò come è andata a finire per lui. O forse ve ne parlerò.

C’era una volta un cantautore sudamericano di grande talento nato in una famiglia molto povera, operaio fino al 1974. Viene scoperto in un bar di Detroit per caso, mentre canta di spalle. Il produttore racconta di aver solo sentito la sua voce e di averlo sulle prime confuso con Dylan. I suoi primi due album passano tuttavia inosservati nel panorama musicale statunitense, dove appunto sembra non ci sia spazio alcuno per Rodriguez. A questo punto la sua carriera sarebbe potuta giungere immediatamente al termine prima di cominciare.

Ed invece, per uno strano scherzo del destino, raggiunge la fama in Sudafrica. Qui diventa il cantante della lotta contro l’apartheid. In un Paese nel quale regnava il partito conservatore, canzoni come I wonder, in cui si parla liberamente di sesso, o come This In Not A Song, It’s An Outburst: Or, The Establishment Blues, vero e proprio  grido di ribellione verso l’establishment, fanno subito crescere la fama dei suoi album. Ogni giovane cominciò in quegli anni a vedere Rodriguez come un idolo. Un modello da seguire, senza sapere esattamente chi fosse.

Del Bob Dylan ispanico non si sa più nulla. Si dice sia morto per overdose, fino a quando un giornalista non lo scova, aprendo sul web The Great Hunt Rodriguez: una caccia all’uomo per raccogliere informazioni su di lui, che intanto aveva ricominciato il corso della sua impopolare vita. L’impegno dei fan è fondamentale e decisivo. Rodriguez  viene così rintracciato. Finalmente nel 1998 si recherà a Cape Town dove terrà un concerto per i suoi fan.

Up and down: questa è la sintesi della la carriera di questo immenso cantautore. Sino al 2012, quando il documentario sulla sua vita Searching for Sugar Man viene presentato  al Sundance Film Festival, mentre vincerà l’Oscar l’anno successivo.

Rodriguez può essere identificato con una delle sue ballate più belle, contenuta nel suo ultimo album, Crucify your mind. La storia quasi solenne di un amore non ricambiato, sofferto, combattuto. Le immagini, sfocate quasi, sono sempre indefinite e fumose. Ma è quasi un lampo, prima della rabbia e di un dolore sprigionato in versi inequivocabili.

 

So con, convince your mirror
As you’ve always done before
Giving substance to shadows
Giving substance ever more

And you assume you got something to offer
Secrets shiny and new
But how much of you is repetition
That you didn’t whisper to him too.

 

Questa è l’immagine che se ne ricava. Un rock quasi violento, che viene dalla periferia. Loschi figuri si aggirano nelle canzoni di Sixto Rodriguez. Gente della strada, spesso oscurata e dimenticata. Facile richiamare Lou Reed, così come immaginare i propri componimenti alla ‘carrellata di perdenti’ in Desolation Row di Dylan.Diversi sono anche i nomi delle sue canzoni. Gente ai margini della società disonesta, sopraffatta da insormontabili difficoltà. In Rodriguez ritroviamo l’umanità, il rifugio dei più deboli e di coloro che il capitalismo ha da subito dimenticato.

Questa è la storia di Rodriguez: simbolo di una working class hero che sogna, si innamora, e spera prima o poi di realizzare i suoi sogni.

I suoi due album Coming from Reality e Cold facts, attraversano tutti questi scorci di vita, attraverso la rassegnazione e lo sporco. Un viaggio tra le periferie,in giro per il mondo.

Il successo, a volte, è come un animale libero e selvaggio. E’ roulette: non lo si può mai prevedere (o quasi). E con Rodriguez non è certo stato gentile, sino a quando non sono arrivati i primi riconoscimenti musicali.

Un successo che tuttavia non ha mai cercato e nemmeno rincorso. Lo dimostra l’inconsapevolezza del successo in terra africana o il ritorno alla propria dura attività di operaio. In tutti questi anni ha continuato a fare musica per il semplice gusto di farlo. A 72 anni, quasi cieco, ha ripreso a fare concerti. La sua resterà così una specie di leggenda musicale. Ma che si nasca Jesus Rodriguez a Detroit o Robert Zimmerman a Duluth, il talento emergerà comunque. La vita è capace (alle volte) di essere anche paradossalmente giusta. Forse.

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