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Non fate la guerra, ascoltate Micah P. Hinson

Non fate la guerra, ascoltate Micah P. Hinson

La primavera ha spazzato via l’inverno con un colpo di spugna, ma noi già lo sappiamo che, come dice giustamente De Andrè in Un chimico, primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura , e, ad accompagnarla ci dovrebbe essere della buona musica, sempre.C’è, infatti, in queste giornate che sembrano essersi allungate, la voce di un ragazzo del Tennessee del 1988, tale Micah P. Hinson che potrebbe essere la panacea di tutti i mali.

Micah P. Hinson, un autore tormentato come e forse più di alcuni altri, con la sua voce spettrale e, per questo, quasi eterea, è prima di essere una rivelazione degli ultimi anni, un uomo fortemente segnato dalle esperienze personali. Cresce in una famiglia cattolica e conservatrice, è quello strano, il ragazzo occhialuto che ruba i dischi a suo fratello per ascoltarli in solitudine.
Era infatti appena un ragazzino, quando si innamorò di una modella di Vogue, con cui fuggì da Abilene, in Texas, dove si era successivamente trasferito (1). Una storia vera, la sua, che ricorda un po’ le canzoni di Springsteen, ricordiamo, una fra tante, la bella Mary dal vestito svolazzante che salta in macchina e fugge dal paesino di provincia con il Boss in Thunder Road. Hinson, però, viene lasciato inaspettatamente e si ritrova senza soldi, sfrattato dall’appartamento in cui viveva con la modella, in prigione e affetto da depressione e dipendenza da sostanze stupefacenti. Questo lo avrebbe solo reso un ragazzo come tanti, un uomo di cui non avremmo conosciuto “le gesta”, se solo non avesse avuto la brillante idea di mettersi a suonare.

Sarà un suo amico a scoprire le bozze delle sue canzoni, il membro degli Earlier, che gli farà guadagnare l’uscita del primo album, nel 2004, Micah P. Hinson and the Gospel of Progress(2). Sulla copertina campeggiano le stringhe di un corpetto da donna a metà fra un abito da sposa e un abito settecentesco e, una donna, con molte probabilità, la modella di Vogue, è la protagonista di tutto l’album e la musa di Hinson. A dirla tutta poi, quasi tutti gli album del cantautore americano hanno come copertine gambe, busti e seni di donne.

Nella prima traccia ci invita quasi col pezzo Close your Eyes a chiudere gli occhi e ad assaporare ogni singolo verso di questa bellezza. E ad occhi chiusi andrebbe ascoltato tutto l’album: gli arpeggi e i ritornelli sono capaci di portare l’ascoltatore lontano, nel tempo e nello spazio, in mondi non più esistenti o forse mondi da cui, in vite precedenti, siamo già passati. Hinson suona le corde delle nostre anime, a suo piacimento, portandoci a volte alla deriva, a volte al più alto grado di irrazionale speranza.
In Beneath the rose, Hinson con delicatezza quasi dichiara di voler morire, fra le rose, per il troppo dolore e passa nella canzone successiva a comporre un lamento straziante in cui chiede alla donna che ha amato di non dimenticarlo. Tocca il cuore, con la sua semplicità, quasi commuove. Non è smielato però, anzi a volte è quasi rude, con quella sua voce profonda, tanto che l’ascoltatore non può fare altro che trovarsi imbambolato a seguire le trame di questa storia. Hinson in questo album fa ciò che avremmo fatto tutti se fossimo stati musicisti o poeti: blocca i ricordi, dà loro voce, rendendoli eterni, forse, immaginiamo con lo scopo di alleviare le sue pene, con lo scopo di guardare in faccia alla realtà.
Non gli servono molte parole, i versi sono brevi e poco complessi, ma i giri di chitarra un po’ alla Johnny Cash parlano per lui e lasciano poco spazio all’immaginazione. L’album si chiude con un pezzo che è presagio di un dolore che difficilmente si rimarginerà: The day Texas sank in to the bottom of the Sea, è l’apice della tragedia pur consegnando al mondo la speranza del cantautore, l’unica cosa a cui ancora si può aggrappare. Chiusa la storia di questo amore tragico nel 2005 ritorna con Micah P. Hinson and the Satellite, un album diverso, introspettivo ma più “leggero”.
Johnny Cash che ricorda nella voce è anche il suo modello, perché negli album successivi le tonalità sono quelle country (inoltre,come Johnny Cash fece prima di lui, chiede alla fine di un suo concerto alla sua fidanzata di sposarlo (3)). Gli anni Cinquanta sono presenti musicalmente nei suoi successivi album come accade in Micah P. Hinson And the Pioneers Saboteurs. Continua la sua carriera,alternando alti e bassi, inframmezzata da operazioni alla schiena che lo costringono a letto e che gli danno occasione di scrivere per un altro album Micah P. Hinson and the Opera Circuit, in cui si ritrovano pezzi classicheggianti, infatti non mancano in diverse canzoni giri di archi sparsi (4). Il cammino di Hinson è un cammino di maturità e nei suoi album si legge chiaro che si passa dalla descrizione del tormento provocato dall’amore, al suo malessere fisico, alla sua voglia di lottare contro la morte e la depressione. Un’artista multiforme, con influenze musicali più varie, da Elvis a Cohen, da Bob Dylan ai Beatles. Un musicista,le cui dita non hanno occasione di star ferme,infatti, diversi sono gli strumenti che suona. Un’artista tormentato, melanconico, ma anche uno di quelli capaci di accartocciarci il cuore.
L’ultimo album del 2010 è stato scritto in seguito ad un incidente stradale che lo ha costretto a letto per alcuni mesi.

Said my dreams are
Never
Going to come true
But it seems almost impossible
To make it (da It seems almost impossible)

Così pensava lui, che i suoi sogni non si sarebbero mai avverati, invece ci ha svelato a poco a poco pezzi di sè, “liberandosi dal male”, diventando nelle sue canzoni quasi il fantasma di sé stesso, restando aggrappato a quelle note, che diventano universali, catartiche e che con forza dirompente ci fanno danzare con consapevolezza con i nostri demoni, o almeno con quelli con cui ognuno di noi convive quotidianamente.

NOTE:

(1), (2), (3), (4) Micah P. Hinson, Il tormento della bellezza, di Gabriele Benzing, ondarock.it nella sezione songwriter

FOTO: http://www.bazingaticket.com/micah-p-hinson-fab/

 

Chet Faker: dal jazz all’elettronica

Chet Faker: dal jazz all’elettronica

Un bambino australiano, nato a Melbourne nel 1988, cresciuto a pane e Chet Baker, una rivelazione degli anni dieci del duemila, che probabilmente mai si sarebbe immaginato di calcare i palcoscenici di tutto il mondo, vincendo diversi premi musicali. Nick Murphy, decide di cantare sotto lo pseudonimo di Chet Faker.  Un po’ ironicamente, con questo cambio di consonante, si propone al suo pubblico come il fake di Chet Baker, ma lo fa con devozione, come in una sorta di omaggio. Così ce lo immaginiamo passare dal giradischi alla consolle e al sintetizzatore.

Lui stesso ha dichiarato di aver ascoltato nella sua vita moltissima musica jazz, che gli ha concesso di apprezzare le tonalità vocali del jazzista americano, di averne apprezzato le movenze. Comincia un po’ tutto per gioco, come la cover di No Diggity in origine dei Blackstreet, gruppo R&B statunitense. Il riarrangiamento diventa virale su Youtube. La sua versione fa il giro, tanto che la Beck’s la sceglie come colonna sonora per la sua pubblicità per il Super Bowl.(1)

Da qui piovono su Faker valangate di premi, tra cui quello per il migliore artista rivelazione del 2012. Chet Faker si diletta con l’elettronica, genere che è l’anima del suo primo album del 2014, Built on Glass. Si passa da pezzi come 1998 a Cigarettes and loneliness in 7 e passa minuti di groove coinvolgenti.

Rolling Stone Australia recensendo l’EP Built on Glass dice che Faker è riuscito a utilizzare e riadattare la stessa intimità delle canzoni del trombettista americano. Era agli albori della sua carriera, ai tempi, e il giornale avvertiva gli ascoltatori di tenerlo d’occhio, perché con Cigarettes and Loneliness puntava in alto e, infatti, il ritmo accattivante unito ad un testo introspettivo riduce l’ascoltatore all’ascolto in loop (2). Nel singolo I am into you, inveceviene quasi da chiedersi come una cosa  così tecnica come l’elettronica possa essere così intima e, allo stesso tempo, quasi romantica.

Certo potrà sembrare folle il voler riutilizzare lo stile di Baker nell’elettronica, tanto che, prima di Faker, era quasi impensabile accostare il jazz all’elettronica. Però Faker ha le qualità per farlo; infatti, oltre che essere un musicista degno di tale appellativo, si autoproduce e suona anche più di venti strumenti. Risulta, allora, quasi ad un primo ascolto il fatto che, se Chet Baker parlava con la tromba, si potrebbe quasi dire che Chet Faker lo fa attraverso i sintetizzatori. Faker come Baker (e sembra quasi uno scioglilingua) suona e canta col cuore, e, la passione, si sa, muove il mondo.

Dichiara più spesso di non voler essere considerato una pop star, di non cantare per il suo ego, sentendosi già molto realizzato, tweetta addirittura che lo fa per i suoi fan, quelli che lo hanno sempre spinto ad essere creativo, che, se fosse per lui, più che tour massacranti sarebbe seduto a cazzeggiare sulla riva di un lago, proprio in Italia.(3)

Dopo essere stato ospite al Coachella, fra le altre cose, esausto e pieno di sensazioni più diverse, pieno di umanità, che invita sempre a connettere durante i suoi show, ha subito una fase di blocco. Per lui, che compone da quando ha 15 anni è stato abbastanza scioccante. Faker ama l’umanità dei suoi concerti, parla di  momenti personali anche senza averli vissuti, mette insieme la gente, come solo la musica sa fare, mette insieme i generi, perchè non si può non apprezzare il modo in cui lui fa elettronica, anche per i non amanti del genere stesso. (4)

Numerose sono, poi, le collaborazioni con altri artisti dell’elettronica, di successo è Drop the Game realizzata con Flume, dj australiano. Nel 2016, intanto annuncia di voler abbandonare lo pseudonimo e tornare al suo nome di battesimo Nick Murphy. L’ultimo Ep non segnerebbe allora la fine dell’era Faker, bensì sarebbe una metamofosi. Si sente però, nell’ultimo album, Fear Less, che Faker, da essere l’artista che componeva per gioco e per diletto, uno che ha sempre sperimentato, vira un po’ di più sul commerciale.

Forse sembrerà iperbolico, ma questo ragazzo ha del geniale, impossibile non vederlo, e sicuramente la strada da percorrere per lui è ancora lunga, ma bisogna tenerlo d’occhio, perchè questo crossover tra jazz ed elettronica ce ne farà vedere ancora delle belle, nonostante, e lo diciamo fra i denti, ci piacerebbe un ritorno ai tempi d’oro, al tempo in cui il grammofono incontrava il sintetizzatore, e il jazz l’elettronica.

NOTE:

(1)Chet Faker wins big at music awards, smh.com.au, nella pagina Wikipedia dell’artista

(2) Rolling Stones Australia, Built on Glass, http://rollingstoneaus.com/reviews/post/chet-faker

(3) (4)Chet Faker Just Wants a Genuine Emotional Connection, Earnest Australian singer explains why seeks out live-show “vibes” even when his ego “wants is to be sitting by a lake in Italy” di Arielle Castillo, Rolling Stone, 22 Aprile 2015

Foto: http://www.sonofmarketing.it

Dal Vangelo secondo De Andrè: La Buona Novella

Dal Vangelo secondo De Andrè: La Buona Novella

Atei, scettici e non, ci si ritrova, nel bene o nel male, a sentirsi più o meno coinvolti dall’atmosfera pasquale. Restano, al di là del credo professato, le tradizioni. Pare che non molti anni fa, in queste giornate, i genitori, nelle famiglie cattoliche, chiedessero ai loro bambini di non accendere la TV (quando l’avevano). Il silenzio doveva regnare, perché qualcuno era morto. Colpisce forse, oltre all’essere anacronistico (tanto quanto assurdo) del gesto, anche un senso di rispetto che, oggi, difficilmente riusciremmo a mettere in pratica. Al di là della retorica e delle omelie che lasciamo ai parroci nelle chiese, oggi ci proviamo, nel solco di questa usanza demodè a fare silenzio, un silenzio che ha lo scopo di essere provocatorio, pur restando comunque silenzio perché i pensieri, come la neve, non fanno rumore.

Nel 1970, un certo Fabrizio De André, dopo un concerto tenuto a Brancaccio dichiarava:

Quando scrissi “La Buona Novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

De André scrive La Buona Novella con Roberto Danè, leggendo passo dopo passo i Vangeli Apocrifi, il Protovangelo di Giovanni e il Vangelo arabo dell’infanzia in particolare. Lo scopo che De André voleva raggiungere era quello di una demitizzazione di queste figure che, volenti o nolenti, ci raccontano sin dall’infanzia. Faber ne avrebbe voluto (e ci riesce) cogliere l’umanità, le passioni, le sofferenze. Ci racconta una favola rivoluzionaria, che nelle navate delle chiese spesso ci ha annoiati. La prima traccia, di pochissimi secondi, è Laudate Dominum, che sembra un canto liturgico ed è anche un inizio che ritornerà nell’ultima traccia.

Si comincia con la storia di una donna, Maria. Il ritmo della canzone, con gli intermezzi del coro, sta a sottolineare le ingiustizie che Maria ha dovuto subire, dal matrimonio che le venne imposto alle ore di penitenza trascorse “a cibo e Signore“. Accanto a Maria c’è Giuseppe, più in là con l’età, a cui questa bambina fu affidata come sposa. Due personaggi che sembrano non avere voce in capitolo, due umani che si muovono come burattini, vittime e prescelti di decisioni più grandi di loro. E siccome la Buona Novella è un concept album, la canzone precedente si chiude con Giuseppe che va via per quattro anni e continua con Il ritorno di Giuseppe. Quest’ultima comincia con melodie orientali e finisce con una parte lenta e dolcissima in cui Giuseppe, nell’abbracciare di nuovo Maria al suo ritorno, quando la stringe, scopre “vita recente”. Maria è incinta e Giuseppe che cerca la ragione delle rotondità di sua moglie, ottiene come responso il fatto che quella risposta in realtà si trova in un sogno. De André racconta in questa canzone (e chissà che non sia il solo), l’essere coppia di Giuseppe e Maria, come si narra di due persone che si amano profondamente, nonostante tutto.

Il sogno di Maria, che segue, è una canzone che ha in sé qualcosa di ineffabile. La sua valenza icastica è così alta che forse nemmeno nelle Annunciazioni di Leonardo o Beato Angelico ci si sente così coinvolti, tanto il cantautore genovese delinea nitidamente la scena. Gabriele e Maria, in un atmosfera primaverile, nella brezza, si parlano, Maria ha paura per quello che l’aspetta, vuole quasi fuggire, ma poi vede “l’angelo mutarsi in cometa” e capisce. Una rappresentazione questa che vale, appunto, più di mille quadri.

Qui, De André, alla traccia numero 4 compie, non a caso, il miracolo. Della Buona Novella, che si ama integralmente, probabilmente ogni conoscitore ha la sua canzone-rifugio, quella che continua a fargli lo stesso effetto anche se ascoltata infinite volte, Ave Maria è potenzialmente una di queste. Ave Maria è un’ode a Maria degna di Dante, è un’ode alla maternità, alla femminilità che solo la grazia delle parole del poeta genovese poteva osare. De André in poco più di due minuti, racchiude l’essenziale dell’essere donna in una melodia che forse gran parte di noi avrebbe voluto durasse di più, per l’immensa dolcezza. Che non ci tragga in inganno però questa dolcezza, perché quest’ Ave Maria è una canzone che vuole condannare un modello tradizionale di famiglia, criticandone anche la componente patriarcale.

Qui la storia fa un salto nel tempo: siamo nella bottega di Giuseppe, martelli e pialle scandiscono il ritmo della canzone. I gesti dell’artigiano vengono descritti meticolosamente nel costruire quella che sarà la tomba del suo essere un padre a metà. E così siamo arrivati a Via Della croce, una delle canzoni più politiche di quest’album, in cui oltre alla reazione del popolo, oltre alla vicenda della crocifissione, fanno capolino temi come le logiche di potere, i servi di partito, la crudeltà umana che si manifesta in tutta la sua natura. I dettagli quasi macabri della violenza sul corpo hanno come sottofondo gli ultimi pensieri di Gesù. La canzone trasuda così tanto dolore, che nemmeno il tamburello in sottofondo ha la capacità di nascondere e lenire. La rabbia è rivolta a chi non ha saputo riconoscere il Messia, ma anzi lo ha fatto diventare capro espiatorio. L’uomo, simbolo di un cambiamento rivoluzionario, sta morendo, sembra quasi che il Male abbia già vinto sul Bene. Ma non è così, ci sono i poveri che piangono altrove, ci sono i ladroni, che insospettabilmente e paradossalmente stanno accanto a Gesù. In Tre madri, sono le tre madri dei condannati, Tito, Dimaco e il  Messia, ai piedi della croce, che soffrono per un dolore straziante, il più straziante che ci possa essere. Maria, è lì con loro e, a lei nonostante sia la madre di Dio, non viene fatto nessuno sconto, perché le è riservata la stessa sofferenza.

Siamo alla fine e questa De André la bollò come una delle canzoni meglio riuscite. Tito in croce con Gesù, ripercorre attraverso i comandamenti la sua vita dissoluta, lui che ha violato ogni genere di legge divina. De André quasi sfiora la blasfemia con questa canzone, anzi la confessione di Tito è una continua bestemmia. Tito è il cattivo della storia, ma è meno cattivo degli altri, dei farisei, di coloro che non hanno riconosciuto questo eroe rivoluzionario che era Gesù, di chi ha rubato, ucciso, bestemmiato fingendo di rispettare i comandamenti stessi. Ma ogni volta, ad occhi chiusi, si  trattiene il fiato, aspettando l’ultima strofa, Tito, ultimo fra gli ultimi, sulla croce si guadagna la redenzione, perché “nella pietà che non cede al rancore“, nel vedere un uomo che muore, Tito impara l’amore. I versi non c’erano nella versione precedente della canzone, furono aggiunti dopo. Faber ci piazza davanti l’umanità, gli errori, la malvagità, il sozzume del mondo e lo distrugge alla fine con la parola Amore, come se ci avesse sganciato addosso un’atomica. L’amore, che non ha nessuna connotazione teologica e che, per questo, pugnala e meraviglia rendendoci tutti Tito, nessuno escluso.

Crediamo che questa sia la Buona Novella che De André ci ha lasciato in dono per sempre, certo alla sua maniera, con toni provocatori, irrispettosi, blasfemi quasi, mettendosi con precisione a sdoganare tutto: la divinità, la famiglia tradizionale, la normalità, la concezione della donna, la “cognizione del dolore”, il potere e la morte. Faber, come già aveva fatto con l’Antologia di Spoon River, rivisita qualcosa di noto, dandogli una nuova forma e un nuovo significato. Attraverso La Buona Novella ci lancia un messaggio di speranza, ci insegna che non è mai troppo tardi per lottare, che non è mai troppo tardi per cambiare, nemmeno in punto di morte, nemmeno per la Pace.

Foto: Copertina dell’album La Buona Novella

 

 

 

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

I 66 anni del Principe: Francesco De Gregori

Il Principe, alias Francesco De Gregori, lo scorso 4 aprile ha compiuto 66 anni. Raccontare però dal principio la sua lunga carriera è impresa ardua, infatti di lui tanto si è detto, lui stesso tanto ha composto, che sembra quasi superfluo raccontare o dare giudizi. Siamo di fronte ad un gigante della musica e, ci sarebbe poco altro da aggiungere.

De Gregori è uno schivo, uno che nei concerti va dritto come un treno, niente intermezzi, dialoghi, niente riferimenti all’attualità. L’interesse per la politica e la Storia lo dimostra nelle sue canzoni, che parlano per lui, fino al punto che, anni fa, venne persino accusato di avere usato i temi della Sinistra per farsi pubblicità e guadagnare fior di quattrini. L’immagine che abbiamo di lui oggi, è l’immagine di quest’ uomo col cappello, che non toglie mai, un uomo allampanato, che sul palco si muove dinoccolato come Cohen o Dylan a cui si ispira. Lui, che,si dice, nei concerti cambiasse le parole delle sue canzoni, affinché i fan non gli cantassero sopra, non per atteggiarsi a divo, solo per questioni tecniche, confessa, for the show’s sake. Un uomo che fa il cantautore perché ci è nato e non ne può fare a meno , perché si capisce che sul palcoscenico, come davanti ai riflettori, non si sente proprio a suo agio.

Impossibile, poi, è anche ripercorre il mare magnum di tutto ciò che è stato scritto sinora, sono troppe le canzoni che andrebbero spiegate verso per verso. I testi spesso oscuri lasciano poco spazio alla comprensione e, a volte, è difficile decifrarli; li accettiamo infatti serenamente, ci piacciono anche nel loro essere dei rompicapi. Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo: Rimmel da riascoltare e ascoltare ancora, mentre tra chiromanti e pellicce, ci si perde nel testo a dimostrazione del fatto che le parole sono importanti è vero, ma che più importanti sono le sensazioni comunicate, e a volte “non c’è niente da capire”, come dice la canzone omonima.

Oggi, in una sorta di omaggio, ci soffermiamo a cercare di raccontare cinque delle sue canzoni (e sono sempre troppo poche), fra quelle meno note e, le peschiamo qua e là, alternando quelle più politiche a quelle d’amore, per arrivare a quelle rivisitate o prese in prestito.

Un guanto è tratta da una raccolta di incisioni di Max Klinger di fine Ottocento, una graphic novel ante litteram. L’artista si era infatuato di una bella brasiliana che girava per Berlino nel 1878 e che continuò a corteggiare anche dopo che la giovane si sposò.  Molti artisti del XX secolo si sono ispirati all’opera di Klinger da De Chirico a Max Ernst e Dalì (3).  De Gregori segue la storia di questo guanto caduto ad una dama, quella amata da questo gentiluomo, mentre siamo sempre immersi in un’atmosfera da Titanic. Il guanto fluttua attraverso la canzone, il protagonista lo segue, cerca di raccoglierlo ma il guanto, come fosse animato, scompare come la sua padrona.  L’epilogo della storia? Senza spoilerare troppo, possiamo solo dire, usando le parole del Principe, che il guanto si era già posato in quel cielo infinito dove Psiche e Cupido sorridono insieme, dove Psiche e Cupido governano insieme.

La Ballata dell’Uomo Ragno, scritta negli anni di Mani Pulite, è una canzone criptica come e forse più di tante altre. De Gregori sa parlare di politica senza farsi notare, come fa anche nè Il Signor Hood, elogio di Marco Pannella o in Vai in Africa Celestino, in cui pare ce l’abbia con Walter Veltroni. L’uomo Ragno è l’arrampicatore, l’arrivista o così almeno fu presentata in un tour da De Gregori stesso. Erano gli anni in cui un’intera classe politica veniva messa alla berlina, sono anni di delusione, anni in cui anche “gli impensabili” avevano scheletri nell’armadio e quelli in fila davanti al bagno o davanti ad un segno della canzone sono cittadini italiani disillusi. In alcuni versidi questa canzone che è satira pura si celerebbe addirittura la caricatura di Craxi (il capobanda che sembra un faraone e che si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone). (1)

De Gregori ha poi una specie di ossessione per navi e annessi equipaggi, barche, reti, marinai, pescatori e Sirene. I muscoli del Capitano, che fa parte dell’album Titanic, diventa una sorta di apologo. De Gregori stesso, in un live, presenta la canzone come la colonna sonora di un evento della storia che dovrebbe assurgere ad ammonimento. La storia del Titanic intera, di questa nave che nemmeno Dio avrebbe potuto affondare, è la storia di un fallimento colossale, che il cantautore romano ci descrive un po’ come un atto di hybrìs, un po’ come invito alla diffidenza nei confronti di chi inneggia al progresso, a nuove soluzioni semplici. Il progresso, affascinante e maschio, come i muscoli di questo capitano, che se vuole,si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde, guida l’equipaggio verso il futuro, ma ahimè, quella volta, il futuro significò la fine.

Caterina è una canzone che ha la stoffa e tutte le carte in regola per essere una canzone d’amore, ma non lo è, perchè, invece, è un ricordo delicato e profondo per un’amica, appunto Caterina Bueno, con cui De Gregori aveva collaborato a inizio carriera. La canzone si apre in maniera dylaniana, con il suono stridente dell’armonica a bocca, il resto è poesia. Il testo è semplice, mentre si parte da un ritratto di questa donna incontrata in un mattino qualunque. Ironicamente De Gregori ricorda nella canzone quanto la Bueno suonasse male la chitarra. Le cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, invece, vengono riprese da una canzone popolare toscana, già interpretata dalla stessa Bueno (2). Il ritornello è un inno d’incoraggiamento di notevole pregio: E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno/quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo/ Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia/ la solitudine e le valigie di un amore che vola via.

La canzone L’angelo di Lyon è il racconto di una storia d’amore quasi straziante. L’idea della canzone in origine fu di Steve Young. La storia parla di uno “stregone”  che, innamoratosi a prima vista, decide di mettersi alla ricerca della donna amata, descritta all’uso stilnovistico. L’uomo abbandona le sue ricchezze, facendo voto come San Francesco, tanto da sembrare uno straccione, tanto da impazzire. Il testo fu tradotto da De Gregori, e non si sa nemmeno se la donna in questione fosse reale, uno spirito o un’allucinazione..

Le storie e le interpretazioni (azzardate) delle canzoni del Principe sarebbero ancora tante e poi altre tante, insieme alla disarmante bellezza di altre canzoni che vorremmo almeno citare, da Souvenir a Signora Aquilone, Piccola Mela e Gambadilegno a Parigi, da Bambini Venite Parvulos a Le storie di ieri e a Il cuoco di Salò. Una carriera degna di tutto rispetto la sua, lui stesso un cantautore di quelli con la C maiuscola, la voce dell’Italia dagli anni 70 a oggi, ancora fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei. Sappiamo che a lui non piacerebbe essere definito Principe della musica italiana, icona, né tantomeno poeta, ma è quello che è, e con grande rispetto misto quasi a devozione gli auguriamo buon compleanno, consapevoli che sempre e per sempre dalla stessa parte ci troverà.

NOTE:

(1)Il sermone di un predicatore postmoderno. La ballata dell’Uomo Ragno di Francesco De Gregori, in Paolo Squillacioti, (http://www.academia.edu/9215800/Il_sermone_di_un_predicatore_postmoderno._La_ballata_dellUomo_Ragno_di_Francesco_De_Gregori)

(2) Diapasone, coanzoni compresse orosolubili, http://diapasone.altervista.org/caterina-francesco-de-gregori-significato-interazioni-effetti-collaterali/

(3)ArtMSko Ahttps://artmasko.wordpress.com/2009/12/02/parafrasi-sul-ritrovamento-di-un-guanto-storia-di-un-amore-impossibile-e-di-unossessione/

Foto: Dagospia

 

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Eddie Vedder solista: da Into the Wild alle date italiane del suo nuovo tour

Sono sulle scale della metropolitana, dopo quattro lunghissime rampe uscirò “a riveder le stelle”, ho in cuffia una riproduzione casuale, la solita, ma so che tra poichi secondi gioirò. Mi guardo intorno, per capire chi c’è, per capire se posso ondeggiare sul ritmo dolcissimo di questa canzone meravigliosa, ci penso un po’, poi ignoro il resto dei passanti e comincio a muovere la testa e a canticchiare con Eddie Vedder.

Society è contenuta nell’ album che è colonna sonora del film Into the Wild, che non ha alcun bisogno di presentazioni. Certo, in quegli anni, siamo nel 2007, l’ignoto (ai tempi) Alexander Supertramp entrava a gamba tesa nelle vite di molti di noi, allora adolescenti. Questo giovane americano, attraverso un film che è diventato un cult, con la sua storia ci ha insegnato la libertà, il coraggio di una scelta, la voglia di scoprire, rendendoci consci e facendoci apprezzare Sean Penn che ne fu regista e mise in scena il viaggio in maniera sublime. La colonna sonora non poteva che scriverla Eddie Vedder, che con i temi del film un po’ ci sta a pennello, si può dire quasi che ne abbia sposato la causa. Nel 2000 sostiene infatti il candidato indipendente alle presidenziali Ralph Nader, per i suoi interessi nella causa ambientalista, mentre nelle presidenziali del 2004 partecipa alla campagna Vote for Change a favore del candidato democratico John Kerry. È anche sostenitore del movimento ecologista radicale Earth First!.(1)

Lo scorso mese ha annunciato che il suo tour toccherà l’Italia: il 4 giugno sarà al nuovo Firenze Rocks Festival, e passerà poi per Taormina, all’interno dello storico Teatro Antico per un doppio concerto in programma il 26 e 27 giugno. La notizia è stata accolta con giubilo dai suoi fan, che più volte avevano richiesto, tramite la pagina internet ufficiale del cantante, una data in Italia. Le polemiche non sono mancate, per i costi;  pare, infatti, che i biglietti per i suoi concerti si aggirino ormai intorno ai 130 euro, cosa che fa specie, quando proprio Vedder ha condotto una campagna contro l’imposizione di prezzi alti per i concerti della sua band, i Pearl Jam. Questa però è la solita polemica trita e ritrita che ha visto anche protagonisti i Radiohead, e ora, come allora, nonostante tutto, resta il fatto che i biglietti siano andati a ruba.

Vedder, comunque, si prende il suo spazio per scoprirsi come artista solista, non senza subire critiche, come ogni volta accade ai membri delle band che prendono pause dal resto delle truppa ma, il suo essere solista funziona. Funziona perchè i Pearl Jam perderebbero di valore senza la sua voce cavernosa e allo stesso tempo calda, senza il suo volto, immagine a cui si è spesso ricondotto l’impegno della band in canzoni altrettanto impegnate come Jeremy, la storia del ragazzino uccisosi in Texas in classe, davanti al suo professore e ai suoi compagni di classe, per citare un esempio.

Eddie Vedder non è mai veramente solo sul palco, lo si capisce da vari live pregressi, in cui ha sempre un amico del mondo dello spettacolo a fargli da spalla, da Johnny Depp a Beyoncè e chissà che non ne porti anche in Italia di ospiti. Il cantante, inoltre, non esegue solo le sue di canzoni, farà a suo piacimento, pezzi estrapolati dall’opera magna dei Pearl Jam, ma canta spesso anche Tom Waits, Bruce Springsteen, Neil Young. L’America del rock, con lui, insomma, pulsa sul palco.(2)

Suona spesso con Glen Hansard che è quello che non manca mai, perchè suo amico da sempre. Per chi non lo conoscesse, l’irlandese Hansard appare sugli schermi nel film Once, uscito in Italia per la Sacher distribuzione, nel 2008, la casa cinematografica di Nanni Moretti. Vedder e Hansard cantano insieme Falling Slowly, la canzone che fece vincere l’Oscar allo stesso Hansard dieci anni fa circa. Il film, di una delicatezza sconfinata, parla di un giovane musicista che aggiusta elettrodomestici per vivere e, nel tempo, libero suona per le strade di Dublino. Nel film, questo musicista un po’ vagabondo incontrerà una ragazza, di orgine ceca,  madre di un bambino. La loro passione per la musica li unirà, producendo duetti che restano memorabili, come appunto quello di Falling Slowly.

Gli album da solista del cantante dei Pearl Jam sono due, uno è appunto quello  in cui si trovano Rise, Guaranteed ( vincitrice del Golden Globe per la miglior canzone originale), Society, le canzoni di Into the Wild per l’appunto che costituiscono poi un concept album, perchè seguono pedissequamente le vicende del film .La bravura di Vedder sta nell’aver descritto con le sue canzoni la libertà, la solitudine, in maniera così dolce e appassionata che ci si chiede come un’artista del genere sia passato dal grunge nudo e crudo di Alive, Crazy Mary ,ma soprattutto Black, a pezzi come Long Nights. Anche se, c’è da dire che l’anima dolce di Vedder l’avevamo già scoperta nell’inflazionatissima Just Breathe.

L’altro album, da solista, quello più  recente, Ukulele Songs, approfondisce la vena intimistica e se vogliamo piu disimpegnata del cantante. Per quanto riguarda l’ukulele poi, forse si deve anche a Vedder il suo sdoganamento e la sua diffussione massiccia. Vedder, oltre ad essere un grande performer, è anche un musicista  straordinariamente bravo; nei suoi concerti passa con nonchalance dalla chitarra all’ukulele ,dal sitar alla batteria. Ha cominciato da solista nel 2008, e da questo concerto è nato un film documentario, Water on the Road.  Da allora non si è più fermato. Vedder ha in Italia un grande stuolo di fan che, siamo sicuri lo accoglieranno come merita un artista del suo calibro. E noi? Che facciamo, non ci andiamo?

NOTE

(1) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(2) Eddie Vedder in Italia: le 7 cose da sapere, 16 marzo 2017, Barracudastyle, http://barracudastyle.com/it/eddie-vedder-in-italia-7-cose-sapere/

Foto: http://www.progettoitalianews.net

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