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La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

In copertina: il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e la Cancellieria Angela Merkel. Fonte qui e qui

Le bufale abbondano sulla Rete: che novità! Abbiamo già discusso del problema delle notizie false e del loro possibile condizionamento degli eventi ma questo tema è di nuovo tornato a fare notizia su tutti i giornali italiani poco dopo l’insediamento del nuovo governo Gentiloni. Lunedì scorso è diventato virale l’articolo di Libero Giornale, palesemente falso, dove viene citata una fantomatica frase del nuovo premier:

Basta ipocrisie, sono tutti finti poveri e io sono già scocciato di questo piagnisteo, rimboccarsi le maniche per il futuro del Paese, qualche sacrificio non ha mai ammazzato nessuno, solo così l’Italia tornerà a primeggiare in Europa”.

Libero Quotidiano “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi” 

Una frase del genere potrebbe sembrare assurda fin dalla prima lettura. Eppure per oltre 10.000 utenti di Facebook non lo è. Questi utenti hanno infatti ricondiviso l’articolo di Libero Quotidiano, con quel sentore di odio che oramai macchia dai prodromi del Web 2.0 l’esperienza della Rete. 

Scorrendo le pagine di Libero Quotidiano, possiamo notare che il caso Gentiloni non è l’unico (magari lo fosse). Una seconda notizia riporta: “Deborah Serrachiani in lacrime: ‘Non arrivo a fine mese, altro che la crisi è finita’”. Con una semplicissima ricerca, anche questa notizia risulta falsa: la governatrice del Friuli-Venezia Giulia, infatti, è sì scoppiata in lacrime nell’aula del Consiglio Regionale, ma per i continui attacchi ricevuti in questi anni in carica alla Regione.

Come questo, tantissimi sono i casi da segnalare. Dalle continue bufale con protagonista la presidentessa della Camera Laura Boldrini, a quelle contro la parlamentare PD Cecile Kyenge. Tutti questi siti cercano di nascondere questa leva per il personale ricavo dietro la satira. Una ulteriore beffa nei confronti di chi ne ha invece fatto uso magistralmente per istillare il dubbio e la discussione, e che oggi vede paragonata la propria onestà intellettuale a pessime tattiche tese alla creazione di una confusione che genera vantaggi a pochi (o a nessuno). Tanto meno al lettore.

Anche la Germania, simbolo di compostezza e rigore, teme questa ondata di confusione. Tutto nasce dalle polemiche scaturite a seguito della vittoria di Donald Trump, che molti analisti e la stessa CIA riconducono proprio alla diffusione di notizie false e ad interferenze da parte di hacker russi. A pochi mesi dalle elezioni, tutte le forze politiche hanno il timore che questa situazione possa replicarsi durante la campagna elettorale e le votazioni.

Per correre ai ripari, diversi politici di importante caratura, dal vice cancelliere Sigmar Gabriel al capogruppo del SPD al Bundestag, Thomas Oppermann, hanno esplicitamente richiesto una feroce battaglia contro le bufale. Patrick Sensburg, membro del partito di Angela Merkel, ha richiesto che “la disinformazione che punti a destabilizzare lo Stato sia considerata un reato”.

Per la Cancelliera “è un problema che va affrontato e se necessario, regolamentato”. È questa la vera ed unica soluzione? Certamente no. La limitazione della libertà di parola e di satira, per quanto utilizzata malamente come nei casi prospettati, non può essere considerata unica fonte di soluzione. Potremmo addirittura ritrovarci in una situazione pericolosamente peggiore. Le sofferenze del popolo della Rete non verrebbero meno, per quanto represse da un potenziale stato di polizia, lontano dai principi dello stato di diritto e dal corretto funzionamento del modello legato allo stato sociale.

Alla visione di questa impietosa situazione, una domanda sorge spontanea: qual è il motivo di tutto questo? Quali sono le ragioni del fruitore medio della Rete, che urla indignato senza verificare le proprie conoscenze? Piuttosto che scadere negli immediati e banalissimi commenti stile “Siamo un popolo di ignoranti”, sebbene i dati sull’analfabetismo funzionale e il successo di pagine come Adotta anche tu un analfabeta funzionale supportino la tesi, bisognerebbe vedere oltre queste soluzioni semplicistiche.

Non è possibile negare, infatti, come negli ultimi anni vi sia stato un forte cambiamento nella percezione della politica da parte della popolazione. Tra scandali di palazzo e politiche ancorate ad austerità e regole di bilancio, gli elettori hanno percepito i propri rappresentanti lontani dalle loro istanze. Se in questa situazione aggiungiamo una crisi economica globale, dalla quale politica e finanza non hanno trovato forze adeguate di rinascita, ecco la fuoriuscita di un drammatico cocktail di rabbia. La Rete ha poi giocato da liberissimo vettore, coadiuvando il dolore della difficoltà contro i potenti. Contro coloro che pensano al proprio tornaconto invece di aiutare il popolo. Ora più che mai, il tempo dei cambiamenti risulta necessario. A patto che si cambi con ponderata cognizione di causa.

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

In copertina: la corona svedese. Fonte qui

Gli ultimi report parlano di una fatina dei denti visibilmente sconvolta ed agitata. Diversi enti governativi nel mondo stanno pensando a possibili soluzioni di digital currency, da affiancare alla normale valuta fisica e la Svezia sta studiando il sistema per sostituirla completamente. I suoi analisti prevedono il fallimento certo a seguito della sparizione dell’ultima banconota o centesimo di moneta nel mondo.

Tornando seri, per la Svezia il passaggio alla moneta elettronica potrebbe sembrare così semplice da dover essere automatico, ma molti, in Italia in primis, ma anche in Europa e USA, non vedono la fattibilità del cambio radicale. Facciamo un passetto indietro e cerchiamo, però, di comprendere cos’è esattamente una moneta elettronica, o digital currency.

Le digital currencies sono nate attorno al 1995-2000, quando alcune aziende – che oggi definiremmo start-up – della bolla DotCom, crearono delle valute alternative (la prima importante fu la e-Gold). Queste, però, per dei limiti prima tecnici e poi amministrativi furono bandite dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto inseribili nella stessa categoria, è necessaria una ulteriore distinzione tra virtual currency e cryptocurrency:

  • La Banca Centrale Europa definisce le virtual currencies come: “Un tipo di moneta non regolamentata, digitale, la quale è messa e solitamente controllata dai suoi sviluppatori ed utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale”. Queste monete virtuali chiuse sono utilissime per le economie interne di alcuni servizi online, quali, ad esempio, la maggior parte delle app mobile (si veda l’oro in World of Warcraft o qualsiasi altro gioco moderno, per smartphone o multipiattaforma). Queste, assieme alle valute ad unica direzione (come i Facebook Credits o gli Amazon Coins), motorizzano parte delle transazioni della Rete, ma non sono mai uscite dal recinto del Web.
  • Le cyptocurrencies, invece, sono delle valute completamente digitali che, utilizzando sistemi di crittografia avanzata, rendono sicure le transazioni e la generazione della moneta stessa. La più famosa cryptovaluta è sicuramente il Bitcoin, che sfrutta la dispersione del peer2peer, e soprattutto la crittografia, per rendere sicure, anonime ma tracciabili, dato che il sistema proof of work tiene traccia delle transazioni completate, tutti gli scambi di valuta. Questo sistema, a differenza della valuta virtuale, può e vorrebbe assurgere a vero competitor della moneta tradizionale.

Bisognerebbe notare come anche le valute a corso legale possono essere utilizzate elettronicamente: qualunque possessore di un conto corrente bancario ha effettuato un bonifico online o tutti abbiamo utilizzato, almeno una volta, una carta di credito o debito per comprare l’oggetto più inutile del momento su Amazon. Il funzionamento sarebbe lo stesso, ma la base fondante completamente diversa: una digital currency rimarrebbe sempre e comunque elettronica, permettendone la tracciabilità in ogni caso. Una valuta classica, invece, una volta “trasformata” in contante, non sarebbe più rintracciabile se dovesse uscire dai canali elettronici della banca.

Questo non sottintende, però, che le valute classiche siano terribili mentre una digital currency debba essere considerata come una manna dal cielo, ma il sistema del contante è, a mio avviso, indubbiamente arcaico. Una società dove l’elettronica avanzata non è diventata semplicemente importante, ma fondamentale per le nostre vite, passare da un portafoglio in pelle ad uno digitale non è così sbagliata come idea, e lo hanno capito da molto tempo gli svedesi.

La Svezia, infatti, sta seriamente pensando di passare ad una moneta nazionale completamente digitale. Una digital currency svedese, e-Krona: sarebbe una svolta epocale per l’economia, ma difficilmente replicabile, a breve termine, nel resto del Mondo. Possiamo dire che gli svedesi non hanno mai amato il contante, dato che dal 1950 ad oggi il valore del contante rispetto al PIL è sceso dal 10% all’1,5% e la maggior parte delle attività non accettano neppure il contante, anche e soprattutto le banche. Una nazione con un debito statale basso rispetto alle medie internazionali (circa al 50% del PIL), una economia solida (in crescita negli ultimi anni oltre il 2%), matura ed innovativa, focalizzata sull’elettronica, industria tecnologica e terziario avanzato. Potreste pensare che la moderna economia svedese sia il motivo del possibile cambio ad una digital currency, ma la base è sociale, non economica.

Gli svedesi, infatti, si fidano ciecamente del loro governo e, soprattutto, pagano le tasse. In Svezia, sebbene la pressione fiscale sia particolarmente alta, la tracciabilità e il pagamento tributario non sono mai stati un problema. È questione proprio di mentalità: statunitensi, britannici ed europei semplicemente non hanno abbastanza fiducia nel sistema economico della loro zona e della loro nazione (sebbene i presupposti di stabilità economica per un cambio del genere non siano presenti in alcuni stati). La Svezia preferisce il pagamento elettronico proprio perchè non sente la necessità di un denaro “da toccare”. Non ha il timore che la banca X o Y possa fallire o vedere i suoi risparmi andare in fumo perchè lo Stato li ha sequestrati.

In definitiva, la digital currency, o meglio l’economia digitale, sarà il futuro dell’umanità, senza dubbi. I mezzi tecnologici ci sono e, in questo caso più che in altri, ci attendono per migliorare e semplificare la nostra vita. Sarà nostra cura cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Il contante, per quanto rassicurare le nostre paranoie con la sua fisicità, ha un costo di mantenimento ed una difficoltà importante nella tracciabilità. Il digitale sta colonizzando le nostre esistenze, non è il caso di rimanere nel vecchio secolo.

 

Perchè Facebook non bloccherà mai le notizie false

Perchè Facebook non bloccherà mai le notizie false

In copertina: Il neo eletto presidente Harry Truman mostra sorridente una copia del Tribune che riporta, erroneamente, la vittoria del suo avversario, Thomas E. Dewey (W. Eugene Smith//Time Life Pictures/Getty Images)

Oramai tutti conosciamo Facebook e tutti ( o quasi) lo utilizziamo quotidianamente per qualsiasi motivo. Dal più futile, come giocare a Candy Crush o similari, al più utile (basti pensare che 1.5 milioni di attività spendono per pubblicitià su Facebook ed è un trend in crescita). Eppure c’è quel tarlo che Internet non riesce proprio a staccare, quell’errore nel sistema che ne compromette l’integrità della sua immagine. Le notizie false, o bufale, come le chiamiamo qui in Italia.

Ora chiariamoci: c’è stata una criminalizzazione pesante della bufala, sebbene, inizialmente, era un mezzo di mero divertimento. Non erano neppure notizie false nel senso stretto, ma satira, che poteva spaziare da grottesche esagerazioni della realtà, oppure racconti fantastici con una minima base di verità. La prima serie di articoli “falsi” fu proprio il Great Moon Hoax, apparsa sul “The Sun” nel 1835, dove Richard A. Locke raccontava della scoperta della vita e di una civiltà sulla Luna. Samuel Clemens, meglio conosciuto come Mark Twain, ha iniziato la sua carriera come scrittore di notizie false, il che fu un problema per lui. Twain, infatti, fu spesso aggredito da persone che prendevano sul serio i suoi articoli.

In epoca moderna, c’è chi ha utilizzato la notizia falsa come il giusto mezzo per veicolare una sana satira. Il capostipite per questo genere di scrittura è, senz’altro, The Onion. È il diretto successore di quegli articoli falsi, che riesce a strappare una grande risata a chi comprende la loro vera natura, anche se, spesso, perfino i professionisti ci cascano. Non possiamo, inoltre, non citare Lercio, che, essenzialmente, è la controparte nostrana di The Onion. Lercio è, oramai da anni, un caposaldo del Web italiano, anche vincitore del Macchianera Awards 2015.

Con l’avvento di Internet, però, in tanti si sono fatti furbi ed hanno iniziato a giocare con l’integrità del giornalismo e con l’intelligenza della gente. E se il detto dichiara: “L’occasione fa l’uomo ladro”, qui in tanti stanno tentando di diventare Arsenè Lupin. Le notizie false si sono trasformate da innocente gioco a terribile nemico dell’informazione.

Ora penserete che sono un catastrofista: può essere vero, ma è un dato di fatto la concentrazione di informazioni fuorvianti presenti su Internet. Che poi, quanto possano essere veritiere le parole e le immagini che tutti i giorni, o senza vero interesse o con falsa indignazione, guardiamo, leggiamo e magari condividiamo su Facebook, a quanto pare, non è un dato che al navigatore medio di Internet interessi particolarmente.

Nell’immagine: headline del People’s Daily, il più importante giornale cinese, che condivide una notizia di The Onion come vera.

La questione ha destato particolarmente scalpore proprio durante le ultime elezioni statunitensi, che da poco hanno decretato la vittoria di Donald Trump. In molti hanno collegato la vittoria del candidato repubblicano alla marea di notizie false che circolavano su Facebook: di sicuro The Donald non ha vinto solo per queste notizie, ma di sicuro è stato aiutato da queste e dal clima errato che hanno creato. Anzi, lo si vede tutt’ora con Facebook Italia e il Referendum costituzionale e la questione migranti (almeno una volta al giorno, sulle nostre bacheche è presente la solita notizia dell’immigrato che ha stuprato la ragazzina di 15 anni, o l’annosa questione 35€).

Sebbene Google e Facebook si siano impegnate a combattere questa piaga che afflige entrambe le piattaforme, credo che difficilmente vedremo grandi cambiamenti e grandi crociate contro le notizie false perchè, semplicemente, non conviene ad entrambe le multinazionali. Altre grandi crociate su Internet, dove i colossi si sono mossi per risolvere la situazione, sono sempre partite da questioni economiche o di immagine. Possiamo citare ad esempio, lo spam.

Google ha combattuto da sempre lo spam nelle ricerche e nelle sue caselle di posta per pura convenienza: se sistemi automatizzati riescono ad indicizzare un qualsiasi sito e farlo arrivare ai primi posti nelle ricerche, per quale motivo qualsiasi attività dovrebbe investire in pubblicità sulla piattaforma Alphablet? Difatti, il problema è stato risolto da tempo (lo spam esiste ancora, ma è pesantemente filtrato da qualsiasi sistema di posta e motore di ricerca.

Il problema con le notizie false è che i grandi gruppi non ci perdono dalla condivisione delle stesse, anzi ci guadagnano. Questo è il vero motivo per il quale Facebook non bloccherà mai, seriamente, queste notizie perchè, effettivamente, perderebbe ricavi. Precisiamo, non sarebbe una grave perdita per Facebook, ma, se la questione è sentita solo da una piccola parte del suo pubblico, Facebook non bloccherà mai dei contenuti sponsorizzati (cosa che spesso sono). Ecco, se davvero le notizie false un giorno non ci dovessero essere più, sarà perchè noi per primi le avremmo scartate o segnalate. Come sempre, è necessario un cambio nel lettore: nessuna condivisione di notizie false equivale a nessun ricavo per i siti che le condividono (e per Facebook), e di qui la loro chiusura (si spera).  Siate voi, i lettori, i primi a cambiare: ogni qualvolta che vedete una notizia palesemente falsa che vuol passare come vera, segnalatela, bloccatela ma non condividetela per nessun motivo.

 

L’alba di Black Mirror ed il tramonto dell’uomo

L’alba di Black Mirror ed il tramonto dell’uomo

Importante premessa: in questo articolo disquisiremo di Black Mirror , principalmente della terza stagione, con alcuni rimandi ad alcuni episodi di quelle precedenti. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni e non descrizioni delle trame, questo articolo potrebbe contenere spoiler. 

Vi siete mai soffermati a riflettere riguardo l’esponenziale evoluzione tecnologica che ha mutato le esistenze di tutti gli esseri umani negli ultimi cinquantanni? Qual è l’obiettivo di questa tanto agognata evoluzione che sta trasformando i nostri giorni e le nostre interazioni? Porterà beneficio alle nostre vite oppure una grigia distopia si staglia all’orizzonte? Questa incertezza, derivata dalla repentina e senza precedenti spinta evolutiva, ha creato domande alle quali pare difficile rispondere in maniera netta.

Esorcizzare paure e paranoie è da sempre stato metodo valido per la rassicurazione dei nostri animi: i miti, le religioni e la letteratura. Oggi due dei grandi vettori di queste riflessioni sono film e serie TV. Un prodotto unico nel suo genere, che cerca una risposta ai timori dell’era informatica, è sicuramente Black Mirror.

La serie inglese è divenuta, fin da subito, cult tra gli appassionati di drama e tecnologia. Paradossali ed esagerati premesse tingono le trame degli episodi, e la frammentarietà delle linee narrative definisce questo prodotto più come una antologia di racconti che come una serie TV classica. Black Mirror raccoglie l’eredità di grandi classici come The Twilight Zone o Tales of the Unexpected. e con la terza stagione cerca di elevarsi anch’essa al livello di questi due classici.

La nuova stagione riaffronta temi toccati in passato, come i social media e la brutale verità dell’odio ad essi collegati, il narcisismo e l’egoismo che caratterizzano i nostri tempi. Ma apre nuovi orizzonti: il distacco dalla realtà, la guerra e la vita dopo la morte. Charles Brooker, ideatore della serie, aveva costruito le prime due stagioni su un impianto piuttosto negativista. Episodi come The National Anthem (Messaggio al Primo Ministro) o 15 Millions of Merits (15 Milioni di celebrità), nascondevano un messaggio fortemente angosciante. Una intera nazione alla mercé di un misterioso rapitore, più interessata all’ultimo spettacolo, nel quale il Primo Ministro sarà costretto ad un rapporto sessuale con una scrofa. La dignità del singolo sacrificata per la gioia comune.

La terza stagione riapre secondo questa impronta con Nosedive (Caduta Libera), nel quale l’ossessione per i social network, l’affermazione e la riprova sociale sono estremizzati in una società distopica (sebbene la distopia dovrebbe essere, secondo definizione, una società immaginaria, pare che la Cina non sia d’accordo) dove una tragica unione tra Facebook e Instagram è alla base della società. Ogni servizio, ogni bene, l’esistenza stessa è legata a questo ranking sociale. Lacie, la protagonista, è una donna tormentata dalla sua posizione sociale, alla ricerca del consenso, e quando l’occasione della vita per entrare nel cerchio magico delle celebrità bussa alla porta, farà di tutto per non farsela scappare. La dignità, in questo universo, è solo un’altra valuta, da scambiare per raggiungere il successo sociale. Un inizio di stagione che ricorda proprio quello di “The National Anthem”: come il Premier inglese, la dignità di Lacie è sacrificata per un fine disgraziatamente negativo. Una riflessione importante sui social network e sullo scabroso narcisismo legati ad essi.

Si passa, poi, a “Playtest” (Giochi pericolosi). Un azzardo, a mio avviso, narrativo. Il tema è presente e recentissimo, e strizza l’occhio alla “nascente” industria videoludica, in particolare al settore della realtà virtuale (Steam HTC Vive, Playstation VR, Oculus Rift), ma soprattutto quella aumentata (Microsoft Hololens). Cooper è un giovane giramondo, con problemi con la madre ed un passato burrascoso con il padre. Durante il suo giro del mondo, si imbatte nella SaitoGemu, il più grande produttore di prodotti videoludici del mondo. Cooper viene reclutato come tester di un nuovo visore di realtà aumentata, il quale viene impiantato direttamente nella sua colonna vertebrale, capace di creare immagini realistiche direttamente nella mente del ragazzo. La situazione sfugge velocemente di mano, con allucinazioni e terrori tra il reale e il virtuale. Quanto di quello che viviamo è realtà e quanto è virtuale? Se il virtuale è così realistico, come si può distinguere il vero dal falso?

La prima metà della serie si conclude con “Shut up and Dance” (Zitto e balla), un episodio delicato, con protagonista Internet, ricatti e i cosidetti “troll”. Personaggio principale di questa storia è Kenny, un teenager comune del Regno Unito. Un po’ introverso, gentile, gran lavoratore: un normalissimo cittadino. Eppure la sua vita cambia in poche ore, quando riceve il messaggio da un hacker, entrato nel suo computer. Questo mister X “filmerà” Kenny durante un atto di masturbazione. In preda al panico, Kenny segue le istruzioni di questo individuo, compiendo reati e raggiungendo il limite. I segreti del ragazzo sono, però, inconfessabili, talmente gravi da lasciare una domanda nello spettatore: chi è il vero “cattivo” in questa storia?

Ma sono le ultime tre puntate il vero punto di forza di questa serie. San Junipero è il titolo della quarta puntata, ed è forse uno dei momenti più toccanti della serie. La storia racconta di una cittadina, San Junipero, nella quale migliaia di persone trascorrono la vita senza alcuno stress.. Lo spettatore è lasciato all’oscuro di molti dettagli, per poi scoprirli lungo il percorso. L’amore tra Yorkie e Kelly scandisce tutto il divenire della storia, in bilico tra scelte esistenziali ed amori senza età (e pregiudizi). San Junipero è una realtà simulata dove tutti gli anziani, in procinto di morire, sono letteralmente copiati su un server. Un metodo per continuare a vivere in eterno nella serenità della festa.  Questo episodio si ispira dalle teorie della realtà simulata, o la teoria di Matrix, secondo la quale il nostro Universo sarebbe solamente una grande simulazione, e gioca con il tema del virtuale. La vera domanda che questo episodio pone riguarda proprio l’eutanasia e la vita dopo la morte: una vita virtuale ma eterna può essere una soluzione alla nostra felicità? L’amore tra due individui può battere la mortalità della nostra esistenza e trascendere all’eternità?

Per riportarci immediatamente alla cinica realtà, “Men Against Fire” (Gli uomini e il fuoco) tratta il tema della guerra e di quanto nera possa essere la mente umana se soggiogata. Il mondo si è risollevato dopo una non specificata guerra, che ha lasciato sul Pianeta una terribile mutazione. Risultato di questa mutazione sono i “Roaches” (scarafaggi), degli esseri umanoidi che distruggono ciò che incontrano ed attaccano gli umani sani. Stripe è un soldato di una nuova generazione, con un impianto Mass, che lo rende più reattivo, più informato e più forte. I militari di una non specificata forza mondiale pattugliano il globo per debellare la minaccia Roaches. Qualcosa cambia quando Stripe viene colpito da un aggeggio costruito dai Roaches che danneggia il suo impianto Mass. Una terribile realtà appare davanti agli occhi di Stripe, ora lucidi e non più annebbiati dall’impianto Mass. I Roaches non sono altro che normalissimi umani, segregati in quanto “impuri” rispetto ad una razza pura. I militari stanno massacrando tutti gli impuri nascondendo la verità e mascherando i volti dei Roaches. Un’altra visione distopica, dove screening e scremature razziali sono consentiti da una tecnologia che piega la realtà a proprio piacimento.

Episodio di chiusura è “Hated in the Nation” (Odio universale). L’odio gratuito e generalizzato dei Social Network è al centro di questo episodio: la morte di una famosa giornalista, Jo Powers, desta notevole clamore, dato che migliaia di minacce di morte erano piovute sulla giornalista attraverso l’utilizzo dell’ hastag #DeathToAnche la morte stessa è sin da subito un mistero, dato che la donna si sarebbe tagliata da gola dopo diversi minuti di agonia senza apparente motivo. Da delitto passionale, il movente cambia improvvisamente quando Tusk, un famoso rapper, subisce stessa sorte. Anche Tusk era stato colpito dalla furia dei social network, per una reazione sbagliata in una intervista. Arma del delitto è un ADI, minuscoli droni creati per sostituire le estinte api. Il macabro gioco sui Social Network non si ferma, ma il vero obiettivo del killer non saranno i personaggi colpiti a morte dal ‘gioco’ ma gli stessi utenti che lo hanno utilizzato e che hanno voluto la morte delle vittime. Ecco così la trasformazione da gioco a lezione di vita per l’umanità stessa: quella stessa tecnologia che li aveva protetti e resi invincibili ora è causa della loro morte.

Black Mirror racconta dunque di una tecnologia che tanto ha cambiato le vite di tutte queste storie. La nostra realtà diventa mezzo di catarsi e simbolo delle contraddizioni della nostra società. La tecnologia diventa quel nero specchio, nel quale paure, incoerenze, difficoltà e paradossi si rispecchiano negli schermi dei nostri smartphone e delle nostre televisioni, lasciandoci disgraziatamente soli assieme ai nostri difetti.

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