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La Tomba del tuffatore

La Tomba del tuffatore

Un giovane nudo viene ritratto sospeso per sempre nell’istante del tuffo. Un’immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte. L’ affresco sopra riportato è parte di una delle più celebri tombe della Magna Grecia: la tomba del tuffatore, riconducibile cronologicamente al 480/470 a.C. Si tratta dell’ unica testimonianza di pittura greca, non vascolare, a grandi dimensioni.

La piattaforma da cui si lancia il tuffatore allude forse alle pulai, colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo, assurte a simbolo del limite della conoscenza umana. Lo specchio d’acqua rappresenterebbe il mare aperto. Il tuffo rappresenterebbe il transito verso il mondo dell’ignoto, dell’ aldilà, un mondo diverso rispetto a quello della conoscenza terrena, cui il giovane greco vi accede attraverso le pratiche convenzionali del banchetto.

La pittura sopra riportata è parte del lato interno della lastra di copertura di una delle più celebri tombe rinvenute in Italia meridionale precisamente a Paestum: Un manufatto prodotto da greci che abitavano l’Italia meridionale in tempi antichi. Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale. Le lastre sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, come si nota, realizzate con la tecnica dell’affresco.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Le pareti della tomba sono arricchite con scene di simposio: dieci uomini adagiati sulle Klinai, letti triclinari, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe: i simposiasti, a coppie di due rispettivamente un giovane e un adulto, stanno bevendo, giocando e fanno musica, come si nota le mani sono impegnate a sorreggere delle coppe funzionali al consumo del vino oppure occupate nel suonare il diaulos e la lira.

Iniziatosi lo scavo, la quarta tomba posta in luce, in circostanze certamente fortunate, è la tomba del Tuffatore: si verificava così il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte.

Queste sono le parole di Mario Napoli, colui che scoprì la tomba il 3 giugno del 1968, a meno di due km a sud di Paestum. Il rinvenimento rappresenta un unicum nell’ambito della pittura greca e in quanto tale non ha consentito significativi progressi nello studio della pittura greca successiva andata perduta, si tratta dunque di un manufatto isolato, difficilmente collocabile nel contesto evolutivo dell’arte greca.

Fondamentale invece è il messaggio ontologico che la tomba trasmette attraverso il linguaggio visivo. Proprio qualche tempo prima rispetto alla datazione della tomba, nelle città greche dell’Italia meridionale, filosofi come Pitagora stavano affrontando questioni metafisiche legate alla vita dopo la morte. Si stavano diffondendo credenze, ispirate dall’orfismo, condiviso solo da chi era iniziato ai misteri di questa tradizione. Dunque è ipotizzabile che il defunto sepolto all’interno della tomba fosse un “Iniziato”.

 L’ Orfismo

I misteri orfici prendono il nome da Orfeo, poeta realmente esistito che nel mito è rappresentato come un musicista capace di incantare gli animali e soggiogare la natura col suo canto. Cultore del potere della parola e inventore della retorica, secondo ciò che sostiene Platone, Orfeo fu figlio di Apollo e della musa Calliope e nacque in Tracia. La Tracia rappresentava un’origine misteriosa che collegava Orfeo allo sciamanesimo. Lo storico Erodoto testimonia l’opera degli sciamani traci che avevano poteri magici e mettevano in rapporto il mondo dei vivi con quello dei morti e che con la musica producevano negli ascoltatori uno stato di trance. Secondo la filosofia Orfica, l’anima è una realtà semi-divina e immortale che a causa di un originario peccato d’orgoglio viene sepolta in un corpo. La morte perciò è vista come una via di liberazione dai limiti della corporeità. Ma l’anima legata al corpo non è pura e dopo la morte deve scontare una pena. L’anima allora trasmigra in un nuovo corpo, umano, animale o vegetale in base alla gravità delle colpe accumulate nella vita precedente. Da qui deriva la necessità di condurre una vita di purificazione per ricongiungersi alla dimensione divina attraverso la conoscenza e l’estasi mistica: orgia dionisiaca, vino e carne. Le fonti principali relative all’orfismo sono le lamine d’oro datate tra il IV e il II secolo a.C, rinvenute in vari sepolcri della Magna Grecia a Creta e in Tessaglia.

Lamine orfiche

Lamine orfiche

Queste recano istruzioni destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima che è stata debitamente iniziata a una dottrina misterica.

Locri: città della prostituzione sacra

Locri: città della prostituzione sacra

E’ parte della città metropolitana di Reggio Calabria, un comune italiano di soli 12 488 abitanti. Si tratta di Locri, la cui storia è strettamente legata alle vicende di altri due centri sorti nella zona circostante, Locri Epizefiri città della Magna Grecia e Gerace città medievale costruita nel IX sec.

La Colonizzazione Greca

Tutto cominciò tra il IX sec. a.C., periodo di sola frequentazione, e VIII sec. a.C., periodo di vera e propria colonizzazione. Nel corso di quest’ultimo secolo gruppi organizzati di cittadini provenienti dalla Grecia continentale e dalla Ionia, giunsero in Italia meridionale e in Sicilia. Lo scopo di queste genti era quello di fondare nuove città, le Apoikiai (dal verbo Apoikeo che significa abitare Lontano) e le cause potevano essere di diversa natura: c’era chi per esempio doveva fuggire dalla propria città perchè caduto in inghippi politici e chi invece non godeva degli stessi diritti civili, quindi, insoddisfatto, decideva di crearsi una nuova vita, lontano. In ogni caso queste genti, guidate da un ecista, ossia una sorta di guida per i coloni arrivati nel nuovo territorio, fondarono delle colonie nel Sud Italia (una delle più conosciute è sicuramente quella di Cuma), ed entrarono subito in contatto con le popolazioni indigene dell’Italia meridionale. Furono portatori di tecniche artigianali e artistiche, delle prime forme urbanistiche e del metodo di comunicazione per eccellenza: la scrittura.

La Città sacra

Una delle meglio conservate e ricchissima di santuari è proprio Locri.

Locri venne fondata negli ultimi anni dell’VIII sec. a.C. e i coloni probabilmente erano Locresi provenienti dal golfo di Crisa. Nel VI sec. a.C. divenne tra le più ricche e floride città della Magna Grecia. Ciò è attestato archeologicamente dai ricchi santuari che immediatamente dentro o fuori dalla cinta muraria delimitavano il territorio locrese.

Tutti questi santuari sono accomunati dalla stessa peculiarità, ovvero quella di essere luoghi relativi a culti femminili. Locri a questo proposito rappresenta un caso eccezionale perché questi culti racchiudevano tutti gli aspetti del ciclo di vita della donna: il passaggio dalla nubiltà al matrimonio, culti relativi a donne già sposate e addirittura riti sacrificali.

Pianta del territorio locrese

Pianta del territorio locrese

Sulla collina della Mannella, nella zona più alta, si trovava il Tempio di Atena scoperto e indagato dall’archeologo Paolo Orsi nel 1889. Sull’altro versante, immediatamente fuori le mura, vi era il Santuario dedicato a Persefone, relativo ai culti di tipo pre-matrimoniale. A tal proposito furono qui rinvenuti diversi materiali votivi tra cui i Pinakes (che rimandano ad un periodo di frequentazione tra il VII e il III a.C.), doni offerti alla dea realizzati in argilla policroma. Qui erano ritratte a rilievo diverse scene riguardanti appunto le vicende di questa divinità. Ecco alcuni esempi:

Pinakes con Rapimento di kore

Pinakes con Rapimento di Kore

Qui Ade rapisce Kore (noi la conosciamo come Persefone) trasportandola su una quadriga per portala negli inferi. Si noti Persefone che distende il braccio in segno di aiuto.  La scena del ratto racchiude un forte significato simbolico che sta a rappresentare la conquista della donna da parte dell’uomo.

Pinakes con Persefone regina

Pinakes con Persefone regina

In questo caso la dea è divenuta regina degli inferi. E’ affiancata dal suo re, Ade. Dinnanzi a loro vi è un personaggio che regge un tralcio con grappoli :si tratta di Dioniso, rappresentato barbato alla maniera arcaica e non ancora come giovane uomo.

Relativo invece al culto di donne sposate e dedicato a Demetra, madre di Persefone, è il Thesmophorion.

Ricostruzione del thesmophorion

Ricostruzione del thesmophorion

Situato a sud della città, a ridosso delle mura e vicino l’Acropoli. In questa zona si ergeva un altro importante santuario dedicato ad Afrodite, detto anche Santuario di Marasà, costituito dal suo meraviglioso tempio.

Santuario urbano di Afrodite

Santuario urbano di Afrodite

In ultima analisi è opportuno ricordare il santuario di Centocamere. Un santuario che stranamente non presenta nessun tempio perché doveva essere costituito da unico un portico a forma di U, formato da ambienti adiacenti con ingresso decentrato.

Pianta di Centocamere

Pianta di Centocamere

Tutti gli ambienti dovevano ospitare delle Klinai, ossia delle banchine addossate alle pareti. Ciò denota il fatto che dovevano essere ambienti nei quali si consumavano cibi per i riti. Il cortile interno contiene fosse votive attestando una frequentazione che va dal VIII e il V a.C. in cui furono rinvenute offerte e statuette rappresentanti simposiasti  e/o Afrodite e resti di cibo. Da ciò si deduce che il santuario era dedicato ad Afrodite. Ma a differenza del tempio di Marasà, dove il culto era relativo a donne sposate, questo era dedicato ad un’Afrodite di tipo Orientale e il culto attestato è di tipo erotico. Infatti a Locri è attesta la pratica della prostituzione sacra (utilizzata in Oriente per gli introiti destinati solo al santuario), di origine greca e trasmessa in Magna Grecia (secondo la vicenda narrata nel ciclo Omerico, Aiace proveniente da Locri violenta Cassandra nel tempio macchiando di questo sacrilegio l’intero esercito greco. Locri doveva purificarsi da questa macchia costringendo una serie di donne a prostituirsi).

Imbarcazioni, rotte e commerci del passato

Imbarcazioni, rotte e commerci del passato

La storia delle imbarcazioni è strettamente collegata alla necessità di avere un mezzo di trasporto da usare sull’acqua. Fin dalla più remota antichità la nave ha rivestito un ruolo di primo piano per nuove esplorazioni, per gli scambi commerciali, e per le battaglie che avvenivano via mare, dove le imbarcazioni rivestivano un ruolo ovviamente principale e talvolta a queste venivano effettuate modifiche strategiche, funzionali allo svolgimento della battaglia. Ma facciamo qualche passo indietro, riconducibile proprio all’origine di questo mezzo di trasporto.

La prima imbarcazione della storia

In principio, l’uomo per spostarsi da una riva all’altra del fiume si mise semplicemente a cavalcioni su di un tronco creando così la prima zattera. In seguito, scavando integralmente quel tronco, ovvero legando e cucendo insieme scorze d’alberi si diede origine all’ingegnosa Pigora. Di conseguenza venne ideato il primo remo, grazie all’utilizzo di un ramo per sospingere la Pigora e infine venne aggiunto un telo di tessuto molto robusto che noi tutti conosciamo come vela. Si tratta chiaramente di un’imbarcazione di tipo primitivo, originaria delle Antille e poi diffusasi in vari centri indigeni.

Ricostruzione di una Pigora

Ricostruzione di una Pigora

Gli sviluppi: i fenici, i greci e i romani

Sviluppi concreti nella storia delle imbarcazioni risalgono all’epoca di un popolo di marinai, esploratori e commercianti, noti come i Fenici. A costoro si deve la creazione di un’imbarcazione detta Pentecontera. Con funzione sia commerciale e sia bellica. Una nave a propulsione mista, essendo sospinta sia dalla vela e sia dalla voga. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato, sui due fianchi della nave. La pentecontera era utilizzata anche dagli antichi Greci e non a caso una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia di questo popolo ci riporta una testimonianza: La vicenda degli Argonauti.

Da te sia l’inizio,Febo, a che io ricordi le gesta
degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto
e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,
guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche

Cinquanta eroi, a bordo della nave Argo, giunsero nelle terre ostili della Colchide alla conquista del Vello d’oro.

In seguito il termine Pentecontera andò a designare un’intera classe di navi, anche più potenti. A un ordine dette monere, a due oridini le diere, giungendo anche a tre ordini le triere. Queste ultime erano lunghe circa cinquanta metri e arrivavano a contenere circa trecento uomini. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. L’iniziale destinazione bellica non impedì tuttavia alla pentecontera di essere largamente utilizzata dai Focei della Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali. Ci informa infatti lo storico Erodoto che, proprio utilizzando le Pentecontere, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali e spingendosi molto lontano, addirittura fin sull’Oceano Atlantico presso Tartesso. Furono poi protagoniste di una stagione coloniale che vide sorgere numerose colonie come Alalia ed Elea.

Kylix a figure nere con Pentecontera

Kylix a figure nere con Pentecontera

I romani d’altro canto, conquistatori e naviganti per eccellenza, non poterono non apportare degli sviluppi nella costruzione delle imbarcazioni. Le navi romane erano essenzialmente di due tipi: le Naves Onerariae grosse navi da carico utilizzate per i traffici e in caso di guerra per i trasporti di uomini e materiali e le Naves Longae,  le più lunghe navi da battaglia. In epoca imperiale, le navi commerciali raggiunsero il loro apogeo. Le numerose raffigurazioni e i relitti messi in luce grazie agli scavi sottomarini ci hanno rivelato una straordinaria diversificazione tipologica: dalle imbarcazioni adibite al piccolo e medio cabotaggio alle grandi navi da carico. Un esempio di tale varietà può essere ammirato nell’eccezionale collezione di imbarcazioni conservate nel Museo delle navi romane di Fiumicino e ad Aquileia, nel Museo Archeologico Nazionale, dove è ospitato il relitto di Monfalcone.

 Relitto del Monfalcone

Relitto di Monfalcone

Nel 1972, durante lo scavo di un grande complesso monumentale, forse una villa rustica con annesso impianto termale,presso Monfalcone (Trieste), venne alla luce il relitto di questa imbarcazione antica.

Pianta del grande complesso monumentale

Pianta del grande complesso monumentale

Il relitto fu recuperato nel 1973 e l’anno successivo, venne costruita una centina lignea ed un telaio metallico per poter sollevare e trasportare l’imbarcazione. Successivamente, lo scafo fu collocato in una vasca dove rimase immerso in acqua dolce per sette anni.

Attualmente i visitatori possono ammirare il fondo dell’ imbarcazione, in mancanza di sicuri indizi strutturali, non è stato possibile stabilire quale delle due estremità fosse la poppa e quale la prua.

Fondo dell’ imbarcazione

Fondo dell’ imbarcazione

Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

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Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Moda e cosmesi nella Roma antica

Moda e cosmesi nella Roma antica

In copertina: Affresco della Casa dei Vettii  – Pompei – Ciclo di lavorazione degli olii profumati

L’arte che mira a conservare la bellezza e la freschezza del corpo femminile e maschile è definita cosmesi. Si tratta di una tecnica antica, infatti trae le sue origini in Oriente e in Egitto si diffonde ben presto in Grecia diventando una pratica indispensabile per uomini e soprattutto donne anche nel mondo Romano.

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

 

I Romani una volta conosciuto tale mondo, nonostante le opinioni dei più conservatori, che resistevano al fascino della cosmetica, ne divennero dei consumatori sfrenati. A tal proposito è opportuno citare uno degli autori più “licenziosi” e brillanti della letteratura latina: Ovidio, conosciuto provocatore della regola severa dell’imperatore Augusto, oltre ad altre celebri opere scrive i “Medicamina Faciei femineae”, un trattato sui cosmetici. I primi versi corrispondono a una sorta di introduzione generale al problema della cosmesi, nei successivi l’autore elenca una serie di ricette e di prodotti per la bellezza del corpo. In quest’opera si conferma il contrasto con le regole ufficiali dell’epoca. Secondo le quali il ricorso alla “maschera” per valorizzare le peculiarità fisiche è considerata per lungo tempo dal mondo latino una sorta di contaminazione prodotta dalla mentalità orientale. Ovidio in un ennesimo atteggiamento trasgressivo e con una mirabile modernità di pensiero considera i cosmetici uno strumento essenziale attraverso il quale le donne rispondono ad un obbligo verso se stesse prima che nei confronti degli altri. Il cosmetico in tale prospettiva ha una funzione decisiva: la bellezza d’espressione del volto non ha valore in una dinamica ostentativa e quindi di esibizione narcisistica delle proprie qualità, risulta invece, un’ esigenza profonda del singolo.

Ritratto di Ovidio

Ritratto di Ovidio

Anche se vivono confinate in campagna si pettinano i capelli

Anche se la loro nascosta dimora fosse sull’impervio Atos, l’alto monte accoglierebbe donne curate

Piacere a se stessi ha sempre un certo fascino, alle giovani donne sta a cuore ed è gradita la propria bellezza.

Le donne del monte Atos pur isolate in un ambiente non facile sarebbero truccate e adornate, dice Ovidio. La connessione tra qualità esterne e morali è molto stretta, a tal punto che le prime quando sfioriscono per ragioni anagrafiche devono essere valorizzate dalla virtù.

In cima alle vostre preoccupazioni ci sia o fanciulle un buon comportamento, l’aspetto fisico trova consensi se l’indole è accattivante, l’età cancellerà la bellezza e il volto pur piacevole sarà solcato da rughe, verrà i tempo in cui vi increscerà di guardarvi allo specchio, e il disagio aggiungerà un altro motivo per corrugare il volto. La qualità dell’animo è sufficiente e dura per lungo tempo, e proprio nella sua durata l’amore ha una ragione per esistere.

L’idea Ovidiana sta a metà strada tra l’accettazione dello scorrere inesorabile del tempo e l’intento consolatorio suggerito dalla consapevolezza di un inarrestabile processo di invecchiamento.

Ma passando al lato pratico della questione è importante dire che in antico gli ambienti dedicati alla toeletta erano arricchiti da vari oggetti d’arredo, e i trucchi utilizzati erano prevalentemente di origine naturale.

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Questo rilievo decorava il fianco di un pilastro funerario e rappresenta soggetti tratti prevalentemente dalla vita quotidiana. Al centro, la matrona siede su una poltrona di vimini, mentre le ancelle sono intente a pettinarla.

Gli oggetti relativi alla pratica sono una poltrona di fibre vegetali come nel rilievo, un tavolino con  zampe da leone su cui poggiavano altri utensili utili: specchi di rame e di argento levigato, pettini, spilloni per capelli, cassettine e vasetti per il trucco e profumi.

Per la cura dei capelli oltre ai pettini e agli spilloni a quell’epoca esistevano per fare i ricci, dei ferri riscaldati chiamati Calamistra.

Le pettinature più in voga erano il tutulus di origine etrusca, in cui i capelli erano raccolti con un nastro in modo da formare una sorta di cono sulla sommità del capo, e un’acconciatura detta “all’Ottavia”, inaugurata da Ottavia sorella dell’imperatore Augusto. Imitata da tutte le donne del palazzo: sulla fronte si lasciava solo un ricciolo, mentre gli altri capelli si raccoglievano in trecce sulla nuca.

Ritratto di Giulia, figlia dell'imperatore Tito con acconciatura all'Ottavia

Ritratto di Giulia, figlia dell’imperatore Tito con acconciatura all’Ottavia

 

Per la cura del viso invece si usava il nero fumo di semi di datteri arrostiti per il contorno degli occhi ed esistevano già da allora dei falsi nei. Un impasto particolare a base di hennè serviva per colorare le unghie. Anche il resto del corpo spesso veniva colorato: le labbra, le mani, le piante dei piedi, e in certi casi anche le punte dei seni con polvere d’oro.

Le donne amavano anche tingersi i capelli. Per divenire bionde si impiegava il sapo, un misto di cenere e di grasso animale o vegetale, altrimenti si ricorreva a parrucche fatte con capelli dei popoli nordici o con i capelli delle proprie schiave per risparmiare sui costi .Per la depilazione invece si usava una crema a base di pece greca, oppure le classiche pinzette.

E gli uomini?

Nonostante la pratica della depilazione fosse considerata effemminata, molti uomini si facevano depilare. Tra cui anche personaggi importanti della storia come Cesare e Augusto, che si depilavano le gambe con gusci di noci incandescenti, convinti che così i peli sarebbero ricresciuti più morbidi. La depilazione maschile era tanto derisa quanto diffusa. Alle terme per esempio era sempre presente uno schiavo addetto esclusivamente alla depilazione degli uomini.

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