Seleziona una pagina
Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

“Non si può non comunicare” (Watzlawick)

Il soggetto umano è un essere comunicante, così come è un essere pensante (beh, magari non proprio tutti tutti lo sono), emotivo e sociale. La comunicazione non va, quindi, considerata, semplicemente come un mezzo ed uno strumento, ma come una dimensione psicologica costitutiva del soggetto.
Non scegliamo se essere comunicanti o meno, ma possiamo scegliere se e in che modo comunicare.

La comunicazione è…

  • un’attività eminentemente sociale! Per definizione, infatti, il gruppo rappresenta la condizione necessaria affinché ci sia comunicazione. Socialità e comunicazione, nonostante siano due dimensioni ben distinte fra loro, sono intrinsecamente interdipendenti, e questo lo vediamo oggi non solo nei dialoghi al bar con gli amici, in cui la dimensione sociale è molto chiara e delineata, ma anche nell’utilizzo dei Social Network, in cui è meno manifesta, ma comunque presente. I social stessi, infatti, racchiudono al loro interno entrambe le dimensioni comunicativa e sociale, dando a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di esprimersi e comunicare.
  • partecipazione. Comunicare prevede, infatti, che ci sia una condivisione dei significati, oltre che un accordo sulle regole intrinseche ad ogni scambio comunicativo. Basandosi sulla condivisione e negoziazione fra i soggetti comunicanti, ha una matrice culturale e una natura convenzionale.
  • un’attività cognitiva. Ebbene sì: la comunicazione è strettamente legata al pensiero ed ai processi mentali superiori. Anche se, in alcuni casi, ci sembra il contrario (!). Per comunicare è necessario che le persone siano in grado di rendere esplicito il proprio pensiero e la propria intenzione.
  • strettamente connessa con l’azione. E’ forse arrivato il momento di prenderne consapevolezza: comunicare è sempre fare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Nessun atto comunicativo è mai neutro o indifferente.

E la dis-comunicazione?

E’ un truismo affermare che la comunicazione può avere successo anche senza essere esplicita, aperta ed evidente: siamo in grado di comunicare in modo soddisfacente senza essere consapevoli della trasmissione perfetta dell’informazione e senza essere in grado di realizzare le intenzioni comunicative di partenza. E’ questa, dunque, discomunicazione?

Parliamo di discomunicazione in tutti quei casi in cui gli aspetti impliciti e indiretti nel comunicare prevalgono su quelli espliciti e diretti: ergo, emerge uno scarto importante tra il detto e il non detto. In sostanza è un dire per non dire. Non solo. Oltre a rappresentare una violazione delle regole di comunicazione e una cattiva interpretazione dell’informazione (vi dice qualcosa?) nella discomunicazione rientrano quella ironica, quella menzognera e quella seduttiva, il linguaggio figurato e la parodia.

Sembra quasi che oggi siamo in grado più di discomunicare, che di comunicare!!!

La comunicazione ironica è una comunicazione obliqua: da un lato, mostra ciò che nasconde, dall’altro, nasconde ciò che dice. Grazie al commento ironico si può rimanere “opachi” sul piano relazionale, pur non rimanendo in silenzio. Geniale, no? L’ironia rappresenta l’emblema della dialogicità discorsiva: la parola non ha un solo significato, ma molti, a seconda dell’interpretazione. Ed è proprio sull’interpretazione che fa leva l’ironista.

 La comunicazione seduttiva va ad incidere sulla vicinanza e distanza fisica e psicologica fra gli individui. Alla base del processo di regolazione di tale distanza, che non è mai definitiva, nè stabile, vi troviamo il cosiddetto “dilemma del porcospino“, per dirla alla Schopenauer. Capite bene quanto sia delicata! L’obiettivo del seduttore è, infatti, emergere dall’anonimato e cambiare status: dall’essere qualunque all’essere qualcuno. A questo scopo, quindi, sono aumentati gli aspetti estetici della comunicazione e sono ridotti i contenuti referenziali, per esaltare le qualità e i punti di forza in suo possesso. Il principio essenziale del seduttore? Dire abbastanza, ma non troppo!

La comunicazione menzognera rappresenta una forma rilevante di discomunicazione ed è stata oggetto di moltissimi studi negli ultimi 30 anni. Essa, però, costituisce un fenomeno comunicativo complesso da definire. Fondamentalmente, le proprietà che la caratterizzano sono falsità del contenuto, consapevolezza di tale falsità, intenzione di ingannare il destinatario. Quindi, la menzogna altro non è che un atto comunicativo consapevole e deliberato di ingannare un altro che non è consapevole e non desidera essere ingannato.

Date le nuove modalità, piattaforme e canali di comunicazione, chissà che non si sviluppino (o si stiano già sviluppando) altrettante nuove tipologie di discomunicazione. Intanto cerchiamo di “difenderci” da queste, provando a smascherarle e a non farci ingannare. Visti i tempi, io mi munisco di poligrafo!

Buona comunicazione a tutti!

Violenza sulle donne: “Io ti voglio lasciare e lasciami viva”.

Violenza sulle donne: “Io ti voglio lasciare e lasciami viva”.

Mi chiamo Giulia. Ho 16 anni.

Chiudo la porta a chiave e guardo l’armadio. Cerco di scegliere qualcosa di veramente carino. Stamattina ci sarà pure lui. No, questo m’ingrassa. Gesù, ti prego, ti prometto che sarò bravissima a scuola e butterò la spazzatura tutte le sere senza lamentarmi, ma ti prego, puoi fare in modo che per una volta guardi me? Che si accorga che esisto? Metto la gonna. Questa, che mi fa carina. Se oggi non mi guarda, mi arrendo. (altro…)

Psych-ombre #2. Il caso di Little Albert: come nasce una fobia?

Psych-ombre #2. Il caso di Little Albert: come nasce una fobia?

In copertina: foto inedita di Giuseppe Cozzolino.

Elementare, ce lo spiega Watson!

Datemi una dozzina di bambini normali, ben fatti, e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di specialista, che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista, commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni. [1]

C’era una volta un bambino di nome Albert. O forse devo tornare indietro di qualche anno ancora…
Ci riprovo.
In principio vi era lui, padre del Comportamentismo: John Broadus Watson.
Per Watson il comportamento dei singoli individui non era altro che una sorta di adattamento dell’individuo all’ambiente, ovvero tutto ciò che di una persona era possibile osservare. Nella sua teoria comportamentista, Watson fa riferimento a tre principi in particolare, uno dei quali è chiamato “Condizionamento“.

Il condizionamento altro non è che un processo per cui si produce un’associazione tra uno stimolo neutro ed uno stimolo condizionato, tanto da poter ottenere nell’individuo – o animale – una risposta condizionata (dallo stimolo). Non è chiaro? Provo a farti un esempio. Immaginiamo di avere un cane e di suonare una campanella prima di dargli del cibo. Ripetendo questa azione più e più volte ad un certo punto ci accorgeremmo che il cane, al solo suono della campanella, inizia a salivare, prima di ricevere il cibo. Bene, abbiamo condizionato uno stimolo neutro (il suono della campanella), producendo nel cane una risposta o reazione condizionata (la salivazione al solo suono della campanella) [cfr Ivan Pavlov].

Cosa c’è di oscuro in tutto ciò?

Il nostro carissimo Watson riteneva che i bambini avessero un numero limitato di pattern di risposte emotive, associati a tre emozioni: paura, rabbia e amore. Per questo motivo considerava fondamentale lo studio dell’apprendimento delle emozioni negli infanti. Egli era fermamente convinto che si potessero introdurre, attraverso il condizionamento, nuovi stimoli nel bambino, così da ottenere risposte rispetto all’emozione suscitata. Un bel giorno decide di mettere in atto un esperimento dall’eticità ampiamente discutibile.

Il Piccolo Albert

Se sia stato un caso oppure no non lo sapremo mai, ma rimane il fatto che l’emozione su cui Watson e la sua collaboratrice Rosalie Rayner (che poi diventerà sua moglie) decisero di concentrarsi fu la paura. E qui ritorniamo al nostro incipit: “C’era una volta un bambino di nome Albert…”. Tale Albert viene descritto come “un bambino sano e forte”, su cui l’esperimento sicuramente avrebbe provocato pochi danni [2]; inoltre, essendo il figlio di una balia dell’Harriet Lane Home for Invalid Children, cresce in ospedale ed è facilmente a disposizione dei ricercatori.

Come si evince dall’articolo pubblicato da Watson e la sua collaboratrice, a 8 mesi e 26 giorni sottopongono ad Albert il suo primo test: mentre un ricercatore distrae Albert, l’altro colpisce, con un martello, una sbarra di ferro. Il bambino sembra solo spaventarsi. Poi lo fanno ancora e ancora finché, dopo la terza volta, Albert scoppia in lacrime. Ecco il nostro stimolo condizionato. Un rumore violento che provoca paura nel bambino.

Qualche giorno dopo ad Albert vengono mostrati degli animali e degli oggetti: è il momento di scegliere lo stimolo neutro. In nessuna interazione con ciascuno di essi il bambino mostra paura. Perfetto!!! Scelgono, quindi, un topolino bianco.

“Armiamoci e partiamo”

Il bambino ha 11 mesi e 3 giorni: si inizia con la sperimentazione. Watson e Rayner pubblicano i loro appunti presi in laboratorio:

  1. Il topo bianco è stato improvvisamente preso dal cesto e presentato ad Albert. Lui ha cercato di prenderlo con la mano sinistra. Appena la mano ha toccato l’animale, abbiamo colpito la barra che si trovava proprio dietro di lui. Il bambino è saltato violentemente ed è caduto in avanti, seppellendo la faccia nel materasso. Però non ha pianto.
  2. Appena la mano destra ha toccato il topo, la barra è stata colpita nuovamente. Di nuovo il bambino è saltato violentemente, è caduto in avanti ed ha iniziato a piagnucolare.

In seguito a ciò gli sperimentatori hanno stoppato i tests per 7 giorni, per evitare di traumatizzare troppo il bambino.

Albert ha ora 11 mesi e 10 giorni. Ritorniamo sugli appunti di laboratorio:

  1. Improvvisamente viene presentato [al bambino] il topo senza suono. Era presente una fissazione costante, ma nessuna tendenza a raggiungerlo. Il topo è stato avvicinato e iniziano i tentativi di raggiungerlo con la mano destra. Quando il topo ha annusato la mano sinistra del bambino, la mano è stata subito ritirata. Egli ha cercato di raggiungere la testa dell’animale con l’indice sinistro, ma la mano è stata ritratta prima del contatto. Si vede, così, che le due stimolazioni presentate simultaneamente la settimana precedente hanno avuto effetto. Immediatamente dopo è stato testato [il suo comportamento] con i suoi blocchi, per vedere se erano stati soggetti al condizionamento. Ha iniziato subito a raccoglierli e giocare con essi. Nel resto delle prove i blocchi gli sono stati dati spesso per calmarlo e per testare il suo stato emotivo generale. Venivano sempre allontanati dalla vista quando c’era il processo di condizionamento in atto.

Successivamente e per 3 volte, il rumore e il topo vengono presentati congiuntamente. Poi, viene mostrato solo il topo, senza il rumore: Albert però piange e si gira dall’altro lato. A ciò seguono altre due somministrazioni congiunte, seguite, ancora, da un’ultima presentazione del topo senza rumore. Questa volta Albert si gira dal lato opposto, cade, si solleva e gattonando fugge via molto velocemente. Lo stimolo è stato condizionato. Povero Albert!

Nelle prove successive i ricercatori scoprono che la paura per il topo è stata generalizzata non solo ad altri animali, ma a tutto ciò che, al tatto, presenta caratteristiche simili: un coniglio, la pelliccia, la bambagia, una maschera di Babbo Natale, i capelli di Watson… Tutte queste cose creano paura nel bambino, come potete vedere in questo filmato.

Effettuando delle rilevazioni a distanza di circa tre mesi, i ricercatori si rendono conto che il piccolo Albert continua ad attivarsi negativamente nel momento in cui gli vengono presentati tali stimoli. Giungono alla conclusione che le conseguenze delle esperienze vissute dal bambino potrebbero risultare stabili e modificare la sua personalità. Hanno creato una fobia.

Ne è valsa la pena?

Sicuramente non possiamo giustificare né tantomeno accettare le modalità con cui è stato condotto l’esperimento, considerando fondamentale il rispetto della sanità della persona che, in questo caso, è venuto meno, però non possiamo, allo stesso tempo, negare l’importanza di questi studi nella conoscenza del funzionamento umano. Grazie a Watson e alla Rayner siamo riusciti a capire come è possibile condizionare una risposta in un bambino, come è possibile influenzare il suo apprendimento emotivo. Con tale consapevolezza, oggi, siamo in grado di modellare il nostro comportamento per evitare situazioni spiacevoli, quale può essere, ad esempio, l’induzione di una fobia in un bambino.

Al piccolo Albert non è mai più stato desensibilizzato lo stimolo ed è verosimile che sia cresciuto con la paura del pelo animale e non, ma oggi, per fortuna, siamo in grado di fare anche questo: desensibilizzare uno stimolo che crea paura o comunque uno stato di disagio e donare un sorriso in più ad una persona, qualunque sia la sua età. Grazie a Watson, a Rayner e al loro Little Albert.


[1] John Watson, Il comportamentismo (Behaviorism, 1924), traduzione di Adriano Corao e Mario Di Pietro, Firenze, 1985.
[2] John Watson and Rosalie Rayner (1920). Conditioned emotional reactions, Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1-14., disponibile qui.

 

 

Cancro al seno: e ora?

Cancro al seno: e ora?

Ottobre, Mese Rosafiocco-rosa per la prevenzione del cancro al seno

Complessivamente in Italia ogni giorno 1000 persone ricevono una nuova diagnosi di tumore maligno.

E tanto basterebbe.

Invece bisogna dire che, se facciamo una distinzione per genere e per area di neoplasia

  • negli uomini – escludendo i tumori della pelle – prevale il tumore della prostata, immediatamente seguito dal tumore del polmone
  • nelle donne il 30% dei tumori diagnosticati si localizza a livello mammario.

Il carcinoma mammario è il tumore più diagnosticato in tutta la popolazione italiana (14%). Boom.

Ma attenzione, non è la più frequente causa di morte. Tralasciando il fatto che in Italia si muore maggiormente per problematiche cardio-circolatorie, il tumore che provoca più decessi è quello del polmone, mentre Il carcinoma mammario è “solo” al terzo posto, rappresentando il 7% del totale. [1]

Cosa vogliono dire queste percentuali?

Per quanto possono sembrarci brutti, questi numeri ci dicono che, se diagnosticato tempestivamente, di tumore al seno si guarisce. Per questo è fondamentale che sia fatta prevenzione, è fondamentale che si seguano i controlli.

La donna, il seno e la sua malattia

Il seno non è una parte qualsiasi del corpo, ma incarna una delle più belle espressioni della femminilità. Al seno si lega l’idea della vita, del caloredell’abbraccio materno e quando il tumore sceglie questo bersaglio, la donna si sente doppiamente minacciata nel suo benessere psichico e fisico, ma anche nella sua femminilità. E alla paura della malattia si associa anche quella di perdere la bellezza e l’integrità delle proprie forme.
La terapia del cancro alla mammella è prevalentemente chirurgica ed oggi, rispetto al passato, è anche prevalentemente conservativa (si preferisce, quindi asportare solo la parte del seno interessata). Nonostante ciò, la menomazione creata da una mastectomia provoca, nella maggior parte delle pazienti, una situazione psicologica di forte stress emozionale.
La chirurgia del seno altera l’immagine fisica e psichica del corpo, andando ad incidere su aspetti che hanno una profonda valenza narcisistica.[2]

Il rifiuto del corpo modificato dalla chirurgia spesso si manifesta nell’incapacità di guardarsi e di toccarsi nella zona operata. Questo rifiuto deriva dall’impossibilità di ricostruire una buona immagine della propria identità corporea perché mutilata, incompleta e deformata. La vergogna, il sentimento di inadeguatezza, l’immagine distorta della propria femminilità, derivanti dall’alterazione del seno, sono sentite come ostacoli reali alla ripresa di una vita normale.[2]
Succede, così, che si iniziano a provare un senso di vuoto e il terrore di non avere più futuro, non solo come madri, ma anche come donne. Una cattiva immagine di sè, però, non dipende necessariamente da giudizi negativi espressi da altri.[3]

Il cancro spesso si configura come malattia della famiglia: in quanto “organismo” dotato di una propria omeostasi la famiglia fa sì che il cancro si imposti differentemente rispetto alla “semplice” malattia fisica del singolo paziente.
La malattia produce dei cambiamenti negli equilibri del sistema familiare, che è chiamato a mettere in atto dei nuovi modi di rapportarsi. La reazione all’evento da parte della famiglia avviene parallelamente al decorso della malattia nella persona stessa.

“Ho visto il mio corpo trasformarsi,
consapevole che il simbolo
della mia femminilità
era stato strappato dal mio petto
e ho pianto
perché la donna perfetta
non era più così perfetta.”
Ludovica

Una figura importante: lo psiconcologo

L’attenzione all’intero sistema personale e familiare, da parte dello psiconcologo, dovrebbe prendere l’avvio già al momento della diagnosi, perché è soprattutto in questa fase che la malattia inizia ad essere idealizzata anche attraverso le metafore collettive che identificano il cancro come parassita che cresce e viene alimentato dal corpo del malato, e che inevitabilmente lo porterà ad una morte svilente della sua dignità di essere umano. Ma sappiamo bene che questo non corrisponde alla realtà. Solo riempiendo il silenzio che si crea subito dopo la diagnosi di cancro, l’individuo può elaborare il trauma.

Spesso i pazienti si sentono intrappolati in una vita che non sentono più come propria.

L’intervento psicoterapeutico è, dunque, necessario in quanto la consapevolezza di essere affetti da una grave patologia può generare nei pazienti diverse reazioni psicopatologiche, che possono interferire con le terapie e quindi con il decorso della malattia. Bisogna ricostruire il senso di continuità della propria esistenza e circoscrivere nel tempo l’evento malattia, mantenendo relazioni affettive di supporto valide. [2]

I risultati di una ricerca condotta nel 2012 [2] evidenziano come a distanza di circa 10 anni dalla diagnosi di carcinoma mammario, l’aver subito un intervento di mastectomia piuttosto che di quadrantectomia, non influenza in modo diverso la qualità della vita e il rischio e la presenza di sintomatologia depressiva. Ciò può permettere ai medici ed alla paziente di scegliere l’intervento chirurgico più appropriato al momento della diagnosi.

Prima di giungere alla diagnosi, però…

Come dicevo qualche riga fa, se diagnosticato prontamente, di cancro al seno si guarisce. E’ importante seguire i controlli del caso, monitorare autonomamente i cambiamenti del proprio corpo e del proprio seno e, in caso di dubbi o domande, rivolgersi ad uno specialista.

La LILT anche quest’anno dedica il mese di Ottobre alle Donne, offrendo visite senologiche gratuite da parte di un medico specialista di oncologia. Per usufruirne basta prenotare una visita presso il centro Lilt più vicino a te. Se non sai dov’è localizzato, puoi chiamare il numero SOS Lilt che trovi sul loro sito web http://www.lilt.it/.

Ama il tuo corpo.
Ama il tuo seno.
Ama te stessa.
Previeni e proteggi.


[1] http://www.registri-tumori.it/PDF/AIOM2016/I_numeri_del_cancro_2016.pdf
[2] Tesi di laurea: “Il rapporto mente-corpo nel cancro al seno: una ricerca valutativa”, di Francesca Caporale
[3]Morasso G., Di Leo S., e Grassi L., La psiconcologia: stato dell’arte. In Bellani M.L., Morasso G., Amadori D., Orrù W., Grassi L., Casali P.G., Bruzzi P., Psiconcologia, Masson Ed., 2002, Milano.

“Soffocare”, di Chuck Palahniuk

“Soffocare”, di Chuck Palahniuk

In foto: copertina “Soffocare”, Chuck Palahniuk; Mondadori ed. Foto a cura dell’autrice. Originale qui

L’umiliazione è vera umiliazione soltanto quando si sceglie di soffrire.

È difficile iniziare a parlare di questo libro.
Come si fa a trovare le parole giuste per parlarti delle emozioni con cui Palahniuk gioca e si diverte grazie a queste pagine? Quali sono i giusti commenti che si possono fare rispetto ad un grande libro come questo?

Sicuramente ti è chiaro che il libro mi è piaciuto. E che mi è piaciuto molto. E sicuramente ti è chiaro che oggi cercherò di invitarti a leggerlo, perché credo davvero che sia un libro che vada letto.

Mi sono sempre stati antipatici i libri banali, quelli troppo prevedibili. E questo è uno dei motivi per cui da bambina, ho letto pochi libri per bambini. Bene, tutto ciò che troverai tra queste pagine è senza dubbio il contrario della prevedibilità. Ma andiamo con ordine.

C’è un uomo. Che una volta è stato un bambino. E che ora fa una cosa che, avulsa dal contesto, potrebbe sembrare strana: lui ogni sera va in un ristorante diverso e fa finta di strozzarsi con un po’ di cibo, di soffocare. Finché qualcuno lo salva. Tutte le sere lui muore un po’. E poi rinasce. E chi gli ha dato la vita diventa un nuovo genitore, un eroe, quello che vuole. Insomma, quest’uomo è così generoso che dà a tutti la possibilità di sentirsi eroe per una sera e per tutta la vita. E tutto questo in cambio di denaro. O forse solo di una carezza?

In quel momento sembrava che tutto il mondo si preoccupasse per quello che gli era successo. Tutte quelle persone lo abbracciavano e gli accarezzavano i capelli. Tutti gli chiedevano se stava bene.
Sembrava che quel momento dovesse durare per sempre. Che bisognasse rischiare la vita per ottenere affetto. Che bisognasse arrivare a un pelo dalla morte perché qualcuno si decidesse a salvarti. 

Quel denaro che chi ti ha ridato la vita si sente in dovere di mandarti ogni anno, nella ricorrenza del salvataggio, per continuare a salvarti. Possiamo considerarlo un impostore. Uno che prende in giro la gente. Ma lo considereresti davvero un impostore anche se ti dicessi che quel denaro gli serve per pagare la clinica in cui è ricoverata la sua mamma malata? Che ha dovuto lasciare la facoltà di Medicina per poter tornare a casa dalla madre? Che lavora nel passato, in una vecchia colonia americana del 1700, perfettamente ricostruita? Forse no. Ma probabilmente ti farebbe pena se ti dicessi che è cresciuto tra tante famiglie adottive, con una madre ricercata che se lo andava a riprendere ogni volta. E probabilmente ti farebbe rabbia se ti dicessi che è un sessodipendente. O forse no. Forse non proveresti nessuna emozione per questo derelitto. O forse proveresti gioia.

Gli orgasmi ti inondano il corpo di endorfine che alleviano il dolore e ti calmano. I sessodipendenti in realtà hanno una dipendenza dalle endorfine, non dal sesso. I sessodipendenti hanno un bisogno folle della feniletilamina peptide che si produce in situazioni di pericolo, di infatuazione, di rischio e di paura.
Per un sessodipendente le tette, il cazzo, il clitoride o la lingua o il buco del culo sono una pera di eroina sempre lì, sempre pronta all’uso. Nico e io ci amiamo come un tossico ama la sua dose. 

Io non lo so cosa ho provato. Non mi sono ritrovata a pensare a una possibile simpatia/antipatia col personaggio – anche se non potevo fare a meno, da (quasi) psicologa, di cercare di interpretare quello che leggevo. Sono i dialoghi e gli eventi, quelli che mi hanno destabilizzato. E’ il modo in cui tutto si svolge, si dispiega. Accade. Vi faccio un esempio:

Se stai per metterti a leggere, evita.
Tra un paio di pagine vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finché sei ancora intero.
Salvati.
Ci sarà pure qualcosa di meglio alla TV. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli.
Tanto, ringiovanire non ringiovanisci.
Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. E poi sarà sempre peggio.

Non è geniale un incipit come questo?

Bene, questa è solo una piccola premessa, il resto è molto, molto di più.

A dispetto di ciò che può sembrare nelle prime pagine, i personaggi sono ben costruiti, a 360°, le concatenazioni psicologiche di quegli stessi e degli eventi che vivono sono precise. A tratti mi sono ritrovata a chiedermi se non fosse una storia realmente accaduta. La scrittura è viva e scorrevole, le parole sembrano quasi fatte di carne che, a volte, sanguinano, altre mostrano cicatrici chiare, altre sono lisce e perfette, non ancora toccate. Ha ragione. Victor, Ida, Denny, i sessodipendenti, persino la dott.ssa Marshall… hanno tutti ragione. Ed è incredibile la capacità di Palahniuk di far muovere tutti nella merda, eppure no.

Vorrei scriverti, in questo spazietto nell’etere, ogni frase sottolineata sulla mia copia, ma forse non è il caso: sarebbe come copiarti una parte consistente del libro. Con grande difficoltà ne scelgo una e lascio che sia tu a scegliere se vale la pena leggerlo o meno.

Articolo originale qui.

Pin It on Pinterest