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Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

“Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”.

A questa didascalia iniziale, Charlie Chaplin fa subito seguire un gregge di pecore, intente a pascolare in maniera disordinata ma efficiente, cui associa uno sciame di operai che va al lavoro, con analoga passività.
Una vita diversa è quella  invece del Presidente dell’azienda in cui gli operai lavorano, il cui compito principale sembra quello di monitorare ogni movimento del suo gregge. Il regista inglese Charlie Chaplin, in “Tempi Moderni”, affronta dunque la tematica del controllo sulla vita quotidiana, che sarà poi ripresa ben tredici anni dopo da George Orwell in 1984 e ribattezzata con il nome di Grande Fratello.

Le scene riprodotte in maniera accelerata ci fanno ben capire quanto fosse incessante il ritmo di lavoro che gli operai erano costretti a sostenere. Il Presidente riceverà una visita in cui gli verrà presentata una “macchina da nutrizione”, con la capacità di cibare automaticamente i lavoratori e dunque di eliminare l’ora di pausa, garantendo maggiori profitti. È proprio questo l’emblema dei “Tempi Moderni” secondo Chaplin: l’eliminazione dell’essere umano in quanto tale in favore dell’arricchimento amorale e del capitalismo. Tramite l’eliminazione di una classica nutrizione, infatti, l’uomo va a perdere una di quelle abitudini che lo rendono vivo, facendolo inevitabilmente scivolare in una turpe condizione robotica. Addirittura Charlot ci mostra come la sua vita lavorativa influisca negativamente sulla propria situazione emotiva, attraverso tic nervosi magistralmente interpretati.

Ad ora di pranzo, il prescelto per fare da cavia a questo marchingegno è proprio il nostro protagonista. Ma il test si rivela fallimentare, con una tra le scene più tragicomiche della storia del cinema, dove il povero Charlot è letteralmente devastato dalle lacune tecnologiche della macchina. Nella scena seguente, Charlot, la cui coscienza è annullata dal lavoro che sta svolgendo, finisce risucchiato tra gli ingranaggi della catena di montaggio, nella famosissimo atto nel quale l’operaio appare come la pellicola intrappolata negli ingranaggi della macchina da presa, sottolineando in tal modo come anche il cinema sia il prodotto delle macchine!

In quanto ausilio per l’arte, dunque, le macchine non sono solo negative per l’umanità: Chaplin piuttosto ne critica l’utilizzo sfrenato utile solo per ritorni economici da parte dell’alta società. Charlot, così, impazzisce: comincia a ballare e a minacciare chiunque con la sua chiave inglese, tra cui un’ignara signora, nella cui scena è mirabile l’utilizzo della macchina da presa durante l’inseguimento, malgrado le evidenti difficoltà causate all’epoca dalla inesistenza della steadycam. Non sarà neppure l’inseguimento di un poliziotto a bloccare il pazzo operaio, che ormai ha perso totalmente il lume della ragione(o lo ha trovato?) e dopo aver cosparso d’olio gli altri lavoratori (che però inermi continuano a eseguire il loro “dovere supremo”), manomette le macchine, provocando l’ira dei colleghi. Tuttavia, essi verranno ben presto distratti quando Charlot rimetterà le macchine in funzione, e potrà dunque tornare a cospargerli d’olio.

Charlot è quindi affidato ad una clinica di cura per il suo esaurimento nervoso. Una volta guarito, il medico gli dice: ”Non si affatichi, ed eviti ogni emozione”. Un messaggio drammatico, che suona quasi come un: ”Smetta di vivere, questo mondo non fa per lei”.

Un qui pro quo conduce il protagonista in cella. Dopo aver ingerito accidentalmente della cocaina, egli sventa il tentativo di fuga di alcuni galeotti, guadagnandosi libertà ed una lettera di presentazione che attesta le sue qualità.
Qui entra in scena Monella (Paulette Goddard), una giovane orfana di madre con due sorelline ed un padre disoccupato, che si arrangia rubando le merci delle imbarcazioni attraccate al porto. Quando suo padre perde la vita, le figlie piccole vengono affidate ad un istituto, mentre Monella riesce a scappare ad identica sorte. Dopo una serie di (s)fortunate coincidenze, Charlot e Monella si incontrano, e decidono di passare insieme la loro vita, con la speranza di avere una casa in cui passarla. Sarà Monella a trovare un’accidentata casetta in cui i due, malgrado tutto, saranno felici.

Dopo altre disavventure, la coppia troverà lavoro in un ristorante- Nella sala,  Chaplin si esibisce cantando in una scena indimenticabile. Monella però, è ricercata per essere rinchiusa nell’istituto. I due, costretti ad una disperata fuga, tornano quindi disoccupati. Rifugiati vicino la loro casetta, camminano verso il loro incerto e misterioso futuro. Ma felici, perché insieme. Titoli di coda.

“Tempi Moderni” è un film di denuncia, non fine a sé stessa: una denuncia vogliosa di donare speranza ad una società profondamente cambiata in seguito allo sconvolgimento della Seconda rivoluzione industriale e dunque spaesata. Come dà questa speranza? Facendoci capire che la felicità è nelle piccole cose. Avere a fianco la persona che amiamo, mangiare a sazietà, possedere una casa accogliente. Insomma, per quanto datato, “Tempi Moderni” è un film più che mai attuale, con la speranza che lo sia per sempre.
foto da: ilpost.it

Arancia Meccanica, la recensione

Arancia Meccanica, la recensione

immagine da: ondamusicale.it

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven”.
Arancia Meccanica è un film del 1971 diretto da Stanley Kubrick e ispirato all’omonimo romanzo di Anthony Burgess.

Non c’è bisogno di molto tempo per capire che siamo di fronte ad un film eccezionale: i titoli di testa su sfondo rosso vivo con sottofondo musicale di Henry Purcell con la sua “Funeral of Queen Mary” ci dicono già abbastanza. La celebre scritta “A Stanley Kubrick film” è inoltre pura libidine per qualsiasi cinefilo. Appena terminati i titoli di testa, compare un primo piano di Alex(A-lex=senza legge), interpretato da Malcolm McDowell, talmente intenso da farci comprendere lo spessore psicologico che si cela dietro quegli occhi truccati: un uomo crudele e spietato.

Alex è il capo drugo di una banda di teppistelli, ripreso mentre sorseggia del latte più, corretto con droghe di vario genere, nel Korova Milk Bar. L’inquadratura si allarga fino a riprendere gli altri componenti della banda (Dim, Georgie e Pete) e tutto il grottesco bar in cui i ragazzi si trovano, arredato con statue bianche di donne nude adibite a tavolini.
Alex comincia così la propria folle opera nella narrazione, fatta di ultra-violenza compiuta dalla sua banda di ragazzacci. Nel primo episodio di teppismo, i quattro pestano un anziano barbone sbronzo. La macchina da presa, saggiamente diretta da Stanley Kubrick, evidenzia la debolezza del clochard, con un plongée su di lui disteso a terra.

La narrazione continua, accompagnata dal meraviglioso sottofondo musicale di Rossini con “The Thieving Magpie”. Questa volta compare e si affaccia la presenza della banda rivale, capeggiata da Billy Boy, intenta a stuprare una giovane. Poi, una furibonda rissa tra le due bande stoppata dal suono della sirena della polizia, induce i giovani a fuggire. Il sapiente accostamento tra violenza e musica classica è poesia allo stato puro.

Altri primi piani sparsi sui drughi, in viaggio contromano a tutta velocità, delineano la loro follia, nonché i tratti caratteristici. La celebre scena dello stupro nella casa borghese è un altro capolavoro alla Kubrick: Alex stupra una donna e massacra il suo anziano marito mentre euforico danza e canticchia “Singin’ in the rain”, sbeffeggiando le malcapitate vittime. Lo sguardo dell’uomo a terra è immortalato dalla macchina da presa tenuta puntata sul suo volto proprio dal regista.

Quando il capo drugo tornerà a casa, sarà tempo di un ascolto estasiato della “Sinfonia n° 9” di Ludwig Van Beethoven: Alex è immerso in un vortice di goduria, sognando scene catastrofiche come esecuzioni, esplosioni ed eruzioni vulcaniche. Memorabili in questa scena il crash zoom che porta ad un primissimo piano sul volto di Beethoven, un serpente che sembra fare un cunnilingus ad un poster raffigurante una donna nuda, e le statuette del Cristo nudo immortalato in un passo di danza.

L’attenzione ai dettagli regna sovrana in questa scena, così come in tutto il resto del film. Kubrick si diletta ad omaggiare il suo ‘2001:Odissea nello spazio’ quando compare l’album della sua colonna sonora, nella scena in cui Alex nel incontra due fanciulle con cui avrà un’orgia, girata in maniera accelerata con in sottofondo l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. Quando gli altri tre drughi decidono di ribellarsi al loro leader, Alex decide di mettere in chiaro chi comanda pestandoli a sangue. Affidandosi all’ispirazione, in quanto secondo lui “Il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”. E così il contre-plongée rivolto verso Alex, che schernisce i tre sbattuti nel fiume, ci fa capire che il tentato cambio di gerarchie è fallito. Tuttavia, la sera stessa, Alex è tradito dai  suoi tre drughi, che lo consegnano alla polizia in seguito ad un raid in cui perde la vita un’anziana vittima: quattordici anni di galera attendono Alex.

Dopo qualche anno però, il protagonista riuscirà ad essere una delle prime cavie del trattamento “Ludovico”, che promette di cambiare radicalmente la personalità del detenuto, permettendogli di uscire di galera dopo due settimane di cura intensiva, in cui il carcerato sarà chiamato alla visione di pellicole ultra-violenza e ad assumere strani farmaci.

Ma non è così semplice come potrebbe sembrare: Alex dovrà osservare il tutto con la testa legata e gli occhi tenuti forzatamente aperti da un fissa palpebre. Egli soffre terribilmente questo trattamento, e risulta particolarmente insofferente di fronte all’abbinamento tra un terribile filmato e una parte della Nona Sinfonia di Beethoven.

L’ultima sera di cura, si sottopone ad un umiliante spettacolo in cui viene maltrattato e tentato sessualmente, ma resiste. Il solo istinto di agire come avrebbe fatto in passato gli provoca un profondo malessere. A modo di vedere dei dottori e del Presidente, promotore del trattamento, Alex è guarito. Il giorno dopo è un uomo libero, ma tornando alla vita di tutti i giorni si rende conto che tutti lo odiano. Perfino i suoi genitori lo hanno sostituito con un altro ragazzo, e due dei suoi ex drughi, che sono diventati poliziotti, lo picchiano. Emblematico che Alex definisca “Trattamento” ciò che faceva coi drughi alle sue vittime, con lo stesso nome quindi del trattamento Ludovico.

Abbandonato a sé stesso nel bel mezzo di una tempesta, inseguito passo passo dalla macchina da presa, Alex chiede ospitalità in una casa, dimenticandosi di esserci già stato: è la casa dello stupro. A riceverlo c’è un robusto ragazzo che funge da badante a Frank, l’anziano signore della famigerata sera, da allora ridotto in sedia a rotelle. L’uomo però, non lo riconosce. Di lui sa solo che vittima del sistema. Così, lo accoglie a braccia aperte.

Mentre sta facendo un bagno, Alex intona “Singin’ in the rain”: l’uomo capisce tutto. Secondo la convinzione del signore, sua moglie è morta a causa dello shock di quella notte, “vittima dell’era moderna”. Ma convinto ad andare a fondo alla vicenda, convoca dei personaggi influenti per intervistare Alex, che cade addormentato in seguito alla somministrazione di un vino avvelenato. Messo a riposare di sopra, Alex viene svegliato dalla “Sinfonia n° 9” messa a tutto volume al piano di sotto. Totalmente intrappolato in un vortice di disperazione, “il nostro affezionatissimo”(come ama definirsi nella narrazione) decide di buttarsi dalla finestra. Da sottolineare il “per sempre, per sempre, per sempre” pronunciato durante il suicidio che sarà poi riutilizzato dallo stesso Kubrick in Shining. 

Alex si risveglia incredibilmente vivo in un letto d’ospedale, ingessato dalla testa ai piedi. Le prime pagine dei giornali sono piene di poderosi attacchi al governo per i suoi inumani metodi di cura, e il Presidente ha bisogno  dell’aiuto di Alex per vincere le imminenti elezioni. In visita all’ospedale, si fa dunque fotografare sorridente ed abbracciato a lui per rifarsi la reputazione. Primo piano su Alex: visioni mentre fa sesso applaudito da file di uomini e donne in costumi vittoriani.

“Ero guarito, eccome!”

 

“Arancia Meccanica” narra del rapporto tra istinto e società ed indaga profondamente nell’animo del protagonista, il quale rappresenta a pieno la generazione anni ‘60/’70, caratterizzata dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. La visione che Kubrick ha del mondo è profondamente pessimista. Lo dimostra il fatto che neppure le cure disumane riservate ad Alex sono servite a  migliorare la sua persona, né tanto meno lo avrebbero fatto impedendogli di essere sé stesso, deprivandolo della sua personalità. “Se ad un uomo si nega la possibilità di scelta, egli cessa di essere un uomo” dice il cappellano della prigione, commentando il trattamento “Ludovico”.

 

Ed è proprio questo il punto: Alex non è stato guarito, poiché un uomo privato dei suoi stimoli cessa di essere uomo. Cessa di esercitare il libero arbitrio che lo differenzia da un oggetto inanimato. Quello che sembra essere un lieto fine, è in realtà il culmine di un insulso spettacolo portato avanti dalla società. Film inarrivabile nel suo genere.

Federico Maria Saverio Del Vecchio

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