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Ladri di biciclette, la recensione

Ladri di biciclette, la recensione

Italia del secondo dopoguerra. Un uomo, Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), riesce a trovare un lavoro, ma gli serve una bicicletta per ottenerlo. Tramite la vendita di alcune coperte, sua moglie Maria (Lianella Carell) riesce a procurare abbastanza soldi per riscattare la loro bici dall’officina di riparazione. Antonio comincia entusiasta il suo lavoro, ma il primo giorno gli rubano la bicicletta. Sconsolato e senza più possibilità di lavorare, egli dapprima denuncia il furto, ma vedendo la freddezza della caserma di fronte al suo dramma, decide di chiedere aiuto ad un suo compagno di partito che lo tranquillizza, promettendogli che l’avrebbero ritrovata l’indomani mattina ad un mercatino di merci rubate.

Il giorno seguente inizia dunque una disperata ricerca con l’aiuto del figlioletto Bruno(Enzo Staiola), che porta ad un anziano signore sorpreso a parlare con un ragazzo in sella alla bici incriminata. Il vecchio però, inseguito fino ad una mensa per poveri, si dimostra restio alla richiesta del Ricci di condurlo dal giovane, e così Antonio decide di affidarsi ad una “santona” da cui sorprese sua moglie Maria. Purtroppo però, non ottiene che una vacua risposta, ma all’uscita trova il ragazzo che cercava, sebbene perfino la perquisizione della sua casa non gli frutterà alcun risultato. Antonio decide allora di rubare una bicicletta, ma il suo maldestro tentativo viene fermato in breve tempo :l’uomo ha fallito anche nel più disperato dei suoi piani.

Commovente lo scambio di sguardi finale tra Antonio e Bruno che, piangenti e senza più speranze, tornano a casa, mescolati in una massa di gente come loro:indigente e sfiduciata.

Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, è una storia di ordinaria miseria, la cui scena iniziale mostra la disperazione di un ammasso di uomini costretti ogni mattina a chiedere angosciosamente lavoro, nella maggior parte dei casi invano. La disperazione però, non fa distinzioni di genere, ed infatti presto vediamo un gruppo di donne di ogni età, Maria compresa, ricorrere ai fantomatici aiuti di un’anziana “santona”. Quando poi padre e figlio provano a dimenticare la tristezza per la bici rubata andando in un’osteria, la loro felicità ci sembra assurda in riferimento ai giorni nostri.

Rarissimi i primi piani, per risaltare lo stato emotivo dei protagonisti. Vittorio De Sica si è invece servito dei mezzi primi piani, molto sfruttati durante tutto l’arco del film. Questo capolavoro è il manifesto del neorealismo italiano per eccellenza: gli attori non sono professionisti, le scene sono girate prevalentemente in esterno, per lo più in periferia e in campagna. Il soggetto rappresenta la vita di lavoratori impoveriti dalla guerra. La trama è costruita su scene di gente normale impegnata in normali attività quotidiane, e il bimbo, Bruno, riveste un ruolo di grande importanza. Enzo Staiola ha raccontato che nella scena finale del transito del tram, si manifesta un passaggio non previsto dal copione.

Bruno, infatti, va da una parte e Antonio dall’altra, creando una scena completamente improvvisata, come dimostrato anche dai passeggeri del tram che in coro si sporgono a guardare l’arresto,poichè lo credevano reale, non essendosi accorti della macchina da presa:questo è stato il cinema neorealista, in cui la realtà entrava totalmente nel film, e la fantasia si confondeva spesso con la vita vera.

La pellicola parla di un’Italia fatta a pezzi, la cui unica speranza sembrava essere riposta nel “mal comune mezzo gaudio”, la quale rappresentava l’unica risposta alla sofferenza che attanagliava gran parte della popolazione: nella scena finale, difatti, si può vedere come tutto sommato la gente sorrida, trovando conforto proprio nel non essere sola, nel sentirsi una goccia nell’oceano di miseria di quegli anni.

Un film che ha segnato un’epoca.

foto da: scuolanticoli.com

Captain Fantastic, la recensione

Captain Fantastic, la recensione

Il campo lunghissimo iniziale ci fa capire quanto anticonvenzionale sia la famiglia che verrà analizzata in questo film: ci sono solo alberi ovunque in un verde infinito, una famiglia tradizionale in una foresta così non potrebbe che farci un’allegra scampagnata, con l’ausilio di detergente antibatterico e salviettine precauzionali. Ma non è il caso della famiglia Cash, che in natura trascorre tutta la propria vita, allenata tutti i giorni alla caccia, alla sopravvivenza nei casi più estremi e a sbarcare il lunario attraverso qualche ‘furtarello’ al supermercato da papà Ben, interpretato da un sorprendente Viggo Mortensen. Altro elemento “diverso dalla norma” che salta all’occhio nei primissimi minuti della pellicola è il font del titolo del film.

Tutti, a partire dai figli più piccoli, sono armati di un cinismo surreale e di una conoscenza approfondita delle varie dottrine politiche, e hanno inoltre una visione disincantata del mondo alimentata da conoscenze mediche e dalla lettura dei capolavori più dissacranti della letteratura mondiale. Inoltre, i ragazzi non vanno a scuola, preferendo il padre istruirli autonomamente.

Ma i bambini sono pur sempre bambini, e preoccupati chiedono al padre il motivo dell’assenza prolungata della madre dalla loro vita:col solito cinismo, il padre spiega loro che è ricoverata per la sua depressione causata dalla poca serotonina.
Presto il figlio grande Bo (George MacKay) scopre di essere stato ammesso all’Università in seguito alla presentazione di certificati falsi. Sebbene sia chiara la sua voglia di andarci, egli è combattuto a causa degli insegnamenti anarchici del padre, che non approverebbe una sua formazione accademica convenzionale.

Ben riceve poi una telefonata in cui gli comunicano il suicidio della moglie Leslie, notizia che sarà poi da lui passata con minuzia di particolari anche ai figli. Incredibilmente, neppure l’indomani sarà giorno di lutto: l’allenamento continuerà come al solito. Il suocero di Ben odia il padre, accusandolo di essere causa della morte della sua unica figlia, vittima, a parer suo, dell’instabilità della loro vita fuori dagli schemi.

L’armata Cash va poi a cena dalla famiglia della sorella di Ben, Harper, e il loro pulmino hippie (da loro affettuosamente denominato Steve) viaggia verso la città, circondato dai vari simboli dell’odiato consumismo. La scena della cena tra le due famiglie è il punto chiave del film: lo scontro tra due mondi opposti e all’apparenza inconciliabili. La vita da eremiti della famiglia selvaggia li rende incapaci di relazionarsi con la società, come sarà poi dimostrato da Bo, che confonderà una fugace infatuazione con la storia d’amore della sua vita. La notte che avrebbero dovuto passare in casa con la famiglia di zia Harper, verrà invece trascorsa nelle tende in giardino. E’ emblematica questa separazione fisica, in questo caso voluta, ma in seguito forzata, quando Ben sarà sbattuto fuori dalla chiesa in cui celebravano il funerale di Leslie a causa della lettura delle sue “scomode” ultime volontà, tra cui quella di essere cremata e gettata nello scarico dei bagni. Stanco di questa situazione paradossale, il suocero Jack decide di chiedere l’affidamento dei suoi nipoti intimando a Ben di stargli lontano.

Il punto di svolta nella vita della famiglia sarà quando Vespyr (Annalise Basso), una delle figlie, nel tentativo di prelevare suo fratello Rellian dalla casa dei nonni, cadrà dal tetto: rimane viva per pura fortuna, e questo sconvolge Ben, che l’indomani manderà tutti i suoi figli a vivere a casa dei nonni. Tutto il mondo che il protagonista si era creato sta lentamente crollando addosso, specialmente dopo la scoperta che è stata sua moglie ad aiutare il figlio Bo a falsificare i documenti per l’Università.

Egli comincia a mostrare un lato umano che fino a quel momento sembrava sconosciuto agli occhi degli spettatori, mentre torna nella foresta a bordo di Steve, sulle note della fantastica Varðeldur dei Sigur Ros. Bo sarà infine libero di partire per inseguire i propri sogni, e il resto della famiglia continua a vivere insieme, questa volta in una casa normale, i figli vanno a scuola, ma sono forti dell’esperienza maturata nella foresta, coltivano un loro orto e hanno le loro galline, ora sono davvero felici.

Captain Fantastic, di Matt Ross, vincitore della Miglior Regia nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, è un film con uno straordinario equilibrio dei colori, che parla di coesistenza e rispetto reciproco, con la speranza che un giorno si possa prendere il meglio da mondi apparentemente inconciliabili per creare qualcosa di superiore, pur mantenendo le proprie convinzioni, come dimostrato dalla famiglia protagonista, il cui motto continua ad essere “Potere al popolo, abbasso il sistema”. Se poi continuate a pontificare su quale dei due mondi sia quello più giusto, probabilmente di questo film non avete capito nulla.

foto da: blog.screenweek.it

Carlito’s way: la recensione

Carlito’s way: la recensione

Ciak. Azione. Carlito (Al Pacino) è spacciato: due colpi d’arma da fuoco trafiggono la sua pancia, la sua faccia è assorta, rassegnata. La macchina da presa fluttua nell’aria. L’inquadratura plongée unita al bianco e nero non fa che sottolinearlo ulteriormente: è la fine. La scena si conclude con un primissimo piano incentrato su Carlito, mentre osserva un manifesto pubblicitario su cui è stampata la scritta “Escape to paradise” (la cui emblematicità è suggeritaci dal fatto che è l’unico elemento a colori della scena).

Un pensiero di Carlito ci riporta al perché di questa vicenda. Charlie Brigante, detto Carlito, è un uomo appena uscito di prigione grazie alla scaltrezza del suo avvocato corrotto, nonché fraterno amico, David Kleinfeld, magistralmente interpretato da Sean Penn, il quale permette a Carlito di uscire di prigione con largo anticipo rispetto alla sentenza precedentemente stabilita. Ora Charlie ha un obiettivo: essere pulito. Ma il suo percorso verso la redenzione si rivelerà più tortuoso di quanto immaginasse; la cerchia sociale che si è costruito durante gli anni precedenti all’incarcerazione finisce per rimetterlo nei guai. E così Carlito torna al suo punto di partenza, nel girone dell’Inferno.

Durante il suo cammino, in una sera piovosa, Charlie va a trovare la sua ultima fidanzata prima della galera, Gail (Penelope Ann Miller), a cui si sente ancora profondamente legato. La visione che ha di Gail, impegnata in una scuola di danza a provare “il duetto dei fiori”, è celestiale, paradisiaca. Ella è lontana, come evidenzia lo sguardo in primo piano di Carlito mentre la osserva. Lontana da lui, ancora collegato all’Inferno. Charlie deve scontare le sue colpe, e sebbene in sede giudiziaria gli sia andata bene, sarà la vita a fargliele scontare.

È a metà del suo percorso che Carlito si rende conto di essere quello di sempre, quando dice a Gail: ”Questa è la mia vita. Io sono come sono, nel bene e nel male. Non posso farci niente.” Più in là, si renderà davvero conto di non poter sfuggire al suo destino, quando David lo metterà nei pasticci, e a farPi comprendere la rassegnazione di Charlie è questa frase da lui pensata:”C’è una linea di confine dalla quale non si torna indietro:il punto di non ritorno. Dave l’ha superato, e io sono qui con lui.”

Emblematico quando Charlie rinchiude uno scarafaggio sotto un bicchiere, per poi sollevare il bicchiere e lasciare libero l’insetto: lo scarafaggio era tale prima, era tale durante la sua “prigionia”, ed è lo stesso dopo essere stato liberato.

“Carlito’s way” è così la storia di un uomo e della sua lotta contro se stesso, contro la sua natura. Purtroppo però non è possibile avere la meglio sulla propria natura, e tutto finisce come è cominciato.  A mettere il punto esclamativo su questo magnifico film ci pensa Joe Cocker, nei titoli di coda, con “You are so beautiful”.

‘Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va’.

foto da: radiocinema.it

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

Tempi Moderni: un Charlie Chaplin del tutto attuale

“Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”.

A questa didascalia iniziale, Charlie Chaplin fa subito seguire un gregge di pecore, intente a pascolare in maniera disordinata ma efficiente, cui associa uno sciame di operai che va al lavoro, con analoga passività.
Una vita diversa è quella  invece del Presidente dell’azienda in cui gli operai lavorano, il cui compito principale sembra quello di monitorare ogni movimento del suo gregge. Il regista inglese Charlie Chaplin, in “Tempi Moderni”, affronta dunque la tematica del controllo sulla vita quotidiana, che sarà poi ripresa ben tredici anni dopo da George Orwell in 1984 e ribattezzata con il nome di Grande Fratello.

Le scene riprodotte in maniera accelerata ci fanno ben capire quanto fosse incessante il ritmo di lavoro che gli operai erano costretti a sostenere. Il Presidente riceverà una visita in cui gli verrà presentata una “macchina da nutrizione”, con la capacità di cibare automaticamente i lavoratori e dunque di eliminare l’ora di pausa, garantendo maggiori profitti. È proprio questo l’emblema dei “Tempi Moderni” secondo Chaplin: l’eliminazione dell’essere umano in quanto tale in favore dell’arricchimento amorale e del capitalismo. Tramite l’eliminazione di una classica nutrizione, infatti, l’uomo va a perdere una di quelle abitudini che lo rendono vivo, facendolo inevitabilmente scivolare in una turpe condizione robotica. Addirittura Charlot ci mostra come la sua vita lavorativa influisca negativamente sulla propria situazione emotiva, attraverso tic nervosi magistralmente interpretati.

Ad ora di pranzo, il prescelto per fare da cavia a questo marchingegno è proprio il nostro protagonista. Ma il test si rivela fallimentare, con una tra le scene più tragicomiche della storia del cinema, dove il povero Charlot è letteralmente devastato dalle lacune tecnologiche della macchina. Nella scena seguente, Charlot, la cui coscienza è annullata dal lavoro che sta svolgendo, finisce risucchiato tra gli ingranaggi della catena di montaggio, nella famosissimo atto nel quale l’operaio appare come la pellicola intrappolata negli ingranaggi della macchina da presa, sottolineando in tal modo come anche il cinema sia il prodotto delle macchine!

In quanto ausilio per l’arte, dunque, le macchine non sono solo negative per l’umanità: Chaplin piuttosto ne critica l’utilizzo sfrenato utile solo per ritorni economici da parte dell’alta società. Charlot, così, impazzisce: comincia a ballare e a minacciare chiunque con la sua chiave inglese, tra cui un’ignara signora, nella cui scena è mirabile l’utilizzo della macchina da presa durante l’inseguimento, malgrado le evidenti difficoltà causate all’epoca dalla inesistenza della steadycam. Non sarà neppure l’inseguimento di un poliziotto a bloccare il pazzo operaio, che ormai ha perso totalmente il lume della ragione(o lo ha trovato?) e dopo aver cosparso d’olio gli altri lavoratori (che però inermi continuano a eseguire il loro “dovere supremo”), manomette le macchine, provocando l’ira dei colleghi. Tuttavia, essi verranno ben presto distratti quando Charlot rimetterà le macchine in funzione, e potrà dunque tornare a cospargerli d’olio.

Charlot è quindi affidato ad una clinica di cura per il suo esaurimento nervoso. Una volta guarito, il medico gli dice: ”Non si affatichi, ed eviti ogni emozione”. Un messaggio drammatico, che suona quasi come un: ”Smetta di vivere, questo mondo non fa per lei”.

Un qui pro quo conduce il protagonista in cella. Dopo aver ingerito accidentalmente della cocaina, egli sventa il tentativo di fuga di alcuni galeotti, guadagnandosi libertà ed una lettera di presentazione che attesta le sue qualità.
Qui entra in scena Monella (Paulette Goddard), una giovane orfana di madre con due sorelline ed un padre disoccupato, che si arrangia rubando le merci delle imbarcazioni attraccate al porto. Quando suo padre perde la vita, le figlie piccole vengono affidate ad un istituto, mentre Monella riesce a scappare ad identica sorte. Dopo una serie di (s)fortunate coincidenze, Charlot e Monella si incontrano, e decidono di passare insieme la loro vita, con la speranza di avere una casa in cui passarla. Sarà Monella a trovare un’accidentata casetta in cui i due, malgrado tutto, saranno felici.

Dopo altre disavventure, la coppia troverà lavoro in un ristorante- Nella sala,  Chaplin si esibisce cantando in una scena indimenticabile. Monella però, è ricercata per essere rinchiusa nell’istituto. I due, costretti ad una disperata fuga, tornano quindi disoccupati. Rifugiati vicino la loro casetta, camminano verso il loro incerto e misterioso futuro. Ma felici, perché insieme. Titoli di coda.

“Tempi Moderni” è un film di denuncia, non fine a sé stessa: una denuncia vogliosa di donare speranza ad una società profondamente cambiata in seguito allo sconvolgimento della Seconda rivoluzione industriale e dunque spaesata. Come dà questa speranza? Facendoci capire che la felicità è nelle piccole cose. Avere a fianco la persona che amiamo, mangiare a sazietà, possedere una casa accogliente. Insomma, per quanto datato, “Tempi Moderni” è un film più che mai attuale, con la speranza che lo sia per sempre.
foto da: ilpost.it

Arancia Meccanica, la recensione

Arancia Meccanica, la recensione

immagine da: ondamusicale.it

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven”.
Arancia Meccanica è un film del 1971 diretto da Stanley Kubrick e ispirato all’omonimo romanzo di Anthony Burgess.

Non c’è bisogno di molto tempo per capire che siamo di fronte ad un film eccezionale: i titoli di testa su sfondo rosso vivo con sottofondo musicale di Henry Purcell con la sua “Funeral of Queen Mary” ci dicono già abbastanza. La celebre scritta “A Stanley Kubrick film” è inoltre pura libidine per qualsiasi cinefilo. Appena terminati i titoli di testa, compare un primo piano di Alex(A-lex=senza legge), interpretato da Malcolm McDowell, talmente intenso da farci comprendere lo spessore psicologico che si cela dietro quegli occhi truccati: un uomo crudele e spietato.

Alex è il capo drugo di una banda di teppistelli, ripreso mentre sorseggia del latte più, corretto con droghe di vario genere, nel Korova Milk Bar. L’inquadratura si allarga fino a riprendere gli altri componenti della banda (Dim, Georgie e Pete) e tutto il grottesco bar in cui i ragazzi si trovano, arredato con statue bianche di donne nude adibite a tavolini.
Alex comincia così la propria folle opera nella narrazione, fatta di ultra-violenza compiuta dalla sua banda di ragazzacci. Nel primo episodio di teppismo, i quattro pestano un anziano barbone sbronzo. La macchina da presa, saggiamente diretta da Stanley Kubrick, evidenzia la debolezza del clochard, con un plongée su di lui disteso a terra.

La narrazione continua, accompagnata dal meraviglioso sottofondo musicale di Rossini con “The Thieving Magpie”. Questa volta compare e si affaccia la presenza della banda rivale, capeggiata da Billy Boy, intenta a stuprare una giovane. Poi, una furibonda rissa tra le due bande stoppata dal suono della sirena della polizia, induce i giovani a fuggire. Il sapiente accostamento tra violenza e musica classica è poesia allo stato puro.

Altri primi piani sparsi sui drughi, in viaggio contromano a tutta velocità, delineano la loro follia, nonché i tratti caratteristici. La celebre scena dello stupro nella casa borghese è un altro capolavoro alla Kubrick: Alex stupra una donna e massacra il suo anziano marito mentre euforico danza e canticchia “Singin’ in the rain”, sbeffeggiando le malcapitate vittime. Lo sguardo dell’uomo a terra è immortalato dalla macchina da presa tenuta puntata sul suo volto proprio dal regista.

Quando il capo drugo tornerà a casa, sarà tempo di un ascolto estasiato della “Sinfonia n° 9” di Ludwig Van Beethoven: Alex è immerso in un vortice di goduria, sognando scene catastrofiche come esecuzioni, esplosioni ed eruzioni vulcaniche. Memorabili in questa scena il crash zoom che porta ad un primissimo piano sul volto di Beethoven, un serpente che sembra fare un cunnilingus ad un poster raffigurante una donna nuda, e le statuette del Cristo nudo immortalato in un passo di danza.

L’attenzione ai dettagli regna sovrana in questa scena, così come in tutto il resto del film. Kubrick si diletta ad omaggiare il suo ‘2001:Odissea nello spazio’ quando compare l’album della sua colonna sonora, nella scena in cui Alex nel incontra due fanciulle con cui avrà un’orgia, girata in maniera accelerata con in sottofondo l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. Quando gli altri tre drughi decidono di ribellarsi al loro leader, Alex decide di mettere in chiaro chi comanda pestandoli a sangue. Affidandosi all’ispirazione, in quanto secondo lui “Il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”. E così il contre-plongée rivolto verso Alex, che schernisce i tre sbattuti nel fiume, ci fa capire che il tentato cambio di gerarchie è fallito. Tuttavia, la sera stessa, Alex è tradito dai  suoi tre drughi, che lo consegnano alla polizia in seguito ad un raid in cui perde la vita un’anziana vittima: quattordici anni di galera attendono Alex.

Dopo qualche anno però, il protagonista riuscirà ad essere una delle prime cavie del trattamento “Ludovico”, che promette di cambiare radicalmente la personalità del detenuto, permettendogli di uscire di galera dopo due settimane di cura intensiva, in cui il carcerato sarà chiamato alla visione di pellicole ultra-violenza e ad assumere strani farmaci.

Ma non è così semplice come potrebbe sembrare: Alex dovrà osservare il tutto con la testa legata e gli occhi tenuti forzatamente aperti da un fissa palpebre. Egli soffre terribilmente questo trattamento, e risulta particolarmente insofferente di fronte all’abbinamento tra un terribile filmato e una parte della Nona Sinfonia di Beethoven.

L’ultima sera di cura, si sottopone ad un umiliante spettacolo in cui viene maltrattato e tentato sessualmente, ma resiste. Il solo istinto di agire come avrebbe fatto in passato gli provoca un profondo malessere. A modo di vedere dei dottori e del Presidente, promotore del trattamento, Alex è guarito. Il giorno dopo è un uomo libero, ma tornando alla vita di tutti i giorni si rende conto che tutti lo odiano. Perfino i suoi genitori lo hanno sostituito con un altro ragazzo, e due dei suoi ex drughi, che sono diventati poliziotti, lo picchiano. Emblematico che Alex definisca “Trattamento” ciò che faceva coi drughi alle sue vittime, con lo stesso nome quindi del trattamento Ludovico.

Abbandonato a sé stesso nel bel mezzo di una tempesta, inseguito passo passo dalla macchina da presa, Alex chiede ospitalità in una casa, dimenticandosi di esserci già stato: è la casa dello stupro. A riceverlo c’è un robusto ragazzo che funge da badante a Frank, l’anziano signore della famigerata sera, da allora ridotto in sedia a rotelle. L’uomo però, non lo riconosce. Di lui sa solo che vittima del sistema. Così, lo accoglie a braccia aperte.

Mentre sta facendo un bagno, Alex intona “Singin’ in the rain”: l’uomo capisce tutto. Secondo la convinzione del signore, sua moglie è morta a causa dello shock di quella notte, “vittima dell’era moderna”. Ma convinto ad andare a fondo alla vicenda, convoca dei personaggi influenti per intervistare Alex, che cade addormentato in seguito alla somministrazione di un vino avvelenato. Messo a riposare di sopra, Alex viene svegliato dalla “Sinfonia n° 9” messa a tutto volume al piano di sotto. Totalmente intrappolato in un vortice di disperazione, “il nostro affezionatissimo”(come ama definirsi nella narrazione) decide di buttarsi dalla finestra. Da sottolineare il “per sempre, per sempre, per sempre” pronunciato durante il suicidio che sarà poi riutilizzato dallo stesso Kubrick in Shining. 

Alex si risveglia incredibilmente vivo in un letto d’ospedale, ingessato dalla testa ai piedi. Le prime pagine dei giornali sono piene di poderosi attacchi al governo per i suoi inumani metodi di cura, e il Presidente ha bisogno  dell’aiuto di Alex per vincere le imminenti elezioni. In visita all’ospedale, si fa dunque fotografare sorridente ed abbracciato a lui per rifarsi la reputazione. Primo piano su Alex: visioni mentre fa sesso applaudito da file di uomini e donne in costumi vittoriani.

“Ero guarito, eccome!”

 

“Arancia Meccanica” narra del rapporto tra istinto e società ed indaga profondamente nell’animo del protagonista, il quale rappresenta a pieno la generazione anni ‘60/’70, caratterizzata dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. La visione che Kubrick ha del mondo è profondamente pessimista. Lo dimostra il fatto che neppure le cure disumane riservate ad Alex sono servite a  migliorare la sua persona, né tanto meno lo avrebbero fatto impedendogli di essere sé stesso, deprivandolo della sua personalità. “Se ad un uomo si nega la possibilità di scelta, egli cessa di essere un uomo” dice il cappellano della prigione, commentando il trattamento “Ludovico”.

 

Ed è proprio questo il punto: Alex non è stato guarito, poiché un uomo privato dei suoi stimoli cessa di essere uomo. Cessa di esercitare il libero arbitrio che lo differenzia da un oggetto inanimato. Quello che sembra essere un lieto fine, è in realtà il culmine di un insulso spettacolo portato avanti dalla società. Film inarrivabile nel suo genere.

Federico Maria Saverio Del Vecchio

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