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Esiste una soluzione per la Macedonia?

Esiste una soluzione per la Macedonia?

[In copertina: manifestazione in Macedonia. Fonte: realclearworld.com ]

Appena entrati nella FYROM, l’interclusa Repubblica dei Balcani compie uno sforzo di non poco conto nel ricordare che la Macedonia è esattamente lì dove ti trovi. Tutte le svariate asserzioni sull’identità macedone risulteranno gradevoli come la sua bandiera, un esuberante sole a raggiera dicromo meglio noto come il Sole della Libertà.

Le medesime possono presentarsi sgargianti come la lascivia ristrutturazione in stile Las Vegas del centro storico di Skopje, o possono addirittura prendere una forma piumosa, come il pavone lasciato libero di vagare alla frontiera con la Grecia. Il pennuto incede impettito in quell’idillio, tra gli indistinti monti dei laghi di Ocrida e Prespa in lontananza, e lo stretto fossato dove gli ufficiali frontalieri si infilano per ispezionare i veicoli in transito. (Il pavone è un simbolo nazionale, o qualcosa di simile).

Quando gli orpelli di una statualità indipendente risultano particolarmente fragili, spesso i simboli della nazionalità emanano più luce. È la lezione dei Balcani, e in particolar modo della Macedonia – un granello di Stato i cui territori sono stati da sempre contestati. Con la sfaldatura di secoli di controllo imperiale Ottomano cominciata nel XIX secolo, la “Questione Macedone” divenne tra le controversie più sanguinose e difficili da gestire, con in campo battaglie etniche in ultima analisi intraprese per manipolazioni di potenze straniere, come Gran Bretagna e Germania. Attualmente, a creare tensioni che potrebbero minare il controllo territoriale di Skopje è l’Albania; in passato è stata la Grecia ad opporsi attivamente al nome stesso del paese, portando alla bizzarra denominazione ufficiale di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; mentre, negli anni ‘90, le proteste scoppiate ad Atene costrinsero Skopje a cambiare la propria bandiera. Troppo da gestire, per un paese di 2,1 milioni di abitanti. La storia della FYROM rimane oltremodo confusa, e risulta perciò facile per un viaggiatore comprendere il motivo per cui gli sfoggi di una capitale come Skopje tendono all’esuberante. Si tratta in un certo senso della celebrazione di ciò che il paese agogna a diventare: uno stato-nazione stabile al pari dei suoi consimili europei.

E a tale scopo, la Macedonia sa di aver bisogno di un aiuto dall’esterno. Ma le dispute regionali l’hanno frenata, colpendo proprio al cuore dell’identità nazionale: la Grecia, contrariata per il nome del paese, ha chiuso le porte della NATO proprio quando un invito alle procedure di ingresso sembrava prossimo, e insieme alla Bulgaria ha messo i freni anche all’ingresso nell’Unione Europea. Dieci anni dopo, tutti i paesi limitrofi risultano virtualmente molto più prossimi all’obiettivo NATO o a quello europeo (o a entrambi), in un’area dove una sorta di integrazione euro-atlantica è ritenuta vitale al consolidamento
nazionale.

Successivamente, la Macedonia ha cominciato a frenarsi da sola. In carica da circa dieci anni (a partire dal 2006), il governo dell’ex Primo Ministro Nikola Gruevski ha portato al degrado le istituzioni del paese, chiudendosi nei propri palazzi e mettendo sotto assedio la libertà di stampa, mentre rigonfiava l’apparato burocratico nazionale in modo da ottenere maggiore fedeltà al partito, il VMRO-DPMNE (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Ad ogni modo, in seguito ad uno smaccato cambio di politica verso un nuovo governo, avvenuto questa estate, d’improvviso la Macedonia è apparsa molto meglio preparata a portare avanti il processo di integrazione europea. L’Occidente ritiene oggi che è nel suo stesso interesse avere buoni rapporti con Skopje.

Un cammino tortuoso

Il nuovo governo macedone, guidato dal devoto filo-occidentale Zoran Zaev (Unione Socialdemocratica di Macedonia – partito di centro-destra), ha davanti a sé un cammino alquanto tortuoso per reggere un potere piuttosto fragile.

Appena un decennio fa, la Macedonia si prestava benissimo ad un ruolo che simboleggiava progresso nei Balcani, tuttavia è stata rifiutata. Scampata appena alle guerre civili che hanno coinvolto i suoi vicini con la caduta della Jugoslavia, i macedoni elessero il governo di Gruevski sulla base di un cammino di riforme proiettato verso l’accesso all’Unione Europea
e alla NATO. Da ex ministro delle finanze con fare da tecnocrate, Gruevski era diventato un modello di potere politico altamente partitico e alimentato dal clientelismo, condito di fervore nazionalista. Gli analisti che ho avuto modo di incontrare a Skopje hanno descritto una situazione in cui l’impresa privata è tutta nelle mani delle élite – un destino toccato pure ai
più popolari canali di informazione, una situazione che ha costretto la maggior parte del giornalismo indipendente ad affidarsi a sostegni esterni. Il debito è salito alle stelle: la dimostrazione più evidente delle spese scellerate del VMRO è il tempio della pacchianeria del XXI secolo in Piazza Macedonia a Skopje, dove i moderni palazzoni sono stati ricoperti da bizzarre facciate neoclassiche dai costi esorbitanti.

Il precedente governo avrebbe potuto continuare il proprio percorso senza ostacolo alcuno, se non fosse per uno scandalo saltato fuori secondo cui, a quanto si dice, agenti dei servizi segreti avrebbero passato delle registrazioni ai socialdemocratici, allora all’opposizione. Tra le tante accuse, ve ne è una legata al coinvolgimento in brogli elettorali. Le indiscrezioni portarono a massicce proteste nel 2015, la nomina di un procuratore speciale, nuove elezioni, per arrivare infine alla formazione di un nuovo governo, guidato dai socialdemocratici con il supporto della coalizione dei partiti della minoranza etnica albanese.
In seguito al clamoroso attacco al Parlamento per mano dei sostenitori del VMRO, lo scorso maggio il vacillante presidente della Macedonia, Georgi Ivanov, ha approvato il mandato per un nuovo gabinetto. Zaev ha portato i socialdemocratici al potere, mentre Gruevski si ritrova adesso a respingere accuse che potrebbero portarlo a scontare ben 27 anni di carcere.

Nuovi scenari pericolosi

Nessuna delle considerazioni precedenti è intesa a prendere una posizione nelle politiche interne della Macedonia – piuttosto, le medesime dimostrano quanto velocemente le cose possano peggiorare. Skopje ha evitato per un pelo una guerra civile tra le fazioni etniche albanesi e macedoni, quando ha preso parte alla stesura dell’Accordo di Ocrida nel 2001 insieme a partner esterni. I principali partiti del paese si sarebbero volentieri scambiati il potere subito dopo le elezioni. L’intrinseco interesse macedone di ottenere il consenso occidentale nasce dalla necessità di solidificare le proprie istituzioni e di ammodernare la
propria economia. Le istituzioni occidentali sembrano garantire una via d’uscita alle fasi di transizione di Stati come quelli balcanici.

Quando le ambizioni NATO e UE della Macedonia giunsero allo stallo, l’Europa era in una fase diversa – un periodo in cui i pacifici confini della democrazia parevano protesi al solo progresso. Era la stessa fase in cui gli sforzi della Turchia di entrare nell’Unione venivano trattati con derisione e quando a paesi come Ucraina e Georgia veniva offerta la remota possibilità di entrare a far parte della NATO (facendo arrabbiare la Russia) ma senza fornire un chiaro piano di adesione. Come ha sottolineato Michael O’Hanlon, ciò ha reso i due paesi doppiamente vulnerabili. In effetti, con un minimo di premura in più, numerosi errori erano evitabili.

Attualmente i Balcani Occidentali sono tornati sulla scena e rappresentano la nuova sfida per i leader occidentali; per la Macedonia, in condizioni peggiori rispetto a dieci anni fa, sono state ipotizzate delle pessime soluzioni. La Questione Macedone è tornata alla ribalta negli ultimi anni, spogliata di qualsiasi contesto storico e conseguenza geografica, come si evince dalle parole del repubblicano Dana Rohrabacher (R-Calif.), il quale lo scorso febbraio ha dichiarato, ai microfoni di una rete televisiva albanese, che la Macedonia non è una nazione e che dovrebbe concedere il proprio territorio ai paesi limitrofi seguendo le linee etniche territoriali. Iterazioni in campo accademico di questa errata argomentazione sono state riciclate più volte negli ultimi mesi.

Il modo in cui l’etnicità ammanta l’intera mappa dei Balcani non è affatto semplice, da un punto di vista topografico o politico, ma la sua manifestazione risulta ancor più irruente quanto più il suo potere è messo in discussione. Il profondo rosso del drappo albanese tappezza le strade e i villaggi di tutto il nord-ovest della Macedonia, laddove la popolazione albanese risiede in maggioranza – molto più “rosso” e “profondo” di quanto se ne possa vedere nella stessa Albania. Esattamente come nella Repubblica Serba in Bosnia, dove il vessillo di tale entità costituzionale dominata dai serbi addobba le strade che perimetrano Sarajevo, capitale della Bosnia. Così si presentano le micro-realtà sulle linee di confine della civilizzazione.

E risulterebbe particolarmente facile giungere ad erronee conclusioni partendo da tali presupposti. La partizione etnica possiede una sorta di attrazione “ctonia”, che riemerge continuamente dalle profondità per offrire una nuova epifania, come se l’identità fosse scolpita nella roccia o come se le linee etniche fossero tracciate nitide e nette sulla mappa. L’ultima cosa di cui ha bisogno l’intera regione è una nuova revisione dei confini.

Di certo, in Macedonia ci sono ragioni a sufficienza da lasciar comprendere che la minoranza albanese ambirebbe ad una maggiore partecipazione all’interno dello Stato esistente, piuttosto che forgiare un’alleanza alternativa con l’Albania. Vorrebbe vedersi garantiti i propri diritti all’interno dello stato, il che spiega pure il motivo per cui nel 2001 l’Accordo di Ocrida ha fermato un conflitto crescente. Analogamente in Montenegro, il governo ha alla fine riconosciuto l’indipendenza del Kosovo nonostante una dura opposizione iniziale, ammettendo in questo modo di aver agito per i propri interessi. Al di là della retorica nazionalista, è probabile che la Serbia vorrebbe fare lo stesso.

Le aspirazioni etniche all’interno di un paese necessitano di un determinato contesto politico per potersi affermare, a meno che non siano tese a scatenare un conflitto. La Macedonia ha vissuto un prolungato periodo di transizione dal comunismo, in cui le élite economiche hanno instaurato una cleptocrazia, mentre le masse sono rimaste irreparabilmente povere, e in cui le deboli istituzioni hanno limitato l’ambito della democrazia a favore di una feroce competizione tra partiti politici per accaparrarsi il potere assoluto. Il fallimento dei processi di ingresso nella NATO e nell’Unione Europea rischia di provocare sfiducia e disillusione crescenti che potrebbero peggiorare ulteriormente le cose.

Nessuna soluzione semplice

L’Unione Europea non si trova oggi nella posizione di poter pensare ad una sua espansione, presa com’è dai suoi problemi interni, e di certo dovrebbe presentarsi come modello più solido prima di provare ad attrarre nuovi paesi nella propria orbita. I problemi che intercorrono tra l’UE e l’Est Europa delucidano al meglio la situazione: l’ultima cosa che Bruxelles si auspica in questo momento è di portare tra i propri membri paesi che traghetterebbero al Consiglio un nuovo Orban, un nuovo Szydlo, o un futuro Gruevski. E così rimarrà, tanto a lungo finché l’Unione Europea continuerà a considerarsi come un progetto civilizzazionale omnicomprensivo. Allo stesso modo in cui Bruxelles si scontra con Budapest sull’immigrazione, molti dei principi normativi che l’Unione esige dai suoi membri falliscono miseramente in condizioni come quelle in cui vessa Skopje. In ultima analisi, anche se il processo di adesione UE risulta lento, la tutela a lungo termine che garantisce è piuttosto considerevole.

La NATO avrebbe maggiore rapidità d’azione, nonostante il supporto ai propri membri risulti pressoché limitato. Un piano di adesione per la Macedonia era operativo qualche anno fa, e le forze armate macedoni erano considerate altamente competenti — probabilmente molto più di quelle montenegrine, che hanno aderito alla NATO di recente. Come ha fatto notare
O’Hanlon, la NATO è passata da un precedente ruolo di pura autodifesa, a una funzione attraverso la quale tenderebbe ad aprire un varco per tutta una serie di Stati, affinché questi possano migliorare i propri governi e portare a termine le proprie transazioni da politiche post-comuniste.

Non v’è nessun traguardo prossimo o alla portata. Ma un’opportunità per entrare in Occidente è stata offerta alla Macedonia, un paese che è interno all’Europa, a circa 1.000 km da Vienna. Se l’Europa non definisce appieno le proprie azioni nei Balcani, vi sono in verità già numerosi attori esterni pronti a farlo al posto suo.


[Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto. Analisi di Joel Weickgenant su RealClearWorld. Originale in inglese (13/08/2017) qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Fethullah Gulen: la Turchia che non riconosco più

Fethullah Gulen: la Turchia che non riconosco più

In copertina: press conference dell’incontro tra il Presidente Turco Recep Tayyip Erdogan e il Presidente Russo Vladimir Putin.

Opinione di Fethullah Gulen su Washington Post (15/05/2017) originale in inglese qui; in turco qui. Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto.

Approfondimento su Fethullah Gulen e la sua storia: Fethullah Gulen: profilo di un nemico giurato [infooggi.it]

Saylorsburg, PA

Con l’incontro dei presidenti di Stati Uniti e Turchia alla Casa Bianca lo scorso martedì, il leader del paese che per quasi due decenni ho chiamato casa si è trovato faccia a faccia con il leader della mia madrepatria. I due paesi hanno numerose questioni in ballo, incluse la lotta allo Stato Islamico, il futuro della Siria e la crisi dei rifugiati.

Ma la Turchia di cui ho ricordo, un paese che ispirava speranza nel suo obiettivo di consolidare la democrazia e una moderata forma di secolarismo, è diventata di dominio di un presidente che sta facendo di tutto per accumulare potere e soggiogare il dissenso.

L’Occidente dovrebbe aiutare la Turchia a tornare sul suo cammino democratico. L’incontro di martedì, e il vertice NATO della prossima settimana, dovrebbero rappresentare un’opportunità per portare avanti tale sforzo.

Dallo scorso 15 luglio, in seguito a un deplorevole tentativo di golpe, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sistematicamente perseguitato persone innocenti – con l’arresto, la detenzione, il licenziamento ed altre attività che hanno rovinato la vita a più di 300.000 cittadini turchi, siano essi curdi, aleviti, secolaristi, attivisti di sinistra, giornalisti, accademici o membri dell’Hizmet, il movimento umanitario pacifista a cui sono io stesso associato.

In seguito al tentato golpe, ho ferocemente denunciato l’accaduto e ho negato qualsiasi coinvolgimento. Inoltre, ho chiarito che tutti coloro che hanno preso parte al putsch hanno tradito i miei ideali. Ciò nonostante, e senza alcuna prova evidente, Erdogan mi ha immediatamente accusato di aver orchestrato il colpo di stato a 5.000 miglia di distanza. Il giorno seguente, il governo ha preparato delle liste di migliaia di persone legate all’Hizmet – che avevano aperto conti bancari, insegnato in una specifica scuola o fatto inchieste per determinati giornali – trattando l’affiliazione come un crimine e cominciando a rovinare le loro vite. Le liste includevano anche persone decedute da mesi, o che avevano lavorato per il quartier generale della NATO in quel periodo. Gli osservatori internazionali hanno denunciato numerosi sequestri di persona, oltre a episodi di tortura e di decesso in carcere. Il governo perseguita persone innocenti anche all’estero, come nel caso delle pressioni sul governo della Malesia la scorsa settimana, per la deportazione di tre simpatizzanti dell’Hizmet, incluso un dirigente scolastico che vive lì da più di dieci anni, il quale andrà di certo incontro alla prigione e probabilmente sarà torturato.

In aprile, il presidente ha vinto un referendum di misura – con seri sospetti di presunti brogli – per formare una “presidenza esecutiva” senza controlli né equilibri, che gli consente di controllare tutti e tre i rami governativi. Ad essere sinceri, con le purghe e la corruzione, grossa parte di tale potere era già nelle sue mani. Sono molto preoccupato per i cittadini turchi che stanno entrando in questa nuova fase di autoritarismo.

Non è cominciato tutto in questo modo. Il partito dell’AKP è salito al governo nel 2002 promettendo riforme democratiche nella volontà di diventare un membro della comunità europea. Ma con il passare del tempo, Erdogan è diventato sempre più intollerante al dissenso. Ha facilitato il trasferimento di numerose testate nelle mani dei suoi compari, attraverso agenzie di regolamentazioni governative. Nel giugno del 2013 ha spazzato via le proteste del Gezi Park. Nel dicembre dello stesso anno, quando i membri del suo gabinetto erano implicati in una massiccia inchiesta sulla corruzione, lui ha risposto sottomettendo il sistema giudiziario e i media. Il “temporaneo” stato di emergenza dichiarato dopo il 15 luglio è a tuttora in corso. Secondo Amnesty International, un terzo dei giornalisti imprigionati nel mondo si trovano nelle carceri turche. E le persecuzioni di Erdogan a danno della sua gente non sono soltanto un problema interno. La caccia continua alla società civile, ai giornalisti, agli accademici e ai curdi in Turchia sta minacciando la stabilità a lungo termine del paese. La popolazione turca è già fortemente polarizzata sotto il regime dell’AKP. Una Turchia sotto un regime dittatoriale, che garantisce rifugio ai radicali violenti e spinge i suoi cittadini curdi all’esasperazione, potrebbe rappresentare un incubo per la sicurezza del Medio Oriente.

I turchi necessitano del supporto dei loro alleati europei e statunitensi per ristabilire la democrazia. Dal 1950 la Turchia ha intrapreso un percorso multipartitico per entrare a far parte della NATO. Come requisito al suo ingresso, la NATO può e dovrebbe esigere che la Turchia onori i suoi impegni nel rispetto delle norme democratiche dell’alleanza.

Due provvedimenti risultano essenziali per il rovesciamento di questa regressione democratica in atto in Turchia.

Primo, andrebbe abbozzata una nuova costituzione civile attraverso un processo democratico, che coinvolga le esigenze di tutte le parti sociali e che sia in linea con le norme internazionali legali e umanitarie, che sappia prendere esempio dalle democrazie di successo a lungo termine dell’Occidente.

Secondo, la necessità di un programma scolastico che enfatizzi i valori democratici e pluralisti, e che incoraggi al pensiero critico. Ogni studente dovrebbe comprendere l’importanza dell’equilibrio dei poteri dello stato attraverso i diritti individuali, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e la libertà di stampa, oltre a conoscere i rischi del nazionalismo estremo, della politicizzazione della religione e la venerazione di uno stato o di un leader.

Prima che tutto questo possa verificarsi, il governo turco dovrebbe smetterla di reprimere la propria gente e ripristinare i diritti dei cittadini che sono stati violati da Erdogan senza giusti processi.

Probabilmente non vivrò tanto a lungo da vedere la Turchia diventare una democrazia esemplare, ma prego affinché la deriva autoritaria possa essere fermata prima che sia troppo tardi.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Il nuovo trend del sushi brasiliano e quei 120 anni di immigrazione giapponese in Brasile

Il nuovo trend del sushi brasiliano e quei 120 anni di immigrazione giapponese in Brasile

Il logo del Sambamaki, la temakeria di via Colonna nel quartiere Prati di Roma, rappresenta un maki fatto di bandiere, piegato elegantemente a forma di cono come si fa col nori, la tipica alga della cucina nipponica, con il giallo-oro del Brasile e il bianco-rosso distintivo del Sol Levante; lo chef del Sambamaki ha un nome piuttosto bizzarro, di quelli capacidi scuotere le fondamenta del nostro immaginario collettivo: Ricardo Takamitsu. La scossa la si avverte già solo incontrandolo: alto, carnagione parecchio scura, occhi a mandorla e un sorriso carioca, Ricardo – di madre giapponese e padre brasiliano – trasuda l’educazione e il rispetto giapponese e la solarità spensierata brasiliana, il meglio di due culture distanti già dalla geografia, che la nostra più fervida fantasia affastellerebbe insieme a fatica, tanto sono entrambe permeate da sani e definiti luoghi comuni. Eppure in Brasile è presente la comunità giapponese più numerosa al mondo al di fuori del Giappone, una storia di immigrazione lunga circa cent’anni che oggi impara ad imporsi sotto forma culinaria nelle città italiane ed europee, indicando la strada maestra delle future tendenze del sushi e della cucina d’Estremo Oriente. Da Milano a Roma, il sushi brasiliano è già diventato il nuovo tempio del cibo (esponenzialmente!) etnico, e la diffusione a macchia d’olio pare non risparmierà le altre città italiane. Lo stesso Ricardo è ormai di casa nel salotto della Clerici a “La Prova del Cuoco”, dove non di rado presenta le sue ricette innovative a suon di pesce crudo e frutti tropicali. «Il mio nonno materno era originario di Okinawa, nel sud del Giappone. Era più scuro, a vederlo già sembrava un brasiliano!», ironizza Ricardo. «Mia nonna invece veniva da una città del nord, una donna bianchissima! Takamitsu è un omaggio a mio nonno, perché in Brasile non sei obbligato a prendere il cognome di tuo padre. Io sono nato in Brasile e mi sento fortemente brasiliano. Ma la cultura della mia mamma, e specie quella gastronomica, mi ha influenzato parecchio». Al Sambamaki hai la possibilità di gustare un menù ricco e caleidoscopico e in continua evoluzione (consiglio: lasciate fare tutto a Ricardo), goderti un’ottima sakeirinha al mango o alla maracujà,immergerti a pieno palato in un duplice esotismo, assaporare in effetti il risultato di un contatto culturale che sa di storia e di identità, di scelte politiche, di assimilazione e acculturazione, di una “etnicità a trattino” – come ama definirla Jeffrey Lesser – che dal 1895 a oggi raccontaun affascinante viaggio condito di autoaffermazione, appartenenza e necessità politiche.

In principio fu l’abolizione della schiavitù

L’immigrazione è stata da sempre sommariamente perimetrata a “fenomeno europeo”, inteso sia in entrata che in uscita: la storiografia ha in generale ignorato gran parte degli scenari non europei, una lacuna sorprendente, data l’enorme mole di persone coinvolte. Il Brasile è di solito annoverato tra le mete principali di tanti immigrati europei, ma le ragioni che spinsero governi, intellettuali ed élite brasiliane ad accogliere l’uno o l’altro gruppo di immigrati, che siano essi asiatici, centro-europei o mediorientali, rimangono ancora ignote ai più. Il repentino “cambiamento di tendenza” che ha favorito il susseguirsi degli ingressi e le esclusioni dei vari gruppi etnici in Brasile, altro non era che lo specchio di interessi nazionali e privati evolutisi in base alla convenienza del momento, spesso legati alle esigenze di singoli o caratterizzati da rigurgiti più o meno razzisti sull’onda dell’ultima teoria evoluzionistica alla moda.Non da meno il “caos identitario” che ne è venuto fuori, quando le classi al potere sentivano forte la necessità nazionalista di poter definire il termine “brasiliano” possibilmente quanto più prossimo ad un ambìto ideale europeo. E per comprendere questo insieme di dinamiche, bisogna partire da molto lontano.

Per oltre 300 anni, ossia dalla seconda metà del XVI secolo fino alla prima metà del XIX secolo, furono deportati dall’Africa al Brasile circa 3,6 milioni di schiavi. Questo numero enorme di africani di colore ha profondamente modificato l’aspetto razziale del Brasile. Afuror di statistica, nel 1872, l’anno del primo censimento nazionale in Brasile, i bianchi costituivano il 38,1% della popolazione, mentre neri, mulatti e indiani rappresentavano il restante 61,9%. La predominanza permaneva anche nel secondo censimento del 1890, dove i bianchi avevano raggiunto il 44%, rappresentando ancora la minoranza. Decisivo, da un punto di vista storico, fu l’abolizione della schiavitù a partiredal 1850, un processo che in Brasile venne parecchio rallentato proprio dai proprietari terrieri, che dovettero trovare una rapida alternativa al rimpiazzo di una manodopera a basso costo. Le conseguenze di tre secoli di schiavitù, inoltre, avevano sollevato un nuovo dilemma legato alla commistione di razze e ad una sommaria dicotomia bianchi/neri: gli africani e i loro discendenti erano ritenuti i responsabili dell’arretratezza del Brasile, e urgeva porre rimedio “sbiancando” la razza brasiliana. A tal fine, un ruolo fondamentale fu giocato dalle teorie eugenetiche di Lamarck (secondo cui i tratti, e di conseguenza la cultura, venivano assimilati attraverso i locali e gli ambienti climatici), e le teorie dell’anatomista tedesco Blumenbach, (che proponeva una “scala razziale” dove primeggiava la razza caucasica, spingendo africani e asiatici in fondo alla lista in quanto a costituzione fisica e intelligenza), fornendo di fatto un conveniente patibolo per le élite brasiliane, a supporto di politiche che promuovevano l’entrata di immigrati “desiderabili”.

Le politiche sull’immigrazione favorirono inizialmente l’ingresso di persone provenienti dall’Europa centrale, in particolare di tedeschi, portoghesi, spagnoli e italiani, tutti pronti ad essere trasformati in braços para a lavoura, e visti dai brasiliani come coloro che “avrebbero ricreato il Vecchio Continente nel Nuovo”, a “estinguere i nativi e la popolazione africana con la loro superiorità”. Ma gli europei ben presto non si mostrarono né a basso costo né servili socialmente, e anzi in breve tempo cominciarono a reclamare aumenti salariali e diritti sindacali, tanto che il dibattito pubblico in Brasile si spostò repentino alla considerazione anche di gruppi non-europei.

C’è da sottolineare, inoltre, che un’identità nazionale singola e statica in Brasile non è mai esistita, l’etnicità poteva essere intesa come un concetto “situazionale”, e il termine “raça” aveva assunto un significato piuttosto vago, con una particolare difficoltà a definire “l’altro”.

Fallito il tentativo europeo, le classi dirigenti brasiliane scoprirono nuovi gruppi di immigrati, abitanti di terre lontane in cui nessuno aveva mai messo piede ma che tutti conoscevano.

 

Porte aperte a cinesi e mediorientali

Una attrazione indiretta del Brasile nei confronti della Cina risale al 1511, quando il Portogallo divenne la prima potenza marittima europea a stabilire dirette relazioni con l’impero cinese. La stessa parola “mandarino” viene dal verbo “mandar” (inviare), e veniva utilizzata dai lusitani per appellare i membri delle élite cinesi. La considerazione che portoghesi e brasiliani avevano degli asiatici seguiva però tendenzialmente le teorie di Blumenbach e la sua “scala razziale”: i cinesi avevano un appeal esotico, e differivano dagli africani per la loro posizione superiore nella gerarchia razziale. A seguito del fallimento con gli europei, i cinesi sembrarono la soluzione ottimale al duplice problema di de-africanizzare il paese e garantire forza lavoro, questa volta con una popolazione maggiormente servile seppure non schiavizzata.

Il dibattito pubblico, però, divampava in una feroce tempesta, tra chi era a favore dell’ingresso del nuovo gruppo etnico e chi temeva che il Brasile venisse trasformato da paese “europeo” ad “asiatico”, chi indicava il modello di crescita dei Caraibi inglesi grazie alla “sobrietà e perseveranza dei cinesi” e chi riteneva che “i cinesi non lavorassero sodo perché non erano cristiani”. In linea di massima, il pericolo avvertito dalle figure più influenti delle élite brasiliane giaceva nella “degenerazione che avrebbe portato la cultura cinese sul Brasile, che aveva già sofferto la deformità degli africani”, o dal “rischio mongolizzazione delle inevitabili relazioni sessuali interraziali”. Nel miasma teorico, fu alla fine la Cina a rifiutarsi di concedere i contratti di lavoro nel settembre del 1880, avendo compreso che i proprietari terrieri vedevano gli asiatici e gli africani come “macchine o come forza lavoro a basso costo” piuttosto che coloni; i cinesi che riuscirono a stabilirsi in Brasile risultarono davvero pochi.

Il medesimo “colpo di fulmine”, questa volta tra brasiliani e mediorientali, ebbe pressappoco vita breve: i rapporti tra arabi e lusitani avevano radici parecchio profonde, risalivano alla conquista della penisola iberica da parte dei Mori, un episodio storico che poneva il Medio Oriente in una posizione speciale, sia amico che nemico, esoticamente differente ma familiare, che in qualche modo testimoniava che i portoghesi del Brasile erano già stati arabizzati. A differenza degli asiatici, i mediorientali godevano della componente “aspetto fisico”: i tratti somatici di siriani, turchi e libanesi non differivano poi di molto da quelli dei brasiliani, al punto che per parecchi di loro giunti dal Mashrek fu sufficiente cambiare nome e vedersi riconosciuta una linda nazionalità brasiliana. Fu così che Taufik divenne Teòfilo, Fauzi divenne Fausto, Mohamad divenne Manuel. (Un caso curioso fu quello di un dentista di Goiás, che cambiò il suo nome, “Abdulmajid Dàu”, in “Hermenegildo da Luz”, perché “Hermenegildo suona come Abdulmajid, e Dàu significa ‘luce’ [Luz]”).

Ma le bieche diatribe intellettuali non risparmiarono di certo i nuovi arrivati: il Brasile si avviava verso la dittatura, e la burocrazia politica sentiva la necessità di esprimere apertamente i propri pregiudizi. Fu difatti decretato che “una delle cause della disoccupazione era il libero ingresso di stranieri, [i quali] favorivano di frequente l’aumento del disordine economico e dell’insicurezza sociale”, mentre i giornali impazzavano contro i mediorientali, portatori di una mentalità “sinuosa e sinistra, forse l’Oriente pittoresco ma ad ogni modo pericoloso […] L’Oriente che tutte le popolazioni civilizzate sperano di evitare”.

Nessuno, insomma, ebbe vita facile in Brasile. Le resistenze xenofobe riuscivano in un modo o nell’altro ad avere sempre la meglio, nonostante i disperati tentativi dell’uno o dell’altro gruppo di ricreare una nuova identità razziale, nel rispetto della propria cultura e di quella che l’aveva accolta. Sirio-libanesi, sino-brasiliani, arabo-carioca, hanno nelle decadi affollato la lunga lista dei falliti neologismi “a trattino”, che hanno tentato di dare un’etichetta ai nuovi fenomeni di commistione razziale, laboratori culturali senza precedenti. L’unica realtà che ha saputo imporsi in maniera costruttiva, nella definizione di un vero e proprio spazio etnico, che ha saputo più di tutte ammaliare le paranoiche élite brasiliane, al punto da rappresentare un “pericolo di superiorità”, aveva compiuto un viaggio parecchio lungo, attraverso l’Oceano Indiano e quello Atlantico, riformulando l’inedito binomio dei nippo-brasiliani.

Brasile e Giappone, 120 anni di identità “a trattino”

I primi contatti tra giapponesi e lusitani risalgono al lontano 1543, quando missionari gesuiti dal Portogallo intrapresero una missione evangelica nel remoto impero insulare orientale. È il tema trattato anche nell’ultimo lavoro di Martin Scorsese “Silence, ispirato all’omonimo romanzo storico di Shūsaku Endō. Le interazioni tra le due culture durarono poco più di mezzo secolo, e a oggi rimangono cristallizzate nel lessico giapponese, parole come “carta”, “copo” o “tabaco”. La stessa“tempura”, oggi considerato uno dei piatti nipponici più conosciuti al mondo, deriva dal portoghese “tempero” (condimento), e nasce proprio da quei primi contatti, quando i portoghesi si astenevano dal cibarsi di carne rossa per tre giorni a ogni inizio di stagione, per celebrare il rito cattolico delle quattro tempora, e solevano preparare un piatto fritto leggero a base di pesce e verdure. I giapponesi, da sempre amanti del pesce, appresero questa tecnica di frittura leggera e ne divennero dei veri e propri maestri. Tutto il resto è storia nota.

Un nuovo contatto luso-giapponese ebbe luogo circa 400 anni dopo, questa volta sulle coste brasiliane: il diplomatico Sho Nemoto, inviato speciale per l’immigrazione, attraccò al porto di Santos nel settembre del 1894, a bordo della leggendaria Kasato-Maru. L’incontro segna un passo fondamentale per l’immigrazione giapponese in Brasile, l’inizio di relazioni bilaterali a tutt’oggi in vigore, con la sola pausa della Seconda Guerra Mondiale.

Nemoto si ritrovò a confrontarsi con un Brasile sia avido di, che spaventato dagli immigrati. Di certo i brasiliani rimasero stupefatti dall’ordine e dalla pulizia con cui si presentò la Kasato-Maru, non disdegnando nemmeno l’abbigliamento “all’occidentale” dello stesso Nemoto; ciò fu sufficiente a che i giapponesi venissero considerati come la soluzione perfetta alle loro ataviche esigenze di forza lavoro a basso costo, e un “Trattato di Amicizia, Commercio e Navigazione” fu siglato tra i due paesi. Dal canto suo, il Giappone pure aveva crucci da risolvere, che dall’inizio della Restaurazione Meiji in poi aveva cominciato a fare i conti con aspre tensioni sociali dovute all’aumento demografico della popolazione.

Nemoto presentò i propri connazionali come i “bianchi” dell’Asia, e li “vendette” come tutto ciò che gli europei non erano: tranquilli, lavoratori, e desiderosi di diventare brasiliani. La sostanziale differenza tra i giapponesi e gli altri gruppi etnici in Brasile stava nel fatto che i primi furono da subito accolti come coloni, e il loro ingresso era supportato politicamente ed economicamente dall’amministrazione di Tokyo. Presto l’emigrazione divenne una politica prioritaria per il Giappone, con maggiore enfasi proprio verso il Brasile: si moltiplicavano i fondi a favore e le campagne di promozione. Un poster di propaganda usato dal governo giapponese ritraeva un giovane muscoloso che punta il dito sul Brasile; nell’altra mano una zappa, e la sua famiglia siede sul suo braccio piegato, e la scritta: “Andiamo! Porta la tua famiglia in Sudamerica!”:

Le aziende giapponesi cominciarono a comprare ampi territori specie nell’area di Registro, a 185 km a sud di San Paolo, dove una colonia omonima fu fondata nel 1913, completamente gestita da immigrati giapponesi il cui stile di vita li scoraggiava a lasciare il Brasile, e anzi incoraggiava altri giapponesi a partire. Le abilità dei nuovi residenti ebbero effetti pressoché immediati: la produzione di riso, per fare un esempio, nel 1908 non era sufficiente per il consumo nazionale, mentre divenne oggetto di esportazione appena 15 anni dopo.

Tra le élite brasiliane serpeggiavano comunque le consuete resistenze razziali, ma ai giapponesi era andata un po’ meglio: nell’immaginario collettivo, tutti i giapponesi indossavano “abiti puliti” e avevano “corpi puliti, avevano con sé persino un kit con spazzolini, spazzole e rasoi. I nuovi arrivati adorano il nostro cibo, e sembrano persino in ansia di imparare il portoghese. La razza è molto diversa, ma non inferiore”. Più in generale, si era diffuso un certo sentimento positivo nei confronti del nuovo gruppo etnico, se ne apprezzava la capacità organizzativa delle colonie e si ammirava un paese come il Giappone che aveva saputo “spogliarsi del kimono e indossare la cravatta”, che sotto i Meiji aveva fornito un modello di crescita interna e come potenza internazionale, economicamente e tecnologicamente avanzato. Il Giappone brillava di modernità, e quindi di Occidente, al punto che era nel Giappone che giaceva la speranza per un futuro del Brasile.

Negli anni a seguire, ci fu un numero altissimo di ingressi di giapponesi in territorio brasiliano: nel 1923 essi rappresentavano il 2,3% degli immigrati a San Paolo, ma raggiunsero repentinamente quota 11,6% appena cinque anni dopo. I giapponesi erano secondi – in quanto a residenti stranieri – solo ai portoghesi, ma rappresentavano il doppio di italiani,spagnoli e tedeschi.

Il forte aumento di giapponesi favorì anche un’inversione di tendenza: nella stessa decade – che precedeva l’istaurazione del regime di Vargas – andò sviluppandosi una forte Campanha anti-niponica all’interno del dibattito pubblico brasiliano. Il timore degli “anti-” veniva percepito in un “rischio invasione” incontrollata, puntando l’indice su presunte “mire imperialistiche” del Giappone, l’intenzione di creare uno “Shin Nihon” (Nuovo Giappone) all’interno del Brasile, che prima o poi avrebbe distrutto la razza brasiliana. La paranoia raggiunse l’apice quando venne diffusa la voce di un presunto piano militare dell’esercito giapponese di trasformare l’Amazzonia in base navale nipponica. Il nazionalismo di Vargas si scatenò anche nella campagna ad ampio raggio per la diffusione della brasilidade, un programma di omogeneizzazione dell’identità nazionale che andò a distruggere tutti i fenomeni di integrazione interraziale faticosamente costruiti in Brasile, dalle scuole gestite da immigrati (furono chiusi circa 600 istituti, la maggior parte gestiti da giapponesi) alla messa al bando dei giornali in lingua straniera.

In politica estera, e con le tensioni di un’incombente coflitto mondiale, Vargas si schierò fermamente dalla parte degli Alleati, a seguito dell’attacco a Pearl Harbor nel dicembre del 1941. Di conseguenza si scatenò una vera e propria caccia alle streghe, con arresti e allontanamenti forzati di cittadini giapponesi. Furono gli anni più bui per la comunità giapponese in Brasile, attaccati ad ogni occasione, accusati di rappresentare il cosiddetto “pericolo giallo”.

La Campanha scatenò una profonda reazione ultranazionalista nella comunità giapponese, al punto da portare i membri più anziani a costituire delle società segrete dove si venerava l’Imperatore e le ancestrali tradizioni nipponiche come forma di difesa della propria identità. Questo fu l’atteggiamento della generazione precedente, mentre i figli della medesima, i cosiddetti nikkei, sprofondavano in un limbo di indeterminatezza, nella strenua lotta di trovare il proprio posto nella società: in Brasile si sentivano brasiliani per il semplice fatto di essere nati in quella nazione, ma continuavano ad essere visti come giapponesi; chi lasciò il Brasile per il Giappone si ritrovò presto a sentirsi uno straniero in una “patria” che in realtà non era propriamente sua. Altri ancora, nel tentativo di diventare brasiliani “a tutti gli effetti”, si sottoposero a interventi di chirurgia plastica agli occhi. I risultati a tutt’oggi rimangono piuttosto confusi, nonostante i giapponesi, a differenza degli altri gruppi etnici, siano stati capaci di insinuarsi con rapidità nelle classi medio-alte della società brasiliana. Oggi i nippo-brasiliani ricoprono cariche pubbliche e posti di rilievo, ma pare che le spinose questioni identitarie rimangono attuali come lo erano negli anni ’20 e ’30.

Il sushi brasiliano: dal quartiere Libertade di San Paolo a futura tendenza culinaria

Modellato sulla Little Tokyo di Los Angeles, il quartiere di Libertade fu costruito con l’idea di renderlo un’attrattiva turistica per la città di San Paolo, condito di lampioni a mughetti e un ampio numero di torii rossi. Libertade è rimasta nel tempo una piccola “colonia asiatica”, oggi assaltata anche da cinesi e coreani, ed è qui che negli anni ’20 nacque il primo germe della cucina sushi-samba. L’esigenza venne fuori dalla rigorosa tradizione giapponese, che si ritrovò adover utilizzare gli ingredienti che aveva a disposizione. Generazione dopo generazione, i piatti giapponesi si arricchirono dei colori brasiliani; il simbolo della fusione è il caratteristico cono d’alga ripieno di riso e pesce (temaki), arricchito con papaya, avocado e salse brasiliane, mentre il saké aveva trovato nella cachaca e nella frutta tropicale un abbinamento del tutto innovativo.

Le temakerie hanno impiegato circa un secolo prima di imporsi sul mercato internazionale, in particolare il loro boom lo si è avuto negli anni ’90, quando questo particolare esempio di sushi-fusion godette di una diffusione capillare in tutta Europa. In Italia la tendenza è arrivata con un leggero ritardo, è partita da Milano e ora è alla conquista della capitale, con i vari Temakinho, Manioka, Sao, e il già citato Sambamaki.

L’incontro tra due culture, in territorio culinario, ha sempre portato ad una trasformazione delle ricette d’origine in un’offerta che sappia sposare i gusti dei palati d’arrivo. Di esempi ne abbiamo a bizzeffe, dalla famigerata “pizza all’ananas” al California e l’Alaska-maki, in un processo perenne di creolizzazione del cibo. Ciò che stupisce del sushi brasiliano è la sua predisposizione ad offrirsi quasi come un totale sostituto al sushi tradizionale. Ne è convinto lo stesso Ricardo: «in futuro sentiremo parlare solamente di sushi fusion, sarà l’unico sushi disponibile. È una questione di tendenza, di evoluzione. E di tempo».

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Le strade di Istanbul e di Ankara appaiono avvolte in un’atmosfera surreale, una stasi silenziosa ben lontana da come si presentarono ai miei occhi, appena cinque anni fa: solari, allegre, concitate, gravide di riscatto. Ci mancavo dai tempi dei fatti di Gezi, ed era palpabile e subitanea la trasformazione a cui s’erano sottoposti i due centri urbani che da sempre animano la vita politica della Turchia. Faccio scalo a Istanbul dove incontro un gruppo di vecchi amici dalle facce stanche, in un pub semi-deserto nel quartiere di Kadıköy. «Sono cambiate tante, troppe cose da quando sei andato via», provano a spiegarmi quell’aria tetra, rassegnata: «è dal colpo di stato dello scorso luglio che nessuno ha più voglia di uscire, non ci si sente più tanto al sicuro per strada». Il giorno dopo raggiungo la capitale Ankara, una città anonima piena di palazzoni nuovi, grattacieli e mastodontici edifici governativi che mi ricordano le Sette Sorelle di Mosca. A due passi da Kızılay incontro Barış Yıldırım, giornalista turco-curdo, scrittore e attivista, una persona estremamente attenta alle dinamiche politiche del suo paese.

Provo a chiedergli conto di cosa stesse diventando la Turchia, che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza cruciale da un punto di vista geopolitico, è rimbalzata ripetutamente sui media di mezzo mondo per questioni interne che spaziano tra il controverso e l’eclatante. Terremoti politici i cui effetti dimostrano di avere un raggio a gettito lungo, capaci di condizionare sia l’Europa che il Medio Oriente. Il prossimo 16 aprile, i cittadini turchi sono chiamati a votare per un referendum costituzionale, la cui rigida dicotomia sì / no potrebbe compromettere seriamente gli equilibri del paese e dell’area tutta. Ho chiesto a Barış di fare maggiore chiarezza.

Cosa esattamente si andrà a votare il prossimo 16 aprile?

Con il referendum viene chiesto ai turchi di accettare o rifiutare la bozza di alcune riforme costituzionali. Come spesso accade in Turchia, vengono accorpati più punti da sottoporre al voto. Si tratta nella maggior parte dei casi di punti irrilevanti, alcuni necessari, ma nella bozza sono presenti diversi articoli nascosti che possono portare a cambiamenti cruciali per la vita politica del paese, e ovviamente in maniera negativa. Se tali modifiche passassero, non avremo più un primo ministro ma una repubblica presidenziale nelle mani di Erdoğan. Si tratta di concedergli parecchi poteri che includerebbero la continuazione dello stato di emergenza, l’influenza sulla magistratura, e il “rinnovo” della legge elettorale, che in sostanza significherebbe l’eliminazione sistematica dei parlamentari non graditi al Presidente. Formalmente in Turchia abbiamo ancora un Presidente della Repubblica, e non “Il Presidente”. Ma la situazione dal post-golpe in poi ha già assunto gli aspetti che sono previsti dalla riforma costituzionale: il presidente Erdoğan in sostanza ha già tutti i poteri nelle sue mani; e ciò che è de facto e contro legge oggi diventerà de jure e legale domani se vincesse il sì.

Com’è percepito il referendum dall’opinione pubblica? Quali le speranze, quali i timori?

Il paese appare fortemente polarizzato: da una parte, la maggioranza dei sostenitori dell’AKP (ma non tutti) ritengono che l’unica soluzione per risollevare le sorti del paese sia quella di fornire ulteriori poteri al loro leader indiscusso Recep Tayyip Erdoğan, per non precipitare nel baratro; dall’altra, c’è una metà della popolazione turca che teme l’instaurazione del cosiddetto “One Man Regime”, e che la vittoria del sì possa rappresentare la fine di tutto, inclusa la stessa repubblica. In linea di massima, entrambe le posizioni appaiono piuttosto pessimistiche. C’è da dire però che negli ultimi mesi l’AKP sta continuando a legiferare bypassando il parlamento, attraverso decreti legge arbitrari; questo aspetto non verrà cambiato dalle urne, dal momento che è un risultato che non arriva da nessuna votazione.Finora la Turchia ha scongiurato l’instaurazione di un regime democratico, ma ciò non significa che le cose non possano peggiorare. E la mia personale opinione è che peggiorerebbero di parecchio con una vittoria del sì.

Cosa effettivamente cambierebbe con la vittora del sì?

Detta in termini pratici e diretti, la vittoria del sì istituzionalizzerebbe quello che io chiamo “il fascismo semi-aperto”. Come riteneva il leader socialista Mahir Çayan negli anni ‘70, in un paese neo-coloniale come la Turchia, l’imperialismo ha optato per un fascismo coloniale (o per un fascismo “sotto copertura”), caratterizzato da un parlamento e un gruppo di sindacati che favoriscono l’establishment. Nel corso degli anni, l’oligarchia ha preferito neutralizzare le opposizioni attraverso un parlamento apparentemente funzionante, in un processo graduale ma inesorabile. Il golpe dello scorso 15 luglio, che altro non era che il risultato di conflitti interni alle classi dominanti, ha dato il via ad una sorta di fascismo semi-aperto: sono mesi che assistiamo quotidianamente ad arresti incondizionati di membri del parlamento (in particolare del partito filo-curdo e dell’HDP), e numerose associazioni di sinistra e organizzazioni democratiche sono state chiuse per decreto con il solito pretesto del colpo di stato. La gente ha timore di scendere in strada, dai fatti di Gezi Park le cose sono cambiate parecchio, le manifestazioni vengono chiuse o vietate al primo cenno di “pensiero contro”. Questo è quello che chiamo “fascismo semi-aperto”; il sì renderebbe legale il mantenimento di questo tipo di status quo.

Chi supporta il no?

I socialisti turchi, l’opposizione curda, i kemalisti [sostenitori del secolarismo turco messo in atto da Mustafa Kemal Atatürk, ndr], una parte degli ultra-nazionalisti (il loro partito, l’MHP, che i socialisti descrivono come i “fascisti civili”, è apertamente schierato con Erdoğan, ma negli ultimi tempi un corposo numero di membri del partito è passato all’opposizione, guidato da Meral Aksener), e apparentemente anche alcuni elettori dell’AKP si sono schierati per il no. Ognuno di loro per motivi differenti. I kemalisti sono per il no perché non vogliono che un leader islamico acquisti tanta smisurata autorità, nel timore che questo possa portare alla fine della repubblica laica e secolare di Atatürk – una repubblica in realtà già mutilata, se non decapitata da decenni, ma questa è un’altra storia. Gli oppositori tra gli ultra-nazionalisti non sono felici dello stesso Erdoğan, dal momento che condividono parzialmente i concetti kemalisti e ritengono Erdoğan responsabile di aver dato troppe concessioni ai curdi in passato. Ovviamente il partito curdo la pensa esattamente nel modo opposto, e si sente tradito da Erdoğan per aver terminato la “risoluzione” del processo di “pace”, con il giro di vite sui curdi, molti dei quali giustiziati durante le cosiddette “guerre di trincea”, e gli attacchi contro l’YPG in Siria. Lasciami dire che una parte dei socialisti turchi pensa che nessun risultato elettorale o referendum potrà portare a cambiamenti significativi e specieper le fasce sociali più deboli, che semplicemente hanno perduto qualunque speranza e reagiscono astenenendosi dalle elezioni.

Qual è la tua opinione sulla crisi diplomatica tra Ankara e alcuni paesi europei? Che legame c’è con il referendum del 16 aprile?

Dicono che la Germania non abbia consentito gli incontri a causa della comunità curda che vive nel paese; i Paesi Bassi erano tesi per le imminenti elezioni politiche [tenutesi il 15 marzo, ndr]; la Danimarca ha preso una posizione solidale con i Paesi Bassi dopo le reazioni anti-olandesi della Turchia. Dal mio punto di vista, queste crisi erano completamente fasulle, artificiali ed esagerate dal governo. L’AKP è sempre stato in ottimi rapporti con gli imperialisti americani ed europei. Persino durante la crisi con Israele, l’AKP ha espresso il proprio orgoglio di essere un fedele alleato di Israele nella regione. Al di là di dispute minori, il governo dell’AKP – così come i governi precedenti – è a tutti gli effetti integrato nel sistema imperialistico globale. Ma, si sa, l’anti-imperialismo si vende benissimo in Turchia, così con l’approssimarsi delle elezioni si cominciano ad utilizzare slogan di rimprovero contro “le potenze straniere”, sicomincia ad utilizzare il termine “imperialismo”, ma in ultima analisi si resta sempre alla larga da qualsiasi reale concezione anti-imperialista e si continua a cooperarci a pieno regime. Gli islamisti turchi non perdono occasione di servirsi di un sentimento xenofobo e anticristiano piuttosto diffuso, nelle vesti di argomentazioni anti-imperialiste che sanno di temporaneità, irrilevanza e demagogia. Questo è accaduto con alcuni paesi europei. L’intenzione era di raggirare un numero maggiore di elettori e portarli a scegliere di votare sì, incitando a presunti contrasti diplomatici con alcuni paesi. Non so se abbia funzionato o meno. I sondaggisti affermano che la “crisi” abbia influenzato la votazione più o meno allo stesso modo per entrambe le posizioni, dunque pare non abbia sortito particolari effetti, il che ha senso per me, perché c’è da essere davvero stupidi ad abboccare a questo tipo di esca. Gli individui possono essere stupidi, le popolazioni non lo sono quasi mai.

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