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La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte nona)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte nona)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Nessuna speranza, nessun danno. Solo un falso allarme. In preda ad un groviglio di deliri esistenziali, come piccoli pezzi a caccia di ricomposizione.

 

  • Da dove cominciamo?

  • Non saprei. Hemingway è stato ovunque.

  • Qui in Spagna o in generale intendi?

  • Entrambe le cose.

  • Allora cominciamo da dove aveva iniziato.

 

Il viaggio verso la terra iberica s’avviava a prender le forme di una inattesa e folgorante realtà. Aaron Mitchell e Cecily Burns avevano ormai lasciato da diversi mesi Cupcake. Erano rimasti in Spagna, colpiti dalla bellezza di quegli affascinanti ed inesauribili luoghi. Non poterono che cominciare da Madrid: Plaza Santa Ana, Cerveceria Alemana. Hemingway ebbe modo di raccontare, ai tempi del periodo spagnolo, che in quel posto bisognava necessariamente andarci perché è lì che giace la birra più buona di Spagna.

 

Il pensiero ed il personaggio dello scrittore americano erano una sorta di mantra legato alla vita di Aaron. Sentiva in qualche modo di averlo tradito, dopo averlo seguito e venerato per tutta la propria gioventù. Hemingway conobbe davvero, come mai nessuno era stato abituato a fare tra gli scrittori, l’esperienza tragica ed il significato della parola guerra. In particolar modo quella spagnola del 1936, che pose fino ai sogni di una Spagna allora democratica e repubblicana dando adito al quarantennio del franchismo.

 

Dalla guerra civile Hemingway ebbe modo di partorire ‘For Whom the Bell Tolls’. E quello fu, a giudizio di chi scrive e con buona pace per i sostenitori di ‘The Old Man and the Sea’, il grande capolavoro di una vita. Ne era forse consapevole lo stesso Aaron, che ora sognava un romanzo anti-totalitarista sulla dittatura britannica di Mellby. O sulla sua Cecily, in un contesto simile. Che però di fatto non aveva vissuto, allontanandosi con codardia da un luogo ormai abbandonato ed indifeso.

 

Succede spesso quando l’allievo ignora il maestro. Aaron ne era fortemente consapevole, ma anche questa volta decise di lasciar correre. Era come se ormai avesse perso la voglia di scrivere qualcosa di reale. Come se ne fosse attratto a tal punto da tornare ad uno stato di incurabile smarrimento, poiché impaurito dalle pregiudizievoli conseguenze dello ‘stare sul campo’.

 

  • E’ incredibile questa birra.

  • Dimmi se non aveva ragione quell’uomo straordinario.

  • Ma non ha fatto la guerra anche lui?

  • Tutti fanno la guerra.

  • Noi no.

  • Giusto, noi l’abbiamo avviata.

 

Tra riflessioni e presunti pentimenti, le giornate di Aaron e Cecily si riversavano nella scoperta di quei mosaici sino ad allora sconosciuti. Visitarono Madrid, Siviglia, Valencia, Barcellona. Ed ancora, un giro a Pamplona per la festa di San Firmino. Prima del raccoglimento. Della storia e dei pensieri. A caccia di luoghi tramortiti dal dolore e dal sangue versato per conquiste di libertà e purtroppo anche di insopportabile potere.

 

  • Perché adorava la Spagna?

  • Non saprei. E’ come quando qualcosa ti accade e ti segna per tutta la vita. Spiegare qualcosa di simile sembrerebbe inutile e superfluo.

  • Cosa faremo tra 5 anni?

  • Potremo andare a vivere in Islanda.

  • L’Islanda mi piace.

  • Perché?

  • E’ davvero un bel posto in cui morire.

 

Aaron e Cecily avevano trovato sistemazione in una casetta nei pressi di Santiago de Compostela, nella comunità autonoma della Galizia. Crearono così il loro personale porto sentimentale, laddove tutto sarebbe stato pronto a muoversi per intraprendere qualsiasi altro cammino. A Londra intanto, i primi conflitti civili cominciarono ad acuirsi in maniera sempre maggiore. Ad essere allo sbando non vi era la sola capitale, ma un Regno Unito ormai disperso in una catastrofe straordinariamente novecentesca. Mellby lavorava alla stabilizzazione del regime di giorno. Di notte beveva per dimenticare Cecily, ascoltando tristi e sconfortanti telegiornali che lo rendevano sempre maggiormente noto alle cronache internazionali. Il mondo è fatto anche di questo.

 

  • Comunque devo ringraziarti Aaron.

  • Perché?

  • Non lo avrei mai letto Hemingway senza le tue fissazioni.

  • Non avresti nemmeno ascoltato Morrissey.

  • Questo no. I A-M T-H-E Q-U-E-E-N

  • Preferisco Meat is Murder.

  • Cosa?

  • Sapevo ti saresti arrabbiata.

  • E’ la stessa storia di For whom The Bell Tolls

  • Anche A Farewell to Arms mi affascina.

  • Ma perché mischi sempre Hemingway e Morrissey?

  • Una volta ho fatto un sogno in cui erano contemporanei.

 

La leggiadria e la serenità contornavano la nuova dimora di Santiago, ennesimo luogo ospitale di quell’intramontabile sentimento. Aaron aveva trovato lavoro come editor presso una rinomata casa editrice spagnola, la Exposiciòn. Cecily proseguiva la propria carriera professionale come infermiera nell’ospedale comunale. Gli orari di lavoro erano inoltre altamente accessibili ed il tempo libero non mancava. Poterono trascorrere così gran parte del tempo assieme. Fu proprio quello il momento nel quale si accorsero di non essersi mai conosciuti davvero bene quanto adesso. Un’incredibile rivelazione, che fungeva da preludio al raggiungimento di una maturità mai richiesta alla vita. Desiderata in silenzio, tra ferite e semafori rotti.

 

Il passare dei mesi affievolì tuttavia la scoperta spagnola, richiedendo di fatto un rovesciamento di piani e prospettive. La fuga dal Regno Unito inculcò la profonda convinzione di una esistenza trascorsa malamente in un luogo che avevano sempre odiato. L’università, le continue rotture, l’uccisione di Pamela Mithcell. Ci sono episodi che la vita non può cancellare e mai essa potrà beneficare di anticorpi affinché ciò accada. Ma resta sempre dinanzi all’essere umano quel barlume di lucentezza, apparentemente sopito ma pronto a riemergere prima di uno scongiurato annegamento definitivo.

 

Dopo l’ultimo grande ritorno a Madrid, che Hemingway un tempo definì capitale del mondo, progettarono di lasciare la Spagna per procedere alla volta dell’America. Un passaggio a Cuba, prima di una sistemazione negli Stati Uniti. La casa editrice Expositiòn richiese infatti nuovi trasferimenti nelle sedi affiliate. Aaron colse la palla al balzo, convincendo Cecily a raggiungere la nuova meta. «Non è per sempre» – le aveva promesso. Ma a Cecily comunque poco importava: avrebbero lasciato quel posto per un altro ben presto, come accaduto con la storia di Santiago.

 

  • Sei davvero convinta, Cec?

  • Certo.

  • Non mi sembra. Se vuoi restiamo qui.

  • Ma abbiamo visto tutto della Spagna. Ora dobbiamo scoprire dove vogliamo vivere.

  • Per sempre.

  • Per sempre.

  • La carta Islanda è sempre valida.

  • Pensiamo a questa ultima notte.

 

E fu davvero una grande notte. Quella dei saluti finali al fascino iberico. Tra sangria, coraggiosi dosi di tequila e la birra più buona del Paese. Aaron e Cecily radunarono nella capitale quei pochi amici conosciuti in quei dieci mesi trascorsi tra una città e l’altra. Prima della relativa stabilità a Santiago. Fu la loro ultima traccia, in una Madrid gioiosa e meravigliosamente accattivante.

 

  • Allaccia le cinture.

  • Stiamo tornando?

  • Prendiamo la roba.

  • Ma quando partiamo?

  • Torniamo a casa proprio per questo. Abbiamo bisogno di due biglietti.

  • Da quanto non prendiamo un aereo?

  • Dodici anni. Dopo la triennale a Lakewood. Ti accompagnai in Francia per fare quella cosa.

  • La ragazza alla pari.

  • Ecco brava.

  • Non so ancora oggi come mai ci abbia ripensato.

  • Se lo avessi fatto davvero sarei morto dentro.

  • Non moriremo mai Aaron.

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

original pic from: consequenceofsound.net

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. O almeno dovrebbe provare a (non) farlo.

Perché? Ecco una serie di dichiarazioni dei fratelli Gallagher sui Radiohead e nei confronti del loro frontman, Thom Yorke.

Liam Gallagher: «Non ho mai ascoltato Ok Computer ma qualunque cosa dei Radiohead per me non ha un senso. Tutti pensano che siano all’avanguardia ma sono famosi solo per canzoni come Creep, no? Per il resto della loro carriera sono andati proprio fuori strada. Non capisco. Voglio dire, tutti abbiamo scritto canzoni come Creep, che sono le loro canzoni classiche. Sono queste che rendono i Radiohead quelli che sono ora. Karma Police è carina ma mica stiamo parlando dei Beatles».

 

Liam Gallagher: «Ho ascoltato quel fottuto album dei Radiohead e ho subito pensato: ’Cosa??’ Mi piace pensare che quello che facciamo lo facciamo fottutamente bene (riferendosi peraltro ai Beady Eye, successivi agli Oasis). Loro scrivono una canzone su un fottuto albero? Ma per cortesia! Un albero di mille anni? Ma andate a farvi fottere!

(il disco al quale si riferisce è “The King Of Limbs”)

 

Noel Gallagher: «Sono consapevole del fatto che i Radiohead non abbiano mai avuto una brutta recensione. Ma probabilmente se Thom Yorke facesse i suoi bisogni in una lampadina e poi la cominciasse a gonfiare, avrebbe un punteggio di 9 dalla rivista Mojo. Ecco di cosa sono consapevole. Tecnicamente ci sono songwriter migliori di me, almeno stando a quello che scrivono giornalisti del Guardian. Ma ci sono stati gruppi che sono stati in grado di influenzare una generazione? I Radiohead lo hanno fatto? A me sembra che nessuno li ascolti. Appena Thom Yorke riesce a scrivere una canzone come ‘Mony Mony’ allora fatemi uno squillo. Qualche anno fa eravamo al Coachella, io e la mia signora, e c’erano i Radiohead e abbiamo deciso di dargli (si riferisce proprio a Yorke) una possibilità. Sono saliti sul palco ed hanno attaccato con questa cosa post-techno. Eravamo incazzati, ed abbiamo deciso che non faceva per noi».

 

Tre dichiarazioni a caso, o meglio selezionate tra le tante, indicative della rivalità Oasis-Radiohead. Cosa deve fare dinanzi a questo un vero fan dei Radiohead? Queste dichiarazioni non possono essere tollerate. Non scherziamo. Non si può ignorare Ok Computer o sminuire album eclettici come The King Of Limbs.

 

Cosa dovrebbero dire allora Yorke e Radiohead di “Be Here Now”? A prescindere dalle vendite, per quanto mi riguarda nel 1997 uscirono due grandi album: i loro nomi sono proprio Ok Computer e Urban Hymns dei The Verve. Be Here Now non lo fu e non resse affatto il confronto con l’esplosione dei primi due lavori “Definitely Maybe” e “(What’s the story) Morning Glory”.

 

Forse, sarà proprio quello l’anno cardine nel quale gli Oasis perderanno lo smalto e le fortune degli anni Novanta. Lo stesso Noel non esitò a definire i testi di Be Here Now in una intervista a Singapore «una merda». Sinceramente è un disco che non ricordo (a parte Stand By Me, Don’t Go Away e All Around The World) e che ho faticato ad ascoltare per la sua complessità e lunghezza. E’ un disco noioso. Aggettivo che invece collide con le caratteristiche e con la genialità dei Radiohead. Avete capito? Non dovete ascoltare gli Oasis, tanto meno Be Here Now.

 

Complesso di inferiorità. Giacciono in tale teoria le dichiarazioni dei fratelli Gallagher nei riguardi dei Radiohead? Qui si potrebbe richiamare il complesso di inferiorità coniato da Alfred Adler (1870-1937), lo psicologo della psicologia individuale. Lo studio dell’uomo in rapporto al contesto sociale. Nel libro “Conoscenza dell’uomo” si fa riferimento all’inferiorità organica del bambino, nella sua lotta e nel tentativo di emergere.

 

Ogni bambino, posto a contatto con il mondo adulto, è indotto a considerarsi piccolo e debole. In compenso, l’antidoto professato da Adler è la ricerca di un fine, con le possibilità di raggiungerlo e perfezionarlo. Forse il loro fine gli Oasis lo hanno comunque raggiunto, uscendo pertanto dalle difficoltà del mondo dell’infanzia. I Radiohead sono invece ancora in piedi e continuano la propria opera musicale. Ma non è il caso di fare paragoni, tanto meno farne un dramma. Chi è un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. Chiaro, no?

P.S: Non chiedeteci più di suonare e cantare Wonderwall: semmai vi beccate dieci minuti di All Around The World.

(Il seguente articolo è ironico e la teoria di Adler non ha un collegamento logico)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte ottava)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte ottava)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ è un racconto a puntate. Prima parte qui , seconda parte qui, terza parte qui, quarta parte quiquinta parte quisesta qui, settima qui.

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Nessuna speranza, nessun danno. Solo un falso allarme. In preda ad un groviglio di deliri esistenziali, come piccoli pezzi a caccia di ricomposizione.

 

Timothy Mellby non era mai stato un uomo abituato a perdere. Era un ragazzo benestante, sin dagli albori di una ricchezza e prosperità non derivante dai propri sforzi all’interno della società. Il benessere, le donne, i soldi, le auto, gli champagne di maggior pregevolezza. Tutto gli era concesso, dinanzi ad un narcisistico dominio che ben presto lo avrebbe portato alla inaccettabilità di un imminente fallimento. Era quello l’appiglio del giovane dittatore: riprendersi Cecily, distruggendo quella tormentata storia con Aaron Mitchell.

 

Fu così, che il viaggio di ‘recupero del ghostwriter’, vide la sua partecipazione in prima persona. Sarebbe stato il momento di ricollegare tutti i fili di una storia sconnessa ed irrisolta, dove politica e sentimentalismo venivano a fondersi in onore della chiusura del ventunesimo secolo. Mellby radunò tutte le squadre di polizia necessarie, allo scopo di riportare Aaron Mithcell e Cecily Burns a Cupcake Town. Devastando definitivamente la loro reputazione ed integrità morale.

 

Ma ci si affacciava ad una non ‘sottovalutabile’ complicanza: Mellby non avrebbe mai voluto e potuto condurre Cecily dinanzi al Tribunale dei Tradimenti. Nonostante la scoperta di un torbido omicidio, nascosto in un silenzio generale e genericamente collegato alle caratteristiche tipiche di un regime totalitario. Sono questi i momenti nei quali chi racconta una simile storia risulta persino obbligato a chiedersi se anche i dittatori detengano benevoli sentimenti nei confronti del prossimo.

 

Cupcake Town non era troppo distante da Lakewood: le rivoluzionarie auto di fine secolo tendevano a minimizzare la fatica del viaggio. Dopo circa un’ora, Mellby ed il suo piccolo esercito di controllori del popolo giunsero nel rifugio degli amanti, incontrando le effimere resistenze del generale Bellamy.

 

  • Presidente Mellby!

  • Mi lasci passare, “Capo”.

  • Permetta prima di presentarmi. Sono il generale Bellamy.

  • Signor Bellamy, scusi se interrompo i classici ossequi. Ma siamo qui per il signor Mithcell.                                 Sappiamo sia qui. Lei dovrà collaborare, assieme alla sua squadra.

 

Bellamy tentò di sorprendere Mellby mettendo immediatamente mano al fucile, prima di essere crivellato da una raffica di colpi dell’esercito dittatoriale. Il ‘Capo’ era un abile uomo fuorilegge ma a servizio della stessa. Non avrebbe mai accettato una simile evoluzione dell’amato Regno Unito. Ed in più doveva un favore al padre di Cecily, come di consueto accade per i cosiddetti sbirri corrotti e corruttori. Non bastò: Mellby pose Lakewood a ferro e fuoco, mentre Aaron e Cecily si avviavano verso la fuga.

  • Dove stai andando, Aaron?

  • Per ora sto premendo il pedale dell’acceleratore.

  • Andiamo più lontano possibile. Voglio che quest’incubo finisca.

  • Cecily, ci hanno trovati. E’ la fine.

 

Scenari apocalittici stavano per impadronirsi della loro città universitaria e di una esistenza intera. Ma qualche margine di speranza restava: l’ossessione di Mellby per Cecily avrebbe ben presto potuto portare a passi falsi che i due sarebbero subito stati chiamati a sfruttare. Senza esitazioni e con la massima freddezza.

  • Torniamo a Cupcake.

  • Ti sei bevuta il cervello Cecily?

  • Non capisci? E’ la mossa ideale.

  • Perche?

  • Mellby mi ama ancora. Non mi consegnerà al Tribunale..

  • .. E non immagina che l’ultimo posto in cui andremmo sia proprio Cupcake.

 

E si involarono così nella loro terra d’origine, dove tutto era cominciato. I primi sguardi, gli abbracci ed i sorrisi di chi comprende il loro destino segnato. Il vento dell’estate e la freschezza della prima brezza mattutina fecero il resto. La loro prima avventurosa esperienza, dominata dalla spregiudicatezza adolescenziale, stava per riconsegnarsi ai loro corpi innamorati ma al contempo impauriti. Da una beffarda ma costosissima clessidra del tempo.

 

In quel di Cupcake, Aaron e Cecily raccolsero tutta la loro roba. Soldi, indumenti e bottiglie di whiskey anti-panico, in omaggio alla compassione per gli scozzesi, che Aaron aveva riservato per la fuga tanto attesa. Mellby si era tuttavia reso conto del fatto che la mossa più astuta si sarebbe potuta rivelare fonte di una ricercatezza tesa a sconfinare nella ordinarietà. Dopo ore di tentativi a Lakewood, riportò se stesso e la sua squadra a Cupcake. In viaggio verso il confine, Aaron e Cecily furono intercettati, con la loro auto ormai terminata nelle drammatiche grinfie di una tirannia che stava per porre la pietra tombale alle loro esigue speranze.

 

  • Mithcell! Scendi dall’auto con le mani in alto. Siete circondati.

  • D’accordo! Non sparate alla mia donna. Non sparate alla mia donna.

N-O-N S-P-A-R-A-T-E A-L-L-A-M-I-A-D-O-N-N-A

 

Cecily Burns scoppiò in lacrime, tra l’immobilismo generale di Mellby e soldati. Molti tacquero circa la verità su questo incredibile e decisivo confronto. C’è chi dice che l’uomo del regime stipulò un patto definitivo con Aaron, concentrandosi sul controllo del Paese e preferendolo a Cecily, dopo averne constatato il definitivo rifiuto. Altri addirittura, e questo risulterebbe agli atti della storia, affermarono con discreta certezza che Cecily si avvicinò ben presto a Mellby, baciandolo veementemente e chiedendo un pass per lasciare il Paese. Ricordandogli che esistono al mondo storie che non dovrebbero durare e viceversa. Insultando il valore, l’importanza, ed il peso delle stesse. Versioni discordanti o meno, Mellby autorizzò la fuga dal Paese di Aaron e Cecily, al prezzo di non poter più tornare nella loro nazione d’origine.

 

Conobbi il reale andamento degli avvenimenti da colui che gli abitanti del paese definivano ‘la pettegola di Cupcake Town’, Dustin Sharedown. Era considerata la voce della verità di Cupcake. Un signor so tutto io, persino il numero dei caffè assunto da ogni cliente di ogni singolo bar. Un uomo dalle rare capacità e dalla altrettanto rara schiettezza. Mi raccontò che in realtà quell’episodio, che avrebbe potuto decretare la fine della storia tra Aaron e Cecily, si rivelò più inusuale del solito.

 

Tra un whiskey marca Aberlour e l’altro, restai sconvolto dalle sue frasi finali. Prima del nostro definitivo congedo. Fu Sharedown a regalarmi il finale di quella storia, oltre che una sbronza difficilmente ineguagliabile. Per poi svanire all’improvviso nel nulla e pagare il conto.

 

  • Avrebbe dovuto vederlo.

  • Ma chi?

  • Mellby.

  • Mellby?

  • Cominciò a piangere come un bambino, dopo aver osservato la commovente ‘resistenza’ di Aaron e Cecily. Si era reso conto di non essere nemmeno l’antagonista della storia. Era in realtà l’antagonista di se stesso.

 

Al termine di quello scenario, degno delle peggiori commedie americane, la più grande storia d’amore britannica macinava chilometri verso un nuovo inizio. Aaron e Cecily si affacciarono verso il raggiungimento delle strade iberiche, dediti alle prossime letture di Hemingway.

 

  • Dove mi stai portando Aaron?

  • In Spagna. Faremo un gran tour.

  • Perché?

  • Ti porto a visitare tutti i posti amati da Hemingway.

  • Ma io non lo conosco.

  • E’ per questo che stai con me.

  • La grappa ce l’hai? Magari mi ubriaco e ti distruggo anche io come una volta.

  • E’ la prima cosa a cui ho pensato.

  • Beviamo allora. Oggi ogni cosa sembra al suo posto.

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

immagine da: quotidiano.net

Sulla strage di Berlino al mercatino di Natale e sulla morte dell’ambasciatore russo ad Ankara, non è ancora dato formulare con certezza la completezza degli eventi. Per dovere di cronaca, mi limiterò così ad analizzare tutto quello che al momento è espresso dalla stampa italiana ed estera.

 

Per Berlino l’ipotesi è l’attentato di matrice islamista, considerata anche la rivendicazione di Isis, il sedicente Stato islamico. Il bilancio è di 9 morti e 50 feriti, le cui vite saranno per sempre compromesse (eventuali sopravvissuti inclusi) nella tragica notte di Charlottenburg, nel pieno centro berlinese e nei pressi della Chiesa del Ricordo. Vite devastate dalle inadeguatezze colossali dei governi occidentali e dall’incapacità europea di gestire l’apparato sicurezza, come ampiamente designato dalle precedenti stragi che hanno colpito in particolar modo la Francia ed il Belgio.

 

Altro non è dato aggiungere: l’Europa si conferma bersaglio facile degli attacchi terroristici per la sua inconcludenza ed ipocrisia nella risoluzione delle principali crisi mondiali. Se infatti l’attentato di Berlino non trova ancora riscontri negli attacchi di matrice islamica, l’episodio di Ankara legato all’uccisione dell’ambasciatore russo delinea un chiaro segnale composto di rabbia e frustrazione. Non è trascurabile pertanto il profilo dell’attentatore in terra turca: un poliziotto di 22 anni che uccide in nome di Aleppo, interminabile scenario di un disastro nel territorio siriano tutt’altro che concluso e risolto.

 

Uno scenario che ormai prosegue dal 2011, protagonista della devastazione di civili innocenti privati delle loro regolari vite e della loro regolare quotidianità. Non si dimentichino le recenti parole della giornalista arabo-israeliana, Lucy Aharish:

 

«Proprio adesso, in Aleppo, Siria, è in corso un genocidio. Ma fatemi essere più precisa: è un Olocausto. Magari non vogliamo sentircelo dire, non vogliamo occuparcene, ma sta accadendo. Ad Aleppo è in corso un Olocausto e il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla».

 

E sono ancor più dure le parole successive:

 

«Nel ventunesimo secolo, in un mondo dove l’informazione può stare sul palmo della vostra mano, in un mondo in cui potete sentire le vittime e le loro storie dell’orrore in tempo reale, noi ce ne stiamo immobili. Mentre i nostri bambini vengono massacrati in ogni singola ora».

 

La situazione di Aleppo e della Siria in generale non può dunque essere trascurata dai paesi occidentali, né dalle principali potenze mondiali in campo. Nell’articolo de “Il Post” del 18 dicembre, intitolato ‘L’evacuazione di Aleppo è di nuovo bloccata’ si legge:

 

«Nonostante gli appelli umanitari degli ultimi giorni per Aleppo, non sembra ci siano paesi occidentali disposti ad intervenire più massicciamente in quella parte di guerra siriana in cui non è coinvolto lo Stato islamico, cioè quella che vede contrapporsi i ribelli con le forze alleate ad Assad».

 

Cosa vuol dire tutto questo? Il mondo è forse legittimato a dimenticare e porre in seconda fascia morti dimenticati poiché lontani territorialmente e probabilmente ideologicamente? Questo è il quesito di fondo, del quale purtroppo oramai conosciamo la risposta. L’importante non attacchino noi: eccola la vittoria dell’individualismo moderno, incapace di riflettere sulle questioni umanitarie del nostro tempo se ad essere colpite non sono Bruxelles, Parigi, Berlino o i nostri cari. Un menefreghismo e pressappochismo politico, pagato da civili e concittadini europei banalmente ricordati con un Safe Check o una ridicola immagine da social network, mentre all’improvviso esplode quell’innato senso politico di manifestazione delle proprie conoscenze della politica estera, naturalmente non pervenute in assenza di stragi.

 

Qui si torna all’individualismo moderno, che affonda le proprie radici nella parte più idolatrata del liberalismo ottocentesco: esporre a tutti i costi la propria idea, pur nei casi di una evidente e totale assenza di contenuti capaci di formulare un pensiero critico, tuttavia indispensabile alla creazione di un pensiero comune in grado di analizzare le dinamiche della società odierna.

 

La manifestazione di quella idea, sacrosanta nei limiti previsti dalle costituzioni moderne, non può tuttavia trascurare le idee dell’altro, del diverso. E’ così che infatti il processo di integrazione rischia di fallire: distruggendo imprescindibili basi legate all’ascolto di culture aprioristicamente rifiutate in nome della supremazia occidentale, alle quali non resta che adattarsi in cambio di una ospitalità quasi forzata (la spaccatura europea sul tema migranti ne è emblematica).

 

Una società sempre più povera moralmente ed indifesa personalmente, le cui responsabilità sono da additare al mondo dei politicanti e che proprio per questo non possono più limitarsi a deleghe e tifi calcistici. La politica è campo di confronto, a prescindere dalle singolari prese di posizione. E’ terreno di scelte, già peraltro compromesse dal terribile avvento di una finanza che ha surclassato l’avvento novecentesco dei partiti di massa e dell’ormai defunto Stato sociale.

 

E’ 20 dicembre ed un altro infausto anno volge al termine. C’è un tempo per il silenzio ed un altro per le soluzioni. La politica rifletta e le ricerchi senza prese in giro, delle quali il mondo civile è profondamente rassegnato e rammaricato. I cittadini smettano invece di smanettare senza cognizione di causa. In un mondo così ci sarà davvero bisogno di tutti.

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte settima)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte settima)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ è un racconto a puntate. Prima parte qui , seconda parte qui, terza parte qui, quarta parte quiquinta parte qui. sesta qui.

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Nessuna speranza, nessun danno. Solo un falso allarme. In preda ad un groviglio di deliri esistenziali, come piccoli pezzi a caccia di ricomposizione.

 

A Westminster i giochi erano ormai fatti. La compromissione del potere parlamentare era giunta al culmine, portando al potere esecutivo l’ormai ex sindaco di Cupcake, Timothy Mellby. Il tempo di rivestire la prestigiosa carica di Prime Minister era arrivato. L’obiettivo era dunque stato agguantato: impadronirsi del governo inglese e dell’intero Regno Unito. Fortunatamente Morrissey era morto, mentre Hemingway avrebbe certamente continuato a scrivere e berci su. Offrendo whiskey di qualità a dissidenti politici e letterati di quartiere del mondo parigino.

 

Il ‘nuovo’ dittatore Mellby non avrebbe tuttavia certamente dimenticato l’abbandono di Aaron Mithcell e la sua conseguente fuga da Cupcake Town, percepita oltre che accertata dai suoi uomini di polizia e di fiducia. Il destino di Aaron e Cecily si sarebbe rilevato ben presto molto complesso, nonostante la loro fulminea ‘luna di miele’ a Lakewood, terra universitaria nella quale i due avevano coltivato e solo apparentemente abbandonato i loro sogni dal profumo di futuro.

 

Certo, il nuovo assetto ‘istituzionale’ avrebbe, come predetto dalla inaspettata saggezza di Cecily Burns (non certo un politico di professione), modificato l’assetto numerico ed organizzativo del fatidico Tribunale dei Tradimenti. Ma era altrettanto vero, come sostenuto dalla prudenza di Aaron, che un tradimento pregresso non sarebbe di certo stato dimenticato. E che soprattutto, la morte di Pamela non sarebbe scomparsa nel nulla. Tanto meno dimenticata dai vertici giurisdizionali del nuovo regime a carattere totalitario.

 

  • Non sei mai stato un decisionista.

  • Se lo fossi stato ti avrei lasciato per una qualsiasi ragione possibile. In maniera brutale e bruciante. Come hai fatto tu cazzo, Cecily.

  • Scherzi? Nessuno ti ha mai ricordato le tue parole.

  • Che cosa avrò mai detto?

  • Più di quanto tu possa pensare Aaron. Non ti avrei mai lasciato se quelle parole non mi avessero davvero ferito.

 

Quelle interminabili conversazioni proseguivano come un macigno verso la composizione del loro intricato puzzle. Un catalogo costernato da segreti e racconti non ancora definiti, coadiuvati da cavalleresche ed epiche battaglie sentimentali. Aaron e Cecily non avrebbero sopravvissuto alle vette della felicità eterna. Cresceva così il bisogno di innalzare i loro mondi ad un sentimento di perenne ed indefinita antitesi, che li avrebbe di conseguenza trasportati dinanzi a quella sensazione di estasi e definitivo congiungimento da sempre desiderato.

 

E mentre decidevano il da farsi, impegnati a stabilire quale delle due fosse la strategia più consona alla salvaguardia delle loro vite, il telefono squillò improvvisamente. Era quello di Aaron, sul quale schermo compariva il maledetto numero del rivale e futuro Prime Minister, Timothy Mellby.

 

 

  • Mithcell, è un vero piacere ascoltare la tua voce.

  • Egregio dittatore, cosa posso fare per lei?

  • Devo dire che hai un coraggio quasi invidiabile, Aaron.

  • Tu credi Timothy?

  • Sai, come dire..  non è da tutti non avere le palle di ammazzare personalmente una moglie. Per stare con la donna del passato. Un gesto davvero democratico.

  • Che cazzo dici? Il tuo desiderio di aggirare il mondo attorno alla tua persona te lo faccio…

  • Frena, Aaron Mithcell. Sappiamo tutto sul tuo conto. Eppure pensavo mi avessi raccontato tutto di te. Ed invece, guarda caso, le cose si mettono bene per me. La tua fine è prossima, ghostwriter.

 

Aaron Mithcell agganciò con rapidità il proprio telefono cellulare, dinanzi agli occhi ansiosi e preoccupati della dolce amata Cecily. Quella donna conosceva lo sguardo delle sue priorità. Sapeva che quella apparente situazione di tranquillità si era impietosamente trasformata in un dramma che ormai necessitava di soccorso adeguato ed immediato. Un capovolgimento di fronte, che Aaron ormai non aveva più il potere di gestire e reggere. Il regime stava per prelevare e disintegrare l’ultima grande coppia. Verso la fine di un fallimentare e bislacco XXI secolo. Roba da libri di storia, che il corrente scrittore fatica onestamente a delineare ed in primis, raccontare.

 

  • Che cosa ti ha detto Aaron?

  • Ci ha detto che siamo fottuti Cecily.

  • Ovvero?

  • Stanno venendo a prelevarci. Sanno che siamo a Lakewood.

 

Anni addietro il matrimonio tra la ex moglie Pamela ed Aaron, Cecily aveva avuto una duratura relazione con il consolidato dittatore Mellby. Prima di una rottura inevitabile, che l’avrebbe riportata nelle tortuose vie del grande e unico vero amore. Aaron aveva fatto di tutto per tenere viva la propria storia con Cecily. Ma non abbastanza dal distoglierla dai bastardi della politica.

 

Fu così che Mellby rielaborò la propria vita all’interno di una drammatica spaccatura tra attività professionale e sentimenti. Da un lato il desiderio di conquistare il mondo, ripudiando il rifiuto di Cecily. Dall’altro, quella incontrollabile ossessione sentimentale che lo portò ad inglobare nel regime il miglior ghostwriter del Regno Unito.

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