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L’illegittima resa

L’illegittima resa

Il pasticcio legislativo sulla legittima difesa mette in risalto la classica tiritera di un agire politico presuntuoso ed opportunista, di fatto esclusivamente legato alla ricerca di un perenne (poiché deficitario) consenso elettorale. La prova, o meglio, l’ennesima che vada ad avvalorare l’apertura di questo scritto, è presentata da un Ddl che rovescia totalmente la funzione del legislatore in materia di politica criminale.

Lo ha sottolineato nella giornata di ieri l’ANM (Associazione nazionale magistrati, nda), secondo cui emerge di fatto l’inutilità del testo, accompagnata da un pastrocchio che coinvolge anche il contraddittorio significato della congiunzione ‘ovvero’. Ed i magistrati non hanno infatti esitato a bollare la decisione della politica come «intervento non necessario ed anche un po’ confuso».

La tesi del presidente Eugenio Albamonte si rende ancora più interessante nel momento in cui tende a toccare il significato e le responsabilità del legislatore, che «non dovrebbe assecondare gli umori della società perché la giurisprudenza dimostra, anche soltanto guardando gli ultimi casi, che c’è un atteggiamento di estremo favore dei giudici verso chi invoca la legittima difesa». Legittima difesa peraltro già presente all’interno dell’art.52 del codice penale:

«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

Ma vi è di più: detto dell’atteggiamento favorevole dei giudici rispetto all’invocazione della legittima difesa nei vari casi affrontati, bisogna ricordare l’intervento legato alla L.59/2006, che ha ampliato e chiarito la fattispecie con l’aggiunta di un secondo e di un terzo comma, e la ‘nascita’ della cd. legittima difesa domiciliare:

«Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

 

  1. La propria o altrui incolumità;
  2. I beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

A seguito di tutto ciò, e dunque di una legge già presente e che ben tutela le ragioni di chi si difende se vi è proporzionalità tra difesa e offesa, traspare inequivocabilmente la sostanziale inutilità dell’intervento legislativo, a prescindere dal pasticcio creatosi dalla pessima qualità compositiva della norma. E’ evidente che se il tentativo fosse quello di ampliare le maglie della legittima difesa, altrettanto inutile sarebbe la limitazione prospettata in determinate parti della giornata. Con il rischio indubbio di mobilitare il criminale di turno verso una diversa alternativa legata al proprio agire e ad i propri criminosi intenti.

La confusione generata dal Ddl è peraltro ben spiegata in particolar modo dal Corsera’, che ricostruisce l’analisi della norma rispetto alle ambiguità interpretative generate dall’utilizzo “doppio” del termine ‘ovvero’:

«(Il significato..) in termini giuridici ne ha una soltanto ed è quella disgiuntiva: serve a separare parole o concetti che sono alternativi tra loro».

La congiunzione può avere, rispetto ad un  linguaggio giuridico che come ben si conosce è piuttosto tecnico e specifico, un doppio significato: quello di ‘oppure o altrimenti’, contrapposto all’alternativo ‘ossia’, inteso come cioè, e pertanto come forma di esplicazione assolutamente opposta al primo concetto indicato. Il primo nodo è dunque questo e potrebbe portare ad una riscrittura del testo, nel passaggio tra Camera e Senato. E’ quanto si è prospettato nella giornata politica di ieri, con le opposizioni sul piede di guerra e la maggioranza tesa al ricompattarsi con cautela e cognizione di causa (o meglio di ricerca del voto).

Resta tuttavia il quesito madre: per quale motivo riscrivere una legge già presente e che interviene sulla problematica, oltretutto ulteriormente rivisitata circa dieci anni addietro? Il punto di vista dei magistrati, con riferimento «all’assecondare gli umori della società» ben coglie le necessità della politica di sfrenata rincorsa al consenso rispetto ad un tema, quello della sicurezza, che è valore universale e tutt’altro che ideologico.

Nell’era post-ideologica, risulta particolarmente curioso l’improvviso richiamo alle ideologie e a quell’antitesi destra-sinistra che tutti dimenticano ma che puntualmente si mostra ben lesta a rientrare nella polemica politica in vista di personalistici quanto riprovevoli scopi. Questo accade con le opposizioni, a cominciare dal solito M5S sino alla destra lepenista firmata Meloni-Salvini, intenta a rivendicare a più riprese la paternità del tema, per giungere infine al comodo centrismo del renzismo 2.0. Quello che guarda ormai al centro perché «la sinistra può vincere le primarie ma non le elezioni».Insomma, un film politico di seconda fascia visto e rivisto, vittima di un interminabile ed inconsistente remake. Come se poi la “sinistra” vivesse in un mondo fatto di estraneità al valore e all’importanza della parola sicurezza.

Il problema non è pertanto di merito ma di metodo. Ed il metodo politico fallisce nel momento in cui «asseconda gli umori della società» e dimentica i profili casistici e statistici delle questioni sulle quali risulti opportuno o meno legiferare. Da questa logica deduzione, spesso purtroppo ignorata dalla rimembrata caccia al consenso, la politica è chiamata a ripartire per riscoprire i suoi reali valori. E si badi, trattasi di un tema qualificante poiché in grado di decretare decisioni qualificanti circa le opportunità di sicurezza del cittadino. Opportunità che non possono essere tristemente circoscritte all’utilizzo di un’arma o a risoluzioni fai-da-te, che nulla aggiungono al ruolo dello Stato rispetto alla tutela del proprio cittadino. La politica dovrebbe essere questo: terreno di discussione e di risoluzione rispetto alle problematiche, smettendo di adoperarsi in aggiramenti che rischiano di compromettere anziché tutelare l’integrità dei cittadini.

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 1: A million little love letters

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 1: A million little love letters

Cupcake, 28/06/2101

Cara Cecily,

Saranno passati circa sei anni e sette mesi dalla tua assenza. Ti scrivo per dirti che mi sono perso. Che non ho alcuna volontà di reagire dinanzi agli eventi che la vita mi sta affidando. Sono rimasto stupidamente scioccato ed illuso dalla mia inconcludenza, convinto che uno stupido libro divenuto best seller avrebbe potuto ricollegarmi a te nonostante la tua perdita.

La mattina mi sveglio alle 9 in punto e guardo le tue foto. Non riesco a svegliarmi prima di quell’ora perché da quando sei svanita dinanzi al mio sogno non ho più avuto obiettivo alcuno. Continuo ad immaginare i tuoi nerissimi e sottili capelli, così deboli che avrei voglia di accarezzarli senza alcun freno. Come quando la vita ci sorrideva, e ci prestavamo ad inutili litigi sottoposti a commenti di gente indesiderata, fingendo di non amarci. E’ stata dura, questo lo so. Ti starai chiedendo perché racconto sempre la nostra storia ricominciando dall’inizio. Forse perché il tuo primo sorriso mi ha ricordato il tuo ultimo sguardo, prima di quel maledetto incidente iberico. Dovevamo cambiare vita io e te, dissolverci lentamente dagli spettri del passato, scacciare le nostre inutili ma apparenti resistenze.

Avremmo dovuto svelarci sin dal principio, senza passare la vita a rimpiangere il nostro terribile vuoto. Avremmo dovuto proteggerci senza alcuna remora, rendendo conto delle nostre paure concrete, ma che sarebbero divenute effimere se non avessimo configurato un disastroso futuro diverso senza la minima consapevolezza di quanto il nostro addio avrebbe potuto rovesciare drammaticamente le nostre vite.

Ho parlato con Dustin Sharedown la scorsa notte. Sono arrivato quasi alle mani perché ha cominciato a nominare ininterrottamente il tuo nome e ad urlare per tutto il locale che fossi ancora in vita. In realtà poi mi sono reso conto di star bene perché ho avvertito la tua presenza. Era come se fossi lì, come se fossi tu a sollecitare la mia attenzione per riprendere a respirare. Mi son sentito anche di morire, ed ho reagito senza alcun contegno. Non averti a mio fianco mi rende più debole, quasi totalmente inesistente.

E’ così che mi sono precipitato il giorno dopo nello stesso locale in cui la pettegola di quella stupida e drammatica città aveva pronunciato quasi inspiegabilmente il tuo nome, accusandomi di averti lasciato sola. Continuava ad urlare qualcosa di quasi indefinito adducendo racconti circa un mio presunto abbandono nei tuoi confronti. Ha continuato poi a confabulare qualcosa sulla dittatura di Mellby, di cui non ricordo e probabilmente non ricorderò mai.

La malattia mi sta erodendo, e non si intravedono ancora miglioramenti. Sto continuando a seguire la riabilitazione dinanzi al dottor Waterloo. Mi ha molto sorpreso la sua sensibilità, nel corso di questi anni difficili e quasi inesistenti. Come se non fossero mai esistiti, sì. Come se il tempo si fosse estinto.

Ma sembra tutto diventato maggiormente positivo. Perciò ho dovuto cercare Sharedown, perché l’unico motivo della mia esistenza mi era stato rispolverato quasi incautamente da un bislacco personaggio della città che abbiamo sempre odiato, che è poi la ragione per cui non riesca ormai più a nominare quel luogo. A prescindere dalla dittatura o da qualsiasi cosa che in fondo è lo stesso, perché per il mio attuale cervello tutto è uguale a qualsiasi cosa. Non ci crederai ma Sharedown mi ha aiutato. Mi ha fornito delle dettagliate ipotesi sulla tua esistenza. Sentire che sei ancora in vita mi tiene in vita.

Ad intuito, ricordo vagamente aver vissuto ciò che ti racconto dentro una classica sera di fine novembre. Fu un mese particolare, dominato da piogge interminabili ed un freddo che desiderava essere spento da un camino sofisticato e ben congeniato. I tanti clienti di quella sera cercavano confronto nei loro piaceri alcolici, da quelli più classici sino a quelli a dir poco contorti. Mi fermai lì per qualche ora, senza alcuna pretesa nei confronti di chi risiedeva in quel luogo colmo di rassegnazione.

E poi fu la volta di quel grossolano personaggio di Sharedown. Doveva essere piuttosto ubriaco per urlare pubblicamente la mia vita ad un pubblico assolutamente non interessato all’andamento dei fatti raccontati. Ciò che mi arrecò particolare fastidio fu dovuto alle intemperanze di Sharedown, che non esitava a rinfacciarmi il mio passaggio dalla clandestinità dello scrittore anonimo alla produzione di bestseller incentrati su un guadagno senza sentimento e realismo.

Certo, Sharedown conosceva il mio passato, poiché conosceva tutti. Doveva evidentemente preferire le mie precedenti vesti da ghostwriter, nonostante fosse inoltre a conoscenza del mio “contributo” politico ad una dittatura di cui ormai non parlava più nessuno. E’ una tendenza del ventiduesimo secolo: cancellare il corso degli eventi con le pretese del presente e di un ipotetico luminoso domani, fatto di macchine e deleghe erosive di un defunto e compianto senso di responsabilità.

Essere cittadini o semplici persone non presenta più differenze significative. E’ una delle ragioni per le quali vorrei tanto ritrovare il mio anonimato. Ma vorrei soprattutto ritrovare te. Sharedown mi ha dato un appuntamento. Mi ha promesso che dopo quella manciata di minuti tesi ad un egocentrico protagonismo avrebbe unito tutti i contorni di un puzzle fondato sulla tua ricerca. Non so più a cosa credere e mi sono reso conto di credere persino a Sharedown. Ma devo tentare. In un mondo che prova a cancellare qualsiasi cosa, riprendere a cercarti è forse l’ultima cosa che mi resta da fare.

Magari riuscirò anche a recuperare i ricordi dell’incidente e a mollare il dottor Waterloo. Ne ho abbastanza di squallide stanze contornate da gente irrecuperabile. Sto tornando Cecily Burns e anche se non fossi in vita scoprirò chi ti ha ucciso portandoti via dai miei traguardi. Voglio ricongiungermi a te e scrivere un nuovo romanzo. Qualcosa di autentico, che mi faccia dimenticare l’effimera fama dello scrittore modello, idolatrato da una società in cui tutto si era previsto, tutto perfetto. Perdonami per tutto il resto, ma ormai è passato e possiamo ricominciare da capo. E’ uno dei rari vantaggi dell’esistenza dell’essere umano.

Aspettami

Con amore,

Sir Aaron Mithcell

En Marche, s’il vous plait!

En Marche, s’il vous plait!

Il voto francese di ieri ci ricorda come i primi ad essere ancora vivi siano i sondaggisti, dopo le beffe subite in altri appuntamenti cruciali come Brexit e l’elezione alla presidenza americana di Donald J. Trump.

Non hanno infatti fallito questa volta le previsioni. Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono i candidati che si contenderanno la poltrona all’Eliseo, dopo aver sbaragliato una numerosa concorrenza formata da altri ben nove candidati. L’appuntamento del 7 maggio molto dirà sul futuro dell’Europa, dato che la partita in ballo non può riguardare solo ed esclusivamente il popolo francese, in considerazione della elevata e delicatissima posta in gioco.

Il primo aspetto che senza dubbio emerge è la crisi dei partiti tradizionali, con destra e sinistra chiamate a guardare la partita del secondo turno da spettatrici. La sconfitta della politica tradizionale ha tuttavia aspetti diversi, a ben guardare le situazioni di Fillon e Hamon. Se infatti i gollisti devono la propria sconfitta a questioni personali del proprio candidato, la cui corsa è stata travolta dagli scandali giudiziari che ne hanno pesantemente condizionato la campagna elettorale, diverso discorso deve essere fatto per la sinistra ed il socialismo francese.

La sconfitta di Benoit Hamon, a differenza dell’insuccesso di Fillon, non è infatti circoscrivibile al proprio appeal elettorale (o meglio, non solo) ma ad un generale ridimensionamento della sinistra francese, tramortita dalla discutibile gestione Hollande e dall’ondata terroristica che ne ha ulteriormente minato consensi e credibilità.

Al netto di queste prime due considerazioni, appare evidente come il successo dell’homo novus della politica francese, quel Emmanuel Macron che nel suo discorso ha già parlato da presidente in pectore, ci riveli come di questi tempi anche una start up politica fondata da appena un anno possa avere le qualità per dissuadere il popolo francese dal richiamo ai partiti tradizionali, ormai defunti rispetto all’antitesi tra ‘sovranismo’ ed europeismo post-ideologico. Un europeismo con riserva, purché sganciato da soggetti considerati relitti e non più credibili. Con tanti saluti al Novecento e alla supremazia dei partiti di massa.

Detto status quo tocca non solo la politica francese ma una Europa sempre più a corto di consensi. Ogni tornata elettorale che conti non fa altro che rivelarci la presenza di un voto di protesta, spesso proveniente da classi sociali devastate dalla crisi economica e pertanto intenzionate ad offrire un segnale all’establishment comunitario e non solo (vedasi Donald Trump).

Certo, un diverso andamento delle diatribe personali di Fillon avrebbe forse oggi portato a compiere analisi diverse sul voto di ieri. Ma se la politica non si fa con i se e con i ma, bisogna ammettere come il voto di ieri rappresenti un rigetto di ciò che essa è stata. Di un passato che ormai non può più tornare e deve guardare al presente e al nuovo che avanza. Ovvero all’invenzione politica di Emmanuel Macron, ultima àncora di salvezza rispetto al leitmotiv sovranista di Marine Le Pen.

Tutto fa pensare alla clamorosa vittoria dell’ex ministro 39enne. Un uomo in grado da solo di spazzare il partito socialista, per quanto Hamon affermi che la sinistra non sia morta e con lo stesso Melenchon non oltre la soglia del 20%. La guerra a sinistra, fatta di scontri ed ideologie, si disperde rispetto alla candidatura vincente e post-ideologica di un neonato leader che sente ormai la vittoria in pugno.

L’endorsement successivo ai risultati fornito da Fillon e Hamon apre ad un fronte repubblicano che inviterà l’elettorato ad esprimersi contro il programma politico del Front National e della candidata Marine Le Pen. Non si è invece espresso, come d’altronde prevedibile, Jean Luc Melenchon. L’estrema sinistra s’è infatti mostrata nel corso della campagna elettorale tutt’altro che ammiratrice del progetto europeo, ed anzi molto più vicina a temi che invocavano al rilancio del popolo francese basato sulla rivendicazione di una sovranità nazionale preferita alle politiche di Bruxelles.

Ed allora, se è vero che si formerà una sorta di grande coalizione elettorale per portare Macron all’Eliseo (o meglio per sconfiggere l’insidia populista Le Pen, come del resto già accaduto in passato con suo padre) nulla ancora è possibile dire su quel consistente 19% a firma Melenchon. L’impressione è che se chi ha deciso di fare affidamento su di lui decidesse di tornare alle urne, parrebbe molto più probabile una scelta ai danni di Macron e a vantaggio di Marine Le Pen.

L’altro punto cruciale è il seguente: la scelta elettorale di appoggio politico a Macron ad opera di Fillon e Hamon non corrisponderà quasi certamente in maniera univoca alle menti pensanti dell’elettorato. Perciò, se a primo impatto la corsa alla presidenza della Le Pen termina con il voto di ieri sera, con un risultato considerevole ma non di sfondamento, non pare che l’esito possa dirsi del tutto scontato.

I fattori in campo sono infatti tantissimi: il primo è ciò che si diceva, ovvero la non garanzia che gli elettorati di Fillon e Hamon convergano automaticamente su Macron. Il secondo è legato alla partecipazione dei cittadini, ed è su questo piano che i candidati alla presidenza saranno chiamati a sfidarsi. Per confermare il dato elettorale o addirittura migliorarlo, modellandolo a proprio vantaggio e a spese dell’avversario.

Ma non si può certamente ignorare il ridimensionamento di Marine Le Pen. Un risultato, si diceva, “considerevole ma non di sfondamento”, poiché non può eludere le aspettative iniziali ed i sondaggi che la vedevano addirittura favorita con picchi del 25%. Non è andata così e probabilmente il voto del 7 maggio ci dirà che questo parziale successo è servito davvero poco alla leader del Front National.

Altrettanto non trascurabile è la considerazione ultima, ma non certo di inferiore importanza, che tocca il sistema elettorale francese. L’elezione presidenziale sarà infatti immediatamente seguita dalle Legislative dell’11 giugno. Il voto tra Presidente e Parlamento è un voto separato che avviene nel giro di un mese. Considerata la grande ventata di novità apportata dai candidati in campo, appare molto difficile la presenza di un governo che non passi da una coalizione e dal rischio della cosiddetta coabitazione, ovvero quel fenomeno secondo cui Presidente e maggioranza parlamentare potrebbero non corrispondere politicamente. Uno scenario possibile e che aveva già impantanato in passato presidenti del calibro di Mitterrand e Chirac. Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da raccontare.

foto da: ouest-france.fr

La “Terapia del Treno” per i malati di Alzheimer

La “Terapia del Treno” per i malati di Alzheimer

Il morbo di Alzheimer colpisce in Italia circa 600 mila pazienti (Fonte Censis-Aima 2016) configurandosi come una delle malattie più problematiche ed in espansione non solo a livello nazionale ma nell’arco dell’intera scala mondiale. Secondo il rapporto mondiale Alzheimer 2015 i malati in Italia sarebbero peraltro il doppio, come risulterebbe dal dato del 2014, che conta 1,2 milioni di malati. Si calcola inoltre come tale già cospicuo dato tenderebbe ad aumentare a 1,6 milioni nel 2030 e addirittura a 2,3 nel 2050. Semplici stime sì, ma che non possono né devono essere sottovalutate. Questa forma di demenza è infatti come noto in grado di distruggere in maniera progressiva le capacità cognitive e la memoria umana, compromettendo drasticamente l’andamento di vita dei pazienti che ne sono affetti.

Ma c’è qualcuno, come lo psico-pedagogista Ivo Cilesi, che ha deciso di dedicare alle vittime di questa patologia una cura alternativa (e contestuale) al classico trattamento farmacologico. Stiamo parlando della cosiddetta “terapia del treno”, ideata appunto da Cilesi nel 2009. La Terapia del Viaggio si pone lo scopo di alleviare le sofferenze dei malati, nel tentativo di tenere vive le cognizioni ancora non compromesse dalla stessa malattia. A ciò si aggiunge anche l’importante obiettivo di ‘limitare’ il quantitativo farmacologico, debellando una parte di farmaci assunti ed investendo nella risoluzione di problematiche correlate quali insonnia, aggressività e depressione.

La terapia è già presente in Italia soprattutto perché terra natale della scoperta, essendo praticata in ben 9 strutture italiane, cui si aggiungono anche due sedi rispettivamente in Francia e Svizzera. L’ideatore del progetto è stato recentemente intervistato da ‘Repubblica’ circa un mese fa (7 marzo, nda) ed ha risposto alle indubbie curiosità correlate ad un importante passo avanti per la psicologia ed il recupero dei malati di Alzheimer:

«Questi viaggi per i pazienti sono veri. Hanno perso la memoria cognitiva, semantica, procedurale, ma quella affettiva, l’amore, rimane».

(Ivo Cilesi)

Il protocollo prevede anche (e soprattutto) una guida procedurale in mano all’operatore, che accompagnerà tutta la terapia del singolo malato. Come funziona esattamente? Si comincia da frasi di invito ed incoraggiamento del tipo: “Andiamo a fare un giro?” o “Devo andare in treno” o “Vuole viaggiare con me?”. In tutta questa fase iniziale, l’operatore non indica quale sarà la meta, lasciando in sospeso le aspettative del “viaggiatore”. Ed è infatti proprio il malato a scegliere il viaggio da intraprendere, anche attraverso colloqui preliminari con la famiglia o lasciando far riemergere ricordi d’infanzia, come spesso si verifica in alcuni casi ed in alcuni malati.

In svariati episodi, è possibile “viaggiare” con i propri parenti. Un aiuto – spiega Cilesi – fondamentale ed a vantaggio di chi molto spesso non accetta la malattia del diretto interessato. E’ così che si va a caccia del ricongiungimento, e di una serenità spesso collettivamente perduta per il dolore e per lo sgomento. Di chi pensa di non potercela più fare, quando tutto (o quasi) sembra essersi dissolto.

Risultati immagini per terapia del treno alzheimer

I ricordi emersi dal viaggio, scaturiti anche dall’ottenimento del luogo ideale per il singolo paziente (mare, montagna, casa familiare, ecc), vengono poi utilizzati a livello medico per la stimolazione cognitiva. Nessun passaggio presenta dei contorni casuali o improvvisati. Si comincia dal primo, all’interno del quale il paziente giunge in una sala d’attesa simile (o addirittura identica) a quella di una stazione. Dopo le fittizie indicazioni dei binari da intraprendere il paziente è portato in una nuova sala: la sala del viaggio, del vagone terapeutico. Ed ancora, pazienti muniti di biglietto, possibilità di poter sistemare il proprio bagaglio, presenza di altoparlanti nei quali il capostazione dà il benvenuto ai passeggeri ricordando il percorso da compiere in vista del viaggio.

Solitamente, il treno tende poi ad entrare in una galleria, generalmente dopo una prima fermata. Dall’uscita della galleria il paesaggio finisce per colorarsi di azzurro, con la possibilità di intravedere il mare. Tutti i movimenti del malato sono presi in considerazione, anche in vista di un possibile recupero dei ricordi. Quelli non ancora perduti, che ancora la malattia non ha fatto dimenticare.

La Terapia del Treno non mira dunque a sostituirsi alla soluzione farmacologica, ma a coadiuvarla soprattutto nei casi più gravi per combattere ad esempio la cosiddetta “ansia da fuga”. Una speranza innovativa per mitigare il senso di dispersione di chi ha bisogno di ritrovarsi, aggrappandosi alla bellezza della vita nonostante le angustie patite.

C’è qualcosa nel fischio di un treno che è molto romantico e nostalgico e pieno di speranza.

(Paul Simon)

Centri terapeutici attivi in “Trenoterapia”:

  • Rsa Saccardo, Milano
  • Pio Albergo Trivulzio, Milano
  • Rsa Fondazione Carisma, Bergamo
  • Fondazione Don Guanella, Caidate
  • Rsa Camelot, Gallarate
  • Fondazione Bolsedico, Grumello
  • Rsa Fondazione Caccia, Gandino (Bergamo)
  • Centro Diurno Temenos Monteroduni, Molise
  • Associazione Alzheimer Bari, Bari
  • Fondazione Tusculum, Arogno (Svizzera)
  • Rsa, Valenciennes (Francia)

Per saperne di più: http://www.fondazionekor.it/terapia-del-treno/

foto da: milano.repubblica.it

Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

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