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Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 4: “Charlton Amlie has killed Cecily Burns”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 4: “Charlton Amlie has killed Cecily Burns”

 

  • Ma chi è Charlton Amlie?
  • Non lo sappiamo ancora. Stiamo avviando delle ricerche
  • Come intendete procedere?
  • Te lo farò sapere. Al momento è già qualcosa e non mi pare poco
  • Ci teniamo in contatto Dustin

 

Altri fitti incontri avvennero tra me e Dustin Sharedown, in particolar modo dopo la notte di quella importante rivelazione. Bisognava infatti subito cominciare a ricercare questo Charlton Amlie, senza tuttavia gridare alla risoluzione del caso date le possibili insidie insite in quel messaggio. Certo, il passaggio da “C.A” a “Charlton Amlie” poteva risultare credibile. Ma non era tempo di adagiarsi su univoche soluzioni, tralasciando ogni altra possibile pista. E soprattutto bisognava scoprire se Cecily fosse effettivamente ancora viva.

Incontravo Dustin ormai una volta al giorno, mentre le mie finanze cominciavano a sindacare vendetta. Mi sorprese tuttavia il comportamento di Sharedown, di certo ormai non finalizzato all’ottenimento delle quotidiane 50 sterline che gli ponevo sotto il boccale di birra prima di lasciare il Westside nella cautela più generale. Stavamo diventando pian piano amici, costruendo qualcosa che andava al di là delle nostre coordinate ricerche. Era come se quella pettegola avesse dimenticato quasi cinquant’anni della propria esistenza, ponendo l’acceleratore su un magico tasto in stile “restart your life”.

  • Dunque, su Charlton Amlie abbiamo trovato un mucchio di roba.
  • In che senso?
  • Nel senso letterale del termine. Ne abbiamo trovati almeno 30 nella stessa città
  • Ma Cupcake è così striminzita dal punto di vista demografico.
  • Molti sono tornati qui dopo la cacciata di Mellby
  • Certo, ma 30 personaggi con lo stesso nome mi sembrano un po’ troppi
  • Dobbiamo assolutamente ridurre il campo.
  • Ci penso io Dustin. Ma niente 50 sterline dopo che avrai quello che troverò. Fidati, roba buona amico.

 

Promisi a Sharedown di semplificare la ricerca attraverso il lavoro di alcuni miei colleghi. Al netto del fatto che odiassi almeno l’ottanta per cento di loro, vi erano spietati ficcanaso a cui potevo chiedere un favore senza preoccuparmi troppo delle conseguenze. Avrei ricambiato attraverso le mie abilità in settori per loro di grande interesse, a cominciare dalla geopolitica. Ed allora, ebbi la fruttuosa idea di contattare Michael Staniels, uno a posto per modo di dire. Non aveva mai avuto problemi con la legge, ma al contempo non avevo mai capito se svolgesse davvero il ruolo di giornalista o di investigatore privato, oltre a scrivere saggi di infima qualità a prescindere dalle interpretazioni dei lettori. Ma non c’era tempo per risolvere tale futile quesito. Staniels fu in grado in mezza giornata di lavoro di portare gli Amlie da trenta a tre persone, fortemente sospette soprattutto per il loro attuale stato mentale, oltre che per antecedenti a dir poco burrascosi con la giustizia.

 

  • Dovrei leggere tutte queste scartoffie?
  • Fidati Lloyd, fidati del grande Michael Staniels
  • Spiegami meglio.
  • In breve: i tuoi sospetti potrebbero essere riconducibili a tre soggetti. Uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Maschio bianco, 45 anni, una cicatrice visibile sulla guancia destra. Altri segni particolari: corporatura magra, capelli castano chiaro, occhi verdi. Da giovane studente modello ma anche un breve passato per droga. Roba leggera. Beccato un paio volte con un po’ di marijuana ed alcune dosi di polvere magica. Si laurea in ingegneria con il massimo dei voti alla Highboury University di Lakewood, poi lascia la città per fare ritorno a Cupcake e cercare lavoro con la laurea tra le braccia.
  • Scusami, hai detto Lakewood?
  • Sì, perché?
  • E’ la stessa università frequentata dalla Burns.
  • Allora forse hai trovato il tuo uomo.
  • Decisamente
  • In quali anni la Burns ha frequentato la Higboury?
  • Probabilmente negli stessi. Se fosse viva avrebbe 41 anni.
  • Potrebbe essere lui.
  • E perché avrebbe dovuto uccidere Cecily?
  • Semplice, gelosia. Ossessione sentimentale per Cecily Burns. Oltretutto non sappiamo se questo Charlton Amlie l’abbia uccisa. Forse sta cercando di dirci che è in vita.
  • Grazie Mike

 

Nello stesso momento in cui lasciavo Michael Staniels, dirigendomi verso il Westside per lavorare alle nuove ricerche con Sharedown, Aaron Mithcell decise di raccontare quanto stava accadendo al dottor Waterloo. Avrebbe voluto ricevere qualche consiglio, o probabilmente essere ascoltato per alleviare paure ed inquietudini che venivano sempre più ad espandersi. Ma il dottor Waterloo fu sin da subito chiaro sulla vicenda: Aaron non doveva e poteva credere a una cosa simile, perché tutto questo avrebbe compromesso la propria riabilitazione e i costanti tentativi di recupero della memoria. Il ghostwriter non aveva problemi memonici a breve medio termine, ma il trauma dell’incidente aveva semplicemente sotterrato quel pezzo di vita negli abissi dell’inconscio o in chissà quale altro posto. Un accaduto di fatto decisivo, che ancora impediva di portare a galla l’intrigo più deviato dell’inizio del ventiduesimo secolo.

  • Ho qualcosa da raccontare dottore. Non riesco a tenerlo per me in questo momento.
  • Di che si tratta Aaron? Lo sai che qui puoi parlare di tutto.
  • Si tratta di Cecily.
  • Continui a fare i tuoi soliti incubi?
  • C’è dell’altro.
  • Sarebbe a dire?
  • Cecily potrebbe essere viva.
  • Un momento Aaron. Cecily è morta.
  • Forse no.
  • Ti dico che devi ripartire, ormai sono passati quasi sette anni
  • Qualcuno sta cercando di dirmi che è viva. O forse è solo il suo assassino.

 

Strani eventi continuavano a corroborare il clima di quelle stanze da strizzacervelli. Nell’ordine: le strane restrizioni investigative poste dal Dottor Waterloo nei riguardi di Aaron, con il chiaro invito a mollare la presa nelle indagini. Waterloo si era mostrato molto cauto rispetto alle dichiarazioni di Aaron e non ne aveva peraltro dato parecchio peso. Le soluzioni prospettate erano due: portare tutto il misterioso materiale ricevuto alla polizia, per dare vigore ad indagini non ancora pronte alla svolta, o concentrarsi seriamente sulla propria riabilitazione lasciando perdere in maniera totale la questione. Perché il crocevia ed il baricentro della risoluzione del caso passavano in effetti dalla mente di Aaron. Se avesse recuperato i ricordi dell’incidente, avrebbe infatti oggi già scoperto l’assassino di Cecily Burns, sempre qualora non fosse ancora in vita.

 

Si aggiunga inoltre la presenza di un uomo che Aaron riuscì a beccare in flagranza, nell’intento forse di ascoltare la sua conversazione con il dottor Waterloo. Si trattava di un paziente, peraltro non nuovo a questo tipo di comportamento. Fu solo in quel momento che Aaron giunse a notarlo. Alla vista di Mithcell, l’uomo fuggì immediatamente dissolvendosi nel nulla con i giorni a venire. Aaron riferì dello strano evento a Sharedown. Insomma, di quest’uomo beccato almeno due o tre volte davanti allo studio di Waterloo, e della sua successiva sparizione. Solo una settimana dopo avremmo scoperto di chi si trattasse: il suo nome era Charlton Amlie.

 

Ma prima di giungere a tale scoperta, che di fatto confermò l’implicazione di Amlie nelle vite di Aaron e Cecily, era tempo di affrontare la prosecuzione del gioco del presunto assassino. Sharedown continuava a ricevere intimidazioni e persino minacce di morte, se avesse proseguito nelle ricerche. Aaron ricevette invece un solo altro biglietto, questa volta non firmato ma immancabilmente realizzato con l’ausilio dell’ormai classico pennarello nero:

“Time is running out. Hurry up Aaron. Charlton Amlie has killed Cecily Burns”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 3: Charlton Amlie

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 3: Charlton Amlie

A due giorni dal ritrovamento di quel biglietto, Aaron Mithcell tornò al Westside Coffee per incontrare Dustin Sharedown e fare il punto della situazione. Ormai tutto aveva assunto una piega diversa nelle loro vite, dato che avevano praticamente trovato un nuovo ‘lavoro’. Sharedown mi raccontò che la questione era divenuta per lui davvero di un elevato interesse. La pettegola investiva ormai giorno e notte in un quella sfrenata ma complessa ricerca, trascorrendo il buio nella propria dimora o in quella di Aaron, ed il giorno a bere e riflettere al Westside, che ormai divenne teatro indiscusso del susseguirsi degli scenari investigativi.

Il secondo incontro fu di fatto uno dei più importanti in vista dell’organizzazione finalizzata alla ricerca di Cecily Burns, poiché bisognava ragionare su un materiale al momento scarno e letteralmente contraddittorio. Fiumi di domande contornavano la mente di Aaron Mithcell: perché coinvolgere proprio Dustin Sharedown? Perché ritrovarsi nuovamente in una storia che ormai aveva considerato al capolinea? Furono di fatto domande che non esitai a pormi altrettanto, dato che la conseguenza del mio rifiuto inquisitorio muoveva dalla mia decisione di non incontrare Sharedown quasi due anni prima. Fu proprio Sharedown infatti a riferirmi di avere notizie interessanti dopo cinque anni di buio in ricerche di fatto mai avviate dalle autorità competenti. Decisi di mollare senza mai comprenderne la reale ragione.

Fu forse la solitudine la motivazione principale della mia resa? E’ un qualcosa a cui ancora oggi non riesco a dar risposta. Tuttavia ero nuovamente in campo, con uno scopo specifico. Aiutare nell’ombra, da spettatore interessato per poter ottenere il mio piccolo tornaconto: riscrivere questa storia e portarla alla ribalta dopo un assordante silenzio ed una morte presunta ancora tutta da accertare.

  • Che cosa abbiamo in mano?
  • Oh, vediamo. Abbiamo circa dieci-venti telefonate al giorno a testa e misteriosi bigliettini puntualmente ritrovati quando non siamo a casa. Forse dovremmo cominciare a controllare lì, piuttosto che temporeggiare qui a Westside.
  • Non mi pare una buona idea. Insomma questo tizio non mi sembra proprio a posto. Dobbiamo muoverci con cautela e riferire tutto alla polizia.
  • Starai forse scherzando Sharedown? La polizia ha archiviato il caso dopo quel fottuto incidente. E la mia mente continua a non ricordare
  • Chiamami Dustin, tanto per iniziare. Sono qui per darti una mano

 

Ed allora “Dustin” assecondò immediatamente le posizioni iniziali di Aaron. Fu un binomio particolarmente inedito ma che portò immediatamente a macinare preziose informazioni ed inattesi ritrovamenti. Certo, era anche il gioco di C.A a permetterlo, in attesa di capire quali sarebbero state le future mosse del “nemico”.

  • Hai pensato a cosa diavolo potrebbe alludere?
  • Di cosa parli?
  • Di quelle iniziali con le quali il bastardo si firma.
  • La prima cosa a cui ho pensato mi ha davvero fatto incazzare.
  • E perché?
  • “C.A.”
  • Cecily Aaron?
  • Vedo che navighiamo sulle stesse onde
  • E se invece fosse il suo nome?
  • Fin quando non si svela non sapremo. Troveremo un modo Aaron
  • Sì ma niente polizia per adesso.

 

Effettivamente, non molto era nelle mani dei due improvvisati investigatori. E’ quanto venni a sapere dallo stesso Sharedown, che aveva sin da subito visto di buon occhio la mia offerta economica, restando tuttavia cauto sulla mia affidabilità. Non intendeva commettere passi falsi, oltre a riferirmi delle sue non poche debolezze. «Se non lo hai capito ho una paura fottuta di questa storia» – era la frase che tendeva ad abbozzare durante i nostri incontri. Ma io fui spesso altrettanto irremovibile, invitandolo a non essere spaventato e a proseguire nelle difficili ricerche. Certo, ero dell’idea che prima o poi la polizia doveva essere pur coinvolta, in qualche modo. I mezzi investigativi del ventiduesimo secolo sanno essere amici dell’uomo. Una positiva rarità, in questo ‘mondo deludente’: ma questo penso di averlo già raccontato e sostenuto a più riprese.

 

Ciò che invece non avevo capito è che dittatura e sangue sono ormai combinazioni pregresse e superate, che raramente interessano al nuovo lettore. La gente ne ha davvero abbastanza di politica e guerre. Non che questo sia un alibi, ma dovevo rilanciarmi come scrittore. Fu allora che capii della necessaria inversione di rotta: abbandonare “dittatura e sangue”. Questo mondo è spaventato e non sa neanche dove mettere i piedi. Paura era la parola d’ordine. Un qualcosa che riusciva a mandare fuori di testa la gente, anche nelle letture. E la paura di Sharedown per quelle misteriose vicende regalarono alla mia ispirazione una rinnovata capacità di interpretazione rispetto a ciò che mi circondava.

 

  • Che novità abbiamo?
  • Prima le 50 sterline
  • Te le ho già date due giorni fa.
  • Giusto
  • Sicuro di star bene?
  • Non ha importanza adesso
  • Allora parlami delle tue ricerche su Cecily Burns
  • Prima o poi dovrò dirlo ad Aaron
  • Questo non mi riguarda, avevamo un patto noi
  • Bé allora tieniti forte amico. Il nostro amico misterioso ha parlato. Si è firmato con il suo nome, forse.
  • Sarebbe a dire?
  • Dice di chiamarsi Charlton Amlie

 

Odio i limiti di Tredici ma sono innamorato di Hannah Baker

Odio i limiti di Tredici ma sono innamorato di Hannah Baker

Tra le serie più conosciute nonché grandi novità targate Netflix, un bilancio va operato nei riguardi del teen drama Tredici (trasposizione italiana da 13 Reasons Why). La serie americana, firmata dalla produzione di Selena Gomez e dall’adattamento di Brian Yorkey rispetto all’omonimo romanzo di Jay Asher, ripercorre le tappe della morte di Hannah Baker, suicida a seguito di drammatici avvenimenti verificatisi nel corso della sua breve ma vivace ed alquanto controversa esistenza.

Tredici sono i motivi che hanno spinto Hannah all’estremo gesto, sette le audiocassette registrate verso i presunti corresponsabili dell’accaduto. Proprio da tali audiocassette sarà possibile verificare, tra presente e ripetuti flashback ripartiti tra Hannah ed il coprotagonista Clay Jensen, tutte le sfumature che hanno accompagnato la tormentata esperienza della teenager più chiacchierata della scuola.

In detto contesto, caratterizzato dall’obbligato binario liceo-adolescenza, l’americanismo televisivo raggiunge connotati spesso ripetitivi e purtroppo costantemente erosivi delle pur fondamentali tematiche trattate. In Tredici ritroviamo infatti il gruppetto fighetti della scuola, incarnato dai perfetti muscolosi e desiderati campioni dello sport studentesco, l’effimera fama del mondo cheerleader, l’ingenuo atteggiamento maschilista rispetto alle prerogative di una ragazza liceale, o ancora quella controparte maschile che esprime il disagio nella diversità di un intimismo formato nerd fantascientifico, lontano da donne e bicipiti. I cliché dunque (e purtroppo) non mancano, limitando di fatto un prodotto che a ben vedere riesce a toccare svariate fasce d’età, nonostante l’assenza di precisione di cui si dirà.

La serie di Yorkey può più che mai essere definita con un termine clou, che è quello di perfettibile. Trattare di tematiche cruciali quali il bullismo, la sofferenza femminile dinanzi ad una violenza sessuale, l’ossessione, la solitudine, la morte che si fa tramite per mezzo del suicidio ed il rapporto genitori-figli, non è certo una operazione semplice sotto il profilo dell’originalità. Con il rischio (solo in parte superato dalla serie) di sconfinare in una pedagogia eccessiva, poiché poco incisiva e peraltro spesso smontata dall’assenza dei molteplici punti di vista determinati dalle differenze generazionali e dalle difficoltà del rapporto tra giovani e istituzioni.

I colpi di scena sono inoltre abbastanza rari e trascurano i punti di vista del mondo adulto, limitando pertanto la narrazione ai silenzi e all’omertà degli amici di Hannah, spaventati dalle conseguenze della verità. Una verità nuda e cruda che rischia di compromettere il futuro dei ragazzi coinvolti, ben messa in risalto anche da passaggi della serie piuttosto controversi, nei quali si ritroveranno giovani vite spente ed altre ancora distrutte dal rimorso e dalle violenze subite. Qui invece il realismo non manca, rivelandosi spesso disturbante a causa del tentativo di immedesimazione dello spettatore rispetto ad un dramma che tocca non solo Hannah ma anche coloro che continueranno ininterrottamente ad amarla (Clay, i genitori di Hannah) assieme al peso del non aver impedito il proprio suicidio.

Manca si diceva il cosiddetto punto di vista genitoriale, oltre che il significato del ruolo di una istituzione a tutti gli effetti come la scuola. Tredici sembra invece fornire un messaggio contrario, lasciando il punto di vista degli adolescenti avaro di punti di riferimento. Come se genitori e scuola fossero totalmente assenti e non così tormentati (come spesso invece realmente accade) rispetto alle divergenze di due mondi quasi paralleli. Ma qui tale contrapposizione non emerge affatto, come evidente dalla successiva incapacità della madre del coprotagonista Clay Jensen di intuire le confidenze finali del proprio figlio, rispetto ad una storia troppo grande per l’età dei giovani ragazzi.

Certo, si partiva da un’idea “imposta” dall’omonimo romanzo. E qualcosa effettivamente è stato riadattato dalla serie stessa, attraverso l’introduzione di personaggi non presenti o comunque senza caratteristiche ben definite dall’opera letteraria. Entrano così in campo tutti i personaggi principali che hanno decretato la fine sociale e materiale di Hannah, culminata dal drammatico silenzio del preside della scuola. Ma restano anche qui i dubbi sugli eccessivi cliché del liceo americano, con personaggi interiormente vuoti ed unicamente preoccupati di difendere futuro e reputazione attraverso i ricorrenti tentativi di insabbiare le verità delle audiocassette.

C’è poi il limite del contorno della narrazione, legato alla descrizione del dramma attraverso i connotati di un thriller psicologico sì presente ma spesso poco denso di colpi di scena. Una caratteristica costante e che può tranquillamente essere riferibile alla prima parte della serie, che vede un generale rallentamento rispetto all’andamento dei fatti. In sintesi, Tredici è una serie che va vista e forse anche rivista, ma che procede a luci intermittenti, con il rischio che le lampadine possano spegnersi abbandonando momentaneamente lo spettatore alla nebbia della noia. Il tutto,  prima di un complessivamente eccezionale trittico tra le puntate 9 e 11, vero punto di forza rispetto ad un finale prevedibile quanto incompleto (anche se magari volutamente generato rispetto alla notizia dell’uscita di una seconda stagione). Qui vien da chiedersi se, esaurito ormai l’adattamento della composizione letteraria di Jay Asher, possa avere un qualche senso perseverare con un’altra stagione rispetto ad un finale che promette poco, salvo limitate questioni (la possibile incriminazione dello stupratore Bryce o le condizioni di vita di Alex rispetto alla “imitazione” del gesto di Hannah). Nulla tuttavia esclude un grande rilancio, magari per mezzo di uno stile che vada a richiamare i punti di forza del trittico di puntate antecedentemente richiamato.

Nonostante lo stato di perfettibilità, Tredici è una serie incisiva sotto il profilo del merito, ovvero delle tematiche messe in campo. Richiamare fattispecie quotidiane quali quelle del bullismo, della violenza sessuale e del suicidio a seguito della generale umiliazione causata dalla mancata integrazione adolescenziale, ci ricorda quanto fondamentale possa essere la conseguenza di una azione a prescindere dall’importanza ad essa personalmente fornita. Il rapporto tra conseguenza ed azione è pertanto un aspetto molto ricorrente all’interno della serie e che ben individua la necessità di immedesimarsi anche rispetto ai silenzi del nostro interlocutore. Come quelli di Hannah, incapace di reagire al corso degli sfavorevoli eventi, o di Clay, devastato dalle omissioni sentimentali che gli impediranno di evitare il gesto della ragazza che avrebbe voluto avere accanto forse per sempre, decretando un rimpianto a tratti ben descritto e commovente. Per questo e non solo, al di là delle imperfezioni della serie, tendiamo ad amare Hannah Baker. Nell’eternità, sino a dove e quando non sapremo in quali posti ella potrà condurci, nonostante i dissidi interiori ed il nostro costante ma inutile tentativo di ignorare dolori spesso enormi, tali da non portarci ad essere in grado di saper esprimere e mettere a confronto il nostro io di fronte ad una giovanile ma sovente problematica e claustrofobica esistenza.

foto da: screenrant.com

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 2: “C.A”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 2: “C.A”

A Cupcake Town ci si accingeva a rialzare il capo dopo averlo tenuto costantemente abbassato dinanzi ad ombre ed inquietudini dittatoriali. Il popolo cominciò pian piano a ritrovarsi e a rielaborare quel difficile passato che ben presto si sarebbe fatto storia per il tramite di libri di scuola accompagnati da giovani vite e banchi cancellati da economiche gomme di plastica. Per Aaron Mithcell veniva il tempo di incontrare la pettegola della città, quel Dustin Sharedown che era stato in grado di restituire le prime vere e proprie speranze di ritrovamento di Cecily Burns, a sei anni e mezzo o poco più dal misterioso incidente sulla tratta Madrid-Santiago.

Il risveglio di quel fatidico giorno fu accompagnato da strani sogni e note inquietudini. Aaron continuava a sognare la Galizia, l’amore per i propri idoli, quello per l’indimenticata Cecily. Svegliarsi alle 9 era divenuto un mantra. Come in un film ad andatura lenta, dai contorni indefiniti ma con una unica certezza: la ferma immagine di quella sveglia color bianco e nero. Vi fu solo tempo per un caffè ed una doccia, prima di incontrare Sharedown. Era giunto il momento di cominciare.

Si incontrarono presso il Westside Coffee, nel centro di Cupcake. Dovevano essere le undici e tre quarti quando ciò avvenne, stando quanto meno al racconto che lo stesso Sharedown mi aveva rivolto. Le macabre ed alquanto impercettibili scoperte di Sharedown giunsero fino a me, nonostante me ne stessi a crogiolare nel tentativo di non finire nelle oscure stanze del successo come invece venne a capitare allo storico ex ghostwriter. Me ne stavo spesso al PC nel tentativo di interpretare il mondo: è il ventiduesimo secolo dopotutto, ed è questo che ci hanno insegnato.

Certo, restano le responsabilità dei nostri governanti, della dittatura vai e vieni e di nazioni che continuano a giocare sulla pelle dei cittadini nel tentativo di dimostrare chi possiede più muscoli, armi, bombe e missili di ultima generazione. Ma anche la classe intellettuale si è arenata, dispersa nel costante atteggiamento di rispecchiarsi con estremo compiacimento ed altrettanto menefreghismo per gli eventi altrui. E’ un qualcosa a cui non ho mai dato peso, prima dell’incontro con Sharedown.

Abbandonare le ricerche sul mistero di Cecily Burns aveva stranamente rasserenato i miei bollori da scrittore d’inchiesta. E devo dire che il successo non mi interessava. Le cose sono peggiorate dopo aver letto ‘Last night I Dreamt That Somebody Love Me’. Il problema non era la qualità della storia o della scrittura di Aaron, in realtà. Mi colpì purtroppo l’estrema freddezza con la quale Cecily Burns veniva tristemente raffigurata. E da allora continuo a chiedermi se quel libro fosse davvero stato scritto da Mithcell o dalle esigenze della casa editrice, la Edinbrook, una vera e propria macchina da cucire sprigionante fango e soldi.

Mi ripromisi di presentarmi su due piedi dinanzi ad Aaron per raccontare tutta la storia. Avrebbe magari avuto bisogno del mio aiuto, oltre alla presenza di Sharedown. E magari avremmo potuto scambiare due chiacchiere in tranquillità a disquisire del suo libro senz’anima, come adoravo definirlo con i colleghi dopo averne concluso la prima lettura. In un primo momento esitai, ed attesi costanti informazioni da Sharedown, che ebbe l’accortezza (si fa per dire) di informarmi non appena avesse riferito delle nuove allo stesso Aaron. In cambio di 50 sterline ad incontro fui in grado di sprigionare tutta la pettegola che era in quell’uomo. Dio se almeno una volta il popolo avesse ragione nell’indicato specifico caso.

Non si trattò di un incontro drammatico, come invece immaginai dopo le clamorose urla del primo incontro tra i due. Aaron Mithcell giunse al Westside con estrema calma e cautela, tardando peraltro di circa quaranta minuti. Fu un qualcosa che mi lasciò estremamente colpito, considerata l’importanza della questione

.

  • You’re late, Mithcell
  • Shut up and tell the truth

 

Ma al contrario di quanto potesse sembrare, i toni si fecero più morbidi e riflessivi. Sharedown sapeva davvero qualcosa, ma stranamente non chiese nulla in cambio. Quanto meno dal punto di vista economico. Vi erano infatti tensioni di ben più elevata importanza.

 

  • Io non so in che cazzo di guaio mi hai cacciato Mithcell
  • Che vuoi dire?
  • Mi stanno seguendo.
  • Perché?
  • Cecily Burns.
  • Cecily è morta
  • Ne sei sicuro?
  • E’ stata dichiarata morta
  • Ah certo, ora ti fidi di Mellby
  • Allora fammi cambiare idea.

 

Fu così che Sharedown cominciò a riferire le proprie conoscenze sulla vicenda. Intento a presenziare in uno dei suoi classici tour da bar, un uomo fece per avvicinarsi ad egli, lasciando un biglietto ed un pennarello nero.

 

  • I want to tell you a story. Meet me on Leighton Road at 10 p.m

 

E proseguì con il resto della storia. Raccontò di quel mancato incontro, delle successive telefonate anonime irriconoscibili per la voce camuffata e delle lettere di intimidazione ricevute. Tutto o quasi restava racchiuso in un labirinto claustrofobico che aveva cominciato ad intimorire e non poco la pettegola di Cupcake. Senza tuttavia riscuotere successo nella scoperta del destinatario del fatidico biglietto consegnato in quel bar.

 

  • Tutto questo è assurdo.
  • Non dirlo a me, Mithcell
  • Ma ci sarà un modo per trovare quest’uomo
  • Allora scopriamolo assieme

 

Aaron e Sharedown si congedarono non prima di essersi dati a qualche bicchiere e fissare il loro nuovo incontro. Fu l’inizio di una inedita collaborazione investigativa che mai l’andamento di questa storia avrebbe potuto immaginare. Ed invece fu proprio ciò che accade. Aaron rientrò verso la propria dimora passeggiando con assoluta attenzione. Era come se tutto avesse preso nuovamente forma. Come il risveglio di una profumata alba di primavera, quando il mondo è pieno di belle promesse. L’arrivo alla propria porta fu il preludio all’inizio di eventi che avrebbero per sempre toccato la mia futura esistenza e l’atteggiamento nei confronti dell’essere umano. Aaron ritrovò un altro biglietto, che a primo impatto sembrò essere immediatamente riconducibile al destinatario del biglietto misteriosamente finito tra le mani di Sharedown.

 

Cecily Burns. I know where she is.

C.A

L’illegittima resa

L’illegittima resa

Il pasticcio legislativo sulla legittima difesa mette in risalto la classica tiritera di un agire politico presuntuoso ed opportunista, di fatto esclusivamente legato alla ricerca di un perenne (poiché deficitario) consenso elettorale. La prova, o meglio, l’ennesima che vada ad avvalorare l’apertura di questo scritto, è presentata da un Ddl che rovescia totalmente la funzione del legislatore in materia di politica criminale.

Lo ha sottolineato nella giornata di ieri l’ANM (Associazione nazionale magistrati, nda), secondo cui emerge di fatto l’inutilità del testo, accompagnata da un pastrocchio che coinvolge anche il contraddittorio significato della congiunzione ‘ovvero’. Ed i magistrati non hanno infatti esitato a bollare la decisione della politica come «intervento non necessario ed anche un po’ confuso».

La tesi del presidente Eugenio Albamonte si rende ancora più interessante nel momento in cui tende a toccare il significato e le responsabilità del legislatore, che «non dovrebbe assecondare gli umori della società perché la giurisprudenza dimostra, anche soltanto guardando gli ultimi casi, che c’è un atteggiamento di estremo favore dei giudici verso chi invoca la legittima difesa». Legittima difesa peraltro già presente all’interno dell’art.52 del codice penale:

«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

Ma vi è di più: detto dell’atteggiamento favorevole dei giudici rispetto all’invocazione della legittima difesa nei vari casi affrontati, bisogna ricordare l’intervento legato alla L.59/2006, che ha ampliato e chiarito la fattispecie con l’aggiunta di un secondo e di un terzo comma, e la ‘nascita’ della cd. legittima difesa domiciliare:

«Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

 

  1. La propria o altrui incolumità;
  2. I beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

A seguito di tutto ciò, e dunque di una legge già presente e che ben tutela le ragioni di chi si difende se vi è proporzionalità tra difesa e offesa, traspare inequivocabilmente la sostanziale inutilità dell’intervento legislativo, a prescindere dal pasticcio creatosi dalla pessima qualità compositiva della norma. E’ evidente che se il tentativo fosse quello di ampliare le maglie della legittima difesa, altrettanto inutile sarebbe la limitazione prospettata in determinate parti della giornata. Con il rischio indubbio di mobilitare il criminale di turno verso una diversa alternativa legata al proprio agire e ad i propri criminosi intenti.

La confusione generata dal Ddl è peraltro ben spiegata in particolar modo dal Corsera’, che ricostruisce l’analisi della norma rispetto alle ambiguità interpretative generate dall’utilizzo “doppio” del termine ‘ovvero’:

«(Il significato..) in termini giuridici ne ha una soltanto ed è quella disgiuntiva: serve a separare parole o concetti che sono alternativi tra loro».

La congiunzione può avere, rispetto ad un  linguaggio giuridico che come ben si conosce è piuttosto tecnico e specifico, un doppio significato: quello di ‘oppure o altrimenti’, contrapposto all’alternativo ‘ossia’, inteso come cioè, e pertanto come forma di esplicazione assolutamente opposta al primo concetto indicato. Il primo nodo è dunque questo e potrebbe portare ad una riscrittura del testo, nel passaggio tra Camera e Senato. E’ quanto si è prospettato nella giornata politica di ieri, con le opposizioni sul piede di guerra e la maggioranza tesa al ricompattarsi con cautela e cognizione di causa (o meglio di ricerca del voto).

Resta tuttavia il quesito madre: per quale motivo riscrivere una legge già presente e che interviene sulla problematica, oltretutto ulteriormente rivisitata circa dieci anni addietro? Il punto di vista dei magistrati, con riferimento «all’assecondare gli umori della società» ben coglie le necessità della politica di sfrenata rincorsa al consenso rispetto ad un tema, quello della sicurezza, che è valore universale e tutt’altro che ideologico.

Nell’era post-ideologica, risulta particolarmente curioso l’improvviso richiamo alle ideologie e a quell’antitesi destra-sinistra che tutti dimenticano ma che puntualmente si mostra ben lesta a rientrare nella polemica politica in vista di personalistici quanto riprovevoli scopi. Questo accade con le opposizioni, a cominciare dal solito M5S sino alla destra lepenista firmata Meloni-Salvini, intenta a rivendicare a più riprese la paternità del tema, per giungere infine al comodo centrismo del renzismo 2.0. Quello che guarda ormai al centro perché «la sinistra può vincere le primarie ma non le elezioni».Insomma, un film politico di seconda fascia visto e rivisto, vittima di un interminabile ed inconsistente remake. Come se poi la “sinistra” vivesse in un mondo fatto di estraneità al valore e all’importanza della parola sicurezza.

Il problema non è pertanto di merito ma di metodo. Ed il metodo politico fallisce nel momento in cui «asseconda gli umori della società» e dimentica i profili casistici e statistici delle questioni sulle quali risulti opportuno o meno legiferare. Da questa logica deduzione, spesso purtroppo ignorata dalla rimembrata caccia al consenso, la politica è chiamata a ripartire per riscoprire i suoi reali valori. E si badi, trattasi di un tema qualificante poiché in grado di decretare decisioni qualificanti circa le opportunità di sicurezza del cittadino. Opportunità che non possono essere tristemente circoscritte all’utilizzo di un’arma o a risoluzioni fai-da-te, che nulla aggiungono al ruolo dello Stato rispetto alla tutela del proprio cittadino. La politica dovrebbe essere questo: terreno di discussione e di risoluzione rispetto alle problematiche, smettendo di adoperarsi in aggiramenti che rischiano di compromettere anziché tutelare l’integrità dei cittadini.

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