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L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

Sulla questione migranti in Italia giungono svariate notizie di sindaci sul piede di guerra, rispetto ad una obiettiva emergenza che non accenna a placarsi. E’ l’ennesimo segnale che questo Paese da solo non può farcela, in una situazione che nessun paese Ue riuscirebbe ad affrontare senza altrui voci (vedi aiuti) comunitarie. Pur con questa consapevolezza, l’Europa continua a nascondersi dietro irrisori elogi al Belpaese e improbabili distinzioni tra richiedenti asilo e migranti economici. Il risultato è un ripetuto collasso istituzionale, frutto di un pressappochismo e menefreghismo generale che allontana ed impallidisce il sogno europeo. Ma all’Europa va bene così.

Il vertice di Tallinn ed il G20 di Amburgo hanno del resto confermato come il tema non rivesta priorità. Si pensi che, in Parlamento europeo, i membri presenti alla discussione ‘migranti’ del 4 luglio erano “una trentina” su 751. Un risultato disastroso ed indegno per chi si professa collettività, ed invece al giorno d’oggi altro non può che definirsi mera aggregazione di Stati a sé stanti, senza un minimo interesse alla revisione di Trattati non in linea con l’attualità di problematiche sempre più in espansione e che richiedono pertanto risposte globali.

Il punto d’arrivo del disastro è la debolezza del nostro attuale esecutivo, sempre più a rischio nella (in parte) correlata situazione politica che vede in Parlamento nazionale la difficile partita dello Ius Soli. Nell’isolazionismo della maggioranza e di un Pd esautorato dalla solitudine renzista, le speranze di vedere una Italia forte in Europa sono ridotte al lumicino.

I proclami in vista delle prossime elezioni politiche sono intanto cominciati. Tutti concordi ormai nel ritenere necessario un ripensamento dell’Unione Europea (ne parla oggi a ‘Il Mattino’ anche Silvio Berlusconi). Ma per dare voce ad un ripensamento serve innanzitutto un programma da presentare agli elettori, che non si limiti all’an ma manifesti pubblicamente un come ed un quantum. A questo programma deve poi accompagnarsi un’altra triste consapevolezza, che andrebbe risolta con un intervento su una legge elettorale che spiani la strada alla cosiddetta governabilità.

Come si vincono le elezioni con un proporzionale in un sistema tripolare e con il partito dell’astensione maggioranza del Paese? Sarebbe bene chiedersi soprattutto questo. Per essere forti in Europa, bisognerebbe mettere qualcuno nelle condizioni di vincere. Peccato che questo, alla politica italiana, non interessi affatto. Il proporzionale innesca difatti la madre delle ragioni della resa dei partiti: munirsi di un pezzo di torta, dato che nessuno potrebbe mangiarla tutta.

Mangiarla tutta poi, è rischio di ingordigia e future sconfitte: essere all’opposizione è infatti notoriamente più comodo e facilmente suscettibile di consenso. Perché il punto è sempre quello di partenza: attaccare chi governa, senza necessità di svelare controproposte. L’ideologia, rispetto alla quale i discorsi sul proprio presunto funerale si sprecano, tende ad una inesorabile dissoluzione non a causa del presunto vecchiume, ma di nuovi atteggiamenti ormai consolidatisi e divenuti prassi. Nascondersi, insomma, è molto semplice, ed è rappresentativo di una ideologia ‘moderna’ e (dis)funzionante. In politica pare addirittura portare i suoi frutti.

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 10: “The sad Game of life”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 10: “The sad Game of life”

From Aaron Mithcell/Charlton Amlie to Daniel Lloyd

Cupcake Town, 22/08/2103

Caro Daniel,

Permettimi di ringraziarti per aver sperimentato assieme a me questo meraviglioso labirinto che difficilmente avrei sperato di portare a termine. Ma vi sono stati tanti fattori decisivi alla riuscita di questa mia (spero definitiva) fuga. In primis, la tenacia che tu e Dustin Sharedown avete riposto in questo ‘difficile caso’. E permettimi inoltre di congratularmi con te per la scoperta ottenuta con invidiabile caparbietà. Sono convinto che avrai già capito tutto dal penultimo biglietto che ti ho recapitato. Certo, non è stato facile. Ho dovuto spesso fingere. A te, a Dustin, al dottor Waterloo. Ma come si sentirebbero queste persone se tu riferissi del reale andamento dei fatti?

Pensa al dottor Waterloo: cosa diavolo dovrebbe pensare quando scoprirà di ogni mio atto sessuale con la sua ‘assistente non più assistente’ Meredith Mellby? Ed ancora. Cosa potrebbe provare dinanzi ad una assistente che lo ha ingannato in ogni istante di quella prolifica collaborazione professionale? Io penso che ne soffrirebbe, venendo a conoscenza di questa storia del ‘paziente non paziente’. Capisci cosa intendo? Forse è il caso di consegnare a questa gente la verità che loro detengono. Lasciamo perdere dunque la verità reale. E’ la verità personale ciò di cui uno ha bisogno, in un secolo nel quale il soggettivismo, persino in ambito filosofico, è tutto.

Ma torniamo al punto, agli albori di questa fantomatica e teatrale macchinazione. Tutto è cominciato circa 21 anni fa, all’epoca della mia prima rottura con Cecily. Forse non ci crederai mai, ma quel giorno la mia clessidra s’è dissolta nella futilità e nell’amore per il rischio. Quando Cecily Burns decide di lasciarmi, la mia vita cambiò completamente. Ora so che invece ha totalmente divorato il mio spazio tempo, ormai disperso nel mio perenne dolore esistenziale.

Ho trascorso giorni, mesi e anni prima di ritrovare il suo pentimento, i suoi sentimenti e il suo amore per me. Ho continuato a percepirlo e tutto sembrava essere tornato come un tempo. Ma qualcosa si era ormai rotto e spero capirai. Un’altra dimensione temporale aveva danneggiato il corso degli eventi. Avevo barattato i miei fallimenti sentimentali con una confortante solitudine da ghostwriter, che mi permise a lungo di rifugiarmi in un confortevole nascondiglio divenuto arduo da abbandonare. Poi, il richiamo di Cecily risvegliò in me il senso della mia esistenza. Era così tornato quello spazio-tempo perduto.

Ma un ordine, che aggiunge improvvisamente un tassello al disordine, automaticamente diviene generatore di un irreversibile caos esistenziale. Così, un bel giorno, decisi che tale caos dovesse terminare. Ricordo benissimo le mie parole prima di quell’incidente: «Cecily, ti va di morire? E’ il nostro tempo».

E lo era. Avevamo fallito e dovevamo ammazzare il nostro amore. Lo schianto però non fu sufficiente ad eliminare la mia vita, limitandosi a cagionare la morte di Cecily. Mi sono sentito vuoto ma poi sono ripartito dopo essermi aperto con l’unica persona che mi abbia davvero capito: Meredith Mellby. Pensavo avrebbe chiamato subito la polizia, ma dovevo liberare il mio corpo da questa atrocità, sbarazzandomi del dolore di essere uomo. Invece mi sussurrò: «Dimentica Cecily, progetteremo nuove maschere nella recita più grande della nostra esistenza».

Al termine di quella confessione, Meredith Mellby mi lasciò in eredità un pensiero di James Dean: «Capire il completo significato della vita è compito dell’attore, interpretarla il suo problema, ed esprimerla la sua missione. Essere un attore è la cosa più solitaria al mondo. Sei completamente da solo con la tua concentrazione e con la tua immaginazione, e quello è tutto ciò che hai. Essere un buon attore non è facile. Essere un uomo è ancora più difficile. Voglio essere entrambi prima di morire».

Poi ho capito. Meredith era interessata ad afferrare con mano le ragioni del mio gesto, progettando un assurdo passaggio da una giocosa e sadica recita, seppur ben congegnata, ad un mio completo recupero di persona e di uomo. Ciò che avevo smesso di essere non per causa di Cecily, ma per una storia maledettamente controversa e desolatamente malata. Una storia che ho dovuto uccidere.

Siamo molto simili io e te, Daniel Lloyd. Non credere che questa tua onniscienza, questo tuo continuo ricorrere ad un perenne dietro le quinte, cancellerà tutto il tuo passato. Un passato che conosco e comprendo ancor più. Voglio che tu sappia che a Charlton Amlie non volevamo fare assolutamente nulla. Abbiamo semplicemente cercato un perfetto corrispondente anagrammatico, muovendo dai nomi dei pazienti presenti al Waterloo Studio’s. Abbiamo poi depistato totalmente le indagini modificando le cartelle di Amlie. Quell’uomo non ha mai conosciuto Cecily, né ha mai comprato un biglietto per la Spagna o frequentato l’Università alla Highboury di Lakewood. Abbiamo pilotato tutto, persino il trasferimento ordinato da Meredith per la riabilitazione di Amlie, facendovi credere in una latitanza del sospettato. Non lo avremmo comunque mai ucciso o lasciato marcire in galera. Naturalmente ho dovuto fingere anche sulla storia dei messaggi, camuffando la mia scrittura stessa e depositando quei messaggi nella mia stessa dimora, oltre a portare gli uomini di Richards nella dimora di Amlie.

Ma questa è solo parte della storia. Una storia che ti racconterò ancor più dettagliatamente dopo aver passato del tempo assieme a Meredith. Te ne racconteremo. Ora mi auguro, da scrittore a scrittore, che tu possa essere capace di lanciare il tuo primo vero grande libro. Essere giornalisti è arte nobile, ma non ti basterà economicamente. Tu scriverai questo libro perché hai una grande storia da raccontare. Ovviamente, ti raccomando di evitare gli ultimi particolari. Romanzare e recitare è tutto in questa breve ed effimera esistenza.

Ti lascio a una delle mie citazioni preferite, e questa volta Hemingway e Morrissey resteranno alla finestra. Ne ho scelta una da ‘Petrolio’. Immagino tu conosca l’autore. Non lo nominerò perché non sono un grande uomo mentre lui lo fu. Almeno da ciò che il nostro amore per la letteratura ha saputo tramandarci, spero tu possa capire che avrei voluto essere un grande uomo. Ma ormai, giunto alla soglia di un cinquantennio, non potrò mai più esserlo. Forse.

«Ci sono persone che non credono in niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale. La scoperta del “nulla” per essi, però, è una novità che implica altre cose: implica cioè non solo il proseguire dell’azione, dell’intervento, dell’operosità (intesi ora non più come doveri ma come atti gratuiti), ma anche la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco».

Con riconoscenza,

Sir Aaron Mithcell

E vennero i tempi  del congedo tra me e Aaron Mithcell, chissà se momentaneo o definitivo, culminato in una lettera dalle elevate qualità stilistiche sopraggiunte da notevoli richiami storico-letterari. Mi riproposi di replicare con modi e tempi adeguati. Avevo bisogno di rielaborare uno degli anni più terribili dei miei trascorsi a Cupcake Town. Una città ormai svuotata da qualsiasi forma di esplicazione sentimentale: rabbia, odio, ira, menzogna, ossessione, gelosia, tradimento, amicizia, lealtà, verità, amore. Non restava più niente, se non l’abbandono di una città che aveva già a sua volta abbandonato me stesso ormai da un pezzo.

In attesa di trovare le parole giuste per Aaron Mithcell, ebbi chiaramente a riflettere sul da farsi rispetto alla risoluzione del caso Burns. Ma c’era qualcosa in quell’uomo che sembrava ancora risplendere. Nonostante gli omicidi, le collaborazioni scomode, un tentato suicidio, l’amore per il depistaggio, la follia comportamentale tramite la degenerazione giustificatoria per mezzo dell’arte e della letteratura. Dovevo pertanto fermarmi un attimo. Poi ripartire e rielaborare. Volevo un romanzo sulla paura, ma mai come oggi resterò condannato ad averne ancor più dei miei potenziali lettori, indugiando negli abissi di una funesta ed incontrovertibile solitudine condita da una del tutto personale, ignobile e zelante viltà.

 

 

La legge del contrappasso politico

La legge del contrappasso politico

L’arroganza genera rivolta, protesta, e per chi la pone in atto, sconfitta sonora. E’ il messaggio che giunge dalle elezioni canosine dopo il ballottaggio di ieri, vinto da M5s e dal suo candidato Roberto Morra, cui vanno gli auguri più sinceri per un proficuo espletamento della carica.

L’arroganza genera falsa sicurezza, supponenza, convinzione che un Paese possa abbandonare la propria dignità in cambio di promesse e squadre di governo capaci unicamente di vender fumo (e nemmeno quello buono). L’arroganza genera incapacità di accettare la sconfitta, di ammetterne fallimenti ed inconcludenze. Bisognerebbe riconoscere una sconfitta ed ammettere: “Abbiamo perso”.

Ed invece le reazioni a caldo sono state: “Abbiamo perso per un assurdo meccanismo elettorale”. Non si può votare col caldo, perché la gente va al mare. Perché una coalizione al 49 non può ripresentarsi al ballottaggio. E via così. La prossima volta, per i signori del “vinciamo al primo turno” prepareremo una legge ad hoc, come quella prevista in Sicilia con soglia al 40%. Uno statuto speciale per Canosa di Puglia. Anche se quella per i comuni sopra i 15.000 abitanti è l’unica legge elettorale italiana degna di essere proferita tale, poiché garantisce governabilità e permette di decretare un vincitore anche grazie al doppio turno. Un doppio turno di cui questo Paese (inteso a livello nazionale) ha bisogno come il pane, per evitare le ipocrisie del proporzionale, sistema in grado di “annullare” il voto dei cittadini, ignari di ciò che succederebbe ex post, in tema di alleanze e coalizioni.

Certe volte bisognerebbe imparare dall’avversario politico, oltre a questa classica malattia della denigrazione altrui. Infatti basterebbe, paradossalmente, studiare gli altri per vincere: l’ultimo grande arrogante della politica ha perso referendum costituzionale, generato scissioni e distrutto un partito, perso malamente le amministrative. In tempi record: sono bastati infatti sei mesi affinché l’arroganza mostrasse i suoi “frutti”. Sarebbe stato sufficiente questo, per capire, che l’arroganza non paga. Anzi, fa un regalo agli altri.

foto da: canosaweb.it

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 9: Aaron Mithcell

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 9: Aaron Mithcell

I legali di Charlton Amlie avevano fatto immediatamente crollare il castello probatorio montato dalla polizia di Cupcake. Non ci volle molto per convincere il giudice a scagionare l’accusato, dato che le uniche prove in mano erano legate alle foto ritrovate nell’appartamento di Amlie e al biglietto di viaggio in terra iberica che riportava la stessa data della morte di Cecily Burns. Si aggiunga anche la furbata dei piedipiatti di Cupcake, che riuscirono ad ottenere un arresto senza verificare la corrispondenza della calligrafia di Amlie all’interno dei biglietti. Bastò sostanzialmente riferire al giudice di quelle prove e del fatto che la diversità di scrittura fosse dovuta alla particolare caratteristica del sospettato: quella di essere ambidestro. Insomma, si trattò di un arresto basato più su ipotesi (o nel peggior dei casi illazioni) che su fatti concretamente accertati e realmente accaduti.

 

Mancavano di fatto: un movente limpido, l’arma del delitto e l’autopsia del corpo della Burns, assente a causa di una (ex) dittatura talmente severa e bizzarra da riportare i confini dell’accaduto di quella notte dalla Spagna all’Inghilterra. Agli spagnoli non fu di fatto consentita alcuna indagine, e non ci volle molto per giungere ad una dichiarazione di morte presunta constatata successivamente dal ritrovamento del corpo da parte degli uomini di Grammy Richards. E’ ciò che a volte definiscono “competenza territoriale investigativa”.

 

Troppi aspetti continuavano a collidere anche con la sola tesi dell’assassinio, senza considerare le risicate informazioni successive all’incidente tra Madrid e Santiago, di cui Aaron continuava sfortunatamente a non ricordare. Ed ebbi ormai a pensare che quella fosse la nostra ultima speranza: recuperare mentalmente i ricordi di quella sera, estrapolandoli allo stesso Aaron per risolvere il caso con equità. Del resto è questo il compito della nostra giustizia britannica. O almeno così dovrebbe insomma, qualcosa di simile.

 

Le indagini proseguirono piuttosto a rilento. La notizia della necessità di ritrovare un colpevole, o meglio il vero colpevole, gettò nello sconforto Wellington Street. Ora bisognava ricominciare tutto da zero:

 

  • Signor Mithcell, grazie per essere qui.
  • Cosa succede dottor Richards?
  • Purtroppo Charlton Amlie non risulta essere il colpevole. Le prove non si sono rivelate sufficienti.
  • Sta scherzando?
  • Purtroppo no
  • Cosa farete adesso?
  • O meglio, cosa non faremo. Il caso rischia di essere archiviato senza nuovo materiale probatorio. E’ un vicolo cieco signor Mithcell
  • Quindi non sarà fatta giustizia
  • O forse è stato effettivamente un incidente
  • E perché allora quel messaggio di cui mi avete detto prima di farmi venire qui?
  • Si riferisce a quello ricevuto dal signor Lloyd?
  • Stessa scrittura e stessa firma. Ma Charlton Amlie era in carcere quando il messaggio è giunto a destinazione
  • Controllate la calligrafia allora.
  • Lo avevamo già fatto. Non corrispondeva a quella dei messaggi anonimi. Abbiamo barato con quella storia dell’ambidestro, lei questo lo sa. Le prove che avevamo però ci sembravano congrue alla detenzione di Amlie

 

 

Fummo io e Sharedown ad accompagnare Aaron a Wellington Street. La notizia della non colpevolezza di Charlton Amlie fu il preludio all’atteggiamento ormai rassegnato e disilluso di Aaron, nuovamente richiamato all’infelicità del passato e ai dolori del presente. Non c’era evidentemente nulla da fare. C’era qualcosa di maledetto forse nella sua persona, o in quella di Cecily, o nella indecifrabile Cupcake Town.

 

Nonostante l’oggettivo dispiacere per la vicenda che continuava a coinvolgerlo, vidi di nascosto Charlton Amlie, senza comunicarlo ad Aaron Mithcell. Non me la sentivo di infliggere un ulteriore dolore ed ignorai anche la sola possibilità di proferirne parola. Mi diressi a Whaligia in tram, anche per non destare problematici sospetti. Ero intenzionato a chiudere i conti con la verità.

La frase che più mi aveva colpito di Charlton Amlie, più che altro perché pronunciata in maniera sostenuta, era la seguente: «Come puoi rendere criminale un uomo sprovvisto di fedina penale?» Non potevo che condividere tale affermazione, ragion per cui restai molto dispiaciuto del breve ma non piacevole calvario trascorso dal signor Amlie. I suoi consigli furono peraltro piuttosto preziosi. Doveva detenere una saggezza invidiabile quell’uomo, dotato forse di un fiuto investigativo che non avevamo avuto, sottovalutando una soluzione che avevamo tra le mani.

 

Amlie ebbe ragione: bisognava guardare il significato dei vari biglietti ricevuti, facendo particolare riferimento a quello che ci sembrò essere il messaggio finale dell’inarrivabile killer. Nonostante la stanchezza causata dalla giornata forse più intensa della mia vita, riuscii a comprendere che se la risposta doveva essere nelle lettere avevamo sbagliato dal principio. Analizzai con estrema attenzione l’ultimo messaggio:

 

  • Charlton Amlie is nobody. The Answer is in the letters

 

Un sussulto coinvolse ogni parte del mio corpo, raggrinzito da una scoperta macabra e che cominciò a causarmi del tremore piuttosto sostenuto ai miei arti inferiori. La risposta era nelle lettere del nome di Charlton Amlie. Il suo anagramma era Aaron Mithcell. Capii, mai come allora, che questo mondo non è affatto povero di risposte ma che esse risultano poi essere costantemente annullate da domande futili ma al tempo stesso cruciali, poiché capaci di aiutare ad ignorare verità che mai avremmo voluto scoprire. Non vi era alcuna congiura o complotto all’orizzonte di una Cupcake Town piovosa e così assente, assorta nei ricordi di tempi ormai non più raggiungibili. La pioggia continuò ininterrottamente a rimbalzare attorno alle finestre dei suoi abitanti, con la consapevolezza che ognuno di loro avrebbe ormai perduto qualcosa per sempre.

 

C   H   A   R  L  T  O  N   A  M  L   I  E

IS

A   A   R  O  N  M  I   T   H  C   E   L  L

 

A.M

 

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

Tra le letture della stampa di stamane, un cenno lo merita sicuramente l’intervento su “Repubblica” del noto giurista Stefano Rodotà, “La democrazia senza morale”. La riflessione mi pare incentrata su due filoni cardine: il richiamo all’art.54 della Costituzione e lo scritto politico di Italo Calvino  “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, datato 1980 e presente sempre nel quotidiano attualmente diretto da Mario Calabresi.

L’art. 54 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

Dalla trattazione “rodotiana” emerge la chiara pertinenza di un disposto di una così elevata importanza alla luce dei recenti avvenimenti interni, sul tema della corruzione e conseguentemente delle problematiche strutturali del nostro Paese. Rodotà non esita a richiamare l’attualità di Calvino, in un clima «ben peggiore degli anni Ottanta». Vi è un passo che a mio avviso colpisce molto, mettendo a nudo il malcostume italiano e il “così fan tutti“, e sottolineando la diversità (ed anomalia) del sistema politico italiano rispetto ad altri noti casi internazionali e sistemi politici:

«Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina per la tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento di spese elettorali: il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro Agnew  che si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di conclamata evasione fiscale)».

Per le altre considerazioni rimando alla lettura integrale dell’intervento. Qui è invece sufficiente sintetizzare il punto attraverso il passo citato: ovvero l’emersione del  disprezzo della Cosa Pubblica, a vantaggio di spinte individualistiche e di profitto personale, per sé e per la propria “famiglia”, figlie di un fallimentare atteggiamento che tocca praticamente l’intera storia italiana del dopoguerra, dalle responsabilità della cosiddetta democrazia bloccata, sino al fallimento dell’apparente benessere craxiano e all’avvento del berlusconismo. Una storia travagliata, che pure avrebbe potuto muovere da quei fallimenti per contrastare le ceneri e le oscurità di un Paese anomalo e sprovvisto di qualsivoglia forma morale o etica. E si torna così allo scritto calviniano, il cui incipit suona prepotentemente attuale:«C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.  … Così, tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto».

Considerazioni straordinariamente attuali, che delineano il quadro di una società ormai integrata e basata sull’erosione della collettività, perché essa non è priorità ma lo diventa nel momento in cui si avverte la necessità di ritrarre vantaggi, economici e non, nell’arco di una spiccata e considerevole sensazione di impunità. Calvino se ne mostra assolutamente consapevole, Rodotà altrettanto ma entrambi mi sembrano ritrovarsi in un punto comune: avvertono infatti una altrettanto collettiva mancanza di indignazione, nel tentativo di rovesciare la tendenza ed il senso di marcia. Come se tutto lo scenario attuale fosse divenuto ordinario, a scapito della minoranza onesta, rappresentata dalla controsocietà teorizzata da Calvino.

Ed infatti lo scrittore prosegue così: «Avrebbero potuto (i corrotti) dirsi unanimemente felici  gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti».

Calvino rivela l’eterna contrapposizione tra due modelli ed idee di società totalmente diversificati, i cui valori distintivi non possono che partire dal profitto, e di conseguenza, nell’anomalia italiana, sfociare in fenomeni di corruzione, criminalità organizzata ed evasione fiscale: gli eterni cavalli di battaglia della società corrotta contro i valori nobili ma purtroppo deboli della moralità e dell’etica. Né può essere altrimenti, dinanzi a cotanta spietatezza e spregiudicatezza nell’imporre la propria forza sul più debole.

Esiste ancora la “controsocietà degli onesti” teorizzata da Calvino? Questa è l’amara constatazione di fondo, che avverte l’inconsistenza del sentirsi diversi ma al tempo stesso impotenti. Tuttavia, questa controsocietà  rappresenta  «qualcosa che non è stato ancora detto e non sappiamo ancora cos’è». Oggi continuiamo a conoscere senza agire, senza essere in grado di remare verso le acque del cambiamento, quasi annullando quel quesito calviniano di (eterna) sconosciuta risposta. Prima o poi, l’impressione è che non basterà solo scegliere da che parte stare, ma occorrerà porsi in grado di conoscere quali risposte fornire. Perché appare arduo continuare ad attendere la vera normalità attraverso la delegazione o il “ci pensa qualcun altro”, in un contesto nel quale la politica nasconde le proprie nefandezze dentro se stessa e il potere giudiziario resta immerso in una battaglia complicata, ritenuta tristemente e beffardamente eroica, così come accaduto in Tangentopoli e nell’era del berlusconismo.

Non resta che ammettere come la politica abbia ormai deciso di nascondere se stessa agli occhi dell’opinione pubblica, oscurando ogni considerazione del “bene comune”. Dimenticandosi della controsocietà  altrettanto nascosta ed invisibile, che ricorda quasi l’inesistente Cavaliere Agilulfo ne “Il cavaliere inesistente”, tanto per tornare a Calvino. Agilulfo mostra infatti le difficoltà dell’uomo contemporaneo nel comprendere la propria persona in primis ed il suo conseguente rapporto con il mondo. Pur essendo corporalmente invisibile, egli non è tuttavia privo di autocoscienza, suscitando ciò, un senso di tormento e smarrimento, generato appunto dalla necessità (ma incapacità) di dare risposte a se stesso. Ancor più interessante è la contrapposizione con il  personaggio Gurdulù: qui il corpo esplica la sua esistenza ma è contrariamente sprovvisto di quella autocoscienza posseduta invece da Agilulfo. Sembra paradossale ma pare ricordare l’eterna antitesi tra la controsocietà degli onesti e la “politica nascosta”. In maniera tutt’altro che invisibile e con la necessità di trovare una sintesi.

(8 aprile 2016)

 

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