Seleziona una pagina
Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

Maternità surrogata, il silenzio del Legislatore

Maternità surrogata, il silenzio del Legislatore

Maternità surrogata, dalla legge 40/2004 ai giudici di Trento

E’ di chiara ed inequivocabile portata storica l’ordinanza della Corte di Appello di Trento circa il riconoscimento in territorio italiano di un provvedimento straniero, considerato dunque trascrivibile per non contrarietà all’ordine pubblico, relativo alla genitorialità di due uomini rispetto a due minori, attraverso il discusso meccanismo della ‘gestazione per altri’ (impropriamente definito dai canali di informazione come ‘utero in affitto’).

E’ la prima volta dunque che la giurisprudenza di merito decide attraverso l’applicazione dei principi enunciati dalla Corte di Cassazione (sentenza 19599/2016) in relazione alla trascrizione dell’atto giuridico di nascita straniero. I giudici della Corte di Appello hanno così richiamato la nuova definizione concettuale di ‘ordine pubblico’, considerato parametro cardine rispetto alla ‘trascrivibilità’ o meno degli atti in correlazione.

Ridefinendo dunque la distinzione tra ordine pubblico nazionale ed internazionale (ritenendo applicabile a simili fattispecie solo il secondo concetto), la Corte di Appello si spinge a delineare le linee guida della violazione di ordine pubblico: un provvedimento straniero è dunque trascrivibile e compatibile con l’ordinamento giuridico nazionale sino a quando non lede la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo (e dei minori, nel caso in questione).

Il secondo assunto di base è proprio la tutela del minore: salvaguardare il diritto alla continuità del rapporto genitoriale già costituitosi antecedentemente e sulla base del diritto straniero. Il terzo principio, non meno rilevante, è la non necessità di distinguere tra le varie modalità di procreazione rispetto ad un progetto di genitorialità condivisa.

Secondo la Corte, l’insussistenza di un legame genetico tra minori e padri non ostacola il riconoscimento del provvedimento straniero rispetto alla corretta applicazione del diritto italiano: il che presuppone dunque il richiamo al concetto di responsabilità genitoriale, che è una responsabilità legata all’interesse del minore e non ad un semplice profilo di carattere genetico.

Il tema della maternità surrogata ha suscitato in Italia dibattiti e polemiche, come di recente emerso dal travagliato percorso in merito all’approvazione della legge sulle Unioni Civili. Fermo restando il divieto della pratica in territorio italiano (art.12 L.40/2004 – Procreazione medicalmente assistita) con pesanti sanzioni amministrative e penali, resta il problema della applicabilità di pratiche effettuate all’estero, in riferimento a Paesi nei quali tale divieto non sussiste.

In questo limbo giuridico, l’interesse prevalente del minore non può tuttavia, secondo i giudici, essere messo in discussione:

«Le conseguenze della violazione delle prescrizioni e dei divieti posti dalla legge 40 del 2004 imputabili agli adulti che hanno fatto ricorso ad una pratica fecondativa illegale in Italia non possono ricadere su chi è nato, il quale ha il diritto fondamentale, che deve essere tutelato, alla conservazione dello status filiationis legittimamente acquisito all’estero» (Cass. 19559/16).

Il dibattito europeo e la relazione De Sutter

Ma il dibattito resta tuttavia costante anche alla luce di quanto accaduto antecedentemente l’ordinanza dei giudici di Trento: si pensi alla recente bocciatura del Consiglio d’Europa circa le linee guida in fatto di maternità surrogata (ottobre 2016). Il rapporto in questione, giudicato piuttosto controverso, avrebbe dovuto ottenere i due terzi per l’approvazione. A prevalere furono invece i No (83) a fronte di 77 Sì e 7 astenuti.

Il rapporto, conosciuto come relazione De Sutter (dal nome della ginecologa belga protagonista della proposta) ed intitolato “Diritti umani e problemi legati alla surrogacy”, venne letteralmente disintegrato (anche e soprattutto) dalla rappresentanza politica italiana. Gli unici connazionali a sostenerla furono 4: Nicoletti e Rigoni (Pd), Giro (Fi) e Kronbichler (Si). Tra i contrari anche Cimbro (Pd), due parlamentari di Forza Italia e tutto il Movimento 5 Stelle.

Il fallimento della relazione De Sutter sintetizzò la consueta spaccatura all’interno del Pd, diviso sul tema nonostante il senatore Lo Giudice (divenuto peraltro padre con la pratica dell’utero in affitto) avesse precedentemente invitato il partito alla ‘compattezza’ politica. Eleonora Cimbro, dopo il proprio voto contrario, replicava così all’invito del collega: «Non è una posizione di destra votare contro lo sfruttamento del corpo delle donne, ma una scelta ragionata nel metodo e nel merito, che rispecchia una sensibilità culturale trasversale».

Il Movimento Cinque Stelle, dal canto suo, si mostrò compatto sulla bocciatura della relazione, con Tiziana Cipriani che non esiterà a bollare la maternità surrogata come «reato universale», mantenendo invece una lieve apertura sulla stepchild adoption (adozione del figlio del partner, nda). Sappiamo benissimo come sia andata a finire: una monca approvazione del Ddl Cirinnà nonostante i costanti richiami all’ordine ad opera del diritto comunitario.

La bocciatura del Consiglio d’Europa si accompagnava alla precedente condanna del Parlamento europeo (15 dicembre 2015) allontanando la possibilità di una legalizzazione europea della pratica. Sempre in tema, va peraltro rimembrata la decisione della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Paradiso e Campanelli v. Italy, secondo cui è ben possibile (sulla base del divieto della 40/2004) emettere provvedimenti che negano il riconoscimento del figlio procreato dalla tecnica dell’utero in affitto all’estero.

L’importanza di chiamarsi ‘Legislatore’

L’incertezza giuridica resta tutt’ora all’ordine del giorno, considerate le (precedenti) questioni di costituzionalità sollevate dai giudici di merito rispetto all’art. 263 cod.civ (‘Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità’) e al comma sesto dell’art.12 della L 40/2004, riguardo un caso di maternità surrogata in India di una coppia affetta da infertilità. Si apriva così un procedimento per la dichiarazione di stato di adottabilità del nascituro, considerata la sospensione dell’operazione di trascrizione del certificato di nascita estero ad opera dell’Ufficiale di Stato Civile di Milano, che segnalò il caso alla Procura per sospetto circa l’utilizzo della pratica vietata nel Belpaese.

L’ordinanza dei giudici di Trento non va e non può tuttavia essere considerata fonte di soluzione, pur costituendo un valido assunto in vista di un cambio di rotta. Fattispecie come la maternità surrogata, o ancora come quella del fine vita/testamento biologico, rivelano dell’incapacità del legislatore nella risoluzione di tali questioni in maniera ponderata e contemperata alla luce dei vari interessi in gioco.

E’ questione di buon senso (oltre che di buon governo) intervenire su materie di questo genere, nelle quali pare evidente l’interesse del cittadino in relazione ai propri diritti. In questo, non solo il governo Gentiloni, ma il Parlamento tutto (ormai da anni) continuano a nascondersi quasi ignorando la portata delle tematiche e lasciando al Paese e ai giudici un vuoto giuridico tanto consolidato quanto consistentemente destabilizzante.

Dottore, dottore del buco del cul: un anticonformismo conformista (e fuori moda)

Dottore, dottore del buco del cul: un anticonformismo conformista (e fuori moda)

C’è un periodo nella vita di ognuno di noi capace di mandare in crisi le nostre convinzioni, le nostre usanze e perfino i nostri costumi: parliamo chiaramente della proclamazione di laurea. Ed è momento ancor più difficile realizzare di aver ‘terminato’ le proprie fatiche professionali, consapevoli di ritrovarsi inglobati nel goliardico conformismo più irritante e desolatamente banale.

Questo ‘goliardico ed irritante conformismo’ al quale tutti (me compreso) veniamo costretti è il momento della proclamazione di laurea. Corone e allori, bischerate e lanci di qualsivoglia prodotto, ma soprattutto l’incubo degli incubi: la canzoncina del dottore.

 

«Dottore, dottore, dottore del buco del cul. Vaffancul, vaffancul!»

Ammetto di aver provato un estremo imbarazzo al mio primo appuntamento di laurea (da spettatore). Osservo infatti i festeggianti canticchiare tale motivetto con incredibile e smisurata soddisfazione, nemmeno attendessero tale momento da una vita, ancor più del festeggiato stesso. Ma al tempo stesso mi son detto: studierò la questione, analizzando origini e ragioni di tale conformistico accaduto.

Dove nasce dunque la canzoncina giovanile più sputtanata al mondo? Pare che l’assunto storico di base sia riconducibile al XVI secolo: alcune storie parlano infatti di pergamene rinvenute, risalenti al Medioevo, nelle quali si attesta la presenza del motivetto, già cantato ai neolaureati nel periodo di riferimento. Addirittura, in alcuni regni l’usanza era ritenuta fastidiosa al punto di essere punita con 5 frustate al volto.

Nella mia ricerca emergono anche leggende di derivazione fascista: un motivo meraviglioso e straordinario per combattere il momento nel quale toccherà a me. Già avverto attorno gli 88 gradi in smoking, nella meravigliosa estate milanese, tra alcolici e smog, mentre mi ritrovo pronto a porre l’altolà ai festeggianti: «Fermi lì, alla mia laurea non si canta. Tanto meno una simile cazzata». Consolatevi su, balleremo tutti assieme Gabbani (mi attrezzerò per l’acquisto di scimmie personalizzate sulla base delle attitudini di ogni singolo festeggiato).

Ci eravamo fermati, prima del mio classico divagare, al XVI secolo. Cosa accadeva esattamente ai neolaureati durante e dopo la cerimonia della ‘liberazione’? In quegli anni, era ritenuta comune tradizione la partecipazione ai festeggiamenti della cittadinanza intera. Si prenda come esempio Padova, nella quale si intratteneva una cerimonia alla presenza del Vescovo in piazza Duomo. Messa solenne, addobbi alla cattedrale di riferimento, corona d’alloro, scettri, corone: il tutto alla presenza di Istituzioni come Rettore, Podestà, Nationes, al fine di creare una atmosfera solenne e di riconoscimento professionale.

Tali riferimenti riconducono poi al rito del cosiddetto ‘papiro’, che prenderà forma a Padova tra l’Ottocento e il Novecento dando vita a riti tutt’altro che solenni, ora attuali ed in contrapposizione alla ‘solennità del passato’. Un vero e proprio cambio di rotta rispetto al passato: già, ma per quale motivo?

Una teoria potrebbe essere quella del rovesciamento rispetto alla serietà borghese, ricordando al laureato come in realtà potrebbe cambiare ben poco, ed invitandolo inoltre a restare se stesso nonostante il risultato conseguito. Problema è che ormai questa ‘risposta anticonformista’ pare aver davvero raggiunto i limiti della propria popolarità: di sicuro, parliamo di cerimonie tutt’altro che gradite a chi scrive.

Si aggiunga inoltre come l’odierna tradizione non fosse ben vista trent’anni addietro, essendo considerata una pseudo goliardia di destra, oltre che eccessivamente frivola e no-sense. Nonostante ciò, contrastare questo rito oggi pare impresa ancor più ardua del ritrovamento di un lavoratore retribuito senza voucher.

Non è forse tempo di reagire a questa ‘umiliazione’? Comunque vada, nessuno alla mia laurea canterà ‘Dottore, dottore’. Almeno quel giorno, lasciatemi il diritto di godere della effimera felicità della nostra esistenza: prestate attenzione alle vostre (future) intenzioni, perché sono persino disposto a sollecitare Change.org.

Namasté!

(Il presente articolo è ironico ma neanche troppo)

Le lancette della Storia e le anime perdute

Le lancette della Storia e le anime perdute

Come se tutto si fosse fermato. Accade che, quando le lancette della Storia comincino ad intonare le note della dissolvenza di un ciclo, tutto sembra essere perduto. Per sempre, come se quel pezzo di storia non fosse mai esistito o rischiasse di non mostrare la propria valenza futura ed il proprio significato di fondo. Ci si sente smarriti ed indifesi, persi nell’inconsistenza di una (in)adeguata rappresentanza politica. Ci si guarda allo specchio impauriti, persino increduli dinanzi ad avvenimenti epocali.

 

E’ così che il 1989 ha decretato la caduta della Sinistra, poiché tecnicamente ancorata ad un blocco mondiale che si era contrapposto allo strapotere del capitalismo. Lo spartiacque a cavallo del nuovo millennio. Il tentativo di ripristinare l’identità dissolta appunto dalla storia stessa e dalla vecchia politica (quella che contava, prima dell’avvento della finanza).

 

Mai come in quel momento la domanda dei giorni a venire sarebbe stata: «Che cosa vuol dire oggi essere di Sinistra?» Come quando un figlio o una figlia perdono un genitore (e viceversa). Come quando si perde chi si ama. L’inizio dell’anno zero: «Cosa sono adesso? Cosa farò senza di loro?»

 

Le lancette di quella Storia tornano così a farsi sentire, come se la loro recente assenza non fosse mai avvenuta. Lancette sempre rimaste lì, a risuonare nella generale incertezza del mondo della Sinistra Italiana (e non solo). Perché quella perdita di identità politica si è concretizzata successivamente in tutte le situazioni partitiche interne. La riorganizzazione della Sinistra sotto l’Ulivo e Romano Prodi aveva inscenato una falsa risoluzione attraverso un contenitore di anime smarrite e desiderose di abbandonare una deludente solitudine dopo catastrofi nazionali (Mani Pulite) e internazionali (fine del ‘secolo breve’).

 

Ma a legare queste anime, paradossalmente, concorrerà (e forse ancora oggi) il grande e temuto avversario: la Destra e Silvio Berlusconi. Certo, il terremoto di Tangentopoli racconta al nostro Paese molto più di un evento come la caduta del comunismo, portando al decesso della democrazia bloccata e del quarantennio DC. L’unione delle nuove anime diverrà così presto concreta. Quasi senza che nessuno se ne rendesse conto. Saranno i tempi della ‘ricostruzione’ politica (mentre la Storia già cominciava a far assaporare l’amaro odore del declino dei partiti di massa).

 

Difficile che dunque un progetto azzardato possa durare nel tempo. Il prezzo politico è ben presto stato pagato: la vittoria elettorale in cambio di una instabilità governativa. E Prodi uno e Prodi due. Boom, per un motivo o per l’altro, ecco la Sinistra schiacciata definitivamente da se stessa nonostante una guida ed un freno all’antiberlusconismo. Poi il Pd, nell’arco di dieci anni intensi e travagliati. Che sia dunque questo un nuovo racconto o semplicemente la fine dell’ennesima storia raccontata ma mai realmente venuta a luce?

 

Parlare di Sinistra in Italia sta ormai divenendo qualcosa di claustrofobico o al contrario di irrisorio. Basti pensare all’innumerevole presenza di partiti e partitini per rendere l’idea di una situazione disastrata e disastrosa, ormai incline al capolinea prima di essere spazzata dalla destra e dal grillismo. Sinistra italiana, Possibile, ConSenso, Campo Progressista, Socialisti, Rifondazione e interminabili sigle riconducibili al post-comunismo, quasi a decretare indissolubilmente la caduta del Comunismo stesso.

 

Tutti lì presenti, ma con una differenza sostanziale rispetto al passato: nessuna alleanza con il principale partito del Centrosinistra. Nessuna alleanza con la demoniaca figura di Renzi. Questo è il cambiamento della sinistra post-comunista: incapace di tenersi in piedi, forse perché consapevole di dove si andrà a sbattere, ripetendo esperimenti di una certa complessità. Incapace di condividere la propria identità, la propria vocazione e cultura di provenienza. Un campo di idee non più capace di camminare e di trovare casa. Eternamente indecisa circa il crearne una nuova (tanto per cambiare).

 

E’ la fine del tutti ‘insieme per vincere’, del grido prodiano ‘abbiamo vinto’ e dell’onesto pareggio bersaniano. Certo, resta il ‘si fa quel che si ha ma si fa per tutti’. Ma si ripresenta spesso, puntuale come orologi ben congegnati, il lato peggiore: l’appigliarsi al termine Sinistra con qualche discorso a base di anti-renzismo. Come se anche qui, le lancette della storia si/ci riportassero al ventennio berlusconiano e alla altrettanto mai nata Seconda Repubblica. Come se ‘Sinistra’ fosse parola senza concetto, contenente senza contenuto, precario presente senza passato né futuro.

 

E mentre ‘partiti e partitini’ bisticciano sul chi nutre più Sinistra nel proprio corpo, i cittadini rischiano di ritrovarsi totalmente evaporati da quel concetto, vittime di un pasticcio che devasta progetti politici e spiriti riformistici. Ma saranno proprio le anime politiche a dover ricercare il congiungimento con la propria base elettorale. Con un progetto di identità e condivisione: altrimenti per la Sinistra non resterà che l’eterno anno zero, o forse nemmeno quello. Le lancette della storia vanno percepite ed ascoltate. Ignorarle equivale al suicidio politico.

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Nella morsa di un drammatico labirinto ‘lynchiano’ il Partito Democratico si appresta a vivere il fine settimana più difficile dalla propria nascita. Succede qualcosa di apparentemente inspiegabile dalle parti del Nazareno. Tuttavia, non pare vi sia nulla di cui stupirsi.

 

Il Partito Democratico rispetta in realtà gli albori e le proprie origini: uniti per dividere. Era il 14 ottobre del 2007 quando l’impresa giunse a termine. Erano i tempi del ‘riunire’ il Centrosinistra per rilanciare il Paese e preparare la spallata nei confronti del redivivo Silvio Berlusconi, il Revenant della politica italiana.

 

A dieci anni di distanza si compie la catarsi di un Partito che sulla carta anagrafica avrebbe quanto meno dovuto e potuto avviarsi verso una fase (almeno) adolescenziale. E dire che da più parti qualcuno riferisse addirittura di una annidata maturità: l’era della svolta, della definitiva crescita e della vocazione maggioritaria dopo anni di insuccessi elettorali. Ed invece ecco la nascita-non nascita: il compimento per eccellenza della guerra a sinistra alla fatica domanda: «Chi lo è di più tra noi?»

 

E’ così che uno dei principali partiti del socialismo europeo si avvia verso una sfaldatura annunciata, poiché espressione di personalità (apparentemente) inconciliabili. Perché è sufficiente governare con un Centrodestra di turno per giustificare la perenne malattia ed i quotidiani mal di pancia, dimenticando le cause di un paraggio elettorale che ha comportato ‘il dono’ delle obbligate larghe intese.

 

Succede che poi, ad un certo punto, nel momento in cui chi allora comandava decise di lasciare il timone, qualcuno dovesse pur prendere le redini del partito. Democraticamente, rispettando le radici ed il nome di quel partito stesso. Un partito impaurito da elezioni sulla carta agevoli, consumate e dissoltesi in lettere IMU berlusconiane e generale sottovalutazione degli avversari politici (vedasi M5S). Il prodotto delle primarie, creato e consolidatosi con la tradizione Pd, avrebbe portato all’avvento di un nuovo leader.

 

La favola proseguì così con la legittimazione popolare della nuova guida, quella del giovane Matteo Renzi. Ma dalle parti della vecchia guardia tale affronto non poteva, non può e non potrà essere tollerato. Viene ancora da chiedersi come l’attuale minoranza abbia salutato il salto di qualità (a livello di consenso) renziano conseguito a pieni voti alle Europee del 2014. L’impressione è che qualcun altro, alla presa d’atto di quel 40,8%, abbia dovuto usufruire dell’ormai famosissimo maalox.

 

Ed allora comincia una visione oscura: legare il futuro di Renzi al risultato, in attesa di potersi riprendere la ditta. Senza una lucida visione in vista del futuro. Senza una piattaforma politica condivisa. Senza una minoranza ‘unita’ per replicare all’attuale leadership e scardinarla sulla base dei contenuti e di una proposta da presentare al Paese.

 

In tutto questo, ecco giungere al labirinto ‘lynchiano’. Eccoci immersi nel definitivo sviluppo di una trama nascosta ma di fatto già scritta: dimenticarsi del Paese, lasciandolo nelle mani di destra e populismo. Questa volta non sarà nemmeno necessario fingere o richiamare le vicende capitoline di Raggi e M5S. La manifesta incompetenza di un qualunque pentastellato non potrà mai essere tanto incisiva quanto l’eterna scissione che diviene davvero scissione. Storia di un amore desiderato, che si accinge ad un avveramento di portata storica.

 

La speranza è che tutta questa storia che raccontiamo possa rendere felice e ‘serena’ la minoranza più famosa del Paese, peraltro ormai stanco e surclassato da una non-crescita formato fanalino di coda UE. Ma non è così interessante: in questo momento è prioritario capire se dalle parti della minoranza a spuntarla possa essere Emiliano, Rossi o Speranza. O almeno così pare (a chi?).

 

Una minoranza che non è nemmeno minoranza, ma minoranza di una parte delle minoranze, avrebbe sacrosanto diritto a contestare le ragioni di chi ha il dovere di gestire e non comandare un partito. Questo non vuol dire che giocare all’autodistruzione rappresenti il mezzo idoneo o addirittura lecito (moralmente parlando) al fine di condannare all’incertezza il soggetto politico titolare dell’attuale legislatura. Esiste un limite, di maturità appunto, che non dovrebbe essere oltrepassato da chi teoricamente dovrebbe essere guida del paese (sulla base dell’ultimo responso elettorale nazionale).

 

Ma ribadiamo: l’esatta rappresentazione del Pd giunge ormai a compimento. La scissione è dunque servita, in un finale che nessuno si aspettava essere così noioso e scontato. Ci si aspettava altro. Un colpo di scena, che rivelasse di una compagine politica straordinariamente teatrale ed in grado di sbaragliare gli avversari, illudendoli di una caduta che non sarebbe mai avvenuta. Ed invece di teatrale resta solo una possibilità: candidare Waldo*. Di questo passo potrebbe essere l’unico realmente in grado di sconfiggere Renzi.

 

*    ‘Waldo è il protagonista della puntata 2×03 di Black Mirror. E’ la storia di Jamie Stalter, comico (in declino) nelle vesti di un orsetto blu di nome Waldo. Il produttore di Waldo deciderà di candidare l’orsetto, che concorrerà così alle elezioni della città, nonostante i toni scurrili e poco consoni al linguaggio politico. Nonostante ciò, l’orsetto giungerà secondo sfiorando la vittoria’.

foto da: nonsolocinema.com

Pin It on Pinterest