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L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

L’Italia di Rodotà e l’importanza di ricordare Calvino

Tra le letture della stampa di stamane, un cenno lo merita sicuramente l’intervento su “Repubblica” del noto giurista Stefano Rodotà, “La democrazia senza morale”. La riflessione mi pare incentrata su due filoni cardine: il richiamo all’art.54 della Costituzione e lo scritto politico di Italo Calvino  “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, datato 1980 e presente sempre nel quotidiano attualmente diretto da Mario Calabresi.

L’art. 54 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

Dalla trattazione “rodotiana” emerge la chiara pertinenza di un disposto di una così elevata importanza alla luce dei recenti avvenimenti interni, sul tema della corruzione e conseguentemente delle problematiche strutturali del nostro Paese. Rodotà non esita a richiamare l’attualità di Calvino, in un clima «ben peggiore degli anni Ottanta». Vi è un passo che a mio avviso colpisce molto, mettendo a nudo il malcostume italiano e il “così fan tutti“, e sottolineando la diversità (ed anomalia) del sistema politico italiano rispetto ad altri noti casi internazionali e sistemi politici:

«Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina per la tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento di spese elettorali: il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro Agnew  che si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di conclamata evasione fiscale)».

Per le altre considerazioni rimando alla lettura integrale dell’intervento. Qui è invece sufficiente sintetizzare il punto attraverso il passo citato: ovvero l’emersione del  disprezzo della Cosa Pubblica, a vantaggio di spinte individualistiche e di profitto personale, per sé e per la propria “famiglia”, figlie di un fallimentare atteggiamento che tocca praticamente l’intera storia italiana del dopoguerra, dalle responsabilità della cosiddetta democrazia bloccata, sino al fallimento dell’apparente benessere craxiano e all’avvento del berlusconismo. Una storia travagliata, che pure avrebbe potuto muovere da quei fallimenti per contrastare le ceneri e le oscurità di un Paese anomalo e sprovvisto di qualsivoglia forma morale o etica. E si torna così allo scritto calviniano, il cui incipit suona prepotentemente attuale:«C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.  … Così, tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto».

Considerazioni straordinariamente attuali, che delineano il quadro di una società ormai integrata e basata sull’erosione della collettività, perché essa non è priorità ma lo diventa nel momento in cui si avverte la necessità di ritrarre vantaggi, economici e non, nell’arco di una spiccata e considerevole sensazione di impunità. Calvino se ne mostra assolutamente consapevole, Rodotà altrettanto ma entrambi mi sembrano ritrovarsi in un punto comune: avvertono infatti una altrettanto collettiva mancanza di indignazione, nel tentativo di rovesciare la tendenza ed il senso di marcia. Come se tutto lo scenario attuale fosse divenuto ordinario, a scapito della minoranza onesta, rappresentata dalla controsocietà teorizzata da Calvino.

Ed infatti lo scrittore prosegue così: «Avrebbero potuto (i corrotti) dirsi unanimemente felici  gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti».

Calvino rivela l’eterna contrapposizione tra due modelli ed idee di società totalmente diversificati, i cui valori distintivi non possono che partire dal profitto, e di conseguenza, nell’anomalia italiana, sfociare in fenomeni di corruzione, criminalità organizzata ed evasione fiscale: gli eterni cavalli di battaglia della società corrotta contro i valori nobili ma purtroppo deboli della moralità e dell’etica. Né può essere altrimenti, dinanzi a cotanta spietatezza e spregiudicatezza nell’imporre la propria forza sul più debole.

Esiste ancora la “controsocietà degli onesti” teorizzata da Calvino? Questa è l’amara constatazione di fondo, che avverte l’inconsistenza del sentirsi diversi ma al tempo stesso impotenti. Tuttavia, questa controsocietà  rappresenta  «qualcosa che non è stato ancora detto e non sappiamo ancora cos’è». Oggi continuiamo a conoscere senza agire, senza essere in grado di remare verso le acque del cambiamento, quasi annullando quel quesito calviniano di (eterna) sconosciuta risposta. Prima o poi, l’impressione è che non basterà solo scegliere da che parte stare, ma occorrerà porsi in grado di conoscere quali risposte fornire. Perché appare arduo continuare ad attendere la vera normalità attraverso la delegazione o il “ci pensa qualcun altro”, in un contesto nel quale la politica nasconde le proprie nefandezze dentro se stessa e il potere giudiziario resta immerso in una battaglia complicata, ritenuta tristemente e beffardamente eroica, così come accaduto in Tangentopoli e nell’era del berlusconismo.

Non resta che ammettere come la politica abbia ormai deciso di nascondere se stessa agli occhi dell’opinione pubblica, oscurando ogni considerazione del “bene comune”. Dimenticandosi della controsocietà  altrettanto nascosta ed invisibile, che ricorda quasi l’inesistente Cavaliere Agilulfo ne “Il cavaliere inesistente”, tanto per tornare a Calvino. Agilulfo mostra infatti le difficoltà dell’uomo contemporaneo nel comprendere la propria persona in primis ed il suo conseguente rapporto con il mondo. Pur essendo corporalmente invisibile, egli non è tuttavia privo di autocoscienza, suscitando ciò, un senso di tormento e smarrimento, generato appunto dalla necessità (ma incapacità) di dare risposte a se stesso. Ancor più interessante è la contrapposizione con il  personaggio Gurdulù: qui il corpo esplica la sua esistenza ma è contrariamente sprovvisto di quella autocoscienza posseduta invece da Agilulfo. Sembra paradossale ma pare ricordare l’eterna antitesi tra la controsocietà degli onesti e la “politica nascosta”. In maniera tutt’altro che invisibile e con la necessità di trovare una sintesi.

(8 aprile 2016)

 

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

Quando si guarda a “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello non si possono non rimembrare le componenti storiche e personali che accompagnarono l’autore alla composizione madre della propria opera. Era il 1904 ed in pochi mesi si destava la creatura più conosciuta dello scrittore siciliano, nonché la più esaltata ed al tempo stesso “redarguita” dalla critica letteraria di quel tempo.

Non si trattò peraltro di critiche alle quali l’autore restò indifferente: basti pensare alla edizione del 1921, contenente a partire da quel momento una appendice polemica (al termine dell’opera) rivolta alla stessa critica, riassumibile nel concetto di “maschera nuda”:

“Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia, se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda”. 

La polemica mossa dalla critica a Pirandello, si riassumeva essenzialmente nel concetto di inverosimiglianza del personaggio pirandelliano, poiché avulso dalla realtà circostante e dall’accadimento quotidiano. Si tratta di una critica tuttavia distorta, che tradisce l’essenza stessa della vita, insita nella presenza dello straordinario, dell’imprevisto e della beffa più atroce e pertanto non calcolabile. Ne è consapevole lo stesso autore, che giustificherà in questo modo la presenza di un inverosimile in realtà ampiamente verosimile:

“Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità”.

Una simil premessa ci consente di ricostruire non solo la visione pirandelliana dei personaggi (illimitati) “interpretati” dallo stesso Pirandello, poiché in opere come “Il Fu Mattia Pascal” vi è scissione tra autore e narratore, ma anche di giungere a riaffiorare la struttura dell’opera stessa. Ne “Il Fu Mattia Pascal”, si diceva,  il narratore (Pascal-Meis) non garantisce e non può garantire affidabilità sul racconto degli eventi, data anche la stessa inverosimiglianza contestata allo stesso Pirandello.

Non è un caso come la narrazione si apra con l’affermazione di una certezza, ricostruita dopo la cancellazione dell’Io Mattia Pascal: «Io mi chiamo Mattia Pascal.. e ti par poco?» – quasi a presagire un beffardo (in)successo finale, annullato dall’eterna lotta tra la maschera e la vita, presente nel successivo “Uno Nessuno e Centomila” ed ancor più nella rilevantissima ed illustre veste teatrale. Il tutto riassunto a sua volta ne “L’Umorismo”, saggio simbolo della visione dell’esistenza pirandelliana.

Mattia Pascal è, come il Vitangelo Moscarda dell’ “Uno, nessuno e Centomila”, un forestiero di vita, pertanto sprovvisto di un passato, di una identità, ed ancor più di una collocazione sociale. Con una sostanziale diversità nei fatti che si susseguono: se il Moscarda risulta infatti intento alla dimostrazione dell’impossibilità di pervenire ad un oggettivistico realismo, scisso nelle personali versioni delle verità dell’uomo, il Pascal è invece inghiottito da un evento inaspettato ed improbabile: la sua morte ed il suo suicidio.

La notizia del suicidio non suicidio, generata dal riconoscimento di un cadavere altrui ad opera della tanto amata-odiata moglie Romilda e dell’intransigente vedova Pescatore, tempesterà di pensieri il protagonista, tanto da portarlo immediatamente ed umanamente ad ammettere le proprie difficoltà dinanzi alla verosimile assurdità subita:

“Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo”.

Le letture dei giornali che riportano la notizia del suicidio di Miragno, scandiscono i pensieri e le titubanze del Mattia Pascal, chiamato a ricostruire una (nuova) vita dopo la morte. Una morte sociale, decretata dalla collettività ed ancor più evidente nei passaggi finali dell’opera. Non sarà una morte qualunque, poiché idonea ad assalire ed incrementare la rassegnazione del ‘nuovo’ Mattia Pascal, risorto personalmente ma dimenticato da una collettività che ne ha da tempo accettato il fittizio suicidio.

La componente umoristica e paradossale del pirandellismo raggiunge l’apice con il (definitivo) passaggio da Adriano Meis a Mattia Pascal, spogliato successivamente della propria relazione coniugale a seguito del matrimonio tra la sua Romilda ed il fido compare Pomino, dal quale è peraltro generata una piccola creatura.

Nella precedente necessità di creare una nuova identità, confluita poi nella scelta di chiamarsi Adriano Meis («E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis»), emerge gravemente l’impossibilità di sfuggire a ciò che l’uomo effettivamente è, poiché la maschera tende all’effimera ineffabilità di eventi incontrollabili e drammaticamente superiori alla gestione umana. Il risultato è lo sprofondo, o meglio il ritorno a quel  punto non cancellabile, lesto a presentare un severissimo conto da pagare, ricordando l’ingombrante presenza di un oggettivo destino da rispettare.

La rinascita di Mattia Pascal non può così che passare dalle diatribe di Adriano Meis, subite senza possibilità di reazione data la propria inesistenza sociale in quanto fittizia:

“Riassumendo”:

  1. a) Figlio unico di Paolo Meis; – b) nato in America nell’Argentina, senz’altra designazione; – c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); d) senza memoria né quasi; – e) cresciuto col nonno

L’alienazione dalla realtà lascia dunque spazio ad un elogio della quotidianità, mosso dalla precarietà della maschera, e da una libertà non libera e ben presto annientata dagli eventi e dal timore del sospetto altrui circa la veridicità della maschera stessa. Perché il personaggio del Meis non è realtà ma finzione senza contenuto materiale, dotato di libertà solo passeggera e desolatamente fugace.

Le inquietudini e gli insuccessi di Meis, oltre all’impossibilità di concretizzare l’amore per Adriana durante i due anni di esperienza romana post-Mattia Pascal, si incateneranno nel binario unico della morte e della rassegnazione, culminato in un obbligato binomio tra delusione e rappresentazione della solitudine umana. Una alienazione totale e non solo corporea, la cui perdita di identità è ben presto trasformata da ricerca della libertà a sfrenato tentativo di ottenere una nuova esistenza elusiva, tesa alla (solo in parte riuscita) cancellazione della figura di Mattia Pascal.

L’illusione dell’equilibrio ritrovato, dell’ilare redenzione dello spirito, e del ritorno «alla prima giovinezza», capace di rasserenare «il veleno dell’esperienza», lascerà ben presto il posto agli avvenimenti subiti dal Mattia Pascal in quanto Adriano Meis, pertanto non denunciabili da un forestiero di vita decurtato di reale identità. E’ il preludio al ritorno del fu Mattia Pascal, nonostante l’accettazione ed il compromesso, il lasciar alle spalle il secondo matrimonio di Romilda, senza ricorrere alla legge e alla possibilità di tornare ad un passato prima ripudiato e poi ansiosamente rincorso. E ci si ritrova pirandellianamente coinvolti: soli, senza casa, senza meta. Consapevoli dell’incompiutezza umana dinanzi all’affascinante ma infernale richiamo della maschera.

L’ansiosa rabbia, o la rabbia ansiosa, richiamata da Mattia Pascal, giace a seguito di una antitesi insistita, eppur umoristica, tra la doppia morte e la doppia resurrezione, in un provvisorio limbo di duplice morte, «una parentesi di due, di tre giorni e forse più»: morto a Miragno come Pascal, a Roma come Meis. Dinanzi ad un fallimento colossale, non resterà che riscoprirsi se stessi: «Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? Eh, caro mio… Io sono il Fu Mattia Pascal».

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 8: “Charlton Amlie is nobody”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 8: “Charlton Amlie is nobody”

E vidi così il ritorno della violenza a Cupcake. Quella vera. Quella che non riesci nemmeno a descrivere se non ne sei spettatore o protagonista. Non riuscivo a capire cosa passasse per la testa di Aaron Mithcell alla vista di Charlton Amlie. Certo, avevano ritrovato le foto di Cecily, gli scatti della ‘honeymoon’ spagnola in sua compagnia, i relitti universitari. Ma bastava tutto questo per decretare la colpevolezza di un personaggio così simile a lui?

 

Avrei voluto sin da subito colloquiare con Charlton Amlie. Purtroppo non ne avevo né la precedenza né a quanto pare il diritto. Nel ventiduesimo secolo, l’era ed il cosiddetto pacchetto dei diritti sociali risultarono evaporati su una nuvola di tirannico ‘neoneoliberismo’. Siamo diventati miseri oggetti senza contenenti né contenuti. E’ quanto spero possiate capire dall’esempio di tale indagine, condotta senza alcuno scrupolo e senza la minima possibilità di contraddittorio. Wellington Street si cosparse così di violenza e silenzi polizieschi. Mentre il commissario Richards “consegnava” Charlton Amlie “per fare un favore ad un amico”, ovvero Dustin Sharedown, la centrale di polizia s’era improvvisamente svuotata con un quasi beffardo e profetico tocco di lussuria ed irresponsabilità civile.

 

Riuscii a scorgere solo una parte del pestaggio perpetrato nei confronti del colpevole. Un uomo distrutto, i cui diritti erano già stati sottratti dalla mancanza di voglia di vivere, vedeva perderli inequivocabilmente in questa totale sospensione democratica che fatico ancora oggi ad accettare. Chissà se durante le botte subite Amlie non stesse pensando ad una vita spesa male, decurtata di obiettivi ed aspettative, oltre che di speranze.

 

C’era qualcosa di sbagliato in tutta questa storia. Vendette private, personaggi squallidi improvvisamente divenuti eroici in nome di una causa collettiva, scrittori divenuti picchiatori, bigliettini che riconducevano sempre alla stessa pista. Una sola, additata in un battibaleno come risolutoria. Per la gioia di Richards, il suo rude vice Crawford, Sharedown e tutta la combriccola, Meredith Mellby compresa. Mi chiedevo se dietro tutto questo non vi fosse persino la falsa antitesi tra il vecchio dittatore Timothy Mellby e lo scrittore più famoso d’oltremanica.

 

Ma era tempo di smettere di dare adito a teorie alternative che di fatto non avevo. In fondo non avevo interesse alla colpevolezza o meno di Charlton Amlie, questo dovevo ammetterlo. Ormai avevo una storia in mano, che poteva raccontare la paura ma che purtroppo non escludeva il sangue. Era questo il mio rammarico principale. Quella vendetta non s’aveva fare ed invece ne fui spettatore inerte, come gli esseri umani ai tempi delle apparenze web, del bullismo e di tutte le altre cazzate che non fanno altro che spegnere i benevoli entusiasmi di una desiderata esistenza dai tratti limpidi e voluminosi.

 

Un messaggio telefonico interruppe le mie riflessioni e la bozza del primo capitolo di quello che sarebbe stato il mio nuovo libro. Dalla segreteria mi giungeva un invito liberatorio di Dustin Sharedown:

 

  • Mi senti? Lo so che sei in casa. Sono Dustin. Ma dove diavolo sei finito? Coraggio è tempo di festeggiare amico. Dobbiamo salutare Aaron. Visto che deve andare via mi sembrava giusto che tu facessi parte di questo saluto.

 

Ed allora presi in mano il mio apparecchio telefonico:

 

  • Scusa, come sarebbe a dire Aaron parte?
  • Maddai Lloyd svegliati! Ne avevamo già parlato! Aaron aveva promesso a Meredith che avrebbero lasciato questo posto maledetto ed archiviato la storia di Cecily. Capisci? Sono liberi. Siamo liberi

 

Effettivamente Sharedown aveva ragione. Aaron aveva già abbozzato un discorso ai suoi nuovi amici, me compreso, circa la volontà di girarsi e portarsi dall’altra parte del mondo. Non aveva scelto una meta, non ne aveva interesse. Voleva solo ricominciare e dio se in fondo non avesse ragione. Questa storia, per quanto non trasportata all’eternità temporale sotto il profilo investigativo, aveva stremato un po’ tutti gli attori protagonisti.

 

Ritrovammo così Aaron e Meredith, entusiasti dei loro nuovi progetti. Progetto era un termine che mai avevo utilizzato nella mia vita, oltre ad odiarlo dal punto di vista pratico. Dovetti accelerare ed intensificare la mia bevuta per poter mandare giù tutto questo incantevole “racconto di progetti”:

 

«Andremo in Italia finalmente. Venezia. Ci pensate? Una delle città più affascinanti al mondo». «Sul serio? Non ci sono mai stato» – replicò Sharedown con un’aria mista a curiosità e menefreghismo. L’interesse doveva forse essere dovuto all’enorme quantitativo di birra e whiskey che venne a destreggiarsi tra le nostre voglie alcolico-distensive. Restammo al Westside praticamente per tre ore, prima dell’estrema unzione nei riguardi di Aaron Mithcell, da scrittore a scrittore:

 

  • Ora hai la tua storia. E’ stato fantastico conoscerti Daniel
  • Anche a me ha fatto molto bene conoscerti. Aiutarti soprattutto
  • Ringrazia il tuo gangster da parte mia.
  • Oh, non ha più molta importanza ormai. Il caso è chiuso
  • Già.
  • Ma dove andrai?
  • In Italia te l’ho detto
  • Ma per sempre?
  • Non so. Chi lo sa. Voglio essere felice con Meredith
  • Farai un altro bestseller?
  • No Daniel, l’ho mollata questa storia della scrittura
  • Ma è per ‘Last Night I Dreamt’ eccetera eccetera?
  • Quella cagata è piaciuta a tutti
  • A me no Aaron. Ci tenevo a dirtelo, da buon amico
  • Oh, lo sei credimi. Au revoir
  • Aaron
  • Sì Daniel?
  • Un’ultima cosa.
  • Certo
  • Non ti manca Cecily?
  • Notte e giorno. Stammi bene

 

Non doveva essere passato nemmeno un’ora dall’addio di Aaron, quando ebbi modo di ricevere una delle telefonate più inaspettate della mia vita. Mi giunse una telefonata dal direttore del carcere Whaligia di Cupcake Town:

 

  • Signor Daniel Lloyd?
  • Sì, chi parla
  • Mi chiamo Bryan Erwan. Sono il direttore del Whaligia
  • Mi dica.
  • Il signor Amlie vuole parlarle. Charlton Amlie.
  • Non era in isolamento?
  • Ascolti, ci sono delle novità. Non spetta a me parlarne. A ogni modo Amlie uscirà dal carcere tra oggi e domani
  • Me lo passi

 

Fui raggelato dalla voce impaurita di Charlton Amlie. Forse la sua parziale o presunta follia mentale contribuiva ad aggravare il tono della conversazione ma quell’uomo non riusciva proprio a smettere di parlare. Cominciò a riferirmi di essere un capo espiatorio. Di non c’entrare nulla con l’omicidio della Burns. Di ritenere possibile una costruzione ad hoc probatoria, tesa alla cattura dell’uomo sbagliato. Esitai, ma poi decisi. Il giorno successivo avrei incontrato il signor Amlie, non prima di tornare a casa e ritrovare un nuovo messaggio in codice:

 

 Charlton Amlie is nobody. The Answer is in the letters.                                                     

                 C.A

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 7: “We found him”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 7: “We found him”

La vita ai tempi della ricerca dell’assassino di Cecily Burns aveva completamente risvegliato il mio disperso ego, elaborando una nuova ed alquanto inedita versione del Daniel Lloyd che mai avrei pensato di essere. L’incontro con Mithcell fu l’ennesimo passo verso le mie convinzioni tese alla ricerca della verità. Una passione che riusciva a coinvolgermi senza alcun tipo di sosta, a parte l’intersecarsi di beni primari che dovevano evidentemente allietarmi per ricercare la massima lucidità. Non che le continue dosi di alcol somministrate dal Westside mi fossero di determinante aiuto, ma avevamo bisogno di stemperare tensioni che si accrescevano giorno dopo giorno a causa della latitanza di Charlton Amlie.

 

Sin dal principio, non ebbi mai modo di credere ad una presunta colpevolezza di Amlie. Insomma, un uomo di 45 anni peraltro in cura dal Dottor Waterloo, all’interno di strambe stanze di cui feci conoscenza grazie alla crescita del mio rapporto con lo stesso Aaron. Un uomo distrutto dalla perdita della propria moglie e dalla delusione nei confronti dell’esistenza non mi sembrava affatto corrispondere ad un identikit legato ad un valido movente politico-sentimentale. E’ quanto riferii ad Aaron, nell’arco del nostro fatidico e definitivo primo incontro:

 

  • Venga, prenda una birra. Offro io
  • Mi dia del tu signor Mithcell
  • Solo se lei corrisponde
  • D’accordo. Io sono Aaron
  • Daniel Lloyd
  • Daniel, voglio che tu sappia che ti sono davvero grato per le tue ricerche. Ma vorrei un nome
  • Un nome?
  • Sì, chi ti offre queste informazioni
  • Un vecchio amico che mi deve un favore
  • Non si può proprio fare questo nome?
  • Diciamo che a lui non fa piacere.
  • E’ per caso un gangster?
  • Certo che no.
  • Devi fare molta attenzione a questa storia

 

La nostra approfondita analisi tentava di toccare e coinvolgere tutti i fili di una vicenda che al momento si limitava ad un solo presunto colpevole. Colloquiai apertamente con Aaron dei miei sospetti e della debolezza probatoria nei confronti di Amlie. Aaron tuttavia mi invitava a star tranquillo e a ricordarmi che fossimo davvero sulla pista giusta. Percepiva l’odore del sangue ed i tentativi di ricordare l’accaduto spagnolo direttamente in quell’uomo, forse spinto dai sospetti su quanto accaduto nelle stanze d’attesa del dottor Waterloo. Confermai delle mie perplessità, poiché la tesi di Aaron mi sembrava abbastanza povera quanto disperatamente incerta. C’era in fondo da capirlo: aveva perduto un pezzo della propria amara esistenza, nonostante un successo da scrittore ormai consolidato con il best seller ‘Last Night I Dreamt That Somebody Love Me’, dopo un innumerevole curriculum di testi politici ceduti ai funzionari di governo dell’era Mellby. Di questo avemmo anche modo di parlare, tuttavia brevemente. Rinviai le mie impressioni letterarie su quel manoscritto, poiché una nuova telefonata avrebbe sbloccato un altro piccolo grande pezzo della nostra storia.

 

  • Pronto
  • Signor Mithcell, sono Grammy Richards.
  • Commissario, vi sono novità?
  • Abbiamo rintracciato Charlton Amlie. E’ in centrale
  • Lei deve consegnarmelo
  • Signor Mithcell, permetta di interrogarlo. Non abbiamo niente su di lui
  • Mi contatti appena ha terminato. Voglio guardarlo negli occhi

 

Circa cinque ore di interrogatorio interessarono Charlton Amlie. Il commissario Richards, assieme al proprio vice Luis Crawford, fu particolarmente duro nei confronti di Amlie. Tuttavia con una certa riserva. Le prove a carico del presunto messaggero della morte si contavano sulle dita di una mano tanto che il bluff inquisitorio, basato anche sul mancato controllo della riconducibilità dei messaggi attraverso una dimostrazione calligrafica, non bastò ad agguantare una confessione che avrebbe risolto il caso e stroncato definitivamente l’estenuante ricerca. Io ed Aaron decidemmo di comune accordo che sarei rimasto alla finestra, lasciando a Sharedown il compito di accompagnarlo in centrale per il colloquio con la polizia di Cupcake. Avevo già fatto abbastanza e non mi sembrava giusto cavalcare l’onda del (mio futuro) successo per mezzo di sentimenti altrui che intendevo nonostante tutto rispettare religiosamente.

 

  • Dunque, non abbiamo ottenuto alcuna confessione.
  • Sarebbe a dire?
  • Charlton Amlie si è dichiarato estraneo al caso Burns. Ha riferito di non conoscere nemmeno lei, signor Mithcell.
  • Ma non è possibile.

–    Infatti. Gli abbiamo mostrato delle sue foto.

–   E..?

–  Ha detto di averla incrociata dal dottor Waterloo

–  Lo stronzo sta mentendo. Sono certo mi stesse spiando

–  E’ quello che cerchiamo di capire. Stia tranquillo signor Mithcell

Pochi poterono immaginare la reazione a dir poco veemente ed adirata di Aaron Mithcell dopo le ‘promesse’ non mantenute dalla polizia di Cupcake. L’obiettivo di Aaron, ovvero quello di incontrare Charlton Amlie, fu vanificato dalla decisione del commissario Richards di rilasciare il sospetto. Sapeva che un incontro simile avrebbe potuto aprire ai canoni della vendetta e della violenza, come spesso minacciato dalle ire mai nascoste di Aaron. Fu a mio avviso una decisione saggia. Ma ci volle uno svariato numero di ore affinché io e Dustin Sharedown riuscissimo a calmare quell’animo decisamente svuotato dall’altrettanto vuoto investigativo.

 

Passarono esattamente tredici giorni prima della fine delle indagini. La polizia ebbe modo di ricevere una anonima soffiata, dalla voce rigorosamente indecifrabile, secondo la quale Charlton Amlie avesse progettato un viaggio in Spagna con direzione Santiago. Come e perché questo non precisato personaggio godesse di questo ‘travel plan’ restò ancora un mistero. Poco importava, soprattutto alla polizia di Cupcake. Ciò che volevano ottenere era una semplice confessione. Senza preoccuparsi troppo della reale riconducibilità di quei messaggi a Charlton Amlie. Il commissario Richards incassò tuttavia la prova che gli avrebbe permesso di fare irruzione nell’appartamento di Charlton Amlie.

 

Una squadra di almeno trenta piedipiatti si riversò con invidiabile rapidità d’intento verso la casa di Amlie. C.A. non oppose alcuna resistenza, convinto della propria ferrea posizione di innocenza. Ma fu una pessima visita per quell’uomo. Furono ritrovate infatti infinità di foto di Cecily Burns, all’interno di una cantina apparentemente caduta in disuso. Dal periodo universitario di Lakewood sino al relativo recente presente, con scatti che immortalavano la fuga sentimentale di Aaron e Cecily a margine dell’era Mellby, la polizia di Cupcake raggiunse un numero di prove momentaneamente sufficiente alla cattura. Fu inoltre ritrovato il biglietto di partenza per la Spagna, che riportava la stessa data dell’incidente occorso al loro grande ed indelebile amore. Alla polizia e a noi non poteva non apparire come una semplice coincidenza. Fu così che Charlton Amlie venne arrestato e portato in caserma. Avrebbe ben presto incontrato Aaron Mithcell.

 

  • Mr Mithcell, I have a great news for all of us. Charlton Amlie is the murderer. We found him

(Chief police officier Grammy Richards)

 

 

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 6: “I’m sorry. Cecily is really dead”

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 6: “I’m sorry. Cecily is really dead”

 

  • Buongiorno colleghi. Siamo qui per fare il punto sul caso Burns. Crawford, vuoi sintetizzare la vicenda a tutta la squadra?
  • Certamente, commissario Richards. Sir Aaron Mithcell e Sir Dustin Sharedown sono alla ricerca di un misterioso messaggero manifestatosi alle loro vite circa due mesi fa. Dunque: Sharedown riceve un bigliettino al Westside da un personaggio ancora non identificato. Sostiene di essere a conoscenza della vicenda di Cecily Burns, morta in un incidente d’auto in Spagna tra Madrid e Santiago. Nell’incidente rimane coinvolto l’uomo della Burns, lo scrittore Aaron Mithcell, che era alla guida dell’auto. Lei muore, lui perde la memoria. La polizia archivia il caso. Eppure succede che sia Sharedown che Mithcell cominciano a ricevere strani messaggi, secondo i quali la Burns è ancora in vita. Poco dopo ne ricevono un altro, nel quale si sostiene che la Burns è invece morta non nell’incidente, ma poiché uccisa da un certo Charlton Amlie. Cosicché i due giocano a fare gli allegri investigatori su Charlton Amlie. Si concentrano su un uomo in particolare e scoprono che qui a Cupcake vive un Charlton Amlie che ha frequentato la stessa Università della Burns a Lakewood, la Highboury University. Maschio bianco, 45 anni, segni particolari: una visibile cicatrice sulla guancia destra, capelli castano chiaro e occhi verdi. In cura dal Dottor Waterloo per una rara malattia mentale, dopo aver perso la moglie in un incidente. Il nostro obiettivo è scoprire se le ricerche degli allegri investigatori, che poi hanno deciso di farsela sotto e ricorrere a quelli bravi, ovvero noi, abbiano ragione o meno. E dobbiamo ovviamente arrivare a dei risultati. Tutto chiaro? Commissario, se non c’è altro tornerei a lavoro.
  • Grazie Crawford, ora tutti a muovere il culo su Charlton Amlie.

 

Le ricerche sulla morte di Cecily Burns proseguivano senza sosta. Ormai non vi erano purtroppo più dubbi: la donna era morta, tuttavia in circostanze ancora da chiarire. La polizia di Cupcake ricominciò letteralmente da zero grazie al considerevole ed incessante lavoro della squadra messa in campo dal capo Grammy Richards, che ricordo ancora con particolare simpatia per la sua evidente somiglianza con l’unico presidente afroamericano della storia degli Usa Barack Obama, in carica per otto anni circa un secolo addietro. Non avendo effettivamente vissuto quel periodo, altri paragoni non mi erano concessi. Di certo Richards non era uno incline alla resa: era infatti sempre riuscito a risolvere i casi affrontati con una estrema tenacia ampiamente riconosciuta dai cittadini di Cupcake. Le certezze sul decesso di Cecily furono confermate con una certa discrezione ad Aaron Mithcell e Dustin Sharedown:

 

  • Signori, mi rincresce informarvi delle nostre scoperte. Avremmo voluto non fossero vere, ma abbiamo persino controllato il corpo nella tomba. Spero non ci sia bisogno di tornare sulla questione. Signor Mithcell, so che era molto legato a Cecily Burns. Sono davvero molto dispiaciuto per la sua perdita
  • Lo apprezzo molto dottor Richards. Cos’altro avete scoperto? Sono qui per questo
  • Giusto, c’è dell’altro. Dunque, abbiamo confrontato le calligrafie dei due presunti diversi messaggeri. Ed abbiamo ridotto il campo.
  • Cosa vuol dire?
  • Charlton Amlie è ambidestro. La calligrafia dei messaggi è la stessa e ci risulta pertanto riconducibile alla stessa persona. E’ probabile che l’indiziato abbia scritto il messaggio sull’annuncio della morte di Cecily con la mano destra, e quello sulla sua presunta sopravvivenza con la sinistra. Notate la differenza nella qualità calligrafica.
  • Capiamo benissimo. Mi sembra un buon punto di partenza
  • Ora c’è un altro passo da compiere.
  • Sarebbe a dire?
  • Bé, non è detto che uno che si firma Charlton Amlie sia davvero Charlton Amlie. Comunque lo stiamo cercando. Al momento non è in città e ciò ci è sembrato piuttosto sospetto. Stiamo cercando materiale. Prove per arrestarlo. Non dovessimo trovarle lo interrogheremo.

 

Il preziosissimo lavoro degli inquirenti ci esonerò da una buona fetta di complesse scoperte. Sapevamo adesso che “il messaggero della morte”, così come io e Sharedown cominciammo a definirlo, era soltanto uno e che le ricerche di fatto si semplificavano in maniera cospicua. Dopo aver messo in fila le carte a nostra disposizione, non potendo al momento visionare quelle delle polizia, decidemmo di aggiornarci al giorno successivo con una importante novità. Dustin mi riferì infatti del volere di Aaron Mithcell:

 

  • Un’ultima cosa Daniel.
  • Quello che desideri Dustin
  • Vuole fare la tua conoscenza
  • Non posso crederci.
  • Proprio così. Vuole ringraziarti per la tua collaborazione. E vuole garanzie
  • Che tipo di garanzie?
  • Mi ha detto che ne avrebbe parlato con te

 

Fu così che quasi emozionato ed oltretutto incravattato come non mai, mi presentai al fatidico appuntamento con Sir Aaron Mithcell. Per me quell’incontro poteva avere quasi valenza storica, dato che un pezzo di storia era stato scritto da quel ruspante personaggio. Sapevo tutto di lui. La storia con Cecily Burns, l’uccisione di Pamela Mithcell, il Tribunale dei Tradimenti, i risentimenti per il regime di Mellby nonostante la sua collaborazione professionale ed intellettuale. Ed ancora, gli sviluppi sulle indagini di Cecily e l’ossessionante ricerca di Charlton Amlie. Ormai percepivo di avere tra le braccia cose che nessuno avrebbe potuto e soprattutto voluto sapere. Avevo una storia che avrebbe scombussolato indissolubilmente il ventiduesimo secolo. E mi accingevo pertanto a scriverla, attraverso la conoscenza del mio protagonista. In carne ed ossa. Stavo per raccontare esattamente che cosa vuol dire avere paura. Sono certo che il lettore avrebbe apprezzato.

 

Mentre fantasticavo su cosa sarebbe potuto succedere, una brusca telefonata interruppe quasi doverosamente le mie manie di grandezza. Dovevano essere presumibilmente le tre di notte, ma non vi era nulla di cui preoccuparsi. Dormire per me era ormai divenuta solo una bieca comodità, da utilizzare solo in casi limite. Era necessario aggiornarsi:

  • Pronto
  • Lloyd, qui Sharedown. Abbiamo un nuovo “indizio”
  • Quando l’hai ricevuto?
  • E’ stato recapitato ad Aaron
  • Come di consueto, insomma.
  • Vuoi sapere o no cosa c’è scritto?
  • Certo
  • Te lo invio per posta. Ti aspetto a Westside domani alle 9 in punto.

 

“Now you know that she’s really died. Good hunting, guys”

Charlton Amlie

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