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Minoranza Pd? Vota Waldo!

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Nella morsa di un drammatico labirinto ‘lynchiano’ il Partito Democratico si appresta a vivere il fine settimana più difficile dalla propria nascita. Succede qualcosa di apparentemente inspiegabile dalle parti del Nazareno. Tuttavia, non pare vi sia nulla di cui stupirsi.

 

Il Partito Democratico rispetta in realtà gli albori e le proprie origini: uniti per dividere. Era il 14 ottobre del 2007 quando l’impresa giunse a termine. Erano i tempi del ‘riunire’ il Centrosinistra per rilanciare il Paese e preparare la spallata nei confronti del redivivo Silvio Berlusconi, il Revenant della politica italiana.

 

A dieci anni di distanza si compie la catarsi di un Partito che sulla carta anagrafica avrebbe quanto meno dovuto e potuto avviarsi verso una fase (almeno) adolescenziale. E dire che da più parti qualcuno riferisse addirittura di una annidata maturità: l’era della svolta, della definitiva crescita e della vocazione maggioritaria dopo anni di insuccessi elettorali. Ed invece ecco la nascita-non nascita: il compimento per eccellenza della guerra a sinistra alla fatica domanda: «Chi lo è di più tra noi?»

 

E’ così che uno dei principali partiti del socialismo europeo si avvia verso una sfaldatura annunciata, poiché espressione di personalità (apparentemente) inconciliabili. Perché è sufficiente governare con un Centrodestra di turno per giustificare la perenne malattia ed i quotidiani mal di pancia, dimenticando le cause di un paraggio elettorale che ha comportato ‘il dono’ delle obbligate larghe intese.

 

Succede che poi, ad un certo punto, nel momento in cui chi allora comandava decise di lasciare il timone, qualcuno dovesse pur prendere le redini del partito. Democraticamente, rispettando le radici ed il nome di quel partito stesso. Un partito impaurito da elezioni sulla carta agevoli, consumate e dissoltesi in lettere IMU berlusconiane e generale sottovalutazione degli avversari politici (vedasi M5S). Il prodotto delle primarie, creato e consolidatosi con la tradizione Pd, avrebbe portato all’avvento di un nuovo leader.

 

La favola proseguì così con la legittimazione popolare della nuova guida, quella del giovane Matteo Renzi. Ma dalle parti della vecchia guardia tale affronto non poteva, non può e non potrà essere tollerato. Viene ancora da chiedersi come l’attuale minoranza abbia salutato il salto di qualità (a livello di consenso) renziano conseguito a pieni voti alle Europee del 2014. L’impressione è che qualcun altro, alla presa d’atto di quel 40,8%, abbia dovuto usufruire dell’ormai famosissimo maalox.

 

Ed allora comincia una visione oscura: legare il futuro di Renzi al risultato, in attesa di potersi riprendere la ditta. Senza una lucida visione in vista del futuro. Senza una piattaforma politica condivisa. Senza una minoranza ‘unita’ per replicare all’attuale leadership e scardinarla sulla base dei contenuti e di una proposta da presentare al Paese.

 

In tutto questo, ecco giungere al labirinto ‘lynchiano’. Eccoci immersi nel definitivo sviluppo di una trama nascosta ma di fatto già scritta: dimenticarsi del Paese, lasciandolo nelle mani di destra e populismo. Questa volta non sarà nemmeno necessario fingere o richiamare le vicende capitoline di Raggi e M5S. La manifesta incompetenza di un qualunque pentastellato non potrà mai essere tanto incisiva quanto l’eterna scissione che diviene davvero scissione. Storia di un amore desiderato, che si accinge ad un avveramento di portata storica.

 

La speranza è che tutta questa storia che raccontiamo possa rendere felice e ‘serena’ la minoranza più famosa del Paese, peraltro ormai stanco e surclassato da una non-crescita formato fanalino di coda UE. Ma non è così interessante: in questo momento è prioritario capire se dalle parti della minoranza a spuntarla possa essere Emiliano, Rossi o Speranza. O almeno così pare (a chi?).

 

Una minoranza che non è nemmeno minoranza, ma minoranza di una parte delle minoranze, avrebbe sacrosanto diritto a contestare le ragioni di chi ha il dovere di gestire e non comandare un partito. Questo non vuol dire che giocare all’autodistruzione rappresenti il mezzo idoneo o addirittura lecito (moralmente parlando) al fine di condannare all’incertezza il soggetto politico titolare dell’attuale legislatura. Esiste un limite, di maturità appunto, che non dovrebbe essere oltrepassato da chi teoricamente dovrebbe essere guida del paese (sulla base dell’ultimo responso elettorale nazionale).

 

Ma ribadiamo: l’esatta rappresentazione del Pd giunge ormai a compimento. La scissione è dunque servita, in un finale che nessuno si aspettava essere così noioso e scontato. Ci si aspettava altro. Un colpo di scena, che rivelasse di una compagine politica straordinariamente teatrale ed in grado di sbaragliare gli avversari, illudendoli di una caduta che non sarebbe mai avvenuta. Ed invece di teatrale resta solo una possibilità: candidare Waldo*. Di questo passo potrebbe essere l’unico realmente in grado di sconfiggere Renzi.

 

*    ‘Waldo è il protagonista della puntata 2×03 di Black Mirror. E’ la storia di Jamie Stalter, comico (in declino) nelle vesti di un orsetto blu di nome Waldo. Il produttore di Waldo deciderà di candidare l’orsetto, che concorrerà così alle elezioni della città, nonostante i toni scurrili e poco consoni al linguaggio politico. Nonostante ciò, l’orsetto giungerà secondo sfiorando la vittoria’.

foto da: nonsolocinema.com

La politica senza politica

La politica senza politica

In una età nella quale la finanza e l’economia scavalcano la politica, sminuendola di fatto a mera interlocutrice ed interprete secondaria dei nostri giorni, ritoccare con mano il passato storico resta di fatto l’unica fonte di possibile nuova legittimazione del concetto politico stesso. Basti fermarsi un attimo ad analizzare l’attuale situazione partitica italiana ed i recenti sviluppi sempre più vicini ad una definitiva sostanziale dissoluzione del rapporto tra istituzioni e cittadino.

 

Le enormi difficoltà della politica italiana, devastata da una colossale crisi di consenso, si concretizzano sempre più negli inequivocabili recenti dati forniti da sondaggi e politologi. E’ un mondo difficile, questo sì, nel quale la disoccupazione giovanile dilaga e si dilania sempre più il fenomeno della diseguaglianza sociale (Italia in primis). Ma chi si occupa esattamente di una rinascita tanto auspicata e promessa quanto altamente ed attualmente insperabile oltre che improbabile?

 

Per la nostra Italia, la misura è ormai colma. La spaccatura sociale creata dall’unico vero attuale leader sulla piazza, Matteo Renzi, ha ulteriormente evidenziato le pecche del panorama e del pacchetto politico interno italiano. Archiviato il voto referendario sovrano del popolo, che ha sconfitto ma non cancellato l’ex premier e segretario Pd dalle scene politiche, quali sono stati gli scenari concretizzatisi negli ultimi due mesi?

 

L’avvento del ‘silenzioso’ governo Gentiloni ha letteralmente evidenziato l’irresponsabilità dei partiti e della politica nazionale. In un’era tremendamente ossessionata dal consenso, ciò che abbiamo sentito ripetere da più fronti è rappresentato da una religiosa invocazione del voto anticipato. Come se esso potesse essere fonte di miracoli ed improvvisa creazione di castelli fondati su una stabilità politica da sempre sconosciuta al Belpaese (anche storicamente parlando).

 

Ne esce fuori un quadro deludente e destabilizzante: partiti a vocazione maggioritaria costantemente in calo, destre che crescono e populismi tendenti alla creazione di mondi fiabeschi e tutt’altro che realistici. Il tutto, proprio all’interno di un momento nel quale il dialogo tra le compagini politiche avrebbe dovuto rappresentare mezzo attraverso il quale ripristinare i valori ed il consenso di una politica dimenticata dai cittadini, a loro volta dimenticati e cancellati dal fallimento della politica stessa.

 

Si sarebbe potuto affrontare sin da subito il tema della legge elettorale. Perché è tema cruciale per la stabilità di un Paese, così come lo è la stabilità dei partiti politici stessi (gli ordinamenti anglosassoni insegnano). L’Italia ha invece deciso di fare l’Italia e restare tale: confermare la propria instabilità storica in un quadro di una altrettanto storicamente perenne instabilità. L’importante è andare al voto. Certo, dimenticando che un sistema proporzionale o una semplice modifica al tanto discusso Italicum (improvvisamente adottato da chi non aveva fatto altro che attaccarlo) mal si adattano ad un confusionario tripolarismo senza vincitori né vinti.

 

Ed intanto, disoccupazione giovanile e diseguaglianza sociale dilagano. Inutili lettere di richiamo alla limitatezza della classe giovanile del futuro si propagano verso un sistema scolastico-universitario che ha dimenticato la necessità di rispolverare un futuro più vicino ai nostri studenti. Quell’alternanza scuola-lavoro tanto attesa quanto (sempre più) sbugiardata.

 

Però, ribadiamo, l’importante è votare. Assistere alla inutile battaglia italiana del vincitore senza vinti, con prospettive di papabili candidati alla vittoria densi di una drammaticità vicina alla nuova tragicommedia americana firmata Donald Trump. Dove nulla è ormai più certo, alla luce di secolari valori cancellati dalla paura nei riguardi del terrorismo internazionale e delle migrazioni. Come se ignorare la faccenda e combattere le difficoltà a suon di improvvisati diktat possa automaticamente sciogliere le paure e cancellare definitivamente l’eterna ed anche attualmente moderna antitesi tra sicurezza e libertà.

 

Ma ribadiamo ancora: andiamo a votare. Che sia Italicum, Legalicum, Mattarellum o qualsiasi nuovo improvvisato latino pasticciato. Il pasticcio è ormai all’ordine del giorno: reinventare il latino non sarà certo il primo dei problemi del nuovo ordine mondiale. La politica italiana si mobiliti pure in vista del famigerato voto di rottura rispetto all’attuale legislatura. Ma non dimentichi le importanti lezioni del passato. Come quelle di Gramsci, mai così calzante rispetto alla crisi del consenso politico. Perché è necessario recuperare l’impatto tra politica e cittadino. Il collante tra istituzioni e società. Prima di perdersi per sempre.

 

Se è vera infatti la nota lezione dell’intellettuale sardo sulla possibile dispersione della politica a vantaggio delle ‘oscure burocrazie’, siamo ben certi di una società destinata a peggiorare, avara di speranze rispetto a chi una speranza l’ha già persa. Di chi ha voltato pagina, prendendo atto del declassamento della politica (e della società civile) rispetto all’originario avvento novecentesco dei partiti di massa. La crisi della democrazia è in corso e l’attuale modello ne riconsegna un macchinario sempre meno al passo coi tempi e sulla via di un ineccepibile e clamoroso tramonto.

immagine da: centroriformastato.it

365 giorni senza Giulio Regeni

365 giorni senza Giulio Regeni

In copertina: Sit-in di protesta a Roma, Piazza Santi Apostoli. Riccardo Antimiani—Camera Press/Redux Originale qui

Come già annunciato dalla stampa italiana ed estera, ricorre oggi l’anniversario della scomparsa ufficiale del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso e torturato in circostanze tutt’ora indefinite e misteriose. Il tributo ed il ricordo nei confronti del ventottenne friulano risulta necessario e doveroso, in omaggio alla ricerca di una verità ancora sconosciuta ma sulla quale non è possibile fermarsi o tacere.

Come il lettore ben conosce, eravamo stati protagonisti di una mini-inchiesta, a sette mesi dal ritrovamento del corpo di Regeni (3 febbraio 2016, nda). Anche Cronache resterà così vicino ad un caso così delicato e complesso, raccontando ogni possibile scenario che questa triste storia porrà dinanzi ai nostri occhi e alle nostre orecchie.

L’ultimo atto di una vicenda che fa rabbia per gli sviluppi che si sono succeduti, è la divulgazione di un video tra Giulio e Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani. Abdallah aveva sostanzialmente messo in dubbio l’attività di ricerca di Regeni al Cairo, temendo potesse invece essere una spia dell’intelligence britannica, sino al punto di denunciare il tutto alle autorità egiziane.

Ma cosa si dicono esattamente Regeni ed Abdallah, in questa conversazione che risulta essere datata 7 gennaio 2016, ovvero 18 giorni prima della sparizione del giovane ricercatore?

Eccone alcuni tratti:

Abdallah: Mia moglie ha un tumore e deve operarsi. Mi aggrappo a qualsiasi cosa purché arrivino i soldi.

Regeni: Guarda Mohamed, i soldi non sono miei. Non posso utilizzare questi soldi nel modo più assoluto. Sono un accademico e non posso scrivere questo nella application: intendo le informazioni da presentare all’Ente in Gran Bretagna. Non posso utilizzare i soldi per questioni personali. Se succede questa cosa sarebbe un problema grande, molto grande per i britannici

Abdallah: Non esiste un altro percorso.. ?

Regeni: .. Non esiste un altro modo.

Abdallah: Tu sei italiano. Io ho la sensazione che il Centro egiziano ci prenda in giro e non ci dia niente (la risposta replica al passaggio di denaro dall’Ente britannico al Centro descritto precedente da Giulio, senza che esso passi direttamente da lui)

Regeni: Non è possibile che io faccia questa cosa. Mi dispiace, questa è la situazione ed io non ho autorità in questione.

 

La sensazione che emerge dalla conversazione è il tentativo di Abdallah di incastrare Giulio in qualche modo, soffiando a lui delle informazioni controverse o ‘lesive’ per l’incolumità della nazione egiziana. Emerge tuttavia il costante e continuo rifiuto del ricercatore, nonostante Abdallah faccia leva su presunte difficoltà familiari (il cancro della moglie, l’operazione della propria figlia).

Regeni ricorda ad Abdallah la propria posizione: è un accademico e non ha dunque alcun potere circa la possibilità di finanziare Abdallah ed il sindacato degli ambulanti, se non in ipotesi che riguardino sovvenzionamenti in base a progetti del sindacato. L’altra sensazione è quella di una qualche possibile incomprensione tra i due: non è del tutto chiaro decifrare alcuni scambi di battute, forse per l’arabo di Giulio, ritenuto non esattamente fluente seppur comprensibile.

In ballo non paiono esserci informazioni riservate: tuttavia, sarà probabilmente questo il video che firmerà la successiva condanna a morte di Giulio. Sappiamo dopo un anno chi lo ha denunciato e sappiamo chi ha dunque cercato di incastrarlo. Resta il nodo fondamentale: Chi ha ucciso Giulio Regeni? Quali sono gli esecutori materiali e soprattutto, quali i mandanti? Continueremo a tale scopo a rinnovare le dieci domande di settembre, in considerazione anche delle ultime dichiarazioni della Procura di Roma che indaga sul caso:

“Dallo scorso settembre ad oggi sono stati fatti passi significativi nell’inchiesta sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni. Il cammino verso la verità procede, sia pur lentamente, su un’unica strada percorribile: quella della collaborazione con le autorità egiziane”.

Ed intanto Mohamed Abdallah resta fermo sulle proprie opinioni, convinto di aver agito per il bene della nazione: «Le sue domande avevano destato sospetti nei cinque precedenti incontri in cui abbiamo parlato. Parlava della rivoluzione, della persecuzione dei venditori ambulanti da parte della polizia». Ad accrescere i “dubbi” di Abdallah sarebbero stati i rapporti di Regeni con l’istituzione britannica. In realtà, dal video che avrebbe dovuto incastrarlo, non emergerebbero come sottolineato prima, atteggiamenti o informazioni che riconducessero Giulio ai servizi di intelligence.

Il valore del video non è tuttavia unicamente simbolico. Anzi, la presenza della telecamera che filma Giulio in volto per l’intera conversazione, «è la prova che il servizio segreto egiziano ha avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell’omicidio di Giulio Regeni. Nella parte finale del filmato… il sindacalista compie una telefonata e dice ai suoi interlocutori: ‘Con Regeni ho finito, venite a togliermi la telecamera’» (Ivan Cimmarusti, Il Sole 24 Ore, 24 gennaio).

E’ la prova dei depistaggi della National Security e del loro coinvolgimento all’interno di questa tragica storia? E soprattutto, perché gli agenti egiziani affermano di aver chiuso gli accertamenti su Regeni tre giorni dopo l’esposto di Abdallah? Anche qui, emergerebbero delle incongruenze. I magistrati romani valutano la data dell’esposto: non il 7 gennaio 2016, bensì il 7 dicembre 2015. Se così fosse, verrebbe smentita la tesi delle autorità egiziane e confermata l’ipotesi degli accertamenti su Regeni per diverse settimane. Poi la presunta ‘chiusura delle indagini’. E quel maledetto 25 gennaio, dove in Egitto ogni anno muore qualcuno.

Al momento, sarebbero cinque gli agenti della National Security al vaglio dei pm capitolini: da chiarire l’accaduto del 24 marzo, legato all’uccisione della banda ‘specializzata nel rapimento di turisti stranieri’, nella quale occasione vennero ritrovati i documenti del ricercatore italiano. Forse solo l’ennesimo, inutile ed inconcludente tentativo di depistaggio, nella singolare convinzione che la diluizione del tempo chiudesse gli occhi e le menti dell’opinione pubblica.

«Sappiamo essere pazienti ma siamo inarrestabili: vogliamo la verità e la vogliamo tutta» è il monito dei coniugi Regeni: perché vedere «tutto il male di questo mondo» sul proprio figlio è qualcosa di estremamente difficile da sostenere e sopportare. Per questo, è tempo di avvicinarsi alla verità, camminando assieme senza mai più dimenticare.

Le dieci domande a Giulio Regeni (3 settembre 2016):

 

  1. Perché l’unica reale mossa italiana nella vicenda è stata quella del richiamo dell’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, provvedendo poi alla sua sostituzione con il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini?
  2. La magistratura italiana ha ascoltato (o avuto la possibilità di ascoltare) l’ex colonnello Afifi, dopo le dichiarazioni rese a giornali e tv?
  3. In che misura è coinvolto Mohamed Abdallah, e più in generale i sindacati ambulanti egiziani?
  4. Quale era esattamente, a patto che fosse vero, il ruolo di Giulio all’interno di Oxford Analytica?
  5. Qual è la verità sul coinvolgimento di un agente dell’ MI6 britannico, infiltrato all’interno di uno dei gruppi di ricerca di Giulio?
  6. Esiste davvero un coinvolgimento britannico all’interno della vicenda?
  7. Le autorità britanniche stimoleranno realmente un rovesciamento del silenzio dell’Università di Cambridge, dopo il rifiuto della professoressa di Regeni di collaborare con i pm italiani?
  8. L’Italia ha davvero intenzione di rimandare il proprio ambasciatore al Cairo, decretando di fatto una sorta di resa ai fini della verità?
  9. Se e in quale modo le autorità egiziane sono responsabili del caso Regeni?
  10. Le relazioni diplomatiche tra Stati possono continuare a tollerare casi identici a quello di Giulio Regeni, nella più totale indifferenza in relazione al rispetto e all’imprescindibilità dei diritti umani?

 

A Paola, Claudio e Giulio Regeni

 

Cara Canosa, ti voglio sempre bene

Cara Canosa, ti voglio sempre bene

La città di Canosa di Puglia, sede di gran parte degli autori del nostro progetto, è stata interessata nella giornata di ieri da un dibattito piuttosto curioso. Un dibattito che ha colpito soprattutto per i suoi contenuti e per le modalità attraverso le quali si è svolto.

 

L’ultima polemica “politica” monta sui social, causa le precarie condizioni meteorologiche che rischierebbero di mettere a repentaglio l’incolumità di studenti ed insegnanti nel caso di apertura delle scuole. A scatenare il dibattito, un post di “spiegazioni” rivolto al giovane assessore canosino, Marco Silvestri. Nulla di strano fin qui: parrebbe la solita solfa di lamentosi studenti a caccia dell’assenza di turno (chi non si è comportato in questo modo da studente almeno una volta?). Eppure loro negano: è davvero una questione di sopravvivenza e non si può assolutamente andare a scuola in queste condizioni (bis: chi non si è comportato in questo modo da studente almeno una volta?).

 

Agli studenti è doveroso replicare in maniera precisa ed adeguata: all’interno del post vengono infatti sollevate ulteriori questioni quali “rotture di finestre” che impedirebbero di fatto anche il corretto utilizzo dei termosifoni, qualora funzionanti. La replica dell’assessore è molto semplice: verranno effettuati controlli (anche in prima persona) nel limite della propria competenza, peraltro a carattere provinciale (e non comunale, assessore docet).

 

L’altro punto focale è altrettanto chiaro: il problema lamentato dagli studenti, presente e deplorevole, ovvero quello della (mala) edilizia scolastica, non ha nulla a che vedere con temporanee questioni meteorologiche: è problema di tutti i giorni e va combattuto tutti i giorni. Con sollecitazioni e mobilitazioni, termini ben diversi da quello di ‘lamentela’, pressoché inefficace e dunque fine a se stessa. Combattere le nefandezze dell’edilizia è doveroso e spetta sì alla politica (in primis), ma anche agli studenti che tengono a se stessi e ai loro compagni. Si tratta di lotta quotidiana, che andrebbe coltivata tutti i giorni e non a fini strumentali, al fine di renderla credibile alle istituzioni competenti.

 

Con tutto il rispetto per le difficoltà attuali del paese, non mi pare che l’amministrazione sia rimasta immobile, attivandosi sin dal giorno precedente alle possibili nevicate con spargimento di sale all’interno delle strade, memore dell’esperienza di due anni addietro. La decisione di entrare o meno non spetta a voi, cari studenti. Spetta a chi di competenza. E sono certo che si tratterà di scelta oculata e ponderata, sulla base delle esigenze di tutti gli attori protagonisti in campo: dagli studenti stessi sino agli insegnanti.

 

Dall’altra parte, non mi ha sorpreso ritrovare invece la classica strumentalizzazione politica delle opposizioni all’amministrazione. Il tempo delle elezioni è vicino e purtroppo anche quello delle chiacchiere, ancor più evidenti in un contesto di politica locale. Garantire l’incolumità di un paese è dovere di ogni fazione e prescinde dal colore politico. Inutile dunque farsi paladini di battaglie che non esistono, poiché aiutare la comunità canosina è compito di tutti e non dovrebbe fare notizia. Siamo ormai in campagna elettorale e si è capito. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere travalicato: quello dell’onestà intellettuale, che dovrebbe essere mantenuta a vantaggio della collettività stessa (e della sua conseguente qualità). Si discuta dei contenuti, gentilmente. Il mondo giovanile merita molto più di questa classe politica locale così appassionatamente ancorata al consenso. Non ci si lamenti poi dei limiti di chi invece dovrebbe trarre esempio da queste ‘audaci’ nozioni di crescita culturale. I giovani rappresentano infatti la più grande risorsa per la società del domani: è bene non dimenticarlo mai.

 

Mi ha molto colpito infine il commento di una studentessa a tutela dei propri coetanei. La ragazza si rivolgeva al mondo adulto, quasi a testimoniare l’esistenza di una barriera tra quel mondo e la classe giovanile. Il succo era questo: se ci trattate in questo modo la nostra risposta sarà quella di manifestare o scioperare. Il problema è invece l’opposto: se questo divario tra questi due mondi esiste, ciò è anche frutto della frivolezza ed inconsistenza della classe giovanile attuale, della quale il sottoscritto fa parte (e ne avverte frustrazioni e potenziali fallimenti). Purtroppo bisogna riflettere di questo: la debolezza contenutistica giovanile continuerà a lungo a fare il gioco del mondo dei ‘grandi’.

 

Vi sentite derubati del vostro futuro e sprigionate la vostra rabbia solo in sporadiche occasioni? Ecco così calare il sipario sulla vostra/nostra sconfitta. Indignarsi e reagire è mestiere di tutti i giorni. Dimostrate di valere. Dimostriamo di valere. Che il vostro futuro sia nel nostro piccolo paese o in qualsiasi altra parte di questo strano mondo. Per una volta, mollate i vostri smartphone e ripudiate le strumentalizzazioni.

 

Anni fa, ho rappresentato personalmente gli studenti all’interno del mio liceo. Se c’è una cosa che ho cercato di insegnare, nel mio piccolo, è stata quella di indignarsi per le ingiustizie e dall’altro lato della medaglia per ciò che riteniamo più giusto. Alcuni mi hanno capito, (molti) altri no. Non hanno capito il senso del mio pensiero e del valore delle piccole cose. Delle prime battaglie. Dei primi passi verso il mondo adulto. Qual è il prezzo da pagare in tutto questo? Certamente quello del consenso e della popolarità.

 

Siate dunque combattivi. Siate critici, pur tuttavia con la massima cognizione di causa. E se necessario, combattete la strumentalizzazione ed il pensiero unico. Sì, diciamolo: se necessario, siate impopolari ma siate voi stessi. Nessun prezzo da pagare sarà da voi considerato tanto alto quanto la vostra libertà. 

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava (Epilogo)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava (Epilogo)

Cara Cecily,

Saranno passati ormai cinque anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati. E’ incredibilmente desolante constatare questo drammatico cambiamento e la tua sparizione. Ho trascorso mesi e giorni nel tormento di una speranza e di un sogno destinato a svanire. Ricordi sbiaditi come le nostre facce nelle vacanze invernali trascorse nei rispettivi paesi d’origine. Ce ne siamo andati, lentamente. Non ora. Il nostro destino è stato deciso sedici anni fa, quando ad andartene per prima fosti tu. Ho sempre sognato di riportarti nel luogo dove tutto cominciò man mano a dissolversi. Niente prati e niente spiagge: solo i nostri impietriti e spaventati corpi. Intimoriti dalla nostra stessa tresca.

 

Abbiamo creduto di porre rimedio alla nostra inerzia, alle stupidità e al nostro non detto. Oggi, provo ad osservarti ed immaginarti da questa surreale stanza nella quale il dottor Waterloo sperimenta chissà quali cure su di me. Niente di cui voglia parlare, nulla di cui voglia sapere: sono sicuro che anche lui è una brava persona ed un bravo medico. Lo dicevi sempre tu e quindi credo possano essere fugati i miei ultimi dubbi. Lo vedo alla mattina, tre volte a settimana nel suo originario studio a Cupcake. La mia vita si è conclusa quando ho dovuto farvi ritorno. Una vita a correre e fuggire per poi restare in uno stanzone per strizzacervelli. In attesa del tuo rientro o della mia morte.

 

Dagli psicoanalisti paghi molto per la qualità dei divani, non certo per i loro vani tentativi di renderci persone migliori. Chi può infatti detenere o arrogarsi un simile potere? Chi può decidere tutto questo su di me? I medici dicono che continuavamo a sorridere ad occhi chiusi dopo il nostro incidente. L’auto brutalmente piombata su un fottuto tronco, ma noi sorridevamo. Ci piaceva da piccoli: osservarsi rapidamente e vegliare sul sorriso dei nostri sguardi. Ci piaceva e ci bastava. Mi piace pensare che abbiamo solo deciso di accontentarci e di rifiutare il ticket dell’eternità. Non avrei mai sopportato la nostra agonia, la caduta indicativa di una magia che avrebbe totalmente annullato le positività di una storia che ha cambiato per sempre le nostre vite. Non so dove tu sia finita, ma non me ne sto disperando. So che possiamo ancora farcela. E scoprirò dove ti trovi.

 

Non mi abbandonare.

 

Aaron

 

P.S: Ho cominciato a scrivere il nostro romanzo. A differenza degli altri scrittori ho già cominciato dal titolo. Lo intitolerò “La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava”. Mi ricorda di te.

 

  • Aaron, per te questa ragazza è suggestione o monotonia?

  • Non potrei che considerarla suggestione. Capisce, lei non parla, guarda e sorride giusto? E’ come un viaggio nel suo mondo diviso in piccole parti. Come quando gli anni passano. Lei si esprime con calma, con quella fermezza di chi promette implicitamente che racconterà il finale di questa storia. E’ un semaforo acceso e spento allo stesso modo. Comincerà a raccontarne solo un pezzo. Ma attenderà il corso degli eventi prima di scrivere la propria apoteosi. E’ una lunga e perenne scoperta tra amore e sofferenza.

  • E vorresti dire qualcos’altro?

  • Non ci sono domande. Lei è suggestione ma anche monotonia. E’ lo specchio di quei pezzi raccontati, che invadono e susseguono gli andamenti della realtà. Era forse sempre stata lì, dico bene? Tra gli stessi eccessi e le stesse difficoltà di concezione del tempo? Qualcuno mi dica dove sono.

  • Un giorno sarai dove devi essere. Al tuo posto, scopriremo dove. Ora non andare. Piuttosto: questo è inganno o menzogna?

  • Per quale motivo dottore?

  • E’ come se questa ragazza non fosse mai con te. Non hai percezioni di isolamento? Non temi il finale a tuo sfavore?

  • Perché lei non ha compreso. Non finirà, mi creda. Vediamoci lunedì al solito posto dottor Waterloo.

 

A Cupcake Town era diventato parecchio raro, nonostante gli sgoccioli di un secolo fallimentare sotto una svariata fetta di punti di vista, ritrovare gente pronta a scommettere su quella funesta e disastrata città. In molti tuttavia non conoscevano e non conobbero la drammatica conclusione di Aaron Mithcell e Cecily Burns. Quello che avrebbe dovuto rappresentare l’arrivederci al fascino iberico, si tramutò in una tragedia al vaglio di inquirenti ed anche di chi scrive. Che cosa era successo esattamente quella notte? Cosa aveva riservato il regime di Mellby? Non poteva certo saperlo Aaron, poiché l’incidente d’auto tra Madrid e Santiago, prima di procedere alla volta dell’America, gli provocò la perdita della memoria. Non riusciva a ricordare il volto di Cecily né gli ultimi sguardi prima dell’impatto fatale e della presunta morte della propria amata, dichiarata deceduta nello stesso momento in cui il talentuoso ghostwriter lottava tra la vita e la morte.

 

 

In tempi di regime, constatare ed accettare una dichiarazione di morte presunta è alquanto ottimistico. Gli inquirenti bollarono immediatamente il caso come semplice incidente d’auto peraltro senza nessun altra auto coinvolta. Mi occupai a lungo della vicenda, nel tentativo di ricercare la verità sfuggita alla mente di Aaron. Era forse tempo di aiutare quel sempre sfortunato uomo a ritrovare la donna dai neri e lunghi capelli tanto sognati ed adorati. Ma naturalmente non tutto era così semplice in assenza di Dustin Sharedown, la pettegola di Cupcake. Come avrebbe, persino lui, potuto conoscere i dettagli di una vicenda avvenuta in territorio spagnolo? Adoravo riconoscere invece un finale del tutto eccentrico, tra un percorso stradale capace di ripercorrere l’esperienza iberica di Hemingway e l’ennesimo riascolto del Morrissey più ispirato, quello di The Queen Is Dead.

 

 

Una mattina mi svegliai e cambiai atteggiamento. Volevo scrivere qualcosa di più bellico, di autentico. Desideravo inseguire faide poi dissoltesi abbastanza immediatamente come quella tra i Mellby e i Mithcell. Auspicavo la stesura di un racconto di sangue, finendo invece ad assaporare la rassegnazione degli esseri umani nei riguardi di un regime che aveva totalmente estraniato la figura e il concetto di cittadino. Decisi di intervenire e di interrogare, sebbene non adorassi assumere atteggiamenti intimidatori o ancor peggio accomodanti. Chiedevo di Aaron e Cecily ininterrottamente, senza ottenere successi o novità. Trascorsi immerso in questi effimeri tentativi il 31 dicembre. Prima di svegliarmi in un bar, totalmente confuso e con un insano senso di isteria dovuto forse ad un fortissimo mal di testa. Quasi un omaggio alle amnesie di Aaron. Ritrovai dinanzi a me un biglietto firmato Dustin Sharedown:

 

  • Meet me tomorrow. 6 o’clock. Be careful.

 

 

Rimasi profondamente sorpreso del ritrovamento di una pista dopo non averne avuta una per cinque anni. Persino Mellby e la dittatura erano un lontano ricordo, ma lo era anche l’ormai disperso senso di fiducia tra la gente che mi impedì psicologicamente di incontrare persino Sharedown. Ebbi invece pienamente conoscenza del romanzo di Aaron Mithcell e delle sue visite dal dottor Waterloo. Ne parlai con la sua assistente, Meredith Mellby. La sorella del dittatore mi aveva garantito dei miglioramenti e della possibile guarigione di Aaron. Ma resta un mondo complesso e non riesco più a credere a nessuno. Questo è un mondo deludente.

 

E’ 1 gennaio del 2100, qui a Cupcake Town. Alcuni provano ancora a festeggiare, come da tradizione consumistica pitturata da abbuffate alimentari e costosissimi regali. Altri trascorrono questo giorno nel ricordo di tempi desolatamente consumati o comunque migliori. Ma nulla da temere: il primo dell’anno è solo un giorno più banale di altri.

 

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