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Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Perché le conseguenze delle elezioni presidenziali in Francia supereranno i suoi confini

Sono passati molti anni da quando in Francia c’è stata l’ultima rivoluzione, o comunque sia l’ultimo tentativo di riforma seria. Un ristagno, politico ed economico, è stato il marchio di garanzia di un paese che è cambiato poco nei decenni, il cui potere si alternava perennemente fra gli stabili partiti di destra e sinistra.

Tutto questo fino ad oggi: le elezioni presidenziali di quest’anno sono le più emozionanti a memoria d’uomo e sembrano promettere un sollevamento. I partiti socialisti e repubblicani, che hanno mantenuto il potere dalla Fondazione della Quinta Repubblica nel 1958, potrebbero essere eliminati al primo turno di un ballottaggio presidenziale il 23 aprile. Gli elettori francesi potranno scegliere fra due candidati: Marine Le Pen, il carismatico capo del Front National e Emmanuel Macron, capo del movimento liberale, “en Marche!”, fondato l’anno scorso.

Sono l’esempio lampante della “tendenza globale”: il vecchio pensiero bipolare fra Destra e Sinistra, sta diventando sempre meno importante rispetto a questa nuova era che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione. Il nuovo assetto sconfinerà ben oltre i confini francesi e potrebbe dare nuova vita all’Unione Europea oppure distruggerla.

Les misérables 

La prossima causa della rivoluzione potrebbe essere la furia degli elettori per l’inutilità della loro classe dirigente, ed il modo che hanno di confrontarsi solo fra di loro. Il presidente socialista, François Hollande, è così poco popolare da astenersi alla corsa per farsi rieleggere. L’opposizione, il partito repubblicano di centro-destra ha visto affondare le sue opportunità il 1° marzo quando il capo del movimento, François Fillon, ha rivelato di essere indagato per aver stipendiato la moglie ed i figli, con quasi 1 milione di euro con denaro pubblico, per presunti falsi posti di lavoro. Il sig. Fillon non si è ritirato dalla corsa, malgrado l’aver promesso di farlo. E così le sue probabilità di conquista si sono indebolite drammaticamente.

Ciò che alimenta ulteriormente la rabbia degli elettori è l’angoscia che provano verso il loro stato. Secondo un recente sondaggio i francesi sono il popolo più pessimista del pianeta, infatti l’81% di essi borbotta che il mondo sta peggiorando e soltanto il 3% afferma di vedere miglioramenti. La maggiore causa di questo malcontento è di natura economica: l’economia francese è cresciuta fiacca e lentamente; il suo vasto stato, che contiene un PIL al 57%, ha indebolito la vitalità del paese. Un quarto della gioventù francese è disoccupata e di quelli che hanno un lavoro, solo in minima parte trova la certezza di un lavoro stabile e duraturo, come quello che hanno avuto i loro genitori. Di fronte alle imposte elevate ed alle regolamentazioni pesanti, i lavoratori con spirito imprenditoriale si sono spostati all’estero, per lo più a Londra.

Ma il malessere va ben oltre gli stagnanti standard di vita. I continui attacchi terroristici hanno scosso i nervi, e forzato i cittadini a vivere in un perenne stato d’emergenza; ha esposto il paese con la più ampia comunità musulmana d’Europa ad una grave crepa culturale. Molti di questi problemi si sono accumulati nel corso dei decenni ma né la sinistra né la destra son stati capaci di affrontarli.

L’ultimo serio tentativo di riforma economica ambiziosa, quella sulle pensioni e sulla sicurezza sociale francese, è stato a metà degli anni ’90, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Riforma crollata dopo una serie di scioperi di massa. Da allora, pochi ci hanno riprovato. Nicolas Sarkozy parlava di grandi progetti, ma il suo programma di riforme è stato abbattuto dalla crisi finanziaria del 2007-08. Hollande ha avuto un inizio disastroso, incrementando l’aliquota fiscale del 75% ed è stato subito fortemente impopolare per poter fare qualcosa.

Sia Macron che Le Pen attingono da questa frustrazione generale, ma offrono due diagnosi differenti di ciò che affligge la Francia, e due rimedi radicalmente differenti. Le Pen incolpa forze esterne alla nazione e promette di proteggere gli elettori con una combinazione di più barriere e maggiore benessere sociale; ha efficacemente preso le distanze dal passato antisemita del suo partito (sfrattando persino suo padre dal partito che egli stesso ha fondato), e fa appello soprattutto alle persone che vogliono chiudersi dal resto del mondo. Denigra la globalizzazione, vedendola come una minaccia all’occupazione francese, e reputa gli islamiti fomentatori di terrore che rendono pericoloso anche indossare una minigonna in pubblico. L’Unione Europea è un “mostro anti-democratico”. Promette di chiudere le Moschee fondamentaliste, di ridurre il flusso degli immigranti a qualche goccia, ostacolare il commercio estero, scambiare l’Euro per il Franco francese e chiedere un referendum per uscire dall’UE.

L’istinto di Macron è l’opposto: egli pensa che un’apertura maggiore renda più forte la Francia. È fermamente favorevole al commercio estero, alla concorrenza, agli immigrati ed all’Unione Europea. Abbraccia il cambiamento culturale, e la disgregazione tecnologica. Pensa che il modo migliore per far sì che più francesi lavorino sia ridurre le gravose protezioni del lavoro, non aggiungerle. Macron sta lanciando sé stesso come un rivoluzionario pro-globalizzazione.

Marine Le Pen ha passato la sua vita in politica. Il suo maggior successo l’ha ottenuto rendendo socialmente accettabile un partito estremista. Emmanuel Macron è stato ministro dell’economia durante il mandato di Hollande. Il suo programma di liberalizzazione sarà probabilmente meno audace di quello dell’assediato Fillon, che ha promesso di sistemare le retribuzioni statali dei 500.000 lavoratori, e di tagliare il codice del lavoro. Entrambi i rivoluzionari troveranno difficoltà nel promulgare i propri programmi. Anche se dovesse prevalere, il partito di Marine Le Pen non otterrebbe comunque la maggioranza nell’assemblea generale, e Macron ha a malapena un partito.

Una Francia aperta o chiusa come una fortezza?

Tuttavia, essi rappresentano un ripudio dello status quo. Una vittoria per Macron sarebbe la prova che il liberalismo fa ancora appello agli europei. Una vittoria per Le Pen renderebbe la Francia più povera, più ristretta e più cattiva. Se dovesse portare la Francia fuori dell’euro, provocherebbe una crisi finanziaria e condannerebbe un’unione che, nonostante tutti i suoi difetti, ha promosso pace e  prosperità in Europa per sei decadi. Vladimir Putin non potrebbe che ammirare la situazione. Non è forse un caso che il partito di Marine Le Pen ha ricevuto un pesante prestito da una banca russa e l’organizzazione di Macron ha subito più di 4.000 attacchi di pirateria informatica.

A soli pochi giorni dalle elezioni, sembra improbabile che Le Pen possa arrivare alla presidenza. I sondaggi mostrano la sua possibile vittoria al primo turno, ma una probabile sconfitta al ballottaggio. Ma in questa elezione straordinaria può accadere qualsiasi cosa. La Francia ha scosso il mondo già una volta. Potrebbe farlo ancora.

Questo articolo è stato pubblicato nella versione cartacea di “Leaders section of the Economist” sotto il titolo di “France’s next revolution”

Articolo originale qui

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Traduzione da: Queste sono le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele – Huffington Post  These Are The Women Of Gustav Klimt And Egon Schiele’s Paintings

In copertina: Eugenia Primavesi (1913–14), Gustav Klimt

I nomi Gustav Klimt, Egon Schiele ed Oskar Kokoschka sono abbastanza noti. Anche il più casuale fan dell’arte conosce Klimt e “Il Bacio”, e sarebbe anche capace di evocare un’immagine dell’iconico pittore dell’oro di fronte ad un cavalletto, avvolto in uno dei suoi accappatoi firmati, (senza sottovesti spesso.)

Schiele e Kokoschka sono, forse, sequenzialmente più sconosciuti. Se si sfoglia la prima enciclopedia a portata di mano, tuttavia troveremo  i tre pittori austriaci preservati nei ranghi della storia. Ma avete sentito parlare del nome di Eugenia(Mäda) Primavesi? E di Gerti ed Edith Schiele? Martha Hirsch vi dice qualcosa? La risposta: probabilmente no.

Egon Schiele: Portrait of Edith | Ritratto di Edith, la moglie del pittore (1915)

Questi sono i nomi delle donne congelate per l’eternità nelle tele degli artisti  menzionati in precedenza. Mogli, figlie, amanti, amiche; Appaiono sia elaboratamente vestite di ricchi abiti sia innegabilmente nude nei rispettivi stili dei tre uomini.  Tratti di sessualità esplosiva dei tempi e dei luoghi nei quali le donne sono state dipinte (Vienna agli inizi del 20°secolo) le notiamo con lo sguardo assorto, piuttosto che no, sfidando lo stereotipo di musa tranquilla.

“Gli intellettuali della Vienna di fine secolo erano addirittura ossessionati dalla sessualità femminile” sottolinea Jane Kalir, possessore della galleria d’arte, in un saggio sull’Österreichische Galerie Belvedere. – E lo erano anche artisti come Klimt, Schiele and Kokoschka. Dipinsero le loro amanti e modelle in pose espressionistiche, concentrandosi sui volti in modi in cui pochi avevano fatto prima di loro. In un periodo in cui le donne venivano finalmente, timidamente, viste come esseri sensuali, e cittadine indipendenti, queste immagini hanno sottolineato un periodo di grande cambiamento.

donne

Oskar Kokoschka: Martha Hirsch (1909)

Le rappresentazioni erotiche delle donne in particolare, che raffiguravano apertamente il sesso e la masturbazione, erano offensive secondo i conservatori, ipnotiche per il resto della gente.

Oltre ad introdurre il pubblico ad opere ricche di colori, ritratti con gote arrossate che un tempo suscitavano scalpore, hanno anche puntato i riflettori su donne senza nome o conosciute, delle quali non si sente spesso parlare nelle lezioni di storia dell’arte. Mentre Klimt viveva con sua madre e due sorelle, e Schiele stava passando del tempo in prigione per il suo lavoro “sporco”, le donne ancora più senza nome a Vienna stavano combattendo per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione in un secolo di emarginazione.

donne

Gustav Klimt: Ritratto di Fritza Riedler (1906)

L’esposizione al Belvedere si focalizza principalmente sulle preoccupazioni dei tre pittori circa il corpo femminile, e del modo in cui hanno cambiato l’immagine della donna nei media popolari.  I dipinti in mostra, tuttavia, sono ancora immagini create da uomini che guardano donne guardare gli uomini, come sottolinea il Kalir.

Alcune pubblicazioni di esperti, quali Alfred Weidinger, riportano l’attenzione verso gli sforzi di alcuni gruppi come l’Associazione Generale delle Donne Austriache (Allgemeine Österreichische Frauenverein) o la Federazione delle Associazioni Femministe Austriache (Bund Österreichischer Frauenvereine), che hanno combattuto per la parità sociale ed economica delle donne. Altri esperti, invece, attribuiscono a questi dipinti un contesto politico e culturale, sottolineando come il classico pensiero patriarcale fosse in declino.

Weidinger, parlando dell’epoca di Klimt, Schiele e Kokoschka, descrive come: “Un numero sempre maggiori di donne della borghesia iniziavano ad organizzarsi nei movimenti femministi, ma furono le lavoratrici le prime a guidare le proteste. Non erano solo interessate nel rinnovamento del sistema educativo, il quale era a prevalenza maschile, del loro status di mogli, che all’epoca era semplicemente rappresentativo, e delle norme sociali prive di senso, ma esigevano apertamente i loro diritti e la rivalutazione e reinterpretazione dei ruoli di genere”.

Mentre le donne dorate di Klimt e le eccitanti linee di Schiele sono simboli di un’arte promettente, estasiato da nuove idee e linee di pensiero radicamente moderne, sono le storie delle leader donne che dovrebbero risaltare in questo periodo. Queste storie, spesso non raccontate, hanno la stessa, se non maggiore, importanza.

 

 I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati
Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Articolo originale di Chris Jordan, pubblicato il 27 Novembre 2016, qui.

“Ladies and gentlemen, Fidel Castro?”

Fidel CastroNoto per aver presentato Elvis e i Beatles all’America durante il suo varietà “The Ed Sullivan Show” in onda per molti anni sulla CBS, nel 1959, Sullivan presentò in un contesto totalmente differente una personalità d’alto rilievo: Fidel Castro.

Il modo in cui ottenne l’intervista nasconde una storia fatta d’intrighi e pericoli, poiché i tizzoni della rivoluzione bruciavano ancora. Nel 1958 la maggior parte dell’America ancora non sapeva chi fosse Castro, né quali fossero le sue inclinazioni politiche. Sullivan chiese “in prestito” uno scrittore del Chicago Tribune*, posseduto dal New York Daily News, per impostare l’intervista.  Dopo un viaggio in aereo ed un “giretto” di sei ore per le vie secondarie della città di Matanzas, Sullivan e la sua troupe si ritrovarono in una piccola stanza con Castro ed i suoi seguaci, armati di mitragliatrici.

Sullivan e Castro sedevano ad una scrivania.

“I due erano circondati da soldati, uno dei quali aveva un mitra puntato alla testa di Ed,” scrive Maguire.

“L’atteggiamento di Sullivan non era il solito rigido ed innaturale che adottava durante il suo programma il sabato sera, ma piuttosto esuberante e vivace.”

Sullivan, un Anti-Comunista convinto, chiese a Castro s’egli lo fosse. La domanda provocò una reazione violenta.

“(Castro) quasi saltò dalla sedia” disse il cameraman Andrew Laszlo “si strappò la camicia e fece vedere un bellissimo crocifisso e gridò: “Sono un Cattolico, come potrei essere un Comunista?!”

Sullivan gli chiese in seguito se fosse il George Washington cubano, il che aumentò facilmente la tensione in quella stanza. Concluse infine l’intervista chiedendo a Castro in che modo riuscire ad impedire l’ascesa di futuri dittatori, come Fulgencio Baptista, il Leader cubano che Fidel Castro riuscì ad abbattere.

“Sarà facile” disse Castro in un inglese imperfetto:

“Non permettendo a dittatori futuri di venire a governare il nostro Paese. Potete starne certi, Baptista è e sarà l’ultimo dittatore di Cuba”. 

Sullivan

All’insaputa di Sullivan, Castro si prestò ad un’intervista durante il programma “Face the Nation”, in onda poche ore prima della sua intervista col conduttore, ma Sullivan condusse il primo.

Castro divenne una sorta di star dei media, ed eroe della contro-cultura negli Stati Uniti prima che i rapporti fra i due paesi s’inacidissero. In seguito al 1959 apparve al “Jack Paar’s Tonight Show”, ed al  “Person to Person” di Edward R. Murrow. Bob Dylan, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Gabriel García Márquez espressero il loro supporto al rivoluzionario.

Dopo l’invasione della Baia dei Porci nel 1961, Castro divenne un nemico dello stato, e le sue apparizioni sulla TV americana calarono sempre di più. Un’eccezione vi fu nel 1976 quando il giornalista sportivo Howard Cosell intervistò Castro per la ABC durante un incontro amatoriale di box nell’Avana. Castro gli parlò dei suoi primi tiri a Baseball.

Sullivan, che presentò Elvis Presley durante il suo show nel 1959, causerà un’onda d’urto ben maggiore nel 1964, portando i Beatles in America.  Le apparizioni di Presley, i Beatles e Castro hanno una cosa in comune: al termine delle interviste Sullivan, dall’imponenza del suo palco,  li dichiara tutti “cittadini modello” dei loro paesi.

“È un bravo giovanotto” disse Sullivan di Castro nella trasmissione dell’11 Gennaio 1959 “un giovanotto intelligentissimo”

 

*Il Chicago Tribune è il quotidiano principale dell’area metropolitana di Chicago e del Midwest degli Stati Uniti

Guida alla Guida Galattica per Autostoppisti

Guida alla Guida Galattica per Autostoppisti

“Ebbi l’idea del titolo nel 1971, mentre, ubriaco, giacevo in un prato a Innsbruck, in Austria. Non ero ubriaco fradicio: avevo solo il tipo di sbronza che può prendersi un autostoppista squattrinato il quale, dopo due giorni di digiuno, decida di tracannare due Gosser forti. Si trattava insomma di una lieve incapacità di reggersi sulle gambe. Viaggiavo con una copia molto logora di Hitch Hiker’s Guide To Europe (Guida all’Europa per gli autostoppisti)  […] quando spuntarono le stelle pensai che se ci fosse stata una guida galattica per gli autostoppisti sarei partito a razzo. Poi mi addormentai, e mi dimenticai per 6 anni di quest’idea”

Alcuni anni dopo la laurea in inglese, Adams decise di scrivere una storia a metà fra la commedia e la fantascienza, nonostante nessuno sembrasse interessato all’idea. Tutto cambiò quando un giorno incontrò Simon Brett, produttore radiofonico della BBC, casualmente alla ricerca d’idee per un suo programma, una commistione fra comico e fantascientifico. Il primo episodio della serie radiofonica andò in onda mercoledì 8 Marzo 1978, senza alcuna pubblicità. Due settimane dopo cominciarono ad arrivare le prime lettere: qualcuno aveva seguito il programma.

Degli editori cominciarono ad interessarsi al testo, e Pan Books chiese di ricavare dal serial un romanzo. Si trattò di un periodo molto produttivo per Adams: mentre lavorava alle sceneggiature del telefilm Dr Who, fu chiamato a terminare il romanzo, in quanto sottoposto costantemente sotto pressione dalla Pan, a causa delle continue scadenze mancate. Ma questi impegni non gli impedirono di cadere in bancarotta.

Finché nel settembre 1979, il romanzo Guida galattica per Autostoppisti uscì finalmente in Inghilterra, finendo al primo posto della lista dei best-seller del mass market pubblicato dal Sunday Times. Una incredibile evoluzione, dunque: programma radiofonico, romanzo, serie televisiva. Poi una produzione hollywoodiana, poi ancora un romanzo. Ed infine un romanzo di romanzi:

  1. “Guida galattica per gli autostoppisti”;
  2. “Ristorante al termine dell’universo”;
  3. “La vita, l’universo e tutto quanto”;
  4. “Addio, e grazie per tutto il pesce”;
  5. “Praticamente innocuo”;
  6. “Sicuro, sicurissimo, perfettamente sicuro”.

Il punto? Vediamo. In breve: il protagonista, Arthur Dent, viene costretto ad abbandonare la propria casa, che verrà abbattuta per costruirci su una tangenziale. Ford Prefect è un viaggiatore della galassia, e sbarca sulla Terra per comunicare ai terrestri che il pianeta verrà distrutto per lasciare il posto ad una gigantesca circonvallazione iper-spaziale.
I due, costretti a fuggire, iniziano così la loro avventura nello spazio ricorrendo all’autostop Galattico e all’ausilio della Guida Galattica per gli autostoppisti. Un libro notevolissimo, mai pubblicato sulla Terra, che ha ottenuto un gran successo in tutta la Galassia, diventando il depositario di tutto il sapere e di tutta la scienza. La guida ha riscosso un gran successo essenzialmente per due motivi:

  1. Costa poco;
  2. Ha stampato in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia la scritta DON’T PANIC.

Marvin the Paranoid Android

Uno dei personaggi più interessanti e curiosi che i protagonisti incontreranno è il loro futuro compagno di viaggio Marvin, un androide molto differente dall’ideale comune di robot. Dotato di V.P.P. (Vera Personalità di Persona) è costantemente depresso a causa del conflitto tra i suoi sentimenti, pessimistici per lo più, e la sua vastissima conoscenza.

I Radiohead, nel loro album Ok Computer, hanno voluto “omaggiare” l’androide, incidendo la ben nota Paranoid Android. Uno dei riferimenti più eclatanti si trova nella strofa:

“You don’t remember/ you don’t remember/Why don’t you remember my name?”

I protagonisti infatti non ricordano mai il suo nome. In “Ristorante al termine dell’universo”, ne faranno totale dimenticanzaritrovandolo solo 566mila milioni di anni dopo, nel romanzo successivo.

Di fondamentale importanza nell’intera vicenda è il super-computer “Pensiero Profondo”, progettato da una razza di esseri superintelligenti e pandimensionali al fine di trovare “la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”. Il super-computer impiegherà 7milioni e mezzo di anni per formulare una risposta alquanto inconcludente:

il super-computer Pensiero Profondo

il super-computer Pensiero Profondo

-Pensiero profondo: La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto è… 42. Sì, ci ho pensato

attentamente è questa, 42. Certo sarebbe stato più semplice se avessi conosciuto la domanda.
-Loonquawl: Ma era LA domanda, la domanda fondamentale di tutto quanto!
-Pensiero profondo: Questa non è una domanda! Solo quando conoscerete la domanda comprenderete la risposta.
-Loonquawl: E dacci la domanda fondamentale!
-Pensiero profondo: Non posso, ma c’è qualcuno che può, un computer che calcolerà la domanda fondamentale. Un computer di tale e infinita complessità che la vita stessa farà parte della sua matrice operativa e voi assumerete nuove e più primitive forme ed entrerete nel computer a navigare i dieci milioni di anni di vita del suo programma. Io progetterò questo computer per voi e si chiamerà… [Fine del documentario]

"Answer to life the universe and everything"Anche Google, Apple e Windows si sono lasciati ispirare da questo dialogo al punto di volerlo emulare con i loro prodotti commerciali: Google, Siri e Cortana.

Ponendo il quesito “Qual è il senso della vita?” tutti daranno tutti come risposta: “42”.

Nel mondo dei videogiochi troviamo dei chiari riferimenti al romanzo: in Spore, raggiungendo il centro della Galassia ed ottenendo il Bastone Della Vita si sblocca l’obiettivo 42. Nel gioco Fruit Ninja bisogna invece totalizzare un punteggio pari al “senso della vita” per ottenere la “Sparkle Blade”.

Non solo videogiochi ma anche tv. Un episodio della terza serie moderna di Doctor Who è intitolato “42”: il Dottore, rispondendo ad una richiesta di soccorso, sale su una nave spaziale in panne, avendo a disposizione soli 42 minuti per ripararla.

È abbastanza chiaro che neppure Sir Adams aspettasse che una sbronza avrebbe potuto creare un’opera di tale risonanza.

Noi Figli Cambiati ci auguriamo che Cosimo Cataleta, dotato di altrettanti mezzi, raggiunga gli stessi obiettivi di Adams con il suo racconto “La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava”.

Ho chiesto lui personalmente assenso per questo finale. Mi ha scritto un sms avaro di parole.

Solo un numero: 42.

Le strategie sulla politica estera di Donald Trump non sono così folli come potrebbero sembrare

Le strategie sulla politica estera di Donald Trump non sono così folli come potrebbero sembrare

Articolo originale da “The Independent” qui

Le strategie sulla politica estera di Donald Trump non sono così folli come potrebbero sembrare – e potrebbero funzionare bene se vincesse le elezioni presidenziali.

Voce stridula, cappello da baseball storto, Donald Trump sta attraversando il continente ponendo le sue ultime richieste urgenti alla Casa Bianca. I sondaggi stanno calando, come di solito succede quando il giorno dell’elezioni si avvicina, ma non c’è nulla nell’atteggiamento e nell’aspetto di Trump che ci suggerisca un candidato presidente, almeno non un presidente eletto dagli Stati Uniti di recente. Le sue lacune come candidato appaiono particolarmente lampanti sulla politica estera. Sembra infatti che abbia definito le sue priorità in maniera molto affrettata, senza troppi dettagli: Putin dentro, i Messicani fuori, e un dazio da far pagare agli altri stati per la protezione offerta dagli Stati Uniti. Questioni di politica estera in forte contrasto con gli ideali di Hillary Clinton.

Trump può facilmente essere considerato un ignorante, e/o un pericolo per il potere americano per il solo fatto d’essere al mondo.  Quest’opinione, tuttavia, sottovaluta due realtà: la visione che Trump ha del mondo, ed il modo in cui gli Stati Uniti funzionano realmente.

SU DONALD TRUMP: è piuttosto facile sbagliare dicendo che Trump non abbia una visione del mondo incoerente ed inadeguata. A chi si considera un Europeo liberale, o un americano democratico, o anche mezzo repubblicano potrebbe non piacere – e potrebbe scegliere di mettere in evidenza le contraddizioni evidenti – ma corrisponde ad un aspetto della politica estera esistita negli Stati Uniti per moltissimo tempo.

E’ isolazionista: non vuol prendere parte a guerre straniere che non hanno un impatto diretto sulla sicurezza della Nazione Americana (Si ricordi con quanta riluttanza gli americani si coinvolsero nella Seconda Guerra Mondiale).

E’ protezionista: nel senso che s’impegna a proteggere i lavoratori americani da una concorrenza “sleale”.

E’ più legalistico che xenofobo: (La differenza sta tra l’opporsi ad ogni immigrazione e l’opporsi alla migrazione irregolare).

Realistico piuttosto che ideologico: da qui l’idea che un forte leader americano dovrebbe essere in grado di fare affari con Putin (ed altri). Ed è ciò che nel gergo attuale consideriamo transazionale: Do ut Des, ovvero dare per ricevere.

Come manifestano le sue opinioni,  gli alleati degli Stati Uniti dovrebbero pagare molto di più per le loro garanzie di difesa e, tra le altre cose, gli accordi di libero scambio sono stati svantaggiosi per i lavoratori americani. Ciò che dobbiamo riconoscere è che tutti questi elementi, presi individualmente o nell’insieme, riflettono sì il punto di vista affaristico del candidato, ma allettano anche molti americani, specialmente chi si trova in basso nella scala economica, i cui salari sono stati attaccati dalla manodopera poco costosa, dal lavoro illegale o d’esportazione, e i cui figli sono stati spropositatamente al fronte in Iraq ed Afghanistan.

Nè Trump dovrebbe essere destituito troppo facilmente per essere un buffone delle politiche estere. Magari non sa molto sul mondo esterno quanto Hillary ed il suo team, ma da uomo di mondo e d’affari qual è, conosce molte altre cose che magari non hanno molta rilevanza nella politica – capire le intenzioni della gente, ad esempio, riguardo la conclusione dei contatti, e le differenze ed affinità delle Nazioni.

In un momento di diffusa disillusione popolare con gli errori commessi dai politici tradizionali, le argomentazioni potrebbero essere discusse tentando un approccio differente.

Questo ci porta alla seconda realtà: il modo in cui gli Stati Uniti funzionano davvero. Quale grado di libertà avrebbe Donald Trump per poter mettere in atto il suo programma nell’eventualità che venga eletto quest’oggi?  E’ vero che il Presidente degli Stati Uniti ha più potere in materia di politica estera che nel dominio nazionale, ma ciò non significa che Trump può marciare con semplicità nella Casa Bianca, invitare Putin per una chiacchierata, inviare l’esercito per costruire un muro fra il Messico ed il resto del continente, e rinegoziare i patti con la NATO e gli stati alleati.

Seppur i denigratori  lo temano, questo non è esattamente ciò che accadrà. Vi è un periodo di transizione di due mesi per la nomina di un’amministrazione e dei consulenti. In Europa i presidenti degli Stati Uniti hanno molto più libertà rispetto ai loro colleghi Europei, poiché le più alte cariche dell’impiego pubblico solitamente vengono elette in base ad una nomina. Ma il ‘Presidente Trump’ si troverebbe con molti posti di lavoro da riempire, e potrebbe avere grandi difficoltà nel trovare persone che la pensano come lui per far sì che questi posti vengano occupati (George W. Bush ebbe lo stesso problema, seppur minore, quando cominciò il suo mandato).

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Saprà sicuramente che alcuni presidenti in politica estera meno qualificati – Harry Truman e Ronald Reagan – erano anche i più esigenti in cerca di consigli e giudicati dalla storia per essere tra i più affermati. Ma anche se Trump riuscisse a creare un’amministrazione di soli “Trumpisti”, dovrebbe comunque fare i conti col Congresso.

Indipendentemente dalla sua composizione esatta, il Congresso è sempre stato ostile alla Russia e Cina in particolare. Fu diviso sui benefici del libero scambio e la migrazione, grazie alla decisione del Presidente Obama di fare riferimento diretto al voto del Congresso per un intervento militare in Siria. Ci si potrebbe aspettare un loro verdetto finale per gli interventi oltreoceano.

Due impegni specifici, l’abrogazione del trattato nucleare con l’Iran e quel muro col Messico, potrebbero prendere una brutta piega. Il trattato iraniano ha molti oppositori, ma probabilmente non abbastanza per essere annullato, mentre il muro in Messico potrebbe andar contro i diritti degli stati membri. Ci sono già lunghi tratti recintati nelle zone popolate ai confini del Messico, ma la diplomazia, per non parlare della praticità, di compartimentale il Messico potrebbe essere rischioso, persino per Trump.

Se il sistema ‘checks and balances’ (controlli ed equilibri, nda) statunitense offre garanzie contro i più selvaggi eccessi del Trumpismo al potere, varrebbe anche la pena tenere a mente qualcos’altro. Donald Trump sta conducendo la sua campagna elettorale non come iconoclasta, ma come Americano.

L’istituzione della presidenza è dotata di un’aura di serietà e responsabilità che neppure un personaggio come Trump sarebbe in grado di bluffare. Una volta fatto il giuramento, ammesso che ci arrivi, deciderà di servire l’interesse della Nazione e, per quanto strano possa sembrare,  nella politica estera potrebbe esserci più continuità con gli anni di Obama che con l’eventuale cambiamento.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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