Seleziona una pagina

I fatti di ieri di Londra destano sicuramente molta preoccupazione alla luce dell’ennesimo attacco subito dall’Europa, dopo i dolorosi strascichi di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino. Ed il tutto durante le commemorazioni dell’attentato in Belgio, avvenuto esattamente a distanza di un anno.

E’ pur vero che le notizie nel corso della serata si sono rivelate piuttosto frammentate, soprattutto in merito alla presunta identità del terrorista, che avrebbe agito da solo nei pressi di Westminster, cuore delle istituzioni inglesi. Ma se quella identità, riferita a Trevor Books alias Abu Izardeen fosse confermata, è chiaro che Scotland Yard e i sistemi di intelligence britannica rischierebbero di uscire dalla vicenda in maniera mesta e piuttosto singolare. Perché si sarebbe potuto evitare il disastro, dal momento che l’attentatore risultava noto agli inquirenti già a partire dal 2006, poiché coinvolto nel cosiddetto nocciolo duro resosi protagonista degli attacchi del 2005 alla metropolitana di Londra. La tesi è stata tuttavia poi smentita, lasciando così in campo le incertezze sull’identità dell’assalitore.

La dinamica e la tempistica dell’attentato lascerebbero pensare ad una ritorsione dello Stato Islamico contro la stretta antiterrorismo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, con una norma che vieta l’utilizzo di computer e tablet nelle cabine degli aerei provenienti da otto Paesi (Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar,Emirati Arabi e Marocco). Non è chiara la motivazione di questa nuova misura di sicurezza, ma alcuni ufficiali americani dell’antiterrorismo, rimasti anonimi, hanno riferito al New York Times che ci sarebbero informazioni di intelligence riguardo la possibilità di bombe nascoste nelle batterie dei computer portatili o in altri dispositivi elettronici. L’attentato di Londra avviene all’indomani del provvedimento con modalità tutt’altro che elaborate: un’auto investe dei pedoni e un poliziotto viene accoltellato. Ciò fa pensare ad una organizzazione frettolosa e semplice, pensata all’ultimo solo per dare un segnale di non gradimento al governo britannico.

Secondo il Site si tratterebbe infatti di un attacco tipico dei metodi di Daesh, in riferimento alle modalità adottate in Europa negli ultimi anni, ma che tuttavia continuerebbe a rivelare più le difficoltà del terrorismo islamico che una sua possibile espansione. Ed il copione di ieri ci ricorda come gli attacchi terroristici avvengano solitamente in relazione alle difficoltà sul campo riscontrate (meno) in Siria e (maggiormente) in Iraq.

L’autoproclamato Stato Islamico si insediava infatti a Mosul il 29 giugno 2014. Ma da allora la situazione è profondamente cambiata, dato che proprio a Mosul si starebbe consumando il lento declino degli uomini di Al-Baghdadi, probabilmente in fuga dopo il suo presunto ferimento in battaglia. E’ così che Isis, nato a Mosul, rischia di morire a Mosul, liberata per ormai oltre un terzo dall’esercito iracheno e dalle forze speciali della Golden Division.

Ma l’aumento delle difficoltà dello Stato Islamico non coincide e non coinciderà, come erroneamente da più parti si ritiene, con la definitiva conclusione del terrorismo islamico. L’unico aspetto positivo sarebbe costituito dalla necessità per i superstiti di Daesh di doversi nuovamente riorganizzare dopo l’eventuale fallimento. Un fallimento che non può inoltre essere confermato, poiché non ancora pervenuto e tutt’altro che definitivo.

Nella notte tra il 6 e il 7 marzo, le forze armate irachene hanno ripreso il controllo degli edifici governativi nella zona occidentale di Mosul, riconquistando anche il consolato della Turchia dove Daesh prese in ostaggio 49 persone. Altra vicenda cardine è il ‘taglio’ tra la città di Raqqa, altra nota roccaforte, e quella di Deir er Zor. Un colpo piuttosto duro, considerato che secondo fonti Reuters «tagliando la via tra le due città in pratica si certifica che l’accerchiamento della capitale di Daesh è completo». E cosa dire del 23 febbraio, quando il generale Abbas al Juburi ha confermato «la piena liberazione dell’aeroporto» di Mosul.

C’è poi un problema foreign fighters, i combattenti stranieri che tanto avevano sostenuto l’avanzata nei territori oggetto di conquista Isis. Ciò che aveva dunque rappresentato un punto di forza (oltre che necessario, considerata la imprescindibilità di una presenza numerica ormai limitata) si sta rivelando come un dramma in casa Daesh, poiché lo scollamento tra i foreign e i combattenti locali richiama di fatto il fallimento dei terroristi a Ovest di Mosul.

Ma la crisi del Califfato è anche (e soprattutto) finanziaria. Combattere una guerra presuppone una forte disponibilità economica, che al momento starebbe venendo meno. Isis ha provato a debellare tale problema con il taglio dei salari nei confronti dei funzionari pubblici o con il dimezzamento degli stipendi dei miliziani. Ma ciò non sembra bastare, poiché meno territori si controlla minori saranno le entrate in questione.

I dati sono inequivocabili: secondo “Il Sole 24 Ore” Isis avrebbe perso rispetto al 2014 il 30% del territorio siriano e il 62% di quello iracheno, anche se si precisa come possa essere effettivamente difficile rivelare con precisione le difficoltà economiche del sedicente Stato Islamico, quanto meno sotto l’aspetto quantitativo. Ma è certo come la perdita dei territori abbia apportato un duro colpo a quelle casse che si accingono a divenire sempre più vuote, comportando una forte riduzione delle spese militari e di reclutamento dei combattenti.

Vi è dunque correlazione tra l’attentato di Londra (e più in generale quelli ‘europei’) e le difficoltà di Daesh sul terreno di battaglia? L’impressione è che oggi più che mai tale correlazione paia difficile, come del resto risulta addirittura improbabile ritenere il sedicente Stato Islamico in grado di mettere in pratica attacchi sotto la propria organizzazione direttamente in Europa, date le modalità già giornalisticamente ribattezzate “fai da te”. Ciò è quanto emerso dal fenomeno terroristico nel nostro continente. Questo non vuol dire tuttavia abbassare la guardia, e nemmeno ignorare le possibili responsabilità del sistema di sicurezza britannico, che nulla avrebbero invece a che vedere con le difficoltà belliche di Daesh in Siria ed Iraq.

Di Cosimo Cataleta e Samy Dawud

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

Pin It on Pinterest

Shares
Share This

Share This

Share this post with your friends!