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Hallelujah, stanno tornando i Gorillaz!

Hallelujah, stanno tornando i Gorillaz!

Quando parliamo di qualsiasi forma artistica, ci sono gli artisti. E poi ci sono i pionieri. Inutile dire a quale categoria appartenga Damon Albarn. Everyday robots, il suo disco solista [pubblicato nel 2014, ndr] contiene alcune delle più belle canzoni scritte negli ultimi anni ed è inutile dire cosa siano stati i Blur per chiunque  sia stato inondato dalla “Febbre a 90” del Britpop. Scadere nel confronto con gli Oasis è semplice, entrambe le band si sono alimentate della “rivalità” dal punto di vista delle vendite, ma a noi non serve. Non serve nemmeno a un uomo che un giorno suona per la chiusura delle Olimpiadi ad Hyde Park un mega-concerto coi Blur e il giorno dopo suona con l’ensemble dell’Orchestra dei Musicisti Siriani. Tutto ciò per dire cosa? Traiamo due conclusioni. Il nostro ha una forte coscienza sociale, essendosi schierato contro la guerra in Iraq. Non solo,durante il Live 8 ha denunciato l’inesistenza di performer di colore, solo dopo ciò al cartellone si sono aggiunti Youssou N’Dour e Snoop Dogg.

E musicalmente parlando, davvero bisogna provare a definire un artista così poliedrico?
Damon è anche il cervello musicale dei Gorillaz, a cui il fumettista Jamie Hewlett contribuisce attraverso i disegni e le animazioni dei 4 membri fittizi di questa cartoon band. I Gorillaz si configurano come una cartoon band anche dal vivo, dove vengono accompagnati da un collettivo di musicisti a volte “diretti” da Albarn stesso, che spesso agisce senza mostrarsi, dietro degli specchi.

Senza essere megalomani, non appare ardito affermare che da circa 20 anni Mr. Albarn sta influenzando la musica internazionale in un percorso continuamente fatto di scelte rischiose e in continuo mutamento, che risente fortemente della geografia e delle influenze dei diversi continenti: The Magic Whip, l’ultimo album dei Blur, è caratterizzato dalla claustrofobia e dall’atmosfera della Corea del Nord vista dai suoi occhi, critici verso la società dittatoriale e le conseguenze di quest’ultima. (ascoltate il singolo There are too many of us, per capire di cosa sto parlando.)

La definizione più azzeccata se si parla di Gorillaz è quella di collettivo. Sebbene sia la mente di Albarn a concepire le melodie, il progetto musicale ha una marcia in più per la rete di artisti che negli anni ne ha preso parte, gente come Lou Reed, Bobby Womack e De La Soul. Un esempio?

Dopo Plastic Beach e The Fall (pubblicato nel 2011), le voci su un ritorno del gruppo si sono fatte insistenti alla fine del 2016 nonostante lo stesso Albarn avesse parlato di divergenze creative tra lui ed Hewlett. Qualche giorno fa, senza nessun avviso, attraverso l’account Twitter di Uproxx, un’organizzazione media americana, i Gorillaz sono usciti allo scoperto in tono quasi profetico. Il link della nuova canzone,Hallelujah Money”, recava una didascalia piuttosto schierata: “Questo è un lampo di verità in una notte nera. Ora levatevi dalle scatole! La nuova roba non si scrive da sola”. La didascalia quindi non lascia dubbi, i Gorillaz sono in studio a comporre per il nuovo album, ma intanto hanno voluto palesarsi non a caso con una canzone fortemente politica, che vede la partecipazione del raffinato Benjamin Clementine.

Il solco è stato tracciato nello stesso giorno anche dagli Arcade Fire, il cui nuovo singolo “I give you power” è una riflessione sul totalitarismo e sugli effetti che esso ha sull’uso del potere. Entrambe le riflessioni non arrivano a caso il giorno stesso dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Albarn invece utilizza il potere delle immagini citando il progetto del neo-presidente.

Here is our tree 
That primitively grows 
And when you go to bed 
Scarecrows from the far east 
Come to eat 
Its tender fruits 
And I thought the best way to perfect our tree 
Is by building walls 

“Ed ho pensato che il miglior modo per perfezionare il nostro albero è quello di costruire muri.”

Il bridge della canzone arriva a metà tra la speranza e la responsabilità:

When the morning comes 
We are still human 
How will we know? 
How will we dream? 
How will we love? 
How will we know?

E allora Hallelujah Money!

Alleluia al potere del denaro, alleluia. L’ironia del titolo che ricorre nella canzone è devastante, una rappresentazione dell’iconografia del Trump uomo e presidente, nient’altro che una maschera imprenditoriale.

L’unica nota positiva di tutto ciò è quel “la roba nuova non si scrive da sola”, i Gorillaz stanno tornando.

Alleluia, alleluia.

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

Il centenario della rivoluzione Bolscevica del 1917 sarà estremamente imbarazzante per il presidente della Russia, Vladimir Putin. Da un lato il Cremlino ha restaurato così tanti simboli ed istituzioni sovietiche che difficilmente può ignorare il mito cardine del governo sovietico. Dall’altro lato, Putin prova una forte avversione per le rivoluzioni, in particolare per quelle che abbattono regimi imperiali autoritari. Inoltre, i commenti mondiali circa l’organizzatore della rivoluzione, Vladimir Ilyich Lenin, non ultimo in una recente ondata di biografie, inviteranno a riflessioni sul suo omonimo dei giorni nostri. Nel 2017 aspettatevi un Putin che si esibisce in capriole intellettuali col fine di combinare la guida anti-imperialista di Lenin con la sua personalissima ambizione di restaurare l’ordine imperiale.

Il lascito di Lenin ha avuto i suoi alti e i suoi bassi dalla più tarda era sovietica. Nel 1980 Mikhail Gorbachev e i suoi sostenitori, molti dei quali erano i figli dei vecchi bolscevichi vittime delle purghe di Stalin, hanno portato avanti le loro riforme liberali sotto lo slogan del ritorno ai principi leninisti. (Il loro Lenin aveva poco a che fare con l’uomo che ha promosso la guerra civile e il terrore nel suo paese). Gorbachev, come altri leader sovietici, ha trovato nel fondatore dello stato bolscevico la legittimazione al suo operato. Come Dei, camminerebbero nel mausoleo di Lenin (l’Underworld) e si arrampicherebbero sulla sua cima (un Olimpo). Da qui potrebbero osservare parate militari e marce di mortali che portano i loro ritratti (icone).

Per contrasto, Boris Yeltsin ha presidiato la disintegrazione dell’Unione sovietica e ha respinto il regime comunista per un fatto di principio e politiche. Nonostante la sua popolarità a picco, rigettare pubblicamente l’era comunista gli ha assicurato la ri-elezione.
Ma Putin fa poche distinzioni fra Russia imperiale, sovietica e post-sovietica. “Cos’era l’Unione sovietica?” ha chiesto nel 2011. “E’ essenzialmente la stessa Russia, solo chiamata diversamente”. Seguendo il suo sogno di ricostruire il potere statale e di conservare il controllo su Ucraina e Bielorussia-le principali parti costituenti l’Unione Sovietica- Putin ha ignorato Lenin e riabilitato Stalin. Per lui, la differenza fra i due, era la loro attitudine nei confronti dello stato russo e della sua eredità imperiale.

Nella versione di Putin della storia, mentre Lenin ha condotto una lotta contro la Russia imperiale e ha rigettato la sua fede Ortodossa, Stalin è ritornato all’idea di impero, ha rimesso in moto il nazionalismo russo e ha strizzato l’occhio alla chiesa. Stalin ha consolidato le risorse del paese e ha restaurato il sentimento patriottico, il ché ha portato alla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale, usata come il più grande evento in grado di legittimare lo stato corrente. (Il feroce attacco di Stalin ai contadini russi, al clero e all’intellighenzia è tralasciato da questa narrazione).

Ma il centenario della rivoluzione è un evento troppo grande da coprire. All’inizio del 2016 un insegnante della Russia meridionale, della zona di Astrakhan, ha chiesto a Putin come interpretare la rivoluzione bolscevica per spiegarla al meglio ai suoi studenti: “ La sua posizione a riguardo è molto importante per noi.”

La risposta di Putin: lui un tempo non era solo un membro del partito comunista ma anche un ufficiale del KGB (comitato per la sicurezza dello stato, ndt) : “lo scudo e la spada del partito”. A differenza di molti, ha detto, non ha mai distrutto la sua tessera del partito: “Mi è piaciuta l’idea alla base del comunismo e del socialismo, e mi piace tuttora”. Il suo più grande disaccordo con Lenin verte sull’organizzazione da parte di quest’ultimo della Russia come un’unione di repubbliche etniche con diritto di auto-determinazione. Dando loro il diritto di uscire dall’Unione Sovietica, ha detto Putin, Lenin “ha piantato una bomba atomica” sotto le fondamenta della Russia.

Putin vede sé stesso come un restauratore delle storiche terre della Russia, un nuovo zar. In una cerimonia recente Vladimir Zhirinovsky, un politico veterano con un eccellente intuito sulla direzione in cui il vento sta soffiando, ha recitato l’inno della Russia imperiale, “Dio salvi lo Zar”, a Putin.

Ma il regime di Putin, che ha trasformato la Russia in uno stato centralizzato dalla federazione del 1990, non è più in grado di risolvere le crescenti contraddizioni economiche e politiche del paese di quanto lo fossero gli zar. La Russia oggi è pronta per delle riforme quanto lo era sotto Nicola II nel 1917. Putin spera che facendo sposare il passato Sovietico e quello imperale possa preservare il nucleo dell’impero russo ed evitare il destino della monarchia. E, nel mentre che l’economia ristagna e la megalomania di Putin peggiora, i fantasmi della rivoluzione bolscevica stanno diventando inquieti. Lenin potrebbe permettersi un sorriso.

Fonte: http://www.theworldin.com/article/12595/lenins-revenge?fsrc=scn%2Ffb%2Fwi%2Fbl%2Fed%2F
Traduzione a cura di Silvia Fortunato

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

Quando ci ritroveremo a raccontare nei prossimi anni le elezioni americane del 2016 sicuramente concluderemo il nostro racconto con una frase simile a quella del titolo. Una frase che può essere ironica e celare al suo interno anche un forte rammarico e risentimento. Eppure l’8 novembre il magnate Donald J. Trump è riuscito davvero a diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America nella totale incredulità dei sondaggisti e analisti internazionali che davano per vinta Hillary Clinton. Tutti sono rimasti stupiti tranne i Simpsons che l’avevano predetto. Le immagini in diretta del 20 gennaio di Trump hanno riportano alla mente la stessa data del 2009 in cui Barack Obama portò negli States e la sua voglia di cambiamento ma questa volta i giardini presidenziali non sembravano animati dalla stessa atmosfera di festa delle scorse cerimonie. Questa prima settimana è andata così:

Cerimonia Trump

Cerimonia d’inaugurazione per Trump immagine da washingtonpost.com

«I PRIMI 3 GIORNI» Il giorno precedente all’insediamento i newyorchesi hanno organizzato un sit-in di protesta chiamato “We Stand United” proprio sotto la Trump Tower. Il giorno successivo diverse manifestazioni gemelle hanno coinvolto molte città dello stato, alcune poi sfociate in violenza. Infine, il terzo giorno, c’è stata la pacifica Women Rally, la marcia femminista formata da donne e uomini di tutte le generazioni e nazionalità estesa fino in Europa coinvolgendo anche le femministe cinesi per contestare la xenofobia del neo-presidente.

Logo dell'Obamacare immagine da New York Post

Logo dell’Obamacare immagine da New York Post

«OBAMACARE» Lo smantellamento dell’operato di Obama è subito iniziato. Trump, come ha promesso in campagna elettorale, ha firmato subito il decreto contro la riforma sanitaria nota come Obamacare, la prima delle riforme dell’ex-presidente, per sostituirla con una propria a vantaggio del libero mercato e della competitività. Questa riforma è stata sempre contestata dai repubblicani e dai cittadini già assicurati in sostanza perché concedeva dei sussidi statali per acquistare o migliorare una copertura sanitaria a discapito proprio del libero mercato e libera concorrenza del settore sanitario. La riforma era dedicata alla piccola fetta di cittadini in difficoltà che non avendo un lavoro non disponeva di una copertura assicurativa.

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

«AMBASCIATA A GERUSALEMME» Questa è la mossa che nessun Presidente USA aveva mai osato avviare dalla creazione di Israele. L’amministrazione Trump ha subito annunciato il piano per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il posizionamento-schieramento dell’ambasciata a Gerusalemme o Tel Aviv sta ad indicare il riconoscimento o meno della legittimità dei rispettivi paesi. Per i palestinesi infatti questo spostamento significherebbe l’accettazione da parte di Washington dell’occupazione israeliana della parte palestinese della città e nessun paese vi ha mai collocato la propria rappresentanza dall’altra parte. Inoltre questa mossa potrebbe innescare nuovi eventi destinati ad ostacolare il processo di pace.

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

«TPP» Ritirato anche uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il Partenariato Trans-Pacifico (Trans Pacific Partnership), siglato da dodici paesi delle due sponde del Pacifico, è stato fortemente voluto da Obama che lavorò diplomaticamente per due anni proprio a causa del governo di Tokyo. Il suo testo è stato firmato, alla fine del 2015, ma è stato attualmente archiviato dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Senza gli Stati Uniti questo accordo è inutile ma molti analisti vedrebbero in questa archiviazione un vantaggio per il Giappone o per la Cina.

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

«MURO CON IL MESSICO» È stato il principale argomento della campagna elettorale. Nella scorsa settimana è saltato il bilaterale previsto per martedì con il presidente messicano Enrique Peña Nieto perché rifiuta di pagare a proprie spese il muro voluto da Trump. The Donald non punterebbe solamente una barriera fisica al confine ma le sue ambizioni vorrebbero anche un muro politico ed economico tra i due paesi rinegoziando l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, il Nafta. Ci sarebbe anche la possibilità di una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico che servirebbero a coprire i costi della costruzione del muro.

L'oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

L’oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

«OLEODOTTO SULLA TERRA DEI SIUX» Firmati i due ordini esecutivi per permettere la costruzione dei due controversi oleodotti precedentemente bloccati da Obama il Keystone e il Dakota Access. Quest’ultimo era stato al centro di una controversia con i nativi americani Sioux che aveva mobilitato un movimento di protesta a Standing Rock denunciando il fatto che nel caso di incidenti l’oleodotto, che passa sotto la loro riserva, rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri.

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

«INCONTRO CON THERESA MAY» Donald Trump e Theresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Lui elogia la Brexit lei spera in una nuova collaborazione bilaterale. Ricordano gli anni 80 di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: “gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?” Chiede uno dei giornalisti alla conferenza provocando un’inevitabile imbarazzo a causa delle differenti posizioni sull’argomento. Trump risponde “Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva“.

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

«CONGELATA L’ACCOGLIENZA» Nel weekend è stata congelata l’accoglienza per 120 giorni e stop all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani per 3 mesi. L’obiettivo di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri” è l’ultimo dietrofront delle politiche della precedente amministrazione. Questa di Trump è stata una settimana piena e nonostante sia sicuramente troppo presto per azzardare conclusioni o previsioni sul futuro del paese e del sistema internazionale già si sente prepotentemente “l’olezzo” delle intenzioni isolazioniste.

 

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Giunti al sesto anno della feroce guerra in Siria, appare più chiara la piega che tale crisi prenderà nel futuro. Dopo l’intervento russo e il passo di lato degli Stati Uniti, il baricentro della crisi siriana si è spostato totalmente ad Oriente. Appaiono più chiare anche le forze in gioco, gli schieramenti e le loro intenzioni, in un contesto che volge verso un punto di svolta. Oggi i protagonisti rimangono la Siria, supportata da Russia ed Iran, mentre dall’altra parte, ufficialmente, c’è solo la Turchia. I gruppi ribelli non paiono avere nessuna reale prospettiva di un ruolo politico nel futuro assetto della Siria, apparendo come meri strumenti delle ambizioni di Paesi stranieri, come molti hanno sempre sostenuto. Qual è, quindi, la situazione oggi in Siria e cosa ci si può aspettare dal futuro?

Che ruolo hanno gli USA ?

Gli Stati Uniti, in piena e radicale transizione politica, hanno assunto un ruolo sempre più marginale nel conflitto. Cosa avevano gli USA da guadagnare in Siria? L’estensione della loro influenza, per mezzo del rovesciamento di Assad e l’instaurazione di un governo Sunnita più vicino ai suoi alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Gli USA speravano che tale transizione potesse avvenire a favore di ribelli moderati (come l’ESL), ma i Sauditi e i Qatarioti hanno preferito i gruppi radicali (ISIS, Jabaht al-Nusra, Jaysh al-Islam, Faylaq al-Islam, ecc.), fornendo loro aiuto militare e finanziario. Per far cambiare idea ai propri alleati, gli americani hanno cercato di usare i Curdi e l’ESL contro l’ISIS, per imporre la linea moderata ai Paesi del golfo. Senza però riuscirci.
Ad Aprile 2016 gli USA utilizzano Muhamad al-Ghabi (membro dell’ESL con strette relazioni con l’intelligence USA), mettendolo a capo di un programma atto a convincere militanti dell’ISIS a disertare, pagandoli e convincendoli a combattere per gruppi moderati o tornare a casa. Tale atteggiamento è confermato dai Leak delle mail di Hilary Clinton, in cui scrive: “Mentre questa operazione militare/para-militare continua [usare curdi ed ESL contro l’ISIS , ndr], dobbiamo usare le nostre risorse di intelligence per fare pressione su Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo clandestinamente aiuto logistico e finanziario all’ISIS“.

La Russia, la vittoria di Aleppo e il Ruolo di Ankara

L’intervento russo, partito nell’autunno 2015, ha risollevato le sorti di Bashar al-Assad. Mentre nel 2015 gli islamisti occupavano il 75% della Siria, oggi i gruppi armati sono in seria difficoltà. L’ultima e più importante sconfitta è quella di Aleppo, a fine 2016, dove i terroristi, asserragliati nei quartieri che occupavano da ormai 4 anni, erano certi di poter vincere. Quando l’assedio di russi, siriani, lealisti iraniani ed Hezbollah è iniziato, le cose si sono messe male per i ribelli, che hanno implorato l’aiuto alla Turchia. Nello specifico hanno chiesto di mediare politicamente la loro resa, e così è stato.

Evacuazione di Aleppo in Pullman – Fonte: lifegate.it

La Turchia, da sempre vicina ai ribelli, si è accordata con Russia e Siria, facendo da garante, per la resa di Dicembre e l’evaquazione dei miliziani islamisti rimasti intrappolati ad Aleppo verso la provincia di Idlib. L’aiuto turco nella liberazione di Aleppo sarà sicuramente il pretesto per una pretesa territoriale turca nei confronti della Siria. La caduta di Aleppo si traduce in una possibilità di dialogo tra le parti in gioco, costringendo la Turchia e i gruppi ribelli che a lei fanno riferimento a sedersi al tavolo delle trattative, cioè quello dei colloqui di Astana.

I colloqui di pace di Astana

L’ultima evoluzione della situazione siriana sono proprio i colloqui di pace di Astana, in Kazakhstan, svoltisi il 23 e 24 Gennaio 2017. La location indica come la soluzione al conflitto siriano sia una cosa “tutta orientale”, da cui sia USA che Europa sono completamente estromessi e senza voce in capitolo. Dimostrazione dell’ irrilevanza occidentale è la completa autonomia con cui Russia, Iran, Siria e Turchia hanno organizzato il vertice, senza alcun supporto dell’ONU.
Astana ha l’aria di essere un vertice decisivo, dove la situazione è sicuramente cambiata: la Russia si è innalzata a “guida” politica e strategica, capace di far dialogare Turchia e Siria, cosa non facile dal momento che quest’ultima non ha alcuna fiducia nella Turchia e nelle sue intenzioni. La Turchia ha accettato che Assad rimanga al potere,

La zona “cuscinetto” che oggi si estende ad al-Bab

cosa che solo un anno fa sembrava impensabile; in cambio chiede il controllo turco sulla “zona cuscinetto”, così da poter spezzare a metà i territori del Rojava, distruggendo il sogno Curdo e la possibilità di un accordo Assad-curdi per una regione federale curdo-siriana.
A conferma di questo, le dichiarazioni del vice primo ministro turco, Numan Kurtulmus: “Se qualcuno pensa che dopo aver liberato la città di Al-Bab [città nella zona cuscinetto, ndr] la consegneremo nelle mani di Assad, si sbaglia“. Proprio al-Bab pare essere al centro della nuova strategia russa: consegnare l’area alla Turchia ed assicurarsi la sua uscita di scena dal conflitto.
Anche la sorte di Bashar al-Assad è al centro dei negoziati: rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni per poi cedere il posto al nuovo presidente.
I progressi ottenuti negli ultimi mesi, e più recentemente con i colloqui di Astana, appaiono sulla strada di una soluzione al conflitto. Sarà però il vertice di Ginevra dell’8 Febbraio a dimostrare la solidità degli accordi fin’ora presi.

365 giorni senza Giulio Regeni

365 giorni senza Giulio Regeni

In copertina: Sit-in di protesta a Roma, Piazza Santi Apostoli. Riccardo Antimiani—Camera Press/Redux Originale qui

Come già annunciato dalla stampa italiana ed estera, ricorre oggi l’anniversario della scomparsa ufficiale del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso e torturato in circostanze tutt’ora indefinite e misteriose. Il tributo ed il ricordo nei confronti del ventottenne friulano risulta necessario e doveroso, in omaggio alla ricerca di una verità ancora sconosciuta ma sulla quale non è possibile fermarsi o tacere.

Come il lettore ben conosce, eravamo stati protagonisti di una mini-inchiesta, a sette mesi dal ritrovamento del corpo di Regeni (3 febbraio 2016, nda). Anche Cronache resterà così vicino ad un caso così delicato e complesso, raccontando ogni possibile scenario che questa triste storia porrà dinanzi ai nostri occhi e alle nostre orecchie.

L’ultimo atto di una vicenda che fa rabbia per gli sviluppi che si sono succeduti, è la divulgazione di un video tra Giulio e Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani. Abdallah aveva sostanzialmente messo in dubbio l’attività di ricerca di Regeni al Cairo, temendo potesse invece essere una spia dell’intelligence britannica, sino al punto di denunciare il tutto alle autorità egiziane.

Ma cosa si dicono esattamente Regeni ed Abdallah, in questa conversazione che risulta essere datata 7 gennaio 2016, ovvero 18 giorni prima della sparizione del giovane ricercatore?

Eccone alcuni tratti:

Abdallah: Mia moglie ha un tumore e deve operarsi. Mi aggrappo a qualsiasi cosa purché arrivino i soldi.

Regeni: Guarda Mohamed, i soldi non sono miei. Non posso utilizzare questi soldi nel modo più assoluto. Sono un accademico e non posso scrivere questo nella application: intendo le informazioni da presentare all’Ente in Gran Bretagna. Non posso utilizzare i soldi per questioni personali. Se succede questa cosa sarebbe un problema grande, molto grande per i britannici

Abdallah: Non esiste un altro percorso.. ?

Regeni: .. Non esiste un altro modo.

Abdallah: Tu sei italiano. Io ho la sensazione che il Centro egiziano ci prenda in giro e non ci dia niente (la risposta replica al passaggio di denaro dall’Ente britannico al Centro descritto precedente da Giulio, senza che esso passi direttamente da lui)

Regeni: Non è possibile che io faccia questa cosa. Mi dispiace, questa è la situazione ed io non ho autorità in questione.

 

La sensazione che emerge dalla conversazione è il tentativo di Abdallah di incastrare Giulio in qualche modo, soffiando a lui delle informazioni controverse o ‘lesive’ per l’incolumità della nazione egiziana. Emerge tuttavia il costante e continuo rifiuto del ricercatore, nonostante Abdallah faccia leva su presunte difficoltà familiari (il cancro della moglie, l’operazione della propria figlia).

Regeni ricorda ad Abdallah la propria posizione: è un accademico e non ha dunque alcun potere circa la possibilità di finanziare Abdallah ed il sindacato degli ambulanti, se non in ipotesi che riguardino sovvenzionamenti in base a progetti del sindacato. L’altra sensazione è quella di una qualche possibile incomprensione tra i due: non è del tutto chiaro decifrare alcuni scambi di battute, forse per l’arabo di Giulio, ritenuto non esattamente fluente seppur comprensibile.

In ballo non paiono esserci informazioni riservate: tuttavia, sarà probabilmente questo il video che firmerà la successiva condanna a morte di Giulio. Sappiamo dopo un anno chi lo ha denunciato e sappiamo chi ha dunque cercato di incastrarlo. Resta il nodo fondamentale: Chi ha ucciso Giulio Regeni? Quali sono gli esecutori materiali e soprattutto, quali i mandanti? Continueremo a tale scopo a rinnovare le dieci domande di settembre, in considerazione anche delle ultime dichiarazioni della Procura di Roma che indaga sul caso:

“Dallo scorso settembre ad oggi sono stati fatti passi significativi nell’inchiesta sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni. Il cammino verso la verità procede, sia pur lentamente, su un’unica strada percorribile: quella della collaborazione con le autorità egiziane”.

Ed intanto Mohamed Abdallah resta fermo sulle proprie opinioni, convinto di aver agito per il bene della nazione: «Le sue domande avevano destato sospetti nei cinque precedenti incontri in cui abbiamo parlato. Parlava della rivoluzione, della persecuzione dei venditori ambulanti da parte della polizia». Ad accrescere i “dubbi” di Abdallah sarebbero stati i rapporti di Regeni con l’istituzione britannica. In realtà, dal video che avrebbe dovuto incastrarlo, non emergerebbero come sottolineato prima, atteggiamenti o informazioni che riconducessero Giulio ai servizi di intelligence.

Il valore del video non è tuttavia unicamente simbolico. Anzi, la presenza della telecamera che filma Giulio in volto per l’intera conversazione, «è la prova che il servizio segreto egiziano ha avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell’omicidio di Giulio Regeni. Nella parte finale del filmato… il sindacalista compie una telefonata e dice ai suoi interlocutori: ‘Con Regeni ho finito, venite a togliermi la telecamera’» (Ivan Cimmarusti, Il Sole 24 Ore, 24 gennaio).

E’ la prova dei depistaggi della National Security e del loro coinvolgimento all’interno di questa tragica storia? E soprattutto, perché gli agenti egiziani affermano di aver chiuso gli accertamenti su Regeni tre giorni dopo l’esposto di Abdallah? Anche qui, emergerebbero delle incongruenze. I magistrati romani valutano la data dell’esposto: non il 7 gennaio 2016, bensì il 7 dicembre 2015. Se così fosse, verrebbe smentita la tesi delle autorità egiziane e confermata l’ipotesi degli accertamenti su Regeni per diverse settimane. Poi la presunta ‘chiusura delle indagini’. E quel maledetto 25 gennaio, dove in Egitto ogni anno muore qualcuno.

Al momento, sarebbero cinque gli agenti della National Security al vaglio dei pm capitolini: da chiarire l’accaduto del 24 marzo, legato all’uccisione della banda ‘specializzata nel rapimento di turisti stranieri’, nella quale occasione vennero ritrovati i documenti del ricercatore italiano. Forse solo l’ennesimo, inutile ed inconcludente tentativo di depistaggio, nella singolare convinzione che la diluizione del tempo chiudesse gli occhi e le menti dell’opinione pubblica.

«Sappiamo essere pazienti ma siamo inarrestabili: vogliamo la verità e la vogliamo tutta» è il monito dei coniugi Regeni: perché vedere «tutto il male di questo mondo» sul proprio figlio è qualcosa di estremamente difficile da sostenere e sopportare. Per questo, è tempo di avvicinarsi alla verità, camminando assieme senza mai più dimenticare.

Le dieci domande a Giulio Regeni (3 settembre 2016):

 

  1. Perché l’unica reale mossa italiana nella vicenda è stata quella del richiamo dell’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, provvedendo poi alla sua sostituzione con il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini?
  2. La magistratura italiana ha ascoltato (o avuto la possibilità di ascoltare) l’ex colonnello Afifi, dopo le dichiarazioni rese a giornali e tv?
  3. In che misura è coinvolto Mohamed Abdallah, e più in generale i sindacati ambulanti egiziani?
  4. Quale era esattamente, a patto che fosse vero, il ruolo di Giulio all’interno di Oxford Analytica?
  5. Qual è la verità sul coinvolgimento di un agente dell’ MI6 britannico, infiltrato all’interno di uno dei gruppi di ricerca di Giulio?
  6. Esiste davvero un coinvolgimento britannico all’interno della vicenda?
  7. Le autorità britanniche stimoleranno realmente un rovesciamento del silenzio dell’Università di Cambridge, dopo il rifiuto della professoressa di Regeni di collaborare con i pm italiani?
  8. L’Italia ha davvero intenzione di rimandare il proprio ambasciatore al Cairo, decretando di fatto una sorta di resa ai fini della verità?
  9. Se e in quale modo le autorità egiziane sono responsabili del caso Regeni?
  10. Le relazioni diplomatiche tra Stati possono continuare a tollerare casi identici a quello di Giulio Regeni, nella più totale indifferenza in relazione al rispetto e all’imprescindibilità dei diritti umani?

 

A Paola, Claudio e Giulio Regeni

 

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

“Jobs Act”, il grande bluff di Matteo Renzi

Sconfitto a Roma e a Torino dal Movimento 5 Stelle – la formazione “anti-sistema” – il partito democratico del presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ne esce indebolito dalle elezioni municipali del 19 giugno. È da credere che la sua riforma del lavoro, il famoso Jobs Act, ha sedotto più i media, i circoli dei datori di lavoro e i socio-liberali europei che gli elettori italiani.

Matteo Renzi adora presentarsi come un dirigente politico moderno ed innovativo. Così, la sua riforma del mercato del lavoro voleva liberare i paesi dai suoi arcaismi e fare diminuire la disoccupazione. Conosciuto come Jobs Act, le misure adottate dal suo governo per rilanciare il lavoro non hanno fatto che spingere ancora più lontano la logica delle vecchie ricevute liberali.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro in italia è cominciata nel 1985, quando i partenariati sociali (federazioni sindacali, patronati e ministero del lavoro) hanno firmato l’accordo ScottiOltre a limitare l’indicizzazione dei prezzi sui salari, questo testo introduce anche il primo contratto atipico, a durata determinata è destinato ai giovani il “contratto di formazione e lavoro”. A partire da quel momento, numerose leggi hanno ingrandito la gamma di contratti disponibili, tant’è che ora ne esistono più di quaranta.

Nel 1997, la legge Treu ha legalizzato i contratti temporanei; nel 2003, la legge Biagi-Maroni ha inventato il contratto di subappalto. Nel 2008 è stato messo in atto il sistema dei voucher, questi buoni di lavoro del valore di €10 all’ora utilizzati soprattutto da attività poco professionali. La diversificazione dei tipi di contratto è stata accompagnata da misure miranti ad accrescere il potere del datore di lavoro. Tra le più recenti, la legge detta del “lavoro collegato”, votata nel 2010, limita la possibilità da parte dei salariati di fare ricorso in caso di eventuali abusi da parte del titolare; mentre la legge Fornero (2012) facilita i licenziamenti per ragioni economiche.

Le riforme messe in atto da Matteo Renzi  nel 2014 e 2015 si adattano alla continuità di questa storia, può essere che la completeranno, per quanto hanno istituzionalizzato la precarietà. Così, il Contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti”, entrato in vigore nel 2015, non ha questo granché di perenne né di produttivo. Nel corso degli primi tre anni, i datori di lavoro potevano mettere fine a un contratto in qualunque momento e senza motivazione. Il loro unico obbligo è di versare al lavoratore licenziato un’indennità proporzionale al suo grado di anzianità. L’emblematico articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga a giustificare tutti i licenziamenti individuali per giusta causa (rubare, assenteismo, ecc.) si ritrova così messo tra parentesi per 36 mesi. La formula ricorda il contratto a primo ingaggio immaginato dal primo ministro francese Dominique de Villepin nel 2006, solo che le dispositive italiane non sono limitate ai minori di 26 anni ma a tutti.

Il governo Renzi ha anche deregolamentato l’uso dei Contratti a Durata Determinata. Da marzo 2014, la legge Poletti, – dal nome del ministro del lavoro Giuliano Poletti – permette ai datori di lavoro di ricorrere senza giustificarsi e quindi di rinnovarli fino a cinque volte senza periodo di carenza. Questa limitazione è per di più teorica: non si applica alle persone, ma ai posti di lavoro. Basta modificare sulla carta un fascicolo per condannare un salariato al lavoro instabile a vita.

In queste condizioni, perché i datori di lavoro dovrebbero scegliere i Contratti a Durata Indeterminata “a tutele crescenti” piuttosto che  una serie di Contratti a Durata Determinata? La risposta è semplice: per un interesse finanziario. Il governo Renzi in effetti ha messo in pratica delle agevolazioni fiscali che permettano, per tutti i Contratti a Durata Indeterminata firmati nel 2015, di economizzare fino a €8000 per anno. Costringendo a l’austerità, questo dispositivo molto costoso per lo Stato è stato rivisto dalle basi dalla legge di stabilità 2016, ed ora le agevolazioni si sono stabilizzati intorno ai €3300. Il Jobs act ha creato quindi un effetto peso morto: fare firmare un contratto “a protezione crescente”, è poi licenziare il lavoratore senza giustificazione, diventa più remunerativo rispetto a un  Contratto a Durata Determinata. L’inclinazione dei Contratti a Durata Determinata verso i Contratti a Durata Indeterminata permette di gonfiare artificialmente le cifre del lavoro detto “stabile”, e nello stesso tempo anche la precarietà continua ad aumentare.

Le riforme di Matteo Renzi non hanno innescato scioperi o manifestazioni comparabili al movimento anti legge di El Khomri in Francia. Contrariamente alla sua vicina, l’Italia non ha una soglia minima di salario, fatta eccezione per le professioni coperte da convenzioni collettive, che proteggono un numero sempre più ristretto di lavoratori (meno del 50% oggigiorno). Altrimenti, il “principio dei favori” non esisterebbe: niente obbliga gli accordi di impresa a proporre condizioni più vantaggiose per il lavoratore degli accordi di filiale, i quali a loro volta, non sono necessariamente più favorevoli del codice del lavoro. I lavoratori sono così più vulnerabili alle minacce dei loro datori di lavoro.Il paese non ha per giunta  l’equivalente delle ritenute di solidarietà attiva (revenu de solidarité active), anche sotto condizioni di ricollocamento professionale. Gli ammortizzatori sociali sono pensati soprattutto per i Contratti a Durata Indeterminata; la massa dei nuovi precari se ne trova esclusa. Collegato alla crisi economica, alla fragilità dei sindacati, alla stagnazione delle ritenute e al rafforzamento del controllo patronale – Il Job Act autorizza determinate tecniche di controllo a distanza dei dipendenti, a rischio di danneggiare la loro vita privata -, questa situazione spiega la debole resistenza riscontrata per le recenti misure attuate.

Più del 40% dei giovani sono disoccupati

Al fine di difendere le loro riforme, Matteo Renzi e i suoi ministri si sono nascosti dietro le stesse argomentazioni dei loro predecessori a Roma e del loro omologhi conservatori in Germania o socialista in Francia: l’ ”assottigliamento” del codice del lavoro sarà una condizione necessaria (e sufficiente) per costruire un’economia moderna e abbassare la disoccupazione, in particolare quella dei giovani. <L’articolo 18 è datato all’anno 1970, e la sinistra allora non aveva neanche votato. Noi siamo nel 2014; questo diventa prendere un I-Phone e chiedere: “Dove va messo il gettone?”, o a prendere una fotocamera digitale e provare a metterle il rullino> ha stimato il Presidente del Consiglio.

Il governo e molti media presentano Jobs act come un successo indiscutibile <mezzo milione di lavoratori a Contratto a Durata Indeterminata creati nel 2015. L’Istituto Nazionale delle statistiche dimostra l’assurdità delle polemiche su Job Act>, sbandiera M. Renzi su Twitter il 19 gennaio 2016. <Con noi, le tasse diminuiscono e il lavoro aumenta> scriveva ancora il 2 marzo. Questo è vero nel 2015, per la prima volta dopo l’inizio della crisi economica che ha distrutto all’incirca un milione di impieghi la curva della disoccupazione è stata leggermente invertita: 1,8… Dopotutto, questa diminuzione modesta si spiega soprattutto per il colpo di polso fiscale che ha accompagnato la creazione di Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crociata”. Il periodo probativo è di 3 anni bisognerà attendere 2018 per stipulare un bilancio di questi nuovi contratti; ma possiamo già constatare che il ribasso degli incentivi finanziarie ha dato come risultato una contrazione immediata della creazioni di impieghi. Il numero di Contratti a Durata Indeterminata firmati nel primo trimestre 2016 è in ribasso 77% in confronto agli stessi mesi dell’anno precedente.

Inoltre, la diminuzione della disoccupazione nel 2015 maschera il ricorso esponenziale al sistema dei voucher, in particolare nei settori poco qualificati dov’è i lavoratori sono considerati come intercambiabili. Nel 2015, 1,38 milioni di persone erano concerni (contro 25 000 nel 2008) e 115 milioni di buoni sono stati venduti (contro 10 milioni nel 2010). Logicamente anche il tasso di precarietà ha seguito una curva ascendente: dai dati forniti dall’Organizzazione della cooperazione dello sviluppo economico (OCDE), nel 2011, il 43% dei giovani Italiani si trovarono in una situazione professionale instabile; nel 2015, sono stati quasi 55%. Nello stesso tempo il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni è salita di dieci punti per superare la bara del 40%.

L’Italia tuttavia non ha risparmiato i suoi sforzi per conformarsi alle norme dell’economia moderna: il “grado di protezione dell’occupazione” – un indice immaginato dall’OCDE per misurare la “rigidità” del mercato del lavoro – si è abbassato di un terzo in dieci anni…

Dal suo arrivo alla presidenza del Consiglio, Matteo Renzi ha impostato tutto su una politica dell’offerta. Oltre a Jobs Act, le leggi di stabilità 2015 e 2016 hanno pianificato delle diminuzioni delle imposte sulle aziende, una riduzione delle tasse sul patrimonio, una diminuzione delle dispensa della collettività locale, alla privatizzazione dicesti servizi pubblici (nel settore trasporti dell’energia o delle poste). Secondo la filosofia che guida queste misure, l’aumento dei profitti e la diminuzione dei costi avranno come risultato automatico un aumento degli investimenti, e dunque della produzione e dell’impiego.

Questo ragionamento è largamente falso. Il tasso di disoccupazione in Italia non si spiega dalle strutture interne del mercato del lavoro: è il risultato, innanzitutto, della debolezza della domanda, perché nessun imprenditore rischia di aumentare la produzione se teme che i suoi prodotti o i suoi servizi non troverebbero nessun acquirente. Ora, il governo Renzi non ha fatto niente per rilanciare la domanda in maniera strutturale: ne salari minimi, ne riforme della protezione sociale in favore dei salari troppo bassi, né ritenute garantite.   

Risultato, dal 2014, il prodotto interno lordo(PIL) stagna, e il rapporto debito /PIL non è vicino a ridursi perché il denominatore del rapporto non aumenta.

Il Jobs Act ha diviso il mercato del lavoro in tre segmenti principali, e ognuno di loro vede l’instabilità eretta ad opera d’arte. Il primo raggruppa i giovani senza titolo di studio, che entrano generalmente nella vita attiva con dei contratti di apprendistato (poco pretenzioso) e, di più in più dei voucher (ancor meno pretenziosi). Nel secondo, dove troviamo i giovani che dispongono di un livello di qualificazione medio o elevato (diploma o laurea). Per favorire il loro inserimento il governo si appoggia sul piano “Garanzia Giovani”. Finanziato dall’Unione Europea è destinato alle Nazioni che dimostrano un tasso di disoccupazione elevato, questo piano mira ufficialmente a migliorare impiegabilità dei giovani e di proporli, attraverso delle piattaforme regionali che uniscono aziende private e pubbliche, dei “percorsi di inserimento” adattati ai bisogni delle stesse aziende: il servizio al civico (gratuito), lo stage (quasi gratuito), è il lavoro benevolo. All’inizio sperimentato nel 2013 per l’assunzione di 700 persone in vista dell’Esposizione Universale di Milano, questo modello è stato successivamente applicato a livello nazionale. Ha già permesso di occupare 600.000 giovani e di farli uscire, a buon mercato, dalle statistiche della disoccupazione. Infine, per il resto del lavoratori – sarebbe a dire gli attivi di 30 anni e più – i Contratti a Durata Determinata rinnovati all’infinito e i Contratti a Durata Indeterminata “a protezione crescente” sono destinati a diventare i contratti standard fino all’età della pensione. Solo gli impiegati giudicati efficaci, indispensabili al centro del mestiere dell’azienda, saranno assunti in maniera stabile e fidelizzata.

Come evidenziato dal piano “Garanzia Giovani”, il lavoro gratuito, alimentato “dall’economia della promessa” che rimette sempre a più tardi l’ottenimento di un lavoro remunerato è stabile, diventa la nuova frontiera della deregolamentazione del mercato del lavoro italiano. Le riforme di Matteo Renzi hanno consacrato lo statuto di precarietà, conferendogli una natura a volte strutturale e generalizzata. Lo sviluppo della precarietà figura giustamente tra le prime cause della stagnazione dell’economia dell’Italia, che serve a giustificare le misure miranti ad accrescere la precarietà del lavoro…

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