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Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

foto da: ilgiorno.it

Ogni giorno la routine è la stessa. Ti svegli. Ti accingi a fare colazione. Ti sintonizzi su ciò che accade nel mondo e le notizie sembrano ripetersi. “Bombardamenti”, “Isis rivendica”, e “nuovo caso di violenza” sono accadimenti ormai all’ordine del giorno: mai una buona notizia questi telegiornali, penso ogni mattina.

Esco di casa, camminando verso l’università. Attraverso la Milano giovanile e mi soffermo ad osservare “il muro delle bambole”, l’installazione ideata da Jo Squillo contro il femminicidio. Guardo le immagini allineate di coloro che potevano essere mie sorelle, amiche, madri. Cinicamente penso a chi toccherà, dopo di loro. Perché una prossima ci sarà.

La violenza sulle donne è purtroppo un male profondamente radicato e silenziosamente accettato dalla nostra società. Sono oltre cento le donne che in Italia, nel 2016, hanno perso la vita accoltellate, strattonate, bruciate vive dagli uomini che hanno giurato loro amore e dedizione. Gli stessi uomini che dopo ogni schiaffo hanno promesso di non farlo più. Tradite e ferite nel profondo, private persino della loro stessa dignità. All’inizio la gioia, le attenzioni, la complicità. Ma al primo “no”, ecco ritrovarci cosparse di benzina. Vittime di chi scambia l’amore con il possesso ossessivo. Spesso si rimane in silenzio, continuando a difendere l’indifendibile e nascondendosi dietro un “non è stato lui”.

Penso a quanto ho letto qualche giorno fa: alla storia di Ylenia Grazia Bonavera e ai suoi 22 anni. Alle ustioni sul suo corpo e alle parole in difesa dell’ex fidanzato. Penso a cosa l’abbia spinta a pronunciarle e se crederle o meno. In molti hanno definito la loro relazione “burrascosa” e l’ipotesi che lui l’abbia cosparsa di benzina non mi pare così lontana dalla realtà. Ovviamente, la giustizia farà il proprio corso. Intanto io immagino le infinite promesse di lui circa il cambiare “cose” che non cambiavano mai.

Penso a Sara, mentre moriva bruciata viva nella sua macchina, tornata a casa dopo una birra con un’amica sotto l’indifferenza dei passanti. Riesco ad udire le sue grida dense di paura. Penso a tutte le donne di cui ora non resta che una fotografia e una breve descrizione incollata su un muro. Che sopravvivono senza far rumore, dopo l’abbandono dell’opinione pubblica del caso. Non dimenticando coloro che piangono in silenzio e nascondono i lividi con il fondotinta.

Secondo i dati Istat sono 6 milioni e 788 mila le donne che in Italia hanno subito violenze almeno una volta nel corso della vita. Di queste, solo il 12% ha denunciato l’accaduto. Una donna su tre ha quindi subito violenza di qualsiasi genere: sia fisica, psicologica o sessuale. Quella donna non è un semplice dato. Può essere la nostra compagna di classe del liceo, la nostra collega al lavoro o addirittura la nostra stessa persona dinanzi alla gelosia dei nostri uomini.

La violenza sulle donne non è un qualcosa che si sente in televisione e non ci appartiene, non è un dato grafico che forse non riusciamo ad interpretare. Siamo abituati a banalizzare, ad abbassare la testa, a condannare (solo?) a parole i gesti del folle di turno raccontato dalla tv, ignorando le richieste di aiuto di qualcuna a noi vicino. Quante volte abbiamo sottovalutato uno schiaffo? Quante volte non ci siamo sentite libere per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo rinunciato a noi stesse perdendoci di vista?

Abbiamo subito una violenza, o l’abbiamo lasciata passare, tutte quelle volte che non abbiamo chiamato le cose con il proprio nome. Quando abbiamo cercato di trovare una giustificazione a qualcosa di inammissibile. “Forse non avrei dovuto scherzare in quel modo” o “era ubriaco” sono le tipiche frasi che usiamo per difenderci, per giustificare. Quando in realtà da giustificare ci sarebbe ben poco.

I femminicidi si verificano anche nella misura in cui non siamo capaci di riconoscere i segnali negativi. I simboli di una imminente tragedia. Quando invece dovremmo andarcene. Pensiamo che qualcosa cambierà e lasciamo correre. Non prendiamo mai una posizione fino in fondo.

Un mazzo di fiori, un paio di scuse e si torna alla normalità. Si continua a testa bassa nella speranza che il cambiamento prima o poi avvenga. Poi ci si stanca e si cerca di scappare. Ma un uomo violento è un uomo ossessionato e non ci lascerà andare. Potrebbe svegliarci una mattina con un coltello in mano e la colpa sarà anche nostra. E saremo così per sempre segnate.

E’ un concetto elementare che le istituzioni e la famiglia dovrebbero insegnarci da piccole: la violenza non è amore. Non possiamo e non abbiamo il diritto di possedere un essere umano. Invece di insegnare a vestirci in modo da non “provocare un uomo”, dovrebbero incoraggiarci a denunciare ciò che è doveroso, per quanto sentimentalmente doloroso. Dovrebbero insegnarci il coraggio ed il rispetto di noi stesse. Dovrebbero dirci, con determinazione, che non sempre la colpa è solo nostra. Ma dobbiamo anche smettere di ignorare la nostra parte di responsabilità. In attesa della voce degli uomini: coloro che dovrebbero difenderci, piuttosto che sfregiarci, bruciarci o ucciderci.

L’invadenza del Kitsch

L’invadenza del Kitsch

“Nella maggior parte dei casi il kitsch consiste non nell’oggetto, bensì nello sguardo”

Sono le parole di Umberto Eco, tratte da “La Bustina di Minerva” del settembre 2014 che definiscono la funzione assunta dal termine “Kitsch” nel contemporaneo. A partire da una affermazione di tale portata, il Kitsch non è più soggetto di una invadenza d’opere d’arte di cattivo gusto, ma lo sguardo della gente mediamente acculturata (e non) nella sua preponderante intromissione tesa a scombinare il rapporto tra arte e persona.

La società culturale del nostro secolo è più interessata al fine economico delle opere ed all’apprezzamento della maggioranza. Perciò, piuttosto che tendere ad una sensibilità poetica determinante al fine di formulare un pensiero critico, si preferisce aprire le porte del sapere alla gentile concessione di chiunque. Infatti, se da un lato l’accessibilità alle bellezze e ai musei che le raccolgono muove le masse ad interessarsi sempre più alla sfera artistica, dall’altro la massa stessa costituisce un problema, dal momento che, essendo per definizione un gruppo allargato riunito attorno ad un’ideologia comune, finisce per uniformarsi ad un’unica identità condivisa. Una identità che spesso si realizza nel bisogno di conservare attraverso i comuni mezzi tecnologici i momenti della vita, anche quelli più banali, solo per farne sfoggio a terzi.

Il Kitsch è un processo che presuppone una sorta di degradazione dell’opera d’arte ed in tal senso la gente è la migliore realizzazione del decadimento della cultura. Siamo sempre più abituati a fingerci degli intellettuali dato che provare ad esserlo è difficile. Richiede impegno e costanza, il che non è da tutti: anzi, è sempre più raro trovare qualcuno che rientri in questa categoria. E’ più facile, invece, mostrare agli altri tutte le cose che pensiamo possano arricchirci, ma che nella realtà rappresentano solo un accumulo di roba messa qua e là.

In tal senso si può riportare il caso del fenomeno musicale che investe la sfera del cantautorato. Il riferimento è ad “artisti” come Calcutta, aka Edoardo D’Erme, simbolo del disagio che non si sbandiera come posa, tradito dall’ondata di giovani adolescenti (esistono anche gli adulti adolescenti) che lo segue con occhi annebbiati dalla difficoltà di quel periodo di transizione complicato per ognuno di noi. E che dire di Pop X, gruppo formato da Davide Panizza, che guarda caso ha spopolato tra le masse con testi che recitano cose tipo “la mucca fa mu mu”.

Attualmente, è vergognoso che vengano messi a confronto con nomi che hanno fatto la storia come Battisti e gli Elio e le Storie Tese. Ma questo è il modello esemplificativo del fenomeno di massa realizzato in musica. Il Kitsch in sé non è invadente, anzi. Il vero problema siamo noi, con il nostro bisogno di accettazione tale da renderlo a livelli stomachevoli. Perciò, in ogni azione che muoviamo dovremmo chiederci sempre le motivazioni delle stesse. Per quale motivo lo stiamo facendo? A quale fine, a quale pro e soprattutto per chi?

L’individuo dovrebbe riacquistare sicurezza, eppure non si tratta un processo che si realizza dall’oggi al domani. Sicché siamo presi, trascinati e scaraventati nei social network che distorcono la percezione della realtà e la configurano in maniera tale da spaventarci. Da farci paura. Ci espongono al giudizio e si sa che a nessuno piace essere giudicati, men che meno sulla propria persona o peggio sulle proprie scelte di vita. Specie se si tratti di conoscenti e/o soprattutto di estranei.

In conclusione, nelle numerose forme di cultura che ci circondano dovremmo ricercare quelle che ci incuriosiscono, che muovono le nostre membra al fine di accumulare sapere, bellezza e felicità, senza includere il riconoscimento da parte di chi, con uno scrolling di un telefono, ha già dimenticato ciò che abbiamo visto o fatto. Alla fine dei conti, ciò che accumuliamo ci sostiene e ci aiuta a crescere e maturare, elevandoci di conseguenza a persone capaci di attuare un progresso culturale. Nella consapevolezza di riuscire ad affrontare il mondo in tutta la sua complessità.

immagine da: hmcf.me

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

Dong e Gao preparano il pranzo nel cortile della loro casa della Cina rurale. Photographer: Stefen Chow for Bloomberg Businessweek

Articolo originale di Bloomberg qui.


Shangxule è un povero villaggio di contadini situato nelle montagne della provincia di Hebei, nel nord della Cina. L’elevata altitudine non permette coltivazioni redditizie, come le fragole, quindi gli abitanti coltivano mais, grano, arachidi e patate, principalmente per il loro fabbisogno. Negli ultimi anni, la maggior parte dei giovani del villaggio sono partiti per cercare lavoro nelle industrie della zona costiera, o nei cantieri. Chi vive qui? Oltre ai bambini qui vive soltanto vecchia gente, che cerca di non ammalarsi per continuare a coltivare la terra” dice Dong Xiangju, 69 anni, mentre siede nel cortile della sua malmessa fattoria in mattoni e cemento, in un freddo pomeriggio di Dicembre. I suoi tre figli lavorano a Shijiazhuang, e solo raramente hanno il tempo di tornare a casa, dice.


Mentre suo marito settantenne, Gao Chouni, brandisce un grosso bastone per guidare maiali e galline nel loro recinto, Dong parla della sua più grande preoccupazione: il costo di andare da un dottore. “La vita non è affatto facile, e la mia salute continua a peggiorare” , dice, schiaffeggiandosi il ginocchio artritico per enfatizzare.


Lo scorso anno, le medicine per i suoi problemi di cuore e pressione alta, necessarie durante un ricovero in ospedale, sono costate fino a 8000 Yuan ($1154), più del guadagno di un anno di lavoro, dice. “Se possiamo sopportare il dolore, non andiamo in ospedale. E’ troppo costoso“. I loro figli di solito non mandano soldi a casa, ma quando necessario contribuiscono alle spese mediche.


La sfida demografica che la Cina dovrà affrontare è ben nota: nel 2050 quasi il 27 percento della popolazione sarà oltre i 65 anni, da un 10 percento del 2015, secondo le stime delle Nazioni Unite e del China Research Center on Aging. Meno noto è che questa crisi colpirà con più violenza villaggi come Shangxule, che soffrono gli effetti sia della politica del figlio unico, sia quelli della migrazione verso le città.


Ottanta milioni di anziani, il 60 percento degli anziani del Paese, vivono fuori dalle città, lontani dalle strutture sanitarie. Un quinto degli anziani che vivono in zone rurali hanno salari che vanno sotto la soglia di povertà ufficiale. In molti casi, a causa dei costi sanitari, molte famiglie finiscono con l’indebitars. Il tasso di suicidi degli anziani delle aree rurali è tre volte superiore rispetto a quello degli anziani che vivono in città, dice Xiangming Fang, economista alla Georga State University’s School of Public healt.

Rivolgendosi ai membri del Partito Comunista Cinese, il Maggio scorso, il presidente Xi Jinping ha affermato: “C’è una grande differenza tra le aspettative e la realtà di vita che gli anziani hanno della loro vecchiaia“.
I contadini cinesi lavorano nei campi fino a oltre 70 anni, diice John Giles, capo economista del gruppo di ricerca sullo sviluppo alla Banca mondiale. “Non si tratta solo di curare il proprio giardino – dice- è duro lavoro. E se gli anziani hanno figli che sono migrati altrove, è più probabile che lavoreranno ancora più a lungo e più duramente”. Gli anziani delle campagne hanno un tasso magiore di disibabilità fisica rispetto agli abitanti delle città.
Molti hanno difficoltà nello svolgere semplici funzioni come vestirsi, mangiare e farsi il bagno. Sono inoltre sempre più affetti da malattie croniche quali ipertensione, patologie cardiache, problemi respiratori e diabete, in parte, causate dell’elevato tasso di fumatori e bevitori, ma soprattutto a causa dell’inadeguato servizio sanitario.

Al contrario della maggior parte degli altri Paesi, i cittadini cinesi, più invecchiano, e meno spendono in cure mediche, spiega Albert Park, economista alla Hong Kong University.”Quindi anche se gli anziani si ammalano sempre di più nella Cina rurale, stanno ricevendo sempre meno cure”, dice Park.

Le legioni di medici a piedi scalzi di Mao (cittadini con una preparazione medica basilare che ricevevano una minima paga) portarono un grande miglioramento nel servizio sanitario rurale. Ma molte di queste conquiste iniziarono a divenire obsolete con l’apertura dei mercati alla fine degli anni ’70. Oggi, le città cinesi ricevono una sproporzionata fetta della spesa sanitaria nazionale e dei migliori dottori, così gli abitanti delle campagne devono sopportare un servizio sanitario che è costoso ma scadente. Il costo medio di una visita ospedaliera rappresenta il 50 percento dello stipendio annuale di un abitante di città; per un cittadino delle campagne, quel costo è 1,3 volte lo stipendio annule, secondo Gerard La Forgia, autore di Healthy China. Nel frattempo, un sondaggio del 2014 della Stanford’s Rural education Action Program ha scoperto che i pazienti delle cliniche mediche rurale ricevono una giusta diagnosi solo una volta su quattro. La prescrizione inutile di medicinali è dilagante. “A volte ti danno la medicina sbagliata”, dice Dong, la contadina di Shangxule. L’anno scorso ha sofferto di una reazione allergica dovuta ad un medicinale erroneamente prescritto.

Ma i legislatori cinesi sono a conoscenza del fatto che il problema dell’abbandono degli anziani potrebbe diventare una bomba finanziaria e sociale se ignorato. Oggi, tramite agevolazioni fiscali, lo Stato sta incoraggiando sempre più ospedali ad offrire servizi in aree rurali, secondo Mao Qunan, portavoce della Commissione di Salute Nazionale e della famiglia. E mentre le strutture di accoglienza per anziani stanno spuntando numerose nelle città (nella Cina confuciana, tradizionalmente sono i figli a doversi occupare dei genitori anziani), le autorità stanno incoraggiando le strutture ad espandersi nelle campagne. Un programma pensionistico sperimentale rivolto alle aree rurali e introdotto nel 2009, è stato oggi ampliato e copre tutte le persone oltre i 60 anni (prima di tale programma, nessun abitante rurale godeva di trattamenti pensionistici). Similmente, molti anziani dei villaggi hanno ora accesso ad un’assicurazione medica rurale, introdotta più di dieci anni fa. Entrambi i programmi, però, garantiscono una protezione limitata; la pensione rurale ammonta intorno agli 80 yuan al mese (circa 12$), molto lontani dai pagamenti medi ricevuti nelle città. “Sulla carta sembra ottimo, 90 percento della popolazione rurale è coperta, è questo è probabilmente vero. Il problema, però, è cosa questa assicurazione copre.” dice La Forgia.

La Cina ha una politica dei permessi di residenza molto restrittiva: ciò rende difficile per i genitori anziani riconciliarsi con i loro figli nelle città, e le assicurazioni di cui dispongono non offrono copertura negli ospedali urbani. Alcuni figli stanno tornando nei villaggi per prendersi cura dei genitori, ciò potrebbe intaccare la crescita economica, in quanto i più giovani cinesi andranno a fare lavori meno produttivi lasciandone altri. “Dopo dovrò tornare nella mia città, perchè i miei genitori stanno diventando vecchi”, dice il 25enne Zhang Chi, che lavora in una fabbrica di giocattori a Dongguan, a più di 1300 km dalla sua città natale, Xi’an, nella Cina centrale. “Lavorando lontano, riesco a vedere i miei genitori raramente, e questo non va bene“. “Alcuni pensano che tornare nei villaggi non sia fattibile e nemmeno desiderabile. Alcuni migranti hanno paura di non poter fare abbastanza per aiutare le proprie famiglie, e mentre la vita nelle città industriali cinesi ha le sue difficoltà, i lavoratori delle fabbriche possono però godere di comfrot sconosciuti ai loro genitori o amici delle campagne. “Ovviamente, vedere i nostri figli così lontani non è facile“, dice Dong. “Ma c’è lavoro lì, quindi devono allontanarsi per trovare un lavoro. Tutto qui. Certo mi mancano, ma a cosa servirebbe?”.

Cara Canosa, ti voglio sempre bene

Cara Canosa, ti voglio sempre bene

La città di Canosa di Puglia, sede di gran parte degli autori del nostro progetto, è stata interessata nella giornata di ieri da un dibattito piuttosto curioso. Un dibattito che ha colpito soprattutto per i suoi contenuti e per le modalità attraverso le quali si è svolto.

 

L’ultima polemica “politica” monta sui social, causa le precarie condizioni meteorologiche che rischierebbero di mettere a repentaglio l’incolumità di studenti ed insegnanti nel caso di apertura delle scuole. A scatenare il dibattito, un post di “spiegazioni” rivolto al giovane assessore canosino, Marco Silvestri. Nulla di strano fin qui: parrebbe la solita solfa di lamentosi studenti a caccia dell’assenza di turno (chi non si è comportato in questo modo da studente almeno una volta?). Eppure loro negano: è davvero una questione di sopravvivenza e non si può assolutamente andare a scuola in queste condizioni (bis: chi non si è comportato in questo modo da studente almeno una volta?).

 

Agli studenti è doveroso replicare in maniera precisa ed adeguata: all’interno del post vengono infatti sollevate ulteriori questioni quali “rotture di finestre” che impedirebbero di fatto anche il corretto utilizzo dei termosifoni, qualora funzionanti. La replica dell’assessore è molto semplice: verranno effettuati controlli (anche in prima persona) nel limite della propria competenza, peraltro a carattere provinciale (e non comunale, assessore docet).

 

L’altro punto focale è altrettanto chiaro: il problema lamentato dagli studenti, presente e deplorevole, ovvero quello della (mala) edilizia scolastica, non ha nulla a che vedere con temporanee questioni meteorologiche: è problema di tutti i giorni e va combattuto tutti i giorni. Con sollecitazioni e mobilitazioni, termini ben diversi da quello di ‘lamentela’, pressoché inefficace e dunque fine a se stessa. Combattere le nefandezze dell’edilizia è doveroso e spetta sì alla politica (in primis), ma anche agli studenti che tengono a se stessi e ai loro compagni. Si tratta di lotta quotidiana, che andrebbe coltivata tutti i giorni e non a fini strumentali, al fine di renderla credibile alle istituzioni competenti.

 

Con tutto il rispetto per le difficoltà attuali del paese, non mi pare che l’amministrazione sia rimasta immobile, attivandosi sin dal giorno precedente alle possibili nevicate con spargimento di sale all’interno delle strade, memore dell’esperienza di due anni addietro. La decisione di entrare o meno non spetta a voi, cari studenti. Spetta a chi di competenza. E sono certo che si tratterà di scelta oculata e ponderata, sulla base delle esigenze di tutti gli attori protagonisti in campo: dagli studenti stessi sino agli insegnanti.

 

Dall’altra parte, non mi ha sorpreso ritrovare invece la classica strumentalizzazione politica delle opposizioni all’amministrazione. Il tempo delle elezioni è vicino e purtroppo anche quello delle chiacchiere, ancor più evidenti in un contesto di politica locale. Garantire l’incolumità di un paese è dovere di ogni fazione e prescinde dal colore politico. Inutile dunque farsi paladini di battaglie che non esistono, poiché aiutare la comunità canosina è compito di tutti e non dovrebbe fare notizia. Siamo ormai in campagna elettorale e si è capito. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere travalicato: quello dell’onestà intellettuale, che dovrebbe essere mantenuta a vantaggio della collettività stessa (e della sua conseguente qualità). Si discuta dei contenuti, gentilmente. Il mondo giovanile merita molto più di questa classe politica locale così appassionatamente ancorata al consenso. Non ci si lamenti poi dei limiti di chi invece dovrebbe trarre esempio da queste ‘audaci’ nozioni di crescita culturale. I giovani rappresentano infatti la più grande risorsa per la società del domani: è bene non dimenticarlo mai.

 

Mi ha molto colpito infine il commento di una studentessa a tutela dei propri coetanei. La ragazza si rivolgeva al mondo adulto, quasi a testimoniare l’esistenza di una barriera tra quel mondo e la classe giovanile. Il succo era questo: se ci trattate in questo modo la nostra risposta sarà quella di manifestare o scioperare. Il problema è invece l’opposto: se questo divario tra questi due mondi esiste, ciò è anche frutto della frivolezza ed inconsistenza della classe giovanile attuale, della quale il sottoscritto fa parte (e ne avverte frustrazioni e potenziali fallimenti). Purtroppo bisogna riflettere di questo: la debolezza contenutistica giovanile continuerà a lungo a fare il gioco del mondo dei ‘grandi’.

 

Vi sentite derubati del vostro futuro e sprigionate la vostra rabbia solo in sporadiche occasioni? Ecco così calare il sipario sulla vostra/nostra sconfitta. Indignarsi e reagire è mestiere di tutti i giorni. Dimostrate di valere. Dimostriamo di valere. Che il vostro futuro sia nel nostro piccolo paese o in qualsiasi altra parte di questo strano mondo. Per una volta, mollate i vostri smartphone e ripudiate le strumentalizzazioni.

 

Anni fa, ho rappresentato personalmente gli studenti all’interno del mio liceo. Se c’è una cosa che ho cercato di insegnare, nel mio piccolo, è stata quella di indignarsi per le ingiustizie e dall’altro lato della medaglia per ciò che riteniamo più giusto. Alcuni mi hanno capito, (molti) altri no. Non hanno capito il senso del mio pensiero e del valore delle piccole cose. Delle prime battaglie. Dei primi passi verso il mondo adulto. Qual è il prezzo da pagare in tutto questo? Certamente quello del consenso e della popolarità.

 

Siate dunque combattivi. Siate critici, pur tuttavia con la massima cognizione di causa. E se necessario, combattete la strumentalizzazione ed il pensiero unico. Sì, diciamolo: se necessario, siate impopolari ma siate voi stessi. Nessun prezzo da pagare sarà da voi considerato tanto alto quanto la vostra libertà. 

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Se in America c’è ancora bisogno di personaggi celebri come Leonardo di Caprio per convincere gli indecisi e i disinformati sulla gravità dei cambiamenti climatici, in Europa sembra che molti ne siano già ampiamente consapevoli e preoccupati.

Per fortuna.

Eppure dinanzi alle immagini di calotte polari in scioglimento, specie animali in via di estinzione, scandali ambientali di imprudenti multinazionali e allarmanti affermazioni di politici, ci sale quasi un senso di impotenza. Ma non è così.

È proprio questo il momento per intervenire a livello sociale e politico, ma non solo. Se i trattati internazionali e le direttive comunitarie con i loro standard impongono una direzione al mondo, i passi da compiere richiedono il coinvolgimento di ciascun individuo nella sua sfera personale. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Come?

Attraverso un consumo sostenibile e responsabile che oggi trova facile applicazione grazie allo sviluppo dell’economia circolare.

L’economia circolare è un sistema economico che si basa sulla massimizzazieconomia circolareone delle risorse esistenti e il reinserimento nel ciclo produttivo di quelle risorse che in un sistema economico di tipo lineare si chiamerebbero “rifiuti”.
Un sistema chiuso e rigenerativo grazie al riciclo e il riuso, che trova secondo alcuni piena razionalità economica.

La cosa interessante è che i vantaggi per il mondo imprenditoriale di creare modelli di business ispirati ai principi di economia circolare sono così rilevanti e molteplici che viene da chiedersi perché nessuno non ci abbia pensato prima. Infatti l’economia circolare opera in una logica “Everyone win”: il produttore, il consumatore e l’ambiente.

Il produttore che massimizza l’uso delle materie prime, incentiva la riconsegna del prodotto reinserendolo nel processo produttivo, risparmia nei costi di produzione e manutenzione. Il consumatore ne trae un vantaggio di costo in molti casi dato che i prodotti acquistati sono concepiti per durare di più. E per l’ambiente l’effetto è ovvio.

 

Oggi, agire secondo i principi dell’economia circolare è ancora più facile grazie all’innovazione tecnologica. Molte imprese si stanno concentrando su un’ offerta di servizi, più che di prodotto, che puntano ad un risparmio economico per il produttore e il consumatore, con ovvie esternalità positive sull’ambiente.

Ecco un classico esempio: avete mai pensato per esempio di affittare una lavatrice piuttosto che acquistarla? Secondo alcuni studi, questo servizio permetterebbe al consumatore un risparmio di un terzo per ciclo di lavaggio e a ai produttori un guadagno di circa un terzo più alto.

economia circolare

Nel settore della telefonia, alcune imprese come la Fairphone stanno realizzando modelli di cellulare destinati a durare quasi in eterno, perché completamente smontabili nelle più piccole componenti così che al primo guasto basterebbe sostituire la parte difettosa e non l’intero prodotto.

D’altra parte alcune aziende come l’Apple incentivano i consumatori a riconsegnare il prodotto dopo solo un anno di vita in cambio di un prodotto completamente nuovo e aggiornato, pagando un prezzo fisso annuale.

Quanto invece all’ autovettura, sembra che non sia più un mezzo strettamente necessario soprattutto nelle grandi città dove trasporti pubblici e sistemi di car sharing sono efficienti e ben integrati. Eppure, per molti, disporre di un’automobile propria è una condizione quasi inderogabile e fa parte di uno status sociale e culturale ben consolidato.

Con la crescita dell’economia circolare, le cose potrebbero cambiare. La proprietà assoluta di un bene non è più necessaria e diviene invece temporanea o addirittura condivisa.

La sharing economy è un tassello fondamentale nella transizione ad una economia più circolare ed è promotrice anche di un cambiamento sociale, basato sull’ottimismo e la fiducia nel prossimo, il piacere della condivisione e il desiderio di vivere e raccontare nuove esperienze. Il successo di startups come Airbnb, Uber e Blablacar ha dimostrato che, laddove vi è qualità e risparmio, i consumatori prediligono soluzioni più “amiche” dell’ambiente.

Eppure in Italia, si tende ancora a salvaguardare di più gli interessi dei “vecchi” e dei “grandi” piuttosto che i diritti dei “nuovi” e dei “piccoli”, con riferimento per esempio ad Uber, definito un caso di concorrenza sleale. Seppur Uber rappresenti un caso particolare, non c’è niente di sleale nel fatto che l’innovazione tecnologica apra le porte a nuovi modi di fare business, più veloci, facili e flessibili, e ben vengano se a guadagnarci è l’ambiente.

economia circularTuttavia, l’ attenzione sul tema dell’economia circolare in Italia è crescente. E se ne sono accorti anche all’estero.

Durante l’incontro COTEC sull’economia circolare tenutosi soli due mesi fa a Lisbona, in cui era presente persino il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa, la fondatrice dell’ Ellen MacArthur Foundation elogiava dinanzi ad una platea internazionale la città di Milano per l’eccellente gestione dei rifiuti (soprattutto l’organico) e la Banca Intesa San Paolo per gli ingenti investimenti in ricerca sul tema.

La transizione da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare è un processo lento, ma la sua accelerazione dipende soltanto da noi. Davanti alla seria minaccia di ciò che è più caro, la vita, non c’è liberismo che regga.

La “responsabilità sociale d’ impresa” è un principio intrinseco alle imprese commerciali e deve figurare come obbligo sociale e morale, a cui tutte le imprese naturalmente aderiscono. Insomma,per un’impresa moderna essere socialmente responsabile non è più una scelta opzionale che ci permette di distinguere tra un’elite di imprese più “etiche” da quelle incuranti dell’impatto ambientale. Tutte le imprese devono adottare rigide misure per la massimizzazione dell’uso delle risorse. Non solo, si deve puntare ad un completo riutilizzo delle materie, come già accade in Olanda.

A tal proposito servono grossi disincentivi al consumo di nuove risorse e un alleggerimento dell’apparato legislativo per favorire lo sviluppo di modelli di business innovativi ispirati ai principi dell’economia circolare. Non dimenticando però che il contributo individuale nelle piccole scelte quotidiane è essenziale.

D’altronde, come ricorda la famosa esortazione Volterriana, “coltivare il nostro giardino” è l’unico atto di potenza che ci resta.

 

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

“Non si può non comunicare” (Watzlawick)

Il soggetto umano è un essere comunicante, così come è un essere pensante (beh, magari non proprio tutti tutti lo sono), emotivo e sociale. La comunicazione non va, quindi, considerata, semplicemente come un mezzo ed uno strumento, ma come una dimensione psicologica costitutiva del soggetto.
Non scegliamo se essere comunicanti o meno, ma possiamo scegliere se e in che modo comunicare.

La comunicazione è…

  • un’attività eminentemente sociale! Per definizione, infatti, il gruppo rappresenta la condizione necessaria affinché ci sia comunicazione. Socialità e comunicazione, nonostante siano due dimensioni ben distinte fra loro, sono intrinsecamente interdipendenti, e questo lo vediamo oggi non solo nei dialoghi al bar con gli amici, in cui la dimensione sociale è molto chiara e delineata, ma anche nell’utilizzo dei Social Network, in cui è meno manifesta, ma comunque presente. I social stessi, infatti, racchiudono al loro interno entrambe le dimensioni comunicativa e sociale, dando a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di esprimersi e comunicare.
  • partecipazione. Comunicare prevede, infatti, che ci sia una condivisione dei significati, oltre che un accordo sulle regole intrinseche ad ogni scambio comunicativo. Basandosi sulla condivisione e negoziazione fra i soggetti comunicanti, ha una matrice culturale e una natura convenzionale.
  • un’attività cognitiva. Ebbene sì: la comunicazione è strettamente legata al pensiero ed ai processi mentali superiori. Anche se, in alcuni casi, ci sembra il contrario (!). Per comunicare è necessario che le persone siano in grado di rendere esplicito il proprio pensiero e la propria intenzione.
  • strettamente connessa con l’azione. E’ forse arrivato il momento di prenderne consapevolezza: comunicare è sempre fare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Nessun atto comunicativo è mai neutro o indifferente.

E la dis-comunicazione?

E’ un truismo affermare che la comunicazione può avere successo anche senza essere esplicita, aperta ed evidente: siamo in grado di comunicare in modo soddisfacente senza essere consapevoli della trasmissione perfetta dell’informazione e senza essere in grado di realizzare le intenzioni comunicative di partenza. E’ questa, dunque, discomunicazione?

Parliamo di discomunicazione in tutti quei casi in cui gli aspetti impliciti e indiretti nel comunicare prevalgono su quelli espliciti e diretti: ergo, emerge uno scarto importante tra il detto e il non detto. In sostanza è un dire per non dire. Non solo. Oltre a rappresentare una violazione delle regole di comunicazione e una cattiva interpretazione dell’informazione (vi dice qualcosa?) nella discomunicazione rientrano quella ironica, quella menzognera e quella seduttiva, il linguaggio figurato e la parodia.

Sembra quasi che oggi siamo in grado più di discomunicare, che di comunicare!!!

La comunicazione ironica è una comunicazione obliqua: da un lato, mostra ciò che nasconde, dall’altro, nasconde ciò che dice. Grazie al commento ironico si può rimanere “opachi” sul piano relazionale, pur non rimanendo in silenzio. Geniale, no? L’ironia rappresenta l’emblema della dialogicità discorsiva: la parola non ha un solo significato, ma molti, a seconda dell’interpretazione. Ed è proprio sull’interpretazione che fa leva l’ironista.

 La comunicazione seduttiva va ad incidere sulla vicinanza e distanza fisica e psicologica fra gli individui. Alla base del processo di regolazione di tale distanza, che non è mai definitiva, nè stabile, vi troviamo il cosiddetto “dilemma del porcospino“, per dirla alla Schopenauer. Capite bene quanto sia delicata! L’obiettivo del seduttore è, infatti, emergere dall’anonimato e cambiare status: dall’essere qualunque all’essere qualcuno. A questo scopo, quindi, sono aumentati gli aspetti estetici della comunicazione e sono ridotti i contenuti referenziali, per esaltare le qualità e i punti di forza in suo possesso. Il principio essenziale del seduttore? Dire abbastanza, ma non troppo!

La comunicazione menzognera rappresenta una forma rilevante di discomunicazione ed è stata oggetto di moltissimi studi negli ultimi 30 anni. Essa, però, costituisce un fenomeno comunicativo complesso da definire. Fondamentalmente, le proprietà che la caratterizzano sono falsità del contenuto, consapevolezza di tale falsità, intenzione di ingannare il destinatario. Quindi, la menzogna altro non è che un atto comunicativo consapevole e deliberato di ingannare un altro che non è consapevole e non desidera essere ingannato.

Date le nuove modalità, piattaforme e canali di comunicazione, chissà che non si sviluppino (o si stiano già sviluppando) altrettante nuove tipologie di discomunicazione. Intanto cerchiamo di “difenderci” da queste, provando a smascherarle e a non farci ingannare. Visti i tempi, io mi munisco di poligrafo!

Buona comunicazione a tutti!

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