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Minoranza Pd? Vota Waldo!

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Nella morsa di un drammatico labirinto ‘lynchiano’ il Partito Democratico si appresta a vivere il fine settimana più difficile dalla propria nascita. Succede qualcosa di apparentemente inspiegabile dalle parti del Nazareno. Tuttavia, non pare vi sia nulla di cui stupirsi.

 

Il Partito Democratico rispetta in realtà gli albori e le proprie origini: uniti per dividere. Era il 14 ottobre del 2007 quando l’impresa giunse a termine. Erano i tempi del ‘riunire’ il Centrosinistra per rilanciare il Paese e preparare la spallata nei confronti del redivivo Silvio Berlusconi, il Revenant della politica italiana.

 

A dieci anni di distanza si compie la catarsi di un Partito che sulla carta anagrafica avrebbe quanto meno dovuto e potuto avviarsi verso una fase (almeno) adolescenziale. E dire che da più parti qualcuno riferisse addirittura di una annidata maturità: l’era della svolta, della definitiva crescita e della vocazione maggioritaria dopo anni di insuccessi elettorali. Ed invece ecco la nascita-non nascita: il compimento per eccellenza della guerra a sinistra alla fatica domanda: «Chi lo è di più tra noi?»

 

E’ così che uno dei principali partiti del socialismo europeo si avvia verso una sfaldatura annunciata, poiché espressione di personalità (apparentemente) inconciliabili. Perché è sufficiente governare con un Centrodestra di turno per giustificare la perenne malattia ed i quotidiani mal di pancia, dimenticando le cause di un paraggio elettorale che ha comportato ‘il dono’ delle obbligate larghe intese.

 

Succede che poi, ad un certo punto, nel momento in cui chi allora comandava decise di lasciare il timone, qualcuno dovesse pur prendere le redini del partito. Democraticamente, rispettando le radici ed il nome di quel partito stesso. Un partito impaurito da elezioni sulla carta agevoli, consumate e dissoltesi in lettere IMU berlusconiane e generale sottovalutazione degli avversari politici (vedasi M5S). Il prodotto delle primarie, creato e consolidatosi con la tradizione Pd, avrebbe portato all’avvento di un nuovo leader.

 

La favola proseguì così con la legittimazione popolare della nuova guida, quella del giovane Matteo Renzi. Ma dalle parti della vecchia guardia tale affronto non poteva, non può e non potrà essere tollerato. Viene ancora da chiedersi come l’attuale minoranza abbia salutato il salto di qualità (a livello di consenso) renziano conseguito a pieni voti alle Europee del 2014. L’impressione è che qualcun altro, alla presa d’atto di quel 40,8%, abbia dovuto usufruire dell’ormai famosissimo maalox.

 

Ed allora comincia una visione oscura: legare il futuro di Renzi al risultato, in attesa di potersi riprendere la ditta. Senza una lucida visione in vista del futuro. Senza una piattaforma politica condivisa. Senza una minoranza ‘unita’ per replicare all’attuale leadership e scardinarla sulla base dei contenuti e di una proposta da presentare al Paese.

 

In tutto questo, ecco giungere al labirinto ‘lynchiano’. Eccoci immersi nel definitivo sviluppo di una trama nascosta ma di fatto già scritta: dimenticarsi del Paese, lasciandolo nelle mani di destra e populismo. Questa volta non sarà nemmeno necessario fingere o richiamare le vicende capitoline di Raggi e M5S. La manifesta incompetenza di un qualunque pentastellato non potrà mai essere tanto incisiva quanto l’eterna scissione che diviene davvero scissione. Storia di un amore desiderato, che si accinge ad un avveramento di portata storica.

 

La speranza è che tutta questa storia che raccontiamo possa rendere felice e ‘serena’ la minoranza più famosa del Paese, peraltro ormai stanco e surclassato da una non-crescita formato fanalino di coda UE. Ma non è così interessante: in questo momento è prioritario capire se dalle parti della minoranza a spuntarla possa essere Emiliano, Rossi o Speranza. O almeno così pare (a chi?).

 

Una minoranza che non è nemmeno minoranza, ma minoranza di una parte delle minoranze, avrebbe sacrosanto diritto a contestare le ragioni di chi ha il dovere di gestire e non comandare un partito. Questo non vuol dire che giocare all’autodistruzione rappresenti il mezzo idoneo o addirittura lecito (moralmente parlando) al fine di condannare all’incertezza il soggetto politico titolare dell’attuale legislatura. Esiste un limite, di maturità appunto, che non dovrebbe essere oltrepassato da chi teoricamente dovrebbe essere guida del paese (sulla base dell’ultimo responso elettorale nazionale).

 

Ma ribadiamo: l’esatta rappresentazione del Pd giunge ormai a compimento. La scissione è dunque servita, in un finale che nessuno si aspettava essere così noioso e scontato. Ci si aspettava altro. Un colpo di scena, che rivelasse di una compagine politica straordinariamente teatrale ed in grado di sbaragliare gli avversari, illudendoli di una caduta che non sarebbe mai avvenuta. Ed invece di teatrale resta solo una possibilità: candidare Waldo*. Di questo passo potrebbe essere l’unico realmente in grado di sconfiggere Renzi.

 

*    ‘Waldo è il protagonista della puntata 2×03 di Black Mirror. E’ la storia di Jamie Stalter, comico (in declino) nelle vesti di un orsetto blu di nome Waldo. Il produttore di Waldo deciderà di candidare l’orsetto, che concorrerà così alle elezioni della città, nonostante i toni scurrili e poco consoni al linguaggio politico. Nonostante ciò, l’orsetto giungerà secondo sfiorando la vittoria’.

foto da: nonsolocinema.com

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

Martedì 7 febbraio è stata pubblicata la lettera di Michele, il ragazzo udinese di 31 anni che si è tolto la vita. I genitori hanno inviato alla testata giornalistica Il Messaggero Veneto il messaggio che il ragazzo ha lasciato loro prima di suicidarsi. L’hanno inviata perché tutti sapessero le motivazioni che hanno condotto il figlio a togliersi la vita.

Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto. La lettera di Michele, carica di rabbia e rancore, è stata virale arrivando a commuovere la rete.

Una giovane autrice della nostra redazione ha voluto rispondere con una lettera di scuse in forma anonima ma nome della sua generazione sulla via per i 30 anni.

Caro Michele,

ti scrivo dal mondo che hai deciso di lasciare. Quello degli uomini e delle donne che sopravvivono in questa giungla chiamata vita. Non ho ancora trent’anni. Non so cosa voglia dire vedersi sbattere le porte in faccia, aspettare una chiamata che non arriva, illudersi che “sì, forse questa è la volta buona”. Non ho la minima idea di come possa far male vedere i propri sogni calpestati, le proprie ambizioni umiliate. Sono ancora una studentessa in attesa del futuro, il cui massimo fallimento nella vita può essere un esame andato male.

Nonostante ciò, la tua lettera di addio è stata un pugno al cuore. Ben piazzato, doloroso come solo le parole a volte possono essere. E ho sentito la tua sofferenza come se fosse anche mia. In un attimo ho sentito l’angoscia che si prova a perdere ogni speranza, a sopportare fino al limite, a non riuscire più a vedere il futuro.

Si fa presto a dare libero sfogo ai giudizi in queste occasioni. Alcuni stanno già rimproverando il tuo gesto. Dicono che avresti dovuto resistere, che non avresti dovuto darla vinta a questo mondo che sembra non volerci. Dicono che la vita è preziosa e bisogna difenderla ad ogni costo. Alcuni dicono che sei stato un debole e che i giovani di oggi si autocommiserano anziché lottare. Io dico che a volte dovremmo tacere.

In questo mondo che corre, che premia i vincenti, che ignora i talenti, gli assassini siamo anche noi, che non riusciamo più a osservare senza giudicare. Siamo noi che critichiamo senza conoscere e rimaniamo indifferenti a tutto. Siamo noi che chiediamo: come stai? e non ascoltiamo. E anche noi che rispondiamo: “bene” e vorremmo urlare.

Questa lettera non è un inno alla vita, non è nemmeno una denuncia sociale. E’ piuttosto una lettera di scuse. Mi scuso a nome di questo mondo per non aver apprezzato e riconosciuto le tue qualità. Per avere ucciso i tuoi sogni, per non aver capito la tua sofferenza. Mi scuso a nome di questo mondo per averti rubato la speranza, per averti illuso e deluso, per aver corso troppo lasciandoti indietro.

Mi scuso per aver dimenticato che siamo esseri umani, per aver dimenticato la gentilezza, per aver giudicato senza conoscere.

So che non te ne farai molto di queste scuse, ora.

E forse le ho scritte più per me stessa, per noi che continuiamo a vivere in questo pazzo mondo. Per ricordarci, nel nostro piccolo, di “restare umani” anche quando è difficile.

Buon viaggio, amico mio.

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

La Regione autonoma del Kurdistan iracheno, o, come preferiscono chiamarla i curdi: Kurdistana Başūr (Kurdistan del Sud) riferendosi all’area geografica e all’ideale unitario del Kurdistan, sembra vicino alla sua indipendenza dal governo di Baghdad che potrebbe essere sancito con un referendum.

L’attuale primo ministro curdo Nachirvan Barzani dichiarò: “Uno Stato curdo è il nostro sogno e non ci si può impedire di sognare ma noi oggi siamo una regione dell’Iraq e rispettiamo la Costituzione”. Proprio nella Costituzione approvata nel 2005 che la soluzione è stata parzialmente trovata: formare uno stato federale con un certo grado di indipendenza al Kurdistan.

Nechervan Barzani presidente del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

Nachirvan Barzani primo ministro del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

La questione curda oltre ad avere un forte carattere internazionale ha sempre rappresentato un problema vivo per l’Iraq. Dagli anni Sessanta in poi si contano diverse rivolte con una parentesi negli anni Ottanta dove Saddam Hussein iniziò una dura e feroce repressione anche con l’impiego di armi chimiche. A seguito della disfatta dell’Iraq di Saddam nel corso della prima guerra del Golfo, le forze curde riuscirono a ritagliarsi una parte del territorio curdo iracheno. Dal 2004 in poi, dopo la caduta del regime, il Kurdistan iracheno approfittò delle difficoltà dello Stato centrale iracheno per ricompattarsi e diventare sempre più autonomo ben distinto da Baghdad. Un processo in un territorio dove sono poi piovuti fiumi di investimenti occidentali e turchi.

Oggi Erbil, nonché il capoluogo, è la città più grande e rappresentativa del Kurdistan iracheno lì dove Masud Barzani (nonno di Nachirvan) ha impiantato un vero e proprio feudo che dal 2005 in poi garantisce al suo partito i due terzi dei voti ad ogni elezione. Il fallimento iracheno però ha portato anche quest’area in profonda crisi. Infatti, il Kurdistan iracheno non è più quell’isola prospera, stabile e felice. Anzi, oggi gravi difficoltà finanziarie, forti tensioni interne, dinamiche internazionali e il Daesh minacciano il suo futuro. Dunque, il paese è investito da una crisi economica e sociale, oltre che politica e militare.

L’economia e la società curda dipendono quasi esclusivamente dal petrolio, e nonostante la prosperità degli ultimi anni molti settori critici come l’agricoltura sono rimasti molto arretrati. Il settore privato, come costruzioni, servizi e telefonia, è direttamente o indirettamente nelle mani di pochissime famiglie tra cui quella di Barzani e Talabani (famiglia curda che ha formato un partito d’opposizione a Barzani). Dunque l’economia, sia pubblica che privata, è stata gestita con nepotismo e corruzione.

Ad azzoppare l’economia curda ha soprattutto contribuito l’attuale crisi mondiale del settore petrolifero ovvero l’andamento della domanda e prezzo del petrolio degli ultimi anni (vedi OPEC). Dopotutto, l’esportazione di petrolio, come per alcuni paesi del medio-oriente, è la principale leva della politica estera curda.

Probabilmente è proprio per riacquistare un po’ della legittimità e del supporto popolare perduto, che Barzani sta spingendo, già dal 2014, per indire un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. A fronte della crisi del paese, nonché delle future e probabili (?) problematiche con Baghdad, Ankara e Teheran, sono in molti a considerare questa mossa più diretta a rinvigorire il nazionalismo curdo piuttosto che un piano effettivamente realizzabile.

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

L’obiettivo reale però potrebbe potrebbe essere Kirkuk, abbandonata dagli iracheni con l’avanzata dello Stato Islamico prima e poi occupata dai peshmerga. Anche se in teoria secondo l’art. 1404 della costituzione irachena è prevista “l’espressione popolare per decidere a chi [tra arabi o curdi] assegnare Kirkuk” attualmente sotto il controllo curdo e Barzani ora minaccia il referendum sull’indipendenza dell’intero Kurdistan.

Questa rapida indipendenza stuzzica solamente a una fazione del partito di Barzani che conta sul presunto appoggio politico turco (e non solo) per i proventi della vendita indipendente del petrolio; però molti dei politici curdi temono che, in tal modo, il paese diventerebbe un vassallo incapace di una propria politica finanziaria e militare. 

Semplificando le possibili traiettorie del Kurdistan iracheno sono l’indipendenza, l’autonomia e l’implosione:

  1. Nel dicembre 2016, Barzani ha affermato che la regione potrebbe spingere per l’indipendenza al termine della battaglia per liberare Mosul dall’IS sia terminata. Una mossa non solo malvista dagli USA e dall’Iran ma anche don chisciottesca per le inevitabili implicazioni conflittuali sul controllo di territori strategici senza istituzioni solide e una robusta economia.
  2. L’autonomia, ovvero il permanere dello stato federale iracheno, parrebbe l’opzione più auspicata e saggia, ma nemmeno tanto semplice senonché richiede la stabilizzazione in seno alle forze politiche curde e un riavvicinamento con Bagdad sulla gestione delle risorse petrolifere e per il destino di Kirkuk.
  3. La terza opzione dell’implosione è forse quella che rischia di verificarsi se non si avverano le due precedenti.

Dal suo canto Barzani può far conto su qualcosa di certo, ovvero che alla fine della guerra allo Stato Islamico la pace busserà anche alle porte del Kurdistan.

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Vrem democraţie, fără amnistie!” Urlano a piena voce migliaia di manifestanti per le strade delle maggiori città rumene. Significa “vogliamo la democrazia, senza amnistia” ed è uno degli slogan che da giorni accompagna le proteste che infiammano il popolo rumeno.

E’ il 31 gennaio quando il governo, guidato dal premier socialdemocratico Sorin Grindeanu, approva un decreto d’urgenza in piena notte che rende l’abuso di potere punibile solo se arreca un danno allo stato superiore a circa 44.000 euro. Il provvedimento prevede, inoltre, che il reato sia investigabile solo a seguito di denuncia, la quale deve essere presentata entro sei mesi dall’accadimento dei fatti.

Il decreto è stato presentato, almeno nelle intenzioni, come misura urgente contro il sovraffollamento delle carceri. Secondo i critici, tuttavia, proteggerebbe proprio il leader del partito al governo e presidente della camera, Liviu Dragnea, condannato a due anni in via definitiva con sospensione della pena per frode elettorale e accusato di una perdita dello stato pari a circa 24.000 euro. A poche ore dall’approvazione del decreto, le piazze delle maggiori città si riempiono di uomini e donne armati di bandiere, cartelli e voci urlanti “Hoții” (ladri). Dopo solo due ore dall’annuncio del Ministro della Giustizia Florin Iordache, ci sono già in Piazza della Vittoria a Bucarest 10.000 persone pronte a urlare la loro rabbia nonostante il freddo e l’orario.

Alle 2.00 circa i manifestanti iniziano a tornare ad abbandonare le piazze, ma sui social network l’appuntamento è già fissato per il giorno successivo e la partecipazione diventa sempre più massiccia, portando in pochi giorni davanti al Palazzo del Governo 200.000 cittadini e 300.000 in totale in tutta la Romania. Un numero così alto non si vedeva dai tempi della rivoluzione che nel dicembre 1989 portò alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceaușescu. Il clima è bollente. Il 2 febbraio il Ministro del Commercio Florin Jianu esprime il suo disaccordo con le scelte del governo. Sulla sua pagina Facebook, riferendosi al figlio, scrive: “Tra qualche anno, quando lo guarderò negli occhi non avrò bisogno di dirgli che suo padre era un vigliacco.”

Protesta in Romania immagine da ilPost

E mentre la Commissione Europea esprime forte preoccupazione per la modifica del Codice Penale rumeno, le manifestazioni continuano e il 4 febbraio il premier annuncia la revoca del decreto. Sembrerebbe una storia a lieto fine, ma ormai la miccia è scoppiata e i numeri aumentano. 600.000 persone continuano a protestare nonostante il dietrofront del governo. Nelle loro parole c’è la diffidenza di un popolo che si sente preso in giro. La costituzionalità incerta della nuova ordinanza ha infiammato ulteriormente gli animi dei manifestanti che ora chiedono a gran voce le dimissioni del governo.

Sfilano per le strade giovani e anziani e i loro volti esprimono tutta la rabbia di un paese stanco di essere uno tra gli stati più corrotti d’Europa. Centinaia negli ultimi anni sono infatti i funzionari incriminati di abuso di potere e corruzione e un report dell’IPP (Institute for Public Policy) rileva che il 15% dei parlamentari eletti nel 2012 era sotto indagine o lo è stato in passato.

Sfilano tutte le generazioni in Romania. Ci sono gli adulti che fino a poco tempo fa, disillusi, credevano di non poter cambiare nulla ed ora vedono riaccendersi la speranza. Ci sono ragazzi e ragazze che urlano a temperature sotto lo zero, da giorni, la propria rabbia e che non hanno assolutamente intenzione di fermarsi. E ci sono persino i bambini, con le loro bandierine di plastica tra le mani, a rappresentare il futuro per cui si sta lottando.

Intanto nelle ultime ora il presidente rumeno Khlaus Ioannis ha dichiarato di fronte al Parlamento che “l’abrogazione del decreto e le eventuali dimissioni del ministro della Giustizia non sono sufficienti. La soluzione della crisi si trova all’interno della maggioranza di sinistra” suggerendo implicitamente le dimissioni del governo e la nomina di un nuovo esecutivo sempre affidato al PSD. “Convocare elezioni anticipate sarebbe eccessivo in questo momento” ha aggiunto. Alle parole del presidente molti deputati della maggioranza hanno abbandonato l’aula.
La questione sulle sorti del governo rimane ancora sospesa. Ma ciò che è certo è che, in un tempo in cui la sfiducia nei confronti del cambiamento è alta, il popolo rumeno dimostra che uniti, senza violenza e con grande tenacia, si può fare la differenza. Dimostra che la politica, ossia l’arte di governare, non è solo di chi siede sulle poltrone in un aula del Parlamento, ma è anche e soprattutto dei cittadini, senza la cui partecipazione non può esistere democrazia.

Monia Sammali

La politica senza politica

La politica senza politica

In una età nella quale la finanza e l’economia scavalcano la politica, sminuendola di fatto a mera interlocutrice ed interprete secondaria dei nostri giorni, ritoccare con mano il passato storico resta di fatto l’unica fonte di possibile nuova legittimazione del concetto politico stesso. Basti fermarsi un attimo ad analizzare l’attuale situazione partitica italiana ed i recenti sviluppi sempre più vicini ad una definitiva sostanziale dissoluzione del rapporto tra istituzioni e cittadino.

 

Le enormi difficoltà della politica italiana, devastata da una colossale crisi di consenso, si concretizzano sempre più negli inequivocabili recenti dati forniti da sondaggi e politologi. E’ un mondo difficile, questo sì, nel quale la disoccupazione giovanile dilaga e si dilania sempre più il fenomeno della diseguaglianza sociale (Italia in primis). Ma chi si occupa esattamente di una rinascita tanto auspicata e promessa quanto altamente ed attualmente insperabile oltre che improbabile?

 

Per la nostra Italia, la misura è ormai colma. La spaccatura sociale creata dall’unico vero attuale leader sulla piazza, Matteo Renzi, ha ulteriormente evidenziato le pecche del panorama e del pacchetto politico interno italiano. Archiviato il voto referendario sovrano del popolo, che ha sconfitto ma non cancellato l’ex premier e segretario Pd dalle scene politiche, quali sono stati gli scenari concretizzatisi negli ultimi due mesi?

 

L’avvento del ‘silenzioso’ governo Gentiloni ha letteralmente evidenziato l’irresponsabilità dei partiti e della politica nazionale. In un’era tremendamente ossessionata dal consenso, ciò che abbiamo sentito ripetere da più fronti è rappresentato da una religiosa invocazione del voto anticipato. Come se esso potesse essere fonte di miracoli ed improvvisa creazione di castelli fondati su una stabilità politica da sempre sconosciuta al Belpaese (anche storicamente parlando).

 

Ne esce fuori un quadro deludente e destabilizzante: partiti a vocazione maggioritaria costantemente in calo, destre che crescono e populismi tendenti alla creazione di mondi fiabeschi e tutt’altro che realistici. Il tutto, proprio all’interno di un momento nel quale il dialogo tra le compagini politiche avrebbe dovuto rappresentare mezzo attraverso il quale ripristinare i valori ed il consenso di una politica dimenticata dai cittadini, a loro volta dimenticati e cancellati dal fallimento della politica stessa.

 

Si sarebbe potuto affrontare sin da subito il tema della legge elettorale. Perché è tema cruciale per la stabilità di un Paese, così come lo è la stabilità dei partiti politici stessi (gli ordinamenti anglosassoni insegnano). L’Italia ha invece deciso di fare l’Italia e restare tale: confermare la propria instabilità storica in un quadro di una altrettanto storicamente perenne instabilità. L’importante è andare al voto. Certo, dimenticando che un sistema proporzionale o una semplice modifica al tanto discusso Italicum (improvvisamente adottato da chi non aveva fatto altro che attaccarlo) mal si adattano ad un confusionario tripolarismo senza vincitori né vinti.

 

Ed intanto, disoccupazione giovanile e diseguaglianza sociale dilagano. Inutili lettere di richiamo alla limitatezza della classe giovanile del futuro si propagano verso un sistema scolastico-universitario che ha dimenticato la necessità di rispolverare un futuro più vicino ai nostri studenti. Quell’alternanza scuola-lavoro tanto attesa quanto (sempre più) sbugiardata.

 

Però, ribadiamo, l’importante è votare. Assistere alla inutile battaglia italiana del vincitore senza vinti, con prospettive di papabili candidati alla vittoria densi di una drammaticità vicina alla nuova tragicommedia americana firmata Donald Trump. Dove nulla è ormai più certo, alla luce di secolari valori cancellati dalla paura nei riguardi del terrorismo internazionale e delle migrazioni. Come se ignorare la faccenda e combattere le difficoltà a suon di improvvisati diktat possa automaticamente sciogliere le paure e cancellare definitivamente l’eterna ed anche attualmente moderna antitesi tra sicurezza e libertà.

 

Ma ribadiamo ancora: andiamo a votare. Che sia Italicum, Legalicum, Mattarellum o qualsiasi nuovo improvvisato latino pasticciato. Il pasticcio è ormai all’ordine del giorno: reinventare il latino non sarà certo il primo dei problemi del nuovo ordine mondiale. La politica italiana si mobiliti pure in vista del famigerato voto di rottura rispetto all’attuale legislatura. Ma non dimentichi le importanti lezioni del passato. Come quelle di Gramsci, mai così calzante rispetto alla crisi del consenso politico. Perché è necessario recuperare l’impatto tra politica e cittadino. Il collante tra istituzioni e società. Prima di perdersi per sempre.

 

Se è vera infatti la nota lezione dell’intellettuale sardo sulla possibile dispersione della politica a vantaggio delle ‘oscure burocrazie’, siamo ben certi di una società destinata a peggiorare, avara di speranze rispetto a chi una speranza l’ha già persa. Di chi ha voltato pagina, prendendo atto del declassamento della politica (e della società civile) rispetto all’originario avvento novecentesco dei partiti di massa. La crisi della democrazia è in corso e l’attuale modello ne riconsegna un macchinario sempre meno al passo coi tempi e sulla via di un ineccepibile e clamoroso tramonto.

immagine da: centroriformastato.it

Cinema, identità sessuale e tabù contemporanei

Cinema, identità sessuale e tabù contemporanei

Il freddo è tagliente, la nebbia fitta. Bologna profuma di inverno e trasuda silenzio. Al Lumière, la sala è gremita di gente, le luci si spengono e la visione comincia. La luce del grande schermo illumina i volti emozionati, pronti a farsi pervadere i sensi dall’intensità dell’ultimo e atteso film di Xavier Dolan.

Il francese scorre dolcemente tra i denti degli attori, come i fotogrammi che con amara lentezza cominciano a lacerare l’anima. Juste la fin du monde mi riporta a casa, nella cucina dai mobili anni Ottanta, dove il pranzo e la cena non sono che banali contorni formali di scontri emozionali pericolosi, che si sciolgono in facili piagnistei o grandi risate a bocca larga.

Le luci si accendono e “Natural Blues” di Moby continua a riecheggiare, finché non scompaiono tutti i titoli di coda e le poltrone rosse non si vuotano, come il mio stomaco, che comincia a gorgogliare e che metto velocemente a tacere accendendo l’ultima sigaretta della giornata. Il centro del petto rimbomba freneticamente e la testa va più veloce del corpo.

I portici mi tengono al caldo, ma gli occhi sono ancora in sala: sola, al centro della stanza, il telo bianco proietta la scena più intensa: Louis poggia la testa su un vecchio materasso impolverato, la luce è fioca e quella camera racconta un passato animato dal sesso omosessuale, dalla cannabis e dalla cocaina. Due minuti di flemmatico erotismo e morbida trasgressione. Il pop leggero di Exotica abbraccia la bellezza dell’adolescenza che distrugge la norma comune.

Come l’argenteria che cade sul marmo, così Xavier Dolan comincia a far rumore nelle mie giornate: uno dopo l’altro, da Mommy a Laurence Anyways, poi Les Amours Imaginaires e J’ai tué ma mere, riempiono i giorni del bianco Natale. L’entusiasmo cresce e le parole si accavallano su fogli bianchi dimenticati in un cassetto.

I lungometraggi sono pieni di provocazione, apnea, nostalgia, mancanza, affezione, rabbia, amore, tragicità, lacrime. Non mancano il sesso, la droga, i disturbi psichici, la sessualità, la dipendenza, la famiglia. La selezione musicale è sorprendente, l’aspect ratio 1:1 è geniale, la sceneggiatura non lascia nulla al caso.

Xavier Dolan rompe gli indugi, spacca i tabù, zittisce la naturalizzazione arcaica di comportamenti sociali culturalmente determinati: un figlio che bacia una madre, una madre single che denuncia la medicalizzazione degli ospedali psichiatrici, un padre che non esiste, una madre che è assente, un figlio omosessuale, un insegnante da premio Pulitzer, ma trans-gender, l’amore che va oltre il sesso e la sessualità senza sesso.

Laurence Anyways e il desiderio di una donna…è un film dal sapore agrodolce, non-convenzionale, in cui i ruoli si ribaltano, i corpi si trasformano, l’amore è preso dal collo e appeso al muro, l’aria è pesante e l’intensità è un crescendo esplosivo. E’ la sfida della contemporaneità a prendere il sopravvento, dove la natura lascia spazio alla tecnologia, per chi in vesti d’uomo diventa donna.

“A New Error” dei Moderat diventa una ballata per la riconquista dell’amore perduto: gli abiti cadono su Fred e Laurence e sanciscono la vittoria dell’amore sul(lla) sess(ualità)o. Il glitch diventa armonia, ma quella felicità ha la durata di un istante: la convenzione ha la meglio sui grandi sogni di cambiamento e non c’è posto per l’inconsueto.

Allora penso a Simone Cangelosi, ospite nel 2015 a Bari al Festival delle donne e dei saperi di genere, organizzato dal Centro interdipartimentale Studi cultura di genere. Nel suo cortometraggio “Dalla testa ai piedi” racconta come ha abbandonato il corpo femminile con difficoltà e paura, modellando un nuovo corpo tutto maschile.

Nasce nel 1968 a Pisa, si trasferisce a Bologna, dove frequenterà il Dams e dopo lavorerà presso la Cineteca Comunale come tecnico dell’Immagine Ritrovata per il Progetto Chaplin. Nel 1995 conosce Marcella di Folco, fondatrice e presidente del Mit, Movimento Identità Transessuale. A Bologna comincia a percepire pian piano il cambiamento e a sopportare un’identità transessuale. Il cinema, secondo Cangelosi, serve a descrivere paesaggi, e nei ventotto minuti di corto c’è la descrizione della sua corporeità e individualità, bellissimi paesaggi in movimento.

Così l’arte, in particolar modo il cinema, diventa la testimonianza che la trasformazione è possibile, non solo pensabile, grazie alla partecipazione attiva del corpo, mai solo, in un contesto politico, sociale, culturale ed economico che può essere rimodernato, prima decostruito e poi riscritto.

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