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Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

La Tomba del tuffatore

La Tomba del tuffatore

Un giovane nudo viene ritratto sospeso per sempre nell’istante del tuffo. Un’immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte. L’ affresco sopra riportato è parte di una delle più celebri tombe della Magna Grecia: la tomba del tuffatore, riconducibile cronologicamente al 480/470 a.C. Si tratta dell’ unica testimonianza di pittura greca, non vascolare, a grandi dimensioni.

La piattaforma da cui si lancia il tuffatore allude forse alle pulai, colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo, assurte a simbolo del limite della conoscenza umana. Lo specchio d’acqua rappresenterebbe il mare aperto. Il tuffo rappresenterebbe il transito verso il mondo dell’ignoto, dell’ aldilà, un mondo diverso rispetto a quello della conoscenza terrena, cui il giovane greco vi accede attraverso le pratiche convenzionali del banchetto.

La pittura sopra riportata è parte del lato interno della lastra di copertura di una delle più celebri tombe rinvenute in Italia meridionale precisamente a Paestum: Un manufatto prodotto da greci che abitavano l’Italia meridionale in tempi antichi. Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale. Le lastre sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, come si nota, realizzate con la tecnica dell’affresco.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Le pareti della tomba sono arricchite con scene di simposio: dieci uomini adagiati sulle Klinai, letti triclinari, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe: i simposiasti, a coppie di due rispettivamente un giovane e un adulto, stanno bevendo, giocando e fanno musica, come si nota le mani sono impegnate a sorreggere delle coppe funzionali al consumo del vino oppure occupate nel suonare il diaulos e la lira.

Iniziatosi lo scavo, la quarta tomba posta in luce, in circostanze certamente fortunate, è la tomba del Tuffatore: si verificava così il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte.

Queste sono le parole di Mario Napoli, colui che scoprì la tomba il 3 giugno del 1968, a meno di due km a sud di Paestum. Il rinvenimento rappresenta un unicum nell’ambito della pittura greca e in quanto tale non ha consentito significativi progressi nello studio della pittura greca successiva andata perduta, si tratta dunque di un manufatto isolato, difficilmente collocabile nel contesto evolutivo dell’arte greca.

Fondamentale invece è il messaggio ontologico che la tomba trasmette attraverso il linguaggio visivo. Proprio qualche tempo prima rispetto alla datazione della tomba, nelle città greche dell’Italia meridionale, filosofi come Pitagora stavano affrontando questioni metafisiche legate alla vita dopo la morte. Si stavano diffondendo credenze, ispirate dall’orfismo, condiviso solo da chi era iniziato ai misteri di questa tradizione. Dunque è ipotizzabile che il defunto sepolto all’interno della tomba fosse un “Iniziato”.

 L’ Orfismo

I misteri orfici prendono il nome da Orfeo, poeta realmente esistito che nel mito è rappresentato come un musicista capace di incantare gli animali e soggiogare la natura col suo canto. Cultore del potere della parola e inventore della retorica, secondo ciò che sostiene Platone, Orfeo fu figlio di Apollo e della musa Calliope e nacque in Tracia. La Tracia rappresentava un’origine misteriosa che collegava Orfeo allo sciamanesimo. Lo storico Erodoto testimonia l’opera degli sciamani traci che avevano poteri magici e mettevano in rapporto il mondo dei vivi con quello dei morti e che con la musica producevano negli ascoltatori uno stato di trance. Secondo la filosofia Orfica, l’anima è una realtà semi-divina e immortale che a causa di un originario peccato d’orgoglio viene sepolta in un corpo. La morte perciò è vista come una via di liberazione dai limiti della corporeità. Ma l’anima legata al corpo non è pura e dopo la morte deve scontare una pena. L’anima allora trasmigra in un nuovo corpo, umano, animale o vegetale in base alla gravità delle colpe accumulate nella vita precedente. Da qui deriva la necessità di condurre una vita di purificazione per ricongiungersi alla dimensione divina attraverso la conoscenza e l’estasi mistica: orgia dionisiaca, vino e carne. Le fonti principali relative all’orfismo sono le lamine d’oro datate tra il IV e il II secolo a.C, rinvenute in vari sepolcri della Magna Grecia a Creta e in Tessaglia.

Lamine orfiche

Lamine orfiche

Queste recano istruzioni destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima che è stata debitamente iniziata a una dottrina misterica.

Sei un mito

Sei un mito

[In copertina: Leonardo da Vinci, Gioconda, 1503-1506)

 

Chi non riconoscerebbe questo celeberrimo dipinto? A chi piacerebbe ammirarlo senza le barriere ‘antisommossa’ del Louvre?               

C’è stato addirittura chi ha pensato di poterlo riportare in “patria”, e malamente ci ha provato, senza riuscirci!

 

È dal ‘900 che la Gioconda riscuote il successo che tutti applaudiamo, forse per l’aura che la circonda forse per il mistero che ne cela le origini.

La moglie di Messer del Giocondo non è né la prima né l’ultima ad esser dipinta nelle sembianze di dama rinascimentale dal sorriso enigmatico. Raffaello Sanzio dipinge la sua Monna nelle sembianze di Giovanna Feltri, figlia del noto Federico da Montefeltro e meglio conosciuta come La Muta. Facile capirne il perché: oltre alle labbra serrate, gli occhi, anche se un po’ strabici, troppo severi. Mentre il suo ritratto non lascerà l’Italia, quello della Gioconda approderà in Francia col suo artefice, Leonardo da Vinci. Ma nessuna fonte parla della donna misteriosa fino al ‘700.

 Donna con una perla

Jean-Baptiste Corot, Donna con una perla, 1868

Jean-Baptiste Corot, un pittore francese ottocentesco, passa molto tempo nel Lazio e si appassiona, oltre che alla Ciociaria anche a chi li popola e la rende così caratteristica. Al ritratto della giovane contadina, che viene mostrato al grande pubblico intorno al 1880, viene dato il titolo Donna con una perla. Ma sui capelli è apposta una coroncina, da cui pende una foglia di edera che si abbassa sulla fronte. Il titolo erroneo farebbe invece riferimento alla suggestione dovuta alla riscoperta negli stessi anni della Ragazza con l’orecchino di perla del celebrew pittore olandese Vermeer. Impossibile non riconoscere nelle mani della fanciulla italiana, le medesime compostezza e posa di quelle della Gioconda!

All’improvviso, quella di Leonardo diventa famosissima grazie al movimento simbolista che impazza in tutta Europa all’inizio del Novecento. I letterati impazziscono all’idea di riscattarne i tre secoli di oblio e gli artisti copiano il famoso sfumato paesaggistico sul fondo, firma leonardesca di questa e altre celebri opere

L.H.O.O.Q.

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919

Il tentativo lestofante di un decoratore italiano, Vincenzo Peruggia, la consacra alla celebrità: per la prima volta, un quadro e una donna fanno così tanto scalpore sulle testate giornalistiche. Diventa il mito del museo più famoso del mondo e allo stesso tempo un quadro feticcio.
Se ci sono artisti che condannano apertamente la sua bellezza, ce ne sono altri, come Marcel Duchamp, che travalicano la critica e si appigliano ai suoi ‘difetti’: L.H.O.O.Q. il titolo dell’opera pronunciato in francese ([el aʃ o o ky]) dà il risultato fonetico di Elle a chaud au cul [sic!]. Oltre alla demistificazione del baffo, la Gioconda sopporta anche un titolo non troppo lusinghiero che Duchamp, si sa, regala più a noi che a lei…

Nel 1914, l’astrattista geometrico Kazimir Malevič dipinge un quadro “futurista” in cui compare un pezzo di Gioconda, distruzione simbolica del logo dell’arte classica. La Gioconda è il simbolo che tutti vogliono sfregiare per affermare la propria libertà creativa, la propria presenza. Nel collage di Malevič, la Gioconda è strappata, c’è una croce rossa sul suo viso, come se qualcuno l’avesse tirata al bersaglio.

Gioconda Magritte

René Magritte, La Gioconda, 1960

In Fernand Léger, poliartista francese e protagonista delle avanguardie del Novecento, Monna Lisa diventa un simulacro, un immagine “da portachiavi”: distratta e severa, non ammalia più nessuno. Tra il 1958 e il 1960, si diffonde la giocosa operazione di tagliare la sagoma del viso della Gioconda inserendoci la propria faccia: della serie, oltre al danno, la beffa.

Nel 1960, il pittore belga René Magritte fa addirittura a meno di dipingere la Gioconda: sostituisce Monna Lisa col suo paesaggio natio (il cielo annuvolato), mentre l’enigmatico sorriso diventa una palla da tennis tagliata, non comunica più nessun mistero. L’unicità e la singolarità del dipinto si perde anche in Robert Rauschenberg che con la sua interpretazione dà l’idea di cosa ospitano i muri delle grandi città, un po’ sporchi e po’ colorati da una Monna Lisa in formato ridotto e abbastanza street. È l’inizio della Gioconda

Robert Rauschenberg, Monna Lisa, 1958

spazzatura.

Come se fosse una diva della storia dell’arte, Andy Warhol la accomuna a quelle cinematografiche, Marilyn Monroe e Liz Taylor: sono queste fotografie serigrafate riprodotte nei quattro colori di campionatura di stampa, gli stessi dei giornalini di gossip. Da ritratto nobiliare, a esaltazione mitica, osannato e masticato, demistificato e impoverito, rimane pur sempre il gioiello italiano più invidiato di sempre.


Agnese Lovecchio

 

Frida Kahlo: “A cosa servono i piedi se ho le ali per volare”

Frida Kahlo: “A cosa servono i piedi se ho le ali per volare”

in copertina: Frida sulla panchina bianca, New York, dettaglio, 1939. Nickolas Muray, fotografo e amante della celebre artista. Fonte immagine qui

«⌈…⌉ C’è qualcosa di più sciocco del voler portare continuamente un fardello che vorremmo sempre gettare a terra? Di aver orrore della propria esistenza e di tenersi aggrappati alla propria esistenza? Insomma di accarezzare il serpente che ci divora, finché ci abbia mangiato il cuore?»

Queste sono le parole pronunciate dalla vecchia, personaggio del Candido di Voltaire. Lei che nacque tra gli agi della ricchezza, invecchiò nella sofferenza della guerra e altri indicibili orrori. Ma nonostante questo esclamava: «volli uccidermi mille volte eppure amavo ancora la vita».

Questa frase è riaffiorata in mente durante la lettura di !Viva la Vida! (Pino Cacucci, Feltrinelli, 2014), un libro che ripercorre i momenti di vita e dolore della pittrice Frida Kahlo. Lei, che come la vecchia, fu derubata del suo corpo dal fato crudele, ma rimase sempre attaccata alla vita.

Frida a letto, 1950

Frida a letto, 1950

Nata a Coyoacàn, Città del Messico nel 1907 (o nel 1910, come le piaceva sostenere) nel cuore della rivoluzione messicana, Frida Kahlo è stata spesso definita come l’artista del dolore o colei che ha trasformato il suo dolore in arte. Figlia di un fotografo di origini tedesche e una benestante messicana di origini spagnole ed amerinde, Frida si avvicinò alla pittura in un momento tragico della sua vita.

Un grave incidente all’età di soli 18 anni cambiò la sua vita per sempre. L’autobus sul quale viaggiava  si scontrò con un tram e finì contro un muro. Frida si ritrovò con un corpo devastato: la colonna vertebrale spezzata in tre punti e molte fratture. Il corrimano dell’autobus le entrò nell’anca sinistra e le uscì dal ventre. Nell’urto, lei sostenne di aver urlato con una tale potenza e disperazione che la Morte, la Pelona, che era passata di lì a prenderla, si allontanò lasciandola nel limbo tra la vita e la morte.

«Non provavo niente, non mi rendevo conto della situazione, non mi faceva male da nessuna parte perché mi stavo staccando dalla vita. ⌈…⌉. In ospedale non credevano ai loro occhi..più che un’operazione, hanno dovuto fare un collage, un rompicapo per chirurghi senza fretta.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

Da quel quel 17 settembre 1925, Frida dovette rinunciare al suo corpo e far rinascere la sua anima ogni giorno attraverso la pittura. Da quel giorno, Frida sarebbe morta e rinata allo stesso tempo, come espressione eterna del dolore, della vita e dell’amore.

È  proprio a letto, ingabbiata in busti di gesso e di ferro, che Frida iniziò a dipingere. Non c’è immagine che raffiguri al meglio la sua persona quanto i suoi autoritratti. Frida iniziò a dipingere se stessa, perché era l’unica cosa che poteva vedere da vicino.

Frida Kahlo- Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Frida Kahlo- Autoritratto con vestito di velluto, 1926

«Ho contato gli anni della mia vita con il mutare delle protesi sul mio corpo, dei busti in gesso e acciaio che ho dipinto e decorato con mille colori come fossero armature per affrontare battaglie carnevalesche.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

Frida Kahlo, la colonna rotta, 1944

Frida Kahlo- La colonna rotta, 1944

Frida sapeva ritrovare momenti di pace nella pittura, bottiglie di brandy e fiale di morfina. Ma più di tutto, ciò che la teneva ancora in vita era il suo amore per Diego.

Diego Rivera era uno dei più celebri pittori messicani dell’epoca e fondatore del partito comunista messicano. Il loro amore, coltivato tra le mura della Casa Azul, fu spregiudicato, scandaloso e invincibile. Un amore fatto di tradimenti e poesie, un lungo soggiorno a New York e due matrimoni separati da un divorzio. Diego era famoso per il suo spiccato talento artistico, ma anche per la sua infedeltà, il suo egocentrismo e attivismo politico. Era già al suo terzo matrimonio quando sposò Frida e la tradì molte volte, persino con sua sorella Cristina.

Frida Kahlo- Autoritratto come Tehuana, (o Diego nei miei pensieri), 1943

Con un senso misto di ripicca e sfrenato piacere, Frida si intrattenne in altre relazioni amorose sia con uomini (tra cui Lev Trotsky, Andrè Breton e Nickolas Muray) che con donne (tra cui forse la fotografa italiana Tina Modotti), con le quali sperimentò una speciale intimità. Ma non smise mai di amare Diego, lui che fu la malattia e la sua cura, la sua coscienza e il suo delirio al tempo stesso.

«Eppure…amo la vita quanto amo Diego. E a volte, confondo l’odio per questa vita con l’odio per Diego che mi trascina all’inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l’angoscia e nell’angoscia mi ha sprofondato mille volte» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

L’ anticonformismo e la passione con cui Frida Kahlo dipinse la sua vita (sofferta) riecheggiano ancora oggi fortissimi e ci fanno riflettere. Cosa spinge alcuni a continuare a navigare nelle acque turbolente della sofferenza? Frida ci insegna che è possibile trovare conforto nel dolore quando si ha una propria ragion d’essere. E la sua consisteva senza dubbio nell’ amore per l’arte e per Diego.

Frida Kahlo celebrò la vita fino all’ultimo momento prima di morire, nel 1954, a soli 47 anni, infondendo ancora oggi un messaggio di coraggio e speranza sublimi.

«Sono da invidiare, perché l’amore di Diego è qualcosa di unico e irripetibile, malgrado tutto. E io ho avuto tutto, malgrado me.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

 

 

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

in copertina: ritratto di Ansel Adams. Fonte Wikicommons

Tutte le fotografie qui presenti sono dei dettagli. Per gli scatti completi, visitare Wikicommons

Ansel Adams, un maestro senza freni

Henri Cartier-Bresson, Steve McCurry, Robert Capa. Quando parliamo di grandi fotografi, questi ed altri nomi spesso sovvengono nelle menti dei neofiti e di chi alla fotografia si avvicina con poco ardore. Ansel Adams, invece, è uno dei padri della fotografia paesaggistica, cultore della Natura e grande maestro per chiunque ritenga la fotografia arte e non mera riproduzione di immagini.

Prima di diventare un maestro, Adams ebbe un percorso unico: figlio di imprenditori, la sua famiglia aveva costruito il proprio benessere sulla lavorazione del legno, dalla raccolta al taglio, un aspetto che Adams avrà modo di biasimare nella sua vita, da amante della Natura quale era. Vissuto a San Francisco, Adams fu un bimbo ed adolescente irrequieto, iperattivo ed entusiasta nelle varie attività che intraprese nei primi anni della sua vita. Prima studente di piano e poi fotografo, Adams coltivò il suo amore per la Natura fin da piccolo. Suo padre, la figura che per primo supportò le sue passioni, gli regalò la sua prima fotocamera: una Kodal Brownie Box e da quel momento in poi la sua vita cambiò.

Half Dome, Apple Orchard, Yosemite trees with snow on branches, April 1933. Fonte Wikicommons

Yosemite e l’amore per la Natura e la fotografia

Adams fu sempre condizionato da Ralph Waldo Emerrson e l’idea di una responsabilità sociale nei confronti della natura. Assieme a Cedric Wright, suo amico e collega fotografo, imparò ad amare “Towards Democracy” di Edward Carpenter, dal quale carpì ed alimentò il suo infinito amore nei confronti della Natura.

Ma il viaggio allo Yosemite nel 1916 con la famiglia fu quello che più condizionò la sua crescita. Scriverà, anni dopo: “Innumerevoli meraviglie si susseguivano allo sguardo, una dopo l’altra. C’era luce ovunque. Una nuova era iniziò per me”. Da quel momento in poi, Ansel Adams abbracciò a pieno la Natura: la sua esplorazione della High Sierra con il geologo Francis Holman, detto Zio Frank, fu solo uno dei tanti viaggi intrapresi nella Natura, che lo forgiarono per il suo futuro da fotografo.

L’amore per i paesaggi californiani lo portò ad iscriversi al Sierra Club, gruppo dedicato alla protezione della fauna selvatica del territorio. Fece parte del consiglio del club fino al 1971 e organizzò diversi viaggi nelle Sierra e sarà tra i responsabili della prima scalata alla Sierra Nevada.

Il rapporto con Yosemite e la Natura fu sempre fortissimo. Preservare la natura e le sua fauna è stato uno dei temi ispiratori di Ansel Adams, motivato dalla continua distruzione della Valle di Yosemite, il quale veniva sempre più mangiata e depauperata della sua bellezza selvaggia a causa dello sviluppo economico della zona. Il suo libro, Sierra Nevada, the John Muir Trail, edito e pubblicato nel 1938, diventerà il punto cardine della strategia del Sierra Club per la salvaguardia del territorio, che vedeva impegnato il Club per la creazione dei parchi nazionali Sequoia e Kings Canyon.

“La Valle di Yosemite, per me, sarà sempre un’alba, il verde e le dorate meraviglie su un vasto edificio di pietra e spazio. Non conosco scultura, dipinto o composizione musicale che supera la magnificenza spirituale delle imponenti scarpate di granito, della patina della lucina sulla roccia e la foresta e dei fulmini e I sussurri delle acque. A primo acchitto questo aspetto può sopraffare, per poi comprendere il delicato e penetrante complesso della natura”.

La fotografia diventa un mezzo, oltre che semplicemente legato alla funzione artistica, di sensibilizzazione sociale. Come le fotografie di Dorothea Langley hanno condiviso l’amara realtà della Grande Depressione, così Ansel Adams ha costruito sulla sua poetica fotografica la propria missione, ovvero quella di tratteggiare la bellezza della Natura per convincere la società di quanto la preservazione della stessa fosse il primo obiettivo dell’umanità.

Conosciamo tutti la tragedia delle dustbowls (conche di polvere), la crudele ed imperdonabile erosioni del suolo, il forsennato sfruttamento della fauna e il restringimento delle nobili foreste. E sappiamo che tali catastrofi abbattono lo spirito delle persone. La Natura viene sempre più confinata, l’uomo è ovunque. La solitudine, così necessaria per l’uomo, è praticamente assente”.

The Tetons and the Snake River (1942) Grand Teton National Park, Wyoming. Fonte Wikicommons

Gruppo f/64 e il Sistema a zone

In una California ancora dominata dalla fotografia pittoriale, che fin troppo si accostava alla pittura e cercava di emularne gli stili e la poetica, nacquero I presupposti del Gruppo f/64. Adams, assieme ai primi fondatori (William Van Dyke, Edward Weston) avevano visto nella fotografia non un’arte ancillare nei suoi metodi, ma qualcosa di nuovo, in grado di essere indipendente dagli stili artistici pre-esistenti ed essere considerata parte delle Belle Arti. Il Gruppo f/64 fu, di fatto, la prima vera corrente artistica indipendente nella fotografia, assieme alla fotografia pittoriale. Un duopolio che in ogni caso perdura fino ad oggi.

Il nome, Gruppo f/64, deriva proprio dalla dedizione alle apertura diaframmatiche minime da parte del gruppo. Per i meno avvezzi, un obiettivo fotografico è composto non solo dal gruppo ottico e dal sistema di focalizzazione, ma anche da un diaframma (composto da una serie di lamelle) che, a seconda che sia più aperto o chiuso, consente il passaggio di più o meno luce. Il risultato di questa variabile è un aumento della nitidezza della fotografia direttamente proporzionale al livello di chiusura del diaframma, dato che viene espansa la profondità di campo, ovvero la zona a fuoco in una fotografia. L’idea della fotografia, di Adams e Weston in primis e di tutto il gruppo, è, quindi, la visione artistica non legata ad una romantica riproduzione di atti e momenti, come nel Pittorialismo, ma piuttosto nella più fedele riproduzione della realtà.

Il Gruppo f/64 è composto da membri che cercano di definire la fotografia come un’arte costruita e presentata attraverso solo metodi fotografici. Il Gruppo non presenterà lavori che non sono conformi ai suoi standard di fotografia pura. La fotografia pura si definisce su qualità tecniche, composizione ed idee derivate solo dalla fotografia stessa e non da altre Arti. La produzione del “Pittorialismo” si basa sui principi artistici che sono direttamente correlati alla pittura e alle arti grafiche.”

Group f/64 Manifesto (1932)

Per raggiungere tale scopo, Ansel Adams e Fred Archer svilupparono un metodo alternativo per la corretta esposizione fotografica: il Sistema a Zone. Questo sistema parte dall’equazione dell’esposizione: Esposizione = Illuminamento * Tempo (E=j*t), il cui risultato dovrà essere pari ad una densità di 0.76 per corretta esposizione. Questo dato comporta la trasposizione su carta il più fedele possibile rispetto alla scena originale e, data la necessità concettuale teorizzata dal Gruppo f/64, è il metodo più accurato per poter comprendere la resa finale della fotografia prima che essa stessa sia scattata. La scala di grigi viene così suddivisa in 11 zone, che partono dal puro nero, fino al puro bianco, mentre l’esposizione corretta viene posta in Zona 5. Allo scalare delle zone, i dettagli nello scatto vengono meno, persi nella sottoesposizione nel nero e nella sovraesposizione nel bianco. Utilizzando questo metodo, il fotografo potrà misurare, nella scena le varie luci ed ombre, per poter adattare la sua configurazione di diaframma e tempi (ed ISO nel digitale). Questa tecnica, sebbene non sia stata priva di critiche da parte di esperti che la ritenevano fin troppo complicata e superflua, è stata la base di tutti i capolavori di Adams e della concezione artistica del Gruppo f/64.

Oggi, con le moderne tecnologie applicate alla fotografia, ci può sembrare assurdo un tale sistema, eppure risulta valido anche con il digitale, poiché siamo in grado di comprendere immediatamente quale sarà il risultato finale, che sia esso a colori o in bianco e nero.

Farm, farm workers, Mt. Williamson in background, Relocation Center, California. Fonte: Wikicommons

Sempre e comunque, un maestro per la Natura

L’eredità che Adams ci ha lasciato dopo la sua morte nel 1984 è stata immensa: assieme al Gruppo f/64, ha visto qualcosa di più nella fotografia. Per diventare essa stessa Arte, questa doveva rompere le catene di un infausto senso di inferiorità, che la attanagliavano alle altre Belle Arti. La fotografia non doveva emulare sterilmente gli stili dei pittori o degli illustratori, ma doveva assurgere nell’olimpo della bellezza tramite i propri canoni, le proprie tecniche e modalità. Una fotografia fine a sé stessa fu il leitmotiv dell’esistenza artistica di Ansel Adams. Il suo infinito amore per la Natura si abbracciò dolcemente con la poetica purista della sua fotografia, costruendo così la sua maestosa personalità artistica, permettendogli di cogliere, dal minimo dettaglio fino al grande paesaggio, ogni aspetto del territorio, della fauna, di ogni cosa che fu e sempre sarà Naturale.

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

In copertina: Piet Mondrian Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930 (dettaglio)

Minimalismo come approccio esistenziale

È arrivato il giorno: dopo mesi di trepidante hype, infinite pubblicità le quali esaltavano le sue curve, la sua incredibile tecnologia, talmente innovativa da far impallidire tutte le iterazioni precedenti, il nuovo modello è sul mercato, e sarà presto mio. Ne ho bisogno. Lo attendo da troppo, non vedo l’ora di aprirlo ed utilizzarlo.

Eppure, aprendo la scatola, togliendo le pellicole che lo proteggono, quel senso di appagamento che tanto è cresciuto nei mesi raggiunge l’estasi alla visione dell’accensione dello schermo per poi svanire. Cosa è cambiato? Non era tanto atteso questo momento? Quel senso di inadeguatezza, nascosto e represso dall’eccitazione per l’ultimo gadget elettronico, il nuovo vestito griffato, o il nuovo SUV, riaffiora nella nostra vita, inducendoci nella prosecuzione di questo malsano viaggio. E passeranno gli anni, alla ricerca dei nuovi oggetti che ci daranno brevi attimi di “felicità”, senza trovare un vero equilibrio, votati al consumismo come unica via esistenziale.

Immagina ora una vita con meno cose, meno oggetti, meno preoccupazioni. Per quanto banale e semplice possa sembrare, prova ad immaginarlo: niente ricerche tra trenta differenti magliette, venti paia di calzi e innumerevoli giacche, pantaloni ed accessori per poi ritrovarsi al solito momento: “Non ho nulla da mettere”. Ogni oggetto in tuo possesso ha una sua precisa funzionalità nella nostra esistenza.

Minimalismo nella cultura: la purezza della semplicità e il bando del dettaglio

Questo è il principio fondante del Minimalismo. Nella cultura, questo concetto è stato concepito in varie declinazioni, partendo dalla filosofia epicurea fino all’idea di Minimal Art di Richard Wollheim. Epicuro insegnava ai suoi studenti i pregi di una vita agiata ed equilibrata, poiché, nella sua autentica essenzialità, si possono comprendere il vero piacere e felicità. Nella Lettera a Meceneo, il filosofo greco utilizza il cibo come metafora: un abbondante banchetto, con le sue copiose portate, ci lascerà stracolmi e doloranti alla sua conclusione. Un pasto a pane ed acqua, invece, ci sazierà con poco, compiendo il suo obiettivo senza indurci dolori accessori.

Nell’arte, l’approccio non è differente: in architettura e design, il Bauhaus ha segnato la storia dell’arte europea con il suo stile e sarà fonte di ispirazione per tutti gli artisti contemporanei. Una concezione basata sul razionalismo, sulla geometria primitiva e pura, scevra dei dettagli e decorazioni che hanno caratterizzato la storia dell’arte precedente (basti pensare all’Art Decò di inizio Novecento o, tornando indietro nei secoli, al Barocco o il Gotico) per porre il focus proprio sulla forma e la spazialità. Il minimalismo ha trovato il suo seguito maggiore nella pittura, nel quale importante è stata la sperimentazione ad inizio secolo: Piet Mondrian è riconosciuto per la sua poetica geometrica e primaria, e “Schilderij No. 1: Losanga con 2 Linee e Blu” è la composizione del pittore olandese ritenuta più vicina al Minimalismo. Mondrian, infatti, ripudiava il dettaglio come segno di soggettività, incompatibile con la concezione universale dell’arte e l’uso di linee rette e colori primari sono I due strumenti di Mondrian per la costruzione di arte oggettiva, pura, eterna. “Arte come Arte”, citando il pittore minimalista Ad Reinhardt:

[…] L’obiettivo di cinquant’anni di arte astratta è stato quello di presentare l’Arte come Arte e null’altro. [L’obiettivo] di trasformarla in un qualcosa a sè stante, separata e definita, rendendola più pura e più vuota, più assoluta ed esclusiva – non oggetto, non rappresentativa, non figurativa, non immaginistica, non espressionista, non soggettiva. L’unico modo per definire cosa sia l’arte astratta o l’Arte come Arte è definire ciò che non è. […]

L’Arte non ha bisogno di essere giustificata con il realismo, o il naturalsimo, il regionalismo, il nazionalismo, individualismo, socialismo o misticismo o qualsiasi altra idea […]”.

Ad Reinhardt in “ART AS ART” in Art International (Lugano) 1962. 

Vivere una vita minimalista

L’arte è sempre stata pioniera nella concezione di alternative per noi fin troppo astruse. Tutte le generazioni nate dal Dopoguerra in poi hanno vissuto in una società che ha glorificato il consumismo e l’espansione come unico modus di vita ma, quando gli stimoli e la crescita iniziale hanno raggiunto il “diminishing return”, il punto di saturazione, l’umanità si è ritrovata in una situazione anomala e del tutto nuova: la sazietà da benessere. Vivere una vita talmente agiata da non ritrovare senso nei propri meccanismi. In una società delle cose, dove la pubblicità invade le nostre vite con modi sempre nuovi e subdoli, il consumo ci insegue tutta la vita ed è diventato l’unico modo con il quale crediamo di poter trovare la felicità. Diamo talmente tanta importanza ai nostri oggetti da sostituirli a relazioni interessanti, discussioni profonde e da porli al primo posto in ogni nostra cosa. Questo approccio, però, non sta avvelenando solo la nostra vita, ma anche il nostro stesso Pianeta. L’espansione, la corsa per il primo posto, la forsennata ricerca del guadagno senza se e senza ma stanno piano piano distruggendo la Terra, trasformandola da habitat della nostra vita a scatolone delle nostre cose.

Esiste una alternativa? Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus credono sia possibile. Il loro blog www.theminimalist.com è il manifesto della loro concezione di una vita con meno oggetti ma più felicità. Vissuto nel suo estremismo, come ogni cosa nella vita, il minimalismo non è la soluzione: rinchiudersi in una caverna, soli nella Natura, non è la risposta alle nostre domande. L’uomo rimane, per sua stessa natura, un’animale sociale ed in quanto tale non può ripudiare la sua specie. Il Minimalismo non vede la società come costruzione in maniera negativa, ma alcune delle sue dinamiche. Vivere minimalista significa spostare il focus della felicità dagli oggetti a ciò che realmente ci rende unici e felici: ho bisogno di 20 camicie, se in realtà ne utilizzo sempre tre o quattro? Che valore ha questo oggetto per me e come sta migliorando la mia vita? Bisogna essere in grado di comprendere che consumare non significare essere felici. Consumare significa aggiungere dettagli alla nostra tela e se il nostro unico scopo è quello di riempire di dettagli la nostra tela, non creeremo arte, ma solo una banale e confusa macchia di colore. Come Mondrian, dobbiamo essere capaci di comprendere qual è la nostra linea retta, il nostro colore primario, focalizzandoci su di esso.

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