Seleziona una pagina
La santa anoressia

La santa anoressia

Venere di Willendorf (Paleolitico superiore)

Da sempre fino a un passato neanche tanto remoto, un parametro che indicasse ottime condizioni di salute e ricchezza era rappresentato dalle “rotondità”. Anche l’arte figurativa e scultorea ci offre una vasta messe di riproduzioni in cui la donna presenta forme prorompenti come simbolo di bellezza.

Digiuni e diete non erano una pratica comune nella dimensione femminile o perlomeno non erano tesi a un mero obiettivo estetico. A tal fine, essi cominceranno ad avere larga diffusione a partire dalla prima metà dell’800.
Nel 1868, per indicare l’atteggiamento di alcune donne che rifiutavano il cibo anche se denutrite, si utilizzerà per la prima volta l’espressione “anorexia nervosa”, coniata da da William W. Gull. Quest’ultimo, insieme a   Charles E. Lasègue, sarà tra i primi a trattare l’argomento dal punto di vista clinico individuando l’origine psichica del disturbo.

In questa prospettiva il Medioevo rappresenta un campo di indagine particolare. Si parla di anorexia mirabilis, “miracolosa mancanza di appetito”, inedia prodigiosa o come la definisce Rudolph M. Bell: “La santa anoressia”, trattasi di una condotta autodistruttiva finalizzata all’appagamento spirituale. Alla base dell’insurrezione di un atteggiamento di questo tipo vi erano comunque cause psicologiche, paura e insicurezza che si esprimevano nella volontà del sacrificio e nella ricerca di consenso divino. Gli strumenti del tempo però portavano a valutare il fenomeno come manifestazione di santità o altrimenti come operazione diabolica, in quanto questi casi erano sottoposti a un severo scetticismo di un clero perlopiù maschilista, soprattutto durante il Rinascimento.

Maria Maddalena de’ Pazzi si nutre del suo unico tozzo di pane mentre le altre sorelle mangiano a tavola.

Angela da Foligno, Santa Chiara d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Margherita da Cortona e tanti altri sono i nomi delle donne che vissero quest’esperienza. Tra i casi più noti spicca quello di Caterina da Siena la quale si nutriva esclusivamente di Eucarestia ed erbe. Laddove veniva costretta a ingerire qualsiasi altro tipo di nutrimento lo espelleva provocandosi il rigetto con un ramoscello in gola. La sua scelta era dettata anche da intenzioni che contrastassero le disposizioni dei suoi genitori, come scelta volta all’autoaffermazione. Lotta individuale e penitenza per i peccati degli altri emergono anche nella biografia di Agnese da Montepulciano, sin da bambina un animo solitario, la quale dormiva per terra con un sasso per cuscino, cibandosi di piccole quantità di pane e un po’ d’acqua. Il rifiuto di nutrimento, a parte l’Eucarestia, era associato ad altri comportamenti riportati alla sfera del misticismo quali: voto di castità, autoflagellazione, mutilazioni, l’atto del riposo sul letto di chiodi. Ad esempio, alla fine del XV sec., Colombia di Rieti sosteneva che il suo spirito era capace di abbattere i confini terreni, di avere visioni nelle quali comunicava con Dio e, tra l’altro,fu risparmiata da un gruppo di uomini che cercarono di stuprarla perchè si resero conto dei seni mutilati.

Caterina da Siena cerca di dimenticare i suoi sensi bevendo una coppa di pus che ha spremuto dall’infiammato petto canceroso di una donna ammalata.

La santa anoressica è dominata dal dolore, dalla staticità e ferma devozione. Quando questo modello era accettato dagli uomini di Chiesa, il fenomeno si presentava al di fuori della categoria “ribellione” e quindi veniva percepito dalle altre donne come una sofferenza superflua e non funzionale. Queste quindi decidevano di dedicarsi sempre meno in maniera volontaria a tal pratica prediligendo le opere pie.

Il contesto mutato dell’800 e del ‘900, le trasformazioni di rapporti interpersonali e famigliari e del concetto di gusto ed estetica comportano di conseguenza approcci e comportamenti, volontari o meno, differenti e molteplici. Ciò legittima anche il nuovo approfondito interesse per la coscienza e l’incoscienza, le emozioni e la dimensione psichica: anche i disturbi alimentari rientrano in quegli atteggiamenti che necessitano una seria analisi.
I disturbi alimentari spengono la vitalità dell’individuo. Il cibo è un nemico con cui il confronto diventa inevitabile, un’ossessione. Lo si guarda e si pensa al suo depositarsi nel nostro corpo. Al’impossibilità di liberarsene. In altri casi diventa rifugio dalle delusioni del quotidiano. Abbuffate al seguito delle quali subentra il senso di colpa e l’individuo finisce per rivolgersi a lassativi o al classico vomito con le dita in gola. Un rapporto conflittuale complesso, ampiamente diffuso, discusso ma anche sottovalutato su cui ci sono troppi luoghi comuni.

Incuriosisce e soprattutto provoca una strana sorpresa sentirsi rifiutare qualcosa che si è preparato o in generale qualsiasi delizia si offra. E spesso non si approfondisce rimanendo sul superficiale giudizio “è una fissata” e si tende a banalizzare improvvisando insulti o inutili consigli. Sembra inconcepibile che le orecchiette della nonna di grano bruciato con la ricotta dura vengano ignorate e lasciate lì, nel piatto per poi essere gettate. Dietro quel gesto ci sono profonde motivazioni per cui l’attenzione di un amico può fare una, seppur minima, differenza. Partendo dal mangiarsi le orecchiette avanzate. Io lo farei per far riscoprire il piacere di gustare con spensieratezza e semplicità un piatto preparato con amore. Se fossi stata nel Medioevo avrei fatto lo stesso e avrei risposto all’irascibilità delle sante anoressiche: Dio non ama gli sprechi.

Lo stato dell’arte (contemporanea)

Lo stato dell’arte (contemporanea)

Il ready-made, ovvero l’arte di trasformare in arte qualunque cosa

Era il lontano 1917 quando l’artista francese, esponente del dadaismo e del surrealismo, Marcel Duchamp fece esporre in incognito, in una mostra americana, un normale orinatoio firmato “R. Mutt 1917”. Con Duchamp fu introdotto nel mondo artistico il concetto di ready-made, ovvero la possibilità di trasformare un normale oggetto di uso comune in un’opera d’arte semplicemente togliendolo dal suo ambito naturale e trasferendolo in un ambito artistico. In parole povere un orinatoio rimane un orinatoio in un bagno ma se esposto in una mostra d’arte automaticamente si trasforma in un’opera d’arte: questo è il succo della provocazione duchampiana.

Gli inizi dell’arte concettuale

Indubbiamente il Novecento, nella storia dell’arte, fu il secolo della grande rottura con il passato. Se è vero che tutta la storia dell’arte si presenta come una lunga catena di rotture (ma anche di riprese) con le tradizioni passate (si pensi ai pittori rinascimentali che ruppero con la tradizione gotica trecentesca introducendo nei loro dipinti l’uso della prospettiva), ciò che rende diverso il Secolo breve dalle altre epoche è da una parte la maggiore centralità dell’artista rispetto all’opera, dall’altra la predominanza del concetto sulla forma. Su questo secondo punto non si può non ripensare a Duchamp, alla sua Fontana (il nome dell’opera-orinatoio) e al ready-made: l’orinatoio viene riconosciuto come arte solamente con l’assimilazione del concetto che ha permesso la sua creazione. Infatti, quando fu presentato per la prima volta, i giudici rimasero alquanto perplessi e non riuscirono a determinarne il valore. Non ci riuscirono perché il loro pensiero non ne aveva ancora afferrato il concetto. Affermare la predominanza del concetto sulla forma equivale ad affermare la predominanza del pensiero sul senso (o meglio i sensi); infatti, se mai ci sia stata una rivoluzione copernicana all’interno del mondo dell’arte sarebbe da rintracciarsi proprio in questo aspetto: il pensiero, o meglio la ragione, è diventato lo strumento primario per interfacciarsi con gran parte della cosiddetta arte contemporanea (per lo più quella estremamente concettuale). L’artista italiano Piero Manzoni è celebre per avere, nel 1961, sigillato in 90 barattoli di latta i suoi escrementi ribattezzandoli come Merda d’artista. La Merda d’artista è l’esempio migliore per spiegare ciò che si diceva prima. Nessuno dei cinque sensi viene utilizzato per “conoscere” l’opera, e in questo caso è una cosa assolutamente positiva visto che si parla di merda, ma si può concordare col fatto che abbiamo a che fare con un’opera artistica sia perché l’ha prodotta un artista (la centralità di questo di cui si è scritto in precedenza) e sia perché è presente un concetto, un significato nascosto che deve essere cercato (in questo caso una critica al consumismo).

Una piccola riflessione sull’arte contemporanea

Tutti (o quasi) ricorderanno la famosa scena con Alberto Sordi tratta dal film Dove vai in vacanza? dove la moglie di Sordi, seduta su una sedia durante una visita alla Biennale di Venezia, viene scambiata dai visitatori per un’opera d’arte (ritorna la lezione duchampiana dell’arte che è arte solo perché si trova esposta in un museo). Cito la scena del film per fare una piccola riflessione sul ruolo del pubblico all’interno del “gioco” artistico. L’arte ha bisogno di un pubblico. Il pubblico è la destinazione finale dell’arte, poiché essa è prima di tutto comunicazione; lo sapeva bene la Chiesa che per secoli ha commissionato artisti per raccontare, attraverso le immagini, le Sacre Scritture e lo sapevano bene i pittori seicenteschi d’oltralpe (soprattutto i fiamminghi) quando dipingevano scene di vita quotidiana. Il pubblico ha bisogno di “godere” dell’opera d’arte. La domanda è questa: è possibile che un’arte troppo concettuale ed astratta possa non riuscire a soddisfare la fruizione da parte del pubblico della stessa? A mio parere la risposta è semplice: ragionando in termini quantitativi la risposta non può che essere affermativa. Un gruppo di pensionati poco istruiti sicuramente si annoierebbero a morte visitando una mostra di orinatoi e merde d’artista, al contrario apprezzerebbero maggiormente una visita alla Cappella Sistina per esempio. Questo perché l’esperienza sensoriale è più diretta ed intuitiva di quella intellettuale.

Tirare le somme

Ovviamente il fulcro del mio discorso (se non si fosse capito) non è mettere in contrapposizione l’arte contemporanea a quella del passato e dire che la prima è peggiore della seconda, anche perché è impossibile tracciare i confini dell’arte contemporanea visto che al suo interno esistono e convivono diverse realtà, ma invece, mettere a confronto l’arte della “forma” con l’arte concettuale ed astratta (che attualmente regna sovrana nelle gallerie d’arte contemporanea). Ho scritto questo articolo per riflettere su una questione importante: non è che certa arte contemporanea è per sua natura stessa non accessibile a tutti poiché non tutti hanno gli strumenti (la cultura) per accedere al senso nascosto? E non è che ha un maggior impatto sociale un normale dipinto che palle colorate, specchietti rotti e merde sigillate? Anche perché non vorrei che un giorno si presentasse in un museo un Arthur Rimbaud e dicesse «Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Locri: città della prostituzione sacra

Locri: città della prostituzione sacra

E’ parte della città metropolitana di Reggio Calabria, un comune italiano di soli 12 488 abitanti. Si tratta di Locri, la cui storia è strettamente legata alle vicende di altri due centri sorti nella zona circostante, Locri Epizefiri città della Magna Grecia e Gerace città medievale costruita nel IX sec.

La Colonizzazione Greca

Tutto cominciò tra il IX sec. a.C., periodo di sola frequentazione, e VIII sec. a.C., periodo di vera e propria colonizzazione. Nel corso di quest’ultimo secolo gruppi organizzati di cittadini provenienti dalla Grecia continentale e dalla Ionia, giunsero in Italia meridionale e in Sicilia. Lo scopo di queste genti era quello di fondare nuove città, le Apoikiai (dal verbo Apoikeo che significa abitare Lontano) e le cause potevano essere di diversa natura: c’era chi per esempio doveva fuggire dalla propria città perchè caduto in inghippi politici e chi invece non godeva degli stessi diritti civili, quindi, insoddisfatto, decideva di crearsi una nuova vita, lontano. In ogni caso queste genti, guidate da un ecista, ossia una sorta di guida per i coloni arrivati nel nuovo territorio, fondarono delle colonie nel Sud Italia (una delle più conosciute è sicuramente quella di Cuma), ed entrarono subito in contatto con le popolazioni indigene dell’Italia meridionale. Furono portatori di tecniche artigianali e artistiche, delle prime forme urbanistiche e del metodo di comunicazione per eccellenza: la scrittura.

La Città sacra

Una delle meglio conservate e ricchissima di santuari è proprio Locri.

Locri venne fondata negli ultimi anni dell’VIII sec. a.C. e i coloni probabilmente erano Locresi provenienti dal golfo di Crisa. Nel VI sec. a.C. divenne tra le più ricche e floride città della Magna Grecia. Ciò è attestato archeologicamente dai ricchi santuari che immediatamente dentro o fuori dalla cinta muraria delimitavano il territorio locrese.

Tutti questi santuari sono accomunati dalla stessa peculiarità, ovvero quella di essere luoghi relativi a culti femminili. Locri a questo proposito rappresenta un caso eccezionale perché questi culti racchiudevano tutti gli aspetti del ciclo di vita della donna: il passaggio dalla nubiltà al matrimonio, culti relativi a donne già sposate e addirittura riti sacrificali.

Pianta del territorio locrese

Pianta del territorio locrese

Sulla collina della Mannella, nella zona più alta, si trovava il Tempio di Atena scoperto e indagato dall’archeologo Paolo Orsi nel 1889. Sull’altro versante, immediatamente fuori le mura, vi era il Santuario dedicato a Persefone, relativo ai culti di tipo pre-matrimoniale. A tal proposito furono qui rinvenuti diversi materiali votivi tra cui i Pinakes (che rimandano ad un periodo di frequentazione tra il VII e il III a.C.), doni offerti alla dea realizzati in argilla policroma. Qui erano ritratte a rilievo diverse scene riguardanti appunto le vicende di questa divinità. Ecco alcuni esempi:

Pinakes con Rapimento di kore

Pinakes con Rapimento di Kore

Qui Ade rapisce Kore (noi la conosciamo come Persefone) trasportandola su una quadriga per portala negli inferi. Si noti Persefone che distende il braccio in segno di aiuto.  La scena del ratto racchiude un forte significato simbolico che sta a rappresentare la conquista della donna da parte dell’uomo.

Pinakes con Persefone regina

Pinakes con Persefone regina

In questo caso la dea è divenuta regina degli inferi. E’ affiancata dal suo re, Ade. Dinnanzi a loro vi è un personaggio che regge un tralcio con grappoli :si tratta di Dioniso, rappresentato barbato alla maniera arcaica e non ancora come giovane uomo.

Relativo invece al culto di donne sposate e dedicato a Demetra, madre di Persefone, è il Thesmophorion.

Ricostruzione del thesmophorion

Ricostruzione del thesmophorion

Situato a sud della città, a ridosso delle mura e vicino l’Acropoli. In questa zona si ergeva un altro importante santuario dedicato ad Afrodite, detto anche Santuario di Marasà, costituito dal suo meraviglioso tempio.

Santuario urbano di Afrodite

Santuario urbano di Afrodite

In ultima analisi è opportuno ricordare il santuario di Centocamere. Un santuario che stranamente non presenta nessun tempio perché doveva essere costituito da unico un portico a forma di U, formato da ambienti adiacenti con ingresso decentrato.

Pianta di Centocamere

Pianta di Centocamere

Tutti gli ambienti dovevano ospitare delle Klinai, ossia delle banchine addossate alle pareti. Ciò denota il fatto che dovevano essere ambienti nei quali si consumavano cibi per i riti. Il cortile interno contiene fosse votive attestando una frequentazione che va dal VIII e il V a.C. in cui furono rinvenute offerte e statuette rappresentanti simposiasti  e/o Afrodite e resti di cibo. Da ciò si deduce che il santuario era dedicato ad Afrodite. Ma a differenza del tempio di Marasà, dove il culto era relativo a donne sposate, questo era dedicato ad un’Afrodite di tipo Orientale e il culto attestato è di tipo erotico. Infatti a Locri è attesta la pratica della prostituzione sacra (utilizzata in Oriente per gli introiti destinati solo al santuario), di origine greca e trasmessa in Magna Grecia (secondo la vicenda narrata nel ciclo Omerico, Aiace proveniente da Locri violenta Cassandra nel tempio macchiando di questo sacrilegio l’intero esercito greco. Locri doveva purificarsi da questa macchia costringendo una serie di donne a prostituirsi).

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

 

“When you think the night has seen your mind
That inside you’re twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands
‘Cause I see you”

Velvet Underground- I’ll be your mirror

 

I see you. Il titolo del nuovo lavoro degli XX è rubato direttamente dalle mani di Mr. Lou Reed e suona come un vero e proprio monito, un patto interno alla band, costituita da un triumvirato londinese. Cosa ti succede quando il tuo disco d’esordio vende due milioni di copie, vinci il Mercury Prize a 20 anni, dopo pochissima gavetta nella periferia di Londra? Gestire un successo tale a quell’età senza venirne travolti è quasi impossibile e questo ha sicuramente influenzato Coexist, il secondo album. Gestirne l’influenza e le conseguenze è quello che più ha influenzato quest’ultimo lavoro.

Molte recensioni parlano di un disorientamento nel momento in cui si sono approcciati alla nuova fatica del trio. Spingere il tasto play, ascoltare 30 secondi di “Dangerous” a cassa dritta e con le fanfare è effettivamente quanto di più diverso rispetto allo stile etereo a cui gli XX avevano abituato.

Per fare un paragone con l’illusionismo, il pubblico si è abituato alla promessa che gli XX avevano fatto: prendete due voci grandiose che si commistionano alla grande, gli arpeggi di chitarra studiati per fondersi con la raffinata produzione e le basi di Jamie e otterrete il sound caratteristico dei primi album. Chiunque pensasse che non ci fossero stati cambiamenti e la formula rimanesse identica ha avuto però molti indizi per abituarsi a un cambio di stile così radicale. Il primo indizio è stato l’album solista di Jamie: In Colour. L’album, accolto benissimo dalla critica e dal pubblico, ha trasformato di fatto Jamie in un nome noto al grande pubblico, mentre Romy ha collaborato, uscendo di fatto dalla comfort zone stilistica degli XX, con nomi come Ryan Tedder degli One Republic.

 

4 anni di distanza e il fatto che i tre si siano divisi per lavorare in maniera distaccata testimoniano comunque delle difficoltà univoche nel processo creativo che in realtà sono un riflesso di un momento difficile nella vita soprattutto di Romy e Oliver Sim, entrambi cantanti, una chitarrista e l’altro bassista della band.

L’album è stato registrato tra Marfa, Texas (il video di On Hold, primo singolo tratto da I See you è un omaggio alla città), l’Islanda e Los Angeles. Los Angeles doveva essere parte di un processo di relax e divertimento, cercando di mettere quelle sensazioni su nastro. In realtà, le situazioni son andate un po’ oltre, ci sono stati degli screzi anche col loro produttore a causa di episodi come l’after-party del compleanno di Miley Cyrus: i ragazzi del gruppo hanno invitato un sacco di gente nella loro villa in affitto ad Hollywood, in generale ci sono stati troppe feste che hanno distolto il gruppo dal lavoro. Dopo questo periodo, Jamie tornò in tour per il disco solista e Romy a Los Angeles a lavorare con altri autori. Oliver trovò conforto nella bottiglia, che di fatto lo accompagnava da due anni, passati a festeggiare i successi della band tra feste e alcol.

Non è un caso che in questo periodo, Oliver abbia lavorato a canzoni come Replica. Il punto di vista da cui Oliver affronta la dipendenza è molto interessante: il nostro stile di vita è influenzato in maniera genetica, quindi siamo condannati a compiere determinate azioni o queste sono frutto di nostre scelte? (They all say I will become a replica/Your mistakes were only chemical/25 and you’re just like me/Is it in our nature to be stuck on repeat?/Another encore to an aftershow/Do I chase the night or does the night chase me?).

Oliver Sim, via Instagram

 

Non è neanche una coincidenza il fache nelle canzoni in cui canta Romy si esplori l’idea del lutto, avendo perso la madre a 11 anni e il padre a 20 anni, mentre era in tour per il primo album. Il tema è forte in questo album, pensiamo a “Brave for you”, una sorta di lettera che esprime come in ogni cosa che faccia, il ricordo dei genitori sia vivo, soprattutto nell’approccio dal vivo ( And when I’m scared/I imagine you’re there/Telling me to be brave/So I will be brave for you/Stand on a stage for you/Do the things that I’m afraid to do).

Romy Madley-Croft con Oliver e Jamie, foto di Tony Cenicola

I see you è il primo album dove le voci non sono due ma tre: Jamie ha usato dei campionamenti, ne parla come se questi fossero la sua voce, oltre ad essere il modo in cui è riuscito a guidare il lavoro degli altri due componenti per la prima volta. Al posto di lavorare sulle basi dopo aver letto i testi o le melodie di Romy e Oliver, per la prima volta ha presentato lui la base con i campionamenti (è accaduto ad esempio per Lips, che campiona Just di David Lang, una canzone presente nella colonna sonora di Youth, ultimo film di Paolo Sorrentino) e gli altri due hanno dovuto costruirci il testo sopra. E lo schema ricorre in On Hold, che campiona un successo degli anni ’80, “I can’t go for that(No, can’t do)” di Hall & Oates, ma l’uso dei sample che Jamie fa diventa molto chiaro nella bonus track, “Naive”. Naive è un’ammissione molto sincera di Sim, che mette in un testo quello che non riusciva ad ammettere per un certo periodo ai suoi stessi compagni di band (“Everyone’s trying to save me/Can’t they see I’m having fun?/Something’s wrong but I choose to be naive) e in risposta c’è un campionamento di Jamie, che sampla Drake e in risposta gli dice “that’s the wrong thing to do”, quasi parlando dall’alto di una sicurezza e di una maturità ormai totalmente acquisita.

Il disco si chiude con “Test me” che come “Our Song”, il pezzo di chiusura di Coexist, parla apertamente delle dinamiche interne alla band. Oliver durante la sua battaglia ha avuto dei forti dissapori con Romy, questo perché, ha spiegato in varie interviste, sapeva come e cosa dire per ferire i suoi sentimenti e arrivare ad un punto di rottura. Nonostante tutto, la canzone parla proprio di quanto se le radici di un legame sono forti, anche nei momenti più difficili, questo sopravviverà a qualsiasi momento complicato (Test me/See if I stay/How could I walk the other way?).

 

Le difficoltà hanno portato ad un disco che si preannuncia tra i migliori del 2017 e ad una catarsi personale attraverso i brani che lo compongono. Nonostante il difficile periodo che ha caratterizzato la lavorazione, gli XX si sono evoluti aprendosi apertamente al pop ma mantenendo un’estrema raffinatezza negli arrangiamenti.
Come se non bastasse, una settimana fa, ospiti a “Che tempo che fa”, hanno annunciato che dopo la data sold out di lunedì 20 febbraio, saranno in Italia per due nuove date, a Firenze e al Rock in Roma rispettivamente l’8 e il 10 luglio.

E dal palco, riescono finalmente non solo a guardarsi e a vedersi tra di loro, ma anche a vedere molto bene il pubblico.

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Ciondolava per il centro storico di Venezia quando Pierre-Auguste Renoir, un pomeriggio d’autunno del 1881, rimase impressionato dalla maestosità della Basilica di San Marco e dall’atmosfera che quest’ultima suscitava. Quella offertaci dall’artista è una visione totalizzante in cui cerca di rendere, nell’immediatezza, la sensazione di apertura e di vertigine che suggeriva la vista frontale del monumeto nella grande piazza.

Piazza San Marco – Pierre-Auguste Renoir

Il simbolo della Serenissima è da sempre spunto di riflessione artistica e storica. Essa vanta delle origini leggendarie legate al santo di cui porta il nome.

E’ Eusebio di Cesarea, tra le fonti principali relative alla vita dell’Evangelista, a informarci che in seguito a varie peregrinazioni in Oriente, Marco fu ucciso in circostanze misteriose ad Alessandria d’Egitto e il suo corpo trascinato per tutta la città. Nell’828 le sue reliquie vennero trafugate e trasportate a Venezia da due mercanti, traslazione considerata segno del volere divino. Il santo fu eletto a patrono della città in sostituzione del Santo bizantino Teodoro. Il tutto da leggere in chiave ideologica per legittimare l’ascesa della città.

San Marco l’Evangelista-Emmanuel Tzanes

L’edificio, in origine, era la cappella privata del Doge. Nel X secolo essa fu distrutta da un incendio a seguito di una rivolta. Si procedette con la ricostruzione dell’attuale Basilica nel 1064, sotto il doge Contarini. E con la consacrazione, avvenuta trent’anni dopo, Venezia assunse un ruolo di primo piano nella tradizione cattolica infatti nota è la sua partecipazione attiva alle Crociate.

“A volte sulla riva di San Marco giungono velieri che recano nelle loro vele i venti di altri mondi.”
  cit.Mieczysław Kozłowski

Attività principale dell’economia veneziana è rappresentata dall’intenso operato mercantile che guardava ad Est. I commerci con i paesi orientali permettevano l’importazione di pregiate manifatture e le successive influenze nelle arti figurative. Infatti la struttura della Basilica di San Marco prende a modello l’Apostoleion, situata a Costantinopoli, altrettanto fiorente punto di incontro di diverse popolazioni. Come la basilica dedicata agli apostoli in Oriente, quella di San Marco si presentava con pianta a croce greca con le navate, tre per braccio, separate da colonnati tra piloni che sostengono le cinque cupole, distribuite al centro e lungo gli assi della croce.

 

Pianta Apostoleion

 

Pianta Basilica di San Marco

In quanto emblema dell’unione tra cultura occidentale e orientale, la Basilica veneziana presenta tratti strutturali e stilistici peculiari sia dell’una che dell’altra. Di occidentale viene costruita una cripta, e l’altare, conforme alle regole della tradizione romanica europea, viene collocato nella zona absidale del braccio est. L’ampliamento della navata centrale rompe la perfetta simmetria della pianta creando un’asse longitudinale. Di orientale sono le gallerie con pavimento ligneo che coprivano le navate minori. All’interno le pareti sono interamente rivestite da una ricchissima decorazione musiva e le murature sia interne che esterne erano articolate da nicchioni scavati in esse.

Interno della Basilica di San Marco

 

A partire dal XIII sec. viene allargato il vestibolo e prende forma l’attuale facciata. Essa viene arricchita con materiali recuperati direttamente dalla capitale orientale presentandosi così ricoperta da lastre marmoree, bassorilievi e caratterizzata da colonne in due ordini in marmi preziosi. In ultima analisi per quanto riguarda l’esterno non si può non menzionare gli importanti portali strombati costituiti da timpani ad archi inflessi d’ispirazione araba in cui viene rappresentato il martirio di San Marco ad Alessandria D’Egitto.

Le autrici
______________________________________________

Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

Giulia Morra

Studio Scienze dei beni culturali presso l’Università degli studi di Bari. Amo le danze popolari e i racconti di J.R. R. Tolkien. Sogno di diventare un’archeologa specializzata in cultura funeraria tardoantica

Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

.

Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Pin It on Pinterest