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Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

In copertina: Piet Mondrian Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930 (dettaglio)

Minimalismo come approccio esistenziale

È arrivato il giorno: dopo mesi di trepidante hype, infinite pubblicità le quali esaltavano le sue curve, la sua incredibile tecnologia, talmente innovativa da far impallidire tutte le iterazioni precedenti, il nuovo modello è sul mercato, e sarà presto mio. Ne ho bisogno. Lo attendo da troppo, non vedo l’ora di aprirlo ed utilizzarlo.

Eppure, aprendo la scatola, togliendo le pellicole che lo proteggono, quel senso di appagamento che tanto è cresciuto nei mesi raggiunge l’estasi alla visione dell’accensione dello schermo per poi svanire. Cosa è cambiato? Non era tanto atteso questo momento? Quel senso di inadeguatezza, nascosto e represso dall’eccitazione per l’ultimo gadget elettronico, il nuovo vestito griffato, o il nuovo SUV, riaffiora nella nostra vita, inducendoci nella prosecuzione di questo malsano viaggio. E passeranno gli anni, alla ricerca dei nuovi oggetti che ci daranno brevi attimi di “felicità”, senza trovare un vero equilibrio, votati al consumismo come unica via esistenziale.

Immagina ora una vita con meno cose, meno oggetti, meno preoccupazioni. Per quanto banale e semplice possa sembrare, prova ad immaginarlo: niente ricerche tra trenta differenti magliette, venti paia di calzi e innumerevoli giacche, pantaloni ed accessori per poi ritrovarsi al solito momento: “Non ho nulla da mettere”. Ogni oggetto in tuo possesso ha una sua precisa funzionalità nella nostra esistenza.

Minimalismo nella cultura: la purezza della semplicità e il bando del dettaglio

Questo è il principio fondante del Minimalismo. Nella cultura, questo concetto è stato concepito in varie declinazioni, partendo dalla filosofia epicurea fino all’idea di Minimal Art di Richard Wollheim. Epicuro insegnava ai suoi studenti i pregi di una vita agiata ed equilibrata, poiché, nella sua autentica essenzialità, si possono comprendere il vero piacere e felicità. Nella Lettera a Meceneo, il filosofo greco utilizza il cibo come metafora: un abbondante banchetto, con le sue copiose portate, ci lascerà stracolmi e doloranti alla sua conclusione. Un pasto a pane ed acqua, invece, ci sazierà con poco, compiendo il suo obiettivo senza indurci dolori accessori.

Nell’arte, l’approccio non è differente: in architettura e design, il Bauhaus ha segnato la storia dell’arte europea con il suo stile e sarà fonte di ispirazione per tutti gli artisti contemporanei. Una concezione basata sul razionalismo, sulla geometria primitiva e pura, scevra dei dettagli e decorazioni che hanno caratterizzato la storia dell’arte precedente (basti pensare all’Art Decò di inizio Novecento o, tornando indietro nei secoli, al Barocco o il Gotico) per porre il focus proprio sulla forma e la spazialità. Il minimalismo ha trovato il suo seguito maggiore nella pittura, nel quale importante è stata la sperimentazione ad inizio secolo: Piet Mondrian è riconosciuto per la sua poetica geometrica e primaria, e “Schilderij No. 1: Losanga con 2 Linee e Blu” è la composizione del pittore olandese ritenuta più vicina al Minimalismo. Mondrian, infatti, ripudiava il dettaglio come segno di soggettività, incompatibile con la concezione universale dell’arte e l’uso di linee rette e colori primari sono I due strumenti di Mondrian per la costruzione di arte oggettiva, pura, eterna. “Arte come Arte”, citando il pittore minimalista Ad Reinhardt:

[…] L’obiettivo di cinquant’anni di arte astratta è stato quello di presentare l’Arte come Arte e null’altro. [L’obiettivo] di trasformarla in un qualcosa a sè stante, separata e definita, rendendola più pura e più vuota, più assoluta ed esclusiva – non oggetto, non rappresentativa, non figurativa, non immaginistica, non espressionista, non soggettiva. L’unico modo per definire cosa sia l’arte astratta o l’Arte come Arte è definire ciò che non è. […]

L’Arte non ha bisogno di essere giustificata con il realismo, o il naturalsimo, il regionalismo, il nazionalismo, individualismo, socialismo o misticismo o qualsiasi altra idea […]”.

Ad Reinhardt in “ART AS ART” in Art International (Lugano) 1962. 

Vivere una vita minimalista

L’arte è sempre stata pioniera nella concezione di alternative per noi fin troppo astruse. Tutte le generazioni nate dal Dopoguerra in poi hanno vissuto in una società che ha glorificato il consumismo e l’espansione come unico modus di vita ma, quando gli stimoli e la crescita iniziale hanno raggiunto il “diminishing return”, il punto di saturazione, l’umanità si è ritrovata in una situazione anomala e del tutto nuova: la sazietà da benessere. Vivere una vita talmente agiata da non ritrovare senso nei propri meccanismi. In una società delle cose, dove la pubblicità invade le nostre vite con modi sempre nuovi e subdoli, il consumo ci insegue tutta la vita ed è diventato l’unico modo con il quale crediamo di poter trovare la felicità. Diamo talmente tanta importanza ai nostri oggetti da sostituirli a relazioni interessanti, discussioni profonde e da porli al primo posto in ogni nostra cosa. Questo approccio, però, non sta avvelenando solo la nostra vita, ma anche il nostro stesso Pianeta. L’espansione, la corsa per il primo posto, la forsennata ricerca del guadagno senza se e senza ma stanno piano piano distruggendo la Terra, trasformandola da habitat della nostra vita a scatolone delle nostre cose.

Esiste una alternativa? Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus credono sia possibile. Il loro blog www.theminimalist.com è il manifesto della loro concezione di una vita con meno oggetti ma più felicità. Vissuto nel suo estremismo, come ogni cosa nella vita, il minimalismo non è la soluzione: rinchiudersi in una caverna, soli nella Natura, non è la risposta alle nostre domande. L’uomo rimane, per sua stessa natura, un’animale sociale ed in quanto tale non può ripudiare la sua specie. Il Minimalismo non vede la società come costruzione in maniera negativa, ma alcune delle sue dinamiche. Vivere minimalista significa spostare il focus della felicità dagli oggetti a ciò che realmente ci rende unici e felici: ho bisogno di 20 camicie, se in realtà ne utilizzo sempre tre o quattro? Che valore ha questo oggetto per me e come sta migliorando la mia vita? Bisogna essere in grado di comprendere che consumare non significare essere felici. Consumare significa aggiungere dettagli alla nostra tela e se il nostro unico scopo è quello di riempire di dettagli la nostra tela, non creeremo arte, ma solo una banale e confusa macchia di colore. Come Mondrian, dobbiamo essere capaci di comprendere qual è la nostra linea retta, il nostro colore primario, focalizzandoci su di esso.

Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Quando pensiamo alla Luna, dobbiamo pensare a una specie di orologio biologico del nostro pianeta e non solo: se dovessimo pensare alla piscina della Terra, senza dubbio ci riferiremmo agli oceani. È la Luna a guidare le maree degli stessi tramite la spinta gravitazionale. C’è una forte componente ecologica nel titolo dell’ultimo album dei Radiohead, uscito esattamente un anno fa, ma non bisogna sottovalutare la forza delle metafore.

Durante la lavorazione dell’album Thom Yorke si è separato dalla sua compagna di vita, Rachel Owen, e Nigel Godrich (il quinto Radiohead a tutti gli effetti, il loro ingegnere del suono) ha perso il padre. La Luna che influenza i periodi delle maree somiglia alla vita che influenza ogni atto che un uomo compie, tra cui si include qualsiasi forma d’arte.

Quanto di quello che ci accade ci smussa emotivamente? Siamo noi gli oceani. Tutto quello che ci accade è la Luna.

A Moon Shaped Pool è un’esplorazione fortissima del concetto di perdita, legata al divorzio di Thom Yorke, che gravita sull’album con una potenza inaudita, continuamente ricordato attraverso molteplici canali espressivi.

DAYDREAMING

“This goes
Beyond me
Beyond you”

Daydreaming parte da un riferimento classico, l’allegoria della caverna di Platone. I sognatori, dice Yorke nel brano, hanno il difetto di preferire i loro sogni alla realtà e in questa categoria rientra anche lui. Un’analisi migliore si può fare alla luce del video che accompagna il brano, diretto dal premio Oscar Paul Thomas Anderson (regista di capolavori come il Petroliere e Magnolia). Il video vede Yorke attraversare, solo, una serie di scenari che passano da una cucina ad un locale di lavatrici a secco, fino ad arrivare su una montagna innevata ed addormentarsi in una caverna. Il numero di porte che attraversa nel video è simbolico e cosa significano ce lo ripete lui stesso ossessivamente alla fine della canzone. Lo fa in un sample che recita: efil ym fo flah. Al contrario, half of my life.

Metà della mia vita.

23 sono gli anni che hanno tenuto insieme Thom a Rachel, e il verso rievoca un’influenza forte della Divina Commedia che non sembra casuale, essendo lei una esperta di letteratura italiana specializzata nelle illustrazioni del capolavoro di Dante.

DESERT ISLAND DISK

“Now as I go upon my way
So let me go upon my way
Born of a light”

Rinascita è quello a cui Thom aspira e Desert Island Disk è probabilmente il momento in cui Thom rivela maggiore positività. La luce è un’immagine ricorrente dell’album, viene evocata per alcuni versi anche in Daydreaming, ma con significato opposto: se qui il bianco è quello di uno spirito che luccica, totalmente vivo, in Daydreaming il bianco era quello di una stanza vuota, simbolo di solitudine e perdita.

La dimensione cromatica non è da sottovalutare: il bianco che ricorre così tanto spesso in A Moon shaped pool ed è inoltre il colore del satellite terrestre definisce un’assenza di colore che sembra simboleggiare il vuoto dovuto alla separazione e a quei momenti di mezzo, tra la fine e l’inizio di qualcosa e c’è un contrasto fortissimo con In Rainbows, dove ogni colore e ogni canzone si sommano, esplorando totalmente lo spettro emotivo derivante da una relazione.

La copertina di In Rainbows

Thom in questa canzone si sveglia da un torpore che l’ha tenuto per troppo tempo sordo e muto, una situazione di cui la persona che aveva di fronte era consapevole (quel “You know what I mean” ripetuto ossessivamente in sottofondo) e realizza che “different types of love are possible”, che l’amore per quanto sia mutato e abbia cambiato forma, rimane.

L’evoluzione musicale che più di tutti Yorke e Jonny Greenwood hanno attraversato esce fuori particolarmente in due tracce: Burn the witch, il cui testo è stato protagonista di una delle mosse di marketing che hanno preannunciato il disco, e “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”. Yorke, anche nella sua carriera solista ha giocato molto con l’elettronica, esplorata anche in TKOL, mentre Greenwood ha avviato con grandissimo successo un lavoro sulle colonne sonore che l’ha portato a collaborare tra gli altri con P.T. Anderson e appare evidente nell’uso che fa degli archi e dei contrappunti.

BURN THE WITCH

“Abandon all reason

Avoid all eye contact

Do not react”

Non è la prima volta che questo titolo ha a che fare con i Radiohead, in quanto appariva nell’artwork di Hail to the Thief e il testo ha definito la campagna che ha preceduto il lancio dell’album.

L’artwork di Hail to the Thief: Burn the witch è leggibile in basso a sinistra

Burn the Witch esplora i temi della paranoia e del controllo di massa: la via preferibile è l’anonimità, di contro chi è disubbidiente rischia che la cosa gli si ritorca contro, in una delle tante spedizioni punitive dell’autorità. La strega è semplicemente chiunque abbia visioni impopolari o un gruppo le cui verità non sono ortodosse e accettate dall’autorità (un episodio del genere viene esplorato in Harrodown Hill, canzone del repertorio solista di Yorke), che minaccia la gente. Sappiamo dove vivete.

La reazione è quella di una forte paranoia, dove si invita ad abbandonare ogni forma di comunicazione, evitare l’eye-contact, creando una forma di panico che giustifica l’esercizio punitivo e le decisioni forti.

Il video è un’integrazione che amplia in maniera ancora maggiore il significato della canzone: l’animatore Virpi Kettu ha affermato di come attraverso il video si cercasse di alimentare la consapevolezza verso la posizione della crisi dei rifugiati in Europa che unita all’odio per i musulmani porta al sentimento tipico della caccia alle streghe. La stessa cartolina ricevuta dai fan durante la campagna per l’album che recava la scritta “We know where you live” era un invito alla riflessione sul controllo di massa e il conseguente gioco di potere politico.

TRUE LOVE WAITS

“And true love waits
In haunted attics
And true love lives
On lollipops and crisps”

True love waits è il perfetto esempio di canzone che si adatta all’album, nonostante sia una vecchia conoscenza. Scartata sia da Kid A che da Amnesiac, qui si trova ed essere il respiro perfetto nel corpus del disco. È uno dei momenti più vivi della scrittura di Thom ed è stata inoltre, scritta ai tempi in cui aveva iniziato a frequentare la ex-moglie. Il testo evoca una fine nella relazione, che rimane sospesa. Pur di non farla lasciar andar via,l’autore è disposto a rivestire panni femminili, a lavare i piedi alla compagna (l’analogia cristiana nell’incontro tra la Maddalena e Gesù è fortissima) e ad abbandonare ciò che lo definisce come persona, i suoi valori e le sue certezze. La revisione del significato della canzone, che non cambia in nulla nel testo, c’è a livello musicale invece e ci porta a trarre delle conclusioni: il don’t leave finale, che veniva cantato in maniera trionfale nei live, nella versione in studio l’armonia rimane identica, a voler testimoniare la fine della storia e l’abbandono da parte di lei.

 

In definitiva, quanti avvenimenti tracciano un confine nella nostra vita? Quante volte la Luna influenza le nostre decisioni e le nostre maree? Ognuno di noi, di fronte a ciò ha un processo che lo porta a metabolizzare le proprie emozioni in maniera diversa. A Moon Shaped Pool è stato quello di Thom Yorke in primis e dei Radiohead in toto.

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Dante Gabriel Rossetti moriva il 10 Aprile 1882 lasciandosi dietro un’eredità artistica delle più note ed apprezzate. Fu infatti uno dei padri fondatori della Confraternita dei Preraffaelliti, che contava fra i suoi membri artisti come John Everett Millais (colui che dipinse la celebre Ophelia), William Hunt e John Waterhouse giusto per citarne alcuni.

Figlio di un insegnante emigrato italiano, Rossetti nacque a Londra il 12 Maggio 1828 come Charles Gabriel Dante Rossetti. Dagli amici si faceva chiamare Gabriel ma nelle sue opere si firmava sempre come Dante, in onore del vate che fu fondamentale nell’educazione che il padre gli fornì.

Dante fu molto attivo come poeta ma durante la sua educazione  si appassionò anche all’arte medievale italiana, cosa che lo spinse a maturare gli studi d’arte alla Henry Sass‘ Drawing Academy prima e alla Royal Academy dopo. Fu questo ambiente che gli permise di entrare poi in contatto con il giovane William Hunt e di formulare con lui e Millais la filosofia che diede vita alla Pre-Raphaelite Brotherhood. E fu in questo contesto che conobbe nel 1850 la nota musa dalla folta chioma rosso fuoco di nome Elizabeth Eleanor Siddal.

Rossetti ed Elizabeth Siddal in Dante’s Inferno (1967)

Ma torniamo indietro di un paio d’anni a quando nel 1848 Rossetti realizzò delle illustrazioni per la pubblicazione de Il Corvo di Edgar Allan Poe, intitolate Angel Footfalls.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

In quegli anni il noto autore gotico riscuoteva grande successo e Rossetti era un suo fervente ammiratore. Poe ha infatti rappresentato per Rossetti un punto di svolta sia nella sua carriera artistica, spingendolo verso quell’estetica tardo romantica che caratterizzerà l’esperienza preraffaellita, sia in quella letteraria quando Rossetti stesso scrisse un’opera di risposta a Il Corvo intitolata The Blessed Damozel di cui realizzò anche un quadro. Ma l’influenza di Poe non si limitò a questo.

The Raven, come altre opere di Poe, si concentra sul tema della colpa anche se in questo caso si tratta di una colpa che non conosciamo. Il protagonista vive l’angosciante ossessione per la morte della sua amata Lenore, ossessione che poi si materializza concretamente in un corvo che bussa alla sua porta e che si installa nella sua stanza ripetendo senza tregua le parole “nevermore”. Questa tortura che l’animale infligge al protagonista non è altro che la proiezione visiva e sonora dei suoi tormenti. Il fatto di non conoscere la natura reale di queste ansie rende sempre più angosciante il ritmo incalzante della narrazione mentre questa trascina il lettore in fondo agli abissi della coscienza del protagonista. Rossetti, come altri, fu molto impressionato dallo stile e dalla forza di questo poema ma solo una decina d’anni dopo poté realmente comprenderne il significato.

Nel 1850 infatti, dopo aver fatto la conoscenza della Siddal, intraprese con lei una lunga e tormentata relazione. Elizabeth Siddal rappresentò per i preraffaelliti molto più che una musa. Il suo carattere e il suo aspetto furono la linfa vitale che nutrì le loro prime opere, perlomeno fino a quando Rossetti non decise di tenerla tutta per sé. La Siddal prese molto a cuore le idee e le ambizioni del gruppo e lo  fece a costo di giocarsi la vita. Per fare da modella all’Ophelia di Millas, per esempio, mise a repentaglio la propria salute decidendo di rimanere immersa in una vasca d’acqua gelata che le provocò i primi accessi  di una bronchite che la tormentò per anni.

Ophelia – John Everett Millais (1851)

La relazione con Rossetti fu molto intensa e produttiva. Elizabeth apprese da lui i fondamenti della pittura, realizzando opere che riuscirono ad attirare il patrocinio di una figura come John Ruskin. Si diede poi anche alla poesia e trovò in Gabriel un compagno incoraggiante ed un ottimo insegnante. Rossetti d’altra parte realizzò quasi tutte le proprie opere sulla figura di Elizabeth tra cui le note Giovanna d’Arco, Lady Lilith e Bocca Baciata e conservò di lei svariati schizzi e studi.

Lady Lilith – Dante Gabriel Rossetti (1866)

I due riusciranno a sposarsi solo dieci anni dopo, nel 1860, a causa delle resistenze della famiglia di lui. Furono diverse le occasioni di matrimonio bruciate all’ultimo secondo e ciò influì parecchio sulla debole psiche di Elizabeth, che cominciò a fare uso del laudano per placare le proprie ansie. Rossetti in seguito iniziò ad utilizzare nuove modelle mentre la fedeltà al loro amore cominciava a vacillare. La salute cagionevole di Elizabeth divenne sempre più l’unica occasione in cui Rossetti si ravvedeva del proprio comportamento facendo ritorno da lei e questo finì per rendere la natura  del loro legame sempre più patologica e ossessiva. Elizabeth scriveva in L’amore finito:  “E l’amore destinato ad una morte precoce / Ed è così raramente vero. (…) Le più belle parole sulle più sincere labbra / Scorrono e presto muoiono, / E tu resterai solo, mio caro, / Quando i venti invernali si avvicineranno”

Elizabeth arrivò infine a perdere un figlio e questo episodio segnò un punto di rottura con la sua coscienza della realtà. Il laudano divenne un rifugio per lei e il suo rapporto con Rossetti si fece sempre più tormentato. Così quello stesso fuoco che li unì saldando quel forte sodalizio che era stato il loro legame umano e artistico cominciò a spegnersi mentre il gelo attraversava silenzioso e implacabile la sottile trama del loro legame. Elizabeth infine morì.

Sulla sua morte ci sono svariate interpretazioni. C’è chi infatti parla di suicidio, riferendosi anche ad una presunta lettera che lasciò al marito e chi invece parla di overdose di laudano (overdose di cui morì anche Poe). Portava con sé in grembo un altro figlio che morì con lei. Rossetti non si riprese mai da questo lutto.

E così entra in scena oscuramente la trama di The Raven. L’ossessione e la colpa del protagonista di Poe diventano improvvisamente una realtà per Rossetti e il corvo fa la sua tragica entrata nella  stanza. La serie di Angel Footfalls che disegnò allora per l’opera di Poe assunse l’orrorifico tratto della verità e trascinò l’incubo fuori dall’inchiostro.  L’angelica figura che Rossetti decise di tratteggiare sulla carta, facendole dominare la realtà e la coscienza del protagonista, rivelò con amarezza i suoi tratti famigliari.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

Rossetti nel seppellirla, pose fra i suoi capelli le svariate poesie che le dedicò durante la loro vita insieme.  Edgar Allan Poe scrisse che “la morte (…) di una bella donna è senza dubbio il più poetico dei soggetti in tutto il mondo” e di fatto Rossetti realizzò in quella fase quello che divenne poi uno dei suoi quadri più celebrati, Beata Beatrix, dove Elizabeth prende la forma della Beatrice di Dante, la sua unica salvezza. Così facendo impresse la sua anima nella tela, consegnandola all’immortalità.

Beata Beatrix – Dante Gabriel Rossetti (1864)

In quella che potrebbe sembrare la trama del più oscuro dei poemi gotici, Rossetti un giorno fece riaprire la tomba dell’amata per riprendere in mano quelle poesie e condividerle con il mondo. Una leggenda racconta che vi trovò i folti capelli di Elizabeth cresciuti, ancora forti e vigorosi.

 “E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!”

(The Raven – Edgar Allan Poe, 1846)

La santa anoressia

La santa anoressia

Venere di Willendorf (Paleolitico superiore)

Da sempre fino a un passato neanche tanto remoto, un parametro che indicasse ottime condizioni di salute e ricchezza era rappresentato dalle “rotondità”. Anche l’arte figurativa e scultorea ci offre una vasta messe di riproduzioni in cui la donna presenta forme prorompenti come simbolo di bellezza.

Digiuni e diete non erano una pratica comune nella dimensione femminile o perlomeno non erano tesi a un mero obiettivo estetico. A tal fine, essi cominceranno ad avere larga diffusione a partire dalla prima metà dell’800.
Nel 1868, per indicare l’atteggiamento di alcune donne che rifiutavano il cibo anche se denutrite, si utilizzerà per la prima volta l’espressione “anorexia nervosa”, coniata da da William W. Gull. Quest’ultimo, insieme a   Charles E. Lasègue, sarà tra i primi a trattare l’argomento dal punto di vista clinico individuando l’origine psichica del disturbo.

In questa prospettiva il Medioevo rappresenta un campo di indagine particolare. Si parla di anorexia mirabilis, “miracolosa mancanza di appetito”, inedia prodigiosa o come la definisce Rudolph M. Bell: “La santa anoressia”, trattasi di una condotta autodistruttiva finalizzata all’appagamento spirituale. Alla base dell’insurrezione di un atteggiamento di questo tipo vi erano comunque cause psicologiche, paura e insicurezza che si esprimevano nella volontà del sacrificio e nella ricerca di consenso divino. Gli strumenti del tempo però portavano a valutare il fenomeno come manifestazione di santità o altrimenti come operazione diabolica, in quanto questi casi erano sottoposti a un severo scetticismo di un clero perlopiù maschilista, soprattutto durante il Rinascimento.

Maria Maddalena de’ Pazzi si nutre del suo unico tozzo di pane mentre le altre sorelle mangiano a tavola.

Angela da Foligno, Santa Chiara d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Margherita da Cortona e tanti altri sono i nomi delle donne che vissero quest’esperienza. Tra i casi più noti spicca quello di Caterina da Siena la quale si nutriva esclusivamente di Eucarestia ed erbe. Laddove veniva costretta a ingerire qualsiasi altro tipo di nutrimento lo espelleva provocandosi il rigetto con un ramoscello in gola. La sua scelta era dettata anche da intenzioni che contrastassero le disposizioni dei suoi genitori, come scelta volta all’autoaffermazione. Lotta individuale e penitenza per i peccati degli altri emergono anche nella biografia di Agnese da Montepulciano, sin da bambina un animo solitario, la quale dormiva per terra con un sasso per cuscino, cibandosi di piccole quantità di pane e un po’ d’acqua. Il rifiuto di nutrimento, a parte l’Eucarestia, era associato ad altri comportamenti riportati alla sfera del misticismo quali: voto di castità, autoflagellazione, mutilazioni, l’atto del riposo sul letto di chiodi. Ad esempio, alla fine del XV sec., Colombia di Rieti sosteneva che il suo spirito era capace di abbattere i confini terreni, di avere visioni nelle quali comunicava con Dio e, tra l’altro,fu risparmiata da un gruppo di uomini che cercarono di stuprarla perchè si resero conto dei seni mutilati.

Caterina da Siena cerca di dimenticare i suoi sensi bevendo una coppa di pus che ha spremuto dall’infiammato petto canceroso di una donna ammalata.

La santa anoressica è dominata dal dolore, dalla staticità e ferma devozione. Quando questo modello era accettato dagli uomini di Chiesa, il fenomeno si presentava al di fuori della categoria “ribellione” e quindi veniva percepito dalle altre donne come una sofferenza superflua e non funzionale. Queste quindi decidevano di dedicarsi sempre meno in maniera volontaria a tal pratica prediligendo le opere pie.

Il contesto mutato dell’800 e del ‘900, le trasformazioni di rapporti interpersonali e famigliari e del concetto di gusto ed estetica comportano di conseguenza approcci e comportamenti, volontari o meno, differenti e molteplici. Ciò legittima anche il nuovo approfondito interesse per la coscienza e l’incoscienza, le emozioni e la dimensione psichica: anche i disturbi alimentari rientrano in quegli atteggiamenti che necessitano una seria analisi.
I disturbi alimentari spengono la vitalità dell’individuo. Il cibo è un nemico con cui il confronto diventa inevitabile, un’ossessione. Lo si guarda e si pensa al suo depositarsi nel nostro corpo. Al’impossibilità di liberarsene. In altri casi diventa rifugio dalle delusioni del quotidiano. Abbuffate al seguito delle quali subentra il senso di colpa e l’individuo finisce per rivolgersi a lassativi o al classico vomito con le dita in gola. Un rapporto conflittuale complesso, ampiamente diffuso, discusso ma anche sottovalutato su cui ci sono troppi luoghi comuni.

Incuriosisce e soprattutto provoca una strana sorpresa sentirsi rifiutare qualcosa che si è preparato o in generale qualsiasi delizia si offra. E spesso non si approfondisce rimanendo sul superficiale giudizio “è una fissata” e si tende a banalizzare improvvisando insulti o inutili consigli. Sembra inconcepibile che le orecchiette della nonna di grano bruciato con la ricotta dura vengano ignorate e lasciate lì, nel piatto per poi essere gettate. Dietro quel gesto ci sono profonde motivazioni per cui l’attenzione di un amico può fare una, seppur minima, differenza. Partendo dal mangiarsi le orecchiette avanzate. Io lo farei per far riscoprire il piacere di gustare con spensieratezza e semplicità un piatto preparato con amore. Se fossi stata nel Medioevo avrei fatto lo stesso e avrei risposto all’irascibilità delle sante anoressiche: Dio non ama gli sprechi.

Lo stato dell’arte (contemporanea)

Lo stato dell’arte (contemporanea)

Il ready-made, ovvero l’arte di trasformare in arte qualunque cosa

Era il lontano 1917 quando l’artista francese, esponente del dadaismo e del surrealismo, Marcel Duchamp fece esporre in incognito, in una mostra americana, un normale orinatoio firmato “R. Mutt 1917”. Con Duchamp fu introdotto nel mondo artistico il concetto di ready-made, ovvero la possibilità di trasformare un normale oggetto di uso comune in un’opera d’arte semplicemente togliendolo dal suo ambito naturale e trasferendolo in un ambito artistico. In parole povere un orinatoio rimane un orinatoio in un bagno ma se esposto in una mostra d’arte automaticamente si trasforma in un’opera d’arte: questo è il succo della provocazione duchampiana.

Gli inizi dell’arte concettuale

Indubbiamente il Novecento, nella storia dell’arte, fu il secolo della grande rottura con il passato. Se è vero che tutta la storia dell’arte si presenta come una lunga catena di rotture (ma anche di riprese) con le tradizioni passate (si pensi ai pittori rinascimentali che ruppero con la tradizione gotica trecentesca introducendo nei loro dipinti l’uso della prospettiva), ciò che rende diverso il Secolo breve dalle altre epoche è da una parte la maggiore centralità dell’artista rispetto all’opera, dall’altra la predominanza del concetto sulla forma. Su questo secondo punto non si può non ripensare a Duchamp, alla sua Fontana (il nome dell’opera-orinatoio) e al ready-made: l’orinatoio viene riconosciuto come arte solamente con l’assimilazione del concetto che ha permesso la sua creazione. Infatti, quando fu presentato per la prima volta, i giudici rimasero alquanto perplessi e non riuscirono a determinarne il valore. Non ci riuscirono perché il loro pensiero non ne aveva ancora afferrato il concetto. Affermare la predominanza del concetto sulla forma equivale ad affermare la predominanza del pensiero sul senso (o meglio i sensi); infatti, se mai ci sia stata una rivoluzione copernicana all’interno del mondo dell’arte sarebbe da rintracciarsi proprio in questo aspetto: il pensiero, o meglio la ragione, è diventato lo strumento primario per interfacciarsi con gran parte della cosiddetta arte contemporanea (per lo più quella estremamente concettuale). L’artista italiano Piero Manzoni è celebre per avere, nel 1961, sigillato in 90 barattoli di latta i suoi escrementi ribattezzandoli come Merda d’artista. La Merda d’artista è l’esempio migliore per spiegare ciò che si diceva prima. Nessuno dei cinque sensi viene utilizzato per “conoscere” l’opera, e in questo caso è una cosa assolutamente positiva visto che si parla di merda, ma si può concordare col fatto che abbiamo a che fare con un’opera artistica sia perché l’ha prodotta un artista (la centralità di questo di cui si è scritto in precedenza) e sia perché è presente un concetto, un significato nascosto che deve essere cercato (in questo caso una critica al consumismo).

Una piccola riflessione sull’arte contemporanea

Tutti (o quasi) ricorderanno la famosa scena con Alberto Sordi tratta dal film Dove vai in vacanza? dove la moglie di Sordi, seduta su una sedia durante una visita alla Biennale di Venezia, viene scambiata dai visitatori per un’opera d’arte (ritorna la lezione duchampiana dell’arte che è arte solo perché si trova esposta in un museo). Cito la scena del film per fare una piccola riflessione sul ruolo del pubblico all’interno del “gioco” artistico. L’arte ha bisogno di un pubblico. Il pubblico è la destinazione finale dell’arte, poiché essa è prima di tutto comunicazione; lo sapeva bene la Chiesa che per secoli ha commissionato artisti per raccontare, attraverso le immagini, le Sacre Scritture e lo sapevano bene i pittori seicenteschi d’oltralpe (soprattutto i fiamminghi) quando dipingevano scene di vita quotidiana. Il pubblico ha bisogno di “godere” dell’opera d’arte. La domanda è questa: è possibile che un’arte troppo concettuale ed astratta possa non riuscire a soddisfare la fruizione da parte del pubblico della stessa? A mio parere la risposta è semplice: ragionando in termini quantitativi la risposta non può che essere affermativa. Un gruppo di pensionati poco istruiti sicuramente si annoierebbero a morte visitando una mostra di orinatoi e merde d’artista, al contrario apprezzerebbero maggiormente una visita alla Cappella Sistina per esempio. Questo perché l’esperienza sensoriale è più diretta ed intuitiva di quella intellettuale.

Tirare le somme

Ovviamente il fulcro del mio discorso (se non si fosse capito) non è mettere in contrapposizione l’arte contemporanea a quella del passato e dire che la prima è peggiore della seconda, anche perché è impossibile tracciare i confini dell’arte contemporanea visto che al suo interno esistono e convivono diverse realtà, ma invece, mettere a confronto l’arte della “forma” con l’arte concettuale ed astratta (che attualmente regna sovrana nelle gallerie d’arte contemporanea). Ho scritto questo articolo per riflettere su una questione importante: non è che certa arte contemporanea è per sua natura stessa non accessibile a tutti poiché non tutti hanno gli strumenti (la cultura) per accedere al senso nascosto? E non è che ha un maggior impatto sociale un normale dipinto che palle colorate, specchietti rotti e merde sigillate? Anche perché non vorrei che un giorno si presentasse in un museo un Arthur Rimbaud e dicesse «Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Locri: città della prostituzione sacra

Locri: città della prostituzione sacra

E’ parte della città metropolitana di Reggio Calabria, un comune italiano di soli 12 488 abitanti. Si tratta di Locri, la cui storia è strettamente legata alle vicende di altri due centri sorti nella zona circostante, Locri Epizefiri città della Magna Grecia e Gerace città medievale costruita nel IX sec.

La Colonizzazione Greca

Tutto cominciò tra il IX sec. a.C., periodo di sola frequentazione, e VIII sec. a.C., periodo di vera e propria colonizzazione. Nel corso di quest’ultimo secolo gruppi organizzati di cittadini provenienti dalla Grecia continentale e dalla Ionia, giunsero in Italia meridionale e in Sicilia. Lo scopo di queste genti era quello di fondare nuove città, le Apoikiai (dal verbo Apoikeo che significa abitare Lontano) e le cause potevano essere di diversa natura: c’era chi per esempio doveva fuggire dalla propria città perchè caduto in inghippi politici e chi invece non godeva degli stessi diritti civili, quindi, insoddisfatto, decideva di crearsi una nuova vita, lontano. In ogni caso queste genti, guidate da un ecista, ossia una sorta di guida per i coloni arrivati nel nuovo territorio, fondarono delle colonie nel Sud Italia (una delle più conosciute è sicuramente quella di Cuma), ed entrarono subito in contatto con le popolazioni indigene dell’Italia meridionale. Furono portatori di tecniche artigianali e artistiche, delle prime forme urbanistiche e del metodo di comunicazione per eccellenza: la scrittura.

La Città sacra

Una delle meglio conservate e ricchissima di santuari è proprio Locri.

Locri venne fondata negli ultimi anni dell’VIII sec. a.C. e i coloni probabilmente erano Locresi provenienti dal golfo di Crisa. Nel VI sec. a.C. divenne tra le più ricche e floride città della Magna Grecia. Ciò è attestato archeologicamente dai ricchi santuari che immediatamente dentro o fuori dalla cinta muraria delimitavano il territorio locrese.

Tutti questi santuari sono accomunati dalla stessa peculiarità, ovvero quella di essere luoghi relativi a culti femminili. Locri a questo proposito rappresenta un caso eccezionale perché questi culti racchiudevano tutti gli aspetti del ciclo di vita della donna: il passaggio dalla nubiltà al matrimonio, culti relativi a donne già sposate e addirittura riti sacrificali.

Pianta del territorio locrese

Pianta del territorio locrese

Sulla collina della Mannella, nella zona più alta, si trovava il Tempio di Atena scoperto e indagato dall’archeologo Paolo Orsi nel 1889. Sull’altro versante, immediatamente fuori le mura, vi era il Santuario dedicato a Persefone, relativo ai culti di tipo pre-matrimoniale. A tal proposito furono qui rinvenuti diversi materiali votivi tra cui i Pinakes (che rimandano ad un periodo di frequentazione tra il VII e il III a.C.), doni offerti alla dea realizzati in argilla policroma. Qui erano ritratte a rilievo diverse scene riguardanti appunto le vicende di questa divinità. Ecco alcuni esempi:

Pinakes con Rapimento di kore

Pinakes con Rapimento di Kore

Qui Ade rapisce Kore (noi la conosciamo come Persefone) trasportandola su una quadriga per portala negli inferi. Si noti Persefone che distende il braccio in segno di aiuto.  La scena del ratto racchiude un forte significato simbolico che sta a rappresentare la conquista della donna da parte dell’uomo.

Pinakes con Persefone regina

Pinakes con Persefone regina

In questo caso la dea è divenuta regina degli inferi. E’ affiancata dal suo re, Ade. Dinnanzi a loro vi è un personaggio che regge un tralcio con grappoli :si tratta di Dioniso, rappresentato barbato alla maniera arcaica e non ancora come giovane uomo.

Relativo invece al culto di donne sposate e dedicato a Demetra, madre di Persefone, è il Thesmophorion.

Ricostruzione del thesmophorion

Ricostruzione del thesmophorion

Situato a sud della città, a ridosso delle mura e vicino l’Acropoli. In questa zona si ergeva un altro importante santuario dedicato ad Afrodite, detto anche Santuario di Marasà, costituito dal suo meraviglioso tempio.

Santuario urbano di Afrodite

Santuario urbano di Afrodite

In ultima analisi è opportuno ricordare il santuario di Centocamere. Un santuario che stranamente non presenta nessun tempio perché doveva essere costituito da unico un portico a forma di U, formato da ambienti adiacenti con ingresso decentrato.

Pianta di Centocamere

Pianta di Centocamere

Tutti gli ambienti dovevano ospitare delle Klinai, ossia delle banchine addossate alle pareti. Ciò denota il fatto che dovevano essere ambienti nei quali si consumavano cibi per i riti. Il cortile interno contiene fosse votive attestando una frequentazione che va dal VIII e il V a.C. in cui furono rinvenute offerte e statuette rappresentanti simposiasti  e/o Afrodite e resti di cibo. Da ciò si deduce che il santuario era dedicato ad Afrodite. Ma a differenza del tempio di Marasà, dove il culto era relativo a donne sposate, questo era dedicato ad un’Afrodite di tipo Orientale e il culto attestato è di tipo erotico. Infatti a Locri è attesta la pratica della prostituzione sacra (utilizzata in Oriente per gli introiti destinati solo al santuario), di origine greca e trasmessa in Magna Grecia (secondo la vicenda narrata nel ciclo Omerico, Aiace proveniente da Locri violenta Cassandra nel tempio macchiando di questo sacrilegio l’intero esercito greco. Locri doveva purificarsi da questa macchia costringendo una serie di donne a prostituirsi).

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