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Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

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Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Traduzione da: Queste sono le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele – Huffington Post  These Are The Women Of Gustav Klimt And Egon Schiele’s Paintings

In copertina: Eugenia Primavesi (1913–14), Gustav Klimt

I nomi Gustav Klimt, Egon Schiele ed Oskar Kokoschka sono abbastanza noti. Anche il più casuale fan dell’arte conosce Klimt e “Il Bacio”, e sarebbe anche capace di evocare un’immagine dell’iconico pittore dell’oro di fronte ad un cavalletto, avvolto in uno dei suoi accappatoi firmati, (senza sottovesti spesso.)

Schiele e Kokoschka sono, forse, sequenzialmente più sconosciuti. Se si sfoglia la prima enciclopedia a portata di mano, tuttavia troveremo  i tre pittori austriaci preservati nei ranghi della storia. Ma avete sentito parlare del nome di Eugenia(Mäda) Primavesi? E di Gerti ed Edith Schiele? Martha Hirsch vi dice qualcosa? La risposta: probabilmente no.

Egon Schiele: Portrait of Edith | Ritratto di Edith, la moglie del pittore (1915)

Questi sono i nomi delle donne congelate per l’eternità nelle tele degli artisti  menzionati in precedenza. Mogli, figlie, amanti, amiche; Appaiono sia elaboratamente vestite di ricchi abiti sia innegabilmente nude nei rispettivi stili dei tre uomini.  Tratti di sessualità esplosiva dei tempi e dei luoghi nei quali le donne sono state dipinte (Vienna agli inizi del 20°secolo) le notiamo con lo sguardo assorto, piuttosto che no, sfidando lo stereotipo di musa tranquilla.

“Gli intellettuali della Vienna di fine secolo erano addirittura ossessionati dalla sessualità femminile” sottolinea Jane Kalir, possessore della galleria d’arte, in un saggio sull’Österreichische Galerie Belvedere. – E lo erano anche artisti come Klimt, Schiele and Kokoschka. Dipinsero le loro amanti e modelle in pose espressionistiche, concentrandosi sui volti in modi in cui pochi avevano fatto prima di loro. In un periodo in cui le donne venivano finalmente, timidamente, viste come esseri sensuali, e cittadine indipendenti, queste immagini hanno sottolineato un periodo di grande cambiamento.

donne

Oskar Kokoschka: Martha Hirsch (1909)

Le rappresentazioni erotiche delle donne in particolare, che raffiguravano apertamente il sesso e la masturbazione, erano offensive secondo i conservatori, ipnotiche per il resto della gente.

Oltre ad introdurre il pubblico ad opere ricche di colori, ritratti con gote arrossate che un tempo suscitavano scalpore, hanno anche puntato i riflettori su donne senza nome o conosciute, delle quali non si sente spesso parlare nelle lezioni di storia dell’arte. Mentre Klimt viveva con sua madre e due sorelle, e Schiele stava passando del tempo in prigione per il suo lavoro “sporco”, le donne ancora più senza nome a Vienna stavano combattendo per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione in un secolo di emarginazione.

donne

Gustav Klimt: Ritratto di Fritza Riedler (1906)

L’esposizione al Belvedere si focalizza principalmente sulle preoccupazioni dei tre pittori circa il corpo femminile, e del modo in cui hanno cambiato l’immagine della donna nei media popolari.  I dipinti in mostra, tuttavia, sono ancora immagini create da uomini che guardano donne guardare gli uomini, come sottolinea il Kalir.

Alcune pubblicazioni di esperti, quali Alfred Weidinger, riportano l’attenzione verso gli sforzi di alcuni gruppi come l’Associazione Generale delle Donne Austriache (Allgemeine Österreichische Frauenverein) o la Federazione delle Associazioni Femministe Austriache (Bund Österreichischer Frauenvereine), che hanno combattuto per la parità sociale ed economica delle donne. Altri esperti, invece, attribuiscono a questi dipinti un contesto politico e culturale, sottolineando come il classico pensiero patriarcale fosse in declino.

Weidinger, parlando dell’epoca di Klimt, Schiele e Kokoschka, descrive come: “Un numero sempre maggiori di donne della borghesia iniziavano ad organizzarsi nei movimenti femministi, ma furono le lavoratrici le prime a guidare le proteste. Non erano solo interessate nel rinnovamento del sistema educativo, il quale era a prevalenza maschile, del loro status di mogli, che all’epoca era semplicemente rappresentativo, e delle norme sociali prive di senso, ma esigevano apertamente i loro diritti e la rivalutazione e reinterpretazione dei ruoli di genere”.

Mentre le donne dorate di Klimt e le eccitanti linee di Schiele sono simboli di un’arte promettente, estasiato da nuove idee e linee di pensiero radicamente moderne, sono le storie delle leader donne che dovrebbero risaltare in questo periodo. Queste storie, spesso non raccontate, hanno la stessa, se non maggiore, importanza.

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Tutti oggi conosciamo Metaponto come una florida località balneare, in provincia di Matera ma da dove trae le sue origini questa città? Quali sono i fattori che determinano la sua importanza? Come era strutturata in epoca antica? Metapontum fu una polis fondata dai coloni Greci dell’Acaia nel 640-630 a.C. La polis era una colonia agricola richiesta da Sibari, per evitare che questo fertile territorio venisse conquistato dai Tarantini, a loro volta  coloni Spartani, che prendevano sempre più potere e territorio a danno dei centri indigeni e greci nei dintorni. La principale ricchezza economica di questa città proveniva, appunto, dall’agricoltura, le testimonianze archeologiche di tale fenomeno provengono dalle monete raffiguranti la spiga d’orzo che divenne il simbolo della città. Oltre alle testimonianze archeologiche ci sono anche delle origini mitiche attribuite a questa città, secondo le quali Metaponto fu fondata dall’eroe Nestore di ritorno dalla guerra di Troia. Quella che oggi è una frazione di Bernalda, nel VII secolo a.C. era un importantissimo centro conosciuto per diverse motivazioni. La prima di queste è la produzione della ceramica attestata dalle fornaci ritrovate nell’antica città e dai vasi riconducibili a questa produzione, come quelli del Pittore di Pisticci.

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Ulteriore motivazione della sua importanza è che a Metaponto visse e operò uno dei più importanti filosofi Greci: Pitagora, il quale fondò una delle sue scuole e visse qui fino alla fine dei suoi giorni.

La città antica, era strutturata come una vera e propria polis greca, delimitata da mura al cui interno si ergeva l’area sacra.

Pianta del santuario di Metaponto

Pianta del santuario di Metaponto

Tale area era formata da quattro templi, di diverse fasi costruttive, tre templi dorici ed uno ionico, i quali sono databili dal più antico (Tempio C) alla fine del VII secolo a.C. fino al più recente (Tempio D) al V secolo a.C. L’agorà, a est del luogo di culto, era formata oltre che dalla scuola pitagorica, da un oracolo dedicato ad Apollo e dall’ekklesiastèrion. Quest’ultimo fungeva sia da edificio per le riunioni politiche sia da teatro. Al di fuori delle mura, invece, troviamo il tempio di Hera, meglio noto come Tavole Palatine.

Tavole Palatine

Tavole Palatine

Oggi vediamo solo poche colonne di stile dorico ma nel VI secolo a.C. Era un tempio con una peristasi di 6×12 colonne con fregio in terracotta di cui ci restano solo pochi frammenti, che sono però visitabili, al Museo archeologico nazionale di Metaponto.

Ricostruzione del tempio di Hera

Ricostruzione del tempio di Hera

 

 

E’ solo la fine del mondo. Parola di Dolan

E’ solo la fine del mondo. Parola di Dolan

immagine da: ultimavoce.it

In questi giorni è possibile ammirare nelle sale il nuovo film di Xavier Dolan “E’ solo la fine del mondo”.

Il titolo rende l’idea, forse un po’ ironicamente, di una catastrofe:

Come possono vicende famigliari rappresentare la fine del mondo?

La “fine del mondo” descritta è quella sperimentata nel quotidiano. Nessuna apocalisse biblica, solo l’essere umano faccia a faccia con se stesso e di conseguenza con le proprie paure.

Fine del mondo è intraprendere un viaggio, continuamente rimandato per mancanza di coraggio. Dettato dalla necessità di rivedere la propria famiglia per annunciare loro qualcosa di drammatico.

L’opera inizia con un viaggio di andata, ma anche di ritorno a casa, e con un incredibile crescendo creato dal decollo di un aereo ma soprattutto dalla azzeccatissima “Home is where it hurts” della cantautrice francese Camille.

“Casa è il posto in cui fa male ritornare” è incipit in grado di sintetizzare perfettamente la carica emotiva delle vicende cui ci troveremo ad assistere, a partire dall’arrivo del protagonista che sconvolgerà i fragili equilibri di una famiglia instabile e composta da unità singolari.

Il primo personaggio di rilievo è la madre, interpretata da Nathalie Baye. Una donna energica che si approccia al figlio ritrovato con lo stereotipo che tutti gli omosessuali, compreso egli stesso, amino l’esuberanza. La donna subisce una continua svalutazione ad opera dei figli per il suo essere esuberante ed inopportuna. Nell’intimità di una sigaretta fumata di nascosto, si rivelerà tutta la propria forza. Con una disarmante credibilità regalata agli occhi dello spettatore.

Personaggio totalmente opposto è Antoine, il fratello maggiore, interpretato in maniera straordinaria da Vincent Cassel. Antoine è il brontolone di casa, un uomo scontroso e dai toni aggressivi. Cercherà di mantenere le distanze da suo fratello. Si mostra inoltre indisposto nel renderlo partecipe delle evoluzioni della propria vita e della propria famiglia, tanto da aggredire chiunque cerchi di far sentire Louis a casa, protagonista della pellicola. Egli giustifica i suoi silenzi con un apparente disinteresse nei confronti del fratello, nonostante il suo atteggiamento celi la rabbia provata per l’abbandono. Egli considera la sua vita piccola in confronto a quella del fratello, drammaturgo di successo, ed impedisce alla moglie Catherine di mostrargli i dettagli che la riguardano.

Catherine, interpretata da Marion Cotillard, è l’unico personaggio che riesce ad entrare in empatia con il protagonista nonostante l’apparente rifiuto attraverso le parole. Tra i due vi è in ballo un continuo gioco di sguardi ben più comunicativo di semplici parole. Catherine è sfuggente, imbarazzata alla presenza di questo sconosciuto membro della famiglia. Lo rimanda continuamente ad Antoine affinché abbiano il tanto auspicato confronto.

Poi c’è Suzanne, la piccola di casa, interpretata dalla bellissima Lèa Seydoux, sorella alla ricerca della parte mancante. Una ragazza cresciuta con il desiderio di conoscere un fratello del quale nutre una sfocata idea tramite i racconti di famiglia, e le poche righe delle cartoline ricevute sporadicamente. E’ assetata ed ossessionata dal tempo, non volendone sprecare neanche un secondo. E’ alla ricerca di un’intimità, che non riuscirà a costruire a causa della drammaticità di suo fratello.

Louis è dunque il centro attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Il figlio tornato a casa e riempito di attenzioni che non vuole. Un uomo sfuggente e tormentato, incapace di portare con sé la gioia del ritorno. Compone frasi da tre parole nell’attesa del momento giusto per la sua rivelazione. Il suo ritorno a casa è un viaggio dentro se stesso, nella sua infanzia, alla ricerca dei suoi luoghi felici. Ne sono una testimonianza il suo desiderio di rivedere i luoghi in cui è cresciuto. Quelli dei primi amori, accompagnati da flashback che lo riportano ai suoi giorni migliori.

L’intera narrazione è un’altalena tra l’infanzia leggera, le gite fuori porta e le emozioni vive dell’amore intervallate dalla drammaticità del presente, del ‘qui ed ora’.

In questo film, Dolan è in grado di combinare perfettamente tutti i temi che tormentano l’essere umano, legati principalmente al dolore provato in consapevolezza della propria fine. Al termine di un tormento senza via d’uscita, nel tentativo di sfruttare al meglio ciò che resta.

L’opera di Dolan inscena il rimpianto che si prova, ormai giunti al capolinea, di quello che avremmo potuto dire o fare. Uno spaccato rappresentativo di rapporti che avrebbero potuto essere coltivati o gestiti diversamente, a cominciare dagli affetti famigliari.

Ci pone davanti ad una riflessione sul tempo, distruggendo la concezione della durevolezza della vita. In maniera sublime, attraverso immagini che evocano continuamente la sua natura effimera, spaziando da inquadrature di orologi e momenti passati alla fretta di andare e alle occasioni perse. Una verità che non arriva perché attendiamo il momento giusto per rivelarla: un momento che non arriverà mai se non siamo in grado di crearlo. Forse per la nostra mancanza di coraggio, forse per l’incapacità umana di farsi carico dei propri sentimenti e delle proprie rispettive responsabilità.

Ciò che il protagonista auspica è la riuscita del viaggio:

“Fare questo viaggio per preannunciare la mia morte, per annunciarla io stesso e dare a me e agli altri, per l’ultima volta, l’illusione di essere, ora che arriva la fine, di essere padrone di me stesso”.

 

Nell’illusione di essere padrone di se stesso. Di avere la forza di sostenere le proprie emozioni senza timore. Alla ricerca del tempo perso, nella speranza di lasciare qualcosa di sé. Una aspirazione che si rivelerà tuttavia fallimentare. In definitiva, Dolan ritrae così una adeguata immagine della fragilità umana e il divario tra ciò che ognuno ha dentro se e ciò che vorrebbe invece esternare. Con il rischio di perdersi in dissolvenza.

Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Francesca Woodman: fotografia e tormenti


Ho conosciuto Francesca, la sua anima e il suo corpo una sera di novembre, con una buona compagnia, sotto una luce calda, davanti un piccolo schermo e una sottile musica in sottofondo, in un ambiente quasi da salotto.

Si parlava e si imparava tanto di fotografi come Mccurry, Salgado il salva foreste, Bresson l’occhio del secolo, e altri grandi uomini.

E poi sono comparse sullo schermo le fotografie di questo spirito delicato, di questa piccola donna del XX secolo, Francesca Woodman.francesca woodman

Molto vicina a noi se parliamo di anni intesi come periodo storico, di secoli, di epoche, ma anche come età, i numeri a cui la sua età si è fermata sono molto vicini a quelli che compongono la mia. Lei INVECE ha deciso che sopportare il peso del mondo per 22 anni poteva bastare.

Figlia d’America e dell’arte, amante dell’Italia, dove ha trascorso alcuni anni della sua vita, nasce nel 1958 a Denver e soggiorna a lungo a Roma. Lì studia e dà sfogo al suo talento, oltre che in Toscana, nella casa dei genitori.

Insomma, così vicina a noi e così quasi sconosciuta.

Ha vissuto così poco, ma ci ha lasciato tanto, tanto da osservare.

Ha iniziato a fotografare intorno ai 13 anni, smettendo poco prima della sua morte. Una breve vita per la bellezza e le sfumature della fotografia.

In soli 8 anni ci ha lasciato qualcosa come 10.000 pellicole, di cui 600 ancora inedite. Ha pubblicato una raccolta fotografica “Some disordered interior Geometries” e dopo pochi giorni dalla pubblicazione decise di gettarsi da un palazzo in costruzione a New York. Un atto di ribellione? O di affermazione?francesca woodman

Numerose le raccolte pubblicate dopo la sua morte, non solo fotografiche ma contornate di pensieri, annotazioni, simbolo di un tormento generazionale. In un documentario, “The Woodmans”,  pubblicato nel 2010, la famiglia racconta la breve e fragile vita di Francesca.

I soggetti delle sue fotografie? Raramente il suo compagno o una sua cara collaboratrice. Il soggetto era invece spesso ella stessa, perché “E’ una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile” – diceva ai suoi amici (Un po’ come Frida Khalo che dipinge se stessa, ovvero l’unica persona che conosce meglio). Ritrae il suo corpo nudo, fugace, etereo, in posizioni sinistre e confuse, fuso con l’ambiente, quasi nascosto. Corre, si agita, si mimetizza, si dissolve.  Crea atmosfere ovattate e cupe, cerca luoghi decadenti, degradati.francesca woodman

La sua ossessione è stata quella di essere se stessa. Decide di spogliarsi non solo dei suoi abiti lasciando nell’angolo, dietro la macchina fotografica, anche la corazza con cui lottava contro il mondo, contro la sua depressione.

Ci mostra così la sua debolezza. Il suo sguardo tormentato e impaurito. Il desiderio di sparire dietro un muro, finalmente tranquilla. Il bisogno disperato di aggrapparsi a qualcosa.

Ma l’espressività e il dolore dirompenti, che spingono i bordi delle sue pellicole per travolgerci, non sono dati solo dal modo in cui si ritrae e dalle atmosfere che crea. Giocano un ruolo importante anche le pellicole in bianco e nero. Le doppie esposizioni rendono la sua figura quasi un fantasma, una presenza-assenza.

Niente è affidato al caso. La Woodman mira a creare qualcosa unitario e di coerente. Questa abilità, unita al peso che l’ha a lungo oppressa,  offre al mondo la visione di una grande fotografa giunta sino ai giorni nostri.

This must be the place: le immagini di Paolo Sorrentino

This must be the place: le immagini di Paolo Sorrentino

 

Il 2016 è stato l’anno di Paolo Sorrentino.

Il regista italiano già con l’Oscar a “La Grande Bellezza” aveva conquistato l’America. Un prodotto, il suo, con saldi punti forti nella scrittura, nelle interpretazioni maestose – prima fra tutti quella di Toni Servillo – ma soprattutto nella sua regia concettuale eppure piena di movimento. Quest’anno il regista napoletano è riuscito a conquistare tutto il pubblico, rapito da un prodotto più aderente ad suo calibro poiché gli permette di esplorare in maniera molto più profonda l’animo umano e di esprimere ciò che ha da dire, con una forza che da sempre gli appartiene. Sapete tutti di cosa sto parlando.
Bene, oggi non parleremo di The Young Pope.

 

C’è un film che è una piccola gemma di Sorrentino e che contiene alcuni dei suoi più riusciti momenti cinematografici, il film che ha permesso all’America di conoscerlo e stupirsi della forza delle parole che nei dialoghi tra i personaggi fuoriescono, mai aggressive ma sempre calibrate a far riflettere e sorridere lo spettatore. Questo film è This must be the place.

 

Il personaggio

Cheyenne (uno splendido Sean Penn in versione Robert Smith dei Cure), è una rockstar che da anni non calca le scene. L’esilio a Dublino, in una villa dove vive con la moglie che è il suo punto fermo, che di fronte alla sua autodiagnosi di depressione lo contesta (“Un depresso non fa l’amore con la donna con la quale sta insieme da 35 anni come se fosse la prima volta. Tu non sei depresso.”). Se lo incontraste al supermercato, probabilmente avreste quella specie di timore che va esorcizzato ridendo di lui, del suo rossetto, del cerone che traveste quel viso. Lui per tutta risposta, come farebbe un bambino libero da ogni inibizione, prenderebbe il tetrapak che contiene il vostro latte, rompendolo e facendo uscire il liquido. Le peggiori giornate iniziano così. È un uomo atipico, nulla suggerirebbe la sua saggezza spropositata e la sua consapevolezza dell’apparato umano.

Cheyenne sa che passiamo da un’età in cui diciamo “un giorno farò così” al dire “è andata così”, sa e spiega a Desmond, infatuato di Mary -la sua (non) biografa ufficiale- che è il tempo che lusinga e da’ sicurezza alle persone, spronandolo a non mollare con lei.

La sua apparenza sembra non scalfire la maschera da rockstar dei tempi che furono, ma in realtà è divorato da dei sensi di colpa dovuti alla “responsabilità” della sua musica nel suicidio di due ragazzi che ogni settimana va a trovare al cimitero,di fronte a una lapide emblematica che cita un suo verso: “Dark flowers bloom in this autumnal garden that grows inside of me”. Questo viene fuori in un confronto con David Byrne,cantante e songwriter dei Talking Heads, dopo un suo concerto a cui Cheyenne assiste. È  l’unica volta nel film in cui  alza i toni, come se la maschera crollasse di fronte a questo senso di colpa e fuoriuscisse la rabbia e il senso di colpa covato per tutto questo tempo.

 

Il Viaggio

L’esilio e la non vita a cui Cheyenne ha votato sè stesso si interrompe con la morte del padre. È questo che lo spinge ad intraprendere un viaggio che gli serve per evolversi e ritrovare la bussola. Sorrentino non pensa al personaggio in maniera meccanica, lo vede come se avesse molteplici significati e questi uscissero in modi sempre nuovi attraverso il confronto con gli altri. Il colloquio con Byrne è il primo tra tanti, durante il suo viaggio Cheyenne incontra un tatuatore in un bar che sembra uscito da un quadro di Hopper , che vuole farlo riflettere sul significato artistico dei disegni stampati sul suo corpo. La chiosa è pragmatica, come non ti aspetteresti: ”Hai notato che ormai non lavora più nessuno ma tutti fanno qualcosa di artistico?”. Non esattamente quello che ti aspetteresti da un musicista.

Il confronto più didattico avviene con Rachel – che ha perso il marito – e suo figlio. Le confessioni di Cheyenne fanno riflettere entrambi sulla paura e sul suo effetto protettivo che però sopisce le persone. In questo viaggio lui ha scelto di non avere paura delle conseguenze e di dove questo cammino lo porterà. Ciò migliorerà Rachel e anche suo figlio che ha paura dell’acqua. Il montaggio in cui il nostro fugge via per continuare il suo percorso mentre le immagini mostrano il bambino galleggiare col suo corpo goffo in una piscina gonfiabile è uno dei punti più alti del film, una catarsi in fotogrammi.

 

La Vendetta.

Cheyenne è andato in New Mexico, non sta cercando sé stesso, altrimenti sarebbe andato a Bombay, come dice lui stesso. Sta seguendo le tracce che il padre ha lasciato in un diario dove mostra tutto il trauma da lui subito durante il periodo trascorso da ragazzino in un lager nazista. Le immagini descritte dalle righe del padre sono potentissime: Il campo decreta la perdita dell’intimità mentale stabilendo cosi una nuova morte che respira. Ci sono molti modi di morire il peggiore è rimanendo vivi. […] Poi, durante l’inferno, anche noi dall’altra parte del filo spinato guardavamo la neve. E guardavamo Dio. Dio è così: una forma infinita che stordisce. Bella, pigra e ferma, che non ha voglia di fare nulla. Come certe donne che, da ragazzi, abbiamo solo sognato.

A muovere Cheyenne è la volontà di compiere la vendetta che il padre non aveva raggiunto, punire un soldato tedesco che gli aveva fatto uno sgarbo durante la prigionia. Cheyenne arriva nella casa del soldato con una pistola, trovando un uomo prossimo quasi alla morte. Lo punisce umiliandolo con un contrappasso crudele ma esteticamente geniale: l’uomo esce fuori dalla sua casa, nudo, in un paesaggio innevato dove il bianco della neve viene interrotto solo dalle forme del suo corpo, stantio, che sembra comunicare più morte che vita e rimane lì, a privarsi di quella poca vita rimasta mentre il pick up guidato da Cheyenne va’ via.

 

 

La Musica

Il nome del film è preso in prestito da un singolo dei Talking Heads, di cui assistiamo ad una versione live cantata dallo stesso David Byrne. Le immagini sono piene e respirano meglio grazie alla musica che le pervadono.Anche il viaggio di Cheyenne è accompagnato dal cd che un giovane gli consegna perchè vuole l’opinione di Cheyenne a riguardo. La sua band si chiama I pezzi di merda perché è il nome giusto per l’epoca in cui viviamo. Il brano omonimo al film ne accompagna alcune sequenze ed è il mezzo che permette la redenzione artistica di Cheyenne.

In una scena viene cantata dal figlio di Rachel, che prima di farlo, mette sul tavolo una foto del padre morto, come se la stesse dedicando a lui. Cheyenne si fa pregare all’inizio ma mentre suona e il bambino canta -anche se il piccolo pensa che la canzone la cantino gli Arcade Fire e invece Cheyenne lo corregge come farebbe un professore- si assiste all’instaurazione di un legame tra di loro. Quando Cheyenne suona l’ultima nota alla chitarra sorride, consapevole di aver espresso lui stesso qualcosa come non gli era mai successo e di aver fatto esprimere qualcosa al ragazzino.

 

Questo film, come tutte le pellicole di Sorrentino segue il suo impeccabile stile e dimostra come parlare per immagini sia più efficace di un monologo, non perché le parole contino meno, ma perché a volte si ha bisogno di ricordare per mezzo di una canzone o di simboli. Quando immagini di una tale forza riescono a scavare nella nostra memoria visiva, contribuiscono a svelare una ad una le sensazioni che il ricordo provoca quando si sprigionano in noi.

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